Preoccupati? #MeToo

Il principio della caccia alle streghe è estremamente semplice e diretto: si crea una categorizzazione di gruppo, si individua al suo interno una sotto-categoria di nemici, si prosegue con la caccia, con la pubblica gogna e, in determinati casi, con l’esecuzione non solo degli appartenenti a detta sotto-categoria, ma anche a chiunque condivida con questi anche un minimo elemento di similitudine.

Il processo nasce chiaramente in ambito religioso, e l’ovvio riferimento è ai processi agli eretici (quasi interamente in ambito cattolico) e, appunto, alle streghe (più che altro in ambito luterano e puritano) che, a partire dall’Europa dell’Alto Medioevo, hanno accompagnato il cristianesimo fino all’America del XVII secolo. Anche qui, da un obiettivo ben mirato e determinato, la “caccia” è degenerata ad una psicosi collettiva. Il dato artista ha raffigurato nel suo affresco un elemento classico, e quindi di origine pagana? È eretico. La tale donna è stata vista dare da mangiare a un gatto del villaggio? È una strega. Come tutti gli estremismi, però, anche quello della caccia alle streghe non è un elemento innato, e perciò limitato, alla religione: il celebre aforisma attribuito a G. K. Chesterton, “Chi non crede in Dio finisce per credere a tutto” vale anche per il fervore religioso e, ovunque una dimensione spirituale propriamente detta viene meno, sono le ideologie, sociali o politiche, ad ammantarsi di un assoluto che diventa però fanatismo.

È questo il caso, storicamente, della campagna anti-comunista lanciata dal senatore Joseph McCarthy negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, con centinaia di scrittori, sceneggiatori, attori e registi messi all’indice per una serie di comportamenti “filobolscevichi”, laddove bastava un cappello inclinato a sinistra piuttosto che a destra per attirare sospetti di simpatie socialiste. È anche il caso, purtroppo, del movimento #MeToo, cominciato negli Stati Uniti come mobilitazione di denuncia di molestie sessuali, a volte perfino stupri, colpevolmente taciuti da una società nemmeno troppo nascostamente misogina e patriarcale.

Tramite internet il movimento si è diffuso a macchia d’olio, già modificandosi una volta arrivato in Europa: in Italia è diventato #quellavoltache, invitando le donne a denunce molto più personali che non la semplice alzata di mano di #MeToo, mentre in Francia si è trasformato nel ben più aggressivo e mirato #BalanceTon-Porc (“denuncia il tuo porco”). Dopo le prime storiche vittorie del movimento, che comprendono le dimissioni di un molestatore seriale del calibro del produttore Harvey Weinstein, questo si è ulteriormente diffuso, trasformato e purtroppo involuto in una ennesima autolesionista caccia alle streghe.

Ha fatto scalpore il sito Babe.net, che ha pubblicato una lettera in cui una donna ha accusato di molestie l’attore Aziz Ansari, descrivendo nel dettaglio una serata in cui, però, di molestie non c’è neanche l’ombra. La celebre femminista canadese Margaret Atwood è stata pesantemente attaccata perché ha “osato” invocare un giusto processo per Steven Galloway, professore della British Columbia University licenziato in tronco dopo un’accusa, non provata, di molestie. Anche il giornalista Andrew Sullivan e il filosofo Slavoj Žižek sono messi alla pubblica gogna dopo aver invitato a non confondere con molestie vere e proprie tutta una serie di esperienze magari spiacevoli ma del tutto innocue, comuni, e certamente non ascrivibili a reato.

Come la lotta agli eretici prima, e quella al comunismo dopo, anche quella contro molestatori o presunti tali ha investito l’ambito culturale. Recentemente, il regista Leo Muscato ha cambiato il finale della Carmen di Bizet, con la protagonista che si fa assassina di Don José “per lanciare un messaggio contro la violenza sulle donne”, mentre oltreoceano è partita una petizione per cambiare nei testi per l’infanzia il finale de La bella addormentata nel bosco, in modo da eliminare quel bacio non richiesto che sa tanto di molestia. Migliaia di persone hanno firmato anche la petizione di Mia Merrill per rimuovere dal Metropolitan Museum of Art di New York il quadro di Balthus Thérèse che sogna, considerato un invito alle molestie su minore.

La degenerazione di una battaglia sociale sacrosanta e troppo a lungo attesa, però, non si ferma qui, e pone già le basi per una psicosi di massa che è già cominciata, al momento in ambiti socioculturali fortunatamente circoscritti. In alcune frange più estreme di gruppi che si richiamano al movimento, è ormai sufficiente essere nati maschi per essere identificati come nemici del popolo di #MeToo, in una sorta di inquietante eco del femminismo militante rivoluzionario di Valerie Solanas e della sua invocata “rivoluzione di genere”. Rispetto alle precedenti, questa specifica caccia alle streghe avrebbe almeno il pregio di essere molto più facile ed autoevidente: difficile sbagliare (o difendersi), quando la colpa è essere un rappresentante di metà del genere umano.

 

Giacomo Mininni

 

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“Ma tu sei arrivato con il barcone?”

Nessuno avrebbe il fegato per porla; nessuno avrebbe la faccia tosta per pronunciare davvero quelle parole. Eppure, ad un certo punto, quella domanda squarcia (si, squarcia, letteralmente) l’aria. “Ma tu sei arrivato con il barcone?”. E dopo un breve, addirittura troppo breve, momento di silenzio (perché in fin dei conti non richiede mica pause di riflessione una domanda del genere: o è si o è no) segue la risposta di Malick… affermativa.

A pronunciare la fatidica ma pur sempre legittima domanda, un bambino. Già, perché un bambino non si chiede, e in effetti non si deve chiedere se una domanda sia lecita o meno; non si chiede se una parola di troppo può essere inopportuna. Un bambino chiede e basta, come è giusto che sia. La sua curiosità è del tutto naturale, spontanea, innocente e per tale motivo esige di essere soddisfatta.

I bambini lo vedono alla tivù che alcuni uomini color cioccolato attraversano il mare e, qualche volta, arrivano in Italia con un barcone o con dei gommoni di fortuna. Lo vedono sul maxischermo rettangolare del salotto di casa, per loro è qualcosa di oggettivo, sanno che succede;  ma sebbene siano molto più svegli di quanto molti adulti possano pensare, forse non riescono a percepire la portata del fenomeno. Alcuni di loro, senza dubbio, si porranno qualche domanda da grande: “Sarà brutto, sarà bello, sarà buono quel viaggio per mare?”. Ma ciò che conta per loro, alla fine, è la praticità dei fatti: tu quel barcone l’hai preso o no? E che c’è di male nel chiederlo?

Un modo di pensare ed agire opposto a quello di noi adulti, che probabilmente riflettiamo di più e cerchiamo di ponderare al meglio le nostre parole, ma che di conseguenza abbiamo finito per accantonare quella spontaneità tipica dell’infanzia, rischiando di cristallizzare lo specchio delle nostre emozioni. Nascosti dietro i sospetti, le preoccupazioni e le incertezze mettiamo in gabbia la nostra capacità di provare ogni giorno quelle sensazioni che ci farebbero vivere più serenamente, e più vicini gli uni agli altri.

Perché quella domanda avremmo voluto farla anche noi, perché anche noi vogliamo conoscere e capire; ma per fortuna c’era Leonardo, nove anni, che la mano l’ha alzata subito, e senza nessun timore.

Avremmo voluto sapere la risposta a quella domanda per cercare di conoscere un po’ di più la persona che avevamo di fronte, per intuire dal suo modo di rispondere qualcosa di più del suo vissuto. Così come vorremo delle risposte a molti altri interrogativi che la nostra mente formula, ma che la nostra voce non sempre riesce ad esternare. Eppure domandare è così facile: non prende molto tempo e non costa fatica. Il difficile viene poi, ed è l’ascoltare; il mettersi a disposizione dell’altro e il lasciarsi andare alle sue parole. Il lasciarsi andare che è lasciarsi influenzare. Perché ascoltare equivale talvolta a prendere in considerazione un nuovo e diverso punto di vista. E questo difficilmente noi lo vogliamo fare.

 

Federica Bonisiol

[Immagine di Adolfo Felix da Unsplash]

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L’altra faccia della medaglia: giovani e fuga dall’Italia

Siamo sempre di più: la cosiddetta ‘fuga di cervelli’ sembra non arrestarsi, anzi peggiorare. Articoli di quotidiani, dossier speciali, trasmissioni televisive dedicate ai giovani italiani che se ne vanno dipingono l’Italia del brain drain, quella che esporta più laureati di quanti ne attiri. L’ultimo riferimento all’esodo viene dal Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che a gennaio 2018, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’Università “La Sapienza” di Roma, ha ricordato che «il numero di laureati sta crescendo ma è ancora troppo basso e ancora troppi giovani lasciano il nostro Paese per migliori opportunità all’estero»1. Secondo l’ultimo studio di Confindustria, sono 624 mila gli Italiani che dal 2008 al 2016 hanno spostato la loro residenza all’estero, in tutte le fasce di età2. Lo spostamento dei giovani in particolare costa all’Italia circa un punto di PIL all’anno, secondo lo studio citato.

Ma stanno veramente così le cose? In occasione di una conferenza sul fenomeno migratorio, una persona di nazionalità italiana, nel condividere con il pubblico la sua storia personale di migrazione intra-europea, disse di aver lasciato l’Italia per ambizione, per inseguire un sogno, quello di partecipare ad un progetto di respiro internazionale.

La verità è quella del brain drain potrebbe essere solo una faccia della medaglia. L’altra parte della storia è fatta di curiosità, voglia di mettersi in gioco, e perché no, ambizione. La curiosità di scoprire a fondo realtà nuove, la voglia di mettersi in gioco, integrandosi in ambienti diversi, l’ambizione di seguire un sogno più grande di se stessi o in un settore più rinomato all’estero: non sono caratteristiche legate alla nazionalità che portiamo, ma alle nostre personalità. Queste caratteristiche ci avrebbero portato a spostarci in un paese diverso da quello di nascita, anche se fossimo nati inglesi, scandinavi, olandesi o tedeschi. Reinventarsi in una realtà diversa e straniera è un processo così radicale e totalizzante, che non può essere compiuto se alla necessità pura e semplice, non si affianca almeno una di queste caratteristiche.

L’interpretazione corretta di questi dati ci dovrebbe spiegare che ci sono tanti motivi per cui una persona decide di trasferirsi in un altro paese. Immaginiamoci una bilancia: da una parte la necessità e dall’altra le altre motivazioni menzionate in precedenza. Nella scelta di ognuno di noi entrambe hanno un valore, anche se diverso. Ci saranno persone per cui la necessità ha un peso maggiore, così come ci sono persone per cui curiosità, sfida o ambizione hanno il sopravvento nella decisione finale. Per altre, magari, è più una questione di “moda”. Qualsiasi sia la motivazione predominante, non è intellettualmente onesto interpretare delle statistiche appiattendole solo su una singola variabile. Soprattutto quando su queste interpretazioni, si forma l’opinione pubblica nazionale, ed a sua volta quella estera3.

Sembra pensarla alla stessa maniera anche PagellaPolitica, il nuovo partner di Facebook Italia nella lotta alle fake news4, che ha verificato i dati dello studio di Confindustria. Secondo PagellaPolitica5 ci sono almeno tre considerazioni da tenere a mente. Innanzitutto, non tutti gli italiani emigrati hanno lo stesso titolo di studio. Ci sono italiani con titolo di studio superiore come concittadini laureati o dottori di ricerca: questo implica che il calcolo sulla spesa di formazione fatta dallo studio in questione possa solo essere un’approssimazione al rialzo. In secondo luogo, in economie che si definiscano avanzate, è normale che i giovani si spostino in Paesi diversi da quello di origine, con alcuni tra i maggiori Paesi europei che arrivano a numeri più elevati di quelli italiani6. Infine, un numero non irrisorio di italiani torna in Italia, spostando nuovamente la propria residenza dall’estero all’Italia (22 mila nel 20157).

Queste considerazioni ci restituiscono un’immagine differente e forse più realistica dei 624 mila italiani, evidenziati dai giornali. La necessità è una faccia della medaglia, quella che fa più rumore, perché porta a decisioni che sono frutto della mancanza di viabili alternative. Ma non è l’unica. Per quanto minoritaria, l’altra faccia vale ugualmente la pena di essere presa in considerazione, raccontata e ascoltata, perché come ha detto di recente il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, «quando c’è qualcosa di positivo che riguarda l’Italia, bisogna avere il coraggio di raccontarlo»8. Il rischio è quello di favorire altrimenti il circolo vizioso della profezia che si auto-adempie9.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Padoan, la disoccupazione cala, ma ancora troppi giovani lasciano l’Italia, Corriere della Sera, 18 gennaio 2018.
2. Confindustria Centro Studi, Scenari Economici, dicembre 2017, N. 31,
3. Francesca Capano, L’intreccio tra Dinamiche Interne e Rappresentazioni Esterne, settembre 2017, La Chiave di Sophia.
4. Facebook farà il fact checking anche in Italia, con Pagella Politica, Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2018
5. Quanto costa allo Stato e alle famiglie italiane la fuga dei cervelli. Una stima, gennaio 2018, Pagella Politica.
6. L’affermazione non è tuttavia sostanziata da dati o riferimenti a Paesi europei specifici.
7. Fonte: Istat.
8. Il video dell’intervento alla pagina Facebook del Presidente del Consiglio.
9. In sociologia, la profezia che si auto-adempie è una previsione che si avvera solamente perché ritenuta reale (la previsione genera l’evento che a sua volta verifica la previsione stessa).

 

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L’importanza di essere una minoranza attiva

Per alzata di mano.
In quale pizzeria andremo stasera? Scegliamo per alzata di mano, la maggioranza almeno accontenterà quante più persone possibili e, forse, il clima a tavola sarà il migliore possibile.
Non sono un politico ma mi piace la pizza e la compagnia per una curiosità umana e sociale. Forse da questo deriva il mio soffermarmi su questioni quotidiane, particolari, anziché dibattere su leggi universali e metafisiche. È un’indeterminatezza più pratica, un lavoro a mani nude come quello dello psicologo, del buon filosofo che vive nel mondo, di ogni meccanico in realtà.
La scelta di una pizzeria, di un locale in cui passare la serata è una delle questioