9 agosto 2015 Alessandro Basso

ITALIA; 69-80

I numeri 69-80 indicano capitolo e versetto di una parabola contenuta in quel vangelo di piombo custodito nei turbolenti anfratti della nostra italianità.

E’ un vangelo laico scritto da mani profane, racconta di persone mute con occhi che hanno visto troppo, orecchie che hanno udito troppo poco… e la parabola racconta di un treno che giunge nei posti più impensabili: parte da Piazza Fontana a Milano e arriva puntuale a Bologna.

Non ha capolinea, non torna mai indietro.
Attraversa la Storia in date precise e cadenzate.

Nel nostro Paese i treni hanno un nome, il treno di questa parabola si chiama Italicus e ferma a Brescia, ferma a Gioia Tauro, alla Questura di Milano, il campo base è a San Benedetto Val di Sambro.

Ai lati della strada ferrata vi sono eversioni armate, rosse e nere, c’è lo stragismo, si sussurrano complotti segreti e deviati, compaiono eminenze grigie negli affari di Stato.

Poi c’è la massa, c’è sempre la massa nelle parabole e questa è nazional-popolare, con le sue tensioni sociali e intestine che gridano frantumando il silenzio sovrano.

Gridano di dolore a Piazza della Loggia così come a Bologna, gridano di rabbia contro la polizia, contro i tanti Luigi Calabresi nei processi irregolari presieduti da giudici senza toga.

Vi sono anche grida di protesta contro l’ingombrante Vietnam e il fresco ricordo di una Primavera a Praga.

La massa si spacca quasi a metà, si alzano barricate, si occupano atenei.
Strade come trincee e tanti manganelli.

In trentacinque anni sono sicuramente cambiate molte cose, ma mi domando quale insegnamento abbia portato quella violenza che muoveva i fili di ideologie ponderatamente spicce ritagliate in slogan, in P38, vestite di eskimo o in giacche di pelle nera.

Occhiali scuri, visi sempre più pallidi e concentrati attorno alla Renault 4 rossa di via Caetani.

C’è Giuseppe Memeo con il suo passamontagna, chino e con le braccia protese in avanti e prende la mira, è la foto che racchiude dieci anni d’Italia.

Sono gli anni delle bombe figlie di guerre mai dichiarate.

E si combatteva anche con i libri, con i fantasmi del passato, si giocava con la strategia della tensione, un risiko dal sapore fin troppo reale dei due blocchi mondiali.

La nostra generazione vive diversamente, imbottigliata nei social network; per gridare dimentica il “caps lock” inserito, e come ideologia non porta nulla di concreto se non ripetizioni di concetti triti e ritriti minacciando tritolo oppure atti di eroismo degne delle migliori chiacchierate da bar.

Fortunatamente non affiorano più, nelle strade, nelle piazze e negli incubi, gli ordigni creati dall’occhialuto uomo sveviano, ma sono spariti i libri, le riunioni, i confronti, è sparito il sale dell’educazione.

Sparisce quella briciola di buono che la parabola ha insegnato a chi è stato capace di coglierla.
Pace ai morti, pietà per i vivi.

Cadono le ideologie della nostra società e ci si arrocca nell’immobilismo cocciuto che non vuol sentir ragione perché ne vuole avere troppa.

Si professa l’anticambiamento, si teme di un domani anche troppo tumultuoso.

Ci si lega sempre più al singolo uomo, al leader di turno, paralizzando quel pensiero che dovrebbe camminare sulle gambe di altri uomini.
Si raccolgono le misere disinformazioni e ci si lascia cullare dalla più completa ignoranza ingiustificabile del XXI secolo.

Tanti pulpiti e tanti profeti di un pubblico annoiato che si guarda allo specchio.

Fanno le prove misurando i decibel di voce.

Vincerà chi spara più in alto il proprio balenante turpiloquio, meglio se dietro lo schermo o dietro alla tastiera.

Vige la regola del sentito dire, e i pochi pensieri indipendenti se ne vanno errando lungo lo Stivale domandandosi se l’errore è stato dare ascolto al piombo, oppure al nulla degli odierni.

L’eterno dilemma dell’unità di misura basata sul meno peggio.

Il 2 Agosto scorso era il giorno dei ricordi.

Era l’anniversario di troppe cose lasciate senza un nome.

Ore 10 e 25.

Nel mare di persone rimane solo un silenzio in cui non grida più nessuno.

Alessandro Basso

[Immagine tratta da “Linkiesta.it”]

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