Catalunya e Veneto: da referendum a referendum

Il referendum che si è appena concluso in Catalunya − avendoci vissuto qualche mese non riesco a chiamarla Catalogna − ha visto votare meno della metà degli aventi diritto, ottenendo però, anche tra blocchi, requisizioni e violenze da parte della Guardia Civil il 90% di Sì per l’indipendenza della regione, con due milioni e duecentomila voti favorevoli. L’esito del referendum dovrebbe implicare la votazione per fare partire il processo di scissione della Catalunya dalla Spagna, fino a portarla a diventare uno stato autonomo sotto forma di repubblica. Il cammino però è tortuoso e sarebbe una decisione unilaterale del governo indipendentista della regione autonoma in quanto il referendum è stato dichiarato illegale dalla corte suprema spagnola. La Spagna ha già dichiarato che userà tutti i mezzi che la legge (e la costituzione) concede per bloccare l’indipendenza catalana. Quello che succederà lo si scoprirà nei prossimi mesi, quello su cui voglio concentrarmi è la funzione che secondo me e secondo molti ha avuto questo referendum nella vita politica catalana e sulle similitudini e differenze con la votazione che interesserà le regioni di Veneto e Lombardia il prossimo 22 ottobre.

A prescindere dal merito, cioè sul diritto o meno che ha ogni regione a potersi separare dal paese a cui appartiene e che non è normata dal diritto internazionale, il referendum catalano alla luce dei fatti di domenica primo ottobre è apparso un pasticcio in molti sensi. La votazione è stata una sconfitta per la Spagna e per il suo presidente Mariano Rajoy, che ha fatto una bruttissima figura sulla scena internazionale, e per la politica in generale. Sembra infatti impossibile che il dibattito sia stato così sterile da rifiutare dialogo e compromessi, tanto da arrivare a voler fermare il referendum all’ultimo istante delegando il potere alle forze dell’ordine e strappando di mano le schede agli elettori. Appare ingiustificato e inutile il ricorso alla forza da parte del governo di Madrid, come appare ben lontano della legalità un referendum auto indetto seguendo modalità non trasparenti.

Dalla giornata di domenica se c’è qualcuno che esce rafforzato è il popolo catalano che chiede l’indipendenza e il diritto di votare, generando simpatia e appoggio trasversale. Subito in Italia gli esponenti più autonomisti (secessionisti si diceva un tempo, e federalisti fino all’altro giorno) sono subito corsi a garantire il loro appoggio verbale ai catalani, sostenendo il loro diritto all’autodeterminazione e bollando le misure attuate dalla Spagna come “atti gravissimi, degni del franchismo”1. In Veneto e in Lombardia c’è chi deve essersi sfregato le mani per la vicinanza tra il referendum in Catalunya e quello del 22 ottobre con il quale le due regioni chiederanno ai propri abitanti se ritengono opportuno che lo Stato conceda maggiore autonomia alle regioni stesse, competenze ora delegate allo stato, e anche più soldi in definitiva (come succede già in quelle a statuto speciale). Un bello spot per tutti i movimenti autonomisti è stato quello dei catalani in fila per ore davanti ai seggi, che sfidano polizia e governo per far sentire la propria voce. Ne sono usciti anche un po’ vittime (centinaia i feriti accertati, due gravi), e questo non guasta. Hanno avuto l’attenzione del mondo e ora Maroni e Zaia sperano di averla di riflesso.

Sta di fatto però che al di là della vuota retorica e della propaganda non c’è mezza cosa che accomuni le due consultazioni popolari. Innanzitutto la forma: il referendum italiano non è in alcun modo osteggiato dal governo e non è vincolante ma solo consultivo (lo Stato avrà l’ultima parola sulle concessioni da fare). Poi, una consultazione di questo genere non è indispensabile per le richieste che le due regioni fanno allo Stato: l’Emilia Romagna ha avviato lo stesso processo per conquistare più autonomia ma senza spendere i milioni di euro che invece spenderanno Veneto e Lombardia.

Se poi i catalani sono mossi, al netto sempre della propaganda, da orgoglio, cultura e tradizioni comuni, ragioni storiche e amministrative e un po’ di maltrattamenti ricevuti, i nordisti ex secessionisti no. A parte l’auspicio per i propri elettori di avere un po’ di “schei” in più per loro, che non prendano la strada caritatevole del meridione, non si vede ombra di programma. Né appunto ci sono regioni storico-sociali valide. E allora cosa c’è di accomunabile tra la Lega Nord e la coalizione Junts pel Sì in Catalunya, promotori delle due consultazioni? La propaganda, appunto.

Azzardo, ma sono dell’opinione che le due formazioni politiche abbiano capito che tirare in ballo la volontà popolare e il diritto del popolo ad autodeterminarsi, in qualsiasi forma lo faccia, al momento sia una delle cose più spendibili ultimamente. Basti guardare al fiorire di movimenti indipendentisti e autonomisti, più o meno xenofobi poi, in giro per l’Europa. La Lega è dagli anni Novanta che dà voce al popolo del nord Italia che si sente oppresso dallo stato e nello stato non si riconosce a suon di secessione e federalismo; solo ora si scontra con la linea di estrema destra di Salvini. Comunque sia ha rappresentato e (scusate la bruttissima parola) fidelizzato un territorio con il miraggio, l’obiettivo ultimo della divisione dallo stato italiano in maniera almeno federale.

Molti commentatori hanno notato questo anche in Catalunya, e cioè che il sentimento indipendentista si sia rinfocolato prepotentemente in concomitanza con la crisi economica del 2008, cavalcato da molte formazioni politiche. La gente ha trovato nel progetto di uno stato catalano libero (Catalunya lliure) una speranza e un obiettivo per cui lottare, e il dibattito politico si è così azzerato, appiattito sul tema dell’indipendenza, portando montagne di voti ai suoi promotori. Adesso l’indipendentismo probabilmente non è ancora maggioritario in Catalunya, ma è molto convinto, chiassoso e sicuro di sé. Di certo è trasversale e molto più integralista di prima e può camminare con le sue gambe. Le proporzioni con l’indipendentismo nostrano sono ridicole, ma non si sa mai che la promessa di qualche soldo in più in saccoccia in un momento ancora non facile per la nostra autonomia non riesca a far serrare le fila anche qui. Sicuramente il referendum del 22 ottobre sarà vinto a larghissima maggioranza dal Sì e la Lega la trasformerà in una sua vittoria esclusiva, anche questa spendibile politicamente.

Tommaso Meo

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NOTE:

1. Queste parole sono state proferite dal governatore del Veneto Luca Zaia all’interno della trasmissione In mezz’ora andata in onda il 01/10/2017.

Cos’è l’AfD, chi l’ha votata e come sta reagendo la Germania

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Uno studente italiano migrato in Germania cerca di spiegare meglio l’AfD, il partito tedesco di estrema destra protagonista del momento.

 

La stampa italiana, sull’onda di quella tedesca, ha dato una narrazione quasi unilaterale di queste elezioni in Germania, sottolineando il grande risultato dell’AfD (Alternative für Deutschland), che ha ottenuto il 12,6% ed è quindi cresciuta dell’8% rispetto alle ultime elezioni. Per una sorta di tacito accordo poi tutti i giornali italiani hanno iniziato a connotare l’AfD come “ultradestra”. Suppongo che il termine dovrebbe evocare qualcosa di enorme e mostruoso, ma in realtà non significa quasi niente. Se ve li immaginate come dei cloni della Lega di Matteo Salvini vi sbagliate. Il leader del partito Alice Weidel ha un dottorato in economia, è lesbica con una compagna di colore e due bambini; non proprio un ritratto simile a Salvini insomma. Tuttavia lo stesso partito ha come figura di spicco anche Alexander Gauland (che invece ricorda Salvini anche fisicamente, solo un po’ più anziano e avvinazzato), il quale subito dopo la vittoria ha aizzato la folla al poco rassicurante grido di “Wir werden sie jaggen” ovvero “le (alla Merkel) daremo la caccia”.

Due figure che rappresentano bene le due anime del partito. Da un lato il volto più arrabbiato e popolare, che raccoglie i voti delle classi povere ad Est, dall’altra la faccia più rassicurante che intercetta l’insoddisfatta borghesia del Sud. Per capire meglio la Germania e il suo voto forse occorre comprendere meglio queste due classi. L’Est è stato il più grosso bacino di voti dell’AfD, con una media del 22,5% dei voti. Se lo si somma al 17,4% della Linke, partito di sinistra radicale, si nota che quasi il 40% della popolazione ha dato un voto di protesta contro il governo: evidentemente quell’immagine della Germania ricca e felice che ci viene proposta non è vera ovunque.

Diversa è la situazione a Sud, dove i voti sono stati meno (intorno al 12%) e sono arrivati per lo più da ex elettori della CDU. La borghesia benestante (e non troppo colta) delle cittadine della Bavaria e del Baden-Württemberg non ha digerito la politica migratoria della Merkel, che ha fatto entrare troppe persone senza imporre sufficienti controlli e regole di integrazione. In realtà in questi paesini l’immigrazione si è vista più alla tv che sentita sulla propria pelle, ma notizie come quelle delle violenze di Colonia la notte di Capodanno sono state sufficienti. Se la Lega in Italia tende ad indicare nell’immigrazione la causa della povertà e della mancanza di aiuto dello Stato, l’AfD, agendo in un paese più ricco, usa una strategia diversa, mirata a difendere i valori tradizionali (qua potete vedere un esempio di una loro pubblicità, che fa abbastanza ridere se non si pensasse che ha avuto così successo).

afd-manifesti_la-chiave-di-sophiaNell’ordine i manifesti recitano: “Nuovi tedeschi? Facciamoceli da soli”, “Burka? Io preferisco il Burgunder” (vino tedesco, ndr), “L’Islam?” Non si adatta alla nostra cucina”.

La vera vittoria dell’AfD comunque non è nei numeri; perché il 12,6% consente di essere un’opposizione con una voce forte, ma non di cambiare gli equilibri del paese. La vera vittoria è la completa monopolizzazione del dibattito pubblico. Giornali e tv parlano solo più di come affrontare in parlamento l’AfD. Un settimanale serio e di qualità come die Zeit su internet fa ironia da terza media sulla notizia che il Guardian indica nei suoi grafici l’AfD con il colore marrone invece dell’abituale blu. La Merkel nel suo primo discorso dopo il voto ha già subito annunciato che bisogna riconquistare i voti dell’AfD e imporre controlli più forti sull’immigrazione. Insomma la Germania è confusa e impaurita e questo non potrà che portarla più a destra, là dove l’AfD vuole. Peccato perché in realtà di queste elezioni si potrebbero fare anche delle letture alternative a quella che incorona l’AfD: il quarto mandato di fila di Angela Merkel, che cala ma si conferma in un momento di crisi mondiale in cui una flessione era inevitabile, il voto degli under 25, che è andato molto più ai Verdi che all’AfD…

Lorenzo Gineprini

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Il complesso del balcone: su regimi e dittatVre

Argomento delicato – delicatissimo – quello sulle dittature, forme di governo dalle origini antiche e sempre presenti da qualche parte nel mondo, quindi sempre attuali. Il regime assolutistico su cui si poggiano è insieme spauracchio e feticcio, incubo e sogno, nostalgia e volontà di oblio. In seno al suo contraltare – la democrazia – sembra non esserci spazio per parlarne approfonditamente senza scadere in un elogio o in una condanna a priori. L’errore più frequente è quello di accomunarle tutte sotto lo sguardo miope del buon occidentale, raccogliendole nel contenitore delle cose brutte del mondo; mentre quello più evidente è tesserne le lodi senza conoscerne i risvolti più quotidiani.

Perché chiamarlo ‘complesso del balcone’?
Si tratta di un insieme di cose, anche contrastanti tra loro, che formano un complesso appunto, un ginepraio di costrutti sociali che si differenziano geograficamente e culturalmente. Il balcone invece è una metafora – e in certi casi una vera concretizzazione – che identifica una netta separazione tra la rappresentazione del potere: il dittatore, e l’elemento su cui il potere viene esercitato: la massa, il popolo.

Esistono quindi delle costanti che incontriamo in tutti i regimi dittatoriali e la prima è appunto la piramide sociale: il dittatore al vertice, il popolo alla base e nel mezzo l’insieme di funzionari/militari nominati direttamente dal dittatore. La seconda costante è la gestione del potere: il dittatore assume il ruolo di monarca assoluto – tra il 1976 e il 1977 il feroce Jean-Bedel Bokassa seguì alla lettera tale passaggio, poiché trasformando la Repubblica Centrafricana in Impero lui divenne imperatore, calcando le orme di un lontano Napoleone – mentre il culto della personalità assume proporzioni quasi religiose, basti pensare alla Corea del Nord retta dalla dinastia dei Kim.

