Il bisogno di contatto: scuola e pandemia

È passato poco più di un anno dall’inizio della pandemia e dal primo lockdown nazionale, nonché dalla chiusura delle scuole – un anno da quando tutto ci sembrava irreale e assurdo ma, così speravamo, probabilmente temporaneo.

All’inizio si guardava alla scuola via Meet o agli aperitivi tra amici via Zoom con curiosità ed entusiasmo, ma ora queste modalità di contatto fanno parte delle nostre vite quotidiane.
Ma si tratta davvero di “contatto”?
Prendiamo ad esempio l’ambiente scolastico.
C’è una certa intimità insita nell’aula: la porta si chiude e il docente sta con gli studenti, in uno spazio identificabile e delimitato. Si fa lezione ma si crea anche un legame, fatto di sguardi, di richiami all’attenzione, di domande e di risposte, ma anche di battute scherzose e di rimproveri che sanno di normalità – quando gli studenti mangiano in classe cercando di non farsi scoprire, quando ridono con i compagni.
Tutto questo nella didattica a distanza non c’è.
In classe l’insegnante sale in cattedra, che è come un palco (i teatri: un’altra cosa che ora non possiamo esperire), e da lì inizia il suo spettacolo quotidiano.
Parlare ad una classe reale è tutt’altra esperienza rispetto a quella di rivolgersi ad uno schermo. Dà un senso di realtà, tangibilità. Si possono osservare le reazioni dei ragazzi e delle ragazze, l’impatto immediato che le nostre parole hanno su di loro. Si comprende dal loro sguardo se stanno recependo, se stanno davvero comprendendo ed entrando in gioco con noi o se, al contrario, sono annoiati o persi nei loro pensieri.

Sia chiaro che, con il presente articolo, non si intende affatto screditare la didattica a distanza, che è anzi uno strumento utile ed imprescindibile al quale è necessario ricorrere in caso di emergenza.
Ma è indubbio che essa, sebbene abbia il merito di tenerci vicini anche quando non lo siamo fisicamente, abbia svariate conseguenze negative, che si stanno facendo sentire su studenti e insegnanti.
Ne risente la relazione, ne risente la didattica e i rapporti interpersonali, sociali. Manca soprattutto la sacrosanta divisione tra spazio familiare e scolastico, tra casa e scuola. Cattedra, banco e sedia, le finestre dell’aula, la lavagna (che sia una Lim o quella classica): tutti elementi fisici, tangibili, che non ci sono più. Elementi che richiedono una certa cura e che al contempo danno vita a processi che rientrano nell’automatismo – apro la finestra e la chiudo, sposto il banco o ci appoggio gomiti, mani, testa, sposto la sedia e mi alzo, mi ci siedo, scrivo alla lavagna o cancello quello che c’è già scritto.
Ma questo automatismo è diventato anch’esso qualcosa di perduto, dimenticato, vagheggiato. Lo si ritrova a pezzi, in questa terra di mezzo chiamata didattica mista, in cui la presenza è al 50%. Oggi ci siamo, ci guardiamo negli occhi, siamo insieme per davvero e quasi non ci sembra reale. Domani, invece, Ci vediamo online, collegatevi alle 9″.
Domani i confini saranno di nuovo labili e incerti: qua c’è il mio letto, il mio divano, il mio gatto e la mia scrivania, accendo il computer e di colpo c’è la scuola, ci sono gli insegnanti, i compagni, una lezione intangibile, impalpabile.

È una scuola che non si riesce a toccare, anche se paradossalmente ne resta traccia, ma è una scia virtuale.
Tutto questo ci confonde, ci stordisce. E un ulteriore elemento complica le cose: in presenza i nostri volti sono parzialmente coperti dalla mascherina, ci sorridiamo solo con gli occhi, i docenti sentono i loro studenti prendere la parola ma a volte, nel normale caos di una classe, non si comprende chi sia stato a parlare, perché le labbra sono celate. Da casa, durante le videolezioni, rivediamo i nostri visi interamente: ci scopriamo, al sicuro dietro uno schermo. Per vederci in faccia dobbiamo allontanarci, e questo disorienta.
Il tocco resta precluso in entrambi i casi. Niente pacche sulle spalle se uno studente appare sconfortato o in ansia per una interrogazione. Niente scambi di fogli (se non necessario) o di libri. In teoria, nemmeno gli studenti possono scambiarsi nulla – oggetti, penne, astucci, quaderni, tanto meno cibarie o bevande.

È tutto un esserci, senza esserci per davvero, in toto. Un esserci a metà, una presenza sospesa tra preoccupazioni e virtualità, tra gel disinfettante e mascherina da sistemare bene sul volto, tra mouse, tastiera, microfono e webcam.
Si possono toccare solo le cose di nostra proprietà: non si toccano quelle degli altri, si deve coesistere solipsisticamente, come tante monadi leibniziane che non comunicano autenticamente tra loro.
È una scuola asettica, che ci rende asettici.
Ma possiamo esserlo per davvero?
No, mi sento di rispondere di no. Aneliamo, al contrario, un ritorno: il ritorno alla concretezza, alla spensieratezza, a un tocco che sia con-tatto e scambio concreto.

 

Francesca Plesnizer

 

[Photo credit unsplash.com]

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Vaccino, scienza e informazione: una sfida filosofica alla società

La notizia che è sulla bocca di tutti negli ultimi giorni è quella della sospensione precauzionale della somministrazione del vaccino AstraZeneca (AZ). Questa decisione – che, va sottolineato, è stata di carattere politico, ovvero presa dal governo Draghi, e non puramente scientifico, quindi non dettata da Aifa1 – è stata determinata da una segnalazione del Paul-Ehrlich-Institut (un’agenzia federale tedesca che si occupa di regolamentazione medica e di ricerche inerenti ai vaccini e alla biomedica). La segnalazione è avvenuta per un presunto aumento dell’incidenza di casi di una rara forma di trombosi venosa cerebrale, la trombosi della vena sinusale: 7 casi – di cui tre mortali – su 1,6 milioni di vaccinati tedeschi2.
Ora sarà l’EMA (l’Agenzia europea per i medicinali) a studiare approfonditamente la questione e a garantire delle risposte tempestive: come si può leggere nel sito ufficiale, «EMA’s safety committee (PRAC) […] has called an extraordinary meeting on Thursday 18 March to conclude on the information gathered and any further actions that may need to be taken»3.

Attendendo le conclusioni dell’EMA, però, prendiamo in considerazione qualche dato ufficiale e tentiamo due riflessioni necessarie su quanto sta accadendo.

Primo gruppo di dati. Sempre sul sito dell’EMA vengono riportati i casi tromboebolici occorsi fino al 10 marzo sul territorio dell’Unione, dato ripreso dall’Aifa e ripubblicato sul suo sito: «Al 10 marzo 2021, sono stati segnalati 30 casi di eventi tromboembolici tra quasi 5 milioni di persone vaccinate con il vaccino COVID-19 AstraZeneca nello Spazio Economico Europeo»4, ovvero lo 0,000006%. Questo dato non sembra essere degno di particolare attenzione, tanto che, nello stesso documento, troviamo scritto che «The number of thromboembolic events in vaccinated people is no higher than the number seen in the general population»5. Infatti, nel mondo, la trombosi colpisce in media ogni anno una persona su 1000; proporzionando questo dato ai 5 milioni di vaccinati in Europa con AZ si ottiene una stima di 420 casi al mese su 5 milioni.

Secondo gruppo di dati. Il Paese che, nel continente europeo, ha effettuato più somministrazioni del vaccino AZ è la Gran Bretagna: oltre 11 milioni di dosi. Finora, come si apprende da un articolo del Sole 24 Ore6, in UK, tra i vaccinati AZ sono occorsi «15 casi di trombosi e 22 casi di embolia polmonare, una percentuale inferiore a quella della popolazione non vaccinata». Fa sorridere se si combina questo dato con il seguente: sempre in Gran Bretagna sono stati somministrati anche circa 11 milioni di dosi di vaccino Pfizer; tra queste persone 48 hanno avuto un episodio di trombosi. Perché non si è sentito dire che Pfizer causa trombosi?
Sempre nel sopracitato articolo leggiamo una dichiarazione del professor Anthony Harnden, (vicepresidente della Joint Committee on Vaccination & Immunisation britannica):

«In media ci sono 3mila casi di coaguli di sangue nella popolazione e dato che stiamo immunizzando così tante persone è inevitabile che ci siano casi di coaguli in contemporanea ai vaccini ma non dovuti ai vaccini».

Almeno due riflessioni sono necessarie.

La prima riguarda l’informazione italiana. Venerdì 12 marzo questo era il titolo a caratteri cubitali della prima pagina de la Repubblica: «AstraZeneca, paura in Europa». A valanga seguono la maggior parte degli altri giornali, sia cartacei che digitali (con l’esclusione di Domani e del Post). Ora, prendendo come esempio l’articolo di Repubblica, leggendolo si sottolineava il fatto che le tre morti non fossero state assolutamente relazionate con il vaccino e che verifiche erano in corso. Ma non si può non notare una certa, per lo meno, dissonanza tra titolo e contenuto dell’articolo. Come sappiamo bene, il dover catturare l’attenzione del lettore è ormai troppo spesso un fine che giustifica i mezzi più deontologicamente, se non “scorretti”, almeno discutibili. Un’informazione seria porrebbe l’accento, fin dal titolo, sul fatto che la correlazione sia ancora totalmente da dimostrare. Il rischio, altrimenti, è quello di supportare (anche involontariamente) ragionamenti che non rispecchino il modello razionale critico necessario in queste occasioni.

Qui si inserisce la seconda riflessione, più squisitamente filosofica: il nesso di causa-effetto. Analizzando la nostra quotidianità, questo principio causale è una delle basi fondamentali del nostro fare esperienza: da bambini impariamo che se avviciniamo la mano al fuoco ci scottiamo, crescendo capiamo come mantenere l’equilibrio per evitare di cadere, fino ad ampliare questo principio non solo a situazioni “materiali” ma facendone un vero e proprio caposaldo che contamina totalmente la nostra mente. E, a ben vedere, non può che essere così: grazie ad esso capiamo come evitare pericoli, come svolgere azioni in vista di un fine, come raggiungere determinati obiettivi.
Alcuni dei nostri mantra sono una sua esplicitazione: “chi dorme non piglia pesci”, “volere è potere”, “se ti impegni otterrai risultati”.

Ma chi ci assicura che il nesso causa-effetto sia effettivamente reale? Osserviamo una proposta filosofica in controtendenza con la certezza di questo principio. David Hume, filosofo empirista inglese del XVIII secolo, a questa domanda rispose in maniera sconcertante: la relazione di causa-effetto non è un principio della ragione, ma una pura e semplice credenza che si basa sull’opinione che non vi possa essere un cambiamento senza una causa. Per Hume, infatti, è assolutamente vero che quando vediamo un cambiamento pensiamo ad una causa che l’abbia generato, ma ritiene che ciò sia una conseguenza dell’abitudine umana ad associare le idee, unico modo che le persone hanno a disposizione per conoscere il mondo. Ma cosa vediamo in realtà? Hume ci dice che non vediamo altro che una successione di eventi in un arco temporale e – al massimo, per cambiamenti che si ripetono spesso – una ripetizione costante di questa successione. Ma questo è sufficiente a dire che l’evento A ha causato l’evento B? Per Hume no, manca la connessione necessaria (quel legame per cui dati due eventi A e B, non potrà darsi A senza B e viceversa). La necessità, insomma, starebbe nelle nostre menti e non nel mondo “esterno”.
Con ciò non vogliamo dire che Hume avesse ragione ma che il suo dubbio è necessario per affrontare adeguatamente la questione. Il nesso di causa-effetto, infatti, è alla base non solo del nostro fare esperienza quotidiano ma anche del metodo scientifico. Senza di esso non avrebbero senso le evidenze sperimentali e, a ben vedere, qualunque scienza umana lo ha come sostrato (un semplice esempio è un certo modo di intendere la Storia: quante volte pensiamo o abbiamo sentito dire, semplificando, che un determinato evento storico ne ha causato un altro?) La forza di questo principio è talmente elevata che sopravvive anche ai cambiamenti che interessano le scienze: se pensiamo all’evoluzione delle teorie fisiche e matematiche, che vedono sempre più spesso l’abbandono del principio univoco di verità a favore di uno probabilistico, osserviamo sorprendentemente che il nesso causa-effetto non viene minimamente scalfito da questi progressi.

Ora, assumiamo invece che esso esista effettivamente (con buona pace di Hume), cosa possiamo trarne per la vicenda vaccini? Innanzitutto che non va applicato indistintamente e senza ragioni: visto che, come abbiamo detto, in UK l’incidenza della trombosi è minore nelle persone vaccinate con AZ rispetto alla popolazione non vaccinata, potremmo anche essere sorprendentemente portati a ritenere che esso aumenti la protezione dalla trombosi. Sarebbe una fallacia logica.
In secondo luogo, dobbiamo evitare che la consecutio temporum (il fatto che un evento avvenga dopo un altro) ci tragga in inganno; troppo spesso, infatti, la successione temporale non è sufficiente. Un semplice esempio lo verifica: a Bari una donna è morta investita dopo che le era stato somministrato un vaccino7. Questo, ovviamente, non ci permette di dire che il vaccino aumenti le possibilità di essere investiti.
Infine, si rende necessario un recupero della fiducia verso l’autorità scientifica. Non in senso paternalistico, è infatti sicuramente auspicabile una capacità di comprensione scientifica sempre maggiore da parte dei cittadini. Ma bisogna anche fare i conti con la realtà e la situazione attuale, soprattutto in Italia. La speranza è che tutta la società dovrebbe collaborare per non creare inutili allarmismi. La farmacovigilanza è una garanzia e un traguardo irrinunciabile, su questo nessuno dovrebbe avere dubbi: lasciamo dunque la scienza a svolgere il suo compito pretendendo, certamente, rigore, tempestività e trasparenza.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE
1. A dichiararlo è Nicola Magrini, direttore generale dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco), in un’intervista a Repubblica del 15 marzo (leggi qui).

2. La notizia qui.
3. Letteralmente: «Il comitato per la sicurezza dell’EMA (PRAC) […] ha convocato una riunione straordinaria giovedì 18 marzo per arrivare a una conclusione circa le informazioni raccolte e su eventuali ulteriori azioni da intraprendere» (leggi qui).
4. La notizia qui. Per la notizia ufficiale dell’EMA leggi qui.
5. Letteralmente: «Il numero di casi tromboembolici nelle persone vaccinate non è più alto di quelli registrati nella popolazione generale [non vaccinata]» (ivi).
6. La notizia qui.
7. La notizia qui.

[Photo credit Mat Napo via Unsplash]

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Un’America mai così divisa e divisiva: tre riflessioni sulla democrazia

«Insurrection in Washington following Trump encouragement»: questo uno dei titoli che scorre sul canale della CNN nella notte italiana. All’interno di Capitol Hill1, il Congresso si riuniva in sessione plenaria per confermare l’elezione del presidente eletto Joe Biden; all’esterno, migliaia di manifestanti pro Trump si erano radunati per contestare questo passaggio costituzionale formale. Vistosi “tradito” nelle sue richieste di capovolgere il risultato elettorale al Congresso sia dal leader dei repubblicani in Senato Mitch McConnel, sia dal suo vice presidente Mike Pence, Trump ha infiammato i manifestanti confermando la sua narrazione di elezioni truccate, affermando che «Non ammetteremo mai la sconfitta» e che «È la fine del partito repubblicano, non la nostra». Poco dopo, quegli stessi manifestanti hanno sfondato i cordoni della polizia e preso d’assedio il palazzo, riuscendo a entrare e ad arrivare praticamente indisturbati all’interno delle aule parlamentari e dei rappresentanti.

