Catalunya e Veneto: da referendum a referendum

Il referendum che si è appena concluso in Catalunya − avendoci vissuto qualche mese non riesco a chiamarla Catalogna − ha visto votare meno della metà degli aventi diritto, ottenendo però, anche tra blocchi, requisizioni e violenze da parte della Guardia Civil il 90% di Sì per l’indipendenza della regione, con due milioni e duecentomila voti favorevoli. L’esito del referendum dovrebbe implicare la votazione per fare partire il processo di scissione della Catalunya dalla Spagna, fino a portarla a diventare uno stato autonomo sotto forma di repubblica. Il cammino però è tortuoso e sarebbe una decisione unilaterale del governo indipendentista della regione autonoma in quanto il referendum è stato dichiarato illegale dalla corte suprema spagnola. La Spagna ha già dichiarato che userà tutti i mezzi che la legge (e la costituzione) concede per bloccare l’indipendenza catalana. Quello che succederà lo si scoprirà nei prossimi mesi, quello su cui voglio concentrarmi è la funzione che secondo me e secondo molti ha avuto questo referendum nella vita politica catalana e sulle similitudini e differenze con la votazione che interesserà le regioni di Veneto e Lombardia il prossimo 22 ottobre.

A prescindere dal merito, cioè sul diritto o meno che ha ogni regione a potersi separare dal paese a cui appartiene e che non è normata dal diritto internazionale, il referendum catalano alla luce dei fatti di domenica primo ottobre è apparso un pasticcio in molti sensi. La votazione è stata una sconfitta per la Spagna e per il suo presidente Mariano Rajoy, che ha fatto una bruttissima figura sulla scena internazionale, e per la politica in generale. Sembra infatti impossibile che il dibattito sia stato così sterile da rifiutare dialogo e compromessi, tanto da arrivare a voler fermare il referendum all’ultimo istante delegando il potere alle forze dell’ordine e strappando di mano le schede agli elettori. Appare ingiustificato e inutile il ricorso alla forza da parte del governo di Madrid, come appare ben lontano della legalità un referendum auto indetto seguendo modalità non trasparenti.

Dalla giornata di domenica se c’è qualcuno che esce rafforzato è il popolo catalano che chiede l’indipendenza e il diritto di votare, generando simpatia e appoggio trasversale. Subito in Italia gli esponenti più autonomisti (secessionisti si diceva un tempo, e federalisti fino all’altro giorno) sono subito corsi a garantire il loro appoggio verbale ai catalani, sostenendo il loro diritto all’autodeterminazione e bollando le misure attuate dalla Spagna come “atti gravissimi, degni del franchismo”1. In Veneto e in Lombardia c’è chi deve essersi sfregato le mani per la vicinanza tra il referendum in Catalunya e quello del 22 ottobre con il quale le due regioni chiederanno ai propri abitanti se ritengono opportuno che lo Stato conceda maggiore autonomia alle regioni stesse, competenze ora delegate allo stato, e anche più soldi in definitiva (come succede già in quelle a statuto speciale). Un bello spot per tutti i movimenti autonomisti è stato quello dei catalani in fila per ore davanti ai seggi, che sfidano polizia e governo per far sentire la propria voce. Ne sono usciti anche un po’ vittime (centinaia i feriti accertati, due gravi), e questo non guasta. Hanno avuto l’attenzione del mondo e ora Maroni e Zaia sperano di averla di riflesso.

Sta di fatto però che al di là della vuota retorica e della propaganda non c’è mezza cosa che accomuni le due consultazioni popolari. Innanzitutto la forma: il referendum italiano non è in alcun modo osteggiato dal governo e non è vincolante ma solo consultivo (lo Stato avrà l’ultima parola sulle concessioni da fare). Poi, una consultazione di questo genere non è indispensabile per le richieste che le due regioni fanno allo Stato: l’Emilia Romagna ha avviato lo stesso processo per conquistare più autonomia ma senza spendere i milioni di euro che invece spenderanno Veneto e Lombardia.

Se poi i catalani sono mossi, al netto sempre della propaganda, da orgoglio, cultura e tradizioni comuni, ragioni storiche e amministrative e un po’ di maltrattamenti ricevuti, i nordisti ex secessionisti no. A parte l’auspicio per i propri elettori di avere un po’ di “schei” in più per loro, che non prendano la strada caritatevole del meridione, non si vede ombra di programma. Né appunto ci sono regioni storico-sociali valide. E allora cosa c’è di accomunabile tra la Lega Nord e la coalizione Junts pel Sì in Catalunya, promotori delle due consultazioni? La propaganda, appunto.

Azzardo, ma sono dell’opinione che le due formazioni politiche abbiano capito che tirare in ballo la volontà popolare e il diritto del popolo ad autodeterminarsi, in qualsiasi forma lo faccia, al momento sia una delle cose più spendibili ultimamente. Basti guardare al fiorire di movimenti indipendentisti e autonomisti, più o meno xenofobi poi, in giro per l’Europa. La Lega è dagli anni Novanta che dà voce al popolo del nord Italia che si sente oppresso dallo stato e nello stato non si riconosce a suon di secessione e federalismo; solo ora si scontra con la linea di estrema destra di Salvini. Comunque sia ha rappresentato e (scusate la bruttissima parola) fidelizzato un territorio con il miraggio, l’obiettivo ultimo della divisione dallo stato italiano in maniera almeno federale.

Molti commentatori hanno notato questo anche in Catalunya, e cioè che il sentimento indipendentista si sia rinfocolato prepotentemente in concomitanza con la crisi economica del 2008, cavalcato da molte formazioni politiche. La gente ha trovato nel progetto di uno stato catalano libero (Catalunya lliure) una speranza e un obiettivo per cui lottare, e il dibattito politico si è così azzerato, appiattito sul tema dell’indipendenza, portando montagne di voti ai suoi promotori. Adesso l’indipendentismo probabilmente non è ancora maggioritario in Catalunya, ma è molto convinto, chiassoso e sicuro di sé. Di certo è trasversale e molto più integralista di prima e può camminare con le sue gambe. Le proporzioni con l’indipendentismo nostrano sono ridicole, ma non si sa mai che la promessa di qualche soldo in più in saccoccia in un momento ancora non facile per la nostra autonomia non riesca a far serrare le fila anche qui. Sicuramente il referendum del 22 ottobre sarà vinto a larghissima maggioranza dal Sì e la Lega la trasformerà in una sua vittoria esclusiva, anche questa spendibile politicamente.

