22 gennaio 2016 lachiavedisophia

La metafora è una cosa seria

Il linguaggio, sia esso verbale o non verbale, è una delle dimensioni della nostra esistenza in cui, volenti o no, costruiamo la nostra identità. Il linguaggio è qualcosa di potente, espressivo, enigmatico e non si può nemmeno ridurre a sola struttura, infatti:

L’uso della lingua non è per nulla l’uso di uno strumento. Viviamo nella lingua come in un elemento, così come i pesci vivono nell’acqua (Gadamer 1990, 89).

Se il linguaggio sta all’uomo come l’acqua sta ai pesci, le difficoltà nascono quando tentiamo di afferrarlo volendo disambiguare qualcosa che per natura è complesso e vago. Se le singole parole sono gli ingredienti per formare frasi e descrivere concetti, accade spesso che non tutte le parole rimandino a un’entità corrispondente; vi è spesso distinzione fra ciò che diciamo e ciò che intendiamo.

eeeUno degli esempi più emblematici, ma allo stesso tempo attraente di tale slittamento semantico, è l’utilizzo della metafora che costantemente intesse il nostro linguaggio. Le persone sono in grado di distinguere una frase spoglia da figure retoriche da un enunciato che invece ne è pieno, tuttavia, non c’è mai un rigido spartiacque che definisca ciò che è metaforico, letterale o convenzionale. Questo accade perché le metafore sono spesso inconsapevoli; le utilizziamo senza rendercene conto e data la frequenza d’uso altissima finiscono per saturarsi nel linguaggio stesso, proponendosi come delle normali accezioni. Eppure, in ambito neuro scientifico, non c’è nulla di più interessante di esse; analizzarle aiuta a comprendere come costruiamo le nostre mappe concettuali (embodied cognition), com’è strutturato il nostro pensiero (frame, image-schema, categorie, prototipi) e come categorizziamo la realtà.

Cosa dire delle metafore utilizzate dai bambini? In che modo le comprendono? Come le producono?

Dove e Quando le usano?

I bambini vengono considerati dei metaforizzatori competenti, ma è solo a partire dalla pubertà che essi iniziano con disinvoltura a utilizzare un complesso linguaggio metaforico (Gopnik). Tuttavia, è ovvio che il terreno viene preparato già tempo prima e durante la fase di acquisizione del linguaggio vengono gettati i primi semi delle connessioni metaforiche.

I disegni dei bambini sono i primi ad abbondare di metafore non-linguistiche; basti pensare a come costantemente personificano gli oggetti materiali utilizzando colori e immagini.

Le metafore linguistiche hanno invece a che fare con l’elaborazione da parte del pensiero e la conseguente risposta verbale. Durante un allenamento linguistico di filosofiacoibambini, giocando con le singole parole, ad un certo punto ascolto una bambina dire: «cose che si rompono, cose che si rompono… Eh, le cose si rompono quando litigano!». Aveva 4 anni e mezzo. “Le cose si rompono quando litigano” è un chiaro esempio di come, in lei, si sia accesa una proporzione semantica. Il litigio, il litigare (con un possibile risultato di rottura del legame sentimentale) – tipico degli esseri umani – viene agganciato “alle cose” concrete e inanimate, come tavoli, sedie, armadi…fcb

La scuola è senza dubbio interessata alla metafora, ma come al solito lo è solo dal punto di vista nozionistico; inseriti in una frase o in un testo i bambini devono comprendere il significato di alcuni enunciati metaforici. Se un bambino riconosce che l’espressione “mi esce il fumo dalle orecchie” va utilizzato in contesti di ira, rabbia o collera allora ha risposto correttamente, altrimenti no. Ma questo, alla lunga, diviene un problema! Si finisce sempre per dare troppa importanza alle metafore convenzionali (quelle che già esistono), tralasciando l’immensa portata di quelle non-convenzionali e creative.

Le metafore creative sono le più genuine, espressione di plasticità mentale, velocità di pensiero e continua connessione tra ciò che è formato e ciò che ancora non lo è. Numerose ricerche dimostrano che la capacità di produrre metafore creative è maggiore nel periodo prescolare e cala drasticamente nel periodo scolastico, quando, imparando le regole grammaticali i bambini cessano di usare metafore creative poiché considerate lessicalmente scorrette. D’altronde, espressioni come “volo a casa e torno a casa subito” o “Pietro è una roccia”, se prese alla lettera, sono logicamente false o come scrive Umberto Eco (1984) “chi fa metafore, letteralmente parlando mente- e tutti lo sanno”.

Ma da parola nasce parola ed è indispensabile incoraggiare i bambini a un vero e proprio viaggio delle parole; quest’ultimo li aiuterà a prendere coscienza di ciò che accade fuori e dentro di loro, mischiando immagini mentali, simboli, ricordi, situazioni esperienziali ed emozioni provate. Non c’è nulla di meglio nello stimolarli a creare connessioni personali e soggettive, nel produrre associazioni scovando il simile nel dissimile, il noto nell’ignoto, l’astratto nel concreto… Il tutto nella maniera più personale e intuitiva possibile. D’altronde, come già ci ricordava Aristotele nella Poetica:

(…) la cosa più importante di tutte è di riuscire nelle metafore. Soltanto questo infatti non è possibile desumere da altri ed è segno di dote congenita, perché saper comporre metafore vuol dire saper scorgere il simile.

Giorgia Aldrighetti (filosofiacoibambini)

[immagine 1 e 3 di proprietà di Filosofiacoibambini, immagine 2 di Katalin Jobbàgy, Three Levels of Metaphor, 2000]

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