I punti in comune terminano qui, tutto il resto è differenziato in termini culturali.
Noi occidentali poniamo la dittatura generalmente sotto una luce negativa perché annienta la libertà individuale e collettiva (libertà di stampa, di parola, di credo ecc), e tendiamo a fare la stessa cosa per tutti i regimi del pianeta; si tratta del nostro inguaribile eurocentrismo – o “occidentalcentrismo” – che ci porta a credere in un concetto assoluto di libertà. Essa invece è variabile, o meglio, i valori da cui è composta vengono posti in piani differenti sia dal singolo individuo sia da un insieme di più individui: una società.

Se per noi occidentali nei primi due o tre posti della scala dei valori fondamentali ci sono la libertà di pensiero e la libertà di stampa (legata all’informazione), per un pastore siberiano potrebbe esserci la libertà di movimento in un territorio molto vasto mentre per un abitante delle isole Trobriand potrebbe esserci la libertà di accumulare cibo senza doverlo necessariamente consumare.
Con i dovuti riguardi, funziona quindi come se parlassimo di preferenze personali: se per me leggere un libro è sinonimo di libertà, per qualcun altro potrebbe essere correre, pescare, disegnare e così via.

Concretizzando: chi dovesse sopprimere la libertà di caccia, verrebbe giudicato negativamente dai siberiani, ma gli europei, che poco si interessano di nomadismo e altrettanto poco sentono la caccia come bisogno primario, probabilmente considererebbero virtuoso sia il divieto sia chi lo ha promosso.
Al contrario chi dovesse sopprimere la libertà di stampa, sarebbe oggetto di critica nel mondo occidentale, mentre in Siberia passerebbe come una legge qualsiasi che nemmeno sfiora l’interesse comune.
Ne consegue che se per noi occidentali i dittatori sono figure negative, per qualche altro popolo potrebbero essere ‘normali’ se non addirittura positive.

Il condizionale è d’obbligo, prima di orientare la nostra opinione nella classica esaltazione dell’uomo forte, o nel nostalgico ricordo di un regime scomparso svariati lustri antecedenti la nostra nascita (è un po’ come provare nostalgia per il buon vecchio Annibale… mai visto né conosciuto), ma anche prima di condannare, senza se e senza ma, un regime che molto probabilmente è l’unico elemento capace di tenere assieme un Paese, servirebbe sviluppare una capacità critica più distaccata, non per pontificare all’infinito su temi triti e ritriti, ma per comprendere meglio ciò che sta accadendo attorno a noi, al nostro Paese, alla nostra collettività.

Alessandro Basso

 

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Gastrite filosofica e capitalismo

«L’inganno più grande che io abbia mai fatto è stato di farti credere di essere te».

Da Revolver, film di Guy Ritchie del 2005

 

Quale migliore citazione per la vittoria definitiva del Capitalismo tanto temuto dal buon Karl Marx? Alla fine il più grande inganno della società contemporanea è essere riuscita a instillare in tutti noi l’unica e ferma convinzione che in fondo le cose non possano stare che così e in nessun altro modo. Va dato al mondo contemporaneo e ognuno di noi quindi il merito di aver piegato ogni dissenso e ogni voce critica fino a soffocare il grido di un recente passato di conquiste sociali all’ovatta del tempo.

La società occidentale, così immune alle patologie devastanti che hanno flagellato i secoli passati, vede un crescente aumento di malattie croniche di poco conto: vedasi gastriti, sindromi del colon irritabile e disturbi vari. Ovviamente esse non sono niente se paragonate a una epidemia di vaiolo, eppure questi piccoli e fastidiosi disturbi si insinuano sempre più violentemente nel vivere quotidiano di milioni di persone ogni giorno, inesorabilmente. Solitamente esse vengono derubricate alla voce stress, un termine ormai abusato e quasi dato per scontato, ma filosoficamente indagato pochissimo − in fondo siamo tutti (chi più chi meno) stressati, perché occuparcene quindi? Ma che matrice intima ha questo stress?

La società capitalista che ha una forte matrice cartesiana sorvola grandiosamente l’interazione tra fisico e mente e viceversa. Del resto niente vi fu di più grande dell’idea che in qualche modo l’esistenza fosse slegata dal tanto disprezzato corpo che con la sua caducità metteva a nudo la deflagrazione di quelle idee e derivanti ideologie che si volevano incorruttibili. Cartesio imparò bene dal cristianesimo.

Tutti noi siamo stati educati, cresciuti e abituati (ma sarebbe meglio dire addestrati) a gestire come normali certi sfoghi o reazioni del nostro corpo, perché in fondo ritenute parte dell’esistere contemporaneo come l’inquinamento ambientale, l’uso di conservanti nell’alimentazione, seppur nocivo, o lo smog perché, in fondo, si è normalizzata l’anomalia dello stare male.

Non solo Karl Marx ha fallito come ha fallito il materialismo, ma siamo ben oltre: noi stessi rifiutiamo costantemente ciò che il nostro corpo, che poi è la nostra parte più vera, prova disperatamente a dirci, e cioè che le cose così come sono non vanno bene. Nella vostra vita avete trovate o troverete un’orda di motivatori, coach improvvisati, melliflui chiacchieroni sempre pronti a dirvi che in fondo bisogna andare avanti, bisogna pensare positivo, che se hai la gastrite buttaci giù due pastiglie che passa e via. Avanti tutta verso la meta.

Che meta poi?

Una esistenza consistente, autentica?

No, in questo mondo esisti solo nella misura in cui produci un reddito, lo sanno bene le orde di stagisti e poveracci sottopagati che si ammassano alla ricerca di un lavoro “perché tanto bisogna fare curriculum”, lo sanno bene i poveri, gli storpi, gli esclusi dalla società che come la vostra gastrite vi ostinate a non voler ascoltare, anche se, in fondo, è parte di voi. Forse quella dannata gastrite è la parte più vera di voi.

Scrive bene Karl Marx nella prefazione a Per la critica dell’economia politica (1859):

«Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza».

Allo stesso modo tutti noi siamo stati educati che in fondo un po’ di gastrite può andar bene, che bisogna lavorare anche se ti pagano poco, che anche se stai male bisogna produrre e in fondo che stare male è una condizione strutturale dell’essere umano salvo tu non abbia la fortuna di essere un milionario, un vincitore del Superenalotto o in generale qualcuno che può vivere di rendita o ergersi sopra gli altri.

Quella dannata gastrite che prende il sopravvento è invece forse la parte più autentica di ognuno di noi, è quel mutus animi (moto dell’animo) che in fondo ci sta sussurrando dal basso del nostro ventre che le cose, così come sono, in fondo non vanno; è un richiamo ancestrale al ribellarsi e alla ribellione, perché in fondo ogni essere umano nasce libero, ma non sempre siamo capaci di sostenere o di ricordare quella libertà.

