23 agosto 2014 lachiavedisophia

Intervista a Maurizio Pallante – Movimento per la Decrescita Felice – III Parte

III e ultima parte dell’intervista

Maurizio Pallante, laureato in lettere, principalmente attivo come saggista ed esperto di risparmio energetico, è presidente e fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, un’Associazione nata sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso.

È stato tra i fondatori, con Mario Palazzetti e Tullio Regge del Comitato per l’uso razionale dell’energia (CURE) nel 1988, ha svolto l’attività di assessore all’Ecologia e all’Energia del comune di Rivoli. Dal 1988 svolge attività di ricerca e divulgazione scientifica sui rapporti tra ecologia, tecnologia ed economia, con particolare riferimento alle tecnologie ambientali.

È autore di molti saggi pubblicati da Bollati Boringhieri, manifesto libri, Editori Riuniti. Scrive anche per diverse testate, tra cui Carta, il supplemento settimanale della StampaTuttoscienze, Il manifestoIl PonteRinascita.
Collabora con Caterpillar per la festa della Decrescita felice, di cui è il principale ispiratore. È membro del comitato scientifico della campagna sul risparmio energetico “M’illumino di meno” e della testata online di informazione ecologica “Terranauta“.

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Il problema della crisi ambientale fu anticipato da Heidegger nel saggio “Costruire, abitare e pensare”. Per lui la Tecnica è ciò che si impone o che richiede come unico atteggiamento dell’uomo la manipolazione, che culminerebbe nel dominio planetario della Tecnica così considerata dunque nemica dell’uomo. Lei concorda con questa visione?

Non del tutto, in parte sì perché dipende a che fine viene indirizzata la tecnica. Se l’obiettivo della tecnica è quello di incrementare la produttività è vero quello che dice Heidegger e l’incremento del dominio tecnico diventa un elemento di subordinazione degli esseri umani. In questo modo la tecnica si trasforma da mezzo per migliorare la qualità della vita dell’uomo a fine. Però deve essere chiaro che è impossibile pensare una decrescita selettiva del PIL senza una evoluzione tecnologica che va nella direzione della riduzione degli sprechi e dell’aumento dell’efficienza delle organizzazioni umane. Occorre cambiare il rapporto tra gli esseri umani e la tecnica.

Heidegger ha fatto benissimo a mettere in guardia gli uomini dai problemi derivanti dalla tecnica, però non è certo abolendo la tecnica e la tecnologia che si possono ottenere dei risultati per migliorare lo stato delle cose, serve invece che la tecnica torni al servizio degli esseri umani e che essa venga indirizzata al raggiungimento di determinati obiettivi che abbiano per fine non l’aumento della produttività fine a se stesso, ma l’aumento della qualità della vita dell’umanità.

Quindi ritorniamo al concetto della sensibilizzazione delle persone al nuovo paradigma?

Sì. La decrescita è una rivoluzione culturale, un cambiamento di paradigma, un cambiamento di sistema di valori e un cambiamento di interpretazioni della realtà.

Non credo si debba rinunciare alla tecnica per superare i pericoli della tecnica, credo che si debba invece riprendere in mano la tecnica e utilizzarla al meglio per raggiungere determinati obiettivi.

Non deve essere più la tecnica a comandare gli esseri umani, ma devono essere gli umani a guidare lo strumento tecnico, questo concetto è ben spiegato da Ivan Illich nel libro “La Convivialità”, ma che è anche in parte il discorso che fa Heidegger.

Bisogna avere una conoscenza della tecnica, per fare un discorso filosofico sulla tecnica bisogna anche sapere, la vera frontiera è il superamento tra sapere scientifico e sapere umanistico.

Broyard dice che non abbiamo più una esperienza reale, ma abbiamo una esperienza mediata della realtà da parte dei media. Lei concorda con questa affermazione?

Credo che in linea di massima sia vero, ma non è una condanna perché si può avere una conoscenza diretta della realtà nel momento in cui si acquista una autonomia di pensiero che ci consente di non valutare la realtà unicamente attraverso la descrizione e la narrazione che ne fanno i media. Dobbiamo recuperare la conoscenza diretta delle cose e questo passa anche attraverso il superamento della distinzione netta tra sapere scientifico e sapere umanistico.

