7 marzo 2016 Francesco Fanti Rovetta

Elogio dell’eclettismo

L’eclettismo è definito in campo filosofico e artistico come l’accostamento di più tradizioni autonome, la cui riuscita risulta non contraddittoria e felice. Esso è l’arte di fare arte attraverso la tradizione (o di pensare attraverso grandi pensatori). Nessuno può in buona fede dire di non avere precedenti o “padri” a cui ispirarsi, chi lo facesse mentirebbe agli altri e/o a sé. Più spesso ce ne si dimentica per eccesso di amor proprio. All’interno di quest’ottica l’eclettico sceglie come proprio percorso per conquistare l’originalità, paradossalmente mai originaria e sempre mediata, non l’appiattirsi o approssimarsi quanto più ad un maestro,ad una dottrina, ma l’innesto di più elementi in uno che è unicum. L’eclettico naturalmente si oppone all’ortodosso e agli -ismi, non già perché gli manchi un legame intimo con la tradizione, ma perché la mancanza di fedeltà ad una scuola, la necessità di costruirsi il proprio percorso peculiare, sono motivati dalla tormentosa insoddisfazione che lo sprona. La riuscita di questa operazione avviene quando diventa impossibile dall’esterno distinguere i diversi stili assimilati ed essi si fondono in qualcosa di diverso dai presupposti che l’hanno guidata.

Due figure paradigmatiche di questo approccio sono Salvator Rosa e Giambattista Vico, poeta e pittore l’uno, poeta e filosofo l’altro, entrambi napoletani, entrambi vissuti nell’alveo controriformistico, cioè in un tempo, per certi versi, come il nostro, esausto. Nonostante la loro biografia sia quanto di più antitetico si possa pensare, il primo poeta a tratti romanticheggiante, solidale alle esperienze di rivolta civile a lui contemporanee e precursore del nichilismo, il secondo tranquillo e ligio all’ordine costituito, verso chiesa e stato; eppure, come si diceva, condividono questo modus operandi tipicamente barocco (essendo il barocco la più riuscita forma di eclettismo) della stratificazione di stili, la commistione dei generi, la difficoltà di essere a casa in un’etichetta che non porti scritto “non catalogabile”. Questi temperamenti barocchi portano all’estremo l’amore umanistico per la completezza: dall’universalismo all’eccesso. Indubbiamente essi non ricadono nella categoria degli storpi a rovescio: grandi orecchie o grandi nasi, brandelli di uomini che hanno poco di tutto e troppo di una cosa sola, prospettata da Nietzsche. Un fine studioso americano ha parlato del magnete di Vico, in opposizione al rasoio di Ockham, come un processo di sovrapposizione di elementi eruditi e lampi di genialità, di diverse concezioni e spunti armonizzati fino a perdere le tracce dell’uno nell’altro, fino a rendere impossibile una stratigrafia. Non è un caso che un grande scrittore barocco della contemporaneità, J. Joyce, avesse molti debiti dichiarati verso Vico, tanto da affermare: “quando leggo Vico la mia immaginazione si accresce in misura superiore a quando leggo Freud o Jung” e da fondare la struttura narrativa di Finnegans Wake su La Scienza Nuova. Rosa che si definiva anche filosofo è in realtà meno erudito, meno intellettuale e più artista, più apertamente sofferto e maledetto. Scrive:

“[…]Cangiato è il mondo, oh quanti ne minchiona
la foja della guerra, e della stampa,
la pania della Corte e d’Elicona!
Sfortunato colui, che l’orme stampa
ne’ lidi di Libetro avidi e scarsi,
che vi sta mal per sempre, o non vi campa.
Torna il conto, o fratelli a spoetarsi:
cantan sino i ragazzi a bocca piena.
Che il poeta è il primiero a declinarsi.”

Così, queste figure scelte tra molte possibili, mostrano che quando la ruota della storia, dell’arte e del pensiero sembrano incepparsi, quando come genere umano si è stanchi e insofferenti, ci si può avvolgere nel passato, nella memoria, così a fondo da ritrovare le sorgenti dello spirito e una rimediata originalità.

Francesco Fanti Rovetta

1 D. Ph. Verene, Vico. La scienza della fantasia.
2 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Della redenzione.
3 S. Rosa, Satire, Liriche, Lettere.

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