Meno Malox dopo i pasti e più e più Lex, intesa come giustizia, cioè dare a ognuno il suo. Forse seguire questo principio ci aiuterebbe a risolvere tanti problemini di stomaco in prima battuta e a costruire una società migliore nel complesso. Le cose non sono date così come sono, ma ciò che ogni giorno scegliamo di essere determina ciò che le cose sono.

«Il difetto principale d’ogni materialismo fino ad oggi è che l’oggetto, la realtà, la sensibilità vengono concepiti sotto la forma di oggetto o di intuizione, ma non come attività umana sensibile, prassi, non soggettivamente».

La vostra gastrite è reale, care amiche e cari amici, ed è dannatamente oggettiva e vi ricorda ogni dannato giorno, o almeno ci prova, che le cose non vanno come sentite che dovrebbero andare.

Meno Malox e più ribellione, provare per credere.

Matteo Montagner

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Cannabis: una libera scelta che non possiamo compiere

A mio parere, per quanto riguarda il dibattito sulla Cannabis in Italia, mancano − o quantomeno dovrebbero essere più presenti − la conoscenza e la consapevolezza. Conoscenza di ciò di cui si sta parlando e consapevolezza degli effetti che i nostri discorsi avranno per le altre persone. E ciò a cui stiamo assistendo è paradossale ed imbarazzante: più “aumenta” l’influenza socio-politica di chi sta parlando tanto più diminuisce la competenza necessaria e la volontà di risolvere la situazione creatasi in Italia una volta per tutte. Parliamoci chiaro: non sto dicendo che non ci siano personalità di spicco che possano trattare il tema essendo preparati, anzi, ma il problema è che la maggioranza di chi ha il compito di legiferare in merito non ha le idee ben chiare (per non dire che non ne ha affatto).
Prendiamo un semplice esempio: la legge vigente in Italia per quanto riguarda le sostanze stupefacenti, dopo la dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi attesa per ben otto anni, è la 309/90. Essa stabilisce chiaramente come ogni anno vi sia un obbligo di informazione in materia tramite una “Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia” che dovrebbe incentrarsi «sui dati relativi allo stato delle tossicodipendenze in Italia, sulle strategie e sugli obiettivi raggiunti, sugli indirizzi che saranno seguiti». Dal 2009, la Relazione è un compito del Dipartimento delle Politiche Antidroga. Qual è il problema? Il problema è che quando andiamo a leggere queste Relazioni − se arrivano − sono totalmente prive di fondamento, di informazione e di sistematicità. Solamente quella del 2015 ha presupposti scientifici validi, ma è l’unica luce in un mare di ombre.

Qui non si tratta tanto di essere favorevoli o meno al proibizionismo: basta analizzare dati oggettivi, che non scelgono di favorire una fazione, ma ci mostrano la situazione reale.
Visto che ormai sembra che il denaro sia l’unica leva per catturare l’attenzione e spingere a riflettere, partiamo dai numeri che lo riguardano. In Italia, dal 2011 al 2013, la stima del guadagno per quanto riguarda la Cannabis è aumentata del 18%, passando da 3,4 a 4 miliardi di euro. In generale, l’aumento del guadagno per le sostanze stupefacenti è aumentato del 10% arrivando al traguardo di 14 miliardi di euro. E chi ha guadagnato questi soldi? La risposta è sicura: non lo Stato; e buona parte, se non tutti, la Mafia.
La Direzione Nazionale Antimafia è molto chiara per quanto riguarda il suo giudizio sul proibizionismo: nel gennaio 2015 riferisce «senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente, e nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva»; inoltre sottolinea gli effetti che «la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle forze dell’ordine e magistratura per il contrasto dei fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite».
E pensare che di esempi virtuosi ce ne sono, come il caso del Colorado che ha liberalizzato la Marijuana nel 2014 e, tra le altre cose, ha fatturato solo nel primo anno circa 700 milioni di dollari e ha diminuito il costo penitenziario. Gli economisti Ofria e David, basandosi sul Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, hanno stimato che in Italia si potrebbero tenere in cassa quasi 575 milioni di euro. Aggiungendovi i guadagni derivanti da un’imposta sulla Cannabis pari a quella che pesa sui tabacchi (tra i 5,2 e 7,9 miliardi di euro in base alle stime sui consumatori) si perverrebbe alla strabiliante oscillazione tra 5,8 e 8,5 miliardi di euro che lo Stato Italiano potrebbe guadagnare in un solo anno!
Ci tengo a sottolineare che mi discosto da una scelta per la legalizzazione o liberalizzazione basata su presupposti meramente economici per motivi che ora − però − non abbiamo lo spazio per discutere ma che non influiscono su questa breve analisi.

Parliamo ora di salute. Per decenni la Marijuana è stata descritta come una sostanza quasi diabolica (basta cercare qualche locandina americana degli anni ’30-’40 per rendersene conto). Innumerevoli studi autorevoli di altrettanto vari Ministeri, enti, Università, Dipartimenti, ricercatori e dottori hanno dimostrato come la Cannabis intervenga positivamente nel nostro organismo. In particolare due dei suoi principi attivi, il THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo), sono relazionati alla soluzione o attenuazione di varie patologie come sclerosi multipla, lesioni del midollo spinale, nausea causata da varie terapie come chemioterapia e radioterapia, mancanza di appetito nella cachessia, anoressia o nei pazienti oncologici, effetto ipotensivo nel glaucoma, sindrome di Gilles de la Tourette e molti altri, come è visibile anche nel sito del Ministero della Salute italiano.
Nonostante ciò, ogni volta che un dibattito pubblico o parlamentare prende vita, ci si scontra contro un muro di inesperienza, ignoranza e scherno; e l’effetto sulle risorse informative dei cittadini è angosciante.

Ognuno può fare la sua scelta, ma deve avere i mezzi per compierla in maniera consapevole invece di poche frasi fatte e malsani luoghi comuni che purtroppo sono difficili da debellare. Basti pensare alla polemica legata ai vaccini.
Negli ultimi tempi osserviamo la totale perdita di fiducia nella comunità scientifica e non sappiamo dove questa situazione potrebbe portarci, ma qualche domanda dobbiamo porcela. Un buon inizio sarebbe produrre − finalmente − una legislazione coerente e completa in materia di Cannabis, che lasci spazio alla libera scelta invece che impedire a prescindere e senza fondamento alcuno il consumo di una sostanza che l’umanità utilizza dall’alba dei tempi.
Sono consapevole che ci sarebbe molto altro da dire e da analizzare, ma ho preferito approfondire solamente due aspetti − economico e salutare − che sono solitamente i più dibattuti.