Tommaso Meo

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NOTE:

1. Queste parole sono state proferite dal governatore del Veneto Luca Zaia all’interno della trasmissione In mezz’ora andata in onda il 01/10/2017.

Ubi Petrus, ibi Ecclesia. 61 firme contro papa Francesco

<p>A figure of Argentinian Pope Francis of the Catholic Church (L) and a swank figure of the church holding a cross are pictured during the traditional Rose Monday parade on March 3, 2014 in Duesseldorf, western Germany. Carnival goers mainly in the Rhine region traditionally celebrate the highlight procession on Rosenmontag (Rose Monday).  AFP PHOTO / PATRIK STOLLARZ        (Photo credit should read PATRIK STOLLARZ/AFP/Getty Images)</p>

Era tradizione, per la setta ebraica dei Farisei, dedicarsi a frequenti e minuziose abluzioni prima di qualsiasi preghiera, pubblica o privata, da quella comunitaria al Tempio alla benedizione dei pasti. L’idea era che, per essere degno di accostarsi alla presenza di Dio, l’uomo dovesse prima purificarsi, e la forma esteriore di tale processo era, appunto, l’abluzione. Per questo l’episodio delle nozze di Cana riportato nel Vangelo secondo Giovanni, è rilevante e provocatorio: l’acqua che nel racconto Gesù trasforma in vino (il “vino buono”, quello della festa, quindi il vino benedetto del kiddush) è quella degli otri per l’abluzione, l’acqua che doveva purificare i commensali. Il messaggio dell’evangelista è chiaro: è inutile tentare di “rendersi degni” di Dio, Lui è già presente, ha fatto il primo passo.

Questa interpretazione del brano dev’essere sfuggita all’ex presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi ed agli altri sessantuno firmatari della Correctio Filialis De Hæresibus Propagatis, un documento che contiene un monito diretto a Papa Francesco, redatto e sottoscritto da professori, sacerdoti, religiosi e semplici credenti. Il succo della questione, espresso in sette punti da un latino magniloquente e in altre venticinque pagine di commento, è che il Papa regnante si sarebbe macchiato di gravi eresie, e sarebbe colpevole di stare mettendo in pericolo le anime dei cattolici tutti con la propria condotta e i propri messaggi.

La pietra dello scandalo è principalmente l’Amoris lætitia, in particolare i passaggi dal 295 al 311 in cui si tocca l’annosa questione dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Non basta, evidentemente, il casuismo gesuitico che porta Bergoglio ad una incredibile cautela nel toccare l’argomento, concedendo sì assoluzione e comunione, ma solo in casi particolarissimi ben specificati, e richiedendo a gran voce un accompagnamento personale da parte di un padre spirituale che sappia distinguere caso per caso (cosa che, peraltro, richiamerebbe diversi parroci “burocratizzati” ad una cura delle anime ben più attiva e personale della forma attuale). I firmatari della Correctio sono irremovibili: in caso di peccato, non si è “degni” di accostarsi ai sacramenti, e il peccatore deve essere tenuto lontano dalla Chiesa fino a che non abbia mostrato segni di pubblico pentimento e abbandonato le proprie vie perverse. Solo i perfetti e i santi possono, apparentemente, godere della Grazia divina (in barba all’etimologia che rimanderebbe alla “gratuità”), e i nuovi Defensores Fidei, seguendo l’esempio del figlio maggiore della parabola del “figliol prodigo”, non possono certo tollerare una simile confusione tra misericordia e lassismo morale.

Seguono ulteriori accuse a Francesco, tra cui quella di essersi “pericolosamente” avvicinato alla riconciliazione coi protestanti luterani in almeno due precise occasioni. Inutile a dirsi, questa impressionante serie di comportamenti “contro la dottrina” rischierebbe nientemeno che di rendere nullo il pontificato di Francesco, seguendo il dettame di San Roberto Bellarmino (anche lui gesuita, come il Papa) secondo cui un pontefice eretico decadrebbe automaticamente dalla propria carica, ma accostandosi in maniera imbarazzante anche all’eresia donatista tanto condannata da S. Agostino, per la quale solo i sacramenti amministrati da sacerdoti puri e perfetti erano da considerarsi validi, in puro stile farisaico.

Anche volendo sorvolare sul Codice di diritto canonico, secondo cui “la Prima Sede non è giudicata da nessuno” (Canone 1404), basta una lettura per capire quanto poco di cristiano ci sia nelle accuse dei Correctores: una Chiesa per pochi, in cui solo gli eletti e i perfetti ricevono in premio alla propria virtù il privilegio di accostarsi a Cristo, è in aperta e palese contraddizione con qualsiasi tradizione evangelica, canonica o apocrifa. Una Chiesa che, poi, si definisce “cattolica”, quindi “universale”, è per sua natura aperta, accogliente: la conversione del cuore è sì prevista e caldamente sperata, ma come conseguenza dell’incontro con Dio, non certo come sua necessaria condizione. Ben vengano i dubia come espressi dai Cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, finché sono tesi e finalizzati a un dialogo aperto e costruttivo per la crescita comune. Non ci siano dubbi, però: la porta è e resterà aperta, e non c’è intellettuale che abbia la forza di ritrasformare il vino in acqua.

Giacomo Mininni

 

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Cos’è l’AfD, chi l’ha votata e come sta reagendo la Germania

<p>immagine da google immagini</p>

Uno studente italiano migrato in Germania cerca di spiegare meglio l’AfD, il partito tedesco di estrema destra protagonista del momento.

 

La stampa italiana, sull’onda di quella tedesca, ha dato una narrazione quasi unilaterale di queste elezioni in Germania, sottolineando il grande risultato dell’AfD (Alternative für Deutschland), che ha ottenuto il 12,6% ed è quindi cresciuta dell’8% rispetto alle ultime elezioni. Per una sorta di tacito accordo poi tutti i giornali italiani hanno iniziato a connotare l’AfD come “ultradestra”. Suppongo che il termine dovrebbe evocare qualcosa di enorme e mostruoso, ma in realtà non significa quasi niente. Se ve li immaginate come dei cloni della Lega di Matteo Salvini vi sbagliate. Il leader del partito Alice Weidel ha un dottorato in economia, è lesbica con una compagna di colore e due bambini; non proprio un ritratto simile a Salvini insomma. Tuttavia lo stesso partito ha come figura di spicco anche Alexander Gauland (che invece ricorda Salvini anche fisicamente, solo un po’ più anziano e avvinazzato), il quale subito dopo la vittoria ha aizzato la folla al poco rassicurante grido di “Wir werden sie jaggen” ovvero “le (alla Merkel) daremo la caccia”.

