23 giugno 2015 Matteo Montagner

Piangere come funzione sociale

Non vi dico di non piangere perché non tutte le lacrime sono un male”, una citazione tratta dal Signore Degli Anelli ed è Gandalf che sta parlando a conclusione del libro nel momento degli addii. E’ proprio così!

Apparentemente incomprensibile il piangere è però una delle azioni di cui socialmente ci vergogniamo di più. Eppure nelle nostre case piange chiunque e soprattutto chi assiste al pianto degli altri. Con la fatidica domanda che, guarda un po’, parla di vicinanza e condivisione, se non proprio di capacità di risolvere il problema che angoscia l’altro: “Perché piangi?”. Varrebbe forse la pena trovare davvero il momento di “celebrare” socialmente i nostri pianti, quasi come in un rituale liberatorio: dare loro spazio, per raccontarci a vicenda tutta l’intensità dell’emozione positiva o negativa che sia, che l’altro sta sperimentando. Recuperare in qualche modo la funzione “comunicativa”, così empatica e intensa come solo le lacrime sono capaci di esprimere.

Lacrime che sanno di sale sembrano riportarci al ricordo di lontani Oceani ancestrali che meritano la semplicità dei nostri gesti quotidiani: come l’essere asciugate con delicatezza dal fazzoletto di una madre o dal movimento intenso delle dita della persona amata, perché nessuna lacrima dovrebbe andare persa. Perché ogni pianto merita l’ascolto e la nostra attenzione: da quello del neonato, a quello della figlia adolescente innamorata delusa, a quello dello sfogo degli amanti, nessuno escluso, che si sentono esclusi dalle attenzioni del partner.

Vedere piangere, è molto più che piangere.
Antonio Porchia, Voces

Il pianto ci dice soprattutto che nella nostra vita, personale e famigliare, c’è anche il dolore, l’insuccesso, la delusione. E ciò non è né bene né male: è la nostra vita. E far finta di niente o nascondercelo non aiuta. Eventualmente siamo chiamati, anche in questo caso, a compiere un’operazione tipicamente umana. E cioè aprirci alla speranza, alla condivisione della sofferenza nella consapevolezza che solo insieme si superano le difficoltà che incontriamo nella vita. Il pianto è un richiamo perché nessuno venga lasciato da solo in balia della propria sofferenza.

In quante situazioni della vita passa la morte portandosi via i nostri cari? Ce ne sarebbe da piangere per tutti di fronte a tutta la sofferenza del mondo, per il dolore, la delusione e il senso di impotenza che sperimentiamo. Ma anche perché di fronte alla morte anche la persona più di fede vacilla, quante volte abbiamo sentito “Siamo arrabbiati con Dio, che prima ci ha dato quella persona e poi se l’è ripresa senza pensare a noi!”. La società non dovrebbe rifuggire il piangere come funzione sociale, ma si dovrebbe comprendere che è bene che tutto il dolore del caso meriti di essere espresso e vissuto, senza sconti, nemmeno quello che esperiamo partecipando a un funerale in cui la funzione sociale emerge nel socializzare tra chi resta in vita la sofferenza. Dovrebbe essere chiaro che è bene per tutti “stare” in quei dolori che ci attanagliano piuttosto che evitarli o banalizzarli. Accettare i nostri pianti non ci può che rendere più abili a cogliere quelli degli altri. Che sia questa la “consolazione” dell’umanità? La consapevolezza che ogni nostra lacrima non andrà sprecata. Fare i conti con la propria sofferenza ci rende più capaci di entrare in risonanza con quella degli altri.

C’è pianto e pianto. E tutti vanno accolti. Le uniche lacrime che non vanno bene sono quelle di chi si piange addosso. Anche se abbiamo speranza che pure queste, tra le mani di un’altra persona che le sappia comprendere possano diventare altrettanta consolazione.

Improvvisamente iniziò a piangere, in quel modo che è un modo bellissimo, un segreto di pochi, piangono solo con gli occhi, come bicchieri pieni fino all’orlo di tristezza, e impassibili mentre quella goccia di troppo alla fine li vince e scivola giù dai bordi, seguita poi da mille altre, e immobili se ne stanno lì mentre gli cola addosso la loro minuta disfatta.
Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia

 

Matteo Montagner

[Immagini tratte da Google Immagini]

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