Massimiliano Mattiuzzo

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Il connubio tra politica e cultura

A scuola ci hanno insegnato a non pensare a compartimenti stagni: anche se storia, arte, letteratura e filosofia sono materie separate, è importante capire che in ogni contesto storico esse sono strettamente intrecciate. Ma è possibile rendersene conto quando lo si vive in prima persona?

Brexit, l’elezione di Donald Trump, i timori precedenti le elezioni olandesi, tedesche e francesi, ci ricordano quotidianamente che esiste una fetta di società che non fa mistero di valori ed idee poco moderati. Solo qualche anno fa, l’elezione di personalità come Donald Trump ad una simile carica politica sembrava una prerogativa prettamente italiana e all’estero un’incredulità mista ad orrore spesso regnava di fronte alla continua (ri)elezione di un politico conosciuto per un atteggiamento poco rispettoso nei confronti delle donne.

Ma come ci hanno insegnato a scuola, la storia e dunque la politica non vivono una vita a sé stante: esse si inseriscono in un contesto culturale più ampio. Se siano esse ad influenzare o siano influenzate, è difficile da definire e con ogni probabilità dipende dallo specifico contesto storico.
Analizziamo quello attuale. L’inizio della seconda decade degli anni Duemila ha visto il delinearsi di una subcultura1 che, emersa a ridosso di un periodo di relativo benessere, si vuole porre in antitesi alla cultura di massa. Nel tentativo di differenziarsi dal mainstream (ciò che è convenzionale e maggioritario) riscopre aspetti che erano stati accantonati in nome dello sviluppo tecnologico e del benessere: il retrò e il vintage, l’ambiente e la natura, l’arte e la letteratura.

La storia dell’arte ci insegna che anche le innovazioni artistiche diventano mode: una parabola naturale che non le vede più prerogative di una nicchia di artisti, ma una caratteristica di molti, e che generalmente segna l’inizio del loro declino. In maniera simile, alcuni di questi ‘nuovi’ elementi culturali  hanno progressivamente coinvolto e interessato un numero di persone sempre maggiore. Ad oggi, alcuni di essi definiscono a pieno titolo il profilo culturale della società attuale. Basti pensare che nel 2016, il numero di vinili venduti nel mercato britannico è aumentato del 53% rispetto all’anno precedente2, o che nello stesso anno i musei italiani hanno registrato numeri di visitatori da record, in alcuni casi con un incremento del 70%3 degli ingressi.

Favorita dall’uso pressoché universale di Internet e dei social media, dalla velocità a cui le informazioni circolano e dalla libertà con cui possono essere condivise, questa cultura incontra la politica e se ne lascia influenzare.

L’incontro avviene in un contesto storico-politico dominato da incertezze, in cui le paure spingono a sostenere idee poco moderate, si mettono in dubbio le strutture esistenti ed i traguardi raggiunti, “machismo” e xenofobia ritrovano uno spazio politico proprio. In un quadro simile, il ritorno all’antico e alla natura, tipici del contesto culturale degli anni Dieci, dà convenientemente una risposta alla sensazione di insicurezza generalizzata, permettendo un ritorno alle origini che offre protezione.

Questo incontro in cui politica e cultura si rafforzano l’una con l’altra ha ripercussioni su due piani: quello pubblico e quello privato. Sul piano pubblico l’antitesi al mainstream e la volontà di differenziarsi da esso diventano opposizione di principio a tutto ciò che sembra rappresentare l’establishment. Nell’immagine collettiva il potere costituito ed il sapere riconosciuto diventano necessariamente un nemico che va smascherato: il potere politico tradizionale deve essere combattuto dalle nuove forme di democrazia; il sapere medico viene rinnegato e le sue cure rifiutate in numeri sempre più pericolosamente significativi. La sfera privata diventa l’elemento a cui guardare in cerca di protezione: al riparo da una situazione esterna caotica, la famiglia ritrova una raison d’être nella sua forma più tradizionale, ‘minacciata’ allo stesso tempo da un concetto di unità familiare non più basata sull’unione uomo-donna. Supportata da un nuovo autoritarismo politico4 e dalla ribadita importanza dei legami di sangue, si chiude dentro sé stessa, definisce una netta separazione dei ruoli all’interno del nucleo domestico e, nei casi peggiori, giustifica la violenza di genere, quasi a voler dimostrare che l’indipendenza femminile raggiunta ed il suo riconoscimento siano stati dopotutto una chimera5. Donald Trump non sarebbe potuto diventare il Presidente degli Stati Uniti d’America, senza il supporto di un contesto culturale che ritiene certi atteggiamenti nei confronti delle donne non così gravi da impedire di vincere le elezioni a colui che illusoriamente si definiva come l’anti-establishment; similarmente, un politico che ritiene che le donne siano “meno intelligenti e dunque si meritino un salario inferiore agli uomini” non si sentirebbe libero di fare certe dichiarazioni in sede di Parlamento Europeo6.

La mancanza di una capacità critica costruttiva è ancora una volta la grande lacuna dell’opinione pubblica, aggravata dalla tendenza a radicalizzare le proprie posizioni. La consapevolezza di certi perversi andamenti culturali e politici non manca completamente: è importante però saperli riconoscere, indagare e spiegare in un più ampio contesto, così da non diventarne involontariamente noi stessi suoi fautori.

Francesca Capano

NOTE:
1. Con il termine ‘subcultura’ si intende un sottoinsieme culturale che si differenzia da un insieme culturale più ampio di cui fa parte (vedi Enciclopedia Treccani).
2. P. Castelluccio, Vinile, record di vendite nel 2016, “Parkett”, gennaio 2017.
3. Dati del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, 2016
4. Russia: Vladimir Putin firma la legge che depenalizza le violenze domestiche, “Huffington Post”, febbraio 2017
5. L. Melandri, L’eterno ritorno di patria, famiglia e autoritarismo, “Internazionale”, novembre 2016
6. F. Mochi, Europarlamento, intervento choc: “Donne meno intelligenti, devono guadagnare meno”, “Adkronos”, marzo 2017

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Walther ha sparato ancora

«Mi piace, lo confesso, fondamentalmente mi piace poter controllare ogni aspetto della mia vita, mi piace avere un disegno fisso del mondo che mi circonda nel quotidiano, mi piace sapere che questo è giusto e quello è sbagliato, mi piace usare due categorie: ciò che si fa, ciò che non si fa.
Sono affezionato alle mie convinzioni e molto difficilmente me ne separo: è troppo doloroso lasciarle andare, è un passo troppo arduo, troppo oscuro. Ho paura.
Può mostrarmi tutte le statistiche possibili e immaginabili, ma sono solo numeri, percentuali, grafici a torta, a colonna, a spirale, a parallelepipedo; non mi avranno mai, glielo ripeto commissario, non mi avranno mai.»

