20 settembre 2015 Giorgia Favero

L’amore immaginato

Ma cos’è quello che gli uomini chiamano “amore”?¹

Io sono solo una cinica realista che con le mani cerca di tappare quel grande rubinetto delle proprie emozioni, di tutto il proprio romanticismo ed ottimismo, perché è vero, è proprio vero: viviamo in un mondo in cui tenere aperto il rubinetto è un lusso, anzi, un vero pericolo. Non ci si puo permettere di far allagare la propria casa, né di far inondare di fiori rosa e cuoricini la propria vita. Per quanto riguarda me, se non arginassi quel flusso piangerei ore intere per ogni gatto o cane che muore, darei immancabilmente il mio portafoglio ad ogni mendicante che incontro, e crederei anche ciecamente nell’amore a prima vista. Perciò tendenzialmente, se qualcuno me lo chiede, io non ci credo.

È stata la mia esperienza personale che mi ha portata a questa decisione, perché mi innamoro invariabilmente di ogni ragazzo o uomo che si dimostri in qualche modo gentile con me: quello che corre al posto mio alla fermata più vicina per bloccare il tram che altrimenti avrei perso, quello che davanti a un’opera della Biennale incrocia il mio sguardo perplesso e decide di condividere con me le sue congetture, e persino quello carino in fila alla cassa che si china a raccogliere la banconota che mi è appena sfuggita dal portafoglio. La mia mente crea storie d’amore da quel primo incontro all’accompagnare i nipotini a scuola molto più velocemente di quanto sia in grado di snocciolare la tabellina del sei, e pure con una serie disarmante di dettagli. Insomma, quel pericoloso gioco del “come sarebbe se” di cui riconosco amaramente d’essere campionessa mondiale. Poi però tutto si sgonfia, perché (per fortuna, si capisce) la gentilezza a volte viene davvero in modo disinteressato.

Ebbene sì, sono una smaniosa d’affetto da manuale, perennemente terrorizzata dalla possibilità di non essere amata da chi amo e scioccamente convinta che l’amore si possa trovare in ogni premura e gentilezza; il fatto che io sappia di tenere le mani sul rubinetto lo dimostra: la mia testa cerca di arginare la follia romantica che mi spremo dentro. So anche di essere in buona compagnia, perché ho sentito confessioni sul tema proferite da labbra di donne del presente, e tempo fa mi sono pure imbattuta nella testimonianza d’inchiostro di uno dei più grandi cervelli femminili del passato, che scriveva così: L’immaginazione di una donna è molto veloce: salta dall’ammirazione all’amore e dall’amore al matrimonio². È quasi come se fosse uscito da un libro fresco di stampa, perché molte donne sono così.  Siamo così (e beate le eccezioni).

Metto le mani sul rubinetto e penso: “Sbagliamo, ed è ora di smetterla”.

Poi però è successa una cosa. Come in tutte le storie che si leggono sfogliando un libro di favole, comincia con una sera non troppo diversa dalle altre: un locale, alcuni amici, qualcosa di buono da bere. Poco dopo essere arrivati ecco che lui si aggiunge al nostro tavolo, amico di amici che fatalità si trovava proprio in quello stesso posto a trascorrere la serata. Due chiacchiere generali tutti insieme e la me stessa interiore (quella che fa tutte le facce che la mia me stessa esteriore non vuole o non può permettersi di mostrare alla gente) ha già strabuzzato gli occhi e spalancato la bocca. Dopo mille indugi ho deciso che la mia me stessa incatenata poteva uscire a respirare un po’ d’aria fresca e così anche lui ha scoperto che in effetti avevamo mille cose in comune ed un mondo di desideri che sapevamo capire; tante parole andavano a segno, parecchi pezzi del puzzle andavano al loro posto, con naturalezza, altri invece finivano inaspettatamente da un’altra parte: solo che non rendevano l’aspetto del quadro stridente o sbagliato, era semplicemente più interessante. Avrei potuto ascoltarlo per ore e avrei potuto parlargli quasi altrettanto, avrei voluto scoprire quanti pezzi andavano nel posto che speravo e quali altri invece mi avrebbero sorpresa. Invece nemmeno due ore dopo abbiamo lasciato tutti il locale e ci siamo divisi: tutti in generale, io e lui in particolare. Bacio di qua, bacio di là, come vuole il moderno bon ton, e lui se n’è andato, io me ne sono andata.

Però ho continuato a pensarci per mesi. Mesi. Se non fosse successo a me, non ci avrei mai creduto.

Nel frattempo però tutto questo ha cominciato a scivolarmi via dalle dita: la sua immagine ora è una sagoma, l’intera conversazione solo frammenti di frasi, sprazzi di risate. Non so se fosse stato amore –un amore del tutto particolare come quello a prima vista, poi! Un amore che non è come quello consolidato, è fatto di continua sorpresa, improvviso piacere, inestinguibile simpatia (nel senso etimologico della parola), solo un travolgente ed inspiegabile istinto che non sta lì a chiedersi i per come e i per cosa; e poi anche desiderio, speranza. Ma appunto non lo posso sapere con sicurezza, e l’unica cosa che so per certa è che quella era stata una occasione: io avevo semplicemente deciso di perderla. Perché sono pigra, perché sono una sabotatrice di me stessa, perché ho avuto paura di avere quella risposta che cercavo? Tutte quelle domande con cui mi sono torturata per mesi non avevano nemmeno senso di essere e ancora meno ce l’hanno tuttora, anche se continuo a pormele. Per esempio, la peggiore di tutte: è andata davvero così? So che quella è stata la mia percezione della realtà –anzi, è il mio ricordo di quella percezione della realtà. Ma tutto sommato non si può neanche dire che sia falsa: siccome la realtà non ha una sola faccia, la mia percezione di essa non è affatto meno vera della realtà stessa. E quindi mi chiedo anche: qual è stata invece la sua percezione? Era così diversa dalla mia? Ma poi, quella mia percezione la posso davvero chiamare amore? Che cos’è quello che gli uomini chiamano “amore”?

Ecco appunto, tutte domande che ormai sono inutili. Odio non sapere le cose e odio dovermene fare una ragione. Soprattutto se mi rendo così chiaramente conto che quella da incolpare sono proprio io.

Giorgia Favero

[Immagine tratta da Google]

 

Note:

  1. Euripide, Ippolito, v. 347
  2. Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, 1813
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