23 luglio 2015 Sara Caon

La noia è come un ragno silenzioso

Luglio, un caldo atroce. Seduta per terra in mezzo agli alberi di susine dell’orto di mio papà ieri stavo pensando alle “soluzioni a buon mercato” con cui vi ho lasciato, gentili lettori, nell’ultima puntata di questa rubrica.

Conversazioni piatte come marciapiedi di strada, pensieri errabondi e nessuna voglia di approfondirli. Cercare di spiegare a se stessi cosa s’intende nella vita con la parola “felicità”, che sembra tanto bella nei libri, ma senza farsi troppo male. Prolungare le illusioni e rassegnarsi ad esse.

Credo che tutte queste siano soluzioni a buon mercato e in ognuna di esse io m’imbatto senza colpo ferire.  Nel frattempo, però, consapevoli che siamo o meno, «la noia, come un ragno silenzioso, fila la sua tela nell’ombra.»[1]

D’estate, chissà perché, la noia mi cattura. Succede anche a voi? Per tutto l’anno questo ragno silenzioso e pesante ha tessuto la sua tela ma io me ne accorgo solo quando l’afa non mi permette più di respirare, quando ovunque girando con lo sguardo il respiro non mi si calma, e sono costretta a chiudere gli occhi, a farmi violenza nel tentativo di refrigerare lo spirito.

Se però rimaniamo impigliati nella tela, e lasciamo che la noia vinca su di noi, l’avvenire diventa come un corridoio tutto nero, e in fondo una porta serrata. Che fare?

Imparare a nuotare nel mare della vita è fare piccoli passi, volta per volta. Prima si prende confidenza con l’acqua, la sentiamo scorrere su di noi placida e tumultuosa assieme, ci accarezza e ci rinfresca. Poi, iniziamo a muovere i piedi per stare a galla e proviamo a spaziare con lo sguardo. Tanti nuotano accanto a noi, e bene, dunque possiamo stare tranquilli. Infine, muoviamo le braccia a ritmo del nostro respiro. I ragni della noia si allontanano da noi nel momento in cui ci ascoltiamo respirare, affondiamo nella ritmicità del soffio vitale, ci innamoriamo di noi stessi mentre respiriamo.

Talvolta è la nostra immaginazione che ci rovina: ci immaginiamo vite degne di re, crediamo di non poter essere felici se non arriviamo per forza dove la nostra fantasia ci vorrebbe portare, crediamo, come Emma di Madame Bovary, che l’amore debba essere un colpo di fulmine, tra grandi tuoni e lampi, un uragano del cielo che piomba sulla vita, la sconvolge, strappa la volontà come una foglia e trascina il cuore nell’abisso. Non sappiamo invece che sulle terrazze delle case la pioggia forma dei laghetti quando le grondaie sono intasate e, aprendo delle fessure, è lì che permette all’amore di  infilarsi.

Ciò che è grande, bellissimo, meraviglioso si manifesta nei dettagli più minuscoli.

Parole grandissime, esagerate ed imbellettate all’inverosimile nascondono invece effetti mediocri.

I ragni portano fortuna, dicono. Altroché: silenziosamente, infatti, ci parlano di noi.

Ci dicono che la pienezza della vita non trabocca dalle metafore vuote.

Sara Caon

[1] Flaubert, Madame Bovary.

[ immagine tratta da phio, Creative Commons License.]

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