Due figure che rappresentano bene le due anime del partito. Da un lato il volto più arrabbiato e popolare, che raccoglie i voti delle classi povere ad Est, dall’altra la faccia più rassicurante che intercetta l’insoddisfatta borghesia del Sud. Per capire meglio la Germania e il suo voto forse occorre comprendere meglio queste due classi. L’Est è stato il più grosso bacino di voti dell’AfD, con una media del 22,5% dei voti. Se lo si somma al 17,4% della Linke, partito di sinistra radicale, si nota che quasi il 40% della popolazione ha dato un voto di protesta contro il governo: evidentemente quell’immagine della Germania ricca e felice che ci viene proposta non è vera ovunque.

Diversa è la situazione a Sud, dove i voti sono stati meno (intorno al 12%) e sono arrivati per lo più da ex elettori della CDU. La borghesia benestante (e non troppo colta) delle cittadine della Bavaria e del Baden-Württemberg non ha digerito la politica migratoria della Merkel, che ha fatto entrare troppe persone senza imporre sufficienti controlli e regole di integrazione. In realtà in questi paesini l’immigrazione si è vista più alla tv che sentita sulla propria pelle, ma notizie come quelle delle violenze di Colonia la notte di Capodanno sono state sufficienti. Se la Lega in Italia tende ad indicare nell’immigrazione la causa della povertà e della mancanza di aiuto dello Stato, l’AfD, agendo in un paese più ricco, usa una strategia diversa, mirata a difendere i valori tradizionali (qua potete vedere un esempio di una loro pubblicità, che fa abbastanza ridere se non si pensasse che ha avuto così successo).

afd-manifesti_la-chiave-di-sophiaNell’ordine i manifesti recitano: “Nuovi tedeschi? Facciamoceli da soli”, “Burka? Io preferisco il Burgunder” (vino tedesco, ndr), “L’Islam?” Non si adatta alla nostra cucina”.

La vera vittoria dell’AfD comunque non è nei numeri; perché il 12,6% consente di essere un’opposizione con una voce forte, ma non di cambiare gli equilibri del paese. La vera vittoria è la completa monopolizzazione del dibattito pubblico. Giornali e tv parlano solo più di come affrontare in parlamento l’AfD. Un settimanale serio e di qualità come die Zeit su internet fa ironia da terza media sulla notizia che il Guardian indica nei suoi grafici l’AfD con il colore marrone invece dell’abituale blu. La Merkel nel suo primo discorso dopo il voto ha già subito annunciato che bisogna riconquistare i voti dell’AfD e imporre controlli più forti sull’immigrazione. Insomma la Germania è confusa e impaurita e questo non potrà che portarla più a destra, là dove l’AfD vuole. Peccato perché in realtà di queste elezioni si potrebbero fare anche delle letture alternative a quella che incorona l’AfD: il quarto mandato di fila di Angela Merkel, che cala ma si conferma in un momento di crisi mondiale in cui una flessione era inevitabile, il voto degli under 25, che è andato molto più ai Verdi che all’AfD…

Lorenzo Gineprini

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L’intreccio tra dinamiche interne e rappresentazioni esterne

In occasione della festa della Repubblica del 2 giugno 2017, la Presidentessa della Camera Laura Boldrini ha ricordato che il concetto di patria «non ha niente a a che vedere con le ideologie nazionaliste. Il nazionalismo esclude, la patria è inclusiva; il nazionalismo è aggressivo, la patria è solidale; il nazionalismo costruisce muri, mette fili spinati se possibile, il patriottismo tende la mano agli altri»1. Seppure riferita in particolare alla questione migratoria, la differenza tra patriottismo e nazionalismo esprime un concetto che può diventare una chiave di lettura interessante.

Chiunque possieda un profilo sui social media, si sarà reso conto che esiste una fetta di popolazione che accusa e attacca violentemente il Bel paese dal divano di casa. Si potrebbe obiettare che questo fenomeno esiste da ben prima della comparsa dei social media: il mondo si divide in quelli che si danno da fare per cambiare ciò che non gli piace e quelli che si limitano a lamentarsene. A colpi di like e condivisioni, i cosiddetti leoni da tastiera ne sono solo la rappresentazione più moderna. «Il nazionalismo è aggressivo; la patria è solidale»2, ha detto Laura Boldrini. Si può facilmente estendere questo concetto a tale fenomeno. L’aggressività, infatti, raramente si sposa con l’autocritica: serve piuttosto per la critica dell’altro, chiunque esso sia, straniero o oppositore politico. Nonostante la critica di un sistema sia importante per il suo progresso, essa si differenzia dalla recriminazione fine a se stessa: nel momento in cui la critica manca di un carattere introspettivo e costruttivo, rimane una vuota lamentela.

In questa prospettiva, dunque, le osservazioni critiche si appiattiscono su strutture mentali che rispondono ad una logica del “noi contro loro3, che non è certamente né introspettiva né costruttiva e si carica di aggressività.

In un mondo interconnesso che amplifica ed esagera le percezioni umane, non si può trascurare l’impatto che questo tipo di ‘attivismo’ paranoico da social media ha su un pubblico esterno. Infatti, la prospettiva di chi osserva da fuori dinamiche esclusivamente interne che non può capire appieno poiché appunto esterno alle dinamiche stesse, rimane necessariamente parziale. Non ci si può stupire, dunque, se le rappresentazioni erronee riflesse verso l’esterno vengano considerate da esterni corrispettive della realtà e diventino nel tempo stereotipi o giustificazione per tali. Denigrare aggressivamente una realtà nella sua integrità per colpirne invece solo una parte, crea impressioni sbagliate e nocive nel lungo termine.

Non esistono paesi perfetti, dove tutto funziona nel migliore dei modi: vivendo all’interno di un sistema è inevitabile rendersene conto, sia esso l’Italia o un altro paese. Tuttavia, nonostante le inequivocabili mancanze di certe situazioni, altri paesi non riflettono all’esterno un livello di negatività tanto alto come sembra fare l’Italia. Eventi come l’incendio della Grenfell Tower di Londra ci fanno aprire gli occhi su come non tutto sia ottimale, come può sembrare dall’esterno.

