2 agosto 2014 lachiavedisophia

Intervista a Maurizio Pallante – Movimento per la Decrescita Felice – I Parte

I parte dell’intervista

Maurizio Pallante, laureato in lettere, principalmente attivo come saggista ed esperto di risparmio energetico, è presidente e fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, un’Associazione nata sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso.

È stato tra i fondatori, con Mario Palazzetti e Tullio Regge del Comitato per l’uso razionale dell’energia (CURE) nel 1988, ha svolto l’attività di assessore all’Ecologia e all’Energia del comune di Rivoli. Dal 1988 svolge attività di ricerca e divulgazione scientifica sui rapporti tra ecologia, tecnologia ed economia, con particolare riferimento alle tecnologie ambientali.

È autore di molti saggi pubblicati da Bollati Boringhieri, manifesto libri, Editori Riuniti. Scrive anche per diverse testate, tra cui Carta, il supplemento settimanale della Stampa, Tuttoscienze, Il manifesto, Il Ponte, Rinascita.
Collabora con Caterpillar per la festa della Decrescita felice, di cui è il principale ispiratore. È membro del comitato scientifico della campagna sul risparmio energetico “M’illumino di meno” e della testata online di informazione ecologica “Terranauta“.

MaurizioPallante

Secondo Galimberti la tecnica ha messo in crisi la morale kantiana che vede l’uomo come fine e non come mezzo, gli uomini sarebbe invece diventati mezzo, meri intermediari per lo sviluppo della tenica, cosa ne pensa?

Questa formulazione è già rinvenibile in uno dei nostri punti di riferimento: Ivan Illich in “La convivialità”. Condivido completamente questo tipo di analisi, penso che il nostro compito sia quello di riportare la tecnica a essere mezzo e l’uomo a essere fine. Ma è un concetto anche di tipo economico: In una società finalizzata alla produzione di merci l’uomo diventa il mezzo per raggiungere questo fine. Quindi anche i diritti, le tutele vengono subordinate all’esigenza di raggiungere la massimizzazione della crescita e del profitto. La produzione di merci dovrebbe essere un mezzo per realizzarsi più compitamente, mentre noi oggi facciamo il contrario.

Lei dice che la decrescita felice può essere una buona alternativa alla crisi, ma che cosa intendiamo con decrescita felice e quali sono i suoi punti cardine?

La decrescita felice si basa sul ripristinare la distizione tra il concetto di merce e il concetto di bene. La crescita economica non misura l’aumento dei beni che vengono prodotti o dei servizi che vengono forniti perché il parametro della crescita il PIL-Prodotto Interno Lordo è un parametro monetario quindi prende in considerazione soltanto il valore monetario ed economico degli oggetti o dei servizi che vengono scambiati con denaro, cioè che vengono comprati o venduti. E qui arriviamo alla distinzione tra merce e bene:

– Le merci sono oggetti o servizi che si scambiano con denaro

– I beni sono oggetti o servizi che rispondono a un bisogno o soddisfano un  desiderio.

Non tutte le merci sono però beni, né tutti i beni devono necessariamente passare sotto la forma di merci, non tutto quello che si compra risponde a un bisogno o soddisfa un desiderio. Faccio un esempio una merce che non è un bene è l’energia che sprechiamo nelle nostre case, mediamente in Italia si consumano 20 litri di gasolio o 20 metricubi di metano al metro quadrato all’anno, in Germania non danno la licenza di abitabilità nelle case che ne consumano più di 7 e queste sono le peggiori, perché le più virtuose arrivano a consumarne solo 3,5. Le case che ne consumano 20 vuol dire che son così malcostruite che disperdono tantissima energia, quella sarà anche una merce, ma non è un bene in quanto sono uno sforzo completamente sovradimensionato di soddisfare un bisogno. Quelle case disperdono 2/3 del calore che viene immesso, 13 litri su 20 vengono dispersi, 13 metricubi di gasolio su 20. Quello che si spreca è una merce, si compra, si paga, ma non è un bene perché non soddisfa nessun bisogno. Il 2% del PIL è cibo che si butta, se smettessimo di buttare il cibo il PIL diminuirebbe del 2%, ma non avremo nessun problema concreto perché il cibo che si butta è una merce, ma non è un bene.

La decrescita è quindi la riduzione del consumo di merci che non sono beni.

Non è mettere il segno meno davanti al PIL, perché altrimenti l’operazione sarebbe uguale e contraria a quelli che vogliono metterci il segno più, sarebbe la stessa logica. Il nostro fine è l’introduzione di parametri qualitativi nella valutazione dell’attività umana, mentre la crescita misura solo parametri quantitativi.

La descrescita si realizza quindi:

– In prima istanza: iducendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni

– In seconda istanza: visto che esistono dei beni che non sono merci, il nostro secondo obiettivo sarebbe quello di aumentare i beni che non passano attraverso uno scambio mercantile.

