27 dicembre 2015 Massimiliano Mattiuzzo

De immigratione

In primo luogo noi non desideriamo essere chiamati «profughi». Tra di noi ci chiamiamo «nuovi arrivati» o «immigrati». I nostri giornali sono per «americani di lingua tedesca»
Solitamente il termine «profugo» designava una persona costretta a cercare asilo per aver agito in un certo modo o per aver sostenuto una certa opinione politica. È vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo, tuttavia non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione politica radicale. Con noi il significato del termine «profugo» è cambiato. Ora «profughi» sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un paese nuovo senza mezzi, e che per questo hanno bisogno dell’aiuto dei Refugee Committees.”[1]
Queste le parole di Hannah Arendt nel saggio “Noi profughi” contenuto all’interno dell’opera Ebraismo e Modernità. E da notare come questa testimonianza non abbia solo un valore storico ma anche ontologico-esistenziale. Infatti, come sottolinea la pensatrice, si ha una trasmutazione del significato di “profugo” che determina un cambiamento dell’accoglienza che sta alla base dell’arrivo in un nuovo paese.

“Abbiamo perso la casa, che rappresenta l’intimità della vita quotidiana. Abbiamo perso il lavoro, che rappresenta la fiducia di essere di qualche utilità in questo mondo. Abbiamo perso la nostra lingua, che rappresenta la spontaneità delle relazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione sincera e naturale dei sentimenti. Abbiamo lasciato i nostri parenti nei ghetti polacchi e i nostri migliori amici sono stati uccisi nei campi di concentramento, e questo significa che le nostre vite sono state spezzate.”[1]

“Profughi” sono diventate le persone ultime tra le ultime, chi non ha più niente: casa, lavoro, lingua. «Le nostre vite sono state spezzate»: a sottolineare come la morte non ha a che fare solo con la fisicità, ma – più intimamente – con la mente, con il pensiero. La vita non sarà mai più quella di una volta: ci si trova ad essere stranieri tra gli stranieri, con il bisogno di essere accettati ma con l’incapacità di portarlo a termine. Si è persa la casa, cioè l’intimità dei legami – della vita quotidiana -, il radicamento alla terra, si è perso il lavoro, ciò che ci rende socialmente utili e accettati; e si è persa la lingua, cioè l’identità con se stessi e con il proprio mondo.

Certo, le situazioni e condizioni non sono identiche di quelle ebraiche ai tempi dell’Hitlerismo, ma quale argomento più attuale se non il flusso migratorio che interessa il momento? La descrizione che fa H. Arendt calza tristemente a pennello con chi è costretto a salire su un barcone verso l’Europa, visto che scappare per salvare la vita lasciandosi alle spalle tutto ciò che prima essa rappresentava è esattamente quello a cui erano costretti gli Ebrei
Ne abbiamo sentite di tutti i colori, ed è oltremodo semplice sentirsi confusi o ritrovarsi traviati dal calderone di idee che interessa quello che viene definito un problema.
Perché – effettivamente – di un problema si tratta.
La mia personale opinione, però, è che sia la nostra volontà a renderlo tale.
Infatti: cosa trasforma una potenziale risorsa in un problema? La risorsa stessa o chi gestisce la questione?
Aristotele aveva fatto luce sul passaggio da un tipo di essere ad un altro, qualificando il divenire come passaggio da potenza ad atto. Ebbene: quale malsano ragionamento ci permette di rendere qualcosa che in potenza può essere utile in un danno totale in atto?
Mi spiego meglio. Il diverso – l’altro – fa sempre paura ad un primo impatto. È un sentimento legittimo: dal nuovo non possiamo sapere cosa aspettarci. Ora, superata questa prima caratterizzazione, il successivo passo logico dovrebbe essere quello di scoprire la fondatezza o meno dei nostri timori. Ecco il punto nevralgico: la fonte di informazioni che crea in noi la nostra “personale” – le virgolette sono d’obbligo vista la facilità con cui ci facciamo manipolare – opinione in merito alla questione. Aggiungiamo un altro tassello: in Italia, ma non solo, l’informazione non è libera; o meglio: l’informazione lo è, ma indipendenti non sono le modalità con cui possiamo raggiungerla.
La dimostrazione è semplice: domandiamoci quali sono i mezzi che partecipano al parto di un’opinione. Nella maggior parte dei casi la risposta è banale: giornali, televisione, internet; ed è proprio nella semplicità con cui possiamo raggiungerli che si cela l’inganno. Il filosofo austriaco Karl Popper aveva proposto una patente che regolasse le comparse in televisione, proprio a causa dell’enorme potenzialità di questo mezzo, capace di influenzare ogni vita umana. La forza risiede nell’enorme visibilità che può avere un’opinione espressa attraverso la tv, in grado di indirizzare le nostre scelte verso ciò che viene trasmesso o affermato durante un programma, basta pensare alla pubblicità.

