Un’America mai così divisa e divisiva: tre riflessioni sulla democrazia

«Insurrection in Washington following Trump encouragement»: questo uno dei titoli che scorre sul canale della CNN nella notte italiana. All’interno di Capitol Hill1, il Congresso si riuniva in sessione plenaria per confermare l’elezione del presidente eletto Joe Biden; all’esterno, migliaia di manifestanti pro Trump si erano radunati per contestare questo passaggio costituzionale formale. Vistosi “tradito” nelle sue richieste di capovolgere il risultato elettorale al Congresso sia dal leader dei repubblicani in Senato Mitch McConnel, sia dal suo vice presidente Mike Pence, Trump ha infiammato i manifestanti confermando la sua narrazione di elezioni truccate, affermando che «Non ammetteremo mai la sconfitta» e che «È la fine del partito repubblicano, non la nostra». Poco dopo, quegli stessi manifestanti hanno sfondato i cordoni della polizia e preso d’assedio il palazzo, riuscendo a entrare e ad arrivare praticamente indisturbati all’interno delle aule parlamentari e dei rappresentanti.

Migliaia di persone si erano riunite – con il benvenuto dello stesso Trump – per quella che si pensava fosse la sua passerella d’uscita, e che si è invece trasformata nella macchia più imbarazzante al processo elettivo democratico americano. Era addirittura dal 1814 che il parlamento americano non veniva violato, a quell’epoca dagli inglesi. I manifestanti, divenuti rivoltosi, si sono scagliati anche contro i giornalisti. Se, da un lato, si sono viste scene tragicomiche con persone travestite da vichinghi, a petto nudo o vestiti di sole bandiere (per non parlare di un Batman ripreso tra il fumo dei fumogeni che Nolan ha probabilmente applaudito dalla sua poltrona); dall’altro si è assistito alla presenza di vari gruppi di estrema destra – ognuno con i suoi simboli e i suoi rituali – che hanno risposto in forze alla chiamata di Trump con propositi molto più violenti. Vesti da guerriglia urbana, dotati di armi da fuoco, maschere antigas e – confermato dalle forze dell’ordine – pipe bomb2. Questo mostra un’organizzazione che va ben oltre il semplice e sacrosanto diritto a manifestare sancito dal primo emendamento ma piuttosto una predisposizione allo scontro e alla resistenza. Si sono riconosciuti, tra gli altri, il gruppo Qanon (l’uomo vestito da vichingo la cui foto ha fatto il giro del mondo è uno “sciamano” di questo gruppo) e quello dei Proud Boys: gli “hooligans trumpisti” il cui leader è stato da poco arrestato mentre bruciava una bandiera dei BLM e dai quali Trump ha impiegato molto tempo per prendere ufficialmente (?) le distanze.

Rimane tuttora da chiarire come sia possibile che i rivoltosi siano riusciti ad entrare con così tanta facilità a Capitol, che dovrebbe essere uno tra gli edifici più inaccessibili al mondo. Molte immagini hanno mostrato una resistenza leggera da parte delle forze dell’ordine, mentre in qualche caso isolato è stata invece molto dura: una donna ha perso la vita per un colpo d’arma da fuoco in dinamiche ancora da chiarire. Successivamente il conto delle vittime sembra essere salito a quattro, oltre a decine di poliziotti e manifestanti feriti e decine di arresti.

Durante l’attacco, Biden ha chiesto pubblicamente a Trump di esortare le persone a desistere, ma i tweet a cui poi il tycoon ha affidato le sue parole hanno lasciato la maggior parte degli osservatori esterrefatti. Per prima cosa Trump ha registrato un video in cui ripeteva di comprendere il nervosismo e il furore dei suoi sostenitori per le elezioni frodate, invitandoli a tornare in pace a casa ma affermando di amarli (per ciò che stavano facendo?) e descrivendole come persone speciali. Poi ha scritto in un secondo tweet: «These are the things and events that happen when a sacred landslide election victory is so unceremoniously & viciously stripped away from great patriots who have been badly & unfairly treated for so long. Go home with love & in peace. Remember this day forever!»3.

Quindi se, da un lato, praticamente tutti i leader americani e internazionali, i reporter, i conduttori televisivi chiedevano a Trump di normalizzare la situazione e, per lo meno, di farsi carico delle conseguenze delle sue parole (nello studio della CNN si è addirittura arrivato a parlare di «domestic terrorism by Trump supporters»); dall’altro, lui non accennava minimamente a prendere le distanze da quanto stava accadendo e, anzi, continuava a infiammare con le sue parole i rivoltosi. Ma Trump ci ha abituato a comportamenti del genere: basti pensare a quando aveva detto che lui potrebbe sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perdere voti4.

Ciò che è accaduto nel pomeriggio americano fa molto riflettere, in particolare per la tenuta del sistema democratico occidentale, che si mostra ogni giorno più traballante. Soprattutto,  sono tre i punti che vorrei brevemente affrontare.
Innanzitutto, abbiamo avuto la prova di come sia diventato imperativo smettere di sottovalutare fake news e gruppi estremisti. I rivoltosi di Capitol sono veramente convinti che Biden abbia rubato e frodato le elezioni (nonostante gli oltre cinquanta ricorsi persi da Trump, anche davanti alla Corte Suprema con sei seggi su nove repubblicani, tre dei quali nominati dallo stesso Trump). Gli appartenenti a Qanon sono veramente convinti, tra le altre cose, che Hilary Clinton, Biden, Obama, Beyoncé e Madonna comandino il mondo, rapiscano bambini e ne bevano il sangue per rimanere giovani. Gli appartenenti ai Proud Boys sono veramente disposti alla guerriglia urbana per impedire a Biden di “rubare la poltrona” a Trump. E queste convinzioni non sono solo colpa di Trump ma anche dell’intero sistema mediato occidentale che per anni ha permesso a qualsiasi politico di qualsiasi Paese di spararla ogni giorno più grossa senza conseguenze, di diffondere impunemente fake news senza essere inchiodato di fronte ai fatti, di de-responsabilizzare la comunicazione. Quest’ultima azione, in particolare, è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno: la comunicazione si è trasformata in narrazione. Il populismo e il sovranismo si mantengono in forze grazie ad una narrazione che non ha più nell’informazione il proprio bilanciere, il proprio mediatore, il proprio contraltare. Questo è una comunicazione senza contraddittorio: semplice narrazione, ed è ciò che avviene anche nei nostri salotti televisivi italiani ogni pomeriggio ed ogni sera.

Secondo, dobbiamo porci una domanda seria, che riguarda la totalità del mondo e il futuro di tutti: il capitalismo mondiale ha ancora bisogno della democrazia? A ben guardare, l’ultimo decennio (per lo meno) sta mostrando di no. Al capitalismo imperante (e per certi versi imperialista) sono molto più congeniali gli abiti delle “democrature” che vediamo in Cina, Russia, Turchia, Egitto (ma anche Ungheria, per restare in seno all’Europa). La democrazia, se vuole sopravvivere, necessita di nuovi anticorpi per malattie che sono, appunto, nuove e non possono essere affrontate con mezzi e categorie appartenenti ormai al passato. Lo scontro frontale con i colossi aziendali internazionali, con quelli del web e con quelli della finanza sta sancendo definitivamente la morte dell’apparato democratico come siamo abituati a intenderlo. Al capitalismo del nostro secolo è molto più congeniale un Trump che non crede al riscaldamento globale, che mette in secondo piano i diritti e che cerca di rincorrere solamente lo sviluppo tecnologico ed economico. Forse è arrivato il momento di chiedersi cosa intendiamo con “sviluppo” e a riconoscere che la democrazia, per essere salvata, necessita dell’aiuto di tutti noi, ogni giorno.