C. allentò la cravatta, erano trascorse quattro ore e quell’osso duro ancora non mollava, più che altro non aveva ancora capito il motivo del suo arresto.
Il respiro tornò regolare; ne aveva interrogati parecchi in vent’anni di carriera, dall’ultimo dei ladri di polli al mafioso, mai aveva avuto la sfortuna di imbattersi in tanta cocciutaggine.
T. se ne stava zitto, aspettava la sua contromossa muovendo impercettibilmente gli occhi acquosi.
Voleva passare per vittima, su questo C. ne era fermamente convinto. Furbo il tipo.

«Non prendiamoci in giro T., lei ha sparato ad una persona che non era nemmeno nella sua proprietà, ma per strada e soprattutto non stava minacciando nessuno, a meno che il semplice passeggiare alle 22.30 non sia diventato improvvisamente sovversivo.»
«Questione di punti di vista.»
«Prego?»
«Proprio così, punti di vista. Vede commissario, lei dice che quell’uomo stava passeggiando per la strada, che è legittimo ci mancherebbe, ma alle 22.30 le brave persone sono a casa, i padri di famiglia intendo, e poi le ripeto, lo sguardo, il colore della sua pelle…»
«Continui»
«Con i tempi che corrono… lei capisce commissario, mi ha inteso, del resto siamo nella stessa barca, quanti ne avrà fermati, quanti ne avrà incarcerati per poi vederli scagionati dopo nemmeno ventiquattro ore?»

Ora era T. a fare le domande, era successo all’improvviso, un banalissimo contropiede.
In effetti non aveva tutti i torti: uomini e mezzi per acciuffare uno spacciatore, uno di quelli particolarmente pericolosi di via Roma, il nuovo ghetto dell’illegalità; uomini, mezzi e indagini, un’operazione iniziata alle 3 del mattino per essere sicuri di trovarlo in casa.
“Tagliata la testa il corpo muore di conseguenza”, queste le parole del questore; già parole, perché la verità era diversa.
Eppure non era questo il punto.

«Non è questo il punto T.»
«E qual è?»
«Che le domande le faccio io, lei sta divagando e soprattutto sta cercando di giustificare un omicidio con il movente del sospetto. Non c’è flagranza, non c’è intenzione manifesta, così, su due piedi lei ha deciso che Y.W. 23 anni, senegalese con regolare permesso di soggiorno, residente in Italia da sette anni, incensurato, era in procinto di compiere un danno alla sua proprietà?»
«Vengono qui per rubare, io non potevo sapere che lui era l’unico a non farlo, vengono qui e fanno i terroristi.»

C. aprì il fascicolo di T., finse di leggerlo, in realtà gli era bastata la mattinata per impararlo a memoria: erano carte, documenti, prove, segni di un passato violento.
E poi l’arma del delitto, simbolo del piombo.

«L’arma non è in regola, lo sa?»
«In regola?»
«Una Walther P38 con matricola abrasa, dal fascicolo risulta in suo possesso dal 1975, così come risultano due arresti per resistenza a pubblico ufficiale, un processo poi caduto in prescrizione connesso indirettamente alla strage di Bologna del 1980, e qui ci sono le testimonianze dello stesso processo che la identificano come appartenente ad una organizzazione politica extraparlamentare, una a caso… probabilmente oggi non vuol dire nulla ma all’epoca si chiamava terrorismo.
Come mi giustifica la sua morale?»

Silenzio.
Cadde un silenzio che parve infinito, interrotto dal rumore di una lampada difettosa, interrotto dal respiro ormai stanco dei due contendenti.
Entrò il vice, C. capì immediatamente: era arrivato l’avvocato.
Si alzò, non aveva più voglia di rivolgere altre domande a quell’uomo, sarebbe stata un’ulteriore perdita di tempo. Raggiunse la finestra in fondo al corridoio, la aprì per respirare aria che non sapesse di chiuso, guardò in strada, ai cancelli del commissariato c’era un capannello di persone con uno striscione: “Noi siamo con T.” e “C. servo dei poteri forti”. 

Il caso di T. e del senegalese ucciso era rimbalzato sui principali notiziari, sulle prime pagine dei quotidiani più importanti, persino nei salotti televisivi, dove avevano già deciso che T. si era solo difeso; nessuna prova, nessun testimone ma il verdetto già definito.
I partiti politici fecero a turno per accaparrarsi una sua testimonianza ad una qualche assemblea popolare, interventi diretti per raggiungere anche l’ultimo dei circoli e l’ultimo dei tesserati.
Nuovi ingranaggi mossi dall’emozione della grande macchina sputa-voti.
Il mito dell’uomo forte, l’uomo con le palle incarnato da T.: novello eroe contemporaneo, farcito di luoghi comuni, memoria non pervenuta, laureato in superficialità.

Alessandro Basso

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Universale inganno e verità

 «Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»1.

Questa breve citazione tratta da la Fattoria degli Animali – capolavoro di George Orwell – può essere lo spunto per una riflessione che vada ad analizzare il rapporto che intercorre tra società contemporanea e ideologia. Non solo, ci permette anche di comprendere come il nostro cinismo nei confronti della realtà sia inconcludente.

Procediamo con ordine, partendo da ciò che apparentemente sembra scontato, cioè dal significato dell’espressione inganno universale. Con il termine inganno comunemente intendiamo una modificazione della realtà dei fatti, la scelta poi di definirlo universale ci fa capire come esso non si limiti ad un solo aspetto della nostra vita ma che al contrario permei la nostra esistenza in tutte le sue sfumature, anche delle più inaspettate. Ma ne siamo consapevoli?

È il filosofo sloveno Slavoj Žižek a fornirci un chiaro esempio di come costantemente il reale venga distorto. Ci presenta una situazione di cui spesso siamo spettatori passivi; ossia la visione di sketch pubblicitari che mostrano la sofferenza di alcuni bambini costretti a vivere in condizioni di miseria. Per migliorare il loro stato, siamo chiamati a versare del denaro a determinate associazioni e questa è la soluzione che le istituzioni ci presentano come definitiva: agisci e risolverai il problema. Proprio in questo, secondo Žižek, consiste l’inganno: non siamo spinti ad indagare sulle cause scatenanti il fenomeno ma veniamo convinti del fatto che la soluzione sia già stata trovata e consista in una nostra donazione di denaro, comportandoci secondo il mantra non pensare, agisci.

