22 ottobre 2016 Gianluca Venturini

Il cosmo e Leopardi

Al giorno d’oggi, sono soprattutto i fisici a interessarsi del destino dell’universo. Diversi sono gli scenari possibili: forse nei prossimi miliardi di anni l’infinita distesa delle stelle e dei pianeti rimarrà più o meno così come la vediamo oggi, o forse una continua e inarrestabile espansione porterà l’intero cosmo al congelamento e alla “morte termica”. Un’altra ipotesi non ancora del tutto smentita è la possibilità del cosiddetto “Big Crunch” (l’esatto opposto del “Big Bang”): l’universo che, invece di espandersi, si contrae e ripiega su di sé, annientando e riducendo a un punto inesteso se stesso e quanto era al suo interno.

Ma, un tempo, la domanda su quale sia il futuro che attende quanto è in Natura era innanzitutto un interrogativo da filosofi, da teologi, da letterati. Giacomo Leopardi, ad esempio, si è posto esattamente questo problema in due magnifici componimenti racchiusi in quella affascinante raccolta di scritti che porta il titolo di Operette morali, e ha tentato di risolverlo non mediante l’uso di qualche complicato e costoso apparecchio scientifico, ma soltanto facendo uso del proprio intelletto.

Nel primo dei due testi, il Cantico del gallo silvestre, Leopardi riporta un discorso tenuto proprio su questo tema – il futuro del mondo – da un certo leggendario gallo selvatico che, secondo alcuni maestri e scrittori ebrei, non solo sarebbe immensamente saggio (e dunque dotato, proprio come l’uomo, della ragione e dell’uso della parola), ma avrebbe anche dimensioni colossali (esso infatti, affermano i resoconti, «sta in sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo»).

L’orazione pronunciata dal gallo silvestre intende indagare innanzitutto la natura umana, sviluppando poi considerazioni cosmologiche di più vasta portata. In particolare, il gallo rileva un’ana­logia tra quella che è la tendenza della coscienza in stato di veglia (spegnersi nel sonno) e quella che è la tendenza insita in ogni essere (il dirigersi inesorabilmente verso l’istante della propria distruzione). Questa simmetria non è casuale: a chi abbia occhi per vedere, infatti, appare chiaramente che «l’essere delle cose abbia per proprio ed unico obbietto il morire», ossia abbia come “obbiettivo”, scopo e destino finale il proprio annientamento. Basta guardarsi attorno per verificare di persona come «in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte. […] Ogni parte dell’uni­verso si affretta [infatti] instancabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile». La vita e la coscienza – entrambe configurazioni dell’essere – sono delle parabole che tendono irrimediabilmente verso il luogo del loro stesso tramonto e spegnimento.

Sulla base di queste considerazioni, lo sguardo del gallo si fa poi di gran lunga più ampio, arrivando ad abbracciare e a descrivere non solo le sorti della razza umana, ma perfino quelle dell’inte­ro universo. An­ch’es­so infatti, come tutte le cose, «continuamente invecchia»; anch’esso condivide il destino comune a «qua­lunque [altro] genere di creature mortali, la massima parte del [cui] vivere è un appassire». Tenuto conto di ciò, il gallo può formulare la grande profezia con cui si chiude il terribile e maestoso Cantico: «tempo verrà» – dice il sapiente animale – «che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta». È la fine di tutte le cose: dei «grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età», non rimarrà infatti né «segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà neppure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso [ovvero: “il meraviglioso e terribile enigma dell’esistenza, prima di essere adeguatamente compreso e risolto dal­l’uma­nità”], si dileguerà e perderassi».

All’interno di questo scenario apocalittico, che assegna al cosmo nel suo complesso il destino di precipitare nel buio di un nulla senza fine, sembra però ancora essere possibile un ultimo barlume di speranza. Esso ci è offerto da Leopardi nell’altro testo delle Operette di cui intendiamo parlare: il Fram­mento apocrifo di Stratone di Lampsaco. In esso, l’antico filosofo Stratone (cioè Leopardi stesso) osserva che «i diversi modi di essere della materia, i quali si veggono in quelle che noi chiamiamo creature materiali, sono caduchi e passeggeri; ma niun segno di caducità né di mortalità si scuopre nella materia universalmente»; infatti, afferma Stratone, mentre «le cose materiali […] periscono tutte» e hanno tutte «fine» e «incominciamento», «noi veggiamo [al contrario] che la materia [in generale] non si accresce mai di una eziandio menoma quantità, [e che] niuna anco menoma parte della materia si perde, in guisa che [= “di modo che”] essa materia non è sottoposta a perire». Ne risulta che «la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab aeterno», sicché «si dovrà giudicare che […] non provenga da causa alcuna» e che, nonostante il «continuo trasformarsi delle cose da una in altra», la materia in se stessa non sia per questo «venuta meno in qual si sia particella».

Dopo aver richiamato, con tali parole, il principio di conservazione della quantità di materia (e quindi dell’energia), Stratone ne deduce che, qualora le forze che agitano la materia dovessero distruggere l’universo attuale, allora, «venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma non la materia loro, si formeranno [necessariamente] di questa [= “a partire da questa”] nuove creature, distinte in nuovi generi e in nuove specie, e nasceranno per le forze eterne della materia nuovi ordini delle cose ed un nuovo mondo». Stante l’eternità delle singole particelle di materia, infatti, la distruzione di un universo (il quale altro non è se non l’insieme delle relazioni temporaneamente intrattenute da tali particelle) non può che essere seguita dalla creazione di un altro universo ancora, non certo dal nulla assoluto.

Questo nuovo scenario cosmologico è di gran lunga più rassicurante del precedente, in quanto non conduce più gli esseri umani di fronte a quel cupo e atroce scenario in cui consiste l’ince­ne­ri­men­to totale, definitivo e senza possibilità di ritorno dell’intero universo. Certo, alcune righe di Leopardi lasciano intuire che egli ritenga che l’oscura profezia enunciata dal “gallo silvestre”, nonostante tutta la sua carica negativa, possa apparire per certi versi esteticamente più appagante della pur affascinante conclusione raggiunta da “Stratone” nel suo ragionamento perfettamente consequenziale. Nel § 261 dello Zibaldone, egli scrive infatti: «il sentimento del nulla […] è il sentimento di una cosa morta e mortifera. Ma se questo sentimento è [reso] vivo [ed è stimolato e innalzato dal canto poetico], […] la sua vivacità prevale nell’animo del lettore alla nullità della cosa che fa sentire, e l’anima riceve vita (se non altro passeggiera) dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose, e sua propria». Ma che Leopardi, da ultimo, propenda proprio per l’ipotesi di un’e­ter­­na rinascita dell’universo dalle sue ceneri è certo, perché egli stesso, in una nota autografa inclusa nella seconda edizione delle Operette morali e posta in calce al Cantico del gallo silvestre, dichiara che la teoria lì presentata ha una «conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, [infatti,] l’esi­stenza, che mai non è cominciata, non avrà mai fine».

 

Gianluca Venturini

 

BIBLIOGRAFIA:
1. Leopardi, Operette morali, a cura di P. Ruffilli, Garzanti, Milano 2011 (1a ed. orig. 1827);
2. Leopardi, Zibaldone di Pensieri, a cura di A.M. Moroni, Mondadori, Milano 2008, 2 voll.

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