Migliaia di persone si erano riunite – con il benvenuto dello stesso Trump – per quella che si pensava fosse la sua passerella d’uscita, e che si è invece trasformata nella macchia più imbarazzante al processo elettivo democratico americano. Era addirittura dal 1814 che il parlamento americano non veniva violato, a quell’epoca dagli inglesi. I manifestanti, divenuti rivoltosi, si sono scagliati anche contro i giornalisti. Se, da un lato, si sono viste scene tragicomiche con persone travestite da vichinghi, a petto nudo o vestiti di sole bandiere (per non parlare di un Batman ripreso tra il fumo dei fumogeni che Nolan ha probabilmente applaudito dalla sua poltrona); dall’altro si è assistito alla presenza di vari gruppi di estrema destra – ognuno con i suoi simboli e i suoi rituali – che hanno risposto in forze alla chiamata di Trump con propositi molto più violenti. Vesti da guerriglia urbana, dotati di armi da fuoco, maschere antigas e – confermato dalle forze dell’ordine – pipe bomb2. Questo mostra un’organizzazione che va ben oltre il semplice e sacrosanto diritto a manifestare sancito dal primo emendamento ma piuttosto una predisposizione allo scontro e alla resistenza. Si sono riconosciuti, tra gli altri, il gruppo Qanon (l’uomo vestito da vichingo la cui foto ha fatto il giro del mondo è uno “sciamano” di questo gruppo) e quello dei Proud Boys: gli “hooligans trumpisti” il cui leader è stato da poco arrestato mentre bruciava una bandiera dei BLM e dai quali Trump ha impiegato molto tempo per prendere ufficialmente (?) le distanze.

Rimane tuttora da chiarire come sia possibile che i rivoltosi siano riusciti ad entrare con così tanta facilità a Capitol, che dovrebbe essere uno tra gli edifici più inaccessibili al mondo. Molte immagini hanno mostrato una resistenza leggera da parte delle forze dell’ordine, mentre in qualche caso isolato è stata invece molto dura: una donna ha perso la vita per un colpo d’arma da fuoco in dinamiche ancora da chiarire. Successivamente il conto delle vittime sembra essere salito a quattro, oltre a decine di poliziotti e manifestanti feriti e decine di arresti.

Durante l’attacco, Biden ha chiesto pubblicamente a Trump di esortare le persone a desistere, ma i tweet a cui poi il tycoon ha affidato le sue parole hanno lasciato la maggior parte degli osservatori esterrefatti. Per prima cosa Trump ha registrato un video in cui ripeteva di comprendere il nervosismo e il furore dei suoi sostenitori per le elezioni frodate, invitandoli a tornare in pace a casa ma affermando di amarli (per ciò che stavano facendo?) e descrivendole come persone speciali. Poi ha scritto in un secondo tweet: «These are the things and events that happen when a sacred landslide election victory is so unceremoniously & viciously stripped away from great patriots who have been badly & unfairly treated for so long. Go home with love & in peace. Remember this day forever!»3.

Quindi se, da un lato, praticamente tutti i leader americani e internazionali, i reporter, i conduttori televisivi chiedevano a Trump di normalizzare la situazione e, per lo meno, di farsi carico delle conseguenze delle sue parole (nello studio della CNN si è addirittura arrivato a parlare di «domestic terrorism by Trump supporters»); dall’altro, lui non accennava minimamente a prendere le distanze da quanto stava accadendo e, anzi, continuava a infiammare con le sue parole i rivoltosi. Ma Trump ci ha abituato a comportamenti del genere: basti pensare a quando aveva detto che lui potrebbe sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perdere voti4.

Ciò che è accaduto nel pomeriggio americano fa molto riflettere, in particolare per la tenuta del sistema democratico occidentale, che si mostra ogni giorno più traballante. Soprattutto,  sono tre i punti che vorrei brevemente affrontare.
Innanzitutto, abbiamo avuto la prova di come sia diventato imperativo smettere di sottovalutare fake news e gruppi estremisti. I rivoltosi di Capitol sono veramente convinti che Biden abbia rubato e frodato le elezioni (nonostante gli oltre cinquanta ricorsi persi da Trump, anche davanti alla Corte Suprema con sei seggi su nove repubblicani, tre dei quali nominati dallo stesso Trump). Gli appartenenti a Qanon sono veramente convinti, tra le altre cose, che Hilary Clinton, Biden, Obama, Beyoncé e Madonna comandino il mondo, rapiscano bambini e ne bevano il sangue per rimanere giovani. Gli appartenenti ai Proud Boys sono veramente disposti alla guerriglia urbana per impedire a Biden di “rubare la poltrona” a Trump. E queste convinzioni non sono solo colpa di Trump ma anche dell’intero sistema mediato occidentale che per anni ha permesso a qualsiasi politico di qualsiasi Paese di spararla ogni giorno più grossa senza conseguenze, di diffondere impunemente fake news senza essere inchiodato di fronte ai fatti, di de-responsabilizzare la comunicazione. Quest’ultima azione, in particolare, è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno: la comunicazione si è trasformata in narrazione. Il populismo e il sovranismo si mantengono in forze grazie ad una narrazione che non ha più nell’informazione il proprio bilanciere, il proprio mediatore, il proprio contraltare. Questo è una comunicazione senza contraddittorio: semplice narrazione, ed è ciò che avviene anche nei nostri salotti televisivi italiani ogni pomeriggio ed ogni sera.

Secondo, dobbiamo porci una domanda seria, che riguarda la totalità del mondo e il futuro di tutti: il capitalismo mondiale ha ancora bisogno della democrazia? A ben guardare, l’ultimo decennio (per lo meno) sta mostrando di no. Al capitalismo imperante (e per certi versi imperialista) sono molto più congeniali gli abiti delle “democrature” che vediamo in Cina, Russia, Turchia, Egitto (ma anche Ungheria, per restare in seno all’Europa). La democrazia, se vuole sopravvivere, necessita di nuovi anticorpi per malattie che sono, appunto, nuove e non possono essere affrontate con mezzi e categorie appartenenti ormai al passato. Lo scontro frontale con i colossi aziendali internazionali, con quelli del web e con quelli della finanza sta sancendo definitivamente la morte dell’apparato democratico come siamo abituati a intenderlo. Al capitalismo del nostro secolo è molto più congeniale un Trump che non crede al riscaldamento globale, che mette in secondo piano i diritti e che cerca di rincorrere solamente lo sviluppo tecnologico ed economico. Forse è arrivato il momento di chiedersi cosa intendiamo con “sviluppo” e a riconoscere che la democrazia, per essere salvata, necessita dell’aiuto di tutti noi, ogni giorno.

Terzo, risulta necessario riconoscere che la grande spaccatura tra mondo virtuale e realtà può avere conseguenze, anche molto pesanti, per tutti. I rivoltosi di Capitol (come tutti i negazionisti, sovranisti e populisti di tutto il mondo) sono rimasti intrappolati e imbottigliati dagli algoritmi dei social network in bolle virtuali che sono sempre più distaccate dalla realtà. Queste si nutrono di teorie del complotto che a prima vista possono anche apparire innocue (il NWO, la terra piatta ecc.) ma che invece alimentano bias cognitivi e sentieri di ragionamento che poi vengono nel tempo reiterati automaticamente e portano alla totale perdita di giudizio e pensiero critico. Questo poi ha inevitabilmente ricadute sulla realtà – che non rispetta quanto essi hanno edificato all’interno delle loro bolle – e anche per questo lo scontro con il reale diventa poi violento e imprevisto, come abbiamo assistito questa notte.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE:
1. La sede del governo degli USA che comprende Campidoglio, Senato, Camera e Corte Suprema.

