17 agosto 2014 lachiavedisophia

Intervista a Maurizio Pallante – Movimento per la Decrescita Felice – II Parte

II parte dell’intervista

Maurizio Pallante, laureato in lettere, principalmente attivo come saggista ed esperto di risparmio energetico, è presidente e fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, un’Associazione nata sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso.

È stato tra i fondatori, con Mario Palazzetti e Tullio Regge del Comitato per l’uso razionale dell’energia (CURE) nel 1988, ha svolto l’attività di assessore all’Ecologia e all’Energia del comune di Rivoli. Dal 1988 svolge attività di ricerca e divulgazione scientifica sui rapporti tra ecologia, tecnologia ed economia, con particolare riferimento alle tecnologie ambientali.

È autore di molti saggi pubblicati da Bollati Boringhieri, manifesto libri, Editori Riuniti. Scrive anche per diverse testate, tra cui Carta, il supplemento settimanale della Stampa, Tuttoscienze, Il manifesto, Il Ponte, Rinascita.
Collabora con Caterpillar per la festa della Decrescita felice, di cui è il principale ispiratore. È membro del comitato scientifico della campagna sul risparmio energetico “M’illumino di meno” e della testata online di informazione ecologica “Terranauta“.

Andiamo un po’ sul concreto: un esempio di come il pensiero della decrescita potrebbe realizzarsi nelle politiche dei paesi?

Eccovi un esempio concreto molto semplice, al posto di parlare di sciocchezze, poniamo che venga posta al centro della politica economica industriale la riduzione degli sprechi nelle energie nelle case, si creerebbe un sacco di lavoro. Un lavoro di qualità e utile perché diminuirebbero gli sprechi di energia e le emissioni nocive di anidride carbonica, ma se una casa diminuisce i consumi diminuisce anche i suoi costi di gestione –qui viene il bello- perché un conto è se devo usare 20 metri cubi di combustibile al metro quadro per riscaldamento, un conto è se ne uso 5. In un certo numero di anni i risparmi sulla gestione ammortizzano il costo di investimento. Ricapitoliamo: 1. Abbiamo creato lavoro di qualità 2. Abbiamo ridotto l’impatto ambientale 3. Abbiamo creato a medio-lungo termine un vantaggio competitivo per il proprietario dell’abitazione.

Noi oggi spendiamo dei soldi per comprare delle fonti fossili non rinnovabili dall’estero che sprechiamo al 70%, una parte di quei soldi li possiamo spendere invece per pagare i salari alle persone che lavorano perché non si sprechino queste energie. Ottimizziamo un bene, anzi ottimizziamo tutti i beni di cui disponiamo: l’energia, la forza lavoro e il nostro capitale di investimento che ci frutterà a lungo termine.

Se dovessi fare un esempio più astratto invece direi che tra la recessione in cui versiamo ora e la decrescita c’è lo stesso divario che intercorre tra una persona che non mangia perché non ha da mangiare e una persona che non mangia perché ha deciso di fare una dieta di cui godrà i benefici in termini di benessere fisico. Sembrano concetti astratti, ma vi ho appena mostrato come si possano tradurre in buone pratiche, infatti entrambe le persone non mangiano, ma uno non fa una scelta e a lungo termine starà peggio, l’altro fa una scelta selettiva e progettuale e in conseguenza della sua scelta starà meglio.

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Quindi la decrescita felice può essere una via d’uscita dalla crisi attuale?

E’ l’unica vera alternativa alla crisi attuale. Noi diciamo che la crisi attuale è causata dalla crescita, se fosse vero quello che diciamo non può essere la crescita la soluzione della crisi. Nessun problema si risolve rafforzando le cause.

Mi spiego meglio, in una economia finalizzata alla crescita tutte le aziende devono farsi la concorrenza investendo in tecnologie sempre più perfezionate che aumentano la produttività. Si punta a macchinari sempre più perfezionati che nell’unità di tempo (minuti, ore, giorni) consentono di produrre di più con meno persone, ma se consentono di produrre di più con meno persone vuol dire che aumentano l’offerta di merci, ma nel contempo diminuiscono la domanda di merci perché creando maggior disoccupazione riducono anche il reddito spendibile in quelle stesse merci. Avete presente un cane che si morde la coda? E’ un circolo vizioso.

Per superare il divario tra l’incremento dell’offerta e la diminuzione della domanda che è insito nel meccanismo della crescita si è fatto ricorso ai debiti per tenere alta la domanda, quindi debiti per compensare il deficit della domanda, e qui abbiamo il secondo step di questo circolo vizioso. I debiti sono l’altra faccia del meccanismo della crescita, senza debiti non ci sarebbe crescita. L’indebitamento che noi oggi abbiamo in Italia e nei paesi industriali nasce da questa contraddizione: immaginare una crescita all’infinito che non si sostiene economicamente senza ricorrere all’indebitamento.

L’indebitamento comincia nel 1961 con il boom economico quando le industrie sfornavano sul mercato quantità sempre maggiori di prodotti tecnologicamente allora avanzati e inducevano le persone a comprare questi prodotti firmando delle cambiali, dei debiti.

Nella provincia in cui abito la Cassa di Risparmio faceva la sua pubblicità al credito al consumo alle famiglie dicendo “l’erba voglio”, mia madre mi insegnava però che questa non cresce nemmeno nel giardino del re.

Quale è il messaggio? Non hai soldi? Non importa te li diamo noi basta che compri!

Andando avanti con questo processo siamo giunti al punto che anche i debiti pubblici oltre a quelli privati ci portano a indebitarci per pagare i debiti che abbiamo già contratto in passato, ma se si entra in questa spirale diventa difficile uscire. La politica economica tradizionale non è in grado di farci uscire da questo circolo vizioso perché in fase di recessione, in fase di crisi, le ricette economiche sono quelle di rilanciare la domanda per far ripartire i consumi, ma visto che la domanda è in gran parte costituita da debito per rilanciare la domanda si devono rilanciare i debiti. Se invece si fanno delle politiche per ridurre i debiti, le politiche di austerità, riducendo i debiti si riduce la domanda e quindi si aggrava la crisi.

Oggi le politiche economiche e industriali non ci fanno uscire dalla crisi, non sono in grado di salvarci.

Sul Fatto Quotidiano il responsabile dell’ambito economico del giornale, estremamente avverso alle prospettive della decrescita, un laureato alla Bocconi, dopo averci criticato e attaccato aspramente ha fatto una intervista ad un economista inglese Stephen King, omonimo del famoso romanziere, il quale ha detto “Non illudetevi la crescita non ci sarà più”.

Ho comprato il libro in cui King sostiene questa prospettiva ed è un economista che solitamente ripete tutti i luoghi comuni più scontati delle politiche della crescita, non è un economista illuminato o un visionario, ma solitamente un ortodosso dell’Economia della crescita. E’ un economista perfettamente inquadrato nella logica della crescita il quale ha detto chiaro e tondo che la crescita non ci sarà più!

La situazione ha assunto una portata difficile da risolvere e non a caso dal 2007-2008 l’Occidente e gli economisti stanno provando a risolvere la situazione senza alcun risultato.

Noi una soluzione l’abbiamo: l’unica maniera per uscire dalla crisi è la decrescita.

Perché? Se al centro della politica economica-industriale venisse posto il discorso della riduzione degli sprechi si libererebbero delle risorse, dei soldi e con essi si potrebbero fare degli investimenti. I soldi che si liberano per fare investimenti e rilanciare l’economia non sono debiti! Sono riduzione delle spese per l’acquisto di materie prime perché in fondo il debito che noi abbiamo è un debito nei confronti della natura. Abbiamo fatto dei debiti per tenere alta la domanda e i consumi, vuol dire che abbiamo spinto i consumi oltre il limite della natura. Quindi noi diciamo che dobbiamo ridurre il debito nei confronti della natura.

Se si riduce il debito nei confronti della natura si liberano dei soldi con i quali possiamo rilanciare l’economia uscendo dal circolo vizioso dell’indebitamento.

Se le nostre case consumano di meno, ci sono meno rifiuti non riciclabili o recuperabili e quanto altro noi stiamo facendo, una decrescita selettiva del Prodotto Interno Lordo e stiamo creando una occupazione utile nelle attività che ci consentono di ridurre il debito nei confronti della natura. Sostituiamo un circolo vizioso con un circolo virtuoso.

Il discorso teorico fila, ma in concreto cosa si propone di realizzare la decrescita felice? Con che procedimenti e meccanismi si declina fattivamente?

Noi lavoriamo in 3 direzioni, le paragoniamo alle tre zampe di uno sgabello, se ne manca una il nostro sgabello non sta in piedi. Hanno tutte e tre la stessa importanza.

LA PRIMA GAMBA DELLO SGABELLO: lo sviluppo di tecnologie più avanzate di quelle in corso che non sono più finalizzate all’aumento della produttività, ma sono finalizzate alla riduzione degli sprechi. Passiamo dalla tecnologia finalizzata alla crescita alla tecnologia finalizzata all’efficienza e all’efficacia.

