Le carceri in Italia e una riforma bloccata

La fine della scorsa legislatura ha determinato l’abbandono della legge sullo ius soli, per la quale non è stato fatto nessun tentativo di approvazione in extremis. In aula non servirebbe neppure tornasse la riforma delle carceri, ma potrebbe fare la stessa fine. La legge delega del 23 giugno 2017 imponeva al Governo di riformare, secondo direttive del parlamento, l’ordinamento carcerario. Dei quattro decreti attuativi nati dopo mesi di lavoro e in chiusura di legislatura, solo uno sembrava avere possibilità approvazione. È quello che aumenta la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere.

La situazione anche per questo decreto è attualmente, e da mesi ormai, in fase di stallo perché il governo Gentiloni non si è preso la responsabilità politica di approvarlo e ora, dopo le nuove elezioni, con la crisi di governo e dovendosi ancora insediare le commissioni, la questione è ancora più complicata. Molti politici, tra cui il presidente del Senato Roberto Fico, spingono per una sua approvazione nella commissione speciale, ma questa non ha voluto mettere il decreto in calendario. I margini di manovra sembrano quindi molto stretti, a meno di un colpo di mano del governo. Il governo Gentiloni, ancora in carica per gli affari correnti, avrebbe potuto decidere di approvare il decreto attuativo senza aspettare un passaggio nella commissione speciale, secondo alcuni costituzionalisti, ma difficilmente avrebbe potuto farlo per non essere accusato di questa forzatura. Inoltre la delega scade il 3 agosto e si vanificherebbero anni di lavoro.

La riforma dell’ordinamento penitenziario sarebbe una scelta di buonsenso, che andrebbe a modificare e attualizzare la vigente legislazione del 1975. L’Italia è stata già condannata nel 2013 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, proprio per le condizioni carcerarie disumane del nostro paese. Ma secondo una buona parte delle forze politiche, dai 5Stelle alla Lega, la riforma sarebbe solo uno “svuota carceri”, o alternativamente una misura “salva ladri”.

Vediamo allora cosa prevede la riforma. Iniziando col dire come già accennato, che i problemi e temi di discussioni previsti erano molti di più di quelli confluiti nel decreto attuativo in attesa di approvazione. Quelli più sensibili riguardavano tabù come la possibilità dei carcerati di avere una vita sessuale in carcere. Tra i punti più importanti toccati dalla riforma ci sono invece il miglioramento dell’assistenza sanitaria, l’equiparazione della malattia psichica a quella fisica e l’aumento da due a quattro delle ore d’aria in carcere, le ore che i detenuti possono passare in cortile, per capirsi. Fondamentali anche gli articoli che prevedono l’allargamento della possibilità di accedere alle misure alternative alla detenzione e la modifica dell’articolo 4 bis, quello che esclude dalla possibilità di accesso ai benefici di legge alcune categorie di detenuti individuate sulla base del titolo di reato. Sono tutte misure volte al miglioramento delle condizioni di vita dei carcerati, a tutelarne la dignità umana e a facilitare un loro ritorno in società.

Alcuni dati sulle carceri in Italia: secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione le carceri italiane hanno parecchi problemi. A cominciare dal sovraffollamento: a marzo 2018 la popolazione carceraria era di 58.223 persone, 8.000 in più dei posti disponibili. Sempre nel rapporto emerge che i suicidi siano in aumento. Il tasso di suicidi (numero dei morti ogni 10 mila persone) è salito dall’8,3% del 2008 al 9,1% del 2017: in numeri assoluti significa passare da 46 morti del 2008 a 52 morti del 2017. I dati dicono anche che i detenuti che abbiano usufruito di misure detentive alternative abbiano una recidiva molto minore.

Un’occasione mancata?
Il quadro non è incoraggiante e proprio per questo la riforma dell’ordinamento era attesa da tempo sia dai carcerati che da chi se ne occupa, compresi glia avvocati penalisti e gli esperti di diritto. Proprio gli avvocati penalisti hanno indetto uno sciopero delle udienze a inizio maggio, in concomitanza di una manifestazione a Roma a favore della riforma.
In attesa che si sblocchi la situazione o si conosca la fine del progetto di riforma, molti di coloro che seguono i detenuti e si occupano delle condizioni carcerarie dicono che comunque si potesse fare di più, ma il rischio è che ancora una volta anche il minimo venga rimandato.

 

Tommaso Meo

 

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Il valore della sconfitta

Bisogna saper perdere è il titolo di un singolo dei The Rokes cantato nel lontano 1967 in un anglo-italiano che in quegli anni spopolava tra i giovani della Beat Generation. Il testo è un invito alla riconciliazione tra due amici dopo una contesa d’amore finita con l’immancabile vincitore che consola lo sconfitto: «Quante volte, lo sai si piange in amore / ma per tutti c’è sempre un giorno di sole!».
Ascoltandola nel 2018, oltre all’inevitabile sorriso che strappa l’accento di Shel Shapiro, la canzone porta con sé un importante messaggio, quel titolo dal retrogusto esortativo che può essere applicato per sua natura a più livelli interpretativi, specialmente in campo sociale.

Quanti di noi considerano una sconfitta, un passo falso, come un aspetto negativo della nostra vita? Un’esperienza da non ripetere, un rimorso che ogni tanto bussa alle porte del nostro cervello proprio mentre cerchiamo di dormire, una malattia latente che spesso uccide nuove iniziative prima ancora della loro realizzazione.
Quanti di noi sono cresciuti con il timore del giudizio altrui? Forse non riusciremmo a tenere il conto.
E quanti hanno pensato, anche solo per un momento, che nulla avrebbe avuto più senso dopo quella tremenda delusione? Con dosi e in proporzioni differenti, ci siamo passati un po’ tutti.
Quante soluzioni possiamo mettere in campo allora per tentare di risolvere questo problema comune? Purtroppo non esiste una ricetta standard valida per lenire qualsiasi tipologia di sconfitta poiché dovrebbe essere compito di ciascuno trovare la propria cura, provando, tentando, fallendo.
Eppure negli ultimi anni stiamo assistendo a un lento estinguersi dei problemi, operato sia dalla gente comune sia dalle istituzioni.

I maggiori beneficiari di questa politica anti-problema sono gli appartenenti alle nuove generazioni a cui viene offerta la più ampia gamma di strumenti per affrontare al meglio le sfide, la vita e l’istruzione in modo da prepararli ad essere i buoni cittadini di domani. Si offre loro tutto… tutto, tranne la possibilità di crescere attraverso le sconfitte.
In passato i minori appartenevano, assieme alle donne, alla parte ‘debole’ della società e, complice una diversa sensibilità umana, risultavano privi delle più elementari norme riguardanti i loro diritti fondamentali, redatti e revisionati a più riprese a partire dal 1924 fino a giungere, solamente nel 1989, con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
Tutto ciò è sacrosanto, ci mancherebbe, tuttavia credo sia arrivato il momento di chiedersi se dal riconoscere i normali diritti dei minori non si sia passati, magari impercettibilmente, a creare per loro un mondo d’ovatta, bello e pericoloso al tempo stesso.