Terzo, risulta necessario riconoscere che la grande spaccatura tra mondo virtuale e realtà può avere conseguenze, anche molto pesanti, per tutti. I rivoltosi di Capitol (come tutti i negazionisti, sovranisti e populisti di tutto il mondo) sono rimasti intrappolati e imbottigliati dagli algoritmi dei social network in bolle virtuali che sono sempre più distaccate dalla realtà. Queste si nutrono di teorie del complotto che a prima vista possono anche apparire innocue (il NWO, la terra piatta ecc.) ma che invece alimentano bias cognitivi e sentieri di ragionamento che poi vengono nel tempo reiterati automaticamente e portano alla totale perdita di giudizio e pensiero critico. Questo poi ha inevitabilmente ricadute sulla realtà – che non rispetta quanto essi hanno edificato all’interno delle loro bolle – e anche per questo lo scontro con il reale diventa poi violento e imprevisto, come abbiamo assistito questa notte.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE:
1. La sede del governo degli USA che comprende Campidoglio, Senato, Camera e Corte Suprema.

2. Bombe artigianali, formate da un cilindro riempito di esplosivo e, solitamente, frammenti taglienti.
3. Letteralmente «Questo è ciò che succede quando una sacra vittoria schiacciante è strappata in modo brutale dalle mani di grandi patrioti che per troppo tempo sono stati trattati ingiustamente e malamente. Tornate a casa con amore e in pace. Ricordiamoci di questo giorno per sempre!» (trad. mia).
4. https://www.ilpost.it/2016/01/25/trump-non-puo-perdere-voti/

[Photo credit  via Unsplash]

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La scuola dimenticata: una vera tragedia italiana

Per rilevare la temperatura che indichi lo stato di benessere o malessere di un paese non sempre è sufficiente servirsi dei termometri del mercato e della finanza che si basano sui dati del PIL, sul volume degli acquisti e sull’indice dei consumi. Talvolta, sarebbe più interessante muovere da indicatori di natura culturale. Il primo e più importante riferimento in questo senso è lo stato dell’arte della scuola. Teoricamente la prima e più importante istituzione di un paese che ambisce a definirsi democratico. In Italia, di fatto, la più marginalizzata. Lo stato di malessere della scuola italiana non è certamente una patologia acuta, recente. Il cancro che la paralizza è un male cronico che si trascina da moltissimo tempo. Venti, forse trent’anni, nei quali il paziente che più di tutti dovrebbe essere stato accudito e curato è stato invece completamente dimenticato e fiaccato da riforme esito di incompetenza e incapacità di lungimiranza. Il messaggio che emerge, da diverso tempo a questa parte, è quello di una scuola che non conta più nulla.

Non considerata dai politici e dal legislatore, finisce per perdere di valore e riconoscimento nei più diversi strati sociali. L’edilizia scolastica pressoché stagnante ci regala edifici vetusti e in molti frangenti fatiscenti. Gli insegnanti – un tempo professione ampiamente riconosciuta e rispettata – sono umiliati e frustrati per remunerazioni inadeguate e per l’impossibilità di accedere in maniera chiara e lineare al loro ruolo, spendendo le proprie competenze e capitalizzando i sacrifici economici e di studio di una parte considerevole della loro vita. I rilevamenti statistici ritraggono un crescente abbandono scolastico e un sensibile calo nelle iscrizioni alle più diverse facoltà universitarie. Non v’è da stupirsi. Il tutto è la logica conseguenza di una mala gestione dell’intero apparato dell’istruzione e della formazione che ha segnato la propria rovina anni addietro e, diabolicamente, continua a perseverare con riforme pasticciate e interventi più propagandistici che funzionali. In un siffatto scenario, dove gli insegnanti si trovano a lavorare sempre più spesso in un contesto precario, umiliante e decadente, gli studenti appaiono sempre più svogliati e demotivati. Fra questi, i più fragili sono quelli che ne pagano il prezzo più alto. Tutto questo è il riflesso di un discorso sociale e politico che, bistrattando la scuola da decenni, misconosce il valore imprescindibile dell’educazione e della cultura. È l’esito, infausto, di una comunicazione di massa che premia veline, soubrette, calciatori, influencer e youtuber, piuttosto che valorizzare, remunerare adeguatamente e così riconoscere coloro che con dedizione e sacrificio hanno dedicato e magari, eroicamente (sic!) continuano a dedicare la loro vita allo studio e alla ricerca, non tanto per loro esclusivo interesse personale, ma in vista dell’interesse collettivo.

La scuola presenta lesioni profonde, decisamente preoccupanti, in tutto il suo immenso e articolato corpo. Viene da chiedersi quale possa essere non solo il presente ma piuttosto il destino di un corpo così malato. Che ne può essere di una istituzione alla quale, anno dopo anno, riforma dopo riforma, sono stati appesi legacci burocratici soffocanti e limitanti il suo movimento e le sue espressioni? Che ne è di un corpo al quale sono state cinicamente tagliate le risorse? Forse, se non è già morta, la scuola sopravvive, tira a campare. Se l’attenzione nei confronti dell’istruzione emerge solo per opportunismo propagandistico nelle stagioni elettorali e, una volta girato l’angolo dei seggi, ci se ne dimentica, allora il messaggio è chiaro: non curarsi seriamente dell’istituzione scolastica significa che i governanti non credono nell’importanza della cultura che, principalmente a scuola, deve essere trasmessa, incentivata e difesa.

I motivi per argomentare in favore dell’importanza di un’istituzione scolastica che funzioni al meglio sono molteplici e molti affondano le proprie radici nelle straordinarie civiltà che ci hanno preceduti, quella ellenistica su tutte, e ai periodi storici, l’Umanesimo e il Rinascimento in particolare, che hanno inondato di cultura, genialità, innovazione, pensiero e bellezza soprattutto il nostro bel Paese. Senza scomodare ulteriormente questi presupposti e ricollocandoci nel presente dobbiamo sottolineare, privi di ogni retorica, che dalla scuola passa il futuro del Paese poiché ragazzi e ragazze saranno uomini e donne che avranno a loro volta la responsabilità adulta di operare scelte individuali e collettive tese al bene comune, nella direzione dell’interesse, della crescita e della promozione umana. In un mondo che cambia repentinamente, la scuola è necessaria per fornire competenze che permettano di orientarsi nella complessità della conoscenza e dell’informazione. In una civiltà che sembra sgretolarsi sotto i colpi dell’assenza di etica è ancora una volta essenziale la scuola che, a partire dalle fondamenta poste dalle famiglie, educhi ai principi primi del rispetto sacro della vita dell’altro nella sua unicità e irripetibilità e al valore della conoscenza. Una scuola che, proprio in una società assuefatta di informazioni e verità a buon mercato, educhi all’esercizio del pensiero critico, che diviene esercizio di libertà interiore che si riverbera anche nelle scelte esteriori.

