8 gennaio 2016 Stefania Mangiardi

Ognuno potrebbe – Michele Serra

Giulio Maria ha trentasei anni, è un antropologo, ed è nato anacronistico, figlio inatteso di una coppia non più giovane. Da sempre attribuisce a questa forzatura anagrafica la tendenza a sentirsi stonato, poco in armonia con l’ambiente circostante.

Eppure la realtà che Giulio non riesce ad accettare e che lo porta di continuo ad interrogarsi, è quella nella quale ognuno di noi si muove ogni giorno, spesso inconsapevole, troppo preso da singoli dettagli per alzare lo sguardo sul quadro complessivo.

Giulio è un ricercatore che, per settecento euro al mese, studia e cataloga le esultanze dei calciatori. Un lavoro che non lo entusiasma e che lo porta a riflettere su quanto la nostra società sia diventata egocentrica ed esibizionista.

Del resto persino Agnese, sua compagna da quattro anni, soffre di quella che qualcuno definisce la Sindrome dello sguardo basso: sguardo fisso sullo smartphone e totale inconsapevolezza di ciò che ci circonda.

Passano i digitambuli, nel vasto mondo attorno, a migliaia, a milioni, assorti nei loro rettangolini di luce fredda, così fredda che neppure gli si riverbera sul viso. Lo sguardo rivolto in basso rende la loro fronte piana; le palpebre a mezz’asta fanno schermo alle pupille, nascondendo anche il colore degli occhi. Sono volti inabissati, volti che hanno abbandonato il volto. Hanno tutti qualcosa di sospeso: uno star dicendo, uno star facendo che deve avere avuto un inizio e che certamente avrà una fine, ma non adesso. Attraversano questi posti e queste giornate come se non li riguardassero. Passano soltanto.

Tutti sentono il bisogno di condividere, di dimostrare, di apparire, il bisogno che gli altri sappiano che sono colti, socievoli, innamorati, fortunati, devoti, importanti. Di spettacolarizzare tutto. Di esibire ogni cosa.

Ma quanti poi, vivono davvero? Quanti, spenti i telefoni e oscurato lo schermo di un computer sanno davvero condividere e comunicare? Quanti pensano ancora a godere il momento prima di scattare una foto con quello che Giulio definisce Egòfono? E mai definizione fu più adatta, perché l’Ego è la sua sfera d’uso, è ciò che dall’obiettivo viene ingigantito, deformato, trasfigurato ed inviato all’esterno. Selfie. Immagini di sé condivise, twittate, postate e riprodotte decine di volte al giorno.

Impossibile non riflettere e non porsi queste domande durante la lettura.

Ognuno potrebbe, attraverso gli occhi di Giulio, ci offre uno sguardo dissacrante sulla realtà, una finestra sul mondo che ci siamo costruiti. Un mondo fittizio, in cui gli unici obiettivi che ci si pongono riguardano click, like, visualizzazioni, commenti.

Quanti investono altrettanto tempo, interesse, attenzione, nei rapporti affettivi, nella propria crescita personale, nella vita reale?  Penso alle famiglie che si riuniscono intorno ad una tavola apparecchiata, un tempo simbolo di convivio, chiacchiere, confronti, e adesso le immagino senza difficoltà chine sul proprio smartphone.

La sostanza della questione è che il lontano sta diventando molto più importante del vicino. E siccome il vicino è la realtà materiale, e il lontano è solo un’astrazione, noi stiamo facendo deperire ciò che abbiamo a vantaggio di ciò che ci illudiamo di avere.

Più che un romanzo – manca infatti una vera trama – definirei questo libro un insieme di fotogrammi narrativi. Una sequenza di immagini che inquadrano la vita di Giulio, un uomo di quasi quarant’anni con i dubbi di un ragazzo che, contrariamente alla massa, pensa, si interroga, osserva. Percepisce lo scorrere inesorabile del tempo, subisce l’indifferenza di Capannonia, l’asfissiante porzione di pianura in cui vive, tutta “tubi e cubi”, dove il cemento sembra aver soffocato pensieri e sogni.

Il linguaggio è colto, lo stile curato. L’autore ci invita alla riflessione, alla consapevolezza.

La mia opinione è che ognuno dovrebbe fare un passo indietro. Da tutti i punti di vista. Anche fisicamente. Darsi un poco di spazio e, dandoselo, darne anche a chi gli sta intorno. Come c’è un frattempo tra un’azione e l’altra, così dovrebbe esserci un fralluogo tra una persona e l’altra. E come il frattempo così il fralluogo serve a dare fiato. Un passo indietro e una parola in meno.

Ridurre il proprio Ego per dare spazio agli altri. Alzare lo sguardo per soffermarsi sulle cose semplici, per godere di un cielo particolarmente azzurro o di un albero fiorito nella stagione sbagliata, per abbracciare e baciare, per salutare il vicino di casa, per ridere guardando qualcuno negli occhi e non fissando uno schermo piatto. Per vivere, la vita vera.

Che lì, il tasto rewind purtroppo non c’è.

Stefania Mangiardi

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