Come potrebbe crescere, ad esempio, un bambino a cui viene regalato tutto, magari una promozione scolastica immeritata, un premio nonostante il suo comportamento irrequieto, un atteggiamento fin troppo conciliante – targato erroneamente come comprensivo: comprendere/capire non è sinonimo di perdonare – sebbene conduca una vita all’insegna della violenza, o peggio della droga?
Ancora, si parla di sensibilizzazione contro il bullismo nelle scuole, ma come lo si combatte se aumenta il giustificazionismo verso le “ragazzate goliardiche” compiute da giovani delinquenti in erba? I paradossi e le contraddizioni sembrano regnare incontrastati.
Qualsiasi tipologia di punizione viene recepita come traumatizzante, destabilizzante, distruttiva, oltre ai genitori che tendono a colpevolizzare l’insegnante pur di non ammettere l’evidente impreparazione beffarda dei loro sacri pargoli, ci si mette anche la legislazione istituzionale della “Buona Scuola” (legge 107/15) a rendere sempre più arduo il bocciare, il respingere, il non accettare.

A prima lettura la mia sembra una sadica difesa a tutto ciò che provoca delusione e sconforto, ma scrivo da “plurideluso” e “plurisconfortato”, ho sperimentato le conseguenze di più bocciature scolastiche, di esami non superati, di progetti falliti, eppure non avrei l’ardire di definirmi un sopravvissuto.
Certo, fa male, ma sono giunto alla conclusione che fa più male essere salvaguardati troppo, perché?
Provate a pensare, alla luce di quanto detto fino ad ora, quali pieghe potrebbe prendere la vita di un ragazzo che si è visto regalare tutto nel nome della sensibilità. Nel mondo degli adulti si aspetterà di trovare altri regali, altri vagoni di sensibilità, altre istituzioni che si preoccuperanno di alleviargli la colpa, tutte cose che nella realtà non esistono, o almeno non esistono per tutti.
Sarà allora che scoprirà di aver vissuto in un pianeta illusorio e si farà ancora più male, poiché orfano di tutte quelle esperienze, negative sì, ma capaci di formare e rafforzare il carattere; quando si cade da bambini ci si rialza, da adulti diventa un problema.

Non c’è soluzione quindi?
Ci troviamo davanti ad un aut-aut? O si soffre oggi o si soffrirà domani?
La sconfitta, che piaccia o no, è un ingrediente della nostra esistenza tuttavia possiamo scegliere di totalizzarla, e precipitare quindi nello sconforto, oppure trasformarla in insegnamento, affrontandola con serenità ammettendo i propri errori per evitare di compierli nuovamente.
In questo modo si saprà perdere senza farsi troppo male.

 

Alessandro Basso

 

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Bruxelles, un anno dopo (ormai già due)

Questo pezzo è stato scritto nel giorno del primo anniversario degli attacchi terroristici del 22 marzo 2016 all’aeroporto di Zaventem e alla stazione metro di Maalbeek.

 

Oggi è il 22 marzo 2017. Primo anniversario degli attacchi terroristici all’aeroporto Zaventem di Bruxelles e alla metropolitana di Maalbeek. A marzo 2016, Bruxelles era già una città militarizzata: dopo gli attacchi di Parigi di novembre 2015, era emerso che la cellula di terroristi veniva da Bruxelles, dal quartiere di Molenbeek. Da lì era partita la ricerca serrata di Salah Abdeslam, che ci aveva imposto una settimana di città blindata.

Questa mattina, ad un anno di distanza, camminando verso il lavoro ho ripercorso mentalmente quella giornata. L’ho fatto una infinità di volte nell’ultimo anno, stile Sliding Doors, ma oggi aveva un sapore diverso. La mattina del 22 marzo 2016 mi ero svegliata più tardi del solito: alle 8.30 ero ancora a casa ed ascoltavo il telegiornale. La giornalista parla di un esplosione all’aeroporto di Zaventem. Non si sapeva ancora a cosa fosse dovuta, la notizia era troppo fresca. Inutile giungere a conclusioni troppo affrettate.
Esco di casa. Anche se penso che forse non sia una buona idea prendere la metro, almeno finché non si ha la certezza del motivo dell’esplosione all’aeroporto, mi faccio convincere dal fatto che se ci fosse stato alcun pericolo, l’avrebbero chiusa. Quando la metro arriva a Schuman, una fermata prima di Maalbeek e tre prima del mio ufficio, il mio telefono si spegne, scarico. Le porte rimangono aperte per pochi secondi, ma la quantità di pensieri che passa per la mia testa è notevole. Non volevo prendere la metro dal principio, c’è stata un esplosione di cui ancora non sappiamo nulla, sono senza telefono e se qualcosa mai dovesse succedere non posso nemmeno comunicare. Così in qualche secondo decido di scendere.
Guardo le persone che lascio dentro e quelle che salgono: mi chiedo perché nessuno pensa che salire in metro non sia una buona idea e mi rispondo che mi sto facendo prendere dalla paura. Inizio a camminare verso Maalbeek: la strada che porta al mio ufficio è una lunga strada trafficata e dritta, sulla quale si trovano le stazioni metro successive.