Dove sta, allora, la differenza tra l’Italia e altri paesi europei, che pure non sono perfetti, ma non trasmettono, o almeno non lo hanno fatto fino ad ora, percezioni così negative all’esterno? Una spiegazione a questo dilemma potrebbe risiedere proprio in quell’abitudine a fare la voce grossa senza rimboccarsi le maniche. A recriminare, senza proporre un’alternativa costruttiva. A confondere nazionalismo con patriottismo. Un atteggiamento che è anche proprio di alcuni quotidiani nazionali, che preferiscono esasperare notizie che fanno rumore attraverso uno stile di scrittura aggressivo. L’esempio dell’incendio alla Grenfell Tower di Londra, diventata in pochi giorni il centro di una retorica polemica, che incolpa l’Italia della morte dei due connazionali, accusandola di costringere i suoi giovani a partire, è anche un ottimo esempio di questo tipo di meccanismo.

Il momento della critica, quella costruttiva, è un momento essenziale, che non può e non deve mancare nel processo di sviluppo progressivo di una società. Tuttavia, per essere comprensivo e utile, deve essere principalmente una riflessione interna, in cui ci si pongono domande e si cercano risposte, deve abbandonare la logica del “noi contro loro” e l’aggressività di tale logica. Un esercizio che si può dunque identificare con il patriottismo perché inclusivo e solidale nei confronti, in questa accezione, di chi rappresenta idee diverse. Non è il momento della generalizzazione né della violenza verbale, che si identificano meglio con l’aggressività del nazionalismo, come sottolineato dalla Presidentessa della Camera Laura Boldrini.

Francesca Capano

Note:
1. Link Camera 1
2. Link Camera 2
3. In questa logica, ‘loro’ sta per chiunque non si faccia portavoce delle stesse idee ne’ rispecchi le stesse paure di chi si identifica con il ‘noi’, come se non fossimo tutti parte dello stesso sistema che cerchiamo di migliorare.

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Il dovere della memoria in un paese senza verità

La memoria di importanti avvenimenti passati rischia sempre in Italia di essere vista come un dovere vuoto, un obbligo stantio o un valore istituzionalizzato che però finisce col non avere più presa sulle persone e sul mondo di adesso. Anche perché se il ricordo è legato a fatti sui quali non si è fatta giustizia né si è arrivati a una verità, dopo molti anni di indagini, condanne, assoluzioni o depistaggi, può sopraggiungere una certa stanchezza anche nell’opinione pubblica, che il ricordo e la ricerca della verità dovrebbe sempre avere a cuore.

Durante la serata condotta da Fabio Fazio e trasmessa da Rai 1 in onore di Giovanni Flacone e Paolo Borsellino, i giudici uccisi dalla mafia a Palermo 25 anni fa, ho invece avuto la sensazione che il dovere della memoria sia veramente fondamentale per il nostro paese e per dei motivi anche incredibilmente pratici.

Questo me lo hanno fatto capire, come in un’epifania, un discorso ascoltato quella sera e dei fatti accaduti quasi due mesi dopo, arricchendo il significato che il termine memoria può avere per l’Italia in certi casi. A parlare con grande chiarezza durante quella trasmissione, ben fatta e con molte buone intenzioni ma inevitabilmente colma della retorica che accompagna sempre questi avvenimenti, è stata la figlia più giovane del giudice Borsellino, Fiammetta, che oggi ha 44 anni.

Una delle frasi che più mi ha colpito del ricordo di Fiammetta, che nel ’92 aveva solo 19 anni, è questa: «Il valore della memoria è necessario a proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato». Il ricordo inoltre è una presa di posizione per tutti noi anche adesso, dice la donna, per ribadire che stiamo dalla loro parte, quella dei magistrati, e dalla parte della legalità.

Insieme al dovere di ricordare, e inscindibile da esso, la Borsellino pone la ricerca della verità. Ricordare significa non arrendersi, ricordare deve significare pretendere una verità e, come ha sentenziato Fiammetta Borsellino, «non una verità qualsiasi», ma una verità che dopo 15 anni di false piste e 25 di processi stabilisca le responsabilità materiali e quelle delle menti raffinatissime, come le chiama la figlia del giudice, che hanno lavorato sia subito dopo la strage sia negli anni seguenti perché la verità non venisse a galla. La verità bisogna pretenderla, solo in questo modo il ricordo non sarà vuoto, fine a se stesso, o al massimo relegato a una serata di commemorazione.

Il 13 luglio si è conclusa la revisione del processo per 9 imputati condannati per la strage di via D’Amelio. Sono stati tutti assolti a 25 anni distanza dal fatto, dopo che le accuse del falso pentito Vincenzo Scarantino erano state smentite nel 2008 dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato del furto della Fiat 126 utilizzata come bomba. La storia giudiziaria di via D’Amelio comprende al momento quattro processi. Dopo il 2008 e le confessioni di Spatuzza si è giunti alla condanna di alcune persone, Spatuzza compreso, per la preparazione materiale della strage, ma molte verità sono ancora da stabilire, ivi comprese quelle sul depistaggio che ha indicato per più di un decennio un balordo (Scarantino) come uno degli artefici della strage. La sentenza del 13 luglio sancisce infatti che per almeno 15 anni abbiamo creduto a una versione falsa dell’accaduto, che magistrati e investigatori hanno avallato e difeso nella migliore delle ipotesi. Ce ne sono voluti 25 perché le persone che scontavano la pena per un fatto non commesso venissero scagionate.

Questo è l’altro pezzo di storia che, assieme ad alcune letture, mi ha fatto riflette sul valore e oserei dire sul dovere di ricordare, soprattutto in casi come questo. Dopo 25 cosa bisogna ricordare? Qual è la verità? Come si può onorare delle vittime della mafia se non si può garantire loro verità e giustizia?

Per via D’Amelio e per molti altri misteri d’Italia non ci si può limitare a ricordare passivamente. La verità giudiziaria deve andare di pari passo con quella storica, ma quando così non è non si può fare finta di niente. Bisogna porsi delle domande per aiutare la costruzione di una verità. L’opinione pubblica deve ricordare criticamente, non accogliere qualsiasi verità come LA verità, come per molto tempo (non da parte di tutti ovviamente) è stato fatto. La formula “un colpevole purché sia” non deve poter essere accettata mai, tantomeno quando si tratta di una delle stagioni più drammatiche della recente storia del nostro paese.

