16 luglio 2014 Valeria Genova

Il tempo dell’anoressia

Ma il risvegliato e il sapiente dice: corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo.

Nietzsche Friedrich, Così parlò Zarathustra

L’anoressia è una malattia, un male che molte persone, oggi, si autoinfliggono, è una libera scelta:

Una malattia ti capita, l’anoressia è una libera scelta. Io non sono una vittima. Si sa l’ossessione è la fonte continua del genio e la sua follia.

Testimonianza di una ragazza anoressica tratta da La mia storia su Youtube

L’anoressia è comunemente vista come un disturbo dell’alimentazione dovuto per lo più a due fattori: biologico-genetico e soprattutto psicologico, in quanto attraverso il rapporto con il cibo il malato tende a manifestare se stesso nel mondo che lo circonda. Non è una fase e non è per forza indice di pazzia:

è un groviglio di contraddizioni mortali, un desiderio di potere che priva di ogni potere, un atto di forza che ti spoglia di ogni forza, un desiderio di dimostrare che non hai bisogno di niente, che non hai appetiti umani e che si rivolta contro se stesso e si trasforma in un bisogno estremo della fame. È un viaggio attraverso un inferno luccicante di specchi.

Hornbacher Marya, Sprecata

Gli anoressici -parlo al maschile generico perché oggi come oggi l’anoressia colpisce sia uomini che donne- sono paradossalmente quelle persone che nella vita comune sono considerate vincenti e che, quindi, per mantenere tale status devono per forza essere sempre perfetti in ogni occasione. La perfezione, appunto, un concetto che per la maggior parte della gente non esiste se non in modo assolutamente astratto, ma che, invece, per l’anoressico, anzi, per la persona biologicamente predisposta a disturbi psicogeni, diventa l’obiettivo di tutta una vita.

Questa malattia invisibile può anche scaturire in seguito ad un evento doloroso che rende la persona molto più vulnerabile e impotente: proprio in queste situazioni può capitare che si reagisca tenendo sotto controllo la cosa più facilmente domabile, l’alimentazione, appunto. A causa di qualche grossa delusione può, dunque, scaturire nel soggetto la voglia di scappare dal mondo perché si vergogna, dunque cerca di nascondersi e di chiudersi completamente in sé, come è successo alla modella Isabelle Caro, anoressica morta poco tempo fa: tutta la sua vita è stata scandita dall’oppressione della madre, dall’indifferenza dei medici e dall’ignoranza di chiunque; quale modo migliore per sparire, allora, se non quello di non mangiare più?

Ciò che rende interessante questo particolare tipo di malattia per la mia analisi è la concezione della sofferenza e del tempo che le persone coinvolte hanno. Una volta che il cibo è domato si pensa di avere la situazione sotto controllo e di avere tempo per poter uscire dal tunnel. Ma l’anoressia si impossessa del soggetto senza che se ne renda conto:

Prima ero padrona della mia mente, ora domina anche il mio corpo, condizionandolo a rifiutare il cibo. Ormai provo più piacere a non mangiare che a mangiare. Adoro i morsi della fame nel mio stomaco completamente contratto, perché vuol dire che riesco a resistere. Non vedo i segni che la malattia mi lascia sul corpo e non sento nemmeno i commenti sulla mia magrezza. Il cibo, che assorbo in quantità minime, mi riempie la testa ma non lo stomaco. Controllarlo mi ossessiona. Penso costantemente a cosa mi concederò di ingoiare o non ingoiare, a quello che sputerò.

Caro Isabelle, La ragazza che non voleva crescere

Queste parole molto forti provengono da Isabelle Caro, una ragazza, famosa per degli scatti fotografici discutibili per una nota casa di moda, ammalatasi di anoressia in giovanissima età in seguito ad un’infanzia traumatica e ossessiva. In questo passo che ho riportato si evidenzia lo stato maniacale-ossessivo dell’anoressico, è come se, nella vita di tutti i giorni, si sentisse afflitto da una stanchezza profonda, come se il ritmo della vita, la successione incontrollabile degli istanti, lo violentasse.