Trascurare la scuola significa cedere il passo ad un abissale vuoto culturale. Lo aveva denunciato con lucidità Pier Paolo Pasolini, ormai quarantacinque anni or sono, riflettendo sul fenomeno dilagante della droga consumata dai giovani e intuendo quanto essa fosse un vero e proprio surrogato della cultura1. Il vuoto lascia spazio alla disgregazione, alla distruzione, alla pulsione di morte. Gli esiti sono infausti e disfunzionali per il singolo e per la collettività. È il crepuscolo di una nazione.

Se vogliamo tutelare il presente del nostro paese e il suo futuro dobbiamo iniziare occupandoci della formazione culturale dei più giovani e questo può avverarsi in primis attraverso la scuola, agenzia culturale ed educativa per eccellenza. Istituzione che preserva l’incontro umano, le relazioni, l’importanza del libro, della lettura e dello studio per l’apertura di nuovi mondi e più ampi orizzonti, nonché l’abitudine al pensiero autonomo. Per questi e molti altri motivi, non dobbiamo forse salvaguardare la scuola, ridonarle l’attenzione che merita se vogliamo tutelare la nostra civiltà aiutandola a progredire, anziché rimanere spettatori inermi dinanzi alla regressione antropologica tragicamente testimoniata dalle cronache quotidiane?

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr., P. P. PASOLINI, La droga: una vera tragedia italiana. In Lettere luterane, Garzanti, Milano, 2009, pp. 97-104.

 

[Photo credit Ben White su unsplash.com]

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Dei giovani e della voglia

Qualche settimana fa, sull’Huffington post, è uscita un’intervista a Vittorino Andreoli1, noto psichiatra e scrittore, nella quale esorta i giovani ad imparare il sacrificio. Nello specifico Andreoli parla di impegno, responsabilità e che «non guardino se possono avere il posto fisso e la macchina: devono porsi come protagonisti del futuro».
Non è la prima volta che leggo o ascolto discorsi simili, ci sono decine e decine di servizi giornalistici sul trinomio giovani-lavoro-futuro, ci sono diversi video su YouTube che propongono inchieste e interviste direttamente a datori di lavoro stanchi di non poter contare sull’assunzione di giovani perché inaffidabili, rei – a detta loro – di chiedere a quanto ammonta il compenso mensile, quand’è il riposo settimanale o per quante ore dovrebbero lavorare.

Dopo questa prima breve raccolta di “chiacchiere” incominciamo con il premettere alcune cose: il tasso di disoccupazione in Italia è uno dei più alti d’Europa2 mentre la percentuale degli inattivi – ovvero i giovani dai 25 anni in su che non stanno cercando lavoro e non stanno nemmeno affrontando un percorso di studi – è del 34,2%3.
Ad ogni modo i soli numeri non sono sufficienti ad affrontare le problematiche che si celano nel substrato sociale, la statistica non può spiegare ad esempio il concetto di sfiducia, di crisi, di insicurezza e incertezza; non racconta il contesto culturale ed economico nel quale la generazione nata tra il 1985 e il 2000 è cresciuta – e si ritrova – e non si preoccupa nemmeno di raffrontarlo con quello vissuto dalle generazioni precedenti. Ma del resto non lo fa nessuno poiché sono tutti impegnati a dire come i giovani dovrebbero comportarsi in situazioni di difficoltà mai conosciute prima.

Analizziamo assieme ciò che normalmente viene ignorato.
Per coerenza prendiamo in esame tre generazioni, oltre alla già citata ‘85-’00 troviamo quella dei loro genitori: la generazione nata all’incirca tra il 1965 e i primi anni ‘80, e quella dei loro nonni (o potenziali nonni per non offendere nessuno): nata tra il 1940 e il 1965.
Il contesto socio-economico vissuto dalla ‘generazione nonni’ e dalla ‘generazione genitori’ è quello di un’Italia uscita dalla guerra e, dopo alcuni necessari anni di assestamento, di un’Italia in forte crescita. Al miracolo economico degli anni ‘50-’60, è susseguita una breve fase di ristagno dopo la quale c’è stata una nuova ripresa economica, quella dei mitici anni ‘80 le cui felici conseguenze si sono affievolite durante il decennio successivo.

Eccettuando brevi periodi quindi, è facile capire che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto in un Paese che si stava fortemente sviluppando.

L’emigrazione dal sud verso le città industrializzate del nord, vivere all’interno di case spesso fatiscenti e prive delle più elementari norme igieniche ed altri sacrifici certamente da non sottovalutare, furono ripagati in pochi anni con l’ottenimento del posto fisso, di una casa e con la possibilità di costruire una famiglia.
La sofferenza, la gavetta, il classico “stringere denti e cintura”, era il prezzo da pagare per una concretezza più che sicura.

Guardandoci attorno possiamo tranquillamente affermare che la generazione giovani potrà, dopo qualche anno di sacrificio, contare sulle stesse sicurezze godute dalle due generazioni precedenti?
È quello che si richiede ai giovani d’oggi: pazienza, sacrificio, altra pazienza e ancora sacrificio.
Il problema è tutto qui: con la crisi economica scoppiata ufficialmente nel 2008 ma derivante da anni di stagnazione, e lungi dall’aver esaurito il suo potere con danni collaterali annessi, chiedere ai giovani di sacrificarsi equivale a chiedere loro un vero e proprio atto di fede; un salto nel buio verso un futuro molto incerto, privo – o quasi del tutto privo – dei benefici a cui siamo abituati a protendere: casa, lavoro, famiglia, pensione.
Se qualche anno fa la domanda che circolava di più tra i giovani era: “avrò un lavoro a tempo indeterminato?” ora la domanda è: “avrò un lavoro?”.

Personalmente non cerco alibi, c’è chi letteralmente cerca in tutti i modi di scansare le fatiche, ma non è una caratteristica peculiare dei giovani contemporanei, anzi è trasversale, diversamente le pagine di Storia non menzionerebbero bande e organizzazioni criminali dedite al guadagno facile con il minimo sforzo.
Esistono poi occupazioni certamente dignitose ma che hanno perso l’attrattiva occupazionale. Purtroppo l’artigianato, un settore molto vasto e variegato, un tempo fiore all’occhiello dell’italianità, oggi è finanziariamente disincentivato, le ore di lavoro non sono adeguatamente pagate – nonostante sia questa una caratteristica dipinta dai datori di lavoro come altamente pretenziosa, sebbene debba essere la normalità – e inefficaci per chi vorrebbe sistemarsi o abbandonare il tetto di mamma e papà.

Siamo davanti ad una situazione resa ancor più difficile da una pandemia di portata mondiale, che ha paralizzato diversi settori dell’economia, come già accennato, in precedenza non propriamente floridi e i cui effetti, con tutti gli scongiuri del caso, non si sono ancora del tutto conclusi.
Dipingere il tutto come la classica scarsa voglia di lavorare dei giovani, la vedo come una prospettiva poco edificante. Ci sono milioni di giovani che emigrano, proprio come nel passato, con la differenza di ritrovarsi spesso ad essere precari altrove; altrettanti milioni si ritrovano a dover cambiare lavoro ogni due o tre anni ricominciando sempre daccapo, trentenni trattati da diciottenni sia umanamente che economicamente.

