20 marzo 2016 Giorgia Favero

Io e ancora io

Qualche anno fa ho letto un romanzo di Pirandello e in cambio quello mi ha lasciato dentro un’ossessione. Sapete come fa Pirandello, no? Ti strappa la terra da sotto i piedi come fa un mago con la tovaglia e ti lascia precipitare… no, non nel vuoto, piuttosto in un magma denso di domande e di dubbi. Da un lato questo mi piace: sfidare ciò che noi diamo ogni giorno per scontato e cercare piuttosto un’altra soluzione, un’altra angolazione delle cose, è decisamente un buon allenamento per tenersi fuori dalla banalità, da una sciocca perché tracotante certezza di conoscenza. Già, perché non è che ci devi impazzire: devi solo tenere la mente allenata al cambiamento, alle possibilità. Per quanto riguarda me, il vero grattacapo, il vero sassolino nella scarpa, è il fatto che non mi sono mai vista vivere. Vitangelo Moscarda detto Gengè ha instillato in me l’idea e questa non se ne va più via: non riesco a vedermi vivere.

Pensateci. Ogni volta che incrociate il vostro sguardo o la vostra immagine su di una superficie riflettente non potete far altro che recitare: vi siete visti, e ciò che fate lo fate proprio perché vi siete visti. Magari non ve ne accorgete, però è così. Come la mia amica quando siamo salite insieme in ascensore, proprio l’altro giorno: si è vista e la mano è volata ai capelli, repentina come lo scatto d’un serpente, s’è aggiustata quella ciocca che di sua iniziativa s’era messa da un’altra parte; in questo modo è rientrata in quella che per lei doveva essere la sua parte, la sua versione di sé: ordinata. Io naturalmente faccio lo stesso e in particolare, se sto parlando con qualcuno o sto facendo qualcosa ma nel frattempo continuo a guardarmi, c’è una parte del mio cervello che s’interroga su quello che sta guardando, e ciò che anche gli altri stanno guardando.

Come quando quell’altra mia amica, mentre riguardavamo le foto di un viaggio fatto insieme, indicando un particolare scatto ha chiesto “Ma chi è quella botola” – realizzando un attimo dopo che era proprio lei; la cosa si è risolta a grasse risate, però lei non si è riconosciuta in una foto a tradimento. Similmente altre ragazze si guardano allo specchio e sostengono di vedere delle “botole” quando gli altri invece vedono qualcosa di ben diverso. Le immagini ci appaiono sempre distorte dal nostro cervello, dai nostri desideri, aspettative e cultura. Qualsiasi immagine, certo (L’uomo è misura di tutte le cose, diceva qualcuno), ma il fatto che anche l’idea di noi stessi sia così facilmente deformata crea quello che secondo me è un grave disagio per la nostra mente. O almeno per la mia. E quindi grazie, Gengè Moscarda.

Sicuramente quando ce ne andiamo in giro e facciamo cose ci pensiamo molto meno: siamo un’entità che attraverso due fori guarda al di fuori di noi stessi e diversamente dagli altri non possiamo vederci al naturale –cioè possiamo ascoltarci annusarci e toccarci ma non vederci. Certo, nemmeno gli altri possono, non veramente, proprio perché ognuno di loro ci filtra attraverso la sua anima, cultura, personalità, e allora siamo diversi ancora. L’altro giorno sono andata ad una piccola ma interessante conferenza a Conegliano ed una delle relatrici, una donna sui trentacinque e molto sottile, con un naso fino e dritto, i capelli ordinati e la camicetta di seta a stampe molto carina, a quanto pare per tutto il tempo in cui ha parlato, aldilà di quel lungo tavolo al quale era seduta anche la mia amica, s’era tolta le scarpe col tacco e si stava massaggiando i piedi, il tutto durante il suo intervento. Come a dire: una metà composta, distinta ed ordinata, mentre l’altra nascosta del tutto imprevedibilmente in una posa scomposta a grattarsi i piedi; mezza falsa, mezza reale, oppure entrambe reali o entrambe false.

Apparenza e realtà, io e qualcun altro. Forse, se mi vedessi vivere, proprio io da fuori, capirei come sono realmente. Per esempio: io mi definisco, e senza il minimo dubbio, una persona timida, soprattutto nel relazionarmi con qualcuno che non conosco; un’amica di vecchia data invece è riuscita a dirmi che appaio altezzosa e distaccata nei confronti delle altre persone. Come può il contenuto del mio corpo esprimere apertamente un sentimento così diverso? E poi ancora: con tutto il tempo che passo allo specchio, banalmente a truccarmi, asciugarmi i capelli, riordinare le sopracciglia, neppure io quando mi vedo fotografata a tradimento riesco a riconoscermi. Voglio dire, a guardar bene lo so che sono io, ma in qualche modo non sono io.

Che poi, si può davvero dire che il modo in cui mi vede ciascuna delle persone che m’incontra sia solo un’apparenza? Non è forse un altro lato ancora del mio essere, pur con tutti gli inevitabili filtri del singolo individuo che mi osserva? Banalmente, mia mamma mi vede sempre bella (ovvio, è la mia mamma), un’altra ragazza mi definisce “troppo simpatica”, quella mia amica mi crede altezzosa: perché dovrebbero essere proiezioni false? Può essere che io a volte possa sembrare più carina di quello che sono (diciamocelo, a volte capita), o più simpatica, e anche altezzosa. Siccome l’essere umano è mutevole e multiforme, possono essere tutte verità che le altre persone colgono in modo diverso e in momenti diversi.

Ci sono insomma millemila versioni di me: quelle di tutte le persone che mi guardano, quella che io mi vedo a tradimento, quella che io mi vedo quando so di vedermi, quella che io mi sento di essere, e poi ce n’è un’altra ancora, una infame, una proprio difficile con cui convivere: quella che vorrei essere quando gli altri mi guardano e soprattutto quando io mi guardo. Sostanzialmente è diversa in molti aspetti da quella che credo di essere, cioè lei è più tenace e sicura di sé, probabilmente meno banale e certamente meno pigra, all’occorrenza è menefreghista e sa anche suonare il pianoforte! A volte coincide con quello che alcune persone pensano che io sia, ma la cosa mi fa ridere perché per me è irraggiungibile, ma se non altro conoscerla ed inseguirla dovrebbe aiutarmi a migliorare me stessa.

Comunque, in Pirandello tutto ciò finisce male: il protagonista decide che siccome la sua personalità (il suo uno) è frammentata in almeno centomila altre, in realtà lui non è nessuno. E si chiude in un manicomio. Io invece preferisco sprofondare solo di tanto in questa mia pazzia, ma il resto del tempo mi godo il quotidiano confronto con le personalità multiple che ritrovo nello specchio e scopro negli occhi degli altri, perché forse (e dico forse) è comunque un buon modo per conoscere se stessi.

Giorgia Favero

[Immagine tratta da Google Immagini]

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