28 gennaio 2015 lachiavedisophia

L’isola Parte II

Scrive Rousseau: «la terra, lasciata alla sua fertilità naturale, e coperta di foreste immense che la scure non ha mai mutilato, offre a ogni passo sia riserve alimentari che ripari agli animali di ogni specie» compresi gli uomini che tra essi vivono e si mescolano. Ma non tutto è dato all’uomo senza che questo gli costi fatica e la vita non sempre è a un passo come in una sorta di Gan Eden, specialmente per coloro che ancora non abbiano sviluppato una tecnica che gli permetta di accelerare il soddisfacimento dei bisogni primari, così da conservare tempo prezioso da dedicare alla scoperta e alla messa a punto di nuove idee. Nel corso del laboratorio in classe, ciascun bambino aggiunge un elemento sull’isola. Un particolare considerato fondamentale per il benessere dell’indigeno solitario, nostro protagonista. Un desiderio, un regalo fatto al nativo. «Poiché il solo strumento che l’uomo selvaggio conosca è il suo corpo, lo adopera per vari usi dei quali, per mancanza di esercizio, i nostri uomini sono incapaci: perché è questo nostro modo di operare che toglie la forza e l’agilità che la necessità obbliga lui ad acquisire», scrive Rousseau. I bambini hanno la possibilità di salvare l’uomo con una manciata di desideri, mostrandosi, specialmente a quattro e cinque anni, raffinati esperti della vita umana e delicati conoscitori dei bisogni primari dell’uomo.

Una casa, a volte due. Una palma da cocco, numerosi banani. Meli, peri, più raramente piante di fragole e anguria. Acqua a volontà, bottiglie di plastica il più delle volte, ma solo a partire dalla Scuola Primaria (i bambini di quattro e cinque anni sanno di dover aggiungere un fiume, un lago o una sorgente, altrimenti l’acqua finirebbe, a dispetto di quante bottiglie si possano aggiungere). Tutti, indistintamente, tentennano sulla possibilità di dissetarsi in mare, almeno all’inizio, ma c’è sempre chi riprende il gruppo sconsigliando tale pratica. Cacciagione, maiali, pecore, casomai mucche. Cani, gatti, cuccioli di animali feroci, quali tigri, aquile, coccodrilli. Pesci, canne da pesca, armi per la caccia, spesso una barca e quasi sempre un fuoco. Cigni. Letti o sdrài, indifferentemente. Vestiti. Costumi. Rare le spiaggie, soprattutto quelle con ombrelloni, secchielli e palette. Non mancano mai gli amici, seppure non figurino tra le primissime scelte. Talvolta uno, ma spesso due, tre o cinque. In alcune occasioni venti, mai sopra la trentina. Metà maschi e metà femmine, quasi sempre, come si confà alla migliore delle classi possibili. Giocattoli, più che altro macchinine, bambole o sassolini. È spuria la scelta della strada, del ponte, della macchina, del frigorifero, del supermercato, del negozio, che capita meno di frequente di quanto si possa pensare e solitamente in terza, quarta e quinta elementare. È questo quello che i bambini aggiungono sull’isola ed è così nella quasi totalità dei casi, tenendo conto – com’è ovvio – di leggere variazioni da classe a classe, da luogo a luogo e tra età diverse (specialmente tra i quattro/cinque anni e i sette/otto e così via).

Nel cibo (mangiare, bere, cacciare, raccogliere, allevare), in un riparo (dormire, vestirsi), nel gioco (rilassarsi, mettersi alla prova) e nella socializzazione (comunicare, aiutarsi) i bambini individuano i bisogni fondamentali dell’umanità.

«I pigmei amano profondamente la loro vita», scrive Cavalli-Sforza. Essi cacciano e la loro abilità in quest’attività è proverbiale. Si costruiscono dei ripari a mo’ di capanna «che sono di forma emisferica un po’ allungata, lunghe quanto un pigmeo sdraiato e provviste di un’apertura così piccola che bisogna entrare strisciando». A parte la caccia, che li impegna tutti, «nella foresta ci si può dedicare a mille altri divertimenti». Ad esempio, «in primavera vi è una grande festa, […] quando viene la stagione dei bruchi. La foresta si riempie di bruchi di farfalla, che a quanto pare sono ottimi da mangiare». «Per oltre il 99 per cento della sua storia l’umanità è vissuta di caccia e raccolta», lì, dunque, ha senso andare alla ricerca dell’origine, della maniera di vivere. E i bambini, abili nell’intuire la mente altrui e nello smascherare la vera essenza degli adulti loro interlocutori, sono adatti a portare avanti quest’attività di scoperta. Gioco che affrontano con la passione che gli deriva da una curiosità ancora trasparente e sgombra da interessi di sorta. «L’organizzazione sociale primitiva doveva essere molto simile a quella attuale dei Pigmei». Essi, scrive Cavalli-Sforza, «vivono sempre in bande, in gruppi di una trentina di persone in media», numero che i bambini inconsapevolmente rispettano quando introducono quelli che amano definire gli “amici” del protagonista. Sappiamo, poi, che i Pigmei, «vanno a caccia insieme», che è anche la soluzione che ai bambini viene in mente quando si tratta di capire com’è organizzata la vita sull’isola. “Fare insieme tutto ciò che c’è da fare” sembra essere prerogativa del loro modo di ragionare e di prendere decisioni. Per quanto l’adulto insista, ‘costringendo’ i piccoli a riflettere sull’utilità di dividere il lavoro, di attribuirsi dei ruoli precisi e di trovare la maniera migliore di rispettarli o farli rispettare, essi perseverano nell’idea comunitaria più semplice. Distoglierli da tale idea è difficilissimo. L’abbondanza di animali e vegetali che i bambini scelgono di sistemare sull’isola, poi, ci porta a riflettere su quella che potremmo definire la loro più grande competenza (purché venga loro permesso di svilupparla), che è anche la competenza dei cacciatori primitivi, ovvero l’etologia, il comportamento animale. Non c’è nulla che incuriosisca un bambino di più di un piccolo animaletto, a meno che qualcosa nel suo sviluppo non sia andato storto! È talmente importante per il suo sviluppo psicofisico, che egli abbia la possibilità di accudire un altro essere vivente, che la scuola dovrebbe organizzarsi in modo da consentire ai bambini che a casa non hanno possibilità di tenere animali, di vivere comunque quel genere d’imprescindibile esperienza.

I Pigmei sono gente pacifica, «gentili, di grande dignità, anche spiritosi. Detestano la violenza e ne rifuggono. Se sono in disaccordo discutono, litigano rumorosamente, magari si picchiano, ma è rarissimo che ricorrano alle armi», scrive Cavalli-Sforza. E lo stesso fanno i personaggi scelti dai bambini nella loro isola immaginaria, secondo quanto essi stessi abilmente riferiscono: “quando qualcuno si rifiuta di fare ciò che deve fare, gli altri membri del gruppo devono sostituirlo, concedendogli il giusto riposo. Se neppure il riposo giova a riportare energia nella vita di quell’uomo, allora è bene che egli si metta a fare ciò per cui si sente portato, che sa fare meglio”. Come tra i Pigmei, «non esistono capi, gerarchie o leggi. C’è parità fra uomini e donne. Le questioni che riguardano tutti vengono discusse in comune intorno al fuoco». Che poi è la soluzione più evidente per qualsiasi bambino: “se c’è un problema se ne parla, si fa la pace e tutto poi ricomincia a funzionare”. E se nonostante tutto qualcuno si comporta male ugualmente o, peggio, reca danno agli altri, i bambini risolvono la cosa nel medesimo modo dei cacciatori: con l’esilio. «Uno dei punti fermi dell’etica pigmea è che se due litigano forte si separano. […] La punizione più grave che può essere inflitta dalla comunità è l’allontanamento dal campo». Come i popoli che gli etnologi hanno avuto la fortuna di conoscere e l’intelligenza di studiare, i bambini hanno solitamente un’indole allegra e festosa; preferiscono la caccia all’agricoltura (quest’ultima è molto più faticosa e finché se ne può fare a meno di certo conviene evitarla); attribuiscono più importanza al presente rispetto al passato e al futuro, il che non significa, come molti hanno erroneamente creduto, che siano limitati all’hic et nunc, al qui e ora. No, affatto. L’inflessibile allenamento a immaginare li conduce, al contrario, a vedere il mondo sotto una specie di drappo magico che fa apparire le cose non solo per ciò che sono, ma per quello che potrebbero essere. Si tratta, in altre parole, di un presente espanso e non di un presente scandito, tipico dell’adulto, che vive un tempo colorato, spesso, d’angoscia. Il bambino non vive sentimenti negativi di fronte al tempo, perché lo scorrere dell’essere per lui procede all’avanti e all’indietro ininterrottamente sotto una specie di lente presente che gli consegna la fiducia necessaria a credere alla totalità delle possibilità che può riuscire a immaginare, senza invalidargliene alcuna.

Carlo Maria Cirino

[immagini tratte da Google Immagini ]

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