Piangersi addosso non risolverà ovviamente il problema, questa è l’unica critica costruttiva che posso accettare dalle generazioni che ci hanno contribuito a far nascere e proliferare la situazione di crisi attuale. Per tutto il resto credo serva riscoprire la gigantesca virtù del rispetto.

 

Alessandro Basso

 

NOTE:
1- Qui potete leggere l’intervista.

2- La notizia è riportata tra gli altri dall’Ansa: qui.
3- Secondo dati Istat consultabili qui.

[Immagine tratta da pixabay]

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“Nato il quattro luglio”: a cosa può portare lo spirito nazionalistico?

Gli anni ’60 hanno sempre suscitato in me un grande interesse per le tendenze musicali, per le lotte ai diritti umani, per i cortei, per l’aria di libertà che sembrava respirarsi. Ho sempre visto quel periodo come un momento in cui le coscienze dei giovani si sono risvegliate all’unisono e hanno cercato di farsi spazio in una società che per lungo tempo non li aveva ascoltati. Furono anni controversi le cui vestigia sono ancora presenti, ma vorrei porre l’attenzione su un evento che senz’altro ha segnato un punto cruciale della storia contemporanea: la guerra in Vietnam (1955-1975). Per farlo vorrei partire dall’analisi di un film di Oliver Stone che credo racchiuda appieno quello che fu lo spirito di quegli anni.

Nato il quattro luglio, film del 1989, fa parte di una serie di tre pellicole che Stone diresse cercando di focalizzarsi ogni volta su un punto di vista diverso: prima quello degli americani e poi dei vietnamiti. Nella pellicola sopracitata è evidente sin dalle prime scene come lo sguardo sia posto sugli americani, sul loro forte spirito nazionalistico e su come la guerra sia presentata ai giovani. Il piccolo protagonista assiste nella prima inquadratura alla parata del 4 luglio con una bandierina e un elmetto, lo si vede giocare con dei piccoli fucili quasi ad essere un segno premonitore di quello che sarà il suo futuro. Successivamente lo si vede diventare un giovane forte e atletico che dopo aver ascoltato una conferenza di un Marines decide di arruolarsi per la guerra in Vietnam “per difendere e preservare il grande spirito americano”. 

Ma la guerra è sempre dissolutrice, distrugge i sogni giovanili di gloria e di riscatto e ben presto ci si ritrova a chiedersi se quello in cui si è creduto abbia senso dinanzi alla rovina e alla distruzione che essa ha portato. Non è più una guerra per lo Stato ma diventa una lotta per la sopravvivenza e ci si rende conto che il popolo “maligno” che si era andato a combattere è semplicemente un popolo come un altro, dilaniato e spaventato dalla guerra. Tornato in patria il protagonista è cambiato nel corpo e nell’animo, così come tutti coloro che vi parteciparono: spesso si legge che chi andò in Vietnam tornò cambiato nel corpo e nella mente, e così fu.

La guerra in Vietnam per i giovani americani era un’occasione di servire il paese come avevano fatto i padri, i nonni, solo pochi decenni prima. Eppure l’esperienza avrebbe dovuto insegnare quanto la guerra fosse deleteria, si sarebbe dovuto ricordare il numero di vittime, le famiglie distrutte, la fame, ma negli anni ’60 vinse su tutto nuovamente lo spirito nazionalista e il forte motivo economico. Si manifestò contro questo nuovo flagello e vi furono molti cortei pacifisti, ma solo quando tutto finì ci si rese conto che una nuova generazione di americani era andata distrutta.

La guerra in Vietnam ha dato conferma di come la storia non abbia ancora un’accezione critica, sembra non insegnare e soprattutto sembra che gli ideali nazionalisti abbiano ancora la meglio sui cittadini. L’idea di forza, potere e sopraffazione acceca l’uomo a tal punto da non fargli più avere una visione volta al futuro e alle conseguenze delle proprie azioni, ma riduce il suo sguardo al mero presente. Combattere quella guerra – come tutte le guerre del resto – volle dire abbandonare la propria giovinezza e innocenza e diventare improvvisamente adulti con consapevolezze nuove che avrebbero per sempre cambiato le loro vite. Uccidere, distruggere e annullare ogni tipo di morale vuol dire far morire parte di sé stessi.

Canzoni, film, cortei, documentari animarono il mondo degli anni ’60 e le strade dell’America, se è vero che la storia non aveva sortito alcun effetto sino a quel momento sembra che la guerra in Vietnam abbia suscitato il più grande movimento di giovani mai visto, i quali avevano preso consapevolezza di ciò che volevano essere e del mondo che volevano vivere. Fu un movimento planetario, una presa di coscienza collettiva. Le immagini di quegli anni ancora oggi destano meraviglia ed emanano voglia di pace e libertà. Questo spirito è rimasto in parte nella nostra cultura e ancora oggi per noi deve essere un monito, un esempio.

Credo che ciò che gli anni ’60 ci hanno insegnato sia che non bisogna mai assopirci e lasciarci guidare ciecamente da alcuna idea o ideale che ci viene impartito in nome di uno Stato, bisogna essere vigili per cambiare il nostro mondo o anche la nostra piccola realtà. Essere coraggiosi e consapevoli vuol dire prendere atto di ciò che è stato e avere uno sguardo lungo su ciò che vogliamo sarà. Non permettiamo più che il sonno della ragione generi mostri, ma siamo attenti a renderla sempre vigile e critica.

 

Francesca Peluso

 

[Immagine tratta dal film]

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“African genesis”: Valentin Mudimbe e il problema della filosofia africana

Tra i maggiori esponenti della moderna filosofia africana, Valentin Mudimbe ha indagato le modalità discorsive con cui la ricerca occidentale ha plasmato l’immagine dell’Africa nel tempo. Ripercorrendo la storia delle esplorazioni, i diari dei conquistatori, le tavole illustrate, la geografia, ma soprattutto l’antropologia, Mudimbe ha ricostruito un’archeologia della cosiddetta «colonizing structure»1, un filtro cioè attraverso cui l’Occidente coloniale ha cercato di rendersi comprensibile la diversità delle popolazioni che incontrava.

Questo filtro ad esempio ha stereotipizzato il concetto di tribù, connotandolo di una staticità che lo relega fuori dal tempo storico. Ma soprattutto il filtro aveva delle precise intenzioni politiche: riorganizzava lo spazio degli altri, le loro categorie, i riferimenti, la loro vocazione sociale e spirituale, avviando una metamorfosi tragica che puntava all’inglobamento della loro economia nel sistema economico proprio. Questo processo continuò anche dopo lo smantellamento degli imperi coloniali. L’Occidente è infatti spesso intervenuto per manovrare gli andamenti politici degli stati neonati, soprattutto nell’ambito della guerra fredda – si vedano a tal proposito gli omicidi di Patrice Lumumba e di Thomas Sankara, due dei più importanti politici democratici e riformisti, o gli appoggi internazionali concessi a dittatori come Joseph-Désiré Mobutu e Jean-Bedel Bokassa. Allo stesso tempo però molti leader africani del post-indipendenza, come i succitati dittatori, attizzarono questi interventi perché gli portavano notevoli benefici e rafforzavano le loro reti clientelari.

