3 settembre 2015 Emanuele Lepore

Coincidenze lontane (Nota su “Walden” di H.D. Thoreau)

Caro Lettore,

le parole che desidero indirizzarti questa volta sono totalmente inusuali. Inusuale è la forma che stanno acquistando sin da questo loro inizio; tale è il luogo in cui stanno prendendo corpo: le sto scrivendo lontano da tutti, seduto su di un blocco di pietra che dev’essere rotolato giù dalla sommità della collina ( forse un vecchio architrave: su cosa si apriva la porta che custodiva?). Qui non c’è l’odore confortante dei libri, le parole sicure stampate su carta, l’aspetto dell’incontrovertibile presenza. È tutto un sovrapporsi di aromi: la resina che punge colando lentamente sul tronco, il fiore timido, il muschio all’ombra delle fronde. Qui non ci sono voci che chiamano, rumori dispettosi che bussano e corrono via senza nulla da dire, non inutili orpelli di buon costume. Nel posto in cui sono, comandano il vento e la luce, l’ombra e la quiete: silenzio. C’è posto per le parole autentiche che mettono a nudo la vita: di questa vita, non di altro, dovremmo occuparci attentamente. Sono venuto a sedermi sul fianco alberato di questa collina per liberarmi dell’illusione che la causa sia sempre lontana, che il significato sia nascosto: ché a pensar così, ci si ritrova con cause imponderabili, significati mai assaporati. Sono venuto a rendermi conto che non è nascosto ciò che cerco: sono chiusi i miei occhi. Ma perché ti ho portato qui con me? Hai forse qualcosa da spartire con l’inutilità di queste righe?

Ti scrivo perché sono giunto a questo punto grazie ad una serie di coincidenze.

La parola “coincidenza” deriva dal latino cum-in-cado e, originariamente testimonia il cadere insieme di più cose, l’insistere di più forze su di un medesimo punto. Sono praticamente certo che sarà capitato anche a te di essere quel punto: c’è qualcosa che non vediamo e ci chiama con più voci. È nella scritta che lampeggia sull’insegna di un negozio che, prima di un certo momento, abbiamo sempre superato non curanti; È nella frase che salta fuori dalla ressa di una conversazione, al bar; è nel titolo di un libro che ci capita per le mani, di cui abbiamo sempre sentito parlare ma non abbiamo mai letto.

“Walden o Vita nei i boschi” è un libro scritto da Henry David Thoreau (1817-1862) durante il suo ritiro in una capanna che si era costruito sulle rive del fiume Walden ( Massachussetts), tra il 1845 ed il 1847.

Tra il 1845 ed il 1847 Henry David Thoreau (Concord, 12 luglio 1817- Concord, 6 maggio 1862) si allontanò dalla piccola cittadina di Concord, nel Massachussetts e si ritirò in un’abitazione che s’era costruito sulle sponde del lago Walden.

Nel 1854 pubblicò “Walden o Vita nei boschi”, un’opera ibrida al limite tra il puntuale diario di un’avventura e la confessione filosofica, in cui la descrizione della Natura, dei suoi luoghi, dei suoi figli (di cui è tradita una conoscenza approfondita, di prima mano), si intreccia ad una serie di puntuale critiche alla società del suo secolo: in senso più ampio, all’idea stessa su cui si fonda la nostra società, cioè l’isolamento.

A Thoreau può – ed è stato fatto- essere rivolta la critica che da sempre è indirizzata a chi decide di assecondare una qualche esigenza ascetica: isolarsi per criticare l’isolamento significa rafforzarlo; piuttosto, sarebbe di gran lunga più vantaggioso prodigarsi per il bene dei propri concittadini, della propria società.

E sarebbe davvero una critica valente se avesse sott’occhio la realtà delle cose; cioè se l’ascesi fosse autenticamente un isolamento dal consorzio umano, dal mondo, dal tempo e non – ciò che invece essa è- un ricongiungimento con l’umanità di cui si assapora il senso più profondo, col mondo di cui si riscopre la totalità, col tempo che – finalmente- è armonia e non fuga, affanno, privazione.

Ciò che fa Thoreau – l’autentico asceta, in generale- è mettere la giusta distanza tra sé e la società di cui desidera correggere le storture: uno sguardo più ravvicinato rischierebbe di essere fuori fuoco, di notare soltanto l’esteriorità del problema, di lenire una ferita senza curare l’infezione che affligge l’interno sistema. Volendo guarire dall’isolamento, si ignora la totalità delle componenti in gioco: si finisce, dunque, per praticare un ulteriore isolamento.

Ciò che fa Thoreau, ancora, è in primis un lavoro sulla propria persona, afflitta dagli stessi mali della società in cui ha lungamente vissuto. È per questa ragione che, leggendo le pagine di “Walden” si assiste allo smascheramento dell’umano che, dimentico dell’originario senso della Natura (ché l’umano stesso è Natura), si trova preda dei paradossi più tremendi: si pratica il male credendo di praticare il bene, si è assassini credendo di essere salvatori, si condanna alla schiavitù credendo di essere liberatori.

Desideroso di liberarmi dal peso annichilente dei paradossi cui siamo quotidianamente condannati, caro Lettore, ho deciso di ritirarmi – seppur per lo spazio d’un mattino- in un posto in cui non si conosce la mancanza, in cui non v’è privazione perché c’è esattamente tutto ciò di cui si ha un primario bisogno; desideroso di riscoprire il suono autentico delle parole che ti indirizzo, sperando che possano anche solo segnare una via possibile, un tratturo già battuto e dimenticato, con la speranza che, indicandolo ai tuoi occhi, possano un giorno trovarlo i miei.

Emanuele Lepore

[immagine di proprietà di Emanuele Lepore]

Tagged: , , , , , , , , , , ,