Fa sorridere quando veniamo tacciati di voler tornare all’età della pietra perché per migliorare l’efficienza delle nostre attività antropiche è evidente che occorreranno tecnologie più evolute, cambia solo il fine dell’acquisizione di nuova tecnologia e dell’innovazione.

Nuove tecnologie non finalizzate all’aumento della produttività e quindi alla riduzione del lavoro umano con conseguente aumento dell’offerta e di diminuzione della domanda, ma alla riduzione dello spreco di risorse, cioè l’aumento dell’efficienza con cui si utilizzano le risorse.

Lavoriamo con industriali a cui spieghiamo che oggi se vogliono rilanciare la loro produttività devono mettersi nell’ottica di ridurre gli sprechi. All’azienda immobiliare diciamo “Pensi davvero di poter ancora andare avanti costruendo case che non compra più nessuno? Tu potrai guadagnare soltanto ristrutturando al meglio le case esistenti facendo in modo che consumino di meno così da creare un vantaggio concreto e tangibile nel medio-lungo periodo anche per il cliente, che potrà essere o meno sensibile alle tematiche ambientali, ma in questo caso verrà colpito da un argomento oggettivo.”

Il 16 giugno faremo alla Camera dei Deputati un convegno in cui spiegheremo agli industriali queste prospettive per aumentare la loro competitività, ai sindacalisti e ai politici. Porteremo l’esempio concreto di diversi industriali che stanno lavorando in questa direzione superando la crisi e che riescono a lavorare perché recuperano il denaro per gli investimenti dai risparmi che ottengono.

Noi non siamo favorevoli a priori alla creazione di nuova energia rinnovabile se questa serve a sostenere altra crescita perché prima bisogna rendere efficiente il sistema esistente riducendo gli sprechi. Le fonti rinnovabili al posto delle fonti fossili sono un secondo passaggio. Se si spreca il 70% dell’energia il nostro sistema energetico assomiglia a un secchio bucato che continuo a provare a riempire d’acqua. Se sono intelligente per riempire il secchio non cambio la fonte con cui riempirlo nonostante il buco, ma è tappare la falla, quindi ridurre gli sprechi facendo una decrescita selettiva.

E solo se riduco gli sprechi le fonti rinnovabili riescono a compensare il fabbisogno residuo.

SECONDA GAMBA DELLO SGABELLO: modificare gli stili di vita. Consiste in tre cose:

  1. Riscoprire la virtù della sobrietà: una persona sobria non consuma troppo, fa durare le cose, è una persona che non tiene alta la domanda. Il sistema economico finalizzato alla crescita dovendo sostenere una domanda che crescesse all’infinito ha dovuto far percepire la sobrietà e la morigerazione come qualcosa di negativo favorendo invece un modello consumistico. La sobrietà è stata trasformata abilmente nel vizio della taccagneria dandole una accezione negativa. Le persone devono spendere, devono consumare, devono sostenere il sistema che esige una offerta in continua crescita. Riscoprire il valore della sobrietà significa ridurre il valore del nuovo.
  2. Scoperta dell’autoproduzione, chi autoproduce non deve comprare tutto. Richard Sennet ha scritto molte pubblicazioni, insegna sia negli Stati Uniti che alla London School of Economics, un allievo di Anna Arendt, il quale nel libro “L’uomo artigiano” scrive che la capacità che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è la capacità di fare delle cose con le mani sotto la guida dell’intelligenza progettuale, nessuno degli altri animali fa queste cose. Quando gli uomini e le donne fanno delle cose con le mani si attiva un flusso di informazioni che va dal cervello alle mani: la conoscenza degli strumenti, dei materiali, delle tecniche di fabbricazione. Mentre le mani mandano una serie di informazioni al cervello si realizza quindi un ciclo cognitivo che parte dal cervello alle mani e segue dalle mani al cervello, queste infatti essendo munite di tatto e di apprensione mandano al cervello delle informazioni molto più precise di quelle che vengono inviate dagli occhi. Mettere le persone nelle condizioni di non saper fare niente perché hanno bisogno di comprare tutto significa privarle di una componente fondamentale che secondo noi va invece riscoperta. Il nostro movimento ha l’UNISF, l’Università Del Saper Fare, in cui le persone reimparano a fare tutte quelle cose che erano diffuse nelle nostre case fino a un paio di generazioni fa. La maggior parte delle persone che frequenta l’UNISF è la fascia degli under 30, un dato significativo, noi facciamo cose con le mani dal periodo Neolitico, circa 12000 anni fa, mentre non sanno fare più niente da circa dopo la Seconda Guerra Mondiale, 70 anni fa, 70 anni nei confronti di 12000 sono nulla, i giovani avranno perso le capacità, ma non ne hanno perso la memoria e quindi sentono questa cosa come una privazione delle loro capacità. Le cose fatte con le proprie mani riempiono i giovani di una soddisfazione particolare che altre cose non fanno. Essere parzialmente autonomi dal mercato significa essere più liberi e chi più delle giovani generazioni coltiva questo desiderio? E’ più ricca una persona con tanti soldi e che non sa fare niente, ad esempio una famiglia che si riscalda con il riscaldamento a gas, o una famiglia più povera che però coltiva un pezzo di bosco per alimentare delle stufe? Se domani i Russi o in Libia chiudono i rubinetti del gas chi delle due famiglie è più povero? Quello che ha più soldi, ma non trova sul mercato le merci di cui ha bisogno o chi a prescindere può accedere alle risorse funzionali al proprio sostentamento? Nella cultura e nella saggezza dei popoli mediterranei questa consapevolezza c’è dal tempo del mito di Re Mida, i soldi non si mangiano, i soldi non ci vestono, i soldi non ci riparano dalle intemperie. Con i soldi si possono comprare quelle merci che non si possono autoprodurre, ma la ricchezza non si misura col denaro. Se leggete quello che dice la Banca Mondiale o quello che dicono le associazioni non governative una persona è povera quando ha un reddito giornaliero procapite inferiore a 2 dollari, questa distinzione è abbastanza ingenua, se uno ha due dollari e abita in centro a Treviso senza legami intersoggettivi e necessita di tutti i beni è povero, ma se uno vive in campagna ed è in una rete di solidarietà con le persone non è povero, perché i soldi gli bastano per acquistare quanto gli serve e per procacciarsi quelle poche cose che non si possono scambiare sotto forma di dono, qui il nucleo fondante della seconda gamba: riscoprire le reti sociali e i rapporti fondati sul dono, sulla reciprocità, sulla solidarietà. Ridurre la mercificazione dei rapporti umani.
  3. LA TERZA GAMBA: la politica. Il nostro Movimento ha scritto chiaramente che non sostiene un partito politico e non vuole essere a sua volta un partito fra partiti, però facciamo politica suggerendo delle misure da adottare a livello amministrativo e governativo. Ho citato prima un meeting al quale parteciperemo in cui illustreremo delle politiche industriali a tutti i partiti, cercando di sensibilizzarli. Noi non privilegiamo un rapporto con un partito, siamo aperti a tutti coloro che si interessano concretamente alla realizzazione delle nostre proposte.

Caliamo nel concreto queste tre gambe? Prendiamo il caso della riduzione degli sprechi energetici in ambito domestico.

PRIMA GAMBA: Stili di vita.

Servono delle famiglie sensibili alla necessità di ridurre gli sprechi energetici delle loro abitazioni.

SECONDA GAMBA: Reti sociali.

Le famiglie possono ridurre i loro sprechi se ci sono delle aziende che vendono dei prodotti che permettano loro di ridurre gli sprechi.

TERZA GAMBA: La politica

Serve una amministrazione comunale che nel regolamento edilizio vincola la licenza di abitabilità a immobili che abbiano una certa scala di consumi energetici.

STILI DI VITAàEVOLUZIONE TECNOLOGICA/PRODOTTI AZIENDALIàPOLITICA COERENTE=DECRESCITA

Quindi la vostra azione parte dai nuclei familiari per raggiungere le aziende e infine educare o giocare di sponda sull’azione amministrativa. Per ora come è stata la risposta da parte dei soggetti a cui vi rivolgete?

Assistiamo a cambiamenti molto significativi. Il più lento di tutti è il sistema politico, ma gli industriali sono assolutamente allineati. Un imprenditore agricolo ad esempio vuole realizzare un insediamento umano a impronta ecologica e quindi realizzare case che non consumino energia, in cui le famiglie possano avere l’autoproduzione del cibo e tutta una serie di servizi che vanno nella direzione che vi sto raccontando. L’insediamento sarà previsto per circa 60 famiglie, penso avrà una domanda molto superiore, 200, 400 famiglie! Intendo dire che ci sono molte persone sensibili a questa tematica che non vedrebbero l’ora di cogliere questa opportunità. L’unico problema in questo esempio è la politica che ancora non ha fornito all’imprenditore la licenza di costruire questo insediamento. Le persone e le famiglie, l’impresa e le amministrazioni comunali sono i tre aspetti fondamentali e salvo qualche problema questa tendenza si sta diffondendo in modo crescente, si inizia a capire che soltanto dalla sinergia di tutti e tre questi fattori è possibile ottenere dei risultati. Noi non privilegiamo nessuno dei tre fattori, sono coessenziali nella nostra visione.

La Chiave di Sophia

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