2. Bombe artigianali, formate da un cilindro riempito di esplosivo e, solitamente, frammenti taglienti.
3. Letteralmente «Questo è ciò che succede quando una sacra vittoria schiacciante è strappata in modo brutale dalle mani di grandi patrioti che per troppo tempo sono stati trattati ingiustamente e malamente. Tornate a casa con amore e in pace. Ricordiamoci di questo giorno per sempre!» (trad. mia).
4. https://www.ilpost.it/2016/01/25/trump-non-puo-perdere-voti/

[Photo credit  via Unsplash]

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La scuola dimenticata: una vera tragedia italiana

Per rilevare la temperatura che indichi lo stato di benessere o malessere di un paese non sempre è sufficiente servirsi dei termometri del mercato e della finanza che si basano sui dati del PIL, sul volume degli acquisti e sull’indice dei consumi. Talvolta, sarebbe più interessante muovere da indicatori di natura culturale. Il primo e più importante riferimento in questo senso è lo stato dell’arte della scuola. Teoricamente la prima e più importante istituzione di un paese che ambisce a definirsi democratico. In Italia, di fatto, la più marginalizzata. Lo stato di malessere della scuola italiana non è certamente una patologia acuta, recente. Il cancro che la paralizza è un male cronico che si trascina da moltissimo tempo. Venti, forse trent’anni, nei quali il paziente che più di tutti dovrebbe essere stato accudito e curato è stato invece completamente dimenticato e fiaccato da riforme esito di incompetenza e incapacità di lungimiranza. Il messaggio che emerge, da diverso tempo a questa parte, è quello di una scuola che non conta più nulla.

Non considerata dai politici e dal legislatore, finisce per perdere di valore e riconoscimento nei più diversi strati sociali. L’edilizia scolastica pressoché stagnante ci regala edifici vetusti e in molti frangenti fatiscenti. Gli insegnanti – un tempo professione ampiamente riconosciuta e rispettata – sono umiliati e frustrati per remunerazioni inadeguate e per l’impossibilità di accedere in maniera chiara e lineare al loro ruolo, spendendo le proprie competenze e capitalizzando i sacrifici economici e di studio di una parte considerevole della loro vita. I rilevamenti statistici ritraggono un crescente abbandono scolastico e un sensibile calo nelle iscrizioni alle più diverse facoltà universitarie. Non v’è da stupirsi. Il tutto è la logica conseguenza di una mala gestione dell’intero apparato dell’istruzione e della formazione che ha segnato la propria rovina anni addietro e, diabolicamente, continua a perseverare con riforme pasticciate e interventi più propagandistici che funzionali. In un siffatto scenario, dove gli insegnanti si trovano a lavorare sempre più spesso in un contesto precario, umiliante e decadente, gli studenti appaiono sempre più svogliati e demotivati. Fra questi, i più fragili sono quelli che ne pagano il prezzo più alto. Tutto questo è il riflesso di un discorso sociale e politico che, bistrattando la scuola da decenni, misconosce il valore imprescindibile dell’educazione e della cultura. È l’esito, infausto, di una comunicazione di massa che premia veline, soubrette, calciatori, influencer e youtuber, piuttosto che valorizzare, remunerare adeguatamente e così riconoscere coloro che con dedizione e sacrificio hanno dedicato e magari, eroicamente (sic!) continuano a dedicare la loro vita allo studio e alla ricerca, non tanto per loro esclusivo interesse personale, ma in vista dell’interesse collettivo.

La scuola presenta lesioni profonde, decisamente preoccupanti, in tutto il suo immenso e articolato corpo. Viene da chiedersi quale possa essere non solo il presente ma piuttosto il destino di un corpo così malato. Che ne può essere di una istituzione alla quale, anno dopo anno, riforma dopo riforma, sono stati appesi legacci burocratici soffocanti e limitanti il suo movimento e le sue espressioni? Che ne è di un corpo al quale sono state cinicamente tagliate le risorse? Forse, se non è già morta, la scuola sopravvive, tira a campare. Se l’attenzione nei confronti dell’istruzione emerge solo per opportunismo propagandistico nelle stagioni elettorali e, una volta girato l’angolo dei seggi, ci se ne dimentica, allora il messaggio è chiaro: non curarsi seriamente dell’istituzione scolastica significa che i governanti non credono nell’importanza della cultura che, principalmente a scuola, deve essere trasmessa, incentivata e difesa.

I motivi per argomentare in favore dell’importanza di un’istituzione scolastica che funzioni al meglio sono molteplici e molti affondano le proprie radici nelle straordinarie civiltà che ci hanno preceduti, quella ellenistica su tutte, e ai periodi storici, l’Umanesimo e il Rinascimento in particolare, che hanno inondato di cultura, genialità, innovazione, pensiero e bellezza soprattutto il nostro bel Paese. Senza scomodare ulteriormente questi presupposti e ricollocandoci nel presente dobbiamo sottolineare, privi di ogni retorica, che dalla scuola passa il futuro del Paese poiché ragazzi e ragazze saranno uomini e donne che avranno a loro volta la responsabilità adulta di operare scelte individuali e collettive tese al bene comune, nella direzione dell’interesse, della crescita e della promozione umana. In un mondo che cambia repentinamente, la scuola è necessaria per fornire competenze che permettano di orientarsi nella complessità della conoscenza e dell’informazione. In una civiltà che sembra sgretolarsi sotto i colpi dell’assenza di etica è ancora una volta essenziale la scuola che, a partire dalle fondamenta poste dalle famiglie, educhi ai principi primi del rispetto sacro della vita dell’altro nella sua unicità e irripetibilità e al valore della conoscenza. Una scuola che, proprio in una società assuefatta di informazioni e verità a buon mercato, educhi all’esercizio del pensiero critico, che diviene esercizio di libertà interiore che si riverbera anche nelle scelte esteriori.

Trascurare la scuola significa cedere il passo ad un abissale vuoto culturale. Lo aveva denunciato con lucidità Pier Paolo Pasolini, ormai quarantacinque anni or sono, riflettendo sul fenomeno dilagante della droga consumata dai giovani e intuendo quanto essa fosse un vero e proprio surrogato della cultura1. Il vuoto lascia spazio alla disgregazione, alla distruzione, alla pulsione di morte. Gli esiti sono infausti e disfunzionali per il singolo e per la collettività. È il crepuscolo di una nazione.

Se vogliamo tutelare il presente del nostro paese e il suo futuro dobbiamo iniziare occupandoci della formazione culturale dei più giovani e questo può avverarsi in primis attraverso la scuola, agenzia culturale ed educativa per eccellenza. Istituzione che preserva l’incontro umano, le relazioni, l’importanza del libro, della lettura e dello studio per l’apertura di nuovi mondi e più ampi orizzonti, nonché l’abitudine al pensiero autonomo. Per questi e molti altri motivi, non dobbiamo forse salvaguardare la scuola, ridonarle l’attenzione che merita se vogliamo tutelare la nostra civiltà aiutandola a progredire, anziché rimanere spettatori inermi dinanzi alla regressione antropologica tragicamente testimoniata dalle cronache quotidiane?

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr., P. P. PASOLINI, La droga: una vera tragedia italiana. In Lettere luterane, Garzanti, Milano, 2009, pp. 97-104.

