20 maggio 2014 lachiavedisophia

Etica e politica dell’ebraismo italiano

[di Dario Calimani – articolo tratto da ‘Pagine Ebraiche’, Dicembre 2010]

La crisi della cultura e della politica italiane sta forse trascinando con sé anche la cultura e l’etica dell’ebraismo che viviamo?

La domanda viene naturale quando si mediti sul dibattito intermittente in corso con il mondo cattolico, da un lato, e con il mondo politico, dall’altro. Chi, da anni, cerca di tenere vivo il dialogo con il mondo cattolico avrebbe ogni elemento a disposizione per ricredersi sulla sua utilità ogni qualvolta, attraverso le sue molteplici e variegate voci, la Chiesa si esprime nei confronti dell’ebraismo. Con tattica semplice e collaudata, voci sempre diverse si risvegliano per negare la Shoah, per riaffermare il valore della “pro perfidi Judaeis”, per rimproverare chi non riconosce la silenziosa santità di Pio XII, per affermare che il Vaticano ha salvato più ebrei di quanti non ne abbia lasciati morire, per biasimare l’ebreo caparbio che non si converte, per aggredire la cultura (ebraica) del relativismo. Ogni tanto poi il cristianesimo scende in politica, e dal suo piedistallo religioso censura l’ingiustizia di Israele che, contro l’interesse politico dei palestinesi, continua a esistere.

A misurarsi con l’accettazione dell’ebreo in sé (ché di questo sembra trattarsi) è ora il Sinodo dei vescovi, ora la Conferenza episcopale, ora l’Osservatore romano, ora l’Avvenire, ora qualche cardinale di rilievo, ora un oscuro monsignore, ora un Vittorio Messori. La situazione è imbarazzante, anche perché per una voce che attacca ce n’è sempre una che, dall’interno della stessa istituzione ecclesiastica, immediatamente la contesta. Una pluralità di voci e di opinioni che somiglia tanto alla pluralità ebraica più che al dogmatismo assoluto e centralista del cattolicesimo.

A questo panorama d’insofferenza di fronte alla testarda esistenza degli ebrei in quanto ebrei e del loro bagaglio culturale, l’ebraismo italiano risponde in modo sconnesso e contraddittorio, e ne andiamo candidamente orgogliosi, perché è il segno del nostro pluralismo (!?) e del nostro misconoscimento di un’autorità religiosa centrale e suprema.

Si ha però la sensazione che, nell’insieme, l’ebraismo italiano non sia in grado di rispondere in modo adeguato, e non soltanto per lo smisurato peso politico del Vaticano, ma anche per la nostra ritrosia a misurarci. Come fossimo paralizzati da un complesso di inferiorità indotto da un antisemitismo troppo fresco di storia.

Ma la causa va anche ricercata nella crisi della nostra cultura, che all’antisemitismo non sa contrapporre un forte modello identitario, un modello che solo una cultura solida e imperturbabile può affermare. Un modello senza complessi, da raggiungere magari per negoziazione interna.

Oltre al confronto con la religione dominante, l’ebraismo italiano ha anche rinunciato al confronto forte e sicuro con la politica imperante e con la sua etica. L’attualità di questo nostro paese è contaminata da compromessi politici, economici, sociali ed etici che producono malessere in alcuni, rassegnata assuefazione in altri, utile adattamento in altri ancora. La nostra cultura, che abbiamo sempre considerato una cultura profondamente etica, sembra non essersi saputa confrontare con questa realtà se non accettandola supinamente. Ma, per timore o per convenienza, si subisce spesso l’imperante clima di sopraffazione e di regime, di cancellazione di regole a garanzia del vivere civile e della dignità dell’uomo, della democrazia, dell’uguaglianza e della giustizia.

In effetti, la nostra è ormai una cultura rinunciataria. A parte rari e timidi interventi, abbiamo offerto un generale silenzio sul tema della laicità dello Stato, e quindi sulla laicità della scuola e sull’insegnamento della religione in classe, sugli insegnanti di religione pagati dallo Stato e sul finanziamento delle scuole private; siamo stati troppo spesso in silenzio di fronte alla discriminazione di minoranze e immigrati. Abbiamo abbozzato di fronte al ritorno del saluto romano fra i politici e abbiamo risposto con una triste alzata di spalle alle barzellette antisemite del premier. Non siamo stati in grado di coordinarci con altre realtà sane, ben radicate nella società e nella cultura italiana (i valdesi, ad esempio) per una sinergia di stimolo etico-politico. Se alziamo timide voci, è per replicare ad attacchi portati alla nostra storia (la beatificazione di Pio XII), ma non è mai nostra l’iniziativa di un dibattito che sia richiamo all’etica sociale. Come se l’etica ebraica non fosse un costante scambio di tensione morale fra individuo e società.

Ci siamo chiusi in trincea; bloccati dal complesso della minoranza, ce ne siamo fatti un alibi per diventare invisibili. Afasici, ci siamo lasciati usare per lo sdoganamento del fascismo, compiacenti con lo spirito del tempo e con l’etica corrente. Il nostro ebraismo rischia di diventare pura affermazione retorica. La storia recente ha paralizzato la nostra azione fra due corni: Israele e la memoria della Shoah. Ma quando lo Stato d’Israele sarà sicuro e stabile e la Shoah abbastanza lontana da non richiamare più dolore, come qualificheremo la nostra cultura? Forse quel tempo è ancora lontano, ma la cultura e la sua trasmissione, anche attraverso l’educazione, richiedono una consapevolezza e una programmazione che finora sono mancate. Qualche minuscola isola felice forse ci sarà, ma non è affatto un caso che la migliore espressione attuale della nostra cultura sia (absit iniuria verbi) lo stuolo di storici che discettano sulla nostra storia: sassolini poggiati sulla nostra lapide.

Forse siamo un ebraismo privo di autostima. Ma siamo certamente un ebraismo senza coordinamento. Spetta a noi, e alle nostre guide politiche e religiose, riflettere sulla situazione e agire. Fino ad ora non abbiamo mostrato coscienza del problema, e alcune soluzioni avviate sono solo minimi palliativi formali.

Uscire dalla trincea è un dovere verso l’ebraismo italiano. Un dovere culturale e un dovere etico, “leShem Shamaim”, come direbbe qualcuno.

Dario Calimani
Docente di Letteratura Inglese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia

[Immagini tratte da Google Immagini]

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