Se vogliamo un altro esempio che ci possa mostrare di quanto sia capillare l’inganno che viene tessuto attorno a noi, basta richiamare alla mente un qualsiasi slogan di una qualunque pubblicità; per esempio, quello attuale della Burger King recita A modo tuo. Se ci soffermiamo a riflettere, possiamo renderci conto – senza chissà quale sforzo intellettuale – di come queste affermazioni non poggino i loro piedi sul terreno del reale, e che se le spogliamo ci rendiamo conto che esse non nascondono un significato: sono proposizioni vuote.

A questo punto è interessante notare come il concetto di inganno universale sia affine a quello di ideologia. Questa viene definita da Marx nel Capitale attraverso una frase lapidaria: «Non sanno di far ciò, eppure lo fanno»2. Peter Sloterdijk nella sua Critica alla ragion cinica ha ripreso quest’affermazione e l’ha attualizzata, mostrando come oggigiorno siamo consapevoli dell’infondatezza delle nostre azioni − sappiamo benissimo che la nostra donazione non è la risoluzione al problema della povertà nel mondo, o che Burger King non preparerà dei panini a modo nostro − ma ci comportiamo come se lo ignorassimo ed assumiamo una posizione di indifferenza cinica. La definizione contemporanea di ideologia proposta da Sloterdijk rovescia in qualche modo la frase marxiana e la trasforma nella proposizione «Sanno quello che stanno facendo eppure continuano a farlo»3.

Torniamo ora all’affermazione di Orwell da cui siamo partiti. È impossibile negare di trovarci in una situazione di universale inganno, di essere imbrigliati nell’ideologia – particolarmente nella sua accezione contemporanea del termine –, perciò cosa significa, alla luce di ciò, dire la verità? Può continuare a significare fare un resoconto oggettivo dei eventi? A questo proposito Žižek scrive:

«La distanza cinica è solo uno dei modi di renderci ciechi di fronte al potere che struttura la fantasia ideologica: anche se non ci prendiamo sul serio, anche se manteniamo una distanza ironica da quel che facciamo, continuiamo pur sempre a farlo»4.

Ecco che in luce di ciò, la verità non può limitarsi ad un mero raccontare dei fatti o assumerli: comporta un rovesciamento della logica corrente. Credere che la mera consapevolezza di una situazione da sola sia in grado di cambiare una qualsiasi situazione, è una comodità che ci viene offerta in cui ci adagiamo. La verità è piuttosto in grado di attuare una rottura con i paradigmi che siamo soliti usare, è un volgere diversamente lo sguardo sulla realtà. Se infatti ci limitiamo ad una fredda esposizione dei fatti, non elimineremo l’inganno che nasconde il reale ma lo assumeremo e basta, lasciandolo continuare ad esistere.

Mi preme concludere usando le suggestive parole che Ugo Guarino ha impresso sui muri del Padiglione L dell’ex Opp di San Giovanni a Trieste e che vedo ogni volta in cui esco dalla palestra in cui mi alleno, ossia: «La verità è rivoluzionaria».

Lisa Bin

NOTE:
1. George Orwell, La fattoria degli animali, 1945.
2. Karl Marx, Il capitale, cit., vol. I, p.109.
3. Slavoj Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, cit., p.53.
4. Slavoj Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, cit, p. 57.

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La scelta democratica è morale?

«La forza è la prima legge della Natura, indistruttibile. Il mondo non può essere costituito che su la forza, tanto nei secoli di civiltà quanto nelle epoche primordiali. La Natura è iniqua. Noi siamo i prodotti della Natura: non possiamo dunque aspirare alla giustizia, ribellandoci alla nostra causa stessa. Chi reclama e sogna e profetizza è un ingenuo o un retore. Se fossero distrutte da un altro diluvio deucalionico le razze terrestri e sorgessero nuove generazioni dalle pietre, come nell’antica favola, gli uomini si batterebbero tra loro appena espressi dalla terra generatrice finché uno, il più valido, non riuscisse ad imperare sugli altri»¹.

Sembra Nietzsche, ma questo breve estratto è di D’Annunzio, scritto nell’anno 1892. Il poeta italiano si sta interrogando sulla democrazia, considerata adatta solo a spiriti deboli:

«Giova forse prolungare la vita dei miserabili? A che? Preoccuparsi della folla a detrimento dei “nobili” non sarebbe come trascurare gli arbusti più vigorosi, in una selva, per curare qualche virgulto povero di linfa o qualche erba vile?»2.

Effettivamente, posta su questo piano, chiedendo ad un qualsiasi coltivatore quali piante promuove nei suoi campi e quali invece abbandona − o addirittura estirpa − la scelta sembra quasi obbligata. L’uomo occidentale, invece, ha “scelto” l’uguaglianza come base dell’organizzazione statale e la necessaria conseguenza di questa decisione è la democrazia. A questo proposito D’Annunzio ci dice:

«Per fortuna lo Stato fondato sulle funzioni del suffragio universale e dell’uguaglianza, cementato dalla paura, non è saltato una costruzione ignobile ma è anche precaria».
«Su l’uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia socialista e non socialista, si andrà formando un’oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e questo gruppo a poco a poco riuscirà ad impadronirsi di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia»3.

«Pillola rossa o pillola blu?»
Questa domanda, posta da Morpheus a Neo nel celebre film Matrix, può essere paradigmatica per ogni tipo di scelta a cui andiamo incontro.
Quante variabili concorrono nel momento in cui dobbiamo decidere qualcosa? Infinite, ma penso che possano essere organizzate in due categorie fondamentali: motivazioni interne ed esterne. Alcune di queste sono però singolari, poiché sfuggono a questa classificazione inserendosi in entrambi gli ambiti. In particolare, emerge prepotentemente la morale.
Quanto influisce la morale in una scelta? Se poi ci concentriamo in una di quelle decisioni che più ha influito e tutt’ora condiziona la vita degli uomini − l’organizzazione dello Stato − questa domanda assume una notevole intensità.

Può esistere un “a-priori della scelta” che non sia morale e che non sia il bisogno? Possiamo cioè configurare una qualche funzione logica che ci guidi nelle scelte, che possa essere usata come minimo comune denominatore nelle decisioni?
Mi spiego meglio con un esempio: in logica si passa da un classico e ormai nauseante sillogismo come “Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; quindi Socrate è mortale” ad una formula che lo esprime formalmente, cioè che può valere non solo con questi particolari elementi ma con qualsiasi termine che configuri quella inferenza. Nel nostro caso la formula è: ∀x(U(x)→M(x)) dove “∀” significa “per ogni” e quindi “tutti”, U(x) è la proprietà di essere uomo posseduta da un x, “→” esprime la relazione “se… allora…” e M(x) la proprietà di essere mortale posseduta da un x.

Sempre D’Annunzio continua:

«L’eguaglianza e la giustizia sono due astrazioni vane, e le dottrine che ne derivano sono inaccettabili dagli uomini superiori.
L’aristocrazia nuova si formerà dunque ricollocando nel suo posto d’onore il sentimento della potenza, levandosi sopra il bene e sopra il male»4.

“Levandosi sopra il bene e sopra il male”. Proprio questo è il punto: elevarsi dalla morale, da una giudizio che sia in qualche maniera condivisibile o meno.
E cosa ha portato, secondo il poeta, a questa scelta da parte degli uomini? Qui il debito verso Nietzsche è più forte che mai:

«[…] una fra le ragioni del general decadimento sta in questo: che l’Europa intera ha ricevuta la sua definitiva impronta dalla nozione del bene e del male presa nel senso della morale degli schiavi.
Due sono le morali: quella dei “nobili” e quella del gregge servile. Ora, poiché in tutte le lingue primitive nobile e buono sono termini equivalenti e poiché la parola nobile è anche una designazione di classe, ne vien per conseguenza manifesta che la casta dei signori ha la prima nozione del Bene. Tutta la loro morale ha la sua radice nella sovrana concezione della loro dignità e tende alla glorificazione superba della vita.
La genesi del Bene è necessariamente diversa nello schiavo. Per istinto, egli diffida di ciò che il signore chiama il Bene; poiché in fatti ciò che per costui merita un tal nome è cattivo per lo schiavo e quindi rappresenta il Male.
Ma pur troppo la morale degli schiavi ha vinto l’altra»5.

Non c’è dubbio che la scelta abbia, almeno ad una prima analisi o per una sua parte, una genesi ed un lascito morali. Ciò, però, non deve farci ricadere in una valutazione su di essa se sia “giusta” o “sbagliata”, altrimenti riprodurremo una scelta morale. Il punto è che in forza di questa sua caratteristica la democrazia è l’unico ordinamento politico che permette la sua autocritica, e proprio questo è uno degli elementi da sempre sottolineati da chi vuole difenderla.
Tutto sta − a mio parere − nel tentare di “elevarsi”, appunto, per capire dove ci sta portando. Se effettivamente questa nuova oligarchia si stia impadronendo «di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia».

Siamo così sicuri che sia stato «detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora»6?

Massimiliano Mattiuzzo

NOTE:
1. 25-26 settembre 1892, “Il Mattino”, ora in Gabriele d’Annunzio, Scritti giornalistici 1889 – 1938, vol. II, pp. 86 – 94, Mondadori, Milano 2003.
2-5. Ibidem.
6. Celebre aforisma di Winston Churchill.

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La ribellione impossibile

Perché la mia generazione non si ribella? E – soprattutto – perché non si ribellerà mai? Non vorrei aggiungere fiumi di inchiostro multimediale a quello che altri hanno scritto su questo tema. Non vorrei farlo semplicemente perché molti di loro, se non tutti, non hanno la mia età.

Questo basterebbe a squalificare le loro analisi. Troppo distante il mondo in cui sono cresciuti per poter anche solo avvicinarsi al disastro antropologico ed economico degli ultimi 10-15 anni.

Bisogna vivere intensamente il tramonto per poter capire la notte che ci attende. Dipingere da posizioni di privilegio – spesso con toni moralistici – la crisi che ci ha investito, è un gioco letterario.

Riuscire a capire qualcosa della situazione attuale, per un giovane, è invece una missione politica chiara e definita. Per questo tutti i discorsi sullo scontro generazionale, sulla fine della moralità, sull’edonismo giovanile non hanno nessun senso se non prendono in considerazione la condizione di possibilità che ha permesso il loro avvento.

La risposta alle banalissime domande poste all’inizio, allora, diventa molto semplice. La mia generazione non si ribella e non si ribellerà mai al mondo proprio perché non è di questo mondo.

La “società dello spettacolo” – rubo l’espressione dal maestro Guy Debord – ha trionfato definitivamente. E noi tutti siamo stati traslati in una sorta di meta-mondo che con quello “materiale” non ha, apparentemente, nulla in comune.

I giovani vivono in una sorta di iperuranio telematico, elettronico, estetizzante all’ennesima potenza, che ha irrimediabilmente condizionato il loro di stare-al-mondo tradizionalmente inteso.

La società dello spettacolo di Debord presenta certo delle differenze sensibili, visto che cinquant’anni fa si poteva ben dire quale fosse il confine tra chi guarda e chi è guardato. Oggi tutto questo non è possibile, visto che quel limes è venuto meno, e la barriera tra osservato e osservatore è caduta miseramente.

Il gioco delle parti è diventato irreversibile, motivo per cui tutti possono guardare, essere-guardati e addirittura guardarsi dall’esterno.

La nostra è una società che si osserva nella sua interezza, e che ha perso qualsiasi movente per agire: quando è l’occhio (elettronico?) il perno di tutte le dinamiche sociali, è inevitabile il sorgere dell’abulia e dell’accidia che caratterizzano questa generazione.

Vedo e sono visto, quindi esisto, verrebbe da dire. E il comportamento dell’osservatore è – come da tradizione – quello di rimanere fermo ad analizzare nei dettagli la situazione.

Questo iperuranio estetico ha sicuramente radici materiali ed economiche, ma viverci comporta la netta eradicazione da qualsiasi impegno – politico e non solo – nel mondo. Ecco perché i giovani non si ribellano: le leggi del meta-mondo sono completamente diverse da quelle della realtà quotidiana di un tempo.

In questo senso si può parlare anche di un’alienazione radicale, visto che la vita delle radici viene completamente obliata, fin da subito. La protesica di cui ci siamo dotati per creare il mondo virtuale ha fatto sì che molti esponenti della vecchia generazione “perdessero” il treno della nuova modernità.

In molti casi si tratta di coloro che dovrebbero legiferare e amministrare governi e nazioni: il problema è proprio che appartenendo al mondo, e non al meta-mondo, la vecchia generazione si occupa, politicamente, solo del primo. L’iperuranio si è trasformato ben preso in una materia informe, anarchica e mimetica: sfido infatti chiunque a distinguere il mondo “vero” da quello “falso”. La sfida, come sempre, è vedere il doppio nell’unità.

Roberto Silvestrin

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