29 gennaio 2016 Aristortele

Non diciamo cassate

1872, una sala del British Museum. Un uomo in preda all’euforia si spoglia tra le facce attonite dei presenti.
Quell’uomo si chiama George Smith, lavora in una stamperia di Londra ma trascorre ogni pausa pranzo al museo; è un grande appassionato della civiltà assira e possiede un particolare talento per la decifrazione della scrittura cuneiforme. Da un po’ di tempo tutte le sue attenzioni sono state rivolte a una tavoletta d’argilla proveniente da Ninive, nell’odierno Iraq, e grande poco più di una cartolina. A spingere Smith a spogliarsi è stata la gioia di averne finalmente tradotto il contenuto.
«Abbatti la tua casa, ti dico, costruisci una nave,» recita un rigo della tavoletta. «Ecco le misure del battello, così come lo costruirai: che la sua larghezza sia pari alla lunghezza, che il suo ponte abbia un tetto come la volta che copre l’abisso; conduci quindi nella nave il seme di tutte le creature viventi.» Il racconto procede, ma pensiamo che abbiate già intuito quale sia il motivo per cui questa nave debba essere costruita: la tavoletta descrive l’episodio del Diluvio universale. La cosa interessante è che, risalendo al 700 a.C., lo fa con quattro secoli di anticipo rispetto alla più antica versione della narrazione biblica. Anzi, Smith scoprì che la tavoletta era la copia di un capitolo di un poema epico babilonese – il primo, per quanto ne sappiamo, della storia dell’umanità: L’epopea di Gilgameš – e che dunque gli anni d’anticipo diventavano più di un migliaio. In sostanza dimostrò che il famoso episodio di Noè era la rielaborazione ebraica di un mito comune a tutta l’area mesopotamica.
Che c’entra tutto questo con i dolci? Noi vi rispondiamo sibillinamente chiedendovi: perché si festeggia il Natale il 25 dicembre? Si dà il caso che i festeggiamenti per la nascita di Cristo, il cui giorno non è mai specificato nei Vangeli, si siano sovrapposti nel corso del terzo e quarto secolo d.C. ai festeggiamenti pagani in onore di un’altra (ri)nascita, quella del sole: la festa del Sol Invictus si celebrava tre/quattro giorni dopo il solstizio d’inverno, vale a dire quando il sole, dopo un apparente stallo nel cielo, riprende la sua corsa e le giornate tornano ad allungarsi.
Ora che abbiamo sorvolato due capisaldi della cristianità pescati dal bacino del paganesimo arriviamo finalmente al nostro dolce: la cassata. Nella Magna Grecia, per la sua forma sferica, era associata al culto solare; in tempi più recenti, tuttavia, è diventata il dolce tipico della Pasqua siciliana, «perché,» come scrive Salvatore Farina, «quel dolce, rotondo come il sole, ricordava il suo tramonto e risorgere, così come ogni anno ci ricorda la passione, morte e risurrezione del Cristo» [tratto da S. Farina, Dolcezze di Sicilia, Ed. Lussografica 2003, p. 54].

Questo percorso tortuoso è per dirvi che la nostra cassata sarà per voi l’occasione per ripensare i simboli che ci circondano. Non dimentichiamo che oltre al fumo che, erigendosi a verità, avvolge gli oggetti del nostro presente, si nasconde un intrico di vicende umane, una catena contorta di significati che lega tra loro generazioni e culture e fa di quegli oggetti dei testimoni di civiltà. Perciò vi invitiamo, come fece il nostro George Smith, a spogliarvi: spogliatevi travolti dall’euforia di aver scoperto in un oggetto, in un gesto, in una parola, il guizzo di un passato semi sepolto e che solo grazie a voi è sopravvissuto alla tirannia del presente.
Riscoprite, preparando la nostra cassata, la sua forma solare e così facendo celebrate a modo vostro il lento tramonto del sole, nel momento in cui, passato il solstizio d’estate, le giornate tornano impercettibilmente ad accorciarsi. Assaporate, nel mangiarla, la dolcissima stratificazione dei simboli e affondate i denti nello spessore morbido dei suoi significati. Vi accorgerete che è proprio in quello spessore che ogni oggetto nasconde il suo sapore.

 

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LA CASSATA AL FORNO

Persone: 8
Tempo di preparazione: 40 minuti
Difficoltà: media

INGREDIENTI

Per la pasta frolla:
• 250 gr farina debole
• 125 gr burro morbido
• 100 gr zucchero semolato
• 20 gr tuorlo d’uovo
• 1 uovo intero
• 2 gr lievito per dolci
• 1 pizzico di sale
• Aromi (vaniglia, scorza di limone, scorza d’arancia)

Per la farcitura:
• 600 gr ricotta di pecora
• 200 gr zucchero semolato
• 70 gr gocce di cioccolato fondente
• 1 uovo
• 100 gr pan di Spagna

PREPARAZIONE

All’ora del crepuscolo, facciamo la pasta frolla: amalgamiamo velocemente il burro con lo zucchero; aggiungiamo tuorli e uovo un po’ alla volta facendoli assorbire delicatamente; incorporiamo nel composto gli ingredienti secchi, ossia farina, lievito, sale e aromi. Creiamo una sfera e mettiamo a riposare in frigo per un’ora; per infondervi un’eco siciliana, l’abbiamo arricchita aromaticamente con la scorza grattugiata di un limone e di un’arancia.
Quando la pasta frolla si sarà debitamente raffreddata, rilavoriamola e stendiamone metà all’altezza di circa 2,5 cm sulla tortiera solare; lasciamo che cali la notte facendola riposare in frigorifero e intanto prepariamo la ricotta.
Ammorbidiamo la ricotta utilizzando il passaverdure. Amalgamiamo lo zucchero e le gocce di cioccolato a essa, mescolando bene. Versiamo in maniera uniforme metà della farcitura sulla nostra pasta frolla. Foderiamo questo primo strato con uno strato di pan di Spagna non troppo spesso. Versiamo su esso la restante ricotta. Stendiamo la pasta frolla rimanente e ricopriamo la nostra cassata. Manca poco: indossiamo la tonaca da sacerdote di Eliogabalo.
Spruzziamo o spennelliamo la torta con un ultimo strato simbolico di uovo sbattuto. Incidiamo con tre sapienti tagli poco profondi la cassata e inforniamo a 180 °C per circa 15-20 minuti. Mettiamo una sedia davanti al forno e godiamoci l’alba.
Infine, copriamo il sole con la neve: una volta sfornata, aspettiamo che raffreddi, quindi rovesciamola e cospargiamola di zucchero a velo.

Aristortele

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