È difficile calcolare le tempistiche quando si tratta di secondi di scarto, ma saranno circa le 9:10 quando passo davanti all’entrata di Maalbeek. La bomba esploderà alle 9:11. Non appena supero Maalbeek inizio a vedere ambulanze e macchine della polizia venirmi incontro e penso che stiano andando all’aeroporto. Continuo a camminare. Ripensandoci a posteriori, mi chiedo come mai non mi sia mai girata. Se mi fossi girata avrei visto, e la mia mattina sarebbe stata differente. Alla fermata dopo, Art-Loi, vedo la gente che esce urlando, correndo e piangendo. Penso che sia un’evacuazione precauzionale, forse un pacco sospetto. Il militare di pattuglia alla stazione urla qualcosa e indica alla gente di correre e allontanarsi. A quel punto inizio a correre anche io. Non so quanto forte sia l’esplosione di una bomba, ma se stanno evacuando di certo è meglio andarsene il più velocemente possibile. In quei momenti, esattamente come durante i sette giorni di ricerca serrata di Salah, ti senti totalmente vulnerabile, nuda, sai che stai scappando da qualcosa, contro cui nessuno può proteggerti, nemmeno un militare con un mitra. In ufficio, eravamo solo in tre, nessuno ancora sapeva della metro, così spiego cosa ho visto e nel frattempo le notizie iniziano ad emergere. I miei colleghi sembrano più scioccati di me, qualcuno piange, anche loro erano passati per Maalbeek, come ogni giorno. Per tutto il giorno, penso che quella era sicuramente la mia metro: solo qualche giorno dopo scoprirò dalle foto diffuse del vagone che non lo era. Non mi sono salvata; non ne sarei uscita in ogni caso con ferite fisiche.
Eppure ci sono andata così vicino che non sono rimasta totalmente immune dalla giornata. Nei giorni successivi, mi sembra di non riuscire a realizzare bene cosa sia successo. Per i mesi successivi accuserò un generale senso di vuoto e insofferenza, ma senza realmente fare un collegamento con gli attacchi: in fondo non ho vissuto né visto molto e penso piuttosto allo stress del lavoro. Solo dall’incontro con una psicoterapeuta predisposta dalla compagnia per tutti i dipendenti, realizzo che non era altro che la conseguenza di quella mattinata. A partire da questo momento, sarà poi molto più semplice dare il giusto peso a quelle sensazioni.
Ho capito così il vero significato della resilienza1 e come anche da un’esperienza traumatica si può trarre qualcosa di positivo: mai come in questi attimi, una persona è sola, nuda a fare i conti con il proprio essere. Un’occasione rara, per essere onesti con se stessi: nessuno ti chiede il permesso, una mattina ti svegli, e ti ci ritrovi lì, dove starai per i mesi successivi, volente o nolente. Tanto vale saperla sfruttare una tale opportunità.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. F. Capano, La resilienza uno strumento contro il terrorismo, La Chiave di Sophia

[Photo credit: Geert Vanden Wijngaert / AP]

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Il machismo sociale

Si parla spesso di perdita di valori cristiani e laici, di smarrimento collettivo, si parla di una società che non sa più quello che vuole, persa dentro una follia stratificata negli anni figlia del benessere e del progresso. Si parla di sconfitta, di involuzione umana, punti di riferimento scomparsi nel nulla.
Le nostalgie si accavallano in una gara senza tempo e senza limiti, si gioca a tirare in ballo epoche mai viste, mai vissute, si urla e si battono i piedi senza tuttavia voler fermare per davvero un baratro sempre più apparente.
E la colpa? La colpa è del male che affligge i nostri tempi: il progresso agghiacciante che ha messo in discussione le solide basi del passato, delle classi dirigenti che – a quanto pare – fanno la gara per annientare il genere umano, oppure per sostituire le razze all’interno del famigerato Piano Kalergi.
Un insieme di cose che renderebbe felice qualsiasi aspirante scrittore dell’occulto.
La reazione a tutto questo si traduce in una nuova ricerca di riferimenti fissi: uomini forti, capitani di ventura, trascinatori di masse e nuovi profeti capaci di ristabilire lo status quo religioso. Il sogno di una società retta, legata nuovamente a quello che fu, dimenticandone improvvisamente tutti i difetti.
Tutto questo ha un nome: machismo sociale.

In cosa consiste?
La scintilla che scatena il proliferare di tale filosofia può scaturire dalla tendenza di tutelare le minoranze, in particolare quelle prive di alcuni diritti considerati attualmente fondamentali: libertà, emancipazione ed equiparazione.
Esempio pratico: un omosessuale ha gli stessi doveri di un eterosessuale (principalmente osservare le leggi e pagare le tasse), produce ricchezza al pari di un eterosessuale poiché anch’egli lavora e contribuisce alla crescita in un determinato settore dell’economia, eppure non ha gli stessi diritti di un eterosessuale perché sessualmente attirato da individui dello stesso sesso; secondo molti dovrebbe vivere la sua relazione di nascosto, l’unione omosessuale non dovrebbe essere riconosciuta dalla legge e, a quanto pare, per garantire la corretta crescita di un individuo all’interno della comunità gli ingredienti fondamentali non sono l’educazione o l’ambiente sociale, ma la presenza di un uomo e di una donna.
Bisognerebbe denunciare allora tutte le risorse sprecate nel risolvere problemi sociali quali corruzione, delinquenza, criminalità organizzata, spaccio, furto, quando sarebbe bastato introdurre nella vita dei criminali – e introdurle preventivamente per scoraggiare i criminali di domani – una figura maschile e una femminile in modo da risolvere tutti i mali presenti e futuri.

Quando il governo inizia ad interessarsi di tali materie, ecco manifestarsi il machismo sociale: ci sono problemi più seri di cui occuparsi, di questo passo si perderanno i valori cattolici che hanno costruito il mondo che conosciamo, i bambini non devono essere toccati, ci estingueremo in pochi anni e così via.
Se un argomento non tocca i propri diritti è evidente che ci sarà sempre qualcosa di più importante, ma tralasciando questo gli adepti del machismo, aggrappati a figure senza dubbio carismatiche, solitamente cercano di fare leva sugli altri tre punti sopraelencati.
Vediamoli assieme.

I valori cattolici vengono visti dai machisti come immutati ed immutabili, nati ad un certo punto della Storia dell’Uomo e giunti fino a noi caldi caldi, appena sfornati; tuttavia l’istituzione della famiglia, il ruolo della donna e l’educazione dei figli – i pilastri presi spesso in esame – sono cambiati molto nel corso dei millenni, sia per l’influenza ricevuta dagli eventi (guerre, pestilenze, scoperte geografiche, progresso tecnologico ecc), sia per nuove consapevolezze nate naturalmente tra gli esseri umani per far fronte alle esigenze più immediate o per rispondere a prese di posizione di ampia portata (es. l’emancipazione femminile). Nonostante vi sia un nutrito manipolo di machisti che sogna ancora la sottomissione della donna, la cieca obbedienza dei figli e la famiglia nucleare apparsa per la prima volta nel dopoguerra e affermatasi negli anni ‘60, è del tutto normale che le creazioni umane – espressioni religiose comprese – subiscano mutamenti, tanto da rendere possibile in un futuro non così distante l’integrazione e il riconoscimento delle coppie omosessuali, parimenti a come avvenne per le unioni di individui etnicamente distanti, o appartenenti a classi sociali opposte.

Come già accennato, ogni individuo cresce e viene istruito da un gruppo più o meno ampio di persone, che possono essere i suoi genitori naturali o parenti, oppure i tutori, così come altri ambienti esterni a quelli casalinghi: scuola, università, luogo di lavoro. Ad influenzare ciò che sarà, ciò che diventerà una volta adulto sono due fattori: gli altri (l’ambiente sociale) e se stesso (le scelte indipendenti che compirà). Insegnare ad un bambino il rispetto per il prossimo risulta più facile se vive in un ambiente dove si rispetta il prossimo, è l’educazione dell’insegnante a contare davvero qualcosa, la sua capacità di comunicazione, certamente non il suo orientamento sessuale o la sua passione per la meringata.
Allo stesso modo, nonostante vi siano continue notizie di padri violenti e orchi che purtroppo impongono la maschia virilità sui loro stessi discendenti (e sulle loro mogli), contribuendo a dipingere uno dei quadri più distorti e infelici della nostra contemporaneità, sono gli omosessuali ad essere comunemente associati a tale vergognosa pratica, come se fosse una loro peculiarità.

Sull’estinzione della specie umana invece c’è da riportare un ragionamento incongruente portato avanti dai machisti: il problema del calo demografico che caratterizza il nostro Occidente si aggraverebbe ulteriormente se concedessimo l’equiparazione legale ai matrimoni omosessuali. Pensiero ricorrente in diversi interventi di un noto presidente russo.
Non sarebbero quindi le fallimentari politiche familiari che scoraggiano gli individui a metter su famiglia ad essere la fonte del problema del calo demografico, ma le unioni omosessuali. La conseguenza più ovvia figlia di questo ragionamento è che se le impedissimo la gente comincerebbe a figliare come se non ci fosse un domani, o, ancora meglio, se proibissimo a due omosessuali di avere una relazione, questi cambierebbero la loro inclinazione così come ci si cambia d’abito, accoppiandosi con le donne e incrementando così il numero di abitanti.

Il risultato di questa analisi mostra quindi come i machisti siano semplicemente caduti come allodole nell’astuto gioco di specchi che prevede lo spostamento di attenzione verso altro, che nulla c’entra con i problemi principali se non dopo un’accurata costruzione di pregiudizi raccolti da un terreno già fertile di inesatte convinzioni.
Infine, per solleticare le frivolezze più piccanti, è curioso notare che tra i cultori del machismo, contrari a tutto ciò che è differente, specialmente ai “froci”, sia l’affascinante e dirompente virilità dell’uomo forte a tirare più del carro di buoi e di qualche altro pelo in generale.

Alessandro Basso

 

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La Polonia tenta di cancellare la storia?

«Imporre un bavaglio ai fatti storici è una questione molto seria. Un tentativo di falsificare la verità. Che a mio giudizio implicitamente ammette che parte della popolazione polacca fu complice del processo di eliminazione dei loro compatrioti ebrei durante la seconda guerra mondiale»1. Così si esprime Jan Gross, storico di Varsavia e professore emerito a Princeton, uno dei più importanti studiosi in merito alle complicità polacche nello sterminio degli ebrei. Le sue parole si riferiscono alla nuova legge della Polonia, definitivamente approvata in Senato l’1 febbraio, che proibisce ogni menzione di dirette responsabilità polacche nella Shoah. Chi lo fa, rischia fino a tre anni di carcere. Ora si attende solamente la firma istituzionale di di Andrzej Duda, il capo di Stato.

Ma quali sono i motivi di questa nuova legge?
Il primo, sicuramente, è uno dei discorsi più sentiti dalla popolazione: la questione dei “campi di sterminio polacchi”. «la nuova legge serve contro la menzogna su Auschwitz campo polacco» ha affermato il premier Morawiecki2. Su questo si può concordare. Fu il Reich ad introdurli in territorio polacco dopo averne preso il controllo e − almeno ufficialmente − non ci fu un governo collaborazionista (come ad esempio quello francese).
Ci si potrebbe allora chiedere perché questa legge ha generato indignazione e dure critiche da parte di Europa, Usa e Israele. È la risposta a questa domanda il nodo centrale della questione: il secondo motivo è di cancellare ogni collegamento dei polacchi con l’Olocausto, e quindi anche i casi di collaborazionismo.
In che misura i polacchi contribuirono all’eliminazione degli ebrei?
«Non esiste una risposta univoca. […] tantissimi polacchi (molto più dei collaborazionisti) difesero e vennero uccisi per aver protetto ebrei»3. Il problema è che, comunque, collaborarono «diverse migliaia di cittadini polacchi. Ma anche qui c’è dibattito tra gli storici: quanti lo fecero volontariamente? […] Il più grande eccidio commesso materialmente dai polacchi è il pogrom di Jedwabne: il 10 luglio 1941, quaranta polacchi (scelti dai nazisti) bruciarono vivi 340 ebrei rinchiusi in un pagliaio»4.
Inoltre potremmo indagare i perché più profondi di questa nuova disposizione: il clima politico attuale e ciò che lo ha preceduto. Negli ultimi tempi, la politica di destra al governo «si è fatta forte di uno slogan che è un’ossessione nazionale: “ridare dignità alla Polonia”. Che da una parte prende di mira l’Europa, accusata di limitare la sovranità nazionale all’interno dei confini. Dall’altro attacca gli sforzi per svelare la storia»5 è sempre Gross a parlare, che continua: «una nazione non può crescere e progredire senza fare i conti con il passato»6.
Attualmente Jaroslaw Kaczynski, presidente del Pis (Diritto e Giustizia), controlla il governo ed il Parlamento. L’ideale, sin dall’insediamento, era di promuovere una “politica storica”, quindi esaltando le virtù nazionali ma anche controllando direttamente la narrazione storica.
«Il fatto è che da quando il paese ha conquistato la libertà il principale tema della discussione pubblica sono i crimini perpetrati dai polacchi ai danni degli ebrei sotto l’occupazione tedesca. […] Era ed è una discussione che portava e porta alla messa in questione dell’identità polacca, intesa come appartenenza alla nazione cattolica, etnicamente omogenea, generosa con le minoranze (ebrei) e vittima dei vicini (russi e tedeschi)»7 è Wlodek Goldkorn a parlare, con una riflessione che può indicarci chiaramente come e perché questa legge sia stata promossa.
Infatti negli ultimi tempi il potere polacco sta scatenando una campagna d’odio verso l’Europa, la Germania ed i traditori interni. È proprio attraverso quest’ottica bisogna leggere la nuova disposizione che «per chi conosce le regole (non tanto) segrete della retorica polacca è ovvio che si tratta di un provvedimento in fin dei conti xenofobo e che si richiama all’immaginario antisemita»8 sempre parole di Goldkorn.

La scrittrice Halina Birenbaum − ebrea polacca sopravvissuta all’Olocausto − è rimasta sconcertata: «c’erano polacchi che segnalavano gli ebrei ai nazisti, ora potrebbero arrestarmi per averlo detto, ho un biglietto aereo per Varsavia ma ho paura. […] I tedeschi occupanti non sapevano sempre chi era ebreo, ma i polacchi sì. C’erano vicini coraggiosi che ci nascondevano, ma anche altri che denunciavano. Mi sento malissimo, questa legge ferisce i sopravvissuti e i milioni di cui non rimasero che numeri»9.

Non si può nascondere la storia sotto un tappeto, men che meno se si sta parlando di implicazioni con la tragedia ebraica. È certamente scorretto affidare colpe che non hanno ai polacchi, ma non si può negare che almeno qualcuno abbia favorito, aiutato ed in qualche caso sostenuto il massacro nazista. Il clima antisemita preesisteva già, in Polonia come in molti altri Paesi europei, e fare finta che così non fosse, minacciando con il carcere chi voglia fare ricerca e pubblicare le proprie scoperte in questo ambito è semplicemente controproducente.
Di sicuro le cause che hanno portato all’imposizione nazista in Germania sono sfaccettate, ma altrettanto certo è che due di queste siano state la sottovalutazione di eventi di questo genere e il non voler ammettere che la follia nazista dava voce ad un sentimento, se non condiviso, almeno già in parte esistente.

Pensiamo alla Germania ed al suo enorme sforzo di fare i conti con la propria storia. Il risultato? L’acquisizione dell’accettazione dell’altro. Non a caso quando c’è stato bisogno d’aiuto con la crisi migratoria, le porte tedesche si sono subito aperte.

 

Massimiliano Mattiuzzo

NOTE
1. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 3
2. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 2
3. Ibidem
4. Ibidem
5. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 3
6. Ibidem
7. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 28
8. Ibidem
9. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 3

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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Del titolismo e della lingua di plastica

Ho appena finito di leggere un libro di Luca Sofri, giornalista e peraltro direttore del Post, dal titolo Notizie che non lo erano. Il libro è molto interessante e parla di giornali e giornalismo, tramite le notizie, inesatte o proprio false, date dalla macchina dell’informazione. È una lettura piacevole oltre che molto indicata per chiunque faccia o voglia fare informazione, oltre che a tutti coloro che vogliano imparare di più sul funzionamento delle notizie virali e fasulle. In generale è anche una critica all’informazione odierna e a quella italiana in particolare, di carta o online poco cambia. In parole povere la tesi principale di Sofri (il libro è del 2015 ma attualissimo) è che le maggiori fake news di cui tanto si parla siano prodotte dai grandi media (generalisti si diceva una volta), o creandole, o male interpretando o fidandosi troppo di siti o comunicati stampa inaffidabili. Non facendo cioè il proprio lavoro di filtro, giudizio e selezione. Queste notizie scorrette subiscono poi l’amplificazione che la rete ai giorni nostri dà, diventando virali e venendo quindi riprese nuovamente dai grandi media (“La notizia che fa il giro del web… non ci crederete mai! Clicca qui!”).

Ci sono tanti temi rilevanti nel libro e magari ne sviscererò di più in un altro momento, intanto mi occuperò brevemente di due a mio avviso tanto banali quanto importanti, e così consolidati nella prassi giornalistica italiana tanto che è difficile e importante insieme trattarne. Sto parlando dei titoli dei giornali e del linguaggio improprio, scandalistico e manipolativo che li caratterizza. In realtà è un grande tema unico che si ricollega a un discorso molto più ampio sulla mancanza di accuratezza e sulla tendenza sensazionalistica di molti giornali al giorno d’oggi.

Riassumo così: i giornali sono in crisi e hanno bisogno di vendite e di click per attirare inserzionisti, questo si traduce in maggiore velocità delle news, che comporta più trascuratezza, e in molti casi in veri e propri clickbaits online (letteralmente “ami per i click”, notizie a volte false, a volte esagerate per ottenere più contatti). Tradotto: il linguaggio che si usa nei titoli se non è solamente sciatto, banale o semplicemente stupido, è anche degno dei migliori (o peggiori a seconda dei gusti) tabloids o giornali scandalistici, da cui le grandi testate, consapevolmente o meno, stanno traendo spunto per aumentare i fatturati. Questo tema dei titoli (il “titolismo”) è particolarmente importante perché, come è confermato da diversi studi, i titoli sono in molti casi l’unico approccio che abbiamo con la notizia; gli articoli che leggiamo per intero sono cioè una minima parte rispetto ai titoli che ci capitano sotto gli occhi. Gran parte della nostra idea di realtà ci è quindi fornita da una, massimo due righe, più occhiello ed eventuale sommario.

La mia idea è che ci voglia molta attenzione quando si fa un titolo, molta precisione, un lessico preciso e non banale, oltre a una buona dose di originalità. Invece sembra che la maggioranza dei giornali, online e non, siano affetti da una sindrome volta a rendere nei titoli tutto più pauroso, scandaloso, scioccante, e magari piccante, oltre che confuso. Allora, e qui subentra il problema della lingua, una mostra interessante e dal contenuto impegnato diventa choc, le critiche diventano bufera, qualsiasi cosa difficile da comprendere subito è un giallo, e così via di caos, bagarre, in tilt, fumata nera e simili. Queste parole diventano in qualche modo le prime a essere usate anche quando non ce ne sarebbe bisogno (non ci sarebbe mai bisogno in realtà di parole come choc), arrivando a formare un gergo giornalistico, fisso, insipido e piatto, una lingua di plastica.

Il tutto è esasperato anche da una questione puramente spaziale: la lunghezza dei titoli degli articoli. Da quanto ho letto e anche sperimentato in uno stage in un giornale locale è una prassi molto italiana quella che obbliga chi scrive i titoli a usare meno spazio possibile e in genere non superare le due righe. Nei giornali anglosassoni non funziona così: per notizie complicate può darsi che serva un titolo più lungo, anch’esso complicato e che spieghi meglio la questione, e se serve le tre righe sono ben accette. So che questa può sembrare una strana elucubrazione un po’ nerd e fine a se stessa, ma vi garantisco che spesso non è così. I giornali e soprattutto i loro titoli, come dicevamo, hanno un’influenza ben precisa sulle persone e sul clima generale dell’opinione pubblica. E Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di una popolazione informata in modo corretto.

E qui parlo a chi fa o vorrebbe fare informazione, a me e noi lettori tutti: lo stile è sostanza, il lessico è sostanza oltre che sostanziale e curare la scrittura, non cadere cioè nella sciatteria della lingua di plastica, può risultare una formula riconoscibile e vincente. Come esempio, senza scomodare il New York Times o il Guardian, cito ancora il Post, che fa informazione solo online e da sette anni ormai è sinonimo di qualità e originalità, a partire dai titoli e dalla lingua usata. I lettori devono pretendere un’informazione di qualità, verificata, attenta e precisa, e i primi indicatori stanno proprio nei titoli e nel linguaggio.

 

Tommaso Meo

 

NOTE
Luca Sofri, Notizie che non lo erano, Milano, Rizzoli, 2015.
La lingua di plastica.
Come scrivere il titolo di un articolo del New York Times.

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Testamento biologico: un ulteriore passo per la difesa dei diritti umani

Abbiamo finalmente valicato un annoso limite insito nella nostra giurisprudenza e reso ulteriormente problematico dalle nostre diverse attitudini morali. La legge sul fine vita che mancava al nostro paese è ora una condizione di partenza per rendere il sentiero che precede una morte ormai preannunciata l’ultima occasione per esprimere una certa libertà di scelta. Siamo passati dal gruppo dei paesi europei che non aveva una legislazione sul testamento biologico, a quello dei paesi che possiede una legislazione in materia, diventando il quattordicesimo1.

In poche parole, le “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” ci danno la possibilità di esprimere le nostre convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, tra cui anche il rifiuto delle cure che, nella fase terminale della vita, si potrebbero profilare come accanimento terapeutico. In particolare, è possibile rifiutare la nutrizione e l’idratazione artificiali. Tali decisioni potranno essere espresse a ridosso del verificarsi della prognosi infausta, qualora il paziente sia in grado di esprimerle, ma è importante il fatto che potranno anche essere redatte molto prima, anche in stato di salute (direttive anticipate di trattamento, o DAT), potranno essere modificate in caso di ripensamento e avranno carattere vincolante per il personale sanitario, con solo alcune eccezioni.

 

La presa in carico del limite

Per questa approvazione finale al Senato potrebbe essere stato utile il recente contributo di Papa Francesco. Infatti, nel contesto del Meeting Regionale Europeo della World Medical Association in materia di “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la vita, Bergoglio si era espresso contro l’accanimento terapeutico. In particolare, aveva dichiarato che «occorre un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona». È proprio la presa d’atto che la tecnica applicata al campo della salute non dà solo risultati graditi e sperati il punto chiave della questione. Al giorno d’oggi le morti tempestive, cioè le morti che si avverano in tempi così brevi da non dare tempo ad alcuna manovra terapeutica, sono rare. Queste sarebbero gli unici casi in cui la morte avverrebbe con decorso totalmente naturale, cioè senza possibilità di appello alle capacità della medicina. Nella grande maggioranza dei casi, la naturalità è proprio quell’istanza che si vuole contrastare, utilizzando la tecnica medica come strumento contro la morte. La guarigione purtroppo non è sempre un esito scontato, ma esiste la possibilità del fallimento terapeutico e proprio di fronte a questo è necessario avere un ordinamento che lasci possibilità di scelta, perché ancora molte malattie continuano ad avere la meglio sui nostri tentativi, procurando sofferenza inutile e perché, fondamentalmente, rimaniamo esseri mortali. Proprio quest’ultima considerazione dovrebbe essere quel limite percepito che ci fa oscillare, in modo del tutto personale e libero, attorno ai due estremi: tentarle tutte, da un lato, e gettare le armi, dall’altro. Fondamentale sarà il ruolo dei medici nel fornire le informazioni necessarie al paziente e ai familiari al fine di maturare una decisione consapevole. La legge non obbliga nessuno a prendere decisioni in cui non crede, si tratta dunque di uno strumento di tutela e di uguaglianza. La differenza importante è per chi prima vedeva negato il riconoscimento del proprio rifiuto a certe cure, in un contesto di incertezza giuridica.

 

I presupposti di questa legge

L’articolo 32 della Costituzione, oltre a ribadire che la salute è un diritto, dichiara che i trattamenti sanitari possono essere rifiutati dal paziente (e, fatto ovvio, lo dice dal lontano 1948!), fanno eccezione solo i vaccini, quando obbligatori, e i trattamenti sanitari obbligatori in ambito psichiatrico.

Il codice deontologico dei medici italiani prevede già da tempo, nell’articolo 38, che “il medico deve attenersi, nell’ambito dell’autonomia e indipendenza che caratterizza la professione, alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi e deve agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa”.

La Cassazione nel 2007 aveva sentenziato, per mettere un po’ di ordine nel panorama dell’accanimento terapeutico, che “l’inserimento, il mantenimento e la rimozione del sondino naso-gastrico o della PEG sono atti medici, previsti e attuati nell’ambito e in funzione di una precisa e consapevole strategia terapeutica adottata con il necessario consenso del paziente”. Questa sentenza permetteva di porre fine alla polemica che aveva raggiunto il culmine con il caso di Eluana Englaro, consentendo ad alcuni di affermare che nutrizione e idratazione dovessero essere imposte ai pazienti, indipendentemente dal consenso dei malati.

La nuova legge diventa dunque il tassello finale che mancava a rendere coerente e compatta la giurisprudenza già in atto.

 

Rifiuto delle cure non è eutanasia passiva

La legge chiarisce, tra i suoi punti, che il diritto di rifiutare le cure non autorizza alcun comportamento volontario del medico che possa cagionare la morte del malato. Si tratta di una presa di posizione chiara contro l’eutanasia, ma anche una presa di distanza dal concetto di eutanasia passiva, secondo il quale il medico che ometta delle cure lascerebbe morire il malato configurando un reato. Con questo provvedimento il medico può lasciare che il malato che ha accettato il decorso fatale della malattia vada incontro alla sua fine. Ciò accadrà senza timore di ripercussioni, ma soltanto dopo che il paziente avrà compreso inequivocabilmente le conseguenze delle sue scelte, basate sull’evidenza che, purtroppo, le strategie terapeutiche conosciute dalla scienza non sono in grado di dirottarlo dall’indomabile agonia della sua malattia mortale. Con questo provvedimento diventa chiaro che il rifiuto dell’accanimento terapeutico equivale all’accettazione degli esiti mortali della malattia. Forse l’eutanasia passiva è un concetto da abolire perché finora ha soltanto infangato il percorso per la libertà di scelta sul proprio fine vita. Rimane allora soltanto l’eutanasia definita “attiva”, in cui l’atto medico procura la morte, ma questa è tutta un’altra storia.

 

Pamela Boldrin

Pamela Boldrin è dipendente presso ulss6 euganea e docente a contratto presso l’università di Padova. La sua formazione unisce interesse per la scienza medica, da un lato e per la filosofia, dall’altro. Sì è laureata prima in tecniche di neurofisiopatologia a Padova e poi in filosofia a Venezia.  Grazie alla bioetica fa dialogare i due rispettivi ambiti: scienza ed etica. È impegnata particolarmente nell’approfondimento di questioni bioetiche nell’ambito dell’”inizio vita”, del “fine vita” e delle neuroscienze cognitive. Scrive anche sulla rivista on line “scienza in rete”.

NOTE:
1. Qui per approfondire il biotestamento in Europa.

 

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Città santa, città martire

Tra gli stretti vicoli di Gerusalemme, seminascosta dai palazzi fatti costruire da Ṣalāḥ ad-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb (l’italiano Saladino), sorge la Basilica del Santo Sepolcro, la chiesa costruita sul luogo dove tradizione vuole che morì, fu sepolto e risorse Gesù Cristo. Sulla facciata, elemento curioso, si nota una scala di legno: di anno in anno la scala rimane, per quanto abbia evidentemente cessato la propria utilità. La ragione è il cosiddetto Status Quo: la Basilica è amministrata da diverse confessioni cristiane, con compiti e aree severamente divisi per ognuna. Nessuno sa, però, chi abbia messo la scala sulla facciata e nessuno sa quindi a chi spetti toglierla; col rischio di sconfinare nel terreno di competenza altrui, tutti hanno preferito lasciare la scala dov’era, e dov’è tutt’ora. Una simile dinamica può apparire assurda in qualunque altro contesto, ma non certo al Santo Sepolcro: solo pochi anni fa, un frate francescano e un monaco ortodosso hanno iniziato una rissa perché uno dei due, spazzando, è finito a pulire il territorio dell’altro.

Questa è Gerusalemme: la Città Santa, perla del Medio Oriente, terra sacra per le tre maggiori religioni monoteiste del pianeta, crocevia di culture, lingue, popoli e nazioni, eppure spazio diviso e settorializzato come nessun altro al mondo. Ogni etnia, ogni religione e perfino ogni confessione di queste ha un suo quartiere, immediatamente identificabile dalle bandiere fieramente appese a case e luoghi di culto, territori marcati e difesi che testimoniano nella pietra il fragile ma secolarmente stabile equilibrio creatosi tra le molte anime della città. Gerusalemme è costantemente sul piatto di una bilancia, e ogni minimo cambiamento può causare ripercussioni e stravolgimenti, spesso e volentieri violenti, prima di un nuovo, sofferto assestamento.

Con tutta la grazia, l’attenzione e la delicatezza di cui ha dato ampia dimostrazione nel suo primo anno di presidenza, Donald Trump ha deciso di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv, capitale riconosciuta dello Stato di Israele, a Gerusalemme, la capitale storica del Regno di Israele, rivendicata da sempre da movimenti sionisti e neo-sionisti sempre più presenti (e violenti) sul territorio. Il trasferimento, chiaramente, non è una mera questione di indirizzo civico: con questa mossa, di fatto, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti riconoscono in Gerusalemme la capitale dello Stato di Israele, sfidando ogni sanzione internazionale sull’occupazione militare ancora in corso, sugli insediamenti abusivi, sulla politica di apartheid promossa da Israele, e destabilizzando ulteriormente un Mondo Arabo mai così vicino al punto di deflagrazione.

Gerusalemme è sì la città del Gran Re, sede del Tempio di Salomone (o di ciò che ne resta: il Muro Occidentale), ma è anche il luogo della manifestazione della salvezza per i cristiani, e quello da cui il profeta Muhammad ascese fisicamente al cielo per i musulmani. Unica al mondo, è città santa per tutti e conseguentemente città contesa, come testimoniano secoli di Crociate e guerre. Toccare Gerusalemme è toccare il mondo intero, e una simile decisione da parte di Trump, che appoggia così esplicitamente i movimenti sionisti, non rischia solo di alienargli le simpatie degli storici alleati turchi e sauditi, ma anche e soprattutto di dare fuoco a quella grande polveriera che è ormai tutta l’area mediorientale, scatenando nuovi conflitti internazionali e intestini. Il lampedusiano «Tutto deve cambiare perché tutto rimanga com’è»1 non trova posto in una realtà, in una città, che si fonda su delicatissimi equilibri tessuti in secoli di conflitto e in fiumi di sangue versato, in conquiste e in trattati. Anche quel surrogato di pace così faticosamente conquistato a Gerusalemme può andare in pezzi come cristallo a causa di una singola decisione mossa parimenti da ignoranza e arroganza.

Per il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, e per molti altri, la pace nel mondo dipendeva, in modo quasi mistico, dalla pace in Terra Santa, una pace oggi un po’ più lontana di quanto non lo fosse ieri. Non resta che associarsi alla supplica di uno dei salmi più belli consegnatici dalla tradizione ebraica, il 121/122: «Chiedete pace per Gerusalemme: sia pace a chi ti ama, pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici».

 

Giacomo Mininni

 

NOTE:
1 cfr. Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1958. 

[Immagine tratta dall’archivio personale dell’autore]

 

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La banda dei buonisti inconsapevoli

Si aggira indisturbata ormai da anni, inerpicandosi e infiltrandosi nelle più nascoste intercapedini dell’informazione. Si mostra quotidianamente, in modo beffardo, sfidando la piazza – quella del web – con tutte le sue contraddizioni.
È una banda di profili dietro i quali vi sono persone che vivono in mezzo a noi, compiono le normalissime mansioni che la vita richiede, sono irriconoscibili a prima vista… si manifestano solo da ciò che seminano: commenti, ingiurie, grandi e inconcludenti sermoni.
La banda dei buonisti inconsapevoli non ha un’organizzazione alle spalle, non ha una struttura definita, gli affiliati non sempre sanno di appartenervi.

Avete presente il proverbio del bue che dà del cornuto all’asino? Ebbene, modificandone gli elementi e mantenendone intatta la forma loro sono i buonisti che danno del buonista al prossimo.
Com’è possibile, direte voi, che tante persone cadano in un paradosso simile?

Occorre entrare nel delicato mondo della cronaca nera, quello che piomba nelle nostre case attraverso telegiornali e social, in particolar modo quella cronaca nera legata alle violenze sessuali e agli omicidi in cui sono vittime le donne.
Occorre anche assistere all’epilogo di una notizia data in pasto all’opinione pubblica per veder materializzarsi la famigerata banda al completo.

Indignazione, rabbia, sentenze di morte, palchi di tribunale improvvisati, cataste di legna pronte per un nuovo rogo a Giordano Bruno, urla in formato scritto riassumibili con: crucifige crucifige!1
Tralasciando l’inopportuno volersi sostituire alla legge, sarebbe altrettanto ipocrita affermare di non provare rabbia davanti a fatti del genere e lo sfogo, entro certi limiti, è comprensibile.
Il problema sorge quando il giudizio della massa sconfina in ambiti non propriamente legati al fatto criminoso, poiché diretti ad altre persone nella ‘piazza’, quelle che inizialmente scelgono di tacere, di non esprimere un’opinione a loro avviso troppo frettolosa, coloro che attendono dettagli più consistenti rispetto ad una freschissima breaking news.
Persone che prima di sentenziare si chiedono perché, scavando alle origini sociali del male per trovare, forse invano, una possibile verità.

Questa attesa, questo voler scavare più a fondo, è visto con sospetto.
Viviamo in un mondo che vuole tutto e subito; molti poi, nutrendosi di assoluti, pongono la gente davanti a bivi: o sei con noi o contro di noi / o condanni il gesto, oppure sei amico dell’assassino.
Un buonista insomma.
Complicità, sostegno, addirittura sadico piacere nelle disgrazie altrui, queste sono le accuse mosse a chi stona dal coro delle ingiurie… se il colpevole del fatto criminoso è straniero. Se è italiano, beh, le cose cambiano e parecchio.

Gli assetati di giustizia “fai da te”, davanti ai crimini di un italiano, diventano spesso i veri buonisti di questa triste storia. Le accuse mosse ai prudenti, diventano improvvisamente virtù: l’attesa, il capire meglio, la presunzione di innocenza fino-a-prova-contraria nei confronti del reo.

«Era… rimasto senza benzina. Aveva una gomma a terra. Non aveva i soldi per prendere il taxi. La tintoria non gli aveva portato il tight. C’era il funerale di sua madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa sua!»2.

E lo stupro di un homo italicus ai danni di una donna? Il «se l’è cercata» balza agli occhi in molti commenti, ferisce e dilania – per due volte – la dignità della vittima e anche di chi legge, di chi è madre, di chi è donna, di chi crede nel rispetto reciproco.
Il reato cade, cade la sua efferatezza, cade la malattia che lo provoca, rimane il giudizio impietoso del colore della pelle. «Si può sapere la nazionalità?» precede di gran lunga il «come sta la ragazza?».
Le accuse al giornale che cela inizialmente le generalità del criminale sembrano voler chiedere indicazioni sul comportamento: dicci in fretta che dobbiamo sapere se giustificare o reclamare la testa.

La banda dei buonisti inconsapevoli ha fame, vive aspettando il macabro spettacolo degli orrori, arroccata ai suoi leader eletti a rappresentanza le cui autorevoli voci legittimano tutte le altre.
I pessimi esempi crescono, si fanno forza e vomitano tutta la loro inconfondibile assurda contraddizione.

 

Alessandro Basso

 

NOTE: 
Jacopone da Todi, Donna de Paradiso, verso 28, XIII sec.
Citazione modificata presa in prestito dal film “The Blues Brothers”, USA 1980.

[immagine tratta da google immagini:
Antonio Ciseri “Ecce homo”, (pre 1891), dettaglio, Galleria di Arte Moderna Palazzo Pitti, Firenze.]

 

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Ubi Petrus, ibi Ecclesia. 61 firme contro papa Francesco

<p>A figure of Argentinian Pope Francis of the Catholic Church (L) and a swank figure of the church holding a cross are pictured during the traditional Rose Monday parade on March 3, 2014 in Duesseldorf, western Germany. Carnival goers mainly in the Rhine region traditionally celebrate the highlight procession on Rosenmontag (Rose Monday).  AFP PHOTO / PATRIK STOLLARZ        (Photo credit should read PATRIK STOLLARZ/AFP/Getty Images)</p>

Era tradizione, per la setta ebraica dei Farisei, dedicarsi a frequenti e minuziose abluzioni prima di qualsiasi preghiera, pubblica o privata, da quella comunitaria al Tempio alla benedizione dei pasti. L’idea era che, per essere degno di accostarsi alla presenza di Dio, l’uomo dovesse prima purificarsi, e la forma esteriore di tale processo era, appunto, l’abluzione. Per questo l’episodio delle nozze di Cana riportato nel Vangelo secondo Giovanni, è rilevante e provocatorio: l’acqua che nel racconto Gesù trasforma in vino (il “vino buono”, quello della festa, quindi il vino benedetto del kiddush) è quella degli otri per l’abluzione, l’acqua che doveva purificare i commensali. Il messaggio dell’evangelista è chiaro: è inutile tentare di “rendersi degni” di Dio, Lui è già presente, ha fatto il primo passo.

Questa interpretazione del brano dev’essere sfuggita all’ex presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi ed agli altri sessantuno firmatari della Correctio Filialis De Hæresibus Propagatis, un documento che contiene un monito diretto a Papa Francesco, redatto e sottoscritto da professori, sacerdoti, religiosi e semplici credenti. Il succo della questione, espresso in sette punti da un latino magniloquente e in altre venticinque pagine di commento, è che il Papa regnante si sarebbe macchiato di gravi eresie, e sarebbe colpevole di stare mettendo in pericolo le anime dei cattolici tutti con la propria condotta e i propri messaggi.

La pietra dello scandalo è principalmente l’Amoris lætitia, in particolare i passaggi dal 295 al 311 in cui si tocca l’annosa questione dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Non basta, evidentemente, il casuismo gesuitico che porta Bergoglio ad una incredibile cautela nel toccare l’argomento, concedendo sì assoluzione e comunione, ma solo in casi particolarissimi ben specificati, e richiedendo a gran voce un accompagnamento personale da parte di un padre spirituale che sappia distinguere caso per caso (cosa che, peraltro, richiamerebbe diversi parroci “burocratizzati” ad una cura delle anime ben più attiva e personale della forma attuale). I firmatari della Correctio sono irremovibili: in caso di peccato, non si è “degni” di accostarsi ai sacramenti, e il peccatore deve essere tenuto lontano dalla Chiesa fino a che non abbia mostrato segni di pubblico pentimento e abbandonato le proprie vie perverse. Solo i perfetti e i santi possono, apparentemente, godere della Grazia divina (in barba all’etimologia che rimanderebbe alla “gratuità”), e i nuovi Defensores Fidei, seguendo l’esempio del figlio maggiore della parabola del “figliol prodigo”, non possono certo tollerare una simile confusione tra misericordia e lassismo morale.

Seguono ulteriori accuse a Francesco, tra cui quella di essersi “pericolosamente” avvicinato alla riconciliazione coi protestanti luterani in almeno due precise occasioni. Inutile a dirsi, questa impressionante serie di comportamenti “contro la dottrina” rischierebbe nientemeno che di rendere nullo il pontificato di Francesco, seguendo il dettame di San Roberto Bellarmino (anche lui gesuita, come il Papa) secondo cui un pontefice eretico decadrebbe automaticamente dalla propria carica, ma accostandosi in maniera imbarazzante anche all’eresia donatista tanto condannata da S. Agostino, per la quale solo i sacramenti amministrati da sacerdoti puri e perfetti erano da considerarsi validi, in puro stile farisaico.

Anche volendo sorvolare sul Codice di diritto canonico, secondo cui “la Prima Sede non è giudicata da nessuno” (Canone 1404), basta una lettura per capire quanto poco di cristiano ci sia nelle accuse dei Correctores: una Chiesa per pochi, in cui solo gli eletti e i perfetti ricevono in premio alla propria virtù il privilegio di accostarsi a Cristo, è in aperta e palese contraddizione con qualsiasi tradizione evangelica, canonica o apocrifa. Una Chiesa che, poi, si definisce “cattolica”, quindi “universale”, è per sua natura aperta, accogliente: la conversione del cuore è sì prevista e caldamente sperata, ma come conseguenza dell’incontro con Dio, non certo come sua necessaria condizione. Ben vengano i dubia come espressi dai Cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, finché sono tesi e finalizzati a un dialogo aperto e costruttivo per la crescita comune. Non ci siano dubbi, però: la porta è e resterà aperta, e non c’è intellettuale che abbia la forza di ritrasformare il vino in acqua.

Giacomo Mininni

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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