29 febbraio 2016 Alvise Gasparini

Il ‘Mi piace’ come nuova valuta

Qualche giorno fa mi trovavo a lezione di storia della filosofia, in aula Padoan a San Sebastiano, a Venezia. L’aula ha una capienza di circa ottanta persone e per tale corso sopraccitato il risultato è sempre un tutto esaurito. Proprio in mezzo a tutte quelle persone, in gran parte sconosciute, mi sono domandato con che criterio sviluppiamo dei giudizi nei confronti di ciò che circonda, oggetti e soggetti che siano. Non fraintendetemi, il motivo di tale domanda non trova ragione nella lezione incentrata su Kant a cui stavo assistendo, anche se egli di giudizi ne aveva formulati giusto un paio, se non un’intera opera. Questo spontaneo pensiero è nato in me dopo aver osservato un po’ di quei volti che mi accerchiavano, che mi osservavano a loro volta. Quando guardi una persona e il suo sguardo incontra il tuo si stabilisce un contatto, un dialogo muto e privo del linguaggio tradizionale a cui siamo abituati. In quel determinato istante si parla simultaneamente, si formulano dei pensieri relativi alla propria visione, arrivando a formulare un resoconto di questo nostro vedere. Dettagli e azioni spesso ci attirano, catturano la nostra attenzione e di conseguenza non riusciamo a guardare all’intero ma solo al particolare.

Ecco se pensiamo a questo breve lasso di tempo che coinvolge uno scambio di sguardi è innegabile che un’idea, un giudizio appunto sia nato, sia in uno che nell’altro individuo. Tale giudizio, come conclusione della nostra osservazione, non potrà che essere a priori come direbbe Kant, ossia un giudizio che precede la nostra esperienza. In quest’ambito lo ritengo assolutamente incompleto, se non di natura fuorviante, tanto da farci presupporre ciò che dovremmo e potremmo solo ipotizzare. Il problema, appunto, risiede proprio in questa nostra posizione, ossia l’assunzione di questa nostra opinione come verità. Dopo questo processo pensiamo di aver già conosciuto il conoscibile di un determinato soggetto o oggetto, escludendo altre caratteristiche possibili, escludendo ogni altra possibilità d’essere. L’apparenza dunque in questi semplici scambi quotidiani fa da sovrana e pare essere la struttura su cui costruire al meglio noi stessi. “L’abito non fa il monaco” si continua a predicare, eppure la mentalità che sta prevalendo oggigiorno è un apparire, vestito di ogni possibile qualità positiva quanto desiderabile, adornato di lustrini e paillettes che ne distorcono la vera forma. È un travestimento, una maschera che ci alletta e che vorremmo tanto indossare per essere, magari anche solo per un attimo, ciò che vorremmo essere. Nessuno è contento, tutti vogliono essere qualcos’altro, stravolgere se stessi per assomigliare a quelli che dal nostro punto di vista sono modelli di vita. Sono solo parole e discorsi fatti e rifatti, ne sono consapevole, ma ora più che mai siamo inconsciamente immersi in tale sistema, sistema che rinneghiamo ma dal quale non riusciamo effettivamente ad uscire. Ne sparliamo, lo accusiamo ma poi ci accovacciamo in esso quasi come segno di sottomissione, rimasti assuefatti dalla (non) realtà che esso può fornirci, dove tutti sono ciò che vogliono e lo decidono forti di un’apparente libertà.

Può sembrarvi la classica descrizione dei social network e di internet che ormai hanno preso il sopravvento sulla nostra volontà. Ebbene lo è, ma solo in parte, poiché il mio appello, la mia voce anch’essa interna a questo sistema dev’essere una testimonianza, poche semplici parole che convincano di come sia tutto corrotto ma allo stesso tempo celato e proposto in modo innocuo, quasi come una mano invisibile che ci manipola. È forse un agente esterno che opera sul mondo e su di noi? Siamo forse vittima di qualcuno al di sopra delle nostre persone? Di qualcuno siamo vittima, ma quel qualcuno siamo noi stessi, ci siamo schiavizzati da soli, creando qualcosa di immensamente grande che non riusciamo quasi a controllare. Volevamo fare la più grande scoperta della storia e ci siamo riusciti, creando un mondo alternativo, un mondo virtuale da poter elevare a realtà, sottomettendo quella che dovrebbe essere l’unica e vera realtà, quella che viviamo tutti i giorni. Non possono essercene due e, per quanto possiamo essere insoddisfatti e delusi da quel che ci è stato offerto, non lo possiamo negare e distruggere, non possiamo ripartire da zero in altro loco dimenticando da dove veniamo e dove noi realmente sussistiamo. L’altro mondo da noi creato, quel mondo virtuale apparentemente perfetto e abitabile in modo lieto da ognuno di noi, da ogni singolo essere umano esistente non può reggere il confronto per quanto sia efficace dal punto di vista dell’imitazione. È un buon mimo, che sa ripetere ogni mossa, come la nostra controparte allo specchio, ci fa credere che può darci tutte le cose di cui abbiamo (forse) bisogno. Ha i suoi metodi di valorizzazione, ha i suoi strumenti, addirittura la sua valuta per giudicare ciò che sta al suo interno e far vivere le persone di quella moneta, farle vivere PER quella moneta.

Il mio è un discorso molto astratto, parole che si sprecano nell’inconsistenza del virtuale, pertanto vorrei farvi pensare a quale può essere la strumento di questo mondo astratto, ciò che riesce ad assuefarci ad esso. Sarà sicuramente anch’esso immateriale, una moneta non sostanziale ma puramente inafferrabile. Pensateci. Ormai la usate ogni giorno, inconsciamente, non sapendo quanto valore ha ormai nel mondo che ci siamo creati, lo vedete come un semplice gesto, un dire qualcosa, un vostro esprimervi che non è poi così significativo. Si tratta di quel “mi piace” che ogni giorno ci dona importanza o la dona a qualcun altro, elevandolo a qualcosa, facendolo sembrare importante, dandogli forza.

È importante purtroppo, è importante perché noi gli abbiamo dato importanza e in poco tempo è diventato il nostro metro di misura, la nostra moneta, il valore delle cose e addirittura delle persone che ci circondano. Un valore numerico che ha superato l’impatto che ha avuto il valore numerico precedente dato dai soldi cartacei e dalla monete concrete, poiché è ahimè molto più semplice, molto più facile da utilizzare e alla portata di tutti, intellettuali e stolti che siano. Ma non date ascolto a me. Io di media ho solo 10 mi piace.

Alvise Gasparini

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