In questo senso Mudimbe parla di invenzione dell’Africa; e non solo nel senso antropologico e politico, perché anche l’immaginario stesso, tanto degli occidentali quanto degli africani, venne arrangiato secondo gli strumenti della colonizing structure. Tali metamorfosi risultarono poi in un trauma da snocciolare e da sconfiggere. Ecco allora l’Africa trovatasi costretta a raggiungere un certo senso di “modernità”, a riconsiderare se stessa secondo visioni estranee in nome del “progresso”, a cercare di riconquistare la propria identità sottratta da oltre un secolo di “civilizzazione”. L’Africa che si deve confrontare col suo simulacro, fabbricato da spiriti che non sono i suoi.

Questa condanna si rifletté soprattutto nella tradizione filosofica post-indipendenza (e degli anni di poco precedenti): vi sono discorsi sulle relazioni con l’Europa, confronti col proprio dramma linguistico, argomenti volti a svincolare il continente africano dai paradigmi delle scienze interpretative occidentali super-imposte, ma molto raramente appaiono filosofie particolari e locali. L’esempio del CODESRIA2 è a tal proposito lampante: costituito nel 1974 all’interno di un’organizzazione africana per lo sviluppo dell’economia (IDEP), aveva come scopo quello di decostruire i concetti delle scienze sociali occidentali per sviluppare alternativamente dei paradigmi africani. Si intendeva così emancipare le identità delle numerosissime popolazioni africane dagli echi ancora vivi della colonizing structure3. Ma come sostiene anche la classificazione discussa da Thandika Mkandawire, si è ancora nel contesto delle prime due generazioni di intellettuali africani – quelle cioè dove le riflessioni sono volte al confronto col trauma, e che sono caratterizzate da una fuga massiccia di cervelli verso gli altri continenti. È proprio lui che descrive questa stagione del pensiero come un fuoco di sbarramento terminologico4.

Le eccezioni però sono interessanti: Julius Nyerere ad esempio, primo presidente della Tanzania, riuscì a migliorare nettamente l’alfabetizzazione (in swahili) della popolazione e l’accesso ai servizi fondamentali facendo leva sul concetto di ujamaa, ossia di “famiglia allargata”, termine atavico che si richiama ai valori della collettività e dello sforzo comune, in nome di una specie di socialismo africano. Interessanti poi gli spunti della filosofia popolare: il detto zulu umuntu ngumuntu ngabantu, che significa “una persona è tale solo attraverso le altre persone”, incoraggia l’uguaglianza e la reciprocità, perché, nelle parole dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, “abbiamo bisogno degli altri esseri umani per essere umani”.

Tutte queste voci, a partire dalla scoperta dell’invenzione dell’Africa, concorrono nell’auspicare dei necessari scardinamenti intellettuali. Per Mudimbe ragionare su questo significa riscoprire le verità del continente, e per noi occidentali – nella più ampia prospettiva – rinunciare alla storia per far parlare le storie. Se ascoltassimo quanto i cosiddetti “altri” hanno da dire (cosa vuol dire pensare ancora agli “altri”? Perché devono esistere?), allora lo spirito occidentale capirebbe quanto ha sbagliato a non ascoltare mai nessuno.

 

Leonardo Albano

 

NOTE:
1. V. Mudimbe, The Invention of Africa, 1988
2. Council for the Development of Social Science Research in Africa.
3. J-L. Amselle, Il distacco dall’Occidente, 2009
4. 
T. Mkandawire, Extrait du rapport du secrétaire exécutif

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Che piaga questo 2020!

“Aronne alzò il bastone e percosse le acque che erano nel Nilo sotto gli occhi del faraone e dei suoi servi. Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue. I pesci che erano nel Nilo morirono e il Nilo ne divenne fetido, così che gli Egiziani non poterono più berne le acque.”

Questo brano del libro dell’Esodo, il secondo della Bibbia ebraica, poteva richiamare alla memoria qualche film horror, o al massimo un solenne Charlton Heston con barba posticcia e tunica rossa, ma negli ultimi giorni il pensiero va inevitabilmente a quelle 20.000 e passa tonnellate di gasolio che, fuoriuscite da una centrale termoelettrica in Siberia, hanno inondato i fiumi dell’Artico, tingendoli di rosso e uccidendo migliaia di pesci.

Non che questo 2020 ci abbia fatto mancare eventi sconvolgenti, riconducibili alle piaghe d’Egitto di cui parla la tradizione ebraica. Invasione di locuste? Ecco che nell’Africa Sub-Sahariana si forma uno sciame esteso quanto l’intera area metropolitana di Milano, ingigantito dalle inusuali perturbazioni provocate dai cambiamenti climatici. Invasione di zanzare e tafani? Non proprio, ma in Europa arrivano le altrettanto piacevoli “vespe killer”. Pioggia di ghiaccio e fuoco? Per la prima, nel momento in cui sto scrivendo quest’articolo, a inizio giugno nella calda Firenze, sta grandinando furiosamente; per la seconda, non resta che l’imbarazzo della scelta tra i tragici incendi in Australia e il risveglio del vulcano Krakatoa. Pestilenza? Di Covid-19 ne abbiamo parlato fin troppo, e intanto in Africa spuntano nuovi focolai di Ebola. Morte del bestiame? Oltre alla strage di animali selvatici causata dai summenzionati disastri naturali, è bene ricordare i milioni di capi di bestiame abbattuti negli Stati Uniti a fronte di una produzione alimentare interrotta dalle norme anti-epidemiche. Tenebre? Non c’è molto da aspettare, con l’eclissi solare dello scorso 21 giugno. A conti fatti, mancano solo le ranocchie e la morte dei primogeniti per completare l’elenco.

La tradizione biblica legge nelle piaghe un profondo significato teologico, l’affermarsi del Dio unico sulle molte divinità (declassate a “idoli”) dell’Egitto e delle popolazioni vicine a Israele in genere, un ristabilirsi delle forze del Vero su quelle del Falso. In questo senso, una sorta di “esegesi del reale” potrebbe portare a una lettura in positivo anche di queste nuove piaghe d’Egitto formato globale. La contemporaneità postmoderna, d’altronde, ha diversi idoli di cui liberarsi, uno più dannoso dell’altro: l’idolo dello sviluppo illimitato, che distrugge l’ambiente e deruba le generazioni future di risorse che vengono esaurite nel presente; l’idolo di un mercato finanziario ormai slegato dalla ricchezza reale, che macina miliardi inesistenti e porta al fallimento interi paesi semplicemente spostando una virgola su una quotazione; l’idolo dello Stato-Nazione, un’entità che non ha più motivo di sopravvivere alla propria morte storica, e che pure continua a resistere, incancrenendo divisioni, creando conflitto, suscitando sentimenti revanscisti e xenofobi in un mondo sempre più piccolo e interconnesso.

