11 giugno 2014 lachiavedisophia

Edvard Munch (Løten, 12 dicembre 1863 – Oslo, 23 gennaio 1944)

 

La poetica di Munch è direttamente o indirettamente collegata con il pensiero di Kierkegaard, che soltanto nei primi decenni del Novecento comincerà ad essere conosciuto in Germania: si deve dunque a Munch, che soggiornò più volte in Germania, la spinta “esistenzialista” che farà nascere l’Espressionismo, che è nato infatti nel nome e sotto il segno della sua pittura.
Giulio Carlo Argan

Edvard Munch è stato il pittore che più di ogni altro ha anticipato il movimento Espressionista, soprattutto in ambito tedesco e nord-europeo. Egli nacque in Norvegia e svolse la sua attività soprattutto ad Oslo, città estranea ai grandi circuiti artistici che in quegli anni gravitavano soprattutto su Parigi.
Si può considerare l’artista dell’angoscia: gli unici temi che lo interessavano erano la passione, la vita e la morte. Lui stesso, infatti, disse:

Senza paura e malattia la mia vita sarebbe una barca senza remi.


L’ombra della morte lo accompagnerà lungo tutto l’arco della sua esistenza: quando era ancora bambino morì sua madre e da adolescente assistette alla morte della giovane sorella. Questi episodi aumentarono la sua angoscia e ne influenzeranno già i primi quadri.
Iniziò a studiare pittura a diciassette anni e, dopo un soggiorno a Parigi, dove ebbe modo di conoscere la pittura impressionista, nel 1892 espose a Berlino. Sebbene la mostra fu duramente stroncata dalla critica, Munch iniziò ad essere molto apprezzato dai giovani pittori delle avanguardie e il sorgere dell’Espressionismo rese sempre più comprensibile la sua produzione.

Nell’opera di Munch sono rintracciabili molti elementi della cultura nordica di quegli anni, soprattutto letteraria e filosofica: dai drammi di Ibsen e Strindberg, alla filosofia esistenzialista di Kierkegaard e alla psicanali di Sigmund Freud. Da tutto ciò egli ricava una visione della vita permeata dall’attesa angosciosa della morte. Nei suoi quadri, infatti, vi è sempre un elemento di inquietudine che rimanda all’incubo.

Pubertà
(1894, olio su tela, 151,5 cm × 110 cm, Galleria nazionale, Oslo)

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Non c’è nulla che spaventi di più l’uomo che prendere coscienza dell’immensità di cosa è capace di fare e diventare.
S. Kierkegaard

Il soggetto di questo dipinto è un’adolescente, nuda, seduta sul letto e con le mani copre la zona pubica come gesto di vergogna. Non vi è alcun compiacimento sensuale in questo nudo, anzi, l’immagine trasmette un intenso sentimento di angoscia. La nudità della ragazzina, in questo caso, è l’allegoria della condizione indifesa, soprattutto da parte di chi è ancora giovane ed acerbo, nei confronti dei destini della vita.

Il volto incerto e spaurito della fanciulla ci fa percepire il turbamento che prova per il mutamento che sente compiersi nel proprio essere: il trapasso dallo stato di bambina a quello di donna, il cui destino forzato di amare, procreare, morire, per Munch non è un evento fisico-psicologico ma un problema sociale (è da tener presente la condizione della donna in quell’epoca).

Un importante particolare, in questo dipinto, è l’ombra che la ragazza proietta sulla parete: non è naturale, ma un grumo nero che si materializza dentro di noi come un fantasma senza che possiamo evitarlo: è il simbolo di tutte le paure e i dolori che attendono chi vive.
Munch viveva la vita come un susseguirsi di sofferenze e delusioni, con il pensiero fisso della morte. È quindi una visione pessimistica, come sosteneva Schopenhauer:

La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia,

passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.

Forse dovremmo seguire la lezione di Epicuro, decisamente più positiva

Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.

Lettera sulla felicità (a Meneceo)

Sebbene la morte possa arrivare in qualsiasi momento, finché siamo in vita, lei non c’è; quindi è bene vivere giorno dopo giorno senza preoccuparsi della fine.

Ilaria Berto

[Inmagini tratte da Google Inmagini]

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