 
L’esperimento sociale condotto da P.F. Cottone – docente di psicologia presso l’Università di Padova – è un chiaro esempio di come la manipolazione mediatica agisce sulle nostre opinioni. Egli ha intervistato a Lampedusa uomini e donne di varie età domandando cosa ne pensassero della situazione profughi e le risposte erano state varie ma comunque indirizzate verso un’accoglienza calorosa e per nulla distaccata, con la convinzione che fosse un’opportunità di riscatto e per mettersi in gioco. È necessario sottolineare che, al momento delle interviste, non fosse possibile la lettura di giornali. Successivamente – quando il flusso di notizie cartacee ebbe ripreso a scorrere in città – Cottone ripropose l’intervista alle medesime persone, ottenendo risposte differenti, non nella sostanza ma nei modi, sull’onda della paura – per non dire odio – che le testate giornalistiche propongono ogni giorno.
Toniamo quindi a noi, al punto più importante della questione: siamo noi a trasformare in problema la situazione attuale?
Usciamo da buonismi e semplicismi, ma anche da pregiudizi e generalizzazioni; allontaniamo posizioni politiche o pseudo-politiche – non è il risvolto politico che mi interessa – e concentriamoci solo ed esclusivamente su semplici fatti.
La crisi delle carceri in Italia è in atto almeno da un decennio, ben prima che il flusso migratorio diventasse così cospicuo.
È stato sotto gli occhi di tutti noi, tutti i giorni, come qualsiasi governo – da qui ad almeno venti anni or sono – non sia stato in grado di gestire in maniera adeguata l’emergenza migranti, e non solo quella.
A ciò aggiungiamo il contributo Europeo, che prima investe milioni per le accoglienze, poi si dimentica dell’esistenza del problema, proprio nel momento in cui si aggrava, poi cambia di nuovo idea con l’attuale riassegnazione delle quote (e l’accordo tra i vari Paesi è ancora molto lontano).
E questo è ciò che riguarda noi; ora diamo uno sguardo – breve e superficiale, ne sono consapevole, ma quanto basta per farci una prima idea – alla situazione del continente Africano.

 
Guerre. Fame. Povertà.
Tre semplici parole, il cui uso è stato ormai abusato, ma che non possiamo ignorare. È solo comprendendole che possiamo iniziare a capire cosa spinge migliaia di persone ad abbandonare il proprio paese, la propria casa, i propri conoscenti – a volte la stessa famiglia! – per intraprendere un viaggio che sembra più una condanna che una salvezza. Alcuni Paesi vivono una tale situazione di terrore che la famiglia è costretta a celebrare un finto funerale per chi scappa, altrimenti se si venisse a conoscenza della partenza le ripercussioni sui suoi famigliari sarebbero terribili.
Chiediamoci, allora, cosa può spingere una persona a mettere a rischio la vita della propria moglie, del proprio marito, dei propri figli, pur di partire; e quale può essere il suo scopo? Scappa perché è povero e vuole andare a rubare per arricchirsi? Scappa perché non gli bastano la moglie – o le mogli – che già ha e vuole andare a stuprare? Scappa perché odia così tanto gli europei a tal punto da voler rubar loro il lavoro? Io non credo.
Con questo – per evitare generalizzazioni malsane – non voglio santificare i profughi o far finta di non vedere le situazioni critiche di povertà a cui sono sottoposti anche gli italiani. Non deve esistere una gerarchia della sfortuna, un criterio che scelga chi aiutare e chi no, men che meno se questo criterio è la nazionalità. Allo stesso modo un criminale è colpevole di ciò che fa e deve rispondere dei suoi atti, non del Paese nel quale il Fato ha scelto di farlo nascere!
E smettiamola con le fantasie che l’informazione – o dovremmo dire disinformazione? – propone ogni giorno.
L’idea che dobbiamo crearci deve essere dettata da buon senso, da fatti, dati , prove, da ragionamenti che non favoriscano uno o l’altro partito, ma che cerchino di dare uno sguardo d’insieme che sia il più possibile oggettivo, o al meno ragionevole.
Ribadisco il mio assoluto distacco da quel che ormai – il motivo non me lo spiego – viene definito buonismo. Ma cos’è il buonismo? Il vocabolario Treccani afferma: «Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico».
“Avversari”. Chi decide chi è mio avversario? Non dovremmo essere noi stessi a farlo, invece che venga sempre scelto un capro espiatorio come causa di ogni male da qualcun altro?
Ecco perché la soluzione non è sicuramente quella di un’accoglienza totale ed indiscriminata, come non può esserla la chiusura delle frontiere. L’estremismo non risolve mai nulla. È ovvio che accogliere ed aiutare tutti allo stesso modo non è possibile – o almeno non lo è da soli – ma anche la politica opposta non risolve nulla, visto che i barconi continueranno a sbarcare persone anche se decidessimo di non accettarle, aggravando ancora di più la situazione a causa del fatto che verrebbero a mancare anche i primi fondamentali controlli. Bisogna rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro con decisione, con impegno, ma anche con umanità, perché non possiamo dimenticarci che è sempre della vita di esseri umani come noi che si sta parlando. Iniziamo a tagliare vitalizi e mega-pensioni, diminuiamo l’evasione fiscale, diminuiamo l’età pensionabile e re-investiamo in un’accoglienza che sia finalmente ragionata, coerente con lo scopo che si è prefissata e priva di sprechi (di quei famosi 30 euro – e si sentono cifre ancora maggiori – quanti vanno veramente in mano ad un profugo e quanti sono invece messi in tasca da chi – italiani – gestisce la cosa?).
Re-investiamo nel lavoro e nell’entrata in società, per italiani e non ovviamente. Come possiamo pretendere l’inserimento sociale se non sono presenti le condizioni che lo rendano tale?
Diamo una possibilità al “nuovo”, sfruttiamone la potenzialità come risorsa – non solo materiale ma anche culturale – invece che trasformalo in un problema che non siamo capaci di risolvere. Costi e sacrifici ce ne saranno per tutti, ma ogni cosa ha il suo prezzo, e il risultato vale bene qualche sacrificio da parte di ognuno di noi.

Massimiliano Mattiuzzo

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