Nel 2020 ne abbiamo ancora fin troppi, di idoli, sugli altari di tecnologie male utilizzate, annunciati dai sacerdoti della meritocrazia che ignorano il crescente gap sociale, difesi da profeti che si ostinano a negare l’evidenza di un danno portato al pianeta e all’umanità stessa da un modello di sviluppo insostenibile, protetti nei templi dei palazzi del potere economico, politico, culturale che rifiuta modelli alternativi di governance sulla base di un profitto immediato che va inevitabilmente a scapito di un maggiore e più generalizzato benessere sul lungo termine.

Se ai tempi di Mosè era sufficiente fuggire dall’Egitto per lasciarsi alle spalle i suoi idoli, queste “piaghe globali” del 2020 sembrano invece sottolineare come non ci siano più confini da superare, un Mar Rosso da attraversare o una Terra Promessa da raggiungere: l’unica Terra che abbiamo a disposizione è questa, e va sanata, curata e protetta perché sia finalmente quella “Promessa”.

Nel racconto dell’Esodo, il cuore indurito del Faraone si rifiuta di cogliere i segni, e l’Egitto soffre sotto i prodigiosi eventi che si abbattono sulla sua popolazione. Per quanto mi riguarda, da bravo primogenito, visti questi primi sei mesi del 2020 corro a procurarmi del sangue d’agnello con cui segnare l’architrave e gli stipiti della porta. Così, per ogni evenienza.

 

Giacomo Mininni

 

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Addio all’America

George Floyd è morto in mondovisione per mano di due agenti della polizia di Minneapolis, Minnesota, USA.
Difficile affermare il contrario davanti all’evidenza delle immagini, difficile, o meglio, inutile strumentalizzare l’accaduto: i vari ma, i vari però, i vari bisognerebbe vedere com’è andata nel complesso, si infrangono nel baratro di una società che ha palesemente fallito.

L’America, da quando è stata scoperta, ha sempre cavalcato l’onda dell’aura magica che le abbiamo attribuito, continuamente edulcorata grazie – o a causa – della situazione precaria, belligerante, confusa degli Stati al di qua dell’Atlantico. Il mito di una Terra Promessa, in cui i sogni avrebbero potuto prendere forme decisamente materiali, ha spinto milioni di uomini a una migrazione che non ha mai conosciuto una vera e propria interruzione.
Per molti di questi uomini ha davvero rappresentato un punto di svolta non indifferente, soprattutto dal lato economico; “far fortuna in America” è stato il motto che ha animato intere generazioni, ha ispirato musiche, canzoni, ballate, poesie, testi teatrali e letterari.
Dietro il ridente panorama di progresso e civiltà che segnava il non plus ultra della società occidentale, si annidava tuttavia il germe silenzioso che avrebbe poi generato le grandi contraddizioni dalle quali dobbiamo prendere definitivamente distanza.

Gli Stati Uniti sono stati fondati da inglesi, olandesi, svedesi, tedeschi, italiani, irlandesi, spagnoli e, con la tratta degli schiavi, africani. Per cercare di costruire un’identità comune a questo mosaico di popoli, la classe dirigente americana ha sempre fatto leva sul simbolismo: la bandiera, l’inno nazionale, la celebrazione delle ricorrenze patriottiche, la mitizzazione di alcune figure chiave come George Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln, senza dimenticare icone più popolari come l’hot-dog, il baseball e migliaia di altri stereotipi che hanno contribuito ad alimentare la great America.
Un percorso che se in origine partiva dall’Europa e dagli europei, all’inizio della Guerra Fredda, anche grazie al bipolarismo mondiale, prendeva la direzione opposta; una sorta di reflusso magico.

Eppure solo nel 1964, con la Civil Rights Act, veniva formalmente abolita la segregazione razziale e l’anno successivo aumentavano gli aventi diritto al voto. Sempre nel Paese dalle origini multietniche si è sviluppato il Ku Klux Klan, gruppo terroristico dedito all’esaltazione della razza bianca, tuttora presente e in attività.
Negli Stati Uniti è presente il Partito Nazista Americano – i “Nazisti dell’Illinois” citati nel film The Blues Brothers – un po’ in contrasto con l’esaltazione commemorativa dei veterani e dei caduti di tutte le guerre, compresa ovviamente quella vinta proprio contro i veri nazisti.
Negli USA persiste la ghettizzazione, autonoma o figlia dell’abitudine, del “perché è sempre (?) stato così”, e pur essendo una fonte di contrasto sociale che spesso sfocia in atti vandalici fino a veri e propri atti criminali, non è mai stato preso un provvedimento efficace per migliorare la coesistenza tra i popoli; probabilmente la frattura generatasi in un periodo remoto della storia americana, risulta ad oggi apparentemente insanabile.

Negli Stati Uniti sono presenti scienziati che hanno portato l’Uomo sulla Luna, e persone che sparano agli uragani convinte di poterli fermare; presidenti riconosciuti dai più come figure di riferimento, e altri presidenti che consigliano di combattere le malattie grazie all’iniezione di disinfettante; altri presidenti premiati con il Nobel per la Pace e altri ancora che sganciano l’atomica e parenti dell’atomica sulle popolazioni inermi.
Persone che protestano per l’ennesimo omicidio insensato e altre che “per protesta” assaltano negozi, abbattono statue di Cristoforo Colombo, inseguono un politicamente corretto che ne distorce ridicolmente i presupposti quando si mette sotto accusa un film di fine anni ’30 considerato improvvisamente razzista. Manca bel un rogo di libri alla Savonarola all’appello ma attendiamo fiduciosi.
Quello americano è un fallimento bello e buono, che si ripercuote nelle società volutamente subalterne con l’emulazione degli atti sopra elencati. Ciclicamente avviene una sorta di caccia alle streghe, al razzista, al sessista, al maschilista, al misogino, all’abortista, al divorzista, all’ultra-cattolico ecc. senza tuttavia provare a risolvere il problema a monte, cambiando cioè mentalità, è da essa infatti che derivano le azioni.

Una delle prime fondamentali azioni che noi, appartenenti alla società europea, potremmo fare è proprio quella di dire addio alla società americana che, all’alba del secondo ventennio del XXI secolo e alla luce delle evidenti contraddizioni inspiegabilmente irrisolte, non ha più ragione di presentarsi come modello da perseguire.
Prendere atto del crollo del mito americano significherebbe voltare coraggiosamente pagina.

 

Alessandro Basso

 

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Il virus dell’abitudine. Lettera a mia figlia

Impara a disabituarti.
Oggi compi diciott’anni e il solo consiglio che mi viene in mente di darti è questo, di perdere l’abitudine. Disabituati, a stare bene, ad avere la macchina, ad un tetto sulla testa, ad un letto dove dormire, a mangiare tutti i giorni, ad avere un amico, ad avere una famiglia, ad essere sempre in compagnia di qualcuno. Disabituati all’amore, alla felicità, alla speranza. Abbraccia il disinganno, fidati – questo sì – del prossimo e il prossimo si fiderà di te, ma il più delle volte, le decisioni più importanti della tua vita dovrai prenderle da sola, nel segreto di una stanza, nel buio più profondo di una giornata senza sole.
Leggendo queste parole penserai che tuo padre è un pessimista più che cosmico, galattico, uno che Leopardi è un rudimentale copiatore. Diciott’anni, tu pensi a organizzare la festa mentre io ti faccio la paternale! Quasi mi sembra di sentirti mentre discutiamo lanciandoci frasi fatte, scritte in un copione senza tempo letto e riletto da generazioni di padri e figli. Tu che sbuffi, che sbatti la porta a una conversazione che non avrà mai un inizio o una fine.

