Per una prospettiva politica di emancipazione

Nel libro Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea di Alessandra Pescarolo vi è una frase che ha attirato la mia attenzione per settimane. La riporto per intero: «Non c’è, dunque, niente di automatico nello sviluppo dell’autonomia economica delle donne, che dipende dall’incrocio fra le trasformazioni del contesto e la capacità di mobilitazione soggettiva e politica delle attrici e degli attori storici»1.

Leggendola e rileggendola il mio pensiero non era soltanto rivolto alla questione attualissima della disoccupazione, sia essa femminile, giovanile, ecc., ma più in generale alla sua perdurante persistenza. Non riuscivo infatti a smettere di riflettere sull’immagine dell’ incrocio indicata da Pescarolo come elemento figurale determinante dell’emancipazione economica. Il motivo della mia insistenza era dovuto dalla seguente riflessione deduttiva: se accetto il disegno concettuale dell’incrocio sono costretta ad ammettere un insidioso limite insito nella protesta sociale e nella proposta politica. Questa figura implica infatti che le due determinanti variabili storiche, rispettivamente le trasformazioni del contesto e la capacità di mobilitazione, siano concepite come condizioni necessarie all’emancipazione ma non di per sé sufficienti se non nell’indefinita contingenza di una loro presenza congiunta e/o congiunturale. Pertanto qualsiasi forma di mobilitazione, senza l’opportuno cambiamento del contesto, è destinata all’inconcludenza a meno che non si riesca a prospettare e a definire un nostro ruolo attivo proprio nelle trasformazioni del contesto.

Per questo penso alla possibilità di definire una prospettiva politica di emancipazione capace di incrementare i nostri punti di presa direzionali sulle dinamiche del nostro cambiamento storico. A tal fine sarà innanzitutto necessario attribuire un senso nuovo alla distinzione che solitamente operiamo tra spazio pubblico e spazio privato. Tale distinzione non intenderà demarcare l’impermeabilità o l’invalicabilità dei rispettivi confini ma evidenziare i due termini di una relazione fondamentale.

La qualità di vita di ogni singola dimensione privata dipende infatti dalla profondità della nostra discussione pubblica. Questo perché il nostro bene comune più che essere una meta ideale da raggiungere è un magma sotterraneo da far emergere. Il bene è comune non nel senso di un minimo comune denominatore, una sorta di uguale resto fortuito e successivo alla soddisfazione dei nostri singoli interessi privati, ma è comune nel senso che ci accomuna, che ci lega l’uno all’altro in una griglia relazionale da identificare. Perciò partecipare alla politica non significa scegliere da che parte stare, non significa limitarsi a una opzione di voto ma vuol dire interagire a monte nella definizione delle questioni politiche, vuol dire indagare per poter collaborare.

Ecco che allora la nostra emancipazione non potrà prescindere dal progetto intellettuale di un approfondimento individuale e interpersonale. Tale progetto non potrà che essere:
eccezionale perché spesso è proprio il nostro stile di vita a censurare il tempo della ricerca e della riflessione, che è invece essenziale per poter disinnescare preventivamente «l’uso supremo e più insidioso del potere [che] è quello di far sì che le persone non abbiano rimostranze, plasmando le loro percezioni, preferenze e cognizioni»2.
trasversale alle nostre occupazioni quotidiane e professionali perché in politica l’uguaglianza non si riferisce all’identità di uno status economico-sociale ma alla conquista di una assertività capace di astrarre dal proprio ruolo non per accantonarlo ma per ricomprenderlo alla luce di un contesto storico e contingente più ampio.
volto a migliorarsi e a migliorare perché la ragione senza desiderio di armonia dimentica la sua intrinseca contraddizione. La ragione infatti non può evidenziare senza nel contempo oscurare, argomentare senza tralasciare, trascurare o addirittura fuorviare.

Per di più, se davvero la società è «un insieme di individui i cui interessi economici e sociali sono inevitabilmente in conflitto o in concorrenza»3 sarà importante che ciascuno di noi scelga di assolvere il compito paradossale di affidarsi con diffidenza alla razionalità. Senza riflessione il lume della ragione si affievolisce, si spegne. Senza sensibilità del bene proprio quel lume ci abbaglia, ci acceca poiché impedisce di vedere e di mostrare alla ragione ciò che le manca. E la strada della nostra emancipazione sta proprio lì, nel mezzo, tra l’inconsapevolezza e la rivendicazione, tra la sottomissione e la prevaricazione, tra il disinteresse e la compiutezza non porosa del sapere.

L’emancipazione è il buon uso della ragione. Riconoscerne l’eccellenza perennemente in difetto è la vera chiave per diventare, ovunque, l’uno il collaboratore dell’altro.

 

Anna Castagna

 

NOTE:
1. A. Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Viella 2019, p. 28
2. Citazione riportata in Anne Stevens, Donne, potere, politica, Il Mulino 2009, pp. 35-36 di S. Lukes, Il potere. Una visione radicale, Milano, Vita e Pensiero, 2007
3. A. Stevens, op. cit., p. 104

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La cancel culture: nuova frontiera della damnatio memoriae?

Georg W.F. Hegel sosteneva che ogni momento della storia fosse necessario e ragionevole, ma alla luce dei recenti avvenimenti causati dall’invasione dell’Ucraina del 24 Febbraio 2022 da parte della Russia, tale concetto sembra venir meno sempre più, portando con sé episodi di ostracismo, spesso e volentieri ingiustificato, nei confronti della cultura russa, che investono anche personaggi morti e sepolti che nulla c’entrano con tali fatti.
Si pensi in prima battuta al caso del ciclo di quattro lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij che si sarebbe dovuto svolgere presso l’Università Bicocca di Milano, ma che quest’ultima ha preferito rimandare al fine di evitare ogni forma di polemica in un momento di forte tensione, ripensandoci poi in un secondo momento, dopo essersi resa conto dell’assurdità di tale censura: può davvero essere così lesivo tenere un corso su un colosso della letteratura russa morto nel 1881? È questo il modo di palesare la nostra solidarietà al popolo ucraino?

