Sesso fantasmagorico. Kafka nell’era digitale

L’app Satisfyer e i sex toys compatibili permettono di connettersi tramite smartphone e procurarsi orgasmi reali a distanza, usando l’interfaccia del sistema per inventare frequenze di vibrazioni personali e creare un archivio di opzioni sempre a disposizione, da eventualmente condividere con altri utenti, che possono fare altrettanto. Ne vien fuori una sorta di libreria digitale di frequenze orgasmiche pubbliche: niente male!

Starò mica proponendoti l’ennesimo web-content sponsorizzato? Ti rassicuro: nient’affatto. Piuttosto, Satisfyer rappresenta l’emblema di uno tra i tanti «scollamenti» dovuti alle tecnologie digitali1: lo scollamento tra presenza e localizzazione, tra esserci ed essere in un luogo fisico. Dalla pandemia, è diventata condizione quotidiana: possiamo essere insieme, cioè essere connessi e interagire, senza trovarci nello stesso posto – basta una rete sufficientemente affidabile. Chiedere a qualcuno con cui stiamo parlando faccia a faccia di indicarci la sua posizione è ormai un gesto normale come tanti altri: un tempo, sarebbe stato segno di dissociazione mentale.

Nel caso di Satisfyer, questa condizione si traduce nella possibilità di procurarci piacere fisico in tempo reale senza contatto e compresenza – almeno secondo i canoni pre-digitali, appunto: tu sei, perché no, in treno e io a una conferenza. Per molti, ci scommetto, questo è più un male che un bene: segnerebbe la fine del Vero Sesso™️ o qualcosa del genere, trasformato sempre più in un’attività virtuale alienante e finta, che produce un pallido simulacro dell’orgasmo reale. Su queste basi, Satisfyer può persino diventare l’icona dell’immersione radicale nella vita schermica, che ci sta talmente rimbambendo da farci perdere ogni contatto con la realtà del “mondo là fuori”, quello in carne e ossa – in senso mai così letterale come in questa circostanza. Sarebbe la fine dell’umanità.

Eppure, c’era chi preconizzava lo stesso drammatico esito con le care vecchie lettere d’amore dei nonni, che oggi suscitano spesso la nostalgia per i bei rapporti genuini dei tempi andati – dimenticando peraltro come esse fossero anche sconce, rappresentando quasi rudimentali beta version di Satisfyer!

A temere il peggio era per esempio nientemeno che Kafka2. In una corrispondenza intrattenuta con la traduttrice Milena Jesenska-Polak, per cui aveva perso la testa, lo scrittore ceco arrivò a lamentare che le lettere sono disumanizzanti: siamo agli inizi della primavera del 1922, stagione in cui – si sa – gli amori sbocciano come i fiori, e Kafka si fa prendere la mano (non per modo di dire), confessando all’amata che «tutta l’infelicità della mia vita deriva dalla possibilità di scrivere lettere». Il problema sarebbe questo: le lettere non solo pretendono invano di sostituirsi alla comunicazione e interazione faccia a faccia (nonché corpo a corpo, cosa qui decisamente rilevante), ma generano addirittura una fastidiosa sensazione di auto-dissociazione tra il sé scrivente e il sé scritto, con il secondo che viene trasmesso e messo in circolazione sganciandosi dal primo e cominciando a vivere di vita propria, come un avatar incontrollato. Insomma, Kafka si lamenta che le lettere trasformano i rapporti d’amore tra persone vere in «contatti tra fantasmi», innescando nientemeno che «un terribile logoramento delle anime»: i baci tra amanti reali diventano baci tra spettri virtuali.

C’è però una soluzione, prosegue Kafka, che evidentemente non ha mai dovuto fronteggiare le spedizioni-lotteria di Poste Italiane: invenzioni come treno, automobile e aeroplano permettono agli amanti di raggiungersi fisicamente prima che riescano a farlo le loro lettere, rendendole di fatto inutili. Lieto fine in vista? Rivincita del «contatto naturale» e «pace delle anime» riconquistata? Per nulla, perché poi a far riprecipitare tutto ci penserebbero telegrafo, telefono e radiotelegrafia, ossia le telecomunicazioni, che rendono le trasmissioni di informazioni nuovamente più rapide degli spostamenti fisici, consentendo così agli spettri di prendere il sopravvento finale: «gli spiriti non moriranno di fame, noi periremo». Una tragedia in piena regola.

Su queste basi, oggi Kafka facilmente sentenzierebbe che i teleorgasmi via smartphone testimoniano il definitivo trionfo degli spiriti, che si impadroniscono direttamente dei corpi e li rendono digital-zombie. Eppure, per esempio grazie alle telefonate – nonché prima ancora alle lettere, come mostra lo stesso caso di Kafka – abbiamo imparato ad amare persino in maniera arricchita, aumentata: “mi ami, ma quanto mi ami?”.
Sicuri, dunque, che l’umanità stavolta davvero stia perdendo la propria vera essenza e correndo verso la fine? E se invece il sesso spettrale si rivelasse fantasmagorico? C’è solo un modo per scoprirlo: provarlo!

 

Giacomo Pezzano
NOTE
1. Vedi sinteticamente L. Floridi, Digital’s Cleaving Power and Its Consequences, in “Philosophy & Technology”, n. 30, 2017, pp. 123-129.

2. Citazioni provenienti da F. Kafka, Lettere a Milena, Giuntina, Firenze 2019, pp. 266-267.

 

[Photo credit Vinicius “amnx” Amano via Unsplash]

 

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La violenza sulle donne è una violazione

La storia non è fatta solo di date da tenere a mente senza che se ne ricordi il motivo, per questo il 25 novembre ha un valore emblematico. Il 25 novembre del 1960 in Repubblica Domenicana le tre sorelle Mirabal (Patria, Minerva e Maria Teresa) vennero uccise per aver combattuto il regime autoritario di Rafael Trujillo. Furono assassinate da sicari che fermarono la loro automobile, le uccisero e gettarono il veicolo con all’interno i corpi in un dirupo per dissimulare un incidente.

Nel 1993 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con risoluzione n. 48/104, adotta la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne riconoscendo il bisogno di una applicazione universale dei diritti e dei principi di uguaglianza, sicurezza, libertà, integrità e dignità. Sei anni dopo, nel 1999, con la risoluzione n. 54/1341, istituisce la Giornata internazionale per l’eliminazione dalla violenza contro le donne che ricorre ogni 25 novembre. La violenza sulle donne diventa formalmente una violazione dei diritti umani solo nella “Convention on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence”, nota come Convenzione di Istanbul, promossa nel 2011 dal Consiglio d’Europa. Ma quanta violenza subiscono le donne nel mondo? Secondo ActionAid si stima che in tutto il mondo il 35% delle donne abbia subito violenza almeno una volta nella vita e nel 38% dei casi a uccidere una donna è stato il partner. In Italia, nel 2022, il 91% di omicidi femminili sono stati commessi da familiari o da ex partner2 e nel 2020, in periodo di piena pandemia da Covid-19, le chiamate al numero antiviolenza e stalking 1522 sono aumentate del 79,5% rispetto al 20193. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia a causa della “risposta inefficace” alle denunce di violenza.

Nel mondo la violenza ha tante facce: pensiamo alle mutilazioni genitali femminili, ai matrimoni precoci e combinati (ad esempio il caso di Saman Abbas), alla violenza psicologica ed economica che una donna su tre subisce, alle denunce di stalking che nell’84% dei casi non portano a una denuncia formale alle Autorità e al 26% degli italiani che individua nell’abbigliamento una provocazione sessuale. Secondo l’Istat4, le donne non denunciano perché hanno imparato a gestire la situazione da sole (39,6% per le violenze da partner e 39,5% da non partner) o perché il fatto veniva descritto come non grave (rispettivamente 31,6% e 42,4%), ma anche per paura (10,1% e 5,0%), per il timore di non essere credute, per la vergogna e l’imbarazzo (7,1% e 7,0%), per sfiducia nelle forze dell’ordine (5,9 e 8,0%) e, nel caso della violenza nella coppia, perché amavano il partner e non volevano che venisse arrestato (13,8%).

La violenza sulle donne è figlia di una cultura patriarcale (basti pensare al delitto d’onore che è stato abolito in Italia soltanto nel 1981, che svalutava la posizione della donna come individuo sociale togliendole opportunità e diritti che restavano esclusivi dell’uomo). Ma perché la violenza sulle donne si manifesta con tanta brutalità? In Amori molesti (Laterza, 2019) Silvia Bonino descrive come la violenza sessuale e affettiva sia un fattore primitivo-evolutivo, che nei maschi si connetterebbe alla sopraffazione e alla dominanza, tipica del mondo animale, e nelle femmine alla paura e alla sottomissione. Ma l’evoluzione dell’essere umano è anche culturale e per questo abbiamo sviluppato anche la capacità di favorire relazioni sociali positive. Per cambiare il modo di pensare e di agire degli uomini occorre lavorare socialmente all’indebolimento del pensiero dominante maschile, rompere la logica di servilismo, prepotenza, supremazia e di sudditanza, perché questa è una questione di diritti.

La morte violenta di ogni donna rappresenta una sconfitta per l’umanità come testimoniano, ad esempio, quella di Armita Geravand, morta a 16 anni dopo 28 giorni di coma a causa di violenze della polizia di Teheran per non aver indossato il velo, e quella di Giulia Cecchettin, la 105esima donna uccisa in Italia dall’inizio dell’anno. Questo può ancora essere il destino di una donna che rifiuta la dipendenza, in nome della libertà. Ogni violenza commessa sulle donne deve chiamare in appello la nostra morale. Ogni vittima deve diventare forza per costruire un coraggio sociale di cambiamento. È urgente che diventiamo la voce di tutte: se non ora, quando?5.

«Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto». Discorso sulle donne di Natalia Ginzburg pubblicato nella rivista “Mercurio” nel 1948.

Marica Notte
NOTE
1. 54/134. International Day for the Elimination of Violence against Women: https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N00/271/21/PDF/N0027121.pdf?OpenElement: “qualsiasi atto di violenza di genere che si traduca o possa provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia che avvengano nella vita pubblica che in quella privata” .

2. Dati disponibili su Openpolis: https://www.openpolis.it/resta-alto-il-numero-di-femminicidi-in-italia-e-in-europa/ .
3. Le richieste di aiuto durante la pandemia: https://www.istat.it/it/archivio/257704 .
4. Violenza di genere al tempo del covid-19. Le chiamate al numero di pubblica utilità 1522: https://www.istat.it/it/archivio/242841 .
5. “Se non ora quando”: movimento di femministe italiane nato nel 2009.

[Photo credit Mika Baumeister via Unsplash]

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Roald Dahl: Willy Wonka e la fabbrica del revisionismo

<p>Una pila dei libri di Roald Dahl</p>

La fabbrica di cioccolato, Il GGG, Gli Sporcelli, Le streghe, Matilde, James e la pesca gigante: sono solo alcune delle storie che hanno accompagnato da ottant’anni a questa parte la crescita di milioni di bambini in tutto il mondo. L’autore è uno, Roald Dahl, scrittore indubbiamente eccentrico, dalla fantasia esuberante quanto la sua personalità.

La Roald Dahl Story Company, detentrice dei diritti dei romanzi, delle raccolte di racconti e di poesie e in generale di tutto il materiale mai prodotto da Dahl, è stata recentemente venduta dagli eredi dello scrittore a Netflix, il colosso delle piattaforme streaming on-demand in vena di espansione trans-mediale, e i risultati non hanno tardato a farsi notare. Non è di molto tempo fa la notizia che le prossime ristampe dei classici di Dahl saranno modificati da Puffin Books “per venire incontro alla sensibilità delle nuove generazioni”, con interventi mirati su termini considerati oggi esclusivi, offensivi, politicamente scorretti, che vanno dalla rimozione di aggettivi come “ciccione” e di sostantivi come “padre” e “madre” (sostituiti dal più neutro “genitori”) alla riscrittura di interi passaggi e all’aggiunta di nuovo materiale che addomestichi commenti troppo salaci o descrizioni irrispettose.

La questione non è certo trascurabile, e per più motivi: si pone intanto uno scomodissimo precedente nell’intervento sul lavoro di un autore scomparso, che non può certo dire la sua e che tra l’altro, a detta dell’amica e collaboratrice Amelia Foster, “avrebbe trovato ripugnante tutto ciò che oggi è politicamente corretto”. Secondo le leggi vigenti sul diritto d’autore, poi, l’opera di un autore è considerata un’estensione della sua persona, e la sua integrità va (teoricamente) tutelata come tale.

L’episodio tocca il cuore della cosiddetta cancel culture e ne evidenzia i suoi aspetti più problematici. Per quanto brutale, l’intervento è ben difeso da chi approva il modificare libri, ma anche film e testi musicali, per adattarli a un più avanzato e raffinato (?) senso morale, limando gli spigoli degli anni di origine, aprendo all’inclusività parole e concetti all’epoca non sufficientemente “evoluti”.

Opporsi a un’operazione di questo tipo, però, non è necessariamente un’istanza da conservatorismo fine a se stesso, casomai il contrario: saper riconoscere il bello nel diverso, il valore in ciò che ci è lontano per epoca, per geografia o per sensibilità, è la base di qualsiasi dialogo interculturale e di qualsiasi coabitazione “inclusiva” e “rispettosa”. Ci emozioniamo ancora con i versi dell’Iliade, anche se non viviamo più in una società guerriera come quella che ha ispirato i valori cardine dell’opera. Ci appassioniamo ai romanzi di Jane Austen, anche se le regole sociali sono fortunatamente cambiate. Possiamo immergerci nella lettura di Moby Dick anche se gli inserti “scientifici” sono al più risibili con le conoscenze di oggi, e seguiamo le avventure di Robinson Crusoe nonostante il notevole retrogusto colonialista.

C’è un episodio esemplificativo nel Mahabharata, testo sacro induista, che vede l’eroe Arjuna da solo nella foresta. A un tratto gli appare il mostro Navagunjara, una chimera composta da parti di animali diversi: spaventato, Arjuna solleva l’arco per colpirlo, ma nota poi che, tra le varie parti che lo compongono, Navagunjara ha una mano umana. Basta questo dettaglio per creare un ponte tra i due, terreno comune su cui ritrovarsi: l’eroe non uccide il mostro, che si rivela come una manifestazione di Vishnu, che lo stava mettendo alla prova.

L’incapacità di vedere il valore nell’altro-da-sé, di apprezzare il bello anche in sensibilità che ci sono distanti, di trovare un punto di incontro al di là di ciò che distingue, è un preoccupante segno dei tempi, segno del trionfo del narcisismo delle piccole differenze che frammentano la società in tanti microcosmi non comunicanti (con l’intento dichiarato, invece, di fare spazio a tutti). Cancellare il passato – o, peggio ancora, riscriverlo per far finta che la propria “illuminata sensibilità” sia sempre esistita – non è solo un’idea stupida e arrogante, è anche e soprattutto un colpo di mano totalitario e miope che impoverisce l’esperienza umana, che da sempre si arricchisce con il confronto e la compenetrazione delle differenze.

Di questo passo, si finisce solo con l’annientare quella stessa diversità che su carta si vorrebbe difendere.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Nick Sewing’s via Unsplash]

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Salvare il pianeta scrivendo storie migliori

Troppo spesso il tema cambiamento climatico è abbandonato agli scienziati, che ci dicono cosa sta succedendo, a che velocità e con quali probabili (catastrofici) risultati futuri. Manca ancora un solido coro di voci che racconti tutto questo in modo diverso, un modo che possa far breccia nella mente e nello spirito delle persone. Come scrisse Magnason ne Il tempo e l’acqua (Iperborea 2019) riportando un dialogo con uno scienziato di nome Lucht, «pubblichiamo grafici ed esiti di simulazioni computerizzate che parlano la lingua delle nostre discipline: la gente li guarda, annuisce e forse in un certo senso li assimila, ma non li capisce nel vero senso della parola […] La gente i numeri non li capisce, ma le storie sì. Tu che sai raccontare storie, devi raccontare questa»1.

Dello stesso avviso sembra essere la scrittrice americana Rebecca Solnit, che in un recente discorso all’università di Princeton e poi riportato sul “Guardian” propone una prospettiva nuova: «dobbiamo trovare storie di un futuro vivibile, storie di forza popolare, storie che motivino le persone a fare quel che serve per creare il mondo di cui abbiamo bisogno»2. L’idea è che di storie ce ne siano parecchie ma che non vengano raccontate, o almeno non con la frequenza e l’intensità di cui avremmo bisogno. La rivoluzione energetica è in crescita, il quadro generale dal lato scientifico-tecnologico (per esempio legato alle rinnovabili) è «incoraggiante e persino sorprendente» in termini di fattibilità, produzione e costo, eppure «le persone trovano fin troppo credibili le narrazioni deprimenti, che siano fondate su fatti o no», rischiando così di giungere alla profezia (catastrofica) che si autoavvera. Nel 2022 infatti “Nature” ha condotto un sondaggio dal quale emerge che la maggior parte degli statunitensi crede che solo una stretta parte di cittadini (37-43%) sia favorevole all’azione contro la crisi climatica, mentre in realtà lo è una sezione ben più ampia di popolazione (66-80%).

Questo avviene anche perché ci manca l’immaginazione. Anche se si tratta di un processo lungo, lento e faticoso, «è conquistando l’immaginazione popolare che si cambiano le regole del gioco e i suoi esiti possibili». Non siamo capaci di immaginare delle soluzioni diverse rispetto al modo in cui viviamo adesso, non siamo in grado di dipingerci un finale che non sia catastrofico – grazie anche allo zampino della cultura di massa, dal cinema alla narrativa – e quindi non ci aspettiamo altro che l’estinzione. Paradossalmente, invece, come sottolinea bene Solnit, può venirci incontro proprio la storia. La storia ci insegna quali enormi cambiamenti abbiamo fatto anche soltanto negli ultimi decenni: in termini di stile di vita ma anche di diritti civili, e anche in termini ecologici. L’autrice per esempio ricorda che fino agli anni Sessanta la produzione energetica del Regno Unito si basava quasi esclusivamente sul carbone, mentre ad oggi ne ottiene più della metà da fonti a bassa emissione di CO2.

Dobbiamo anche rivedere la storia della responsabilità individuale. Un tema stupendo che dovremmo comunque rispolverare, magari leggendo Il principio responsabilità di Hans Jonas del 1979. Però va presa con opportuni distinguo. Per esempio, diversificando la responsabilità individuale di un italiano (o di un americano) rispetto a un bengalese. Ma anche ricordando che come individui non siamo solo consumatori – quindi non basta cambiare alimentazione, lasciare a casa la macchina e abbassare di un grado il riscaldamento – ma siamo anche molto di più: cittadini, ovvero esseri che si aggregano e che insieme possono fare anche di più. L’impronta individuale è un’ansia ecologica che per convenienza hanno creato le grandi aziende, per esempio nel settore dei combustibili fossili, i maestri assoluti di greenwashing. «I soccorritori di cui abbiamo bisogno agiscono soprattutto in modo collettivo: movimenti, alleanze, campagne, società civile […] Ci mancano storie in cui sono le azioni collettive o la paziente determinazione degli attivisti a cambiare il mondo».

Un coro è più facile da sentire di una singola voce e può produrre un’eco importante. Il tema climatico viene raccontato per grandi eventi e non per piccoli passi, eppure iniziative di singole città, piccoli stati, singole aziende, nuovi cantieri, progettazioni su scale interregionali possono segnare un precedente e spingere all’emulazione a cascata. Esempi significativi e storie di speranza che meritano di essere raccontate a gran voce. Storie che non nascondono l’imbiancamento dei coralli, lo scioglimento dei ghiacciai, la perdita di biodiversità, l’estinzione di sempre più animali e così via, però ci contestualizzano all’interno di una battaglia che – se siamo disposti a combattere con rinnovata energia – forse possiamo ancora vincere.

 

Giorgia Favero

 

NOTE:
1-A. S. Magnason, Il tempo e l’acqua, Iperborea, Milano 2019, pp. 69-70.
2-R. Solnit, If you win the popular imagination, you change the game: why we need new stories on climate, in “The Guardian”, https://www.theguardian.com/news/2023/jan/12/rebecca-solnit-climate-crisis-popular-imagination-why-we-need-new-stories. Il testo è stato riportato su “Internazionale”, n. 1500, 17-23 febbraio 2023, pp. 88-94.

[Photo credit unsplash.com]

L’impossibile scelta tra pace e giustizia

Non è mai stato facile essere pacifisti, né è mai stato immediato capire cosa fosse giusto fare, dire, pensare nel momento in cui grandi avvenimenti storici arrivano a sconvolgere una quotidianità che tenta ingenuamente di considerare la propria relativa tranquillità come eterna.

Lo sapeva bene Lev Tolstoj, che fu addirittura scomunicato dalla Chiesa russa ortodossa in merito alle sue posizioni fieramente pacifiste. Non solo nei suoi romanzi, ma anche e soprattutto in altri scritti meno conosciuti, in Contro la guerra russo-giapponese, nella lettera allo zar del 1881 e in quelle al filosofo Hugo Engelhardt (1882-1883), nei saggi della maturità La mia fede e Il regno di Dio è in voi, Tolstoj insiste fermamente sulla necessità di non agire mai attraverso la violenza, attraverso le armi, attraverso la forza, fosse anche per difendersi. Il mondo nuovo, dice, potrà nascere solo da un rifiuto radicale di ogni forma di conflitto, che avrà modo di “contagiare” l’umanità come fosse un’epidemia.

Di idee radicalmente opposte era il filosofo, contemporaneo e compatriota eppure estremamente distante, Ivan Il’in. Monarchico e hegeliano, Il’in fu un fervente sostenitore dello zar, e fu costretto alla fuga quando Lenin e l’Armata Rossa presero il potere durante la Rivoluzione di Ottobre. In numerosi articoli e interventi – e soprattutto in una delle sue opere più famose, Resistenza al male con la forza (1952)  Il’in deride i fiacchi e inconcludenti appelli per la democrazia del mondo europeo verso l’Unione Sovietica e insiste che, al momento in cui il male si presenta, è dovere morale reagire a esso con la forza, col conflitto armato, con la violenza. Cercare la pace, in questo caso, sarebbe un atto di complicità col male che andrebbe invece sradicato.

Non è un caso che i due autori presi in causa siano entrambi russi. Impossibile non tentare in qualche modo di riportarne le riflessioni a un’attualità che, ormai da più di un anno, bussa prepotentemente alle nostre porte, condizionando la nostra (ora lo sappiamo) fragile quotidianità di lavoro, famiglia, svago, in modi che non avremmo ritenuto possibili fino a poco fa.

Ma chi ha ragione? Tolstoj o Il’in? Cosa fare, dire o pensare per ritenersi “dalla parte giusta”? In un dibattito pubblico che si arrocca sempre più e sempre peggio in tifoserie da stadio, in cui ogni barlume di pensiero critico e sistema complesso è scartato come inutile sovrappiù, dove schierarsi per essere a posto con la propria coscienza? Questa guerra nel cuore dell’Europa somiglia da vicino ai test che gli studenti universitari discutono nelle ore di Filosofia Morale. Il più famoso è senza dubbio il “dilemma del carro ferroviario” di Philippa Ruth Foot, che invita l’ascoltatore a scegliere se lasciare che un treno lanciato a tutta velocità travolga cinque persone sui binari, o deviarne la corsa scegliendo di ucciderne una sul binario a fianco. Non agire e lasciare che cinque persone muoiano, o intervenire attivamente ed essere responsabili materiali e morali della morte di un innocente?

La questione è la stessa in politica estera, lo stesso aut aut che lascia poche alternative. O continuiamo a inviare armamenti sempre più sofisticati, contribuendo attivamente al prolungamento di una guerra che sta mietendo migliaia di vittime, o ci facciamo da parte, rifiutandoci di intervenire in nome della pace, lasciando così che la fiera popolazione ucraina sia travolta e fagocitata dal regime russo.
Non c’è un’alternativa che sia eticamente soddisfacente, non c’è una ricetta o una “mossa” che garantisca la propria appartenenza alle schiere dei giusti in contrapposizione a una massa di “cattivi” da poter additare a cuor leggero sui social. C’è il destino di due paesi in gioco, dell’intero pianeta se l’escalation continua, milioni e milioni di vite uniche e non rimpiazzabili sulle quali non è possibile fare secondi tentativi.

In una simile situazione, è la coscienza di ognuno che decide quale sia il “bene superiore” da perseguire, che sia il pacifismo di Tolstoj o l’interventismo di Il’in. Basta ricordarsi che il Bene, quello vero, è già da un pezzo fuori dalla rosa di scelta.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Christian Wiediger via Unsplash]

 

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La forza gentile delle donne

Quel giorno, erano le 11.30, stavo tornando a casa in macchina. Ascoltavo un po’ di musica alla radio, quando la vettura che mi precedeva si ferma di colpo. Mi accorgo di movimenti concitati nell’abitacolo. Fermo anch’io la mia corsa. Affianco l’auto. Vedo l’uomo sferrare un pugno alla donna che sedeva dietro, accanto a suo figlio. Un’altra auto sopraggiunge. Faccio segno all’uomo di fermarsi subito. Mi manda a quel paese. Scendo dalla macchina e gli vado contro. La donna, che era alla guida di quell’altra auto, mi affianca. Esce un tesserino dalla tasca. Lui cambia espressione. La donna chiede alla signora cosa stesse accadendo. Abbiamo visto tutto, la possiamo aiutare. Lei – ricordo ancora quello sguardo – mette la mano sulla spalla dell’uomo. “Nulla. Non sta accadendo nulla. È mio marito. Andiamo a casa”. L’uomo si allontana, impaurito (gigante di argilla). La donna ci ringrazia: “Grazie, ma ora andate via”.

 

Mi ricordo ancora il silenzioso urlo di dolore di quella donna, soffocato nella vergogna. La dignità offesa. E poi il figlioletto, terrorizzato, muto testimone di tutto.

La violenza di genere è un fenomeno noto in ogni tempo. Antigone e Ipazia ci hanno raccontato le loro storie. Ma negli anni, purtroppo, poco è cambiato. Non sono mancate, certo, le motivazioni morali contro la violenza e in particolare contro la violenza su donne e bambini. Sono mancati invece quei meccanismi, quelle leve giuste per attivare nuovi processi culturali, istituzionali, politici, legislativi. Ha ragione Luisa Muraro quando, provocatoriamente, scrive: «la storia ha voltato pagina? Bene, noi le volteremo le spalle» (L. Muraro, Dio è violent, 2012).

Quella tanto cara ragione moderna, dell’uomo adulto, universale ed emancipata, si è rivelata una gabbia di ferro, funzionale al controllo generalizzato. Quel pensiero non ha solo voltato le spalle alle donne, ha aggiornato i modelli di subordinazione, di sottomissione. Una razionalità tanto lontana dal privilegiare l’intersoggettività, il rapporto con l’altro, la concretezza, l’attenzione al tempo presente, il pensiero circolare. Non ne faccio una questione ideologica o di appartenenza. È un fenomeno diffuso in tutte le società del mondo.

Alcuni anni fa, l’Orchestraccia rivisitò Lella (di Edoardo De Angelis), un classico della tradizione musicale romanesca, nella quale viene raccontata la storia di un femminicidio. Nel video dell’Orchestraccia, però, la storia cambia. Ci sono donne ferite, che portano i segni delle offese, ma che si rialzano e che cancellano da sole le tracce delle percosse, i lividi e le cicatrici. Quelle che vengono rappresentate sono donne che non cedono e non hanno paura di uomini violenti. Donne forti, ma di una forza differente; non quella, per intenderci, alla quale prelude la cosiddetta “legge del più forte” ma una forza immortale, vigente, effettiva e gentile, tutta rivolta alla pace, direbbe Maria Zambrano. Questa forza cambia la storia strappando quel “velo di Maya” che nasconde la realtà delle cose, con lo stesso coraggio e la stessa determinazione delle donne iraniane che si tagliano i capelli e si tolgono il velo. Sono gesti che allargano lo spettro semantico e simbolico di tutto quello che ci circonda.

La violenza non è solo quella del sangue e del corpo. È violenza anche la sottrazione di beni, materiali e non. C’è la violenza psicologica e dei sentimenti. L’ingiustizia, l’emarginazione, l’isolamento, il pregiudizio: sono espressioni di una violenza nelle relazioni sociali, spesso accompagnata da una violenza nell’interazione comunicativa. Nessuno può dirsi estraneo, cognitivamente, a tutto ciò. Allo stesso tempo mi chiedo quanto sia motivata la nostra volontà e il nostro desiderio di uscire da questi cortocircuiti del pensare.
Me lo chiedo perché non si può cambiare la società con la violenza, anche se in fondo è quello che abbiamo sempre fatto o tentato di fare. L’azione violenta è la distruzione di ogni possibilità; è pura disperazione. Così come la legge del più forte è la negazione di ogni giustizia, di ogni bene. Io penso, invece, ad un’azione differente. Un agire non femminista, ma femminile, che liberi le donne dalla sofferenza di relazioni malate.

Una rivoluzione che è un “agire creativo”, ispirata al bene e alla giustizia, orientata da un pensiero dell’alterità e della differenza che, in una nuova alleanza donna-uomo, affermi ogni giusta pretesa e abbassi l’arroganza dei potenti, preluda a forme migliori dello stare insieme e dia parole nuove per nuovi pensieri. Mi riferisco a un’azione “disobbediente”, non alle leggi, ma al pensiero conformista della maggioranza e all’indifferenza, e che aiuti tutti ad essere persone migliori.

 

Massimo Cappellano

 

[Photo credit Katherine Hanlon via Unsplash]

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In lapsus veritas

La scuola freudiana, e la psicanalisi in generale, con i lapsus va a nozze. Un bambino che chiama la maestra “Mamma”, suscitando le risate dei ben poco compassionevoli compagni di classe, tradisce un’identificazione delle due figure femminili autorevoli della sua vita. Un uomo che sbaglia il nome della compagna con quello di un’amica o di una ex avrà modo, se sopravvive all’errore, di pensare a quali siano effettivamente i suoi sentimenti nei confronti della seconda. Il lapsus linguae, in sintesi, sarebbe un barlume di schiettezza e verità sfuggito al controllo rigoroso del Super-Io, un errore che tradisce il vero pensiero, sentimento, umore di chi parla, rivelandolo contro quanto imposto dalle norme sociali, dalla buona educazione o, come nel caso del nome della ex, dalla pura e semplice autoconservazione.

Andrebbe quindi dato il giusto peso anche a lapsus più illustri, come quello dell’ex Presidente USA George W. Bush che, in occasione di una conferenza stampa dello scorso 18 maggio, si è lasciato sfuggire una gaffe non da poco. Parlando del conflitto in corso in Ucraina, Bush ha rimarcato con convinzione: «Condanneremo sempre e senza mezzi termini la brutale e totalmente ingiustificata invasione dell’Iraq!» – momento di imbarazzato silenzio degli astanti, attimo di realizzazione, correzione – «Volevo dire, dell’Ucraina».

«Scusatemi, ho 75 anni», si è giustificato l’ex Presidente, ma Freud e i suoi allievi non si berrebbero una simile giustificazione. A distanza di vent’anni dal conflitto che ha definitivamente destabilizzato buona parte dell’area mediorientale, con il pretesto delle armi di distruzione di massa nascoste dal dittatore Saddam Hussein definitivamente rivelato come una spudorata menzogna, con tutti i documenti desecretati durante lo scandalo WikiLeaks, i parallelismi tra l’invasione dell’Iraq da parte degli USA e quella dell’Ucraina da parte della Russia sono lampanti, e il subconscio di Bush dev’esserci arrivato prima del suo Ego cosciente.

In entrambi i casi, assistiamo alla soverchiante prepotenza di un super-stato troppo forte per poter essere fermato, che si beffa perciò del diritto internazionale, che accampa scuse insostenibili alla prova dei fatti per la propria condotta, che schiaccia beatamente sotto i cingoli dei propri tank civili non combattenti in nome di sicurezza, giustizia, democrazia. In entrambi i casi, i movimenti pacifisti sono stati messi a tacere, l’opinione pubblica è stata ignorata, gli interessi nazionali sono diventati l’unica norma da seguire in spregio a qualsiasi mediazione, le responsabilità delle conseguenze dell’attacco neanche troppo velatamente scansate.

Un lapsus del genere non dovrebbe essere ignorato, anche perché rivela qualcosa che buona parte del resto del mondo già sa da tempo. Non è un caso che siano pochissimi gli stati che hanno accettato di imporre sanzioni alla Russia, con un grandissimo numero di rifiuti soprattutto tra i paesi del cosiddetto terzo mondo. Prima ancora che motivazioni ideologiche, quel che spinge i neutrali o addirittura i filorussi a rifiutare il supporto all’Ucraina è l’ipocrisia delle potenze occidentali, che adoprano due pesi e due misure per giudicare condotte assolutamente analoghe a seconda di chi le fa proprie, che divinizzano democrazia e volontà popolare solo quando non sono i loro interessi ad essere in ballo, che ignorano il diritto internazionale ogni qualvolta si prospettano profitti, salvo poi ribadire di appartenere al “blocco delle regole” se a fare lo stesso sono paesi al di fuori della propria cerchia ristretta.

Chi ci rimette, in questo gioco di verità taciute e rivelate, è al solito la vittima designata, il cui fato interessa poco agli attaccanti quanto ai difensori. La popolazione ucraina soffre e muore sotto le bombe, i civili vengono violentati, torturati e uccisi, i campi devastati, le città distrutte, le strade minate. Il supporto manca (anche) perché buona parte del mondo si è stancata dei soprusi, dei giochini neocoloniali e delle imposizioni di USA ed Europa. Si è stancata di un’ipocrisia che ha vissuto sulla propria pelle e che è chiara da anni. Da ben prima che a George W. Bush “scivolasse la lingua”.

 

Giacomo Mininni

[Photo credit Levi Meir Clancy via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Per una prospettiva politica di emancipazione

Nel libro Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea di Alessandra Pescarolo vi è una frase che ha attirato la mia attenzione per settimane. La riporto per intero: «Non c’è, dunque, niente di automatico nello sviluppo dell’autonomia economica delle donne, che dipende dall’incrocio fra le trasformazioni del contesto e la capacità di mobilitazione soggettiva e politica delle attrici e degli attori storici»1.

Leggendola e rileggendola il mio pensiero non era soltanto rivolto alla questione attualissima della disoccupazione, sia essa femminile, giovanile, ecc., ma più in generale alla sua perdurante persistenza. Non riuscivo infatti a smettere di riflettere sull’immagine dell’ incrocio indicata da Pescarolo come elemento figurale determinante dell’emancipazione economica. Il motivo della mia insistenza era dovuto dalla seguente riflessione deduttiva: se accetto il disegno concettuale dell’incrocio sono costretta ad ammettere un insidioso limite insito nella protesta sociale e nella proposta politica. Questa figura implica infatti che le due determinanti variabili storiche, rispettivamente le trasformazioni del contesto e la capacità di mobilitazione, siano concepite come condizioni necessarie all’emancipazione ma non di per sé sufficienti se non nell’indefinita contingenza di una loro presenza congiunta e/o congiunturale. Pertanto qualsiasi forma di mobilitazione, senza l’opportuno cambiamento del contesto, è destinata all’inconcludenza a meno che non si riesca a prospettare e a definire un nostro ruolo attivo proprio nelle trasformazioni del contesto.

Per questo penso alla possibilità di definire una prospettiva politica di emancipazione capace di incrementare i nostri punti di presa direzionali sulle dinamiche del nostro cambiamento storico. A tal fine sarà innanzitutto necessario attribuire un senso nuovo alla distinzione che solitamente operiamo tra spazio pubblico e spazio privato. Tale distinzione non intenderà demarcare l’impermeabilità o l’invalicabilità dei rispettivi confini ma evidenziare i due termini di una relazione fondamentale.

La qualità di vita di ogni singola dimensione privata dipende infatti dalla profondità della nostra discussione pubblica. Questo perché il nostro bene comune più che essere una meta ideale da raggiungere è un magma sotterraneo da far emergere. Il bene è comune non nel senso di un minimo comune denominatore, una sorta di uguale resto fortuito e successivo alla soddisfazione dei nostri singoli interessi privati, ma è comune nel senso che ci accomuna, che ci lega l’uno all’altro in una griglia relazionale da identificare. Perciò partecipare alla politica non significa scegliere da che parte stare, non significa limitarsi a una opzione di voto ma vuol dire interagire a monte nella definizione delle questioni politiche, vuol dire indagare per poter collaborare.

Ecco che allora la nostra emancipazione non potrà prescindere dal progetto intellettuale di un approfondimento individuale e interpersonale. Tale progetto non potrà che essere:
eccezionale perché spesso è proprio il nostro stile di vita a censurare il tempo della ricerca e della riflessione, che è invece essenziale per poter disinnescare preventivamente «l’uso supremo e più insidioso del potere [che] è quello di far sì che le persone non abbiano rimostranze, plasmando le loro percezioni, preferenze e cognizioni»2.
trasversale alle nostre occupazioni quotidiane e professionali perché in politica l’uguaglianza non si riferisce all’identità di uno status economico-sociale ma alla conquista di una assertività capace di astrarre dal proprio ruolo non per accantonarlo ma per ricomprenderlo alla luce di un contesto storico e contingente più ampio.
volto a migliorarsi e a migliorare perché la ragione senza desiderio di armonia dimentica la sua intrinseca contraddizione. La ragione infatti non può evidenziare senza nel contempo oscurare, argomentare senza tralasciare, trascurare o addirittura fuorviare.

Per di più, se davvero la società è «un insieme di individui i cui interessi economici e sociali sono inevitabilmente in conflitto o in concorrenza»3 sarà importante che ciascuno di noi scelga di assolvere il compito paradossale di affidarsi con diffidenza alla razionalità. Senza riflessione il lume della ragione si affievolisce, si spegne. Senza sensibilità del bene proprio quel lume ci abbaglia, ci acceca poiché impedisce di vedere e di mostrare alla ragione ciò che le manca. E la strada della nostra emancipazione sta proprio lì, nel mezzo, tra l’inconsapevolezza e la rivendicazione, tra la sottomissione e la prevaricazione, tra il disinteresse e la compiutezza non porosa del sapere.

L’emancipazione è il buon uso della ragione. Riconoscerne l’eccellenza perennemente in difetto è la vera chiave per diventare, ovunque, l’uno il collaboratore dell’altro.

 

Anna Castagna

 

NOTE:
1. A. Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Viella 2019, p. 28
2. Citazione riportata in Anne Stevens, Donne, potere, politica, Il Mulino 2009, pp. 35-36 di S. Lukes, Il potere. Una visione radicale, Milano, Vita e Pensiero, 2007
3. A. Stevens, op. cit., p. 104

[Photo credit pixabay]

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La cancel culture: nuova frontiera della damnatio memoriae?

Georg W.F. Hegel sosteneva che ogni momento della storia fosse necessario e ragionevole, ma alla luce dei recenti avvenimenti causati dall’invasione dell’Ucraina del 24 Febbraio 2022 da parte della Russia, tale concetto sembra venir meno sempre più, portando con sé episodi di ostracismo, spesso e volentieri ingiustificato, nei confronti della cultura russa, che investono anche personaggi morti e sepolti che nulla c’entrano con tali fatti.
Si pensi in prima battuta al caso del ciclo di quattro lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij che si sarebbe dovuto svolgere presso l’Università Bicocca di Milano, ma che quest’ultima ha preferito rimandare al fine di evitare ogni forma di polemica in un momento di forte tensione, ripensandoci poi in un secondo momento, dopo essersi resa conto dell’assurdità di tale censura: può davvero essere così lesivo tenere un corso su un colosso della letteratura russa morto nel 1881? È questo il modo di palesare la nostra solidarietà al popolo ucraino?

La domanda che dobbiamo porci è se sia realmente efficace combattere un’ideologia non condivisa con la cancellazione della cultura o della storiaStoricamente, specie nell’antica Roma, era già presente un sistema molto simile a quello che oggi definiremmo cancel culture: ovviamente tutti ricorderanno nei libri di storia il concetto di damnatio memoriae, ossia la pena consistente nella cancellazione di ogni traccia riguardante un determinato personaggio come se egli non fosse mai esistito, che si applicava attraverso l’abbattimento di statue equestri e monumenti inerenti ai cosiddetti hostes (nemici del Senato romano) e ai traditori dello stato.

Ma la damnatio memoriae, a differenza della moderna cancel culture, derivava dall’imposizione di poteri pubblici dotati di coercizione e veniva applicata, ragionevolmente, al fine di abbattere le tracce storiche di sistemi ai quali non si sentiva più di appartenere. Sappiamo bene, infatti, che tale punizione non venne applicata solo nella Roma antica, ma anche a personaggi e regimi politici di epoca moderna: subirono infatti una damnatio memoriae il fascismo in Italia, il nazismo in Germania, il franchismo in Spagna, così come furono rimosse le statue di di Saddam Hussein in Iraq e di Gheddafi in Libia, lo stesso avvenne in Unione Sovietica che, dopo la morte di Stalin, subì un processo di destalinizzazione atto alla cancellazione di ogni monumento che esaltava il culto del dittatore. La cancel culture, invece, nonostante le affinità che la avvicinano al concetto di damnatio memoriae, si delinea come moderna forma di ostracismo nella quale qualcuno o qualcosa diviene oggetto di proteste in nome della cultura del politically correct, facendo sì che tale personaggio o ideologia venga rimossa sia dal mondo reale, che da quello digitale e social.

La cancel culture può considerarsi dunque la nuova frontiera della damnatio memoriae? Per rispondere a questa domanda è necessario sottolineare la differenza tra storia e memoria: abbattere una statua o cancellare un’effige, non elimina certamente ciò che è stato, lascia quindi immutata la storia, ciò che viene cancellata è solo la memoria di un determinato personaggio o di un’ideologia; inoltre la damnatio veniva applicata per eliminare dalle città simboli che non appartenevano più alla cultura di un determinato popolo e nei quali non si rispecchiavano più, sarebbe piuttosto assurdo immaginare Berlino ancora piena di svastiche o una Roma colma di appariscenti simboli legati al fascismo. Diverso è però applicare una censura nei confronti di elementi storico-culturali appartenenti ad epoche passate, solo perché affini ad ideologie attuali che oggi non condividiamo: il caso preso da esempio all’inizio, delle lezioni su Dostoevskij è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero portare; per citarne un altro potremmo ricordare la sospensione da parte della HBO dello streaming sulle piattaforme digitali del famosissimo film del 1939 Via col vento, in seguito agli episodi razziali che portarono alla morte di George Floyd in America il 25 maggio 2020 e le conseguenti polemiche che hanno condotto a episodi iconoclasti volti alla rimozione di statue e monumenti di un passato razzista e schiavista nei confronti degli uomini di colore.

Per quanto assolutamente comprensibile possa essere l’indignazione di fronte all’episodio della morte di Floyd, non si può dire lo stesso della cancellazione di un film del 1939, girato in un’epoca differente impossibilmente sensibile alle tematiche che attualmente riusciamo a comprendere. Lo stesso si può dire della questione Dostoevskij: che la guerra attuata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina vada condannata è indubbio, ma perché cancellare corsi su un pilastro della letteratura, solo perché russo? Non è censurando un corso universitario, un vecchio film dalle piattaforme digitali o celandosi in maniera ipocrita dietro terminologie politicamente corrette che si combatte un’ideologia attuale alla quale non ci sentiamo di appartenere, specie se ciò che si vuole andare a cancellare è ormai assolutamente decontestualizzato dal mondo attuale, sarebbe quindi il caso di essere più “comprensivi” nei confronti di personaggi, libri, film e così via, facenti parte di un passato, che per quanto spesso sia stato oscuro, non è possibile cancellare.

 

Federica Parisi

 

[Photo credit Pixabay]

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Due docce fredde: le Environmental Humanities sulla propria pelle

Il vapore mi avvolge, l’acqua scroscia e scivola calda sulle spalle, portandosi via le tensioni e lo stress. Finalmente, un momento solo mio, penso, chiudendo le porte a vetri e assaporando la ritrovata intimità col mio corpo. So già in cosa mi imbatterò, una volta uscita dalla scatola magica: la consueta nebbia che ha riempito tutta la stanza, appannando perfino lo specchio. Più che un bagno di casa sembrerà una sauna. Ma il bollente piacere di questi venti minuti non me lo può togliere nessuno.

Curiosità sull’H20
L’impronta idrica è la misura della quantità di acqua consumata per produrre ciascuno dei beni che utilizziamo e ciascuno dei servizi di cui fruiamo. Può essere calcolata per un individuo, un processo o un prodotto, ma anche per un’intera nazione. Solo il 2,5% dell’acqua esistente sul pianeta è acqua dolce. Di questa, circa il 70% è racchiusa nei ghiacciai. Per ogni minuto di doccia si utilizzano circa 15 litri d’acqua. In cinque minuti di doccia si consumano circa 0.2 mc di gas metano, uno tra i più potenti gas a effetto serra.

Il profumo dello shampoo fra i capelli, il bagnoschiuma sulla pelle che porta via ogni impurità. Assieme allo sporco se ne vanno anche i pensieri: la mente smette di lavorare e i ragionamenti evaporano. Di tanto in tanto tornano a sprazzi, ma sono concatenazioni illogiche più che vere e proprie riflessioni. Massaggiando per bene il cuoio capelluto: Lucia ha un taglio davvero stupendo, dovrò domandarle da che parrucchiera va. Capelli – compagna di corso – università. Perché non mi hanno ancora caricato il voto di Anthropogenic impacts on the environment? Aspetto ancora qualche giorno e poi scrivo al prof. Università – corso di studi in Environmental Humanities – responsabilità ecologica. Chiudo l’acqua: per il tempo in cui applico il balsamo ce la posso fare a resistere.

Breve storia del lavarsi
Il diario medico di Luigi XIV fornisce un’interessante informazione: il Re Sole si fece un unico bagno nei propri sessantaquattro anni di vita. Per secoli infatti in Occidente ci si è affidati alla “pulizia secca”, ovvero all’attività di pulirsi senza acqua, nonché di spulciarsi e farsi spulciare. Le cose cambiano nell’Ottocento: nelle abitazioni borghesi inizia a comparire la sala da bagno, che muta radicalmente non solo il rapporto con il corpo ma anche quello con l’acqua. Sempre di più s’impone l’imperativo della pulizia personale, tanto che oggi la mania dell’igiene gode del più ampio plauso sociale, e un italiano arriva a consumare in media circa 200 litri di acqua al giorno, uno dei record peggiori d’Europa.

Dopo due minuti ho già freddo. Riapro subito l’acqua. Mi scaldo solo un attimo, poi la richiudo. Ho sempre considerato la mia abitudine di fare la doccia esageratamente calda come un guilty pleasure (piacere colpevole) da compensare con altri comportamenti sostenibili. Starò più attenta con la plastica, ma non potete togliermi anche questo. E infatti l’acqua non la richiudo: è davvero una tortura passare da questo bel calduccio rassicurante alla pelle d’oca.

Consumo d’acqua a Lingshui
Tra Settembre 2007 a Febbraio 2008 Andrea Enrico Pia ha svolto una ricerca etnografica a Lingshui, un villaggio situato nell’area rurale di Pechino. La Cina possiede un grave problema di siccità: quando Pia è arrivato a Lingshui, non pioveva da più di due anni. La comunità, composta da circa 500 individui, ha dovuto trovare il modo di adattarsi. L’antropologo ha indagato la percezione di questo cambiamento attraverso il metodo etnografico, intervistando gli abitanti del luogo. Da questa analisi, rispetto all’igiene personale sono emersi i seguenti dati: “In inverno è esclusa la possibilità di un lavaggio completo del corpo. In estate una pompa permette di lavarsi completamente.” La frequenza del lavaggio invece è: “Ogni mattina, viso e mani. I capelli vengono lavati ogni dieci giorni.” Quantità: “Per mani, viso e capelli un solo catino di acqua calda”.

Terrore. Perché l’acqua diventa tiepida? Sposto la manopola ancora più a sinistra: sicuramente in giro per casa sarà stato aperto un altro rubinetto. Invece no: l’acqua diventa sempre più fredda, facendomi irrigidire e iniziare a tremare. Ho ancora il balsamo fra i capelli. Come diavolo faccio se si è bloccata la caldaia? Dal Paradiso all’Inferno. Ma l’Inferno almeno era caldo.

Resilienza
Nell’Enciclopedia Treccani, il termine resilienza è definito in ecologia come “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato”. Vi è un significato anche psicologico: “la capacità di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità”.

Mentre scappo dalla doccia, immergendomi nel vapore fuoriuscito dal box quando l’acqua era ancora bollente, un pensiero mi immobilizza: e se in futuro dovessi fare la doccia fredda sempre? Questa consapevolezza mi si rovescia addosso come il peggior catino di acqua gelida. Da parecchio tempo ormai sono conscia della gravità della crisi ecologica e della possibilità, non più tanto remota, che la società per come la conosciamo oggi possa collassare da un giorno all’altro. Nonostante ciò, e nonostante da due anni io sia iscritta a una Laurea magistrale in cui si trattano nel dettaglio proprio questi argomenti, ho continuato imperterrita con il mio capriccio della doccia bollente. Potrei cominciare ad abituarmi pian piano all’acqua sempre più tiepida, in modo da essere preparata quando arriverà il momento. Ma ne ho davvero il coraggio?
Due docce fredde in uno stesso giorno serviranno pure a qualcosa…

 

Petra Codato

 

NOTE:
A. E. Pia, Dieci anni, nove siccità. La costruzione sociale del rischio in un villaggio rurale cinese in Percezioni di rischio, a cura di Gianluca Ligi, CLEUP sc, Padova, 2017.
Sul consumo di acqua: https://www.focus.it/ambiente/ecologia/22032010-1549-222-sai-quanta-acqua-consumi; https://www.statista.com/chart/19591/average-consumption-of-tap-water-per-person-in-the-eu/

Sulla storia del lavarsi: https://www.repubblica.it/salute/2018/05/16/news/che_bella_la_scoperta_dell_acqua_calda-266678902/
Sulla resilienza: https://www.treccani.it/enciclopedia/resilienza 

[Photo credit Pixabay]

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