Ma questa non è una paternale, un giudizio alla tua età e alla tua voglia di sbagliare. Ti ho incoraggiato a camminare, ad andare in bicicletta, ad allacciarti le scarpe, a leggere l’ora, a scrivere bene il tuo nome, a disegnare, già mi chiedi di portarti in giro a guidare… ma per quanto il mio ruolo lo richieda non posso insegnarti a vivere.
Vivere è una cosa strettamente personale, intima. Chiunque dica il contrario è solo un pallone gonfiato, incapace di vivere egli stesso e per dare un senso ai suoi fallimenti pensa di poter gestire quelli degli altri. Posso solo darti consigli, ma il libero arbitrio è soltanto tuo, così come la coscienza, la responsabilità, la capacità di scegliere cosa è giusto e cosa invece è sbagliato.
Il mio consiglio spassionato è questo dunque, disabituati.

Quando l’ho imparato? Nel ‘20, quando eravamo tutti chiusi in casa, prigionieri di un virus venuto da lontano. Ti ho già parlato dell’autoisolamento, della quarantena, delle strade deserte e di quelli che cantavano alla finestra, quando eri piccola te ne ho parlato sottoforma di favola, poi sottoforma di ricordo; ora ti parlo di cosa c’era dietro quelle finestre, nelle case, nella mente della gente.

La maggior parte delle persone era abituata a tutto, alla routine insomma, quella a cui sei abituata anche tu; l’abitudine era un punto fermo. Già due giorni dopo l’inizio di tutto, le prime striscianti lamentele si sono insinuate nell’umore generale, poi sono seguiti gli sfoghi e l’esasperante ricerca di una possibile verità tenuta nascosta da qualcuno o da qualcosa. Sono arrivati i complottisti, i tragici, i melodrammatici, gli apocalittici. Ogni volta la colpa era di qualcuno, di uno stile di vita, oppure c’era lo zampino del divino punitore, della natura vendicativa.
L’insofferenza – sorriderai – della gente si manifestava negli appelli a rimanere a casa, nelle delazioni di improvvisati detective dei poveri, pronti a fotografare il trasgressore uscito a gettare l’immondizia. L’egoismo poi, quello di chi comprava lievito in quantità atomica “perché non si sa mai…”, che poi forse avrebbe congelato e poi sicuramente buttato pur di lasciare ad altri il pane azzimo della sconfitta.

La paura del prossimo nata dall’abitudine di essere individuali in una società fin troppo egocentrica.
Non ascoltare quelli che te la raccontano come una guerra. Sì, è stata dura, sì, ci sono state molte vittime, e c’era la paura di ammalarsi. Già, ma vedi, quella c’era anche prima, la paura di ammalarsi intendo, così come la paura di restare soli, la paura degli altri, la paura dei diversi, la paura di non riuscire a vivere una vita perfetta, di non avere più alcuna soddisfazione, la paura di perdere qualcuno e di dirgli addio.
Volevamo vivere fino a 120 anni per paura di non avere il tempo di fare tutto, volevamo trattenere il mondo perché così eravamo abituati ad agire.

Tu non lo fare, non dare mai nulla per scontato, non lasciare che l’ovvio si faccia largo nelle tue giornate, lascia andare qualche tua abitudine. Sorridi alla sorpresa, all’imprevisto, non cadere di proposito ma quando cadrai – perché cadrai – rialzati, arrabbiati se vuoi, ma poi ritrova il sereno dentro di te e armati di tanta, tanta pazienza.

Un bacio,
papà

 

Alessandro Basso

 

[Immagine presa da Pixabay]

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Impariamo la mutevolezza: un insegnamento da Machiavelli

Vedi le stelle e ‘l ciel, vedi la luna,
Vedi gli altri pianeti andare errando
Or alto or basso senza requie alcuna.
Quando il ciel vedi tenebroso e quando
Lucido e chiaro: e così nulla in terra
Vien ne lo stato suo perseverando
1

Gli eventi mutano, il mondo e la natura mutano costantemente, niente è statico: ce lo rammentava già Niccolò Machiavelli nel suo Asino (1517), il piccolo poema satirico rimasto incompiuto e considerato la moderna versione del famoso Asino d’oro di Apuleio, in cui il grande umanista esprime uno dei cardini del suo pensiero: il limite umano e l’incapacità di mutare la propria natura.

Incapacità che, secondo Machiavelli, determina un vero e proprio deficit umano: quello di andare in accordo solo con determinati tempi e ordini in cui l’umanità si trova a vivere.
Infatti, se l’uomo fosse tanto saggio da comprendere il cambiamento dei tempi o anche solo da osservare il mondo circostante, avrebbe sempre una buona sorte; ma l’uomo non riesce a vedere più in là del suo naso, è un grumo di passioni e ambizioni, e non essendo in grado di comandare la propria natura, che viene accecata dal desiderio fino a divenire bestiale, si lascia soggiogare dalla Fortuna, dalla mutevolezza.

Machiavelli vede nella natura umana una sorta di fissità, totalmente estranea ad esempio all’uomo descritto dal filosofo Pico della Mirandola nel De dignitate hominis (1486), che è invece padrone del proprio destino, che si muove come vuole, elevandosi verso Dio o degradandosi a livello delle bestie. 
Ma quindi la visione machiavelliana dell’uomo, con la sua totale incapacità di modificare e trasformare la realtà, è quindi completamente pessimista? 
Secondo me, non è del tutto così. Machiavelli ci lascia uno spiraglio di azione, ma occorre saperlo cogliere al momento giusto. Nel suo Principe (1532) infatti indica più volte che l’uomo può contrapporsi alla Fortuna: per farlo occorre però essere prudenti e lungimiranti, costruire argini quando i tempi sono lieti e favorevoli.

Iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra
Della metà delle azioni nostre, ma etiam lei ne lasci
Governare anche l’altra metà, o presso, a noi.
E assimiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi
Che, quando si adirano, allagano e’ piani, rovinano
Gli arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quell’altra:
Ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in alcuna parte ostare.
[…] non resta però che gli uomini, quando sono tempi queti, non vi potessimo fare fare provedimento e con ripari e con argini […]2

La Fortuna – il Destino, se vogliamo – con la sua mutevolezza continua può innalzare e rovinare l’uomo come e quando vuole, ma possiede solo la metà delle nostre azioni. L’uomo di Machiavelli è proprio colui che sa vincere gli eventi, non contrapponendosi ad essi, ma adattandosi e mutando con essi: virtuoso è colui che costruisce argini nei momenti lieti, si mette al riparo dagli attacchi della Fortuna e sa cogliere le occasioni che essa, in vari momenti della vita, può donare. In ogni suo scritto – il Principe, le commedie, l’Asino – Machiavelli insegna all’uomo ad adattarsi ai mutamenti degli eventi, degli ordini politici e della sorte: la felicità e la verità (intesa nel senso di una vita fatta di rapporti autentici) richiedono all’uomo una metamorfosi continua, l’adattabilità, la prudenza e l’assennatezza.