Laddove una verità certa e completa non è ancora stata rivelata è ancora più importante non perdere il ricordo. Come si può ricordare in maniera sincera e puntuale un avvenimento in cui sono morte una o più persone se non si conosce fino in fondo la dinamica del fatto, se non si conoscono le responsabilità ai più alti livelli e se non si è fatta abbastanza chiarezza intorno al contesto storico che ha portato al verificarsi di quell’evento.

In questa piccola riflessione, sia per la concomitanza con l’anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992), sia per le ultime notizie processuali, ho preso quel fatto e i non pochi misteri che ci sono ancora come paradigmi. Ce ne sono stati e ce ne sarebbero molti altri di fatti sui quali nel nostro paese non si è fatta ancora chiarezza, catalogati sotto l’obbrobriosa definizione di “misteri italiani”. Come se i responsabili fossero destinati a rimanere avvolti nell’ombra, con la speranza tutta italiana che un po’ alla volta che le vittime come la gente si stanchino di ricordare e di chiedere verità e giustizia. Per questo la voce forte ed emozionata della signora Fiammetta sono così importanti: sanciscono un punto di partenza e non di arrivo. La memoria di cui abbiamo bisogno è quella da cui scaturiscono domande, che non si accontenta, che se è necessario accusa le storture del nostro sistema e, cosa più importante, tende alla verità.

Tommaso Meo

 

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La neutralità del conflitto

In questi giorni il mondo ha di nuovo volto il suo sguardo verso il Medio Oriente, verso un conflitto che ancora non ha trovato pace: quello israelo-palestinese.

Sicuramente la cosiddetta crisi della Spianata ha origini ben pregresse, ovvero non è iniziata quel fatidico giorno del 14 luglio scorso, bensì ben prima.

Il mondo, in tutto questo tempo, ha deciso di allontanarsi da quella crisi, quando forse si sentiva troppo stanco per poter trovare una via di fuga e una soluzione.

La crisi potrebbe essere identificata in quel processo di normalizzazione che porta all’abituarsi di una situazione che normale non è. La normalizzazione, infatti, può essere intesa come un processo in cui relazioni – politiche, economiche, sociali, culturali – assumono un carattere “normale” appunto.

La riflessione che voglio portare avanti coinvolge proprio il concetto di conflitto.

Quando si pensa ad esso le immagini che vengono a delinearsi nella nostra mente sono il più delle volte immagini negative: scontro, rottura, trauma, guerra, violenza. Consideriamo, pertanto, il conflitto come qualcosa da evitare. Eppure, il conflitto in sé è un qualcosa di neutrale e ciò che lo porta ad essere negativo o positivo sono i meccanismi e le forme che vengono usate per affrontarlo.

È inoltre importante tenere a mente che esso è parte inevitabile della vita sociale da un lato e della sfera individuale dall’altro. Quante volte siamo stati in conflitto con noi stessi? Non è stato forse un motivo di crescita?

Così, “prevenire i conflitti”, nel senso di non affrontarli ed evitarli, possiede connotazioni decisamente negative. Invece, se intendiamo il concetto di “prevenzione dei conflitti” come uno sviluppo di abilità, atteggiamenti e comportamenti indirizzati alla risoluzione di conflitti in modo costruttivo, la connotazione che assume è positiva. Questo significa che lo sviluppo delle capacità e strategie che consentono di affrontare il conflitto stesso e impedirgli di giungere alla sua fase critica siano estremamente utili e necessarie.

È possibile quasi individuarne una struttura, la quale si compone di tre elementi: le cause, i protagonisti e il processo.

Potremmo, infatti, attribuire alle cause di un conflitto: le ideologie e le credenze, le relazioni di potere, gli aspetti personali e i rapporti interpersonali. Gli attori in gioco il più delle volte sono minimo due. E poi arriviamo al processo che si riferisce al modo in cui si sviluppa e si porta a risoluzione.

Detto ciò, sarebbe bello avere la “ricetta” per risolvere ogni tipo di conflittualità, dal personale a quello tra Stati e organizzazioni, ma non può essere così.

Quel che conta è non eluderlo, affrontarlo è dunque il primo passo per poter arrivare ad una soluzione.

L’atteggiamento che il mondo ha assunto in questi ultimi anni nei confronti della crisi israelo-palestinese non è stata sicuramente quella di sviluppare strategie risolutive. Il togliere dall’agenda tale tematica, sostenendo l’idea che Gerusalemme non fosse un problema globale – probabilmente c’è chi lo pensa tuttora – ha fatto sì che la crisi si alimentasse. È importante ricordarsi che l’essere stanchi dei tentativi andati in fumo per la pace tra Israele e Palestina non è una giustificazione per non affrontare il conflitto, così come non rappresenterà mai una giustificazione per non prendere in esame le nostre conflittualità.

Jessica Genova

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Il sonno della ragione genera mostri

Incisione quanto mai attuale, quella di Francisco Goya, nel suo significato. Per rendersene conto basta riflettere su ciò che accade regolarmente nei nostri tempi, che esemplificherò tramite tre fatti − due di cronaca ed uno giudiziario − da poco successi.

Il primo è il caso di un uomo disabile annegato in un laghetto vicino alla cittadina di Cocoa, non distante da Orlando in Florida, il 9 luglio scorso. Il tutto è avvenuto sotto la luce di un gruppo di adolescenti, che lo filma ridendo ed aspettando che le sue disperate forze di sopravvivere terminino e scompaia sotto la superficie. In quello Stato non esiste il reato di omissione di soccorso: «“Ci abbiamo provato a cercare un modo per punirli, ma non esiste una legge nel nostro Stato che loro abbiano violato” ha spiegato Yvonne Martinez, portavoce della polizia. Jamel Dunn, la vittima di 31 anni padre e marito, ha gridato e chiesto aiuto […] Potevano chiamare il 911, sono invece rimasti a ridere tutto il tempo. Durante l’interrogatorio”, ha aggiunto Martinez, “in loro non c’era nessun rimorso, solo una risatina ironica”»1.
Queste parole fanno venire i brividi. Com’è possibile? Come si può non solo rimanere insensibili ma addirittura divertirsi alla vista di un uomo che affoga?

I prossimi due riguardano invece il nostro Paese.