La domanda che dobbiamo porci è se sia realmente efficace combattere un’ideologia non condivisa con la cancellazione della cultura o della storiaStoricamente, specie nell’antica Roma, era già presente un sistema molto simile a quello che oggi definiremmo cancel culture: ovviamente tutti ricorderanno nei libri di storia il concetto di damnatio memoriae, ossia la pena consistente nella cancellazione di ogni traccia riguardante un determinato personaggio come se egli non fosse mai esistito, che si applicava attraverso l’abbattimento di statue equestri e monumenti inerenti ai cosiddetti hostes (nemici del Senato romano) e ai traditori dello stato.

Ma la damnatio memoriae, a differenza della moderna cancel culture, derivava dall’imposizione di poteri pubblici dotati di coercizione e veniva applicata, ragionevolmente, al fine di abbattere le tracce storiche di sistemi ai quali non si sentiva più di appartenere. Sappiamo bene, infatti, che tale punizione non venne applicata solo nella Roma antica, ma anche a personaggi e regimi politici di epoca moderna: subirono infatti una damnatio memoriae il fascismo in Italia, il nazismo in Germania, il franchismo in Spagna, così come furono rimosse le statue di di Saddam Hussein in Iraq e di Gheddafi in Libia, lo stesso avvenne in Unione Sovietica che, dopo la morte di Stalin, subì un processo di destalinizzazione atto alla cancellazione di ogni monumento che esaltava il culto del dittatore. La cancel culture, invece, nonostante le affinità che la avvicinano al concetto di damnatio memoriae, si delinea come moderna forma di ostracismo nella quale qualcuno o qualcosa diviene oggetto di proteste in nome della cultura del politically correct, facendo sì che tale personaggio o ideologia venga rimossa sia dal mondo reale, che da quello digitale e social.

La cancel culture può considerarsi dunque la nuova frontiera della damnatio memoriae? Per rispondere a questa domanda è necessario sottolineare la differenza tra storia e memoria: abbattere una statua o cancellare un’effige, non elimina certamente ciò che è stato, lascia quindi immutata la storia, ciò che viene cancellata è solo la memoria di un determinato personaggio o di un’ideologia; inoltre la damnatio veniva applicata per eliminare dalle città simboli che non appartenevano più alla cultura di un determinato popolo e nei quali non si rispecchiavano più, sarebbe piuttosto assurdo immaginare Berlino ancora piena di svastiche o una Roma colma di appariscenti simboli legati al fascismo. Diverso è però applicare una censura nei confronti di elementi storico-culturali appartenenti ad epoche passate, solo perché affini ad ideologie attuali che oggi non condividiamo: il caso preso da esempio all’inizio, delle lezioni su Dostoevskij è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero portare; per citarne un altro potremmo ricordare la sospensione da parte della HBO dello streaming sulle piattaforme digitali del famosissimo film del 1939 Via col vento, in seguito agli episodi razziali che portarono alla morte di George Floyd in America il 25 maggio 2020 e le conseguenti polemiche che hanno condotto a episodi iconoclasti volti alla rimozione di statue e monumenti di un passato razzista e schiavista nei confronti degli uomini di colore.

Per quanto assolutamente comprensibile possa essere l’indignazione di fronte all’episodio della morte di Floyd, non si può dire lo stesso della cancellazione di un film del 1939, girato in un’epoca differente impossibilmente sensibile alle tematiche che attualmente riusciamo a comprendere. Lo stesso si può dire della questione Dostoevskij: che la guerra attuata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina vada condannata è indubbio, ma perché cancellare corsi su un pilastro della letteratura, solo perché russo? Non è censurando un corso universitario, un vecchio film dalle piattaforme digitali o celandosi in maniera ipocrita dietro terminologie politicamente corrette che si combatte un’ideologia attuale alla quale non ci sentiamo di appartenere, specie se ciò che si vuole andare a cancellare è ormai assolutamente decontestualizzato dal mondo attuale, sarebbe quindi il caso di essere più “comprensivi” nei confronti di personaggi, libri, film e così via, facenti parte di un passato, che per quanto spesso sia stato oscuro, non è possibile cancellare.

 

Federica Parisi

 

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Due docce fredde: le Environmental Humanities sulla propria pelle

Il vapore mi avvolge, l’acqua scroscia e scivola calda sulle spalle, portandosi via le tensioni e lo stress. Finalmente, un momento solo mio, penso, chiudendo le porte a vetri e assaporando la ritrovata intimità col mio corpo. So già in cosa mi imbatterò, una volta uscita dalla scatola magica: la consueta nebbia che ha riempito tutta la stanza, appannando perfino lo specchio. Più che un bagno di casa sembrerà una sauna. Ma il bollente piacere di questi venti minuti non me lo può togliere nessuno.

Curiosità sull’H20
L’impronta idrica è la misura della quantità di acqua consumata per produrre ciascuno dei beni che utilizziamo e ciascuno dei servizi di cui fruiamo. Può essere calcolata per un individuo, un processo o un prodotto, ma anche per un’intera nazione. Solo il 2,5% dell’acqua esistente sul pianeta è acqua dolce. Di questa, circa il 70% è racchiusa nei ghiacciai. Per ogni minuto di doccia si utilizzano circa 15 litri d’acqua. In cinque minuti di doccia si consumano circa 0.2 mc di gas metano, uno tra i più potenti gas a effetto serra.

Il profumo dello shampoo fra i capelli, il bagnoschiuma sulla pelle che porta via ogni impurità. Assieme allo sporco se ne vanno anche i pensieri: la mente smette di lavorare e i ragionamenti evaporano. Di tanto in tanto tornano a sprazzi, ma sono concatenazioni illogiche più che vere e proprie riflessioni. Massaggiando per bene il cuoio capelluto: Lucia ha un taglio davvero stupendo, dovrò domandarle da che parrucchiera va. Capelli – compagna di corso – università. Perché non mi hanno ancora caricato il voto di Anthropogenic impacts on the environment? Aspetto ancora qualche giorno e poi scrivo al prof. Università – corso di studi in Environmental Humanities – responsabilità ecologica. Chiudo l’acqua: per il tempo in cui applico il balsamo ce la posso fare a resistere.

Breve storia del lavarsi
Il diario medico di Luigi XIV fornisce un’interessante informazione: il Re Sole si fece un unico bagno nei propri sessantaquattro anni di vita. Per secoli infatti in Occidente ci si è affidati alla “pulizia secca”, ovvero all’attività di pulirsi senza acqua, nonché di spulciarsi e farsi spulciare. Le cose cambiano nell’Ottocento: nelle abitazioni borghesi inizia a comparire la sala da bagno, che muta radicalmente non solo il rapporto con il corpo ma anche quello con l’acqua. Sempre di più s’impone l’imperativo della pulizia personale, tanto che oggi la mania dell’igiene gode del più ampio plauso sociale, e un italiano arriva a consumare in media circa 200 litri di acqua al giorno, uno dei record peggiori d’Europa.

Dopo due minuti ho già freddo. Riapro subito l’acqua. Mi scaldo solo un attimo, poi la richiudo. Ho sempre considerato la mia abitudine di fare la doccia esageratamente calda come un guilty pleasure (piacere colpevole) da compensare con altri comportamenti sostenibili. Starò più attenta con la plastica, ma non potete togliermi anche questo. E infatti l’acqua non la richiudo: è davvero una tortura passare da questo bel calduccio rassicurante alla pelle d’oca.

Consumo d’acqua a Lingshui
Tra Settembre 2007 a Febbraio 2008 Andrea Enrico Pia ha svolto una ricerca etnografica a Lingshui, un villaggio situato nell’area rurale di Pechino. La Cina possiede un grave problema di siccità: quando Pia è arrivato a Lingshui, non pioveva da più di due anni. La comunità, composta da circa 500 individui, ha dovuto trovare il modo di adattarsi. L’antropologo ha indagato la percezione di questo cambiamento attraverso il metodo etnografico, intervistando gli abitanti del luogo. Da questa analisi, rispetto all’igiene personale sono emersi i seguenti dati: “In inverno è esclusa la possibilità di un lavaggio completo del corpo. In estate una pompa permette di lavarsi completamente.” La frequenza del lavaggio invece è: “Ogni mattina, viso e mani. I capelli vengono lavati ogni dieci giorni.” Quantità: “Per mani, viso e capelli un solo catino di acqua calda”.

Terrore. Perché l’acqua diventa tiepida? Sposto la manopola ancora più a sinistra: sicuramente in giro per casa sarà stato aperto un altro rubinetto. Invece no: l’acqua diventa sempre più fredda, facendomi irrigidire e iniziare a tremare. Ho ancora il balsamo fra i capelli. Come diavolo faccio se si è bloccata la caldaia? Dal Paradiso all’Inferno. Ma l’Inferno almeno era caldo.

Resilienza
Nell’Enciclopedia Treccani, il termine resilienza è definito in ecologia come “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato”. Vi è un significato anche psicologico: “la capacità di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità”.

Mentre scappo dalla doccia, immergendomi nel vapore fuoriuscito dal box quando l’acqua era ancora bollente, un pensiero mi immobilizza: e se in futuro dovessi fare la doccia fredda sempre? Questa consapevolezza mi si rovescia addosso come il peggior catino di acqua gelida. Da parecchio tempo ormai sono conscia della gravità della crisi ecologica e della possibilità, non più tanto remota, che la società per come la conosciamo oggi possa collassare da un giorno all’altro. Nonostante ciò, e nonostante da due anni io sia iscritta a una Laurea magistrale in cui si trattano nel dettaglio proprio questi argomenti, ho continuato imperterrita con il mio capriccio della doccia bollente. Potrei cominciare ad abituarmi pian piano all’acqua sempre più tiepida, in modo da essere preparata quando arriverà il momento. Ma ne ho davvero il coraggio?
Due docce fredde in uno stesso giorno serviranno pure a qualcosa…

 

Petra Codato

 

NOTE:
A. E. Pia, Dieci anni, nove siccità. La costruzione sociale del rischio in un villaggio rurale cinese in Percezioni di rischio, a cura di Gianluca Ligi, CLEUP sc, Padova, 2017.
Sul consumo di acqua: https://www.focus.it/ambiente/ecologia/22032010-1549-222-sai-quanta-acqua-consumi; https://www.statista.com/chart/19591/average-consumption-of-tap-water-per-person-in-the-eu/

Sulla storia del lavarsi: https://www.repubblica.it/salute/2018/05/16/news/che_bella_la_scoperta_dell_acqua_calda-266678902/
Sulla resilienza: https://www.treccani.it/enciclopedia/resilienza 

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Credenze che crollano: la guerra e i lussi che vogliamo permetterci

La guerra è uno shock perché dissolve ogni certezza: ci sbatte sul muso il fatto che la nostra quotidianità sta in piedi perché è sostenuta da una miriade di cose che diamo per scontate, come un prodotto in offerta speciale che riceve poche attenzioni, al punto da poter essere dato via con poco o nulla.

Abbiamo tantissime convinzioni prese per buone senza farci troppe domande. Alcune sono esplicite, avvertite: sappiamo di averle. Altre sono implicite, inavvertite: non sappiamo di averle. Eppure le abbiamo: se credi sotto al tuo letto non ci sia un mostro, credi anche che non ce ne siano due, tre, ecc. Oppure, tutti crediamo che almeno sette persone in Francia abbiano visto un albero almeno una volta e che più di nove abitanti di Roma abbiano notato il Colosseo, ma non ci abbiamo mai fatto caso sinora: lo davamo per scontato. I filosofi provano un gusto tutto particolare nell’aprire le nostre credenze mentali per vedere se e dove avevamo riposto qualche credenza implicita: è il loro settore professionale. Infatti, essi sono specialisti nel fare emergere non semplicemente il network dentro cui ci muoviamo, come i motivi per cui scegliamo di leggere libro-A piuttosto che libro-B, bensì il background a partire da cui ci muoviamo: il fatto che i libri presentino caratteri leggibili1.

Chi mai si soffermerebbe a notare qualcosa del genere?! Un filosofo, giustappunto. Ma gli antropologi insegnano: gli umani hanno bisogno di presupposti che sono tali, ovvero «funzionano come puntelli», solo se «sono resi impliciti, non consapevolizzati»2. Se tocca farci particolare attenzione, qualcosa non va. Non chiameresti un idraulico se le tubature funzionano, o – quantomeno – lo faresti per un controllo di manutenzione ordinaria, non per romperle e ricostruirle: costerebbe troppo. I filosofi si muovono invece come idraulici in un parco giochi fatto di tubature di cui vanno cercate senza sosta le crepe: divertente, almeno per alcuni, ma come lo è appunto un passatempo ludico, che richiede uno spaziotempo circoscritto, separato dal serio.

Al di fuori del gioco, infatti, è appunto con la guerra che tutto ciò che davamo per scontato smette di funzionare e diventa così percepibile. Essa toglie la terra da sotto i piedi, letteralmente: ponti collassati, strade distrutte, aeroporti bombardati, elettricità interrotta, … La guerra fa venire in superficie tutto ciò che fa parte della nostra infrastruttura, ossia l’insieme di cose che dobbiamo dare per ovvie per vivere, in senso tanto simbolico quanto materiale: lo scoppio di una guerra costringe a dare esplicita attenzione a quanto veniva sino a quel momento presupposto come orizzonte implicito della propria quotidianità – dai rapporti interpersonali alla mera nutrizione. Gli effetti sono devastanti: paranoia, angoscia, sfiducia, terrore. Vivere diventa impossibile. Immagina se ogni notte, durante il sonno, dovessi avere la costante certezza che il materasso su cui poggi non scompaia: la vigilanza ossessiva su tutto ciò che sei abituato a prendere per buono ha come risultato l’invivibilità. È ciò che con la guerra accade realmente. Non per gioco, non per immaginazione.

La guerra è dunque crudele anche perché porta dolorosamente in superficie la differenza che c’è tra il lusso intellettuale di esplicitare l’implicito, immaginando per esempio un esperimento mentale in cui un demone maligno digitale spegne nottetempo i cavi che alimentano il cervello nella vasca che in realtà sei, e la costrizione materiale di non poter essere nemmeno più sicuro di veder sorgere il sole l’indomani, perché un demone maligno umano ha ordinato un bombardamento a tappeto dell’edificio in cui ti proteggi. Questo deve allora portarci a provare una sorta di disprezzo per certi lussi, abbandonando ogni gioco per concentrarci sulle cose serie e gravose? Indubbiamente, ci sono frangenti in cui le necessità più basilari spazzano via o quasi ogni forma di “ricreazione”, al punto da farci percepire ogni di-vertimento, cioè ogni forma di deviazione dalla loro pressione e urgenza, come qualcosa di inappropriato e infantile, o addirittura cinico e insensibile.

Tuttavia, certi momenti rendono evidente anche che l’umanità è fatta pure di simili “lussi”: la guerra, costringendo a difendere la vita, rischia di assuefarci al fatto che sopravvivere è già quanto basta. Ma non è così: la vera vittoria sarà quando chi oggi è esposto ai colpi di artiglieria e missili che sgretolano certezze ed edifici potrà tornare a gustarsi il lusso di far vacillare ed eventualmente crollare credenze soltanto a parole.

 

Giacomo Pezzano

 

NOTE:
1. Cfr. J. R. Searle, Mente, linguaggio, società. La filosofia nel mondo reale (1998), Cortina, Milano 2000, pp. 114-115.
2. F. Remotti, Etnografia nande. II. Ecologia, cultura, simbolismo, Il Segnalibro, Torino 1994, p. 21.

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Fiat mundus, pereat iustitia: sulla NATO e sull’Ucraina

Davanti agli occhi sconcertati e scandalizzati dell’opinione pubblica, una grande nazione ne assale improvvisamente una più debole, piegandola con la pura potenza militare in una serie di scontri brutali e chirurgici. Le altre potenze, infiammate da giusto sdegno… restano a guardare, minacciando ritorsioni, ammonendo, colpendo a suon di sanzioni rese inefficaci in partenza da dissidi e disaccordi e dalla accorta preparazione dell’invasore.

L’invasione in questione era quella della Polonia da parte della Germania nazista, nel 1939, ma potrebbe benissimo essere una cronaca degli ultimi giorni. Senza voler equiparare Vladimir Putin a Adolf Hitler, o la Russia contemporanea al Terzo Reich, i paralleli emergono evidenti.
Al netto dei retroscena e delle dietrologie, senza voler indagare, in una fase evidentemente precoce, le responsabilità della NATO o della Federazione Russa, senza rivangare la lunga storia di conflitto etnico e culturale nelle regioni di Crimea e Dombass (Ucraina), merita forse, in questo momento, focalizzarsi sulla (non) reazione della comunità internazionale e dell’opinione pubblica, dei non direttamente coinvolti. Sulla nostra reazione.

Come nel ’39, le avvisaglie del conflitto ci sono state, confermate da più fonti, ignorate da più parti. Come nel ’39, nessuno ha creduto fino in fondo che il leader autoritario di turno muovesse effettivamente guerra: ieri perché un sanguinoso e devastante conflitto si era appena concluso, oggi perché uno scontro militare su territorio europeo è considerato praticamente impensabile da oltre settant’anni (con buona pace dei Balcani). Come nel ’39, infine, le reazioni tardano ad arrivare e sono quasi simboliche, più emblematiche prese di posizione che non effettive scelte di campo, una voce grossa a volte sincera, mai incisiva.
Su una cosa tutti gli intervenuti sono d’accordo: non ci sarà un singolo soldato inviato al fronte, l’opzione bellica è civilmente esclusa. Ma neppure ci saranno sanzioni realmente efficaci, e neppure ci sarà un massiccio intervento diplomatico. I tentativi erano validi “prima”: una volta cominciato, tanto vale che finisca al più presto, possibilmente motu proprio.

Immanuel Kant, in Per la pace perpetua, aveva fatto proprio il motto asburgico Fiat iustitia et pereat mundus, ovvero “Sia fatta giustizia, perisca pure il mondo”. Nel rigido sistema razionale kantiano, la frase latina era un invito ai governanti a seguire una inflessibile morale deontologica, per la quale i principi morali erano superiori a ogni cosa, perfino alla vita umana. Per quanto un simile adagio massimalista sia evidentemente estremista, sembra quasi che la (non) azione di questi giorni risponda a un principio opposto e ancora più esecrabile: Fiat mundus et pereat iustitia: “Sia (ri)fatto il mondo, muoia pure la giustizia”.
Si sbrighi Putin a deporre Zelens’kyj e a sistemare in Ucraina un governo fantoccio filorusso che blocchi l’avanzata della NATO; si sbrighi ad annettere quante più parti dell’Ucraina gli aggradano; si sbrighi a bombardare, schiacciare, demolire, distruggere, purché si possa tornare al più presto alla vita di prima, alla solita tranquillità, a preoccupazioni degne del terzo millennio invece che a quelle legate all’antiquata e anacronistica guerra. Poco importa che a questa fretta di concludere, a questo desiderio di farla finita il prima possibile, siano sacrificati migliaia di ucraini, privati della loro terra, della loro serenità, dei loro averi, della loro vita.

Nel ribaltamento crudele e beffardo del motto asburgico, purtroppo, pare ci si scordi sempre di una sua revisione più propriamente etica, che un altro grande della filosofia, Hegel, ne fece appositamente come risposta al sistema kantiano: Fiat iustitia ne pereat mundus, “Sia fatta giustizia affinché non perisca il mondo”. Ora come ora, sarebbe l’unica versione realmente necessaria, l’unica rispondente alle preghiere del cuore degli uomini piuttosto che agli interessi di piccole e grandi nazioni. L’unica ancora inesplorata in questa guerra in Ucraina.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine di copertina proveniente da Pixabay]

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Test rapido (filosofico): quattro pregiudizi sul merito

Meritocrazia: è tra le parole che oggi più polarizzano menti e cuori. Per alcuni, il termine è sinonimo di giustizia: il merito dà “a ciascuno il suo”, limitando i vantaggi ereditati alla nascita e offrendo l’opportunità di veder riconosciuto il proprio valore1. Per altri, il termine è sinonimo di tirannia: il merito dilania la società, contrapponendo i superbi vincenti ai rancorosi perdenti e generando nuovi privilegi2. Effettivamente, in una cultura sempre più votata al “controllare e valutare”, il tradizionale Giudizio Finale di Dio sembra quasi poca cosa rispetto alle continue valutazioni di umani e/o mercato e/o algoritmi. Eppure, rinunceresti all’idea che veder misurati i tuoi meriti è addirittura un tuo diritto fondamentale in quanto essere umano?

Secondo te, il merito è democratico o dittatoriale? La domanda è ostica, perché sul merito tutti nutriamo almeno un pregiudizio inconsapevole (un cosiddetto bias). I filosofi amano introdurre distinzioni “di ragione”, separando o “scollando” concetti che normalmente sono inavvertitamente sovrapposti – per poi magari “reincollarli” ad altri: questo lavoro analitico consente di smascherare un sacco di pregiudizi! Proviamo dunque a farlo anche con il merito: ti propongo un test rapido, per scoprire i tuoi bias sul merito. Ogni pregiudizio che scopri di avere vale 1 punto!

Bias n. 1 (1 punto). “Merito” non coincide con “merito morale”. Meritare non significa necessariamente essere nel giusto, essere giusti. La differenza è rilevante: il merito è valutabile, ancorché non per forza facilmente; ma esiste qualcuno che davvero può stabilire chi è virtuoso-DOC? Il merito consiste nell’essere buoni-a, ossia persone capaci, non nell’essere buoni-ebbasta, ossia persone giuste: meritare vuol dire che tra azioni e cosa, tra abilità della persona ed esigenze di un compito, c’è una qualche relazione di “appropriatezza”. Insomma: bisogna demoralizzare il merito.

Bias n. 2 (1 punto). “Merito” non coincide con “meriti”. Meritare si dice in molti modi: la nozione di merito è relativa e non assoluta. Ci sono tanti tipi di meriti quanti tipi di attività umane si possono immaginare – forse persino quante persone possono esistere. Non esiste “Il Merito”; esistono invece meriti settoriali, circoscritti e specifici, determinabili ogni volta sulla base di criteri diversi: diversamente, bisognerebbe concedere che – poniamo – una scienziata è più meritoria in termini assoluti di un facchino, o una camionista di un giardiniere, e così via. Sospetti che in realtà sia così? Prova ad assegnare alla scienziata i compiti della camionista – e viceversa.

Bias n. 3 (vale doppio!). “Merito” non coincide con “ricchezza”. In primo luogo (1 punto), meritare un premio non equivale a meritare soldi: desiderare che un merito venga riconosciuto e apprezzato non significa aspirare soltanto ad arricchirsi. Altrimenti, perché esisterebbero premi come onorificenze civili, medaglie al valore, lauree ad honorem, ecc? In secondo luogo (1 punto), soltanto se esistesse “Il Merito” sarebbe possibile commisurare tutti i vari meriti in un’unica grande competizione utilizzando il denaro come unico parametro generale: a quel punto, Il Vincitore sarebbe persino autorizzato a sentirsi non soltanto buono-a, e nemmeno soltanto il migliore in X, ma addirittura Il Migliore in tutto e per tutto. Magari questo articolo merita una lettura, ma non perciò richiede un pagamento (né lo merita, penso) o è la cosa migliore sulla faccia della Terra (dubito lo pensassi).

Bias n. 4 (1 punto). “Merito” non coincide con “competizione”. In una gara, la mia posizione è determinata dalla posizione degli altri concorrenti e viceversa: non si arriva primi se non c’è chi arriva secondo. Ma quella del merito non è una gara, o – al limite – è una corsa contro se stessi: è la cosa in questione che determina se merito o no, indipendentemente dalla presenza di altri che meriterebbero “più” o “meno”. Purtroppo potrebbe esserti capitato: sei l’unico candidato per un posto di lavoro, ma – bisogna essere onesti – comunque non meriti quell’impiego, perché non rispondi del tutto ai requisiti necessari. O, meno drammaticamente: una tua battuta può meritare una risata senza dover essere più o meno divertente della battuta di qualcun altro.

Il test rapido si ferma qui. Calcola ora i risultati in base al punteggio totale:
• 0: hai barato?!
• 1: conquisti il MeritPass!
• 2-3: tutto sommato, non hai demeritato!
• 4-5: il problema non sei tu: meriti una società migliore!

 

Giacomo Pezzano

 

NOTE:
1- È la tesi difesa da M. Santambrogio, Il complotto contro il merito, Laterza, Roma-Bari 2021, il mio riferimento principale nella formulazione dei quattro bias.
2- 
Il caso più noto è M. Sandel, La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Feltrinelli, Milano 2020.

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la chiave di sophia

Fenomenologia dei no vax

Suscita oggi molta preoccupazione il fenomeno dei no vax, ovvero coloro che per principio, per ideologia o per semplice timore rifiutano di vaccinarsi. In realtà sono sempre esistiti, ad esempio nella forma di decidere di non vaccinare i figli contro le malattie infantili. Se già questo in passato ha suscitato più di qualche preoccupazione, nel periodo storico che stiamo vivendo, caratterizzato in maniera così pesante dal Covid, il fenomeno è esploso in tutta la sua gravità, per cui può essere utile formulare un’ulteriore riflessione.

Innanzitutto, bisogna dire che i no vax sono una minoranza e una minoranza di loro potrebbe addirittura essere fatta rientrare nella categoria dei cosiddetti “analfabeti funzionali”, ovvero coloro che sanno leggere e scrivere ma non sono in grado di comprendere il senso generale e profondo di un testo di qualsivoglia natura (come un articolo di giornale) e di produrre analisi coerenti e articolate. Non è detto che sia necessariamente così, ma forse ciò può essere applicato al caso particolare del portuale di Trieste, che, dopo essere andato a manifestare, ha dichiarato di avere contratto il Covid poiché colpito dagli idranti.

In aggiunta a questo, è possibile individuare un tipo di no vax che non è affatto analfabeta funzionale, in quanto può avere una o più lauree e magari insegnare anche all’Università. Costoro in genere non sono contrari ai vaccini in senso stretto quanto piuttosto al Green Pass. Ebbene, tali soggetti difendono la loro posizione appellandosi al cosiddetto “pensiero critico”, ovvero l’atteggiamento esattamente opposto a quello dell’analfabeta funzionale, in quanto abilissimo nel produrre risultati analitici, sintetici e razionali in maniera assolutamente coerente. Forse però costoro dimenticano la prerogativa fondamentale del pensiero critico, cioè il principio di economia del rasoio di Occam, secondo il quale a parità di fattori occorre scegliere la spiegazione più semplice senza moltiplicare inutilmente il numero delle ipotesi. Mi pare dunque che la spiegazione scientifica e ufficiale del Covid, della sua prevenzione e della sua cura sia del tutto adeguata al principio del rasoio, in quanto fornisce una spiegazione articolata ma credibile del fenomeno e inoltre è supportata da dati e statistiche. Di fatto si violerebbe il principio di economia nell’andare in cerca di spiegazioni alternative, magari anche scientificamente dimostrate o dimostrabili, che però sono supportate solo da una stretta minoranza. In questo modo si moltiplica indebitamente il numero delle ipotesi e si crea soltanto confusione. Per usare un’analogia con l’astrofisica: è vero, esistono anche modelli cosmologici che escludono il Big Bang e sono matematicamente dimostrabili, ma tutte le evidenze disponibili suggeriscono che quella del Big Bang è la spiegazione più semplice, plausibile e probabile, quindi credibile.

Se le riflessioni sull’universo possono apparire astratte e oziose, di fatto quelle relative al Covid impattano profondamente sulla vita di tutti. Perciò nel momento in cui il diritto alla scelta individuale diventa limitante per la libertà collettiva e pericoloso per la salute di tutti il problema esplode in tutta la sua gravità. Si dice spesso che la ricerca del bene comune può annullare o limitare gli egoistici motivi individuali. Durante il lockdown, infatti, in nome della salute pubblica il singolo non poteva nemmeno uscire di casa per una passeggiata. Di conseguenza non si capisce perché oggi le scelte individuali dei no vax dovrebbero essere messe nella condizione di nuocere alle libertà della maggioranza, così faticosamente conquistate grazie alla campagna vaccinale.

 

Francesco Breda

 

[Photo credit Towfiqu barbhuiya via Unsplash]

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V per vampiro o V per virtuale?

Nella figura “classica” del vampiro, come è stata adattata da Bram Stoker per il suo Dracula dal folklore est-europeo, uno degli elementi che risulta più curioso è indubbiamente la “regola” secondo cui il non-morto può entrare in una casa solo dopo esservi stato invitato.
La metafora morale sul male, che mette radici solo quando gli si è volontariamente aperto le porte di mente e anima, è chiara, ma a un lettore smaliziato del ventunesimo secolo la cosa potrebbe comunque fare sorridere: perché dovremmo consapevolmente invitare in casa qualcuno col cipiglio diabolico di un Bela Lugosi o l’aria minacciosa di un Christopher Lee, o tantopiù un bambino cadaverico e svolazzante come quelli de Le notti di Salem di Stephen King, che pure recuperava gli elementi più classici del mito del vampiro?

Che si possa ritenere poco credibile una clausola di questo tipo, però, è quantomeno ironico, specie nell’era digitale e del virtuale. Un vampiro di oggi, con ogni probabilità, non busserebbe più a porte o finestre nel cuore della notte, ma si limiterebbe a lasciare sul monitor lunghissimi messaggi di informativa sulla privacy, che l’ignara (?) vittima farebbe scorrere fino all’ultima riga senza leggere una singola parola, solo per cliccare su “Accetta tutto” e proseguire in santa pace con la propria navigazione virtuale.

A ben pensarci, questo è esattamente quello che succede, quotidianamente, a ogni accesso su un sito internet, a ogni ricerca su Google, a ogni registrazione su un social network. Il vampiro, oggi, non si è estinto, ma darwinianamente si è adattato ai tempi, e invece di sangue umano ha cominciato a nutrirsi di qualcosa di apparentemente più astratto ma altrettanto vitale: di informazioni, i famosi “dati” che tutti vogliono proteggere ma nessuno sa bene cosa siano. Come ai vecchi tempi, però, il vampiro chiede il consenso della propria vittima, non “morde” nessuno senza che gli sia stato dato volontariamente – per quanto superficialmente – accesso a tutte le informazioni di cui ha bisogno per prosperare: chi siamo, quanti anni abbiamo, dove viviamo, cosa mangiamo, di che medicine facciamo uso, in quale palestra andiamo, se frequentiamo cinema, teatri, musei o stadi, chi frequentiamo, cosa leggiamo, quali film o serie guardiamo, come passiamo il nostro tempo libero.

Solo apparentemente queste informazioni sono senza valore: si tratta in realtà di vera e propria moneta di scambio, dati ottenuti gratuitamente e rivenduti a peso d’oro a chi ha modo di monetizzarli; quante volte parliamo con amici o parenti di quanto vorremmo cambiare il vecchio divano in salotto, solo per essere sommersi di pubblicità di mobilifici a ogni nuovo banner che si apre? Di postare sui social una foto del nostro gatto e scoprire infinite nuove marche di croccantini? O di ricevere email da agenzie di viaggi o siti di prenotazione alberghi proprio mentre si stava pensando di organizzare un’uscita di un fine settimana per festeggiare un anniversario o semplicemente per staccare un po’ dal lavoro?

Pezzo dopo pezzo, informazione dopo informazione, la nostra vita viene assorbita da un sistema capillare di osservazione virtuale, raccolta dati e rivendita degli stessi, trasformandoci non in famelici mostri succhiasangue, ma in curiosi ibridi che sono produttori di contenuti e prodotti essi stessi, ingranaggi nella macchina del capitalismo digitale, ormai indissolubilmente legato al capitalismo della sorveglianza, a malapena consapevoli dell’enorme potere che abbiamo dato ad aziende invisibili (e non solo) nel determinare le nostre abitudini e il nostro stile di vita.

Possiamo deridere quanto vogliamo i vari Renfield, Lucy, Mina, ma in fondo non siamo troppo diversi, anzi: loro almeno, al contrario di noi, sapevano chi avevano davanti e chi stavano invitando a entrare. Come se non bastasse, poi, il vampiro stavolta non se ne andrà spontaneamente alle prime luci dell’alba, e non ci sono agli o crocifissi che tengano per tenerlo lontano.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine di copertina proveniente dall’archivio dell’autore]

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Comprendere l’emarginazione sociale attraverso il pensiero sistemico

Nei primi decenni del ‘900 alcuni pensatori cominciarono a riflettere sul concetto di emergenza che, lontano dall’indicare una situazione improvvisa a cui far fronte, iniziò a riferirsi anche a ciò che affiora da un sistema complesso, come conseguenza dell’interazione degli elementi che lo costituiscono.
Il concetto di emergenza si lega, quindi, a doppio filo con le nozioni di sistema e complessità, entrambe fortemente interdisciplinari e usate come strumenti per spianare un terreno comune e favorire dibattito riguardante i problemi sollevati dalle neuroscienze con l’avvento dell’intelligenza artificiale e dalla loro interazione con psicologia, linguistica, antropologia e, ovviamente, filosofia.

Oltre a risultare utile per spiegare i fenomeni mentali, derivanti dalle reti neurali cerebrali, l’emergentismo1 diventa una vera e propria corrente epistemologica, seguendo la quale sembrerebbe possibile dirimere l’eterno conflitto tra monismo materialista e dualismo cartesiano, rinunciando a qualsiasi forma di riduzionismo. L’emergenza diventa un nuovo paradigma per interpretare la realtà e tutta una categoria di fenomeni emergenti, che parrebbero privi di senso se osservati alla luce delle sole leggi che descrivono e governano le singole componenti del sistema che li genera. È bene anche dire, però, che allo stato delle cose, non è possibile creare modelli di sistemi complessi che riproducano fedelmente tutte le proprietà o gli eventi emergenti esperibili: certe cose ancora accadono senza un’apparente spiegazione.

Punto cardine dell’approccio sistemico è considerare le proprietà emergenti, come si è detto, un effetto delle interazioni degli elementi che compongono un sistema, in un moto generatore che va dal basso verso l’alto, instaurando un rapporto di causalità definito bottom up; viceversa, il sistema continua il suo processo di adattamento anche influenzato da ciò che egli stesso ha generato e da altri fattori esterni, avviando una causalità definita top down.
Questi processi sono fondamentali quando le scienze umane – e quindi la filosofia – applicano il “nuovo” concetto di emergenza, nonché gli strumenti della sistemica in campi estremamente pratici come quello sociale, del quale mirano ad analizzare tutti quegli eventi che sono proprietà emergenti dall’interazione delle parti che compongono la collettività e che influenzano lo sviluppo della società stessa. È interessante, a questo punto, capire quali siano alcuni fenomeni che affiorano come conseguenze del dispiegarsi del nostro complesso sistema d’organizzazione collettiva, tanto più che, per alcune dinamiche, il termine “emergenza” può essere inteso sia in senso filosofico – indicando, appunto, ciò che affiora -, sia seguendo l’accezione comune di avvenimento negativo improvviso, sul quale intervenire tempestivamente.

Si potrebbero portare infiniti esempi di fenomeni emergenti ed emergenziali: dalla crisi climatica a quelle cicliche della nostra economia, ma prenderei in considerazione, piuttosto, un fenomeno che tratto e approfondisco quotidianamente e che, per quanto di pressante attualità, non è in cima ai pensieri di molti: il problema dell’homelessness.
Stando a dati OCSE recenti, la popolazione dei senza fissa dimora supererebbe la soglia delle 2 milioni di persone nei paesi industrializzati. Al netto di precise scelte individuali e imprevedibili catastrofi personali, è semplice giungere alla conclusione che l’aumento della povertà e delle schiere di individui che vivono in situazioni di grave marginalità sociale, dipenda in primo luogo dalle conseguenze, anche imprevedibili, dell’interazione delle componenti del corpo sociale, quando immerse in un contesto economico e politico peculiare. Alcuni pensatori, in maniera considerata cinica, direbbero che la folla degli emarginati è necessaria affinché tutti gli altri continuino la loro vita nella comodità, quasi che l’indigenza di un minoranza sia il prezzo da pagare per l’agiatezza dei più. In questo caso, lungi dal far emergere le situazioni di disagio: meglio per tutti che restino sommerse.

La povertà, quindi, è proprio una di quelle caratteristiche non solo emergenti – in senso filosofico – del sistema “collettività”, ma anche, quando portata alla luce, emergenziali, poiché richiede un’attivazione improvvisa di misure non ordinarie per affrontarla. Come questa, tante altre forme di disagio sociale emergono dall’attuale stato di cose del nostro sistema-mondo e, per quanto si tenti di sopprimerle o lenirle con interventi palliativi, è necessario ricordare che, se non risolte alla radice, causeranno a loro volta pesanti ricadute sul sistema che le ha generate, minacciandone pericolosamente la tenuta.

Se è vero che non è possibile costruire modelli di apparati fisici o biologici che riescano a spiegare tutte le proprietà di tutti gli enti del mondo, è anche vero che, forse, a livello sociale siamo più in grado di predire e prevenire le conseguenze delle nostre azioni e gli effetti dei nostri meccanismi: perché, allora, non provare a cambiarli, facendo emergere i pregi del nostro, peculiarissimo, sistema complesso?

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- Quella che nell’Inghilterra degli anni Venti era sembrata un’intuizione, non risparmiata da critiche, è anche conosciuta come primo emergentismo o emergentismo britannico; questo per differenziare i primi passi di questa nuova corrente di pensiero da quelli che saranno i suoi successivi sviluppi: il secondo emergentismo, degli anni Settanta e Ottanta e l’attuale neoemergentismo.

2- Pioniere della teoria dei sistemi, che egli introdusse in campo biologico, è stato Ludwig Von Bertalanffy in numerosi scritti: questi, sebbene non apprezzati in principio, hanno rivoluzionato le basi teoriche di molteplici discipline.

[Immagine di copertina proveniente da pixabay]

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“L’uomo flessibile”: ansia esistenziale tra capitale e smart working

Ciascuno di noi è a conoscenza non solo delle conseguenze drammatiche ma anche delle svolte, dei cambiamenti e dei fenomeni nuovi che la pandemia, che ci accompagna ormai da più di un anno, ha portato con sé. E, qualsiasi sia il posto che attualmente occupa nella società, ognuno si è reso conto di quanto l’emergenza sanitaria abbia modificato profondamente dinamiche sociali e lavorative che sembravano più che consolidate.

L’avvento dello smart working ha permesso a milioni di lavoratori di continuare a svolgere le loro mansioni da casa, senza particolari rischi per la salute e con la possibilità, soprattutto per coloro che sono genitori, di gestire la famiglia; dal canto delle aziende, lo smart working ha consentito comunque di mantenere una certa produttività, limitando i danni da totale chiusura.

E se è giusto considerare gli aspetti positivi di un evento, è altresì auspicabile riflettere sulle difficoltà e le contraddizioni che inevitabilmente lo accompagnano, tanto più quando esso rimarca alcune impronte su un percorso già segnato. Infatti, il lavoro a distanza si inserisce perfettamente nel più grande insieme del lavoro flessibile – e flessibilità è uno dei termini che abbiamo sentito più spesso negli ultimi tempi: quando il lavoro stabile, tradizionalmente individuato in quello dell’operaio, ha iniziato a deludere le aspirazioni di molti impiegati, ecco che il Capitale si adegua alla voglia di evasione dalla routine fordista, tramutando la catena di montaggio in un “flusso di informazioni”.

In questi termini si articola, tra gli altri, il pensiero di Mark Fisher, una delle menti più interessanti della contemporaneità che, nel suo illuminante Realismo Capitalista (2018), spiega come lavoro e vita siano diventati inseparabili: «il sistema nervoso viene ristrutturato allo stesso modo della produzione e della distribuzione. Per funzionare, in quanto elemento della produzione just in time, devi saper reagire agli eventi imprevisti e imparare a vivere in condizioni di instabilità assoluta (o «precarietà», come da orribile neologismo)»1.

La prima, ovvia conseguenza di questo stato di completa incertezza è lo sviluppo di un malessere di tipo ansioso nel migliore dei casi, di depressione e sindrome bipolare nelle situazioni di più profonda fragilità. La “leggerezza” del nuovo mondo del lavoro, infatti, segue la stessa dinamica di alti e bassi tipici del Capitale, condizionando la psiche della popolazione: dall’euforia del guadagno e dalla speranza di far carriera nei momenti di espansione, si cade nella cupa disperazione dei periodi di contrazione e crisi economica.
Lo psicologo britannico Oliver James sviluppa questa intuizione nel libro Il capitalista egoista sostenendo, sulla base di studi e dati degli ultimi decenni, che le condizioni di morbilità psichiatrica siano aumentate esponenzialmente proprio nei paesi con politiche neo-liberali, a causa dell’effetto “montagna russa” del sistema economico vigente.

Un ulteriore aspetto da considerare è quello che riguarda la dimensione del controllo. Lavorando da casa in smart working, infatti, è molto complesso per il datore di lavoro supervisionare l’operato e la produzione del suo dipendente, rischiando che egli utilizzi parte del suo tempo pagato per questioni personali (cosa mal vista quand’anche questo comportamento non infici la produttività, anzi in alcuni casi l’aumenti); in questo senso il controllo periodico è stato soppiantato da un monitoraggio capillare e continuo che comporta, come sosteneva il filosofo francese Michel Foucault, una vera e propria «interiorizzazione del controllo e autosorveglianza» che, oltre a incrementare l’ansia generalizzata, comporta «una strana forma di confessionalismo maoista in salsa postmoderna-capitalista, nella quale ai lavoratori viene chiesto di impegnarsi in una costante autodenigrazione simbolica»2, quindi di lavorare se non di più, in maniera più smart.

Quello che è richiesto al lavoratore in smart working, in sintesi, non è più solo un impegno produttivo, ma addirittura emotivo, tale per cui egli diventa tutt’uno con la sua professione e tutto il suo tempo, in maniera conscia o inconscia, diventa dominio del Capitale. Il solo modo per uscire da questa condizione di minorità, come suggerito da Fisher, è quello di leggere i disturbi psichici correnti e sempre più diffusi non come condizioni mediche personali da curare singolarmente, ma come sintomo di un problema sociale e di un antagonismo reale che vanno assolutamente ripoliticizzati e, quindi, risolti in pubblica piazza, svelando ciò che veramente li causa, ossia il Capitale. È un compito assolutamente difficile ma necessario, se è vero ancora che sarebbe sempre meglio lavorare per vivere e non vivere per lavorare.

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- M. Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Roma 2018, p.79.

2- Ivi. p.108.
[Immagine di copertina proveniente da Pixabay]

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