Il virus dell’abitudine. Lettera a mia figlia

Impara a disabituarti.
Oggi compi diciott’anni e il solo consiglio che mi viene in mente di darti è questo, di perdere l’abitudine. Disabituati, a stare bene, ad avere la macchina, ad un tetto sulla testa, ad un letto dove dormire, a mangiare tutti i giorni, ad avere un amico, ad avere una famiglia, ad essere sempre in compagnia di qualcuno. Disabituati all’amore, alla felicità, alla speranza. Abbraccia il disinganno, fidati – questo sì – del prossimo e il prossimo si fiderà di te, ma il più delle volte, le decisioni più importanti della tua vita dovrai prenderle da sola, nel segreto di una stanza, nel buio più profondo di una giornata senza sole.
Leggendo queste parole penserai che tuo padre è un pessimista più che cosmico, galattico, uno che Leopardi è un rudimentale copiatore. Diciott’anni, tu pensi a organizzare la festa mentre io ti faccio la paternale! Quasi mi sembra di sentirti mentre discutiamo lanciandoci frasi fatte, scritte in un copione senza tempo letto e riletto da generazioni di padri e figli. Tu che sbuffi, che sbatti la porta a una conversazione che non avrà mai un inizio o una fine.

Ma questa non è una paternale, un giudizio alla tua età e alla tua voglia di sbagliare. Ti ho incoraggiato a camminare, ad andare in bicicletta, ad allacciarti le scarpe, a leggere l’ora, a scrivere bene il tuo nome, a disegnare, già mi chiedi di portarti in giro a guidare… ma per quanto il mio ruolo lo richieda non posso insegnarti a vivere.
Vivere è una cosa strettamente personale, intima. Chiunque dica il contrario è solo un pallone gonfiato, incapace di vivere egli stesso e per dare un senso ai suoi fallimenti pensa di poter gestire quelli degli altri. Posso solo darti consigli, ma il libero arbitrio è soltanto tuo, così come la coscienza, la responsabilità, la capacità di scegliere cosa è giusto e cosa invece è sbagliato.
Il mio consiglio spassionato è questo dunque, disabituati.

Quando l’ho imparato? Nel ‘20, quando eravamo tutti chiusi in casa, prigionieri di un virus venuto da lontano. Ti ho già parlato dell’autoisolamento, della quarantena, delle strade deserte e di quelli che cantavano alla finestra, quando eri piccola te ne ho parlato sottoforma di favola, poi sottoforma di ricordo; ora ti parlo di cosa c’era dietro quelle finestre, nelle case, nella mente della gente.

La maggior parte delle persone era abituata a tutto, alla routine insomma, quella a cui sei abituata anche tu; l’abitudine era un punto fermo. Già due giorni dopo l’inizio di tutto, le prime striscianti lamentele si sono insinuate nell’umore generale, poi sono seguiti gli sfoghi e l’esasperante ricerca di una possibile verità tenuta nascosta da qualcuno o da qualcosa. Sono arrivati i complottisti, i tragici, i melodrammatici, gli apocalittici. Ogni volta la colpa era di qualcuno, di uno stile di vita, oppure c’era lo zampino del divino punitore, della natura vendicativa.
L’insofferenza – sorriderai – della gente si manifestava negli appelli a rimanere a casa, nelle delazioni di improvvisati detective dei poveri, pronti a fotografare il trasgressore uscito a gettare l’immondizia. L’egoismo poi, quello di chi comprava lievito in quantità atomica “perché non si sa mai…”, che poi forse avrebbe congelato e poi sicuramente buttato pur di lasciare ad altri il pane azzimo della sconfitta.

La paura del prossimo nata dall’abitudine di essere individuali in una società fin troppo egocentrica.
Non ascoltare quelli che te la raccontano come una guerra. Sì, è stata dura, sì, ci sono state molte vittime, e c’era la paura di ammalarsi. Già, ma vedi, quella c’era anche prima, la paura di ammalarsi intendo, così come la paura di restare soli, la paura degli altri, la paura dei diversi, la paura di non riuscire a vivere una vita perfetta, di non avere più alcuna soddisfazione, la paura di perdere qualcuno e di dirgli addio.
Volevamo vivere fino a 120 anni per paura di non avere il tempo di fare tutto, volevamo trattenere il mondo perché così eravamo abituati ad agire.

Tu non lo fare, non dare mai nulla per scontato, non lasciare che l’ovvio si faccia largo nelle tue giornate, lascia andare qualche tua abitudine. Sorridi alla sorpresa, all’imprevisto, non cadere di proposito ma quando cadrai – perché cadrai – rialzati, arrabbiati se vuoi, ma poi ritrova il sereno dentro di te e armati di tanta, tanta pazienza.

Un bacio,
papà

 

Alessandro Basso

 

[Immagine presa da Pixabay]

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Impariamo la mutevolezza: un insegnamento da Machiavelli

Vedi le stelle e ‘l ciel, vedi la luna,
Vedi gli altri pianeti andare errando
Or alto or basso senza requie alcuna.
Quando il ciel vedi tenebroso e quando
Lucido e chiaro: e così nulla in terra
Vien ne lo stato suo perseverando
1

Gli eventi mutano, il mondo e la natura mutano costantemente, niente è statico: ce lo rammentava già Niccolò Machiavelli nel suo Asino (1517), il piccolo poema satirico rimasto incompiuto e considerato la moderna versione del famoso Asino d’oro di Apuleio, in cui il grande umanista esprime uno dei cardini del suo pensiero: il limite umano e l’incapacità di mutare la propria natura.

Incapacità che, secondo Machiavelli, determina un vero e proprio deficit umano: quello di andare in accordo solo con determinati tempi e ordini in cui l’umanità si trova a vivere.
Infatti, se l’uomo fosse tanto saggio da comprendere il cambiamento dei tempi o anche solo da osservare il mondo circostante, avrebbe sempre una buona sorte; ma l’uomo non riesce a vedere più in là del suo naso, è un grumo di passioni e ambizioni, e non essendo in grado di comandare la propria natura, che viene accecata dal desiderio fino a divenire bestiale, si lascia soggiogare dalla Fortuna, dalla mutevolezza.

Machiavelli vede nella natura umana una sorta di fissità, totalmente estranea ad esempio all’uomo descritto dal filosofo Pico della Mirandola nel De dignitate hominis (1486), che è invece padrone del proprio destino, che si muove come vuole, elevandosi verso Dio o degradandosi a livello delle bestie. 
Ma quindi la visione machiavelliana dell’uomo, con la sua totale incapacità di modificare e trasformare la realtà, è quindi completamente pessimista? 
Secondo me, non è del tutto così. Machiavelli ci lascia uno spiraglio di azione, ma occorre saperlo cogliere al momento giusto. Nel suo Principe (1532) infatti indica più volte che l’uomo può contrapporsi alla Fortuna: per farlo occorre però essere prudenti e lungimiranti, costruire argini quando i tempi sono lieti e favorevoli.

Iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra
Della metà delle azioni nostre, ma etiam lei ne lasci
Governare anche l’altra metà, o presso, a noi.
E assimiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi
Che, quando si adirano, allagano e’ piani, rovinano
Gli arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quell’altra:
Ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in alcuna parte ostare.
[…] non resta però che gli uomini, quando sono tempi queti, non vi potessimo fare fare provedimento e con ripari e con argini […]2

La Fortuna – il Destino, se vogliamo – con la sua mutevolezza continua può innalzare e rovinare l’uomo come e quando vuole, ma possiede solo la metà delle nostre azioni. L’uomo di Machiavelli è proprio colui che sa vincere gli eventi, non contrapponendosi ad essi, ma adattandosi e mutando con essi: virtuoso è colui che costruisce argini nei momenti lieti, si mette al riparo dagli attacchi della Fortuna e sa cogliere le occasioni che essa, in vari momenti della vita, può donare. In ogni suo scritto – il Principe, le commedie, l’Asino – Machiavelli insegna all’uomo ad adattarsi ai mutamenti degli eventi, degli ordini politici e della sorte: la felicità e la verità (intesa nel senso di una vita fatta di rapporti autentici) richiedono all’uomo una metamorfosi continua, l’adattabilità, la prudenza e l’assennatezza.

E in questo, di fatto, gli scritti di Machiavelli restano ancora oggi, a mio parere, dei grandi maestri di vita sono a dir poco attualissimi. L’ho capito profondamente nei giorni in cui l’emergenza Covid-19 ci ha costretti a restare in casa, a cambiare abitudini, ad avere paura per la propria vita e quella dei nostri familiari, a vedere il nostro Paese e il mondo intero messo in ginocchio da un virus tanto piccolo quanto terribilmente letale.
Non eravamo ovviamente pronti a tutto quello che è successo, gli eventi si sono abbattuti su di noi travolgendoci, piegandoci, e per sopravvivere siamo mutati, abbiamo dovuto agire, abbiamo dovuto correre ai ripari, abbiamo rinunciato alla nostra libertà, messo le mascherine, i guanti, le distanze tra noi.
Facciamo dunque tesoro, per la vita di ogni giorno, di quanto Machiavelli scriveva: solo attraverso l’azione, il mutamento, l’accortezza, la saggezza di leggere il tempo in cui vive, l’uomo può essere felice e ripararsi dalle avversità.

 

Martina Notari

 

NOTE:
1. N. Machiavelli, Asino d’oro, in Opere Letterarie, a cura di Luigi Blasucci, Adelphi, Milano, 1964, cap VIII, vv. 76-99.
2. N. Machiavelli, Il Principe, a cura di G. Inglese, Einaudi, Torino, 1995, cap. XXV, paragrafo 26, p. 167.

[Immagine di copertina proveniente da Pixabay]

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La chiave per una quarantena filosofica

In questo periodo di pandemia ho scritto un diario giornaliero per tirare le fila del tempo trascorso nella quarantena #iorestoacasa. Ecco gli estratti dei miei monologhi interiori analizzati in chiave filosofica.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 1.
Mi sento tutti i sintomi del COVID-19. Tento di prendermi il polso, ma non riesco a contare i battiti. Ho ritirato fuori il manuale del soccorritore, pensando di poter scoprire delle verità nascoste, manco fossi Carlo Urbani
[…]».

L’angoscia emerge prontamente in questa situazione di incertezza, lasciando la paura razionale chiusa in un angolo remoto del cervello. La paura che è un ottimo meccanismo di difesa non può venire in soccorso nel caso di questa pandemia. Infatti non possiamo circoscrivere il virus a un oggetto ben determinato, esiste invece un’angoscia: chiunque o qualsiasi superficie può essere veicolo del COVID-19 e quindi infettarci.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 2.
[…] Inizio le mie elucubrazioni su tempo e spazio. Che fine ha fatto Joker e il suo “Infinite cose da fare e così poco tempo?”».

Grazie alla clausola derogatoria è possibile in caso di un dichiarato stato di emergenza derogare ad alcuni diritti umani, nel nostro caso: la libertà di movimento.
Dobbiamo fare i conti con la sola dimensione del tempo, che presentandosi a rallentatore consente a tutti noi di riscoprire la capacità di annoiarsi. Anziché “riempire il tempo”, come se in fondo si potesse, lasciamolo scorrere e apprezziamolo come un bene in quanto tale. Bertrand Russell nel suo saggio La conquista della felicità (1930) scriveva: «Una generazione che non riesce a tollerare la noia è una generazione di uomini piccoli, nei quali ogni impulso vitale appassisce».

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 3.
[…] L’Italia? Sembra un romanzo di Philip K. Dick, forse ci serve un guaritore galattico. La convivenza? Un cazzo di sacrificio, una casa in fiamme sarebbe un’idea brillante, Tarkovskij! […]».

La convivenza forzata mette a dura prova le relazioni di amore, amicizia, familiari; figuriamoci quelle non scelte – finisco infatti per simpatizzare per la pagina social Il coinquilino di merda. È necessario ricordarsi l’importanza della volontà di vivere la relazione, non basta trovarsi sotto lo stesso tetto e passare tanto tempo assieme per trovare benessere in un rapporto interpersonale.
In alcuni casi, la situazione è drammatica. Purtroppo la casa, che dovrebbe essere la base della dimensione dell’abitare, quindi rappresentare la protezione entro ciò che ci è parente e che ha cura di ogni cosa, si trasforma in un inferno. Le donne vittime di violenza sono costrette a una convivenza prolungata con il maltrattante.
E poi c’è chi la casa non la ha, rimane fuori e l’unica speranza resta la solidarietà delle persone.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 4.
[…] Penso che il mondo ci stia dando una lezione, ora abbiamo tempo per comprenderla».

La situazione attuale evidenzia come il nostro modus vivendi abbia influito sulla diffusione territoriale del virus, contribuendo ad aumentare il rischio di contagio. È necessario cambiare rotta, o addirittura rimanere fermi, in questo caso. L’umanità si arresta e cominciano a intravedersi alcuni cambiamenti a livello di emissioni di CO2 e di inquinamento. Già, perché il nostro modus vivendi agisce anche sul riscaldamento globale, ricordate?
A tal proposito, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che una delle più importanti conseguenze del riscaldamento globale sarà l’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive1. Il tempo di oggi si trasforma in un’opportunità per conoscere socraticamente noi stessi e diventare consapevoli di essere “esseri nel mondo“.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 5.
Osservo il mondo dal cosiddetto bunker. Intorno a me vedo solo astronauti e mutanti con mascherine e bombole. Gli astronauti si guardano perplessi: togli i guanti, metti i guanti, prendi l’amuchina, disinfetta, guarda il mutante con la mascherina, e ricomincia daccapo. Mi attendono 10 ore, manco fossi nel film
Interstellar sul pianeta “chisiricordailnome” dove il tempo è dilatato e i minuti sono anni. Pensiero cardine del giorno: essere il gatto di Schrödinger fa schifo».

L’essere umano abita la casa dell’incertezza, una condizione che accompagna l’uomo in ogni suo aspetto, a partire dalla riflessione fino al concretizzarsi nell’azione. Come sosteneva Zygmunt Bauman «La vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario». L’incertezza coinvolge due dimensioni: quella del futuro e del rischio. Si è incerti perché si sente più o meno incombente la presenza del rischio nel futuro prossimo; rendendo così non certe le cose a cui ci riferiamo nella dimensione del presente.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 6.
Isolamento giorno: 1.
[…] La mia quarantena è iniziata daccapo dopo aver soggiornato nel bunker insieme ai mutanti. Inizio a scrivere le cose da fare dopo – finita la quarantena – finita la prigione – finita la sofferenza, insomma DOPO: ballare in mutande in strada, abbracciare sconosciuti, fare campeggi in tutte le stagioni in tutti i luoghi, in tutti i laghi con Valerio Scanu, imparare una lingua nuova (speriamo il portoghese, ma va bene anche l’Esperanto) per parlare con più persone possibili, riprendere aikido, yoga e iniziare tutti gli sport di squadra: più si è meglio è. Riesumare vecchie sfide e fare il giro del mondo in 80 giorni toccando più posti o persone possibili».

In questo periodo di sofferenza, penso sia importante visualizzare non che tutto stia crollando ma che ci sia ancora molto che continua e continuerà ad esistere.

 

Jessica Genova

 

NOTE:
1. Per approfondire: qui.

[Fonte immagine: Pixabay]

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Dottore, mi fa male il mondo

Ci sono molte lezioni che potremmo trarre dalla attuale pandemia di Covid-19, un nuovo tipo di Coronavirus che è diventato in breve tempo il microrganismo più famoso del pianeta. Si potrebbe riflettere sul reale annullamento delle distanze, in un mondo in cui la Cina è effettivamente dietro l’angolo e in cui le frontiere tra Stato e Stato tornano ad essere finalmente quel che sono realmente, linee immaginarie che con dogane e posti di blocco non fermano certo la natura. Potremmo riscoprire una comune umanità nella paura della morte che ci rende tutti simili, che si sia impegnati a razziare un supermercato in cerca dell’ultima bottiglia di disinfettante per mani o su un gommone in procinto di attraversare il Mediterraneo. C’è un altro aspetto, però, più sottile ma più intrigante, da poter considerare.

In uno dei suoi aforismi contenuti nella raccolta Scorciatoie e raccontini, Umberto Saba interpreta genialmente i vari mal du siecle come strettamente dipendenti dalle patologie sociali con cui convivono, a tal punto che un male diventa il riflesso dell’altro, la malattia medico-biologica dipende da quella socio-politica e viceversa.

Nell’Ottocento, ad esempio, in epoca di trionfo del Romanticismo, immersa in quelli che Saba chiama «sdilinquimenti sentimentali», non poteva che palesarsi una malattia che letteralmente toglie il fiato, come un sospiro d’amore folle, e che con una vittimologia precisa quanto crudele avrebbe dato vita a immortali storie di amore tragico: la tubercolosi. Il Novecento, viceversa, è stato il teatro dei grandi totalitarismi, di ideologie che, nate come folli dottrine seguite da sparute e spesso ridicole minoranze di facinorosi e spiantati, si sono pian piano insinuate nel tessuto sociale fino a uniformarlo totalmente a sé, dando vita a mostruosità inedite nella storia umana; il perfetto controcanto è rappresentato, ovviamente, dal cancro, una piccola cellula impazzita che passa del tutto inosservata fino a che non è cresciuta, si è metastatizzata, e ha invaso l’intero organismo fino a portarlo alla consunzione.

Cosa possiamo dedurre del nuovo secolo appena avviato, da una patologia come il Covid-19? Da un’epidemia cui viene sistematicamente negata la definizione di pandemia nonostante la diffusione intercontinentale, da un’infezione polmonare che, per quanto contagiosa e virulenta, non causa più vittime di una regolare influenza stagionale, ma che ha generato un panico generalizzato in (al momento) quattro continenti?

Il nostro è un secolo che da subito si è imposto come “post”: governato da una politica post-ideologica e da un’economia post-capitalistica, un mondo post-industriale informato dalla post-verità, con sessualità post-binaria e religioni post-dogmatiche, un’epoca che si definisce solo da ciò che non è. Ciò che questo comporta è evidente anche nella gestione (o mancanza di gestione) dell’epidemia in corso: totale mancanza di fiducia nelle fonti istituzionali e professionali, che porta a allarmismi, complottismi, benaltrismi, panico incontrollato e pericolose sottovalutazioni in egual misura; localismi autoreferenziali in cui non si riesce a trovare neanche quel tanto di coordinamento che basterebbe ad affrontare una situazione emergenziale in modo efficace; autorità centrali impreparate e preda del sentimento popolare che si lanciano in procedure prima carenti poi esagerate, sempre parziali e sempre contraddittorie, alimentando la confusione e la sfiducia di cui sopra; media con deontologie professionali quantomeno elastiche che, alla disperata ricerca di quel tanto di fruitori che servono alla loro sopravvivenza, gonfiano notizie, tacciono informazioni, presentano titoli fuorvianti a una popolazione che raramente si disturba a leggere l’intero articolo.

Seguendo le analogie impostate da Saba, potremmo concludere che il male sociale più diffuso è oggi proprio il vuoto, un nulla gonfiato, nutrito, ingigantito e reso minaccioso da discorsi senza contenuto, da promesse elettorali lanciate al vento, dalla progressiva e inesorabile morte delle idee, della conoscenza, dell’arte, della cultura. Lo stesso vuoto che nelle ultime settimane ha svuotato le nostre strade, i nostri teatri, le nostre scuole e università, i nostri negozi, i nostri cinema, i nostri stadi, e che ha riempito le nostre televisioni, i nostri discorsi, i nostri social network, e un poco anche i nostri ospedali. Di nulla, forse, non si muore, ma questo non vuol dire che esista una cura.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credits NASA su unsplash.com]

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Evoluzione del rapporto tra uomo e progresso scientifico

Il progresso scientifico è stato osteggiato, osannato, incoraggiato. Il tema dello sviluppo della scienza è sempre stato parte attiva della vita dell’uomo, si potrebbe partire dalle prime speculazioni scientifiche dei presocratici sino ad arrivare alla rivoluzione scientifica e industriale. La scienza è un’ancella fedele della vita dell’uomo, ma c’è un confine molto labile che non deve essere valicato pena la distruzione stessa della vita umana. Qual è il confine che rende immorale e pericoloso il progresso della scienza nella vita dell’uomo? È una domanda complessa a cui sarebbe difficile rispondere. Si potrebbe dire che bisogna porre dei limiti, analizzarli. Non si può osteggiare il progredire delle ricerche scientifiche e viviamo in una società in cui risulta essere necessario.

Sono celeberrimi gli esperimenti sulla genetica condotti durante la seconda guerra mondiale, proprio dalle conseguenze di queste sperimentazioni nel dibattuto filosofico a metà Novecento inizia a fare capolino la parola bioetica. L’uomo sente il bisogno di tracciare i confini dell’etica moderna, di capire gli effetti sulla sua stessa vita di queste sperimentazioni. Etica, medicina, scienza e filosofia si incontrano per la prima volta in un dibattuto tuttora acceso e che non riesce a vedere fine. Ci si chiede che valore ha la persona all’interno di questo panorama e ci si interroga sui suoi diritti, su come essa debba essere rispettata. Quanto vale la vita del singolo in vista di una scoperta più grande? Hugo Tristram Engelhardt Jr, filosofo e medico, uno dei padri della Bioetica moderna – nei suoi testi più noti si è occupato del concetto di persona, etica e morale in campo medico e filosofico – lucidamente, analizza il profilo dell’uomo moderno e si pone una domanda: l’uomo può passare da una fase in cui è considerato tale ad una fase in cui non lo è più? Che ruolo deve avere l’uomo nello sviluppo delle scienze e nella sperimentazione?1 Rispondere a questa domanda è una dirompente presa di posizione.

Ci troviamo dinanzi alla figura di un uomo che governa il destino dell’uomo stesso, è carnefice e artefice. L’uomo moderno è stato assimilato a Prometeo, essendosi emancipato dai dogmi e fattosi simbolo del progresso nell’epoca moderna sembra aver perso la sua direzione. Il Prometeo moderno è colui che crede di potersi elevare al di sopra dei suoi limiti non capendo che privandosi di ogni limite ricade in un vortice che lo distrugge. Nel 1800 John Stuart Mill, padre della filosofia della scienza moderna ed economo di inizio Ottocento, ha affermato che «l’uomo è sovrano sulla sua persona, sul proprio corpo e sulla propria mente»2, ma l’assoluta libertà della persona deve avere un vincolo: la salvaguardia della libertà e del benessere altrui. L’uomo ha responsabilità dirette su sé stesso e sugli altri.

Il compito dell’etica sta nel valutare i mezzi e i fini con cui tali scoperte vengono adoperate e si sente sempre più il bisogno che tale compito sia adempiuto.
La scienza deve essere un progredire dell’uomo sempre e solo a beneficio della comunità umana, come sosteneva Francis Bacon, filosofo e scienziato simbolo della rivoluzione scientifica con Cartesio e Galileo, già agli inizi del Seicento nel Novum Organum. L’uomo deve farsi portavoce e profeta di un’idea di scienza nuova che ha riconsegnato all’uomo una posizione centrale nella storia della sua evoluzione.
Come non cadere vittime di questo libero arbitrio di cui siamo dotati all’interno dell’incessante progredire delle scienze? È interessante osservare che non vi è una definizione univoca di progresso della scienza: il progresso della scienza ha così tante sfaccettature che non si riesce a raccoglierle in una unica definizione.

Il progresso della scienza appare come un diamante dai mille riflessi al cui centro, però, deve soggiacere un principio di responsabilità per la società di cui si fa parte.
Il principio di responsabilità sembra essere l’unica possibilità, per Jonas, a cui rivolgersi: questo deve essere un punto di riferimento nell’uomo che, previdentemente, con attenta analisi dei costi e benefici riesce a valutare lucidamente cosa è capace di arricchire la società. L’uomo dovrà rivolgere uno sguardo al passato e uno al futuro, farsi detentore delle esperienze passate e, mettendo in atto il concetto di storia critica, analizzare la direzione della società di cui fa parte.

 

Francesca Peluso

 

NOTE:
1. Cfr. D. Engelhardt, Etica e Medicina
2. C. Pievatolo, H. Jonas un’etica per la civiltà tecnologica, da “Il Politico”, Università degli studi di Pavia, 1990, pp. 337-349.

[Photo credits by pixabay]

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L’evento Coronavirus: sfida per il pensiero e l’esistenza

I giorni difficili e convulsi della pandemia da Coronavirus che stiamo attraversando si ergono come una sfida non solo dal punto di vista sanitario (il più urgente) e dal punto di vista socio-economico dai quali dipendiamo, ma pure come una sfida per il pensiero.

Nel momento in cui personale sanitario, ricercatori, amministratori e politici, sono impegnati per la gestione di questo vulnus, il Coronavirus, che flagella il nostro paese, non può venire meno l’esercizio del pensiero come interrogazione sul mondo e su se stessi, proprio alla luce di quanto stiamo vivendo. Se dunque, come sosteneva Hegel, la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero è quanto mai necessario esercitarsi in quanto vi è di più nobile e caratteristico nell’essere umano: pensare. La filosofia non può retrocedere dinanzi a questa sfida, non può starsene a guardare, non può esimersi dal prendere seriamente in considerazione quanto sta avvenendo. Deve farsi interprete della crisi del proprio tempo che, investendo la struttura del paese e l’intero sistema mondo, lascerà inevitabilmente delle cicatrici, più o meno profonde, non solo alla collettività ma a ciascun singolo nel suo modo di stare al mondo. L’evento, così per come si sta mostrando, non può essere ridotto solamente ad un episodio parentetico, la cui conclusione – che tutti auspichiamo essere il più vicina possibile – debba riportarci esattamente al precedente status quo. L’evento, infatti, così come lo aveva lucidamente descritto Hannah Arendt, è tutto ciò che accade e che ci riguarda in prima persona, che ci attraversa e talvolta ci sconvolge. L’evento sfida l’individualità e in questo caso l’intera collettività, costringendoci a pensare in modo differente noi stessi, gli altri e il mondo. Lungi dall’essere un accadere solamente negativo, l’evento può essere l’occasione di un’esperienza trasformativa per ciascun singolo.

L’esperienza può essere quella di un rinnovato modo di stare al mondo. Per questo, la particolare situazione che stiamo vivendo, di un mondo in preda alla paura e che sembra essersi fermato dinanzi ad un nemico invisibile, ci invita a non attendere passivamente il tramonto di questo periodo, ma a renderlo occasione di riscoperta di valori, modalità di vivere e assaporare il quotidiano, in particolare la relazione con se stessi – «ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene dal non saper restare tranquilli in una camera», scriveva Pascal –, con gli altri, in particolare i più prossimi, di affrontare quanto del mondo della vita sino a questo momento si era dato per scontato e sul quale ci si era adagiati. A questo si collega la riscoperta dell’essenziale per la vita, al fine di ripulire l’interiorità da quanto la soffoca e ne impedisce l’espressione e il nutrimento. Il tempo sospeso può essere favorevole a bilanci esistenziali, alla riscoperta di quei valori che animano l’esistenza e la muovono verso obiettivi ancora da realizzare nel futuro, facendo emergere le risorse migliori di ciascuno di noi, oltre le sovrastrutture conformistiche che uniformano le esistenze distruggendone le peculiarità. Il tempo che stiamo vivendo può essere inoltre occasione per affrancarci dal superfluo prodotto dall’industria dei bisogni e dei consumi, che in ultima analisi conduce a sentire persino la vita e le relazioni come oggetti da consumare, a discapito della bellezza dell’incontro fra soggetti umani che si riconoscono e si rispettano.

L’evento non va dunque rinchiuso sbrigativamente nei meandri della storia – se non per quanto riguarda i suoi effetti nefasti che ci auguriamo di neutralizzare al più presto –, ma è necessario lasciarlo parlare affinché interroghi le nostre coscienze. Quanto sta accadendo non è solo una sfida scientifica prima ed economica poi, ma pure un appello per il pensiero che si riflette nel nostro modo di essere e stare al mondo. Rispetto a questo è però importante vigilare sulla superficialità, nemica acerrima del pensiero, capace di catapultarci nuovamente nell’ordinario, pieno di oggetti e scelte di massa ma vuoto di senso.

Ingenui e incapaci di cogliere la lezione di questo tempo se, non appena terminata l’emergenza, torneremo alla vita precedente non trasformati e cresciuti interiormente. Riflettere, nel qui ed ora, può aiutarci a tornare alla quotidianità, con nuove consapevolezze oltre gli automatismi usuali, per molti versi inautentici sul piano esistenziale. Dal mondo della scuola a quello del lavoro, l’evento epocale che stiamo attraversando può ricondurci ad un modo di essere differente, trasformati interiormente da quanto accaduto, a condizione che si riesca a pensare questo presente, a riflettere intorno al proprio tempo. Chiediamoci: dopo questo evento Coronavirus, come tornerò alla mia quotidianità? Questo dipenderà non solo dai risvolti socio-economici, ma pure dall’approccio di pensiero che nel momento della prova abbiamo esercitato.

In questo senso – e con le dovute distinzioni – può essere utile richiamare alla memoria le parole che Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943, ebbe a scrivere nel proprio Diario nel bel mezzo della persecuzione nazista in Olanda: «Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile»2. Se dunque, da questa situazione, oltre a salvaguardare la nostra salute, i nostri corpi, non avremmo acquisito un «nuovo senso delle cose attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione –, allora non basterà»3.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1.B. Pascal, Pensieri e altri scritti, Edizioni San Paolo, Milano 1987, p. 167.
2.E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 2012, p. 185.
3.E. Hillesum, Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano, 2012, p. 45.

[Photo credits Eduard Militaru su unsplash.com]

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La Venezia che vive (nonostante tutto)

Acqua alta, fanghiglia, odore di salso e umido, una conta dei danni che sembra non finire mai e che si ripete sempre più spesso, nel mezzo di ogni sacrosanto autunno. Il novembre 2019 non verrà dimenticato tanto facilmente perché può annoverare quattro delle ventiquattro maree eccezionali degli ultimi 96 anni, tra le quali la seconda di sempre: 187 cm.
Spiegare ad uno straniero o ad un semplice visitatore, cos’è l’acqua alta implica una serie di ulteriori spiegazioni collaterali che ti portano a spiegare direttamente cosa vuol dire Venezia.
Già, cosa vuol dire Venezia?

In poche parole: tanti ponti, auto confinate in luoghi ben delimitate come nelle riserve indiane, tante barche – a motore e non – calli, campi e non ‘piazze’ perché di Piazza c’è solo quella di San Marco, ancora ponti, campielli, corti, giardini nascosti bene, ho già detto ponti? Osterie, bacari e non ‘bar’, sotoporteghi che in italiano si direbbe sotto porticati ma si intuisce lo stesso. Per andare a San Marco si va ‘sempre dritti’, che poi è la stessa direzione per Rialto, l’Accademia, Strada Nova, l’ex Ghetto ebraico, la stazione dei treni ecc. Ed è proprio così… non è un modo di dire sbrigativo per togliersi il pensiero e il seccatore di turno che chiede informazioni al posto di leggere le indicazioni, se tutte le strade portano a Roma, andare sempre dritti a Venezia ti porta ovunque tu debba andare.
E poi? E poi c’è la Storia millenaria e tanti altri discorsi triti e ritriti che giustamente omaggiano la città ma la decontestualizzano, spesso strappandola dal presente, dall’attualità e dal quotidiano, ponendola in un luogo astratto con atmosfere asettiche.

La realtà è molto diversa dal glorioso passato: 28 milioni di turisti ogni anno , corrispondenti all’intera popolazione di Paesi come Venezuela – Venezuela/Venezia, coincidenze? Io non credo – Corea del Nord ecc. Assieme a Roma è una delle città più visitate d’Italia e d’Europa.
Voi direte: «Bene! Lavoro per tutti! Da bere per tutti!», . Il turismo è la fonte primaria di guadagno, verissimo, non possiamo negare l’evidenza, non possiamo negare che il turismo faccia comodo ai commercianti, agli albergatori, ai gestori di musei ecc. Ma il troppo stroppia e in questo caso il troppo soffoca, letteralmente: passeggiare durante un fine settimana qualsiasi durante la bella stagione diventa sempre più difficile, calli intasate, sovraccariche; affrontare la riva degli Schiavoni in luglio è diventato un atto di fede, una prova di coraggio degna di una decorazione al Merito.

Vogliamo parlare della gente che si fa la foto? Ovunque, con qualsiasi luce, al buio, incastrati tra la gente, in mezzo al passaggio, sopra ogni stramaledettissimo ponte – a Venezia sono 435 – è sempre il momento più inadatto per farsi una foto, anche durante i momenti più difficili, ed è qui che torniamo all’acqua alta.
Farsi un selfie a San Marco quando la marea è poco inferiore al metro, cioè innocua, è goliardia, un modo diverso di vedere la città; quando si viene appositamente per curiosare durante una mareggiata eccezionale è mancanza di rispetto e rientra nel fenomeno in crescita del disaster tourism ovvero il turismo che converge lì dove c’è stato un disastro, un terremoto, un’inondazione ecc. Il cattivo gusto che non conosce limiti, soprattutto nei confronti di chi ha perso tutto.

Certo, nemmeno i veneziani sono tutti dei Santi, e molti sedicenti amatori di Venezia e della venezianità si sono impegnati anima e corpo per sconvolgerla con qualche grottesco, inutile e super-arci-mega costosissimo complesso di dighe semoventi, scarsamente funzionali e mai funzionanti; altri si sono impegnati a rivoluzionare il delicato e mai compreso sistema lagunare per scavare canali sempre più profondi per farci arrivare navi da crociera pluristellari e intergalattiche.
Quanto tutto questo possa durare non è dato sapere, tuttavia i più pessimisti stanno già facendo il conto alla rovescia e non è da biasimarli, tanti faticano a vedere una luce in fondo ad un tunnel interminabile.
A dispetto di quanti molti, troppi, non lo credano, a Venezia abitano anche delle persone, le case non sono lì per bellezza, non è un gigantesco set in cartapesta del Trono di Spade, la gente – poco meno di 53.000 abitanti1 – si sveglia tutte le mattine per affrontare la giornata, porta i figli a scuola, fa la spesa nei supermercati, si preoccupa, sorride, fa festa e si comporta esattamente come in una qualsiasi altra città italiana e non. A Venezia ci sono ancora i negozi che non vendono maschere o vetro di Murano, ci sono i ragazzini che giocano a pallone o che gironzolano a gruppetti nei campi, e questo no, non è più comune da vedere in altre città.
Descrivere le emozioni che questa città può suscitare in ognuno di noi è troppo complicato da descrivere ad un turista ‘mordi e fuggi’, ma forse sono proprio queste emozioni che dovrebbe ricercare chi viene a visitare Venezia per una settimana o un solo giorno. Dovrebbero vedere la Venezia che c’è, quella che esiste e resiste ancora.

 

Alessandro Basso

 

NOTE:
1. Per approfondire clicca qui.

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La filosofia del kamikaze: l’esteta dell’uccido ergo sum

Turchia, 16 ottobre 2016: un uomo decide di farsi saltare in aria in un campus universitario a Gaziantep, città vicino alla frontiera con la Siria. Durante il blitz della polizia turca contro la cellula dormiente, sono rimasti uccisi 3 agenti e ferite altre 8 persone. Quel giorno, a causa di un’esperienza di volontariato, mi trovavo solo a pochi km di distanza dall’esplosione. Immobilismo e incredulità sono state le prime reazioni. E sebbene siano state diverse le domande a cui non ho trovato una risposta che potesse colmare ormai l’origine di una lacuna esistenziale, è riuscita a dipanarsi una certezza: la definizione di kamikaze.

Il termine kamikaze si attribuisce agli autori di attentati suicidi. È una parola di origine giapponese formata dai kanji vento (kaze) e dio (kami). Il termine fece la sua prima comparsa nel racconto storico Annali del Giappone in cui si narra la storia di Kamikaze, lo spirito del vento. Inizialmente la pratica dell’azione-suicida era usata solo in strategie militari di guerra, ma negli ultimi anni con l’espressione kamikaze si evoca quella dimensione terroristica che mette in scena uno “spettacolo”.

È possibile delineare due livelli di comprensione dell’esperienza del kamikaze: esterno e interno. Da un punto di vista esterno il kamikaze, nell’essere così legato al mondo delle apparenze, è un essere estetico, come viene definito da Laurent de Sutter (Teoria del Kamikaze, 2017).
Nella sua azione il kamikaze rende invisibile tutto con un’unica eccezione: il flash di luce causato dall’esplosione. Un’apoteosi di luce che dura poco più di un istante e che si porta con sé il suo stesso fautore, lasciando unicamente distruzione e morte.
L’attenzione mediatica che ne deriva non fa altro che sottolineare lo scopo di questa dimensione: impressionare. Nel mondo contemporaneo il kamikaze diventa un essere delle immagini e dell’apparenza, il cui fine è danneggiare il nemico non tanto a livello fisico, bensì su un piano psicologico. Il risultato è un’immagine forte al punto di paralizzare l’avversario con un atto che è avvolto dall’atmosfera del sublime.

Nella visione kantiana il sublime è ciò che è eccessivo: qualcosa che superi l’ordinaria bellezza e identifica una dimensione estetica dove la paura dello straordinario – inteso come non ordinario – sia contenuta nel proprio piacere. Un qualcosa dunque che può riferirsi solo alla sfera del “divino”: montagne, vulcani, tempeste – come sostenuto dal Romanticismo.
In questo caso, nella sfera degli attacchi suicidi, invece, il sublime è l’esperienza della catastrofe dell’essere nella sua totalità. Da qui il “romanticismo” dei turisti attratti dagli scenari di desolazione causati dalle esplosioni.

Dal suo punto di vista invece, quello interno, l’uomo-kamikaze comprende che il sublime si riferisce solo allo straordinario, accetta la possibilità di essere attraversato da quest’ultimo arrivando così a identificarsi in un entusiasmo “divino”. Il fanatico kamikaze che porta all’esplosione di sé stesso esiste solo in quel preciso istante. Una vita a prepararsi per quel gesto che è unico e irripetibile, in cui prende forma il senso di tutte le cose. Rivisitando così la locuzione di Cartesio Cogito ergo sum è possibile attribuirgli un’espressione analoga: Uccido ergo sum.
La figura delineata assume i tratti di un essere complesso sia nella sua dimensione esteriore che interiore. È pertanto chiaro come la guerra contro il fanatismo e la sua espressione nei kamikaze non si possa svolgere su un piano meramente fisico, ma deve coinvolgere dimensioni più complesse, andando a scavare nelle coscienze e nell’etica.
Importante è offrire dunque un’alternativa a quello che pare essere l’unica possibilità di esistere: il kamikaze.

 

Jessica Genova

 

[Immagine di copertina scaricata da pixabay.com]

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La guerra del tortellino: il senso della tradizione

Tradizione: trasmissione nel tempo, da una generazione a quelle successive, di memorie, notizie, testimonianze. Questa è la definizione più comune che troviamo nei vocabolari e, con altre parole, nei discorsi della gente.
La tradizione è, secondo l’opinione comune, una cosa immutata che nasce ad un certo punto della nostra Storia collettiva, attraversa i secoli sfuggendo a qualsiasi rimaneggiamento, giunge fino a noi con l’obiettivo di rimanere immutabile e di riprendere il suo cammino per il futuro.
Su tale convinzione si è strutturato un metodo di pensiero monolitico, incapace di elaborare il concetto di variabilità – fondamentale nello sviluppo dell’Uomo così come della società – e portatore di tensione sociale o individuale.

Di esempi pratici, grandi e piccoli, ce ne sono parecchi non appena apriamo un giornale, un social network, o se accendiamo la televisione. Dibattiti classici e ormai calendarizzati sono quelli relativi al crocifisso nelle aule scolastiche: settembre-ottobre; alla festa di Halloween: fine ottobre; al presepe nelle scuole: dicembre; ai matrimoni omosessuali: variabile come la Pasqua… Di tanto in tanto spunta qualche dibattito nuovo utile a dare una scossa al logorio della vita moderna: recentemente è comparso quello sul sacro tortellino, che la tradizione vuole ripieno di carne suina e che qualche losco signore delle tenebre vorrebbe farcire con della carne di pollo.

Se si trattasse di una semplice guerra civile tra ‘guancialisti’ e ‘pancettisti’ per la carbonara ci sarebbe da sorridere, ma in questo caso la questione è molto più profonda perché coinvolge tematiche trasversali che partono dalla cultura culinaria italiana, agli effetti dell’integrazione etnica. Quando due culture differenti entrano in contatto infatti, è sul cibo che si spendono maggiori energie e vengono a galla tutti i preconcetti descritti sopra relativi alla tradizione.

Il controsenso evidente, ma soffocato dal rumore delle polemiche, è che proprio il cibo è stato l’elemento umano a subire più variazioni nel corso del tempo, di conseguenza molti piatti sono considerati tradizionali, lo sono solo di nome, per renderli più belli o per dare loro quel tocco in più che spesso serve al settore gastronomico italiano esportato in tutto il mondo.
In sostanza ciò che mangiamo oggi, nel 2019, non è frutto della tradizione tramandata da generazioni e generazioni di abitanti della penisola, ma un continuo mutare di differenti interpretazioni e usi del cibo, che a loro volta derivano dallo stretto rapporto che riscontriamo in molte parti del mondo tra cibo e religione.

Tale rapporto meriterebbe un approfondimento a parte, ma per riassumere basti anche solo pensare ai cibi considerati impuri, ai digiuni prolungati, alle diete rigorose degli interpreti della religione (monaci, eremiti, sacerdoti, sciamani ecc). Da tutto questo insieme di cose si sono generati cibi che successivamente sono entrati in contatto con diverse culture, alcuni piatti poi sono stati adottati in sostituzione di altri, mentre alcuni ingredienti sono giunti addirittura solo dopo le grandi esplorazioni transoceaniche.
Se al dibattito del tortellino ci inventassimo il dibattito sul pomodoro o sulla patata, quali argomentazioni potremmo portare sulla tradizionalità di questi due ingredienti sconosciuti ai nostri antichi padri romani?
Ma soprattutto, se domani decidessi di fare dei tortellini ripieni al tonno, dite che imploderemo?

 

Alessandro Basso

 

[In copertina immagine tratta da Google, contrassegnata per essere riutilizzabile]

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I limiti della morale biopotenziata

Il progresso cognitivo dell’uomo ha determinato uno sviluppo tecnologico estremamente potente. Le nuove tecnologie hanno un potenziale enorme: nel bene e nel male. Se prendiamo in considerazione l’assunto secondo cui nuocere è più facile che giovare, è possibile, a causa dello sviluppo esponenziale tecnologico, porre fine per sempre alla nostra esistenza. Basti pensare alle armi di distruzione di massa.

Sebbene vi sia stata questa inevitabile evoluzione, il nostro progresso morale è modesto in confronto ai due progressi sopracitati. Il rischio segnalato poc’anzi è indiscutibilmente alto e accessibile a più persone. Per arginare tale problema abbiamo bisogno di diventare più saggi e morali. Dalla ricerca condotta da due filosofi, Ingmar Persson e Julian Savelscu, si evince che il nostro comportamento morale ha delle significative influenze biologiche. Abbiamo delle euristiche1 e dei bias2 morali, dei limiti, che in parte derivano dalla nostra conformazione biologica e sono costituiti da più fattori: tempo, spazio, quantità.

Non manifestiamo un bias spaziale verso di noi né verso i nostri conoscenti più stretti, tuttavia la preoccupazione che mostriamo per un estraneo in difficoltà varia a seconda della distanza. Siamo inclini a manifestare maggior preoccupazione per un estraneo in difficoltà che sappiamo essere vicino, rispetto a uno sconosciuto lontano da noi. Il secondo bias che prendiamo in considerazione è quello temporale.

«Il nostro bias temporale per il futuro prossimo fa sì che rinviamo irrazionalmente la nostra sofferenza anche a costo di renderla peggiore»3.

Il bias relativo all’ampiezza determina un ulteriore ostacolo: il gran numero di soggetti ai quali dobbiamo rispondere può costituire un ostacolo alla nostra adozione di una risposta morale appropriata; fenomeno chiamato “insensibilità all’ampiezza”. Questi limiti morali potrebbero così fornire una spiegazione ad alcuni nostri comportamenti, quali la xenofobia, una mancanza di interesse verso il fenomeno del cambiamento climatico ecc. Tali comportamenti potrebbero essere indeboliti dai sistemi tradizionali, come l’educazione, tuttavia non è possibile aspettarsi un risultato celere quindi l’esigenza di rivolgersi a una soluzione alternativa: il biopotenziamento morale. Il comportamento morale, definito come ogni altro comportamento umano, può essere potenziato.

Paradossalmente l’uomo, dopo aver trasformato radicalmente l’ambiente circostante attraverso la tecnologia, dovrà applicare la stessa alla sua natura per poter continuare a vivere nell’ambiente creato. La biologia potrà consegnarci delle tecniche per il biopotenziamento morale come farmaci o delle modificazioni genetiche.
Sicuramente un’analisi interessante quella fornita dai due filosofi in quanto si pone una questione essenziale: l’adeguatezza delle nostre capacità morali rispetto ai problemi che ci troviamo ad affrontare oggi, eppure potrebbero delinearsi degli scenari allarmanti; innanzitutto le tecniche per il biopotenziamento saranno sviluppate da esseri umani nello stato attuale di “inetti morali”. Inoltre, chi definisce la morale secondo cui dovrà essere
sviluppato il biopotenziamento?

La morale denominata “del senso comune”, che definisce un insieme di atteggiamenti morali che fungono da denominatore comune di morali diverse non è detto che siano universali, ovvero riconosciuti in tutti i contesti del mondo. E anche fosse comune potrebbe non essere immune da critiche. Il biopotenziamento morale, inoltre, potrebbe minare la libertà umana, la quale è un prerequisito a un’azione veramente morale. È vero che i valori di libertà e autonomia non sono valori assoluti, ma trovano una loro ragione d’essere e un proprio equilibrio insieme a tutti gli altri. Ma perdere la libertà ci farebbe perdere anche la nostra identità? Se è vero che non siamo necessariamente ciò che facciamo è anche vero che ciò che facciamo è una manifestazione del nostro essere.
Che cosa comporterebbe pertanto tutto questo? Una perdita di noi stessi?

 

Jessica Genova

 

NOTE:

1. Le euristiche sono procedimenti mentali intuitivi che permettono di effettuare un’idea generica su un argomento, giungendo così a una conclusione in modo rapido.
2. Bias significa errore di interpretazione, giudizio arbitrario o distorto.
3. I. Persson, J. Savulescu, Inadatti al futuro. L’esigenza di un potenziamento morale, Rosenberg & Sellier, 2019.

[Immagine tratta da google immagini]

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