Infatti, «Scadrà tra pochi giorni l’interdizione dai pubblici uffici scattata con le pene inflitte cinque anni fa ad alcuni poliziotti condannati dopo i fatti della scuola Diaz di Genova e la vicenda dell’introduzione nell’edificio delle false molotov durante il G8 del 2001. Alcuni sono già in età  pensionabile, mentre altri potranno essere reintegrati. Tra questi l’ex capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, l’ex dirigente della Digos genovese Spartaco Mortola e il funzionario di polizia Pietro Troiani mentre Massimo Nucera, il poliziotto che raccontò di aver ricevuto una coltellata, è già  stato reintegrato»2.
Questi fatti si commentano da soli. Come si fa ad avere fiducia nelle istituzioni se è permesso che chi si è macchiato di questi reati − per non parlare di tutte le incredibili assoluzioni − possa tornare per strada?

Infine, leggendo il sito del Corriere della Sera, si scopre che una coppia omosessuale napoletana aveva prenotato on-line in un Bed&Breakfast calabrese ed inizialmente avevano concluso la prenotazione. In seguito avevano contattato tramite WhatsApp il proprietario per delle informazioni e ad un certo punto la risposta del titolare raggela chi la legge: “Non accettiamo gay e animali. Mi perdoni ancora”.
Delle tre quella che mi ha colpito più di tutte è stata forse quest’ultima, per un motivo ben preciso. Al tempo del Nazismo, in Germania, si era soliti leggere all’entrata dei negozi “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”. La somiglianza fa riflettere.

Nel contemporaneo gli spunti di riflessione che abbiamo a disposizione sono praticamente infiniti: media, blog, social network, convegni, conferenze, dibattiti, mostre, musei e chi più ne ha più ne metta; eppure, sembra che alla costante crescita di disponibilità si accompagni un sempre maggiore disinteresse delle potenzialità. Ci concentriamo solo sull’aspetto superficiale dei social, condividiamo principalmente le notizie divertenti o curiose, snobbiamo la cultura e la releghiamo all’interno delle università, dei musei o di materie cui gli studenti rivolgono sempre meno interesse e ci nascondiamo quando durante un dibattito viene chiesta la nostra opinione.
È come se rifiutassimo l’idea che la nostra ragione sia un vaso da riempire con conoscenze, esperienze ed interessi. Rifiuto categoricamente il pensiero che il raziocinio sia una caratteristica innata, che abbiamo a disposizione come già data e immobile.
Piuttosto, essa è una capacità la cui base è presente dentro di noi ma che, come ogni capacità, per esprimersi, ha bisogno di un allenamento costante e di un impegno faticoso. Faticoso sì, perché pensare non è facile: mettere in discussione se stessi, le proprie opinioni e sicurezze è un lavoro duro e che necessita di tempo per dare i suoi frutti.
Ma nonostante le sue difficoltà è la caratteristica che più ci rende umani secondo Aristotele e − possiamo aggiungere − anche più felici.
La sua mancata espressione porta − a mio modo di vedere − alla nascita di umani che tanto umani non sono.
Come possiamo chiamare umani quei ragazzi che lasciano affogare un − questo sì − uomo? Come possiamo chiamare umani individui che per liberare la loro violenza massacrarono dozzine di − loro sì − uomini, donne, vecchi e ragazzi totalmente disarmati e innocenti alla Diaz? Come possiamo chiamare umana una persona che associa una coppia di − loro sì − uomini ai cani e nega loro l’entrata come all’epoca del Nazismo? E noi − uomini veri − vogliamo continuare a subire la non-umanità di altri e a trasformarci in essi o vogliamo coltivare la razionalità, vivere la cultura e sperimentare la morale?

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE:
1. Il Messaggero.it, 22 luglio 2017
2. Il Mattino.it, 19 luglio 2017

[Immagine tratta da google immagini]

 

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Immigrazione e disuguaglianze secondo la dialettica servo-padrone

Otto miliardari nel mondo hanno la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone. Il rapporto Oxfam ci informa di una dato impietoso, impossibile da concepire per la portata dello squilibrio. La bilancia pende drasticamente da un lato, riempiendo le tasche di un’esigua minoranza di miliardari della moneta attuale, il potere. Le disuguaglianze sociali sono la naturale conseguenza di tale disparità economica, riconsegnando dunque determinati ruoli sociali alla varie componenti. Solo attraverso ciò si delineano le figure in gioco, si determinano le persone in base al reddito, alla propria posizione da soggettività in mezzo ad altre soggettività  immerse in una logica competitiva.

La corsa al guadagno diventa ragione di vita e ragione dei popoli imponendosi come legge globale, interiorizzando la prospettiva capitalistica nell’ideale umano. L’ideale che diventa ossessione, il guadagno utile e necessario diventa desiderio e bramosia di qualcosa di più, sempre di più, guadagnare per guadagnare. Poste tali dinamiche economiche vanno considerate anche le differenti condizioni socio-culturali nel panorama mondiale. Difatti il capitale si centralizza, si accumula nei grandi centri, risucchiato dalle zone ricche di risorse da derubare e saccheggiare fin dai tempi delle prime colonie. Decentramento e creazione di disparità diventano una realtà sempre più evidente ed è la base della disparità data dalle otto persone in rapporto ai 3,6 miliardi citati ad inizio articolo.

La differenza di condizione sociale stabilisce ruoli, scrive copioni per i vari attori in scena. Servo e Padrone e non sono più delle fantasie letterarie o figure hegeliane de La fenomenologia dello spirito. Difatti la dialettica si instaura effettivamente, la condizione di sfruttamento è da identificarsi con chi è stato derubato, con chi si è ritrovato inferiore economicamente e socialmente a quelle otto persone che detengono il potere, ovvero la componente rappresentata dal Padrone. Le due figure sono assolutamente attuali anche in virtù delle condizioni lavorative che prevedono un lavoratore assoggettato ad un datore di lavoro. Proseguendo per questa linea, infatti, il rapporto dialettico tra le due figure che sono in contatto per uno scambio di servizi e benefici, si evidenzia la dipendenza che emerge da entrambe le fazioni. La dipendenza data da un servo che è pronto a compiere quel determinato lavoro poiché potrebbe trattarsi della sua unica possibilità rimasta. La dipendenza data da un padrone che, magari, non sa svolgere un lavoro e la possibilità economica lo rende assoggettato e sostenuto dal frutto del lavoro del suo sottoposto.