 

[Photo credit Ben White su unsplash.com]

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Dei giovani e della voglia

Qualche settimana fa, sull’Huffington post, è uscita un’intervista a Vittorino Andreoli1, noto psichiatra e scrittore, nella quale esorta i giovani ad imparare il sacrificio. Nello specifico Andreoli parla di impegno, responsabilità e che «non guardino se possono avere il posto fisso e la macchina: devono porsi come protagonisti del futuro».
Non è la prima volta che leggo o ascolto discorsi simili, ci sono decine e decine di servizi giornalistici sul trinomio giovani-lavoro-futuro, ci sono diversi video su YouTube che propongono inchieste e interviste direttamente a datori di lavoro stanchi di non poter contare sull’assunzione di giovani perché inaffidabili, rei – a detta loro – di chiedere a quanto ammonta il compenso mensile, quand’è il riposo settimanale o per quante ore dovrebbero lavorare.

Dopo questa prima breve raccolta di “chiacchiere” incominciamo con il premettere alcune cose: il tasso di disoccupazione in Italia è uno dei più alti d’Europa2 mentre la percentuale degli inattivi – ovvero i giovani dai 25 anni in su che non stanno cercando lavoro e non stanno nemmeno affrontando un percorso di studi – è del 34,2%3.
Ad ogni modo i soli numeri non sono sufficienti ad affrontare le problematiche che si celano nel substrato sociale, la statistica non può spiegare ad esempio il concetto di sfiducia, di crisi, di insicurezza e incertezza; non racconta il contesto culturale ed economico nel quale la generazione nata tra il 1985 e il 2000 è cresciuta – e si ritrova – e non si preoccupa nemmeno di raffrontarlo con quello vissuto dalle generazioni precedenti. Ma del resto non lo fa nessuno poiché sono tutti impegnati a dire come i giovani dovrebbero comportarsi in situazioni di difficoltà mai conosciute prima.

Analizziamo assieme ciò che normalmente viene ignorato.
Per coerenza prendiamo in esame tre generazioni, oltre alla già citata ‘85-’00 troviamo quella dei loro genitori: la generazione nata all’incirca tra il 1965 e i primi anni ‘80, e quella dei loro nonni (o potenziali nonni per non offendere nessuno): nata tra il 1940 e il 1965.
Il contesto socio-economico vissuto dalla ‘generazione nonni’ e dalla ‘generazione genitori’ è quello di un’Italia uscita dalla guerra e, dopo alcuni necessari anni di assestamento, di un’Italia in forte crescita. Al miracolo economico degli anni ‘50-’60, è susseguita una breve fase di ristagno dopo la quale c’è stata una nuova ripresa economica, quella dei mitici anni ‘80 le cui felici conseguenze si sono affievolite durante il decennio successivo.

Eccettuando brevi periodi quindi, è facile capire che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto in un Paese che si stava fortemente sviluppando.

L’emigrazione dal sud verso le città industrializzate del nord, vivere all’interno di case spesso fatiscenti e prive delle più elementari norme igieniche ed altri sacrifici certamente da non sottovalutare, furono ripagati in pochi anni con l’ottenimento del posto fisso, di una casa e con la possibilità di costruire una famiglia.
La sofferenza, la gavetta, il classico “stringere denti e cintura”, era il prezzo da pagare per una concretezza più che sicura.

Guardandoci attorno possiamo tranquillamente affermare che la generazione giovani potrà, dopo qualche anno di sacrificio, contare sulle stesse sicurezze godute dalle due generazioni precedenti?
È quello che si richiede ai giovani d’oggi: pazienza, sacrificio, altra pazienza e ancora sacrificio.
Il problema è tutto qui: con la crisi economica scoppiata ufficialmente nel 2008 ma derivante da anni di stagnazione, e lungi dall’aver esaurito il suo potere con danni collaterali annessi, chiedere ai giovani di sacrificarsi equivale a chiedere loro un vero e proprio atto di fede; un salto nel buio verso un futuro molto incerto, privo – o quasi del tutto privo – dei benefici a cui siamo abituati a protendere: casa, lavoro, famiglia, pensione.
Se qualche anno fa la domanda che circolava di più tra i giovani era: “avrò un lavoro a tempo indeterminato?” ora la domanda è: “avrò un lavoro?”.

Personalmente non cerco alibi, c’è chi letteralmente cerca in tutti i modi di scansare le fatiche, ma non è una caratteristica peculiare dei giovani contemporanei, anzi è trasversale, diversamente le pagine di Storia non menzionerebbero bande e organizzazioni criminali dedite al guadagno facile con il minimo sforzo.
Esistono poi occupazioni certamente dignitose ma che hanno perso l’attrattiva occupazionale. Purtroppo l’artigianato, un settore molto vasto e variegato, un tempo fiore all’occhiello dell’italianità, oggi è finanziariamente disincentivato, le ore di lavoro non sono adeguatamente pagate – nonostante sia questa una caratteristica dipinta dai datori di lavoro come altamente pretenziosa, sebbene debba essere la normalità – e inefficaci per chi vorrebbe sistemarsi o abbandonare il tetto di mamma e papà.

Siamo davanti ad una situazione resa ancor più difficile da una pandemia di portata mondiale, che ha paralizzato diversi settori dell’economia, come già accennato, in precedenza non propriamente floridi e i cui effetti, con tutti gli scongiuri del caso, non si sono ancora del tutto conclusi.
Dipingere il tutto come la classica scarsa voglia di lavorare dei giovani, la vedo come una prospettiva poco edificante. Ci sono milioni di giovani che emigrano, proprio come nel passato, con la differenza di ritrovarsi spesso ad essere precari altrove; altrettanti milioni si ritrovano a dover cambiare lavoro ogni due o tre anni ricominciando sempre daccapo, trentenni trattati da diciottenni sia umanamente che economicamente.

Piangersi addosso non risolverà ovviamente il problema, questa è l’unica critica costruttiva che posso accettare dalle generazioni che ci hanno contribuito a far nascere e proliferare la situazione di crisi attuale. Per tutto il resto credo serva riscoprire la gigantesca virtù del rispetto.

 

Alessandro Basso

 

NOTE:
1- Qui potete leggere l’intervista.

2- La notizia è riportata tra gli altri dall’Ansa: qui.
3- Secondo dati Istat consultabili qui.

[Immagine tratta da pixabay]

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“Nato il quattro luglio”: a cosa può portare lo spirito nazionalistico?

Gli anni ’60 hanno sempre suscitato in me un grande interesse per le tendenze musicali, per le lotte ai diritti umani, per i cortei, per l’aria di libertà che sembrava respirarsi. Ho sempre visto quel periodo come un momento in cui le coscienze dei giovani si sono risvegliate all’unisono e hanno cercato di farsi spazio in una società che per lungo tempo non li aveva ascoltati. Furono anni controversi le cui vestigia sono ancora presenti, ma vorrei porre l’attenzione su un evento che senz’altro ha segnato un punto cruciale della storia contemporanea: la guerra in Vietnam (1955-1975). Per farlo vorrei partire dall’analisi di un film di Oliver Stone che credo racchiuda appieno quello che fu lo spirito di quegli anni.

Nato il quattro luglio, film del 1989, fa parte di una serie di tre pellicole che Stone diresse cercando di focalizzarsi ogni volta su un punto di vista diverso: prima quello degli americani e poi dei vietnamiti. Nella pellicola sopracitata è evidente sin dalle prime scene come lo sguardo sia posto sugli americani, sul loro forte spirito nazionalistico e su come la guerra sia presentata ai giovani. Il piccolo protagonista assiste nella prima inquadratura alla parata del 4 luglio con una bandierina e un elmetto, lo si vede giocare con dei piccoli fucili quasi ad essere un segno premonitore di quello che sarà il suo futuro. Successivamente lo si vede diventare un giovane forte e atletico che dopo aver ascoltato una conferenza di un Marines decide di arruolarsi per la guerra in Vietnam “per difendere e preservare il grande spirito americano”. 

Ma la guerra è sempre dissolutrice, distrugge i sogni giovanili di gloria e di riscatto e ben presto ci si ritrova a chiedersi se quello in cui si è creduto abbia senso dinanzi alla rovina e alla distruzione che essa ha portato. Non è più una guerra per lo Stato ma diventa una lotta per la sopravvivenza e ci si rende conto che il popolo “maligno” che si era andato a combattere è semplicemente un popolo come un altro, dilaniato e spaventato dalla guerra. Tornato in patria il protagonista è cambiato nel corpo e nell’animo, così come tutti coloro che vi parteciparono: spesso si legge che chi andò in Vietnam tornò cambiato nel corpo e nella mente, e così fu.

La guerra in Vietnam per i giovani americani era un’occasione di servire il paese come avevano fatto i padri, i nonni, solo pochi decenni prima. Eppure l’esperienza avrebbe dovuto insegnare quanto la guerra fosse deleteria, si sarebbe dovuto ricordare il numero di vittime, le famiglie distrutte, la fame, ma negli anni ’60 vinse su tutto nuovamente lo spirito nazionalista e il forte motivo economico. Si manifestò contro questo nuovo flagello e vi furono molti cortei pacifisti, ma solo quando tutto finì ci si rese conto che una nuova generazione di americani era andata distrutta.

La guerra in Vietnam ha dato conferma di come la storia non abbia ancora un’accezione critica, sembra non insegnare e soprattutto sembra che gli ideali nazionalisti abbiano ancora la meglio sui cittadini. L’idea di forza, potere e sopraffazione acceca l’uomo a tal punto da non fargli più avere una visione volta al futuro e alle conseguenze delle proprie azioni, ma riduce il suo sguardo al mero presente. Combattere quella guerra – come tutte le guerre del resto – volle dire abbandonare la propria giovinezza e innocenza e diventare improvvisamente adulti con consapevolezze nuove che avrebbero per sempre cambiato le loro vite. Uccidere, distruggere e annullare ogni tipo di morale vuol dire far morire parte di sé stessi.

Canzoni, film, cortei, documentari animarono il mondo degli anni ’60 e le strade dell’America, se è vero che la storia non aveva sortito alcun effetto sino a quel momento sembra che la guerra in Vietnam abbia suscitato il più grande movimento di giovani mai visto, i quali avevano preso consapevolezza di ciò che volevano essere e del mondo che volevano vivere. Fu un movimento planetario, una presa di coscienza collettiva. Le immagini di quegli anni ancora oggi destano meraviglia ed emanano voglia di pace e libertà. Questo spirito è rimasto in parte nella nostra cultura e ancora oggi per noi deve essere un monito, un esempio.

Credo che ciò che gli anni ’60 ci hanno insegnato sia che non bisogna mai assopirci e lasciarci guidare ciecamente da alcuna idea o ideale che ci viene impartito in nome di uno Stato, bisogna essere vigili per cambiare il nostro mondo o anche la nostra piccola realtà. Essere coraggiosi e consapevoli vuol dire prendere atto di ciò che è stato e avere uno sguardo lungo su ciò che vogliamo sarà. Non permettiamo più che il sonno della ragione generi mostri, ma siamo attenti a renderla sempre vigile e critica.

 

Francesca Peluso

 

[Immagine tratta dal film]

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“African genesis”: Valentin Mudimbe e il problema della filosofia africana

Tra i maggiori esponenti della moderna filosofia africana, Valentin Mudimbe ha indagato le modalità discorsive con cui la ricerca occidentale ha plasmato l’immagine dell’Africa nel tempo. Ripercorrendo la storia delle esplorazioni, i diari dei conquistatori, le tavole illustrate, la geografia, ma soprattutto l’antropologia, Mudimbe ha ricostruito un’archeologia della cosiddetta «colonizing structure»1, un filtro cioè attraverso cui l’Occidente coloniale ha cercato di rendersi comprensibile la diversità delle popolazioni che incontrava.

Questo filtro ad esempio ha stereotipizzato il concetto di tribù, connotandolo di una staticità che lo relega fuori dal tempo storico. Ma soprattutto il filtro aveva delle precise intenzioni politiche: riorganizzava lo spazio degli altri, le loro categorie, i riferimenti, la loro vocazione sociale e spirituale, avviando una metamorfosi tragica che puntava all’inglobamento della loro economia nel sistema economico proprio. Questo processo continuò anche dopo lo smantellamento degli imperi coloniali. L’Occidente è infatti spesso intervenuto per manovrare gli andamenti politici degli stati neonati, soprattutto nell’ambito della guerra fredda – si vedano a tal proposito gli omicidi di Patrice Lumumba e di Thomas Sankara, due dei più importanti politici democratici e riformisti, o gli appoggi internazionali concessi a dittatori come Joseph-Désiré Mobutu e Jean-Bedel Bokassa. Allo stesso tempo però molti leader africani del post-indipendenza, come i succitati dittatori, attizzarono questi interventi perché gli portavano notevoli benefici e rafforzavano le loro reti clientelari.

In questo senso Mudimbe parla di invenzione dell’Africa; e non solo nel senso antropologico e politico, perché anche l’immaginario stesso, tanto degli occidentali quanto degli africani, venne arrangiato secondo gli strumenti della colonizing structure. Tali metamorfosi risultarono poi in un trauma da snocciolare e da sconfiggere. Ecco allora l’Africa trovatasi costretta a raggiungere un certo senso di “modernità”, a riconsiderare se stessa secondo visioni estranee in nome del “progresso”, a cercare di riconquistare la propria identità sottratta da oltre un secolo di “civilizzazione”. L’Africa che si deve confrontare col suo simulacro, fabbricato da spiriti che non sono i suoi.

Questa condanna si rifletté soprattutto nella tradizione filosofica post-indipendenza (e degli anni di poco precedenti): vi sono discorsi sulle relazioni con l’Europa, confronti col proprio dramma linguistico, argomenti volti a svincolare il continente africano dai paradigmi delle scienze interpretative occidentali super-imposte, ma molto raramente appaiono filosofie particolari e locali. L’esempio del CODESRIA2 è a tal proposito lampante: costituito nel 1974 all’interno di un’organizzazione africana per lo sviluppo dell’economia (IDEP), aveva come scopo quello di decostruire i concetti delle scienze sociali occidentali per sviluppare alternativamente dei paradigmi africani. Si intendeva così emancipare le identità delle numerosissime popolazioni africane dagli echi ancora vivi della colonizing structure3. Ma come sostiene anche la classificazione discussa da Thandika Mkandawire, si è ancora nel contesto delle prime due generazioni di intellettuali africani – quelle cioè dove le riflessioni sono volte al confronto col trauma, e che sono caratterizzate da una fuga massiccia di cervelli verso gli altri continenti. È proprio lui che descrive questa stagione del pensiero come un fuoco di sbarramento terminologico4.

Le eccezioni però sono interessanti: Julius Nyerere ad esempio, primo presidente della Tanzania, riuscì a migliorare nettamente l’alfabetizzazione (in swahili) della popolazione e l’accesso ai servizi fondamentali facendo leva sul concetto di ujamaa, ossia di “famiglia allargata”, termine atavico che si richiama ai valori della collettività e dello sforzo comune, in nome di una specie di socialismo africano. Interessanti poi gli spunti della filosofia popolare: il detto zulu umuntu ngumuntu ngabantu, che significa “una persona è tale solo attraverso le altre persone”, incoraggia l’uguaglianza e la reciprocità, perché, nelle parole dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, “abbiamo bisogno degli altri esseri umani per essere umani”.

Tutte queste voci, a partire dalla scoperta dell’invenzione dell’Africa, concorrono nell’auspicare dei necessari scardinamenti intellettuali. Per Mudimbe ragionare su questo significa riscoprire le verità del continente, e per noi occidentali – nella più ampia prospettiva – rinunciare alla storia per far parlare le storie. Se ascoltassimo quanto i cosiddetti “altri” hanno da dire (cosa vuol dire pensare ancora agli “altri”? Perché devono esistere?), allora lo spirito occidentale capirebbe quanto ha sbagliato a non ascoltare mai nessuno.

 

Leonardo Albano

 

NOTE:
1. V. Mudimbe, The Invention of Africa, 1988
2. Council for the Development of Social Science Research in Africa.
3. J-L. Amselle, Il distacco dall’Occidente, 2009
4. 
T. Mkandawire, Extrait du rapport du secrétaire exécutif

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Che piaga questo 2020!

“Aronne alzò il bastone e percosse le acque che erano nel Nilo sotto gli occhi del faraone e dei suoi servi. Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue. I pesci che erano nel Nilo morirono e il Nilo ne divenne fetido, così che gli Egiziani non poterono più berne le acque.”

Questo brano del libro dell’Esodo, il secondo della Bibbia ebraica, poteva richiamare alla memoria qualche film horror, o al massimo un solenne Charlton Heston con barba posticcia e tunica rossa, ma negli ultimi giorni il pensiero va inevitabilmente a quelle 20.000 e passa tonnellate di gasolio che, fuoriuscite da una centrale termoelettrica in Siberia, hanno inondato i fiumi dell’Artico, tingendoli di rosso e uccidendo migliaia di pesci.

Non che questo 2020 ci abbia fatto mancare eventi sconvolgenti, riconducibili alle piaghe d’Egitto di cui parla la tradizione ebraica. Invasione di locuste? Ecco che nell’Africa Sub-Sahariana si forma uno sciame esteso quanto l’intera area metropolitana di Milano, ingigantito dalle inusuali perturbazioni provocate dai cambiamenti climatici. Invasione di zanzare e tafani? Non proprio, ma in Europa arrivano le altrettanto piacevoli “vespe killer”. Pioggia di ghiaccio e fuoco? Per la prima, nel momento in cui sto scrivendo quest’articolo, a inizio giugno nella calda Firenze, sta grandinando furiosamente; per la seconda, non resta che l’imbarazzo della scelta tra i tragici incendi in Australia e il risveglio del vulcano Krakatoa. Pestilenza? Di Covid-19 ne abbiamo parlato fin troppo, e intanto in Africa spuntano nuovi focolai di Ebola. Morte del bestiame? Oltre alla strage di animali selvatici causata dai summenzionati disastri naturali, è bene ricordare i milioni di capi di bestiame abbattuti negli Stati Uniti a fronte di una produzione alimentare interrotta dalle norme anti-epidemiche. Tenebre? Non c’è molto da aspettare, con l’eclissi solare dello scorso 21 giugno. A conti fatti, mancano solo le ranocchie e la morte dei primogeniti per completare l’elenco.

La tradizione biblica legge nelle piaghe un profondo significato teologico, l’affermarsi del Dio unico sulle molte divinità (declassate a “idoli”) dell’Egitto e delle popolazioni vicine a Israele in genere, un ristabilirsi delle forze del Vero su quelle del Falso. In questo senso, una sorta di “esegesi del reale” potrebbe portare a una lettura in positivo anche di queste nuove piaghe d’Egitto formato globale. La contemporaneità postmoderna, d’altronde, ha diversi idoli di cui liberarsi, uno più dannoso dell’altro: l’idolo dello sviluppo illimitato, che distrugge l’ambiente e deruba le generazioni future di risorse che vengono esaurite nel presente; l’idolo di un mercato finanziario ormai slegato dalla ricchezza reale, che macina miliardi inesistenti e porta al fallimento interi paesi semplicemente spostando una virgola su una quotazione; l’idolo dello Stato-Nazione, un’entità che non ha più motivo di sopravvivere alla propria morte storica, e che pure continua a resistere, incancrenendo divisioni, creando conflitto, suscitando sentimenti revanscisti e xenofobi in un mondo sempre più piccolo e interconnesso.

Nel 2020 ne abbiamo ancora fin troppi, di idoli, sugli altari di tecnologie male utilizzate, annunciati dai sacerdoti della meritocrazia che ignorano il crescente gap sociale, difesi da profeti che si ostinano a negare l’evidenza di un danno portato al pianeta e all’umanità stessa da un modello di sviluppo insostenibile, protetti nei templi dei palazzi del potere economico, politico, culturale che rifiuta modelli alternativi di governance sulla base di un profitto immediato che va inevitabilmente a scapito di un maggiore e più generalizzato benessere sul lungo termine.

Se ai tempi di Mosè era sufficiente fuggire dall’Egitto per lasciarsi alle spalle i suoi idoli, queste “piaghe globali” del 2020 sembrano invece sottolineare come non ci siano più confini da superare, un Mar Rosso da attraversare o una Terra Promessa da raggiungere: l’unica Terra che abbiamo a disposizione è questa, e va sanata, curata e protetta perché sia finalmente quella “Promessa”.

Nel racconto dell’Esodo, il cuore indurito del Faraone si rifiuta di cogliere i segni, e l’Egitto soffre sotto i prodigiosi eventi che si abbattono sulla sua popolazione. Per quanto mi riguarda, da bravo primogenito, visti questi primi sei mesi del 2020 corro a procurarmi del sangue d’agnello con cui segnare l’architrave e gli stipiti della porta. Così, per ogni evenienza.

 

Giacomo Mininni

 

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Addio all’America

George Floyd è morto in mondovisione per mano di due agenti della polizia di Minneapolis, Minnesota, USA.
Difficile affermare il contrario davanti all’evidenza delle immagini, difficile, o meglio, inutile strumentalizzare l’accaduto: i vari ma, i vari però, i vari bisognerebbe vedere com’è andata nel complesso, si infrangono nel baratro di una società che ha palesemente fallito.

L’America, da quando è stata scoperta, ha sempre cavalcato l’onda dell’aura magica che le abbiamo attribuito, continuamente edulcorata grazie – o a causa – della situazione precaria, belligerante, confusa degli Stati al di qua dell’Atlantico. Il mito di una Terra Promessa, in cui i sogni avrebbero potuto prendere forme decisamente materiali, ha spinto milioni di uomini a una migrazione che non ha mai conosciuto una vera e propria interruzione.
Per molti di questi uomini ha davvero rappresentato un punto di svolta non indifferente, soprattutto dal lato economico; “far fortuna in America” è stato il motto che ha animato intere generazioni, ha ispirato musiche, canzoni, ballate, poesie, testi teatrali e letterari.
Dietro il ridente panorama di progresso e civiltà che segnava il non plus ultra della società occidentale, si annidava tuttavia il germe silenzioso che avrebbe poi generato le grandi contraddizioni dalle quali dobbiamo prendere definitivamente distanza.

Gli Stati Uniti sono stati fondati da inglesi, olandesi, svedesi, tedeschi, italiani, irlandesi, spagnoli e, con la tratta degli schiavi, africani. Per cercare di costruire un’identità comune a questo mosaico di popoli, la classe dirigente americana ha sempre fatto leva sul simbolismo: la bandiera, l’inno nazionale, la celebrazione delle ricorrenze patriottiche, la mitizzazione di alcune figure chiave come George Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln, senza dimenticare icone più popolari come l’hot-dog, il baseball e migliaia di altri stereotipi che hanno contribuito ad alimentare la great America.
Un percorso che se in origine partiva dall’Europa e dagli europei, all’inizio della Guerra Fredda, anche grazie al bipolarismo mondiale, prendeva la direzione opposta; una sorta di reflusso magico.

Eppure solo nel 1964, con la Civil Rights Act, veniva formalmente abolita la segregazione razziale e l’anno successivo aumentavano gli aventi diritto al voto. Sempre nel Paese dalle origini multietniche si è sviluppato il Ku Klux Klan, gruppo terroristico dedito all’esaltazione della razza bianca, tuttora presente e in attività.
Negli Stati Uniti è presente il Partito Nazista Americano – i “Nazisti dell’Illinois” citati nel film The Blues Brothers – un po’ in contrasto con l’esaltazione commemorativa dei veterani e dei caduti di tutte le guerre, compresa ovviamente quella vinta proprio contro i veri nazisti.
Negli USA persiste la ghettizzazione, autonoma o figlia dell’abitudine, del “perché è sempre (?) stato così”, e pur essendo una fonte di contrasto sociale che spesso sfocia in atti vandalici fino a veri e propri atti criminali, non è mai stato preso un provvedimento efficace per migliorare la coesistenza tra i popoli; probabilmente la frattura generatasi in un periodo remoto della storia americana, risulta ad oggi apparentemente insanabile.

Negli Stati Uniti sono presenti scienziati che hanno portato l’Uomo sulla Luna, e persone che sparano agli uragani convinte di poterli fermare; presidenti riconosciuti dai più come figure di riferimento, e altri presidenti che consigliano di combattere le malattie grazie all’iniezione di disinfettante; altri presidenti premiati con il Nobel per la Pace e altri ancora che sganciano l’atomica e parenti dell’atomica sulle popolazioni inermi.
Persone che protestano per l’ennesimo omicidio insensato e altre che “per protesta” assaltano negozi, abbattono statue di Cristoforo Colombo, inseguono un politicamente corretto che ne distorce ridicolmente i presupposti quando si mette sotto accusa un film di fine anni ’30 considerato improvvisamente razzista. Manca bel un rogo di libri alla Savonarola all’appello ma attendiamo fiduciosi.
Quello americano è un fallimento bello e buono, che si ripercuote nelle società volutamente subalterne con l’emulazione degli atti sopra elencati. Ciclicamente avviene una sorta di caccia alle streghe, al razzista, al sessista, al maschilista, al misogino, all’abortista, al divorzista, all’ultra-cattolico ecc. senza tuttavia provare a risolvere il problema a monte, cambiando cioè mentalità, è da essa infatti che derivano le azioni.

Una delle prime fondamentali azioni che noi, appartenenti alla società europea, potremmo fare è proprio quella di dire addio alla società americana che, all’alba del secondo ventennio del XXI secolo e alla luce delle evidenti contraddizioni inspiegabilmente irrisolte, non ha più ragione di presentarsi come modello da perseguire.
Prendere atto del crollo del mito americano significherebbe voltare coraggiosamente pagina.

 

Alessandro Basso

 

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Il virus dell’abitudine. Lettera a mia figlia

Impara a disabituarti.
Oggi compi diciott’anni e il solo consiglio che mi viene in mente di darti è questo, di perdere l’abitudine. Disabituati, a stare bene, ad avere la macchina, ad un tetto sulla testa, ad un letto dove dormire, a mangiare tutti i giorni, ad avere un amico, ad avere una famiglia, ad essere sempre in compagnia di qualcuno. Disabituati all’amore, alla felicità, alla speranza. Abbraccia il disinganno, fidati – questo sì – del prossimo e il prossimo si fiderà di te, ma il più delle volte, le decisioni più importanti della tua vita dovrai prenderle da sola, nel segreto di una stanza, nel buio più profondo di una giornata senza sole.
Leggendo queste parole penserai che tuo padre è un pessimista più che cosmico, galattico, uno che Leopardi è un rudimentale copiatore. Diciott’anni, tu pensi a organizzare la festa mentre io ti faccio la paternale! Quasi mi sembra di sentirti mentre discutiamo lanciandoci frasi fatte, scritte in un copione senza tempo letto e riletto da generazioni di padri e figli. Tu che sbuffi, che sbatti la porta a una conversazione che non avrà mai un inizio o una fine.

Ma questa non è una paternale, un giudizio alla tua età e alla tua voglia di sbagliare. Ti ho incoraggiato a camminare, ad andare in bicicletta, ad allacciarti le scarpe, a leggere l’ora, a scrivere bene il tuo nome, a disegnare, già mi chiedi di portarti in giro a guidare… ma per quanto il mio ruolo lo richieda non posso insegnarti a vivere.
Vivere è una cosa strettamente personale, intima. Chiunque dica il contrario è solo un pallone gonfiato, incapace di vivere egli stesso e per dare un senso ai suoi fallimenti pensa di poter gestire quelli degli altri. Posso solo darti consigli, ma il libero arbitrio è soltanto tuo, così come la coscienza, la responsabilità, la capacità di scegliere cosa è giusto e cosa invece è sbagliato.
Il mio consiglio spassionato è questo dunque, disabituati.

Quando l’ho imparato? Nel ‘20, quando eravamo tutti chiusi in casa, prigionieri di un virus venuto da lontano. Ti ho già parlato dell’autoisolamento, della quarantena, delle strade deserte e di quelli che cantavano alla finestra, quando eri piccola te ne ho parlato sottoforma di favola, poi sottoforma di ricordo; ora ti parlo di cosa c’era dietro quelle finestre, nelle case, nella mente della gente.

La maggior parte delle persone era abituata a tutto, alla routine insomma, quella a cui sei abituata anche tu; l’abitudine era un punto fermo. Già due giorni dopo l’inizio di tutto, le prime striscianti lamentele si sono insinuate nell’umore generale, poi sono seguiti gli sfoghi e l’esasperante ricerca di una possibile verità tenuta nascosta da qualcuno o da qualcosa. Sono arrivati i complottisti, i tragici, i melodrammatici, gli apocalittici. Ogni volta la colpa era di qualcuno, di uno stile di vita, oppure c’era lo zampino del divino punitore, della natura vendicativa.
L’insofferenza – sorriderai – della gente si manifestava negli appelli a rimanere a casa, nelle delazioni di improvvisati detective dei poveri, pronti a fotografare il trasgressore uscito a gettare l’immondizia. L’egoismo poi, quello di chi comprava lievito in quantità atomica “perché non si sa mai…”, che poi forse avrebbe congelato e poi sicuramente buttato pur di lasciare ad altri il pane azzimo della sconfitta.

La paura del prossimo nata dall’abitudine di essere individuali in una società fin troppo egocentrica.
Non ascoltare quelli che te la raccontano come una guerra. Sì, è stata dura, sì, ci sono state molte vittime, e c’era la paura di ammalarsi. Già, ma vedi, quella c’era anche prima, la paura di ammalarsi intendo, così come la paura di restare soli, la paura degli altri, la paura dei diversi, la paura di non riuscire a vivere una vita perfetta, di non avere più alcuna soddisfazione, la paura di perdere qualcuno e di dirgli addio.
Volevamo vivere fino a 120 anni per paura di non avere il tempo di fare tutto, volevamo trattenere il mondo perché così eravamo abituati ad agire.

Tu non lo fare, non dare mai nulla per scontato, non lasciare che l’ovvio si faccia largo nelle tue giornate, lascia andare qualche tua abitudine. Sorridi alla sorpresa, all’imprevisto, non cadere di proposito ma quando cadrai – perché cadrai – rialzati, arrabbiati se vuoi, ma poi ritrova il sereno dentro di te e armati di tanta, tanta pazienza.

Un bacio,
papà

 

Alessandro Basso

 

[Immagine presa da Pixabay]

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