1 giugno 2014 Ospite

Eutanasia, tra “bìos” e “zoè”

Nella società contemporanea, ossessionata dal mito dell’eterna gioventù e dell’eterna bellezza, termini come “malattia”, “sofferenza” o “morte”, potrebbero quasi rientrare nel novero degli odierni tabù. Del resto, la vita è già difficile e frenetica di suo, perché dunque perdere tempo ad occuparsi di argomenti (apparentemente) tristi, come l’eutanasia? Talvolta, a dire il vero, certi argomenti non si affrontano perché li si teme… e, così facendo, si è convinti -erroneamente- di tenerli lontano da sé, come se non esistessero e non ci riguardassero tutti, indistintamente.

Emblematiche a riguardo, almeno a mio avviso, le seguenti parole, tratte da Oscar e la Dama in Rosa, di E.E.Schmitt:

-Ho l’impressione, Nonna Rosa, che abbiano inventato un ospedale diverso da quello che esiste veramente. Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire.

-Hai ragione, Oscar. E credo che si commetta lo stesso errore per la vita. Dimentichiamo che la vita è fragile, friabile, effimera. Facciamo tutti finta di essere immortali..

Oppure accade spesso (soprattutto in Italia) che si affrontino sì complesse questioni etiche, non riuscendo però a trattarle in maniera serena ed efficace. In entrambi i casi, tuttavia, ci si dimentica che la morte è un fatto concreto, naturale, a cui nessuno può scampare (la morte si sconta vivendo, scriveva Ungaretti…).

Perciò, come ci insegna  Platone nel Fedone, attraverso l’encomiabile esempio di Socrate, è bene non solo non temere la morte, ammansire lo spauracchio dell’evento ultimo della nostra vita, ma anche e soprattutto prepararci ad esso, anche se ciò può sembrare paradossale.

Nell’opera di Platone, la filosofia viene presentata come un “esercizio di morte” da tenere attivo per tutta la vita, un “esercizio di vita”.

Seneca, nelle Lettere a Lucilio, scrive che

la vita non sempre va conservata, non è un bene vivere, ma vivere bene.

Ma che differenza c’è tra “vivere” e “vivere bene”? “Vita”, in greco, si indica con due termini diversi: zoè e bìos. Intendendo con il primo, “zoè”, la vita biologica, ovvero quella che accomuna piante, animali e uomini; con il secondo, “bìos”, quella che potremmo definire esistenza: in altri termini, una vita piena, dotata di senso.

Come la mettiamo allora con la celebre frase di Dostoevskij, nei Fratelli Karamazov, che afferma:

Ama la vita più del senso e il senso troverai?

Che senso ha prolungare artificialmente la vita (se di “vita” si può parlare, in questi casi), quando non c’è più nulla da fare, quando il malato è ormai in stato terminale, e soprattutto se il malato stesso ha espresso, direttamente o quando ancora ne aveva facoltà, la volontà di non essere sottoposto ad accanimento terapeutico? Non si può e non si vuole certo negare l’importanza dei progressi della scienza, della medicina e della tecnica, ai fini del miglioramento della vita dell’uomo, ma, in questi casi, non sembra -paradossalmente- esserci più una sorta di regressione (da “bìos” a mera “zoè”), che un effettivo miglioramento?

Auspicare che l’eutanasia venga legalizzata anche nel nostro paese (come avviene già in altri, ad esempio Paesi Bassi, Olanda e Lussemburgo, da circa un decennio) non significa affatto volerla imporre a chi, per motivazioni intime, magari religiose, comunque sia personali, è contrario; significa piuttosto battersi per tutelare la libertà, il diritto di scelta dell’individuo (del malato, in questo caso), anche e soprattutto per quanto riguarda la morte, il tassello ultimo della nostra esistenza (Chissà se ciò che è chiamato morire è vivere, oppure se vivere è morire, diceva Euripide).

Significa difendere una delle svariate declinazioni del “diritto di essere io”, analizzate nell’ultimo libro di Michela Marzano (intitolato appunto Il diritto di essere io e uscito giusto qualche settimana fa). Scrive in proposito la filosofa, in un capitolo dedicato al tema dell’eutanasia:

Anziché proclamare in modo astratto il valore inalienabile della vita, si cerca di rispettare la vita individuale delle persone.

E prosegue nelle righe successive:

Il problema non è tanto quello di opporre tra loro ‘libertà assoluta’ e ‘dignità intrinseca’ della vita. In entrambi i casi, si parla di qualcosa che non esiste o non ha senso.

La libertà, entro i confini della realtà e della concretezza, non è mai assoluta, ma sempre limitata, condizionata da molteplici fattori, quali il contesto famigliare, economico, sociale, storico (etc.) in cui si vive. Anche per quanto concerne la dignità, non ha senso parlarne in termini assolutistici ed astratti (come avviene, di consueto, in determinati ambienti ostili all’eutanasia). Non avrebbe invece più senso e, anzi, non sarebbe forse un dovere permettere che le persone possano decidere della loro vita, e quindi della loro morte… , nel segno della loro dignità personale… senza che nessuno si arroghi il diritto di intervenire, sostituendo forzatamente la dignità della persona malata con la propria concezione di dignità?

Concludo la mia piccola riflessione con queste parole di M.Marzano, sempre da Il diritto di essere io :

La vita non ha un significato univoco. Ha il senso che ciascuno di noi è capace di darle.

Eleonora Guella

Studentessa del 1990, lieta di aver scoperto la vostra pagina su Facebook e Twitter, che trovo molto interessante e stimolante. 

Ho frequentato il Liceo Linguistico Andrea Maffei a Riva del Garda (dove abito), dove è nata, o meglio si è consolidata, la mia passione per le discipline umanistiche, in particolare letteratura e filosofia. Attualmente studio Lettere all’Università di Verona, ma intendo conseguire la Specialistica in Filosofia.

[Immagini tratte da Google Immagini]

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