9 settembre 2014 lachiavedisophia

Per un’etica del rispetto

Molto spesso parliamo di rispetto con leggerezza, in modo astratto o retorico, pretendiamo il rispetto dagli altri ma poi siamo i primi a dimenticarcene; il più delle volte lo diamo per scontato, quasi come se fosse una norma morale universale, senza però essere consapevoli che esistono persone che non sanno cosa sia. Ma Di che cosa parliamo, quando parliamo di rispetto? La domanda nasce spontanea di fronte all’insistito utilizzo della parola che viene adottata in contesti tanto diversi da far sorgere il sospetto del suo abuso.

La parola rispetto deriva dal latino respectus-respìcere che significa riguardare, avere riguardo, prendersi cura; avere riguardo non soltanto per altre persone, ma per ogni forma di vita, oggetto/cosa inanimata, norme e istituzioni. Potremmo considerare il rispetto quale forma di riconoscimento: riconoscere l’individuo a me simile, riconoscere il valore intrinseco di una persona o di un cosa, riconoscere come valida una norma o un’istituzione, riconoscere l’umanità dell’altro come la nostra stessa umanità quindi come presupposto di reciprocità, riconoscere in più generale il valore dell’esistenza di altri.

“Il rispetto consiste infatti nella percezione della “dimensione di profondità” del mondo, persona o cosa che sia, della sua “trascendenza individuale”. E’ sensibilità verso lo spessore delle cose, è capacità di accorgersi che il mondo, e gli esseri che lo abitano, sono inesauribili.” Alberto Peretti

 

Tramite il rispetto io faccio si che l’altro per me esista e che abbia un valore in quanto esistente, l’altro inteso non come esclusivamente l’altro delle relazioni intersoggettive, ma l’altro in un senso generico, sia esso persona, animale, cosa, entità giuridica, norma morale ecc.

Storicamente il rispetto è stato associato a un’autorità o un potere, qualcosa che fosse esteriore al soggetto, implicando quindi un rapporto di totale asimmetria fra un superiore e un inferiore. Si tratta di una forma di rispetto verticale, dove si riconosce l’autorità.

Lo stesso Cristianesimo ha portato avanti l’idea di una forma di rispetto verticale, verso un’autorità somma e assoluta quale fonte dell’esistenza; traducendosi poi nella possibilità di pensare una forma di rispetto di tipo orizzontale: ogni uomo è uguale al cospetto di una tale autorità, non conta la posizione sociale, la ricchezza o le qualifiche individuali, ciò che conta e che ci accomuna è l’essere uomini.

Il primo ad aver fondato un’etica del rispetto su un piano orizzontale fu Kant, il quale però riconosce un potere incondizionato non più a Dio ma alla libertà umana. Libertà che non si traduce nel fare ciò che si vuole, ma nell’agire secondo la legge morale.

“Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua come nella altrui persona, sempre come fine e mai come semplice mezzo”

Immanuel Kant

La legge morale così espressa nella forma di imperativo categorico, non può mai dipendere dal suo contenuto concreto, essa è invece tale per la sua forma di legge, cioè per la sua intrinseca razionalità: la legge morale è tale perché vale universalmente, senza eccezioni. La legge morale è il frutto della nostra stessa razionalità, è un nostro prodotto e pertanto dipende da noi. Ciò significa che dobbiamo agire avendo presenti gli altri, avendo cura degli altri, rispettando la loro dignità.

Molto spesso ci dimentichiamo di essere l’uno uguale all’altro, ci prendiamo la libertà di trattare l’altro, la natura o un semplice oggetto come entità inferiori, in virtù di una nostra ipotetica superiorità; ci dimentichiamo che l’altro, la natura o l’oggetto hanno i nostri stessi diritti, tra questi vi è proprio quello di essere rispettati, rispettati nella nostra unicità e individualità, nella nostra integrità e persona.

Pretendiamo il rispetto dagli altri si, ma siamo veramente sicuri a nostra volta di rispettare gli altri?

Elena Casagrande

[Immagini tratte da Google Immagini]

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