Quanto dice Broyard è vero all’interno del nostro paradigma culturale, ma se lo cambiassimo sarebbe ancora così? Non è una condanna ineliminabile, siamo noi, come comunità, come collettività a determinare il paradigma dominante che non è dato a priori.

Come le è nata l’idea di aderire al Movimento della Decrescita Felice?

Ho iniziato a occuparmi di tematiche ambientali per un motivo sostanzialmente etico perché vedevo che c’erano delle cose che non andavano bene e che l’idea di progresso portata avanti dalla società Occidentale non era fondata. Vedevo tutti gli aspetti distruttivi della tecnica. Ho quindi scelto di impegnarmi nell’ambito delle questioni ambientali, nel corso della mia esperienza come ambientalista ebbi la fortuna di incontrare la problematica relativa all’uso dell’energia che mi sembrò la più rilevante. Si parlava di effetto serra, piogge acide, buco nell’ozono, erano gli anni ’70, in quegli anni affrontavamo anche una significativa crisi energetica. In quegli anni in molti sostenevano che fosse necessario abbandonare le fonti fossili per abbracciare le fonti rinnovabili come nuova soluzione energetica. Nel corso di quegli anni ebbi modo di incontrare un Ingegnere che al tempo era Direttore Tecnico della FIAT il quale mi spiegò che la soluzione principale non era la sostituzione delle fonti fossili con le fonti rinnovabili, ma la riduzione degli sprechi e l’ottimizzazione della tecnologia già esistente. Ridurre gli sprechi significava però effettuare una riduzione selettiva del Prodotto Interno Lordo, significava attuare una decrescita selettiva del PIL.

Così iniziai a tematizzare la riduzione dell’utilizzo e del consumo di una merce che si paga, ma che non è un bene, elaborando questo concetto mi sono reso conto che l’inquadramento generale del discorso energetico che stavo facendo era in realtà iscritto nell’idea di decrescita selettiva del PIL e di un modello alternativo a quello dominante. La riduzione degli sprechi non riguardava un ambito specifico, ma poteva essere esteso in senso più ampio a un modo globale di fare politica-economica industriale e questo aveva delle ricadute sul piano ambientale e occupazionale.L’inizio quindi della teorizzazione della decrescita parte dal tentativo di risolvere delle problematiche ambientali di carattere energetico che già allora si pone come alternativa perché al posto di auspicare il cambiamento delle fonti energetiche si concentra invece sulla riduzione degli sprechi.

L’Ingegnere che ho menzionato prima mi diceva allora “al posto di sostituire un kilowattora prodotto con fonti fossili con invece fonti rinnovabili è molto meglio ridurre il kilowattora. Molto meglio un kilowattora non consumato di un kilowattora sostituito”. Scrivemmo allora un libro su questa tematica intitolato “L’uso razionale dell’energia. Teoria e pratica del negawattora”. Negawattora come kilowattora negativo, non consumato e quindi risparmiato. Da qui parte il discorso sulla decrescita che ci porta qui oggi a discutere insieme queste tematiche.

Una domanda che facciamo a tutti i nostri ospiti: cosa ne pensa della filosofia oggi?

Direi che è una materia fondamentale perché tutto quello che facciamo ha un senso soltanto se ci poniamo il problema dei grandi perché, le grandi domande. Tutto riguarda la filosofia: gli aspetti che riguardano l’ambito tecnologico sono dei mezzi privi di valore se non sono iscritti in un contesto di senso più ampio, la mancanza di un disegno complessivo porta l’uomo a essere schiavo dei suoi stessi mezzi. Solo riflettendo sulle questioni fondamentali possiamo sperare di creare una società dove gli esseri umani sono il fine e non il mezzo, restituendo loro la dignità. Se io mi limitassi a correggere o a ottimizzare un sistema sbagliato non farei molta strada, quello che va cambiato è il sistema nel suo complesso! Non bisogna ottimizzare un sistema sbagliato, ma portare a un cambiamento complessivo di paradigma.