La cosa sconvolgente di questa malattia è che fa entrare il soggetto in un circolo vizioso dal quale è assolutamente difficile uscirne, in quanto il fisico si indebolisce e il soggetto non è, spesso, in grado di chiedere aiuto, anzi, bilancia e specchio diventano i compagni di questo triste viaggio intrapreso; dico anzi perché gli anoressici hanno una visione distorta della sofferenza: per loro non mangiare non significa soffrire, ma vuol dire raggiungere lo scopo della perfezione ad ogni costo.
I soggetti coinvolti non si rendono conto del pericolo in cui si addentrano un passo alla volta e una volta precipitati nel vortice non realizzano quale possa essere stata l’origine del male – se di male, per loro, si tratta-.

Per capire le ragioni del male bisogna tornare all’origine…ma quando il male è tutt’uno con te stessa allora esiste un’origine? Lo sei tu stessa?

Questa frase, per me, è di grande effetto: la pronuncia una ragazza, ex anoressica, che descrive la propria storia drammatica. L’origine del male, afferma, è lei stessa, perché il male l’ha rapita completamente, l’ha avvolta con il suo manto nero e non lascia buchi per respirare. L’anoressia diventa, così, parte del soggetto colpito e, spesso, non lascia scampo.

Eppure la persona è in grado di capire la sua situazione, allo specchio si vede sempre più magra, la bilancia parla e conferma la diminuzione spaventosa del peso: nonostante veda tutte queste cose la sua ‘felicità’ aumenta, il suo obiettivo è sempre più vicino. La sofferenza è una concezione che comincia a distorcersi, perché viene associata all’aumento del peso. Può considerarsi una follia e, come dice la ragazza prima citata

non si sfugge alla propria follia sforzandosi di agire come la gente normale: la follia è più forte, presto o tardi finisce per emergere.

La bruttezza diventa bellezza, la leggerezza è la sensazione che colma di gioia l’anoressico.

Le mie braccia diventavano leggere…le mie ali. Avessi potuto sarei volata via dalla vita.

Il soggetto colpito da anoressia si trova in uno stato di annebbiamento della mente che lo porta ad avere sensazioni di forza e autocontrollo, quindi di onnipotenza assoluta.

E il tempo com’è avvertito in questa situazione?

Il tempo è alterato anch’esso, è esteso, ma nello stesso momento sembra non passare mai. Questa antitesi esiste perché c’è, da una parte, la fretta di raggiungere l’obiettivo perfezione, dall’altra parte perché c’è l’illusione di avere tempo per tornare indietro, illusione perché comunque viene a mancare la possibilità di progetto, di scopo, tutte attività che hanno bisogno di una prospettiva, dunque della dimensione temporale del futuro; non esiste più nessun progetto, nessuna attività, nulla che possa essere simile ad un avvenimento. Le giornate diventano scandite dalla bilancia, dal calcolo ossessivo delle calorie fino ai ricoveri in ospedale.

Un tempo quasi maniacale: ogni giorno viene seguito lo stesso identico iter, pesarsi, non mangiare, pesarsi, non mangiare e così via, ogni minuto è scandito dalle stesse azioni e dalle stesse sensazioni che spesso coincidono con il dolore; ma appunto il tempo è così ripetitivo che il fisico si abitua ad ogni condizione. Si entra così in una pericolosa routine, scandita da rituali alimentari, l’unico modo per pacare l’ossessione e l’angoscia: l’unica cosa che si vuole fare è paradossalmente prendere il controllo della propria esistenza, controllando l’alimentazione per dare forma a un corpo secondo la propria volontà, per riuscire ad avere attimi di tregua senza sprofondare completamente nel passato doloroso o nel perpetuo presente.

Il tempo, quindi, nell’anoressia è un inganno perché fa credere di essere illimitato, quando invece si accorcia sempre di più portandosi dietro la vita. C’è una sorta di accelerazione dei minuti, che è anche la volontà del malato, in quanto più il tempo passa più il peso diminuisce. Ma, non appena ci si accorge del pericolo incombente si cerca disperatamente di mettere un freno al tempo; al contempo, però, c’è insita una speranza che è quella di ritornare ad avere voglia di mangiare, di nutrirsi per avere la forza di affrontare la vita, una speranza che permette di guardare al futuro come salvezza dalla propria condizione; invece il tempo continua a scorrere inesorabile e a inghiottire la vita, perché quello che prima era il gesto più naturale del mondo, il mangiare, diventa un’impresa. Questo tempo è, quindi, subìto, un tempo che, anche se agisce per altri, sfugge ad un soggetto incapace di riconoscervisi immerso.