Vi sembrano discorsi astratti? In realtà sono molto più quotidiani e concreti. Prendiamo in considerazione il concetto di autoproduzione: la mia famiglia ha da 14 anni un orto dove viene prodotta la frutta e la verdura che mangiamo, questa frutta e verdura sono dei beni perché rispondono ad un nostro bisogno: alimentarci in modo genuino. Però non vengono comprati e venduti, quindi non fanno crescere il PIL, anzi lo fanno diminuire visto che mangiamo quello che autoproduciamo non acquistiamo frutta e verdura da terzi. Inoltre facciamo diminuire la domanda della merce frutta e verdura.

fig2

L’autoproduzione è solo un aspetto, l’altro aspetto dei beni che non passano sotto forma di merci è l’economia del dono. E’ stato studiato, soprattutto da alcuni antropologi francesi che tutti i gruppi umani, in tutte le epoche storiche, si sono scambiati soprattutto il tempo, anche le cose chiaramente, senza il denaro. Lo scambio delle cose lo conosciamo ed è il baratto, ma quello davvero importante è lo scambio del tempo, perché lo scambio del tempo implica la relazione. Implica la reciprocità. Implica una qualche forma di solidarietà. Tutte le volte che ci si scambia il tempo, essendo questa una operazione in forma di dono, non si fa crescere il PIL perché si realizza un servizio o si produce un bene che non viene commercializzato.

Nel giro di due generazioni la società della crescita ha fatto sì che le nuove generazioni non sappiano più fare niente, perché chi sa fare delle cose rischia di non comprare prodotti e chi non deve comprare tutto fa crescere di meno il PIL. Ugualmente i rapporti un tempo basati sulla reciprocità, sul dono, sulla solidarietà sono stati cancellati e sostituiti con quelle stesse mansioni monetizzate, tutti i rapporti sono rapporti mercantili tra le persone, perché le persone che sono immerse in una rete di solidarietà non dovendo comprare tutto non incrementano il PIL.

Un altro concetto importante è che ci sono dei beni che possiamo avere solo sotto forma di merci. Facciamo un esempio: se io ho bisogno di un orologio o di un computer non posso far altro che comprarli. Ci sono dei beni che hanno un livello tecnologico molto elevato, che richiedono capacità professionali molto specializzate che non possono essere ottenuti se non sotto forma di merce. Noi non vogliamo la diminuzione dei beni che possono darsi solo in forma di merce, tuttavia anche in questo settore si può fare della decrescita: se si producono dei beni che durano nel tempo, se si producono dei beni facilmente riparabili, se si producono dei beni che possono esser smontati al termine della loro operatività per tipologie omogenee e questi materiali vengono riutilizzati per fare altri oggetti, allora noi assistiamo a un miglioramento, a una ottimizzazione anche in questo settore. Si può realizzare una decrescita felice anche nel campo dei beni che non possono non essere merci, semplicemente progettandoli e pensandoli in maniera diversa.

Una ulteriore possibilità: sono i beni che non si possono avere sotto forma di merci: i beni relazionali. L’affetto degli altri, la solidarietà, l’amore, la fiducia sono tutti beni che danno un senso alla vita molto maggiore rispetto a tante cose che si comprano e si buttano via, ma non fanno crescere il PIL. Noi pensiamo che sia più importante dedicare del tempo alle relazioni che non tutto il tempo a produrre delle cose. Per cui anche in questo ambito si può fare della decrescita impostando la propria vita su dei valori diversi che danno più importanza alle relazioni umane, alla creatività, alla spiritualità che non al materialismo della produzione di cose.

Questi sono i principi su cui poggia la decrescita felice e per questo la chiamiamo felice, ogni volta che io diminuisco la produzione e il consumo di una merce che non è un bene miglioro la qualità del mondo. Se ho una casa che consuma 20 litri di gasolio al metroquadro o 20 metricubi di metano al metroquadrato all’anno manderà nell’atmosfera una certa quantità di CO2, se la ristrutturo e faccio in modo che consumi 7 litri o 5 litri riduco anche le emissioni di CO2 e quindi riduco l’inquinamento ambientale, riduco l’effetto serra e miglioro la qualità della vita. Stessa cosa per l’orto e l’autoproduzione, i prodotti sono più genuini e quindi aumento la mia qualità della vita anche perché, salvo io non sia masochista, non utilizzo dei veleni per preservare le coltuore, quindi per poco che sia riduco la quantità di veleni che vengono immessi nei terreni agricoli. Miglioro il mondo.

Ci sono persone che in questo momento storico dicono che siamo in una fase di decrescita, perché il PIL diminuisce, e noi autori della decrescita specifichiamo che gli economisti dovrebbero sapere che nei loro libri decrescita non è la definzione adeguata alla fase che stiamo vivendo, ma viene definita recessione.

La differenza tra recessione è decrescita è totale: la recessione è la diminuzione generalizzata e incontrallata della produzione di merci con la conseguenza più grave della disoccupazione, mentre la decrescita è la diminunzione selettiva e guidata delle merci che non sono beni e la conseguenza più importante è la crescita di una occupazione di qualità.

 La Chiave di Sophia

[immagini tratte da Google Immagini]

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