Disperazione e pigrizia agiata si equilibrano, trovano realtà e non solo teoresi nel fenomeno dell’immigrazione e della condizione di disoccupazione che attanaglia i vari paesi europei. La crisi economica, in molti casi, porta ad un abbassamento delle aspettative, ad un’accettazione di condizioni di sfruttamento e di inferiorizzazione e il farsi servo di migranti in fuga da un paese in guerra o privo di condizioni favorevoli e di giovani in seria difficoltà nell’approccio al mondo del lavoro. Dunque un semplice squilibrio dato da un’ambizione umana sempre crescente riesuma personaggi che pensavamo esistessero solo all’interno delle favole e dei racconti capaci di farci volare con la fantasia quali il “buono” ed il “cattivo”.

La verità ultima è che siamo ancora immersi in logiche infantili biunivoche basate sul conflitto tra il bene ed il male e forse è quello che la gente, il popolo brama di più, ne è quasi assuefatto. Il tema dell’immigrazione come tanti altri trattati nei quotidiani e nella vita pubblica e sociale riesce a soddisfare quel bisogno di conflitto che l’uomo infelice, l’uomo insoddisfatto e magari proveniente da un ambiente subculturale richiede per potersi sentire padrone della scena, della discussione e della ormai svalorizzata “cosa pubblica”.

Il capro espiatorio è servito attraverso una comodità di accusa e scelta che si copre gli occhi davanti a discorsi più complicati preferendo la soluzione semplice, la scorciatoia mentale destinata a non risolvere le questioni, bensì accentuarle e incriminarle sempre più per scaricare odio ed insoddisfazione. Tale condizione persevera e viene tutelata dalle molte piccole coscienze che credono di essere in una condizione privilegiata, da tutti quelli che credono di essere i padroni e quindi di dover recitare tale ruolo non curandosi empaticamente della situazione di chi invece risulta essere meno agiato e fortunato, come si suol dire “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Eppure in un panorama del genere chiederei a chi è, o almeno si sente, padrone se egli o ella si senta sicuro/a di quella condizione, se si senta tutelato dal momento che senza un adeguato servo si ritroverebbe incapace di auto-sussistere. Chiederei se il servo rimarrà sempre servo perché, può darsi, che esso possa essere già altro da sé e se ragioniamo nella cara logica biunivoca…

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Antropocene: una via da intraprendere

Come umanità, di fronte alla sconfinata vastità dell’essere e della sua sovrabbondanza muta di significato, ci siamo, dalla notte dei tempi, protetti da questa tempesta del senso con l’uso della parola per-formatrice di mondi.
Introdurre un neologismo in un sistema di riferimento linguistico-culturale, perciò, non significa addizionare tout court un nuovo termine ad una sommatoria di vocaboli, bensì disvelare le proprietà emergenti correlate a tale voce.

Così, ora che anche in Italia si sentono le prime timide avvisaglie di un serio dibattito sul concetto di Antropocene, occorre spazzare via l’impasse di chi ritiene questo neologismo una mera licenza poetica per meglio reiterare l’idea di crisi ecologica.

Alcune parole sono destinate a scuotere profondamente le fondamenta del pensiero a causa di una loro intrinseca, ma anche contingente, capacità di fungere da iper-medium: “volano veloci di bocca in bocca” sino a sedimentarsi nel background culturale di una società.
Così Antropocene, assieme a numerosi vocaboli epigoni (Eremocene e Capitalocene per citarne due particolarmente significativi), è diventato un veicolo culturale e topic di ampio dibattito ancor prima di essere validato in quanto realtà geologica.

Attualmente la scienza ha più interrogativi che certezze sul passaggio da Olocene a Antropocene e questa era (o epoca?) resta sospesa in un limbo: da un lato sia la International Union of Geological Sciences sia la International Commission of Stratigraphy rifiutano di accettare questa nozione e, per contro, un gruppo di ricercatori, guidati da Jan Zalasiewicz, premono per la sua ufficializzazione. Se ad un tempo profondo geologico corrispondono i tempi lunghi dei geologi nel trovare fondamento a questo breaking point, nell’ambito delle humanities Antropocene è divenuto, con crescita esponenziale, una semiosfera in grado di avvolgere ogni seria discussione circa il ruolo ed il destino dell’uomo contemporaneo e futuro.

Guardando attentamente all’etimo di questo vocabolo possiamo notare come ambedue i termini coinvolti nella composizione ἄνθρωπος (uomo) e καινός (nuovo) siano estremamente problematici e ambigui.
Se si vuole denotare un’era con l’appellativo di “uomo-nuovo” bisogna tenere presente di quale umanità si sta parlando e cosa la renda differente.

Generalmente gran parte del dibattito antropologico-filosofico si è speso per dare un identikit a questo anthropos. Da qui l’idea di Jason W. Moore di utilizzare il termine Capitalocene onde mostrare come il vero responsabile “celato” dietro al generico “uomo” sia l’Homo oeconomicus capitalocentrato1.

Mettendo tra parentesi questa problematica “etnografica”,  in certo senso, voglio qui suggerire un’altra strada per il pensiero, un percorso di possibilità che guardi all’anthropos come ad una entità liquida e capace di un polimorfismo inaudito rispecchiato da un fenotipo estremamente plastico. È l’assoluta policromia dell’umano nei suoi modi di manifestazione, sperimentati nel corso dei suoi 200 mila anni di specie, a lasciarci intravedere, oltre l’opaca coltre dell’uomo moderno globalizzato e capitalista, la possibilità di un approdo etico-antropologico. La domanda da porsi, forse, non è cosa vi sia di nuovo in questo “uomo-nuovo”, ma cosa vi debba essere di nuovo.

Preso atto dell’attuale stato di crisi ecologica, di cui il termine Antropocene funge da cornice di senso e da collante teoretico, occorre cogliere l’istanza di cambiamento che ogni crisi-trauma porta seco. Siamo di fronte ad un punto di svolta, l’Antropocene come insieme degli effetti antropici su Gaia suona il monito della fine dell’uomo. Occorre un differente modus vivendi per abitare questo luogo cangiato non più la “gentile” Terra dell’Olocene, ma Terraa un pianeta più ostile per colpa dei sapiens.

La storia e l’antropologia culturale ci insegnano che l’umano si è saputo incarnare in esseri-nel-mondo biologicamente affini, ma cognitivamente molto distanti. Questo fatto può farci sperare che dalle ceneri di una catastrofe (capovolgimento-rovesciamento) cognitiva possa emergere una consapevolezza etica capace a guidare le nostre prassi in un mondo ecologicamente più ostile e fragile.