E in questo, di fatto, gli scritti di Machiavelli restano ancora oggi, a mio parere, dei grandi maestri di vita sono a dir poco attualissimi. L’ho capito profondamente nei giorni in cui l’emergenza Covid-19 ci ha costretti a restare in casa, a cambiare abitudini, ad avere paura per la propria vita e quella dei nostri familiari, a vedere il nostro Paese e il mondo intero messo in ginocchio da un virus tanto piccolo quanto terribilmente letale.
Non eravamo ovviamente pronti a tutto quello che è successo, gli eventi si sono abbattuti su di noi travolgendoci, piegandoci, e per sopravvivere siamo mutati, abbiamo dovuto agire, abbiamo dovuto correre ai ripari, abbiamo rinunciato alla nostra libertà, messo le mascherine, i guanti, le distanze tra noi.
Facciamo dunque tesoro, per la vita di ogni giorno, di quanto Machiavelli scriveva: solo attraverso l’azione, il mutamento, l’accortezza, la saggezza di leggere il tempo in cui vive, l’uomo può essere felice e ripararsi dalle avversità.

 

Martina Notari

 

NOTE:
1. N. Machiavelli, Asino d’oro, in Opere Letterarie, a cura di Luigi Blasucci, Adelphi, Milano, 1964, cap VIII, vv. 76-99.
2. N. Machiavelli, Il Principe, a cura di G. Inglese, Einaudi, Torino, 1995, cap. XXV, paragrafo 26, p. 167.

[Immagine di copertina proveniente da Pixabay]

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La chiave per una quarantena filosofica

In questo periodo di pandemia ho scritto un diario giornaliero per tirare le fila del tempo trascorso nella quarantena #iorestoacasa. Ecco gli estratti dei miei monologhi interiori analizzati in chiave filosofica.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 1.
Mi sento tutti i sintomi del COVID-19. Tento di prendermi il polso, ma non riesco a contare i battiti. Ho ritirato fuori il manuale del soccorritore, pensando di poter scoprire delle verità nascoste, manco fossi Carlo Urbani
[…]».

L’angoscia emerge prontamente in questa situazione di incertezza, lasciando la paura razionale chiusa in un angolo remoto del cervello. La paura che è un ottimo meccanismo di difesa non può venire in soccorso nel caso di questa pandemia. Infatti non possiamo circoscrivere il virus a un oggetto ben determinato, esiste invece un’angoscia: chiunque o qualsiasi superficie può essere veicolo del COVID-19 e quindi infettarci.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 2.
[…] Inizio le mie elucubrazioni su tempo e spazio. Che fine ha fatto Joker e il suo “Infinite cose da fare e così poco tempo?”».

Grazie alla clausola derogatoria è possibile in caso di un dichiarato stato di emergenza derogare ad alcuni diritti umani, nel nostro caso: la libertà di movimento.
Dobbiamo fare i conti con la sola dimensione del tempo, che presentandosi a rallentatore consente a tutti noi di riscoprire la capacità di annoiarsi. Anziché “riempire il tempo”, come se in fondo si potesse, lasciamolo scorrere e apprezziamolo come un bene in quanto tale. Bertrand Russell nel suo saggio La conquista della felicità (1930) scriveva: «Una generazione che non riesce a tollerare la noia è una generazione di uomini piccoli, nei quali ogni impulso vitale appassisce».

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 3.
[…] L’Italia? Sembra un romanzo di Philip K. Dick, forse ci serve un guaritore galattico. La convivenza? Un cazzo di sacrificio, una casa in fiamme sarebbe un’idea brillante, Tarkovskij! […]».

La convivenza forzata mette a dura prova le relazioni di amore, amicizia, familiari; figuriamoci quelle non scelte – finisco infatti per simpatizzare per la pagina social Il coinquilino di merda. È necessario ricordarsi l’importanza della volontà di vivere la relazione, non basta trovarsi sotto lo stesso tetto e passare tanto tempo assieme per trovare benessere in un rapporto interpersonale.
In alcuni casi, la situazione è drammatica. Purtroppo la casa, che dovrebbe essere la base della dimensione dell’abitare, quindi rappresentare la protezione entro ciò che ci è parente e che ha cura di ogni cosa, si trasforma in un inferno. Le donne vittime di violenza sono costrette a una convivenza prolungata con il maltrattante.
E poi c’è chi la casa non la ha, rimane fuori e l’unica speranza resta la solidarietà delle persone.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 4.
[…] Penso che il mondo ci stia dando una lezione, ora abbiamo tempo per comprenderla».

La situazione attuale evidenzia come il nostro modus vivendi abbia influito sulla diffusione territoriale del virus, contribuendo ad aumentare il rischio di contagio. È necessario cambiare rotta, o addirittura rimanere fermi, in questo caso. L’umanità si arresta e cominciano a intravedersi alcuni cambiamenti a livello di emissioni di CO2 e di inquinamento. Già, perché il nostro modus vivendi agisce anche sul riscaldamento globale, ricordate?
A tal proposito, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che una delle più importanti conseguenze del riscaldamento globale sarà l’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive1. Il tempo di oggi si trasforma in un’opportunità per conoscere socraticamente noi stessi e diventare consapevoli di essere “esseri nel mondo“.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 5.
Osservo il mondo dal cosiddetto bunker. Intorno a me vedo solo astronauti e mutanti con mascherine e bombole. Gli astronauti si guardano perplessi: togli i guanti, metti i guanti, prendi l’amuchina, disinfetta, guarda il mutante con la mascherina, e ricomincia daccapo. Mi attendono 10 ore, manco fossi nel film
Interstellar sul pianeta “chisiricordailnome” dove il tempo è dilatato e i minuti sono anni. Pensiero cardine del giorno: essere il gatto di Schrödinger fa schifo».

L’essere umano abita la casa dell’incertezza, una condizione che accompagna l’uomo in ogni suo aspetto, a partire dalla riflessione fino al concretizzarsi nell’azione. Come sosteneva Zygmunt Bauman «La vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario». L’incertezza coinvolge due dimensioni: quella del futuro e del rischio. Si è incerti perché si sente più o meno incombente la presenza del rischio nel futuro prossimo; rendendo così non certe le cose a cui ci riferiamo nella dimensione del presente.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 6.
Isolamento giorno: 1.
[…] La mia quarantena è iniziata daccapo dopo aver soggiornato nel bunker insieme ai mutanti. Inizio a scrivere le cose da fare dopo – finita la quarantena – finita la prigione – finita la sofferenza, insomma DOPO: ballare in mutande in strada, abbracciare sconosciuti, fare campeggi in tutte le stagioni in tutti i luoghi, in tutti i laghi con Valerio Scanu, imparare una lingua nuova (speriamo il portoghese, ma va bene anche l’Esperanto) per parlare con più persone possibili, riprendere aikido, yoga e iniziare tutti gli sport di squadra: più si è meglio è. Riesumare vecchie sfide e fare il giro del mondo in 80 giorni toccando più posti o persone possibili».

In questo periodo di sofferenza, penso sia importante visualizzare non che tutto stia crollando ma che ci sia ancora molto che continua e continuerà ad esistere.

 

Jessica Genova

 

NOTE:
1. Per approfondire: qui.

[Fonte immagine: Pixabay]

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