L’anoressico subisce, così, questo tempo senza nemmeno rendersi conto di esserne una vittima. Scorre talmente inesorabile che diventa paradossalmente a-temporale, viene devitalizzato conducendoci a pensare ad una morte già  avvenuta non nel corpo ma nella mente. Non si riesce più a rincorrere il tempo normale perché rimane imprigionato a un eterno presente focalizzato sul ‘perdere peso’ che si rivolge a un eterno passato evidentemente caratterizzato da dolore. Il malato non riesce, così, a progredire verso il futuro lasciandosi alle spalle il passato visto come irrevocabile; questa continua presenza del passato non agevola l’uscita dal tunnel dell’anoressia in quanto permette l’insorgere di sensi di colpa e dolori che tormentano il malato attraverso il ricordo perenne di errori e di colpe passate e in tal modo mai superate.

Eppure l’anoressico ha l’illusione di potersi prendere gioco del tempo, di poterlo ingannare perché pensa ‘tanto c’è tempo per fermarsi, so quando è il momento di smettere’; invece quel momento magari arriva ma è un attimo fugace che sfugge di mano, è un treno velocissimo che fa quell’unica fermata e spesso, purtroppo, non si riesce più a tornare indietro:

io non riesco più a fare marcia indietro: qualcosa di molto più forte della mia volontà me lo impedisce. […] La mia malattia, in un certo senso, è entrata a far parte della normalità.

Caro Isabelle, La ragazza che non voleva crescere

Ad un certo stadio della malattia, quindi, scatta nell’anoressico la consapevolezza delle proprie condizioni e qualcosa lo induce comunque a reagire: la speranza che appartiene ad ogni essere umano, che a volte è vana illusione, di potercela ancora fare, accettando

Qualsiasi cosa, purché mi tenga in vita!

Ecco la differenza della concezione di tempo che hanno i malati di anoressia rispetto a quelli terminali: la speranza, quindi la possibilità di avvenire che comunque li accompagna, cosa che manca al malato terminale in quanto sa di avere poco tempo. Un progettarsi in avanti che appartiene all’anoressico da sempre, in quanto egli è sempre convinto che quel futuro davanti gli appartenga di diritto.

Ascoltando alcune storie di ragazze che sono state anoressiche, quello che più mi ha colpito è che la loro gioia coincideva con la malattia, quando ne sono uscite, quindi salvandosi da morte certa, si sono completamente incupite fino ad arrivare a dire che si rimane anoressici anche da sani, nella mente, è una fase che non si supera mai, anche se si guarisce, perché

il sogno non muore mai,

e la frase ‘sei troppo magra’ rimane sempre il complimento migliore che possano ricevere perché, come ha spesso detto anche Isabelle Caro, equivale al fatto di essere riuscite a controllarsi, a resistere alle tentazioni, quindi di avere una volontà ferrea che tutti vorrebbero possedere.

Un delirio tutto questo che può essere considerato la traduzione di un disturbo o di un tipo di esistenza sia dal punto di vista ideativo che da quello affettivo. Nel delirio si possono trovare, dunque, gli indizi per scavare a fondo dell’esistenza di questi malati.
Ecco che allora il tempo, una volta guariti, è proiettato sempre verso il futuro, verso quell’unico obiettivo che deve essere rincorso per tutta la vita, la perfezione. È un’attesa estenuante di poter, un giorno non lontano, riprendere a non mangiare più, per essere davvero felice. È una lotta continua tra la parte sana del soggetto e quella malata che vorrebbe ucciderlo, una scissione tra volontà di vivere e mangiare e l’impossibilità psichica e fisiologica di farlo.

È l’attesa della sofferenza distorta dell’anoressico che sogna la serenità nel dolore, autoinfliggendosi il male fisico nonché psichico; un’esistenza, questa, schiava di deliranti rituali e angosciata dalla paura di morire.

Valeria Genova

nel testo, ripreso da Il tempo nella sofferenza di V.Genova,  vi sono riferimenti a:

– F. Leoni, La dimensione filosofica nella psichiatria di Eugène Minkowski,

– Corbelli Laura, Piazzalunga Francesca, Dal tempo vissuto al tempo subìto. Un’analisi psicopatologica della dimensione malinconica, in Giornale Italiano di Psicopatologia

– Minkowski Eugène, Le temps vecù

[Immagini tratte da Google immagini]

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