5 novembre 2014 Matteo Montagner

Alla ricerca dell’uomo

In tempi di crisi, come quella planetaria che stiamo attraversando, dovremmo fare di tutto per evitare due atteggiamenti ricorrenti: l’allarmismo di certe Cassandre e la spensieratezza di chi fa finta di niente. Il primo caso riguarda coloro che vedono, a ogni piè sospinto, la fine del mondo dietro l’angolo. Intendiamoci, ha ragione chi afferma che la terza guerra mondiale è già iniziata, anche se “a pezzi”: dalla Libia all’Iraq, dall’Ucraina alla Palestina, dalla Siria alla Somalia, dalla Nigeria alla Repubblica Centrafricana, per non parlare di ebola, dei cambiamenti climatici e della crisi dei mercati finanziari.

Tutti vorremmo decisamente vivere in un mondo migliore, eppure abbiamo la sensazione che l’umanità, di cui tutti siamo parte integrante, anziché progredire nella comprensione dei valori stia mettendocela tutta per fare l’esatto contrario. Sta di fatto che di fronte a questi sconvolgimenti epocali prima di invocare l’aiuto di un dio e di rifugiarci nella preghiera bisognerebbe invece chiedersi dove sia finito l’uomo. L’uomo sta scomparendo dal dibattito pubblico, sta diventando un concetto obsoleto, ed è proprio questa la grande tentazione da scongiurare, quella di coloro che avendo la vista corta tendono sempre e comunque a banalizzare le implicazioni di scelte scriteriate compiute con fare altezzoso da coloro che stanno nella stanza dei bottoni. A questo livello assistiamo all’evidente deficit di leadership a livello planetario, la consapevolezza dell’umanità, se è mai esistita, sembra qualcosa di distante e non percepito adeguatamente dalle persone.

Ricordate il cinico Diogene di Sinope?

“Una volta uscì con una lanterna di giorno, e, alla domanda su che cosa stesse facendo, rispose: “cerco l’uomo!”, intendendo “un uomo onesto”.

Siamo infine giunti a questo punto? E se oggi dovessimo uscire con una lanterna riusciremmo a scorgere degli uomini?

I mezzi d’informazione, a questo proposito, hanno il loro carico di responsabilità, soffermandosi troppo spesso solo e unicamente sulla cronaca, omettendo le analisi pungenti, quelle che dovrebbero denunciare gli errori del passato, quasi presumendo che guerre, pandemie e disastri ambientali siano eventi fisiologici e dunque, in modo paradossale, giustificabili.Una cosa è certa: è necessario promuovere una cultura dell’agire umano che renda tutti maggiormente partecipi del destino dell’umanità, soprattutto le persone che versano in maggiori condizioni di fragilità. “Chi non ha sofferto – scriveva saggiamente Francois de Salignac de La Mothe-Fénelon – non sa niente: non conosce né il bene né il male, non conosce gli uomini, non conosce se stesso”.

La via del riscatto esige, pertanto, il coraggio di osare partendo proprio dalle situazioni dove l’umanità è più vessata e prostrata a situazioni di indigenza e sofferenza. Il mondo globalizzato mette in crisi il concetto che ci siano delle “periferie” del mondo, solo trovando una nuova dimensione umana che valorizzi le persone all’interno di un progetto umano vi sarà qualche speranza per i crescenti problemi che ci troviamo a fronteggiare. L’invito a esplorare le “periferie” del mondo per ritrovare l’Uomo significa avere il coraggio di esplorare soprattutto quello che è differente da noi, non solo geograficamente, ma anche a livello esistenziale. Ritrovare l’Uomo significa infatti comprendere, col “cuore” e con la mente, che non possiamo essere delle semplici comparse sul palcoscenico della Storia. Le abominevoli uccisioni di bambini indifesi, o le decapitazioni di gente innocente non possono essere prese come fatti ineluttabili. Lo stesso ragionamento riguarda naturalmente le speculazioni di Borsa o il florido mercato degli armamenti che minano il progresso e lo sviluppo dei popoli. Queste dinamiche vanno contrastate col pensiero forte di coloro che lottano contro le ingiustizie e le sopraffazioni senza mai perdere l’orizzonte del bene condiviso.

In questa prospettiva recuperare l’Uomo e approcciarci alle “periferie” umane può essere l’antidoto agli oscuri presagi del terzo millennio.

 

Immaginare una fraternità universale è un rischio? Sì. Le delusioni e le sconfitte saranno molte? Certamente sì. Ma ad oggi questa sembra la nostra unica via di salvezza da un declino che sembra inarrestabile, accendete le vostre lanterne e correte in pieno giorno certando gli “uomini” e le “donne” giuste. Del resto rifiutarsi di amare per paura di soffrire è come rifiutarsi di vivere per paura di morire.

Matteo Montagner

[immagini tratte da Google Immagini]

 

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