7 luglio 2014 Sara Roggi

Delirio di onnipotenza: tra lavoro e riuscita sociale

Volere è potere.

Quante volte queste tre parole si sono articolate nella nostra mente dandoci la spinta giusta per agire ed affermarci? In quanti casi abbiamo creduto fino in fondo che ogni volta che vogliamo qualcosa, allora possiamo anche ottenerla?

Dai, le capacità le hai, perché non ci provi? Devi solo volerlo!

Siamo continuamente martellati e assillati da una volontà individualistica che ci mantiene intrappolati in un dover essere costante. È questo il clima predominante della società contemporanea.

Se vogliamo realizzarci, dobbiamo credere e nutrire un sentimento di fiducia nei confronti di noi stessi. Se diveniamo completamente padroni della nostra vita, se proclamiamo come insostituibile il principio di autonomia, allora possiamo ottenere tutto: da un ottimo riconoscimento di studio, ad un buon lavoro, guadagno, successo e felicità.

Tutto è nelle nostre mani, sta a noi capire come muoverci nella giusta direzione.

La fiducia in se stessi, come ingrediente indispensabile per l’autorealizzazione personale, sociale e professionale, si è ridotta ad un’etichetta che ognuno dovrebbe avere affinché gli sia data la possibilità di accedere ai più alti livelli della nostra società.

Fiducia in sé trova il suo equivalente nell’alta autostima, il successo e la riuscita.

Il fallimento, dunque, può essere causato soltanto da noi stessi.

La conseguenza immediata di questo modello sociale è l’assenza di bisogno di un contatto con l’esterno. Ogni tipo di relazione viene negata e considerata pericolosa rispetto alla propria autonomia interiore.

Ci si priva delle emozioni, dell’amore e dell’amicizia, in quanto considerate superflue e artificiali.

L’uomo contemporaneo può fondare la sua sicurezza soltanto sulle sue capacità e sul suo amore per il controllo: si finisce col proclamarsi unici responsabili di ogni riuscita sociale, ottenendo il riconoscimento di winners. Se da un lato dunque godiamo di un’indipendenza superficiale, garantita dal nostro saper fare, dall’altro l’agire individuale viene valutato in base alle aspettative di chi ci circonda, tanto da dipendere dai membri di una società giudicante. L’altro è un pericolo, l’unico garante del vero riconoscimento. Un riconoscimento fasullo in quanto infatti ci valuta per ciò che dobbiamo essere, rispetto a ciò che effettivamente siamo.

Occorrerebbe liberarci da quella legge morale dentro di noi che non ci permette di vivere in libertà. La nostra realizzazione viene forzata dall’esterno, quando invece è proprio con l’esterno che potremmo realizzarci.

L’agire individuale acquisisce valore nel momento in cui entra in relazione con le diverse dimensioni e realtà che lo circondano.

È questo che intende il professore Massimiliano Costa nel suo libro “Pedagogia del lavoro e contesti di innovazione”:

In una società a rischio di povertà ed emarginazione cognitiva emerge perentoriamente la necessità di qualificare l’agire lavorativo nella sua dimensione generativa e progettuale come direzionalità di senso orientato al valore. Nasce così la nuova figura del lavoratore generativo in grado di conferire significato al proprio agire contestualmente e socialmente situato e di generare trame di possibilità connettendo, durante l’azione, i nuovi significati che emergono dall’azione di disoccultamento, interrogazione, ricombinazione delle esperienze con cui viene a contatto. È con questo processo che il lavoratore è in grado di attivare la capacità di creare problemi e risolverli, di sollecitare a partire dall’incerto per percorrere differenti itinerari e sperimentare nuove soluzioni.[…] Se il lavoro generativo è l’opera in cui trova realizzazione un’attività umana complessa,il soggetto che lo compie ne è sempre la causa non solo efficiente, ma anche finale.

 

Per realizzare se stesso, l’individuo ha bisogno dei membri della società che lo circondano, i quali non sono più i rappresentanti delle aspettative a cui ognuno deve conformarsi; l’altro esiste ed agisce con noi ed è con l’alterità che possiamo evolvere.

È questo il più profondo significato della libertà nell’autonomia.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

Tagged: , , , , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *