21 settembre 2019 Ospite

Quale compromesso con la scelta del “meno peggio”?

Il compromesso si dà come la scelta tra ciò che idealmente l’individuo vorrebbe fare e ciò che invece realizza in quanto “gettato” nel mondo. Una mediazione. Il fondamento logico alla base di ciò mostra avere tre contraddizioni. La prima è cosa scaturisce dalla logica del compromesso: i rapporti di forza. Se le qualità dell’essere di uno specifico individuo nell’hic et nunc sociale e valoriale si mostrano più “potenti” rispetto a un altro, allora la volontà di quell’individuo sarà maggiormente avvalorata dal mondo e riuscirà a spingere il compromesso un “po’ più in là”, cioè verso quello che idealmente vuole fare. Tuttavia anche chi ha maggior potere è soggetto a dei limiti: ad esempio le ossa e i muscoli del corpo non sono strutturati per prendere il volo come un colibrì. Non è quindi possibile fare una mediazione con la gravità e volare in quanto esseri umani. Questa è la prima contraddizione dell’esistenza nell’ottica della logica che propone il compromesso: o la violenza o la frustrazione dell’impotenza nel non riuscire mai pienamente ad esercitare la propria volontà.

La seconda contraddizione a cui è soggetta ogni persona è rappresentata dal tentativo di ritagliarsi un tempo sufficiente per le proprie passioni. Si dice, ad esempio, che per comprare un bene si deve lavorare, ovvero che per ritagliarsi uno spazio piacevole nel mondo è indispensabile “accettare” di dare al mondo un qualcosa che può non essere piacevole, in questo caso potrebbe essere una prestazione lavorativa magari mal pagata o stressante. Tuttavia, se è vero che ogni persona è ontologicamente gettata nel mondo, allora ogni cosa che produce quella persona sarà nel mondo. Comprese le sue passioni, il tempo che ritaglia e cosa farà in questo tempo. Tornando all’esempio quel bene che l’individuo ottiene verrà dal mondo e sarà “consumato” nel mondo. È quindi impossibile creare un sistema parallelo, o al di fuori, dal mondo stesso in cui godersi appieno il frutto di una volontà che non è individuale.

Come uscire quindi dalle antinomie proprie del pensiero che prevede il compromesso come una mediazione io-mondo? Storicamente Antonio Gramsci si espresse riguardo al compromesso con una affermazione che fugge dalla logica della mediazione, o del “meno peggio”, in Quaderni dal carcere:

«La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo».

Come sempre Gramsci esprime un pensiero lucido e ordinato: accettare delle scelte che scaturiscono “in parte” un danno, non potrà mai portare ad un godimento o un miglioramento nel lungo periodo, anzi porta ad un esito che ha gusto di regressione, insoddisfazione e infelicità. La scelta del compromesso come mediazione è in una parola: inautentica.

Ciò da luogo a una terza contraddizione: se si può ammettere solo ciò che si pensa (il lettore può sfidare questa tesi provando ad ammettere qualcosa che non pensa) come può il mondo, il quale è oggetto prodotto del pensiero, chiedere qualcosa non nell’interesse di un soggetto che lo pensa? Il pensiero in questo discorso è diverso dal pensato che è il suo predicato. Il pensiero è invece quel movimento nella mente dell’individuo che permette l’esistenza di un mondo, esso infatti non esisterebbe se non ci fosse tale movimento. Quindi il mondo, tutto ciò che è altro da sé, come potrebbe chiedere, esigere, qualcosa di diverso dalla volontà dell’individuo che è il suo creatore? Sarebbe assurdo!

Allora qual è il motivo di tanti individui fragili, sofferenti e infelici? Il fatto che le scelte, se mediate nella logica del compromesso o del “meno peggio”, non sono mai autentiche. “Alla lunga” portano a un peggioramento dell’intero sistema.

Ci sono altre soluzioni percorribili? Una potrebbe essere quella di risolvere la dicotomia “io-mondo” uscendone: lasciare coincidere materialmente l’io con il mondo in un unico grande e concreto assoluto. Ecco che il compromesso non lo fa solo l’Io che sceglie “questo e non quello”, ma lo fanno tutti quanti, tutti quelli che in un dato momento si possono pensare. Ogni decisione deve essere una scelta presa — pensata, sofferta, discussa, lottata — da tutti gli attori pensabili. Se la società costringesse un individuo a dedicarsi per un lavoro che non gli lascia né tempo né energie per sviluppare la sue passioni al di fuori d’esso, oppure quel lavoro non rispecchia la sua indole e qualità intellettuali, allora si sarebbe di fronte alla follia! L’azione che ne risulta viene pensata come bene per qualcuno, ma non per tutti. Si è quindi di fronte a una “regressione storica”, cioè alla tendenza universale verso il male. Tale scelta è avvenuta perché non c’è stato abbastanza confronto, abbastanza dialettica con il sé e l’altro da sé che concretamente è tutto ciò che in un determinato momento, quello della scelta, si può pensare.

Cosa fare? Se ci sono le capacità residue — psicologiche si intende —, quindi umorali e toniche per farlo, bisogna lottare non per ritagliarsi un tempo al di fuori delle logiche del mondo, né scegliere il “meno peggio” — che come si è visto è contraddittorio —, ma mobilitarsi attraverso l’insegnamento e l’educazione del mondo e di se stessi all’autenticità collettiva come principio di non indifferenza, ovvero avere uno sguardo complesso e completo dell’assoluto. Non è facile. Infatti Benedetto Croce, in parte maestro intellettuale di Gramsci, nel suo Logica come scienza del concetto puro afferma:

«Pensare è combattere, senza tregua alcuna, sebbene nella battaglia stessa si abbia sempre, a ogni attimo, pace e sicurezza; e il definire è indistinguibile dal dimostrare, perché si trova in ogni attimo del dimostrare e coincide con esso».

Lo scopo ultimo del rifiutare il compromesso è una vita molto più complicata, prevede una “lotta costante” scriverebbe Croce, ma assai più soddisfacente: è risolvere contraddizioni, pensare nella totalità e fare scelte autentiche. È difficile, stressante, nei casi più sfortunati si sviluppano nevrosi e psicosi o forme di delinquenza, perché da una parte c’è chi sarà troppo fragile per lottare per le sue idee e dall’altra ci sarà chi è troppo violento per ascoltare quelle degli altri, ma è l’unico modo per costruire una direzione di felicità comune.

 

Matteo Gazzitano

 

Matteo Gazzitano, classe 1990. Da sempre affamato di conoscenza per soddisfare il suo bisogno di bellezza, calma e comprensione. Specializzato in studi clinici sulle cure palliative e umanistici sulle scienze dell’educazione con più corone d’alloro. La sua attività professionale è rivolta alla cura, all’aiuto e alla vicinanza nella sofferenza delle persone con dipendenza patologica. La sua ricerca verte sui modi, politici e psico-pedagogici, per implementare i contesti che generano possibilità esistenziali non disagiate.

[Photo credits Jeremy Bishop]

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