È veramente possibile approdare ad un ἄνθρωπος-καινός che sappia ergersi, con forza ma modestia, di fronte alle sfide di un futuro non più promessa?

Non lo sappiamo, ma si tratta di un rischio che non può non valere la pena correre.
Come insegna la biologia evolutiva, se non si può più migrare l’unica alternativa all’estinzione è il cambiamento adattativo.
Così, tenendo in conto il rischio di un possibile naufragio, urge salpare per nuove rotte dell’ethos, poiché volendo o nolendo dietro di noi non resteranno che macerie.

Non ci resta che imboccare la via dell’Antropocene con coraggio e audacia del pensiero.

Natan Feltrin

NOTE:

1. J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, trad. it. Barbero A. e Leonardi E., Ombre corte edizione, Verona, 2017.

 

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La resilienza: uno strumento contro il terrorismo

Dopo un attacco terroristico si parla spesso di resilienza. La resilienza (ing., resilience) indica la capacità delle persone di superare un evento traumatico e continuare la propria vita, adattandosi alle nuove circostanze. Il concetto di resilienza è chiamato in causa da alcuni esperti di terrorismo, secondo cui preparare la popolazione civile ad essere resiliente, rimanere compatta e non cedere alla paura non è solo un concetto nobile, ma uno dei migliori strumenti nella lotta al terrorismo1. Una lotta con un margine di errore intrinseco, perché garantire la sicurezza al 100% di fronte alla minaccia terroristica è impossibile.

Pur non essendo stati preparati da alcun corso sulla resilienza, ad oggi siamo in molti in Europa ad aver provato sulla nostra pelle che cosa significhi essere resilienti in seguito ad un attacco terroristico. Al concerto di Manchester di Ariana Grande, tornata sul palco solo una decina di giorni dopo l’attacco del 22 maggio, si sono presentati in 50,000: 50,000 persone che, nonostante la paura e con il pensiero che il terrorismo colpisce, ma non si sa né quando né dove, hanno dimostrato la resilienza di una città intera.

Anche la resilienza di Bruxelles è stata messa a dura prova tra il 2015 e il 2016. A seguito degli attentati di Parigi, la capitale Europea, considerata la base degli attentatori, è stata costretta ad un rigido lockdown2: per una settimana ha vissuto in una situazione surreale, con sistemi di trasporto chiusi, eventi sociali annullati e militari in assetto da guerra ad ogni angolo della città; l’unico modo per proteggere la popolazione pareva essere quello di far stare le persone a casa (ma lontano dalle finestre!)3. Non è facile dimostrare la propria resilienza quando le occasioni di socialità vengono ridotte al minimo indispensabile. Una strategia che si rivela ben presto non sostenibile. Non appena le autorità lo permettono, Bruxelles torna a vivere esattamente come prima, nonostante il pericolo non fosse diminuito: Salah Abdeslam, la mente degli attacchi di Parigi, era ancora super ricercato in tutta Europa, e in particolare a Bruxelles. I militari in assetto da guerra rimanevano e rimangono tutt’oggi a vigilare ogni obiettivo sensibile4. A riprova che il pericolo era latente, gli attacchi che pochi giorni dopo la cattura di Salah colpiscono l’aeroporto di Bruxelles Zaventem e la fermata metro di Maalbeek. Nessun lockdown questa volta: ognuno si misura con il proprio grado di resilienza, senza costrizioni.

La resilienza è una caratteristica naturale dell’essere umano: va però ottimizzata. Alla luce dei continui attacchi in Europa, la strategia della resilienza dovrebbe trovare più spazio nella comunicazione delle autorità con i cittadini. Essere resilienti non significa solo continuare le proprie attività quotidiane nonostante il pericolo: significa anche non cedere al panico e all’allarmismo. Nel periodo storico in cui viviamo, il pericolo esiste perché alla luce della natura della minaccia, la sicurezza totale non può essere garantita neanche dal migliore dei servizi segreti. Con questo presupposto, una persona educata alla resilienza contiene meglio la paura: a sua volta evita di contribuire alla sensazione di insicurezza, alimentata invece dal volume di notizie che ci bombardano ininterrottamente. Infatti, comunicare ossessivamente informazioni non necessarie su certi accadimenti contribuisce alla diffusione del panico (spesso anche a portata di click) e non favorisce un atteggiamento resiliente.

All’indomani degli attacchi di Bruxelles, una psicoterapeuta specializzata nell’aiutare vittime a superare lo stress post-traumatico, suggeriva, per esempio, di non ascoltare né leggere notiziari a meno che non comunicassero effettivamente notizie aggiuntive rispetto a quelle comunicate in precedenza. Ascoltare molte volte la stessa notizia ingigantisce la sensazione di insicurezza, senza veramente comunicare alcuna informazione: evitandolo, invece, si aiuta ad arginare l’allarmismo, sia a livello individuale che di comunità.

La resilienza va spiegata ed insegnata ai cittadini: molti stati europei hanno infatti un livello di minaccia terroristica significativo. Essere resilienti non significa minimizzare il pericolo, piuttosto adottare un atteggiamento razionale.

Le misure di sicurezza aggiuntive, i continui falsi allarmi bomba che interrompono le attività giornaliere e richiedono evacuazioni, i pacchi sospetti abbandonati e fatti brillare per sicurezza, i militari con armi pesanti a vista in strade, aeroporti, stazioni, metropolitane, palestre, hotel, centri commerciali, non aiutano di certo a placare la sensazione di insicurezza, e possibilmente la aggravano. Tuttavia, una preparazione adeguata della popolazione permette la razionalizzazione di queste misure in quanto parte di un determinato contesto conosciuto (quello della minaccia esistente) ed evita inutili allarmismi.

Francesca Capano

NOTE:
1. Psychological Resilience to Terrorism.
2. Il lockdown è definito come una situazione d’isolamento e blocco, in cui le normali attività e gli spostamenti sono ridotti al minimo o vietati.
3. Più volte durante il lockdown della città le autorità chiedevano ai cittadini di allontanarsi dalle finestre in aree in cui era in corso un’operazione antiterrorismo.
4. Non era inusuale, per esempio, andare in palestra e trovare militari con le loro armi pesanti passeggiare tra le persone che si allenavano.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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