La differenza sostanziale tra il Movimento della Decrescita Felice e coloro che parlano di Green Economy e Sviluppo sostenibile è che questi pensano che si possa rilanciare il meccanismo della crescita cambiando settore di sviluppo e settori merceologici meno inquinanti dal punto di vista ambientale, noi invece crediamo che se il sistema cresce in continuazione comunque il tentativo di ridurre l’impatto ambientale diventa arduo, una vera e propria fatica di Sisifo, perché riduco qualcosa di un processo che cresce esponenzialmente, è una contraddizione, un paradosso! Mi limito a rallentare un processo incrementale di devastazione ambientale, un po’ come rallentare un treno diretto verso un precipizio! Il treno ci metterà un po’ di più ad arrivare a destinazione, magari qualche anno, ma arriverà pur sempre nel precipizio!

Noi invece dobbiamo cambiare direzione del treno e questo non passa rallentando lo status quo, ma modificando radicalmente il paradigma con cui ci approcciamo alle cose.

La filosofia in questo senso risulta fondamentale perché aiuta a capire la direzione che vogliamo intraprendere, noi infatti non diciamo che la descrescita è l’obiettivo che vogliamo raggiungere, ma è la strada da percorrere. Semplificando la vita sulla Terra esiste perché il Sole invia un flusso energetico che le piante utilizzano per fare la fotosintesi clorofilliana e da essa due sostanze inorganiche, anidride carbonica e vapore acqueo, vengono trasformate in una sostanza organica, uno zucchero, il glucosio, del quale le piante si nutrono, mettendo insieme il glucosio possono sviluppare fibra, la lignina, e tutte le altre forme di vita direttamente o indirettamente trovano il loro nutrimento a partire da questi elementi, gli erbivori in modo diretto e i carnivori indirettamente perché l’esistenza del nutrimento degli erbivori costituisce la condizione di possibilità del loro stesso sostentamento basato sugli erbivori e alla fine del ciclo vi sono gli animali decompositori. C’è un unico processo biochimico che crea energia, crea ordine, tutti gli altri disperdono energia e sono quindi inscrivibili nel fenomeno dell’entropia, disordine, degrado energetico.

Per molto tempo vi è stato un equilibrio, l’energia consumata era pari all’energia prodotta dalla fotosintesi clorofilliana, noi invece oggi consumiamo più energia di quella che ci viene data dal Sole. È chiaro che la cosa non può andare avanti, produciamo più Anidride Carbonica (che non sarebbe di per sé un inquinante) dell’Ossigeno prodotto mediante la fotosintesi, da qui l’effetto serra, ma produciamo anche una quantità di rifiuti biodegradabili enorme, sull’Oceano Atlantico e sul Pacifico galleggiano masse di rifiuti di plastica grandi come gli Stati Uniti. Noi dobbiamo decrescere riducendo il nostro impatto ambientale, ma questo non è l’obiettivo, se ci concentrassimo sulla decrescita realizzeremmo un movimento uguale e contrario a coloro che invece auspicano la crescita, invece la decrescita è la strada non la meta, la meta la dobbiamo ancora definire compiutamente.

La difficoltà è quella di immaginare una società completamente diversa, ci sono delle ricerche che stiamo facendo in questa direzione, per esempio uno dei libri che pubblicheremo entro autunno ha come autore un ricercatore di Filosofia di Macerata che fa un primo tentativo di definire quale sia la meta a cui dovrà condurre la strada della decrescita. Il discorso della Filosofia come vedete è per noi importantissimo.

Concludo consigliandovi due libri: “La Decrescita Felice”, che ha dato origine al movimento, e “I Monasteri del Terzo Millennio” quest’ultimo è molto interessante perché unisce considerazioni filosofiche sul senso complessivo della decrescita ad esempi concreti come l’Agrivillaggio.

Ringraziamo vivamente Maurizio Pallante che si è reso disponibile per questa lunga chiacchierata che abbiamo dovuto suddividere in tre parti!

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