29 giugno 2016 Giacomo Dall'Ava

Libero arbitrio: siamo davvero liberi di scegliere?

Già il fatto che tu abbia cliccato su questo articolo potrebbe farti sentire sicuro e padrone della tua esistenza, della tua decisione così personale e privata. L’hai scelto tu, lo stai scegliendo anche mentre continui a leggere: senti che questo argomento è di tuo interesse e lo vuoi approfondire.

Sospiro di sollievo… Sei sul divano di casa, o in giro per la tua giornata lavorativa o di studio che sia, e ti senti finalmente in possesso della tua vita. Non c’è macchinazione che tenga, non esiste alcun complotto mondiale che ti induca desideri che non sarebbero tuoi, ti senti l’unico decisore di ogni scelta della vita.

Ti starai chiedendo dove stia la fregatura, già te la aspetti, senti che sta per arrivare un “però”, uno di quelli che vorrebbe metterti in dubbio e farti pensare che tutto quello che è stato scritto finora sia fondamentalmente falso.
Eppure nel campo di ricerca sperimentale ci si sta ancora interrogando: siamo o non siamo in grado di esercitare il nostro libero arbitrio?

Ci ha provato Libet, negli anni Ottanta, a darci una risposta, dissacrando il mito delle facoltà decisionali dell’essere umano.

Libet parla di “avvio inconscio di un atto volontario e getta nel paradosso una delle certezze del mondo occidentale. Com’è possibile che un atto volontario parta da un’attività inconscia che quindi non possiamo controllare consapevolmente?
Ancora una volta la scienza si rivolge al cervello, chiede responso a questa scatola nera da cui escono risultati che non sappiamo del tutto interpretare: l’atto sembra involontario, nonostante ai soggetti dell’esperimento fosse stato chiesto di compiere una scelta.

Ma di che scelta si trattava? Le persone sottoposte all’esperimento dovevano scegliere il momento in cui stoppare una lancetta che scorreva su un quadrante di orologio, mentre un caschetto pieno di ventose veniva applicato sul cranio e registrava la sottostante attività del cervello. Libet constatò che il momento in cui il soggetto metteva in atto a livello motorio la scelta di interrompere la lancetta, veniva sempre anticipato da un’attività neuronale inconsapevole alla persona. Questione di millesimi di secondi, ma il tempo sufficiente per affermare che la fantomatica scelta di fermare la lancetta non venisse presa da un soggetto cosciente, ma fosse attivata da una sterile attività di un organo umano.

Il sistema computerizzato che registrava le attività della persona poteva quindi anticipare la scelta che stava per superare il livello di coscienza del soggetto, ricevendo in anticipo un suggerimento di quanto sarebbe accaduto. In questo modo la divulgazione (para)scientifica voleva fare a pezzi il libero arbitrio dell’essere umano: l’esperimento ebbe risonanza mondiale e tutti furono terrorizzati anche quando controllavano innocentemente l’orario, pensando che quel desiderio non derivasse in realtà dal loro Sé.

Fortuna che oggi gli smartphone utilizzano un orologio digitale senza lancette, eppure il problema potrebbe presentarsi sotto altre sembianze: dobbiamo quindi dare davvero credito all’esperimento di Libet?

Il problema risiede in quel “potenziale di preparazione” registrato dall’encefalogramma, cioè l’attività neuronale che sembra anticipi la scelta: se anche si verifica un’attività che precede temporalmente il momento in cui un soggetto sceglie di compiere l’azione, non possiamo comunque affermare che la preceda anche logicamente. L’essere umano ormai è considerato come un tutt’uno indissolubile: da chi sarebbe quindi attivata la macchinosa e apparentemente sterile attività neuronale? Difficile trovare una risposta a simili quesiti.

Ma in fin dei conti possiamo considerare quel gap tra l’attività cerebrale e il momento della scelta (che tanto ha scosso il mondo della filosofia e delle ricerche di neuroscienze) come un semplice scarto di fasi tutte appartenenti allo stesso processo, ad un percorso di scelta messo in atto dal nostro personale – seppur talvolta debole – libero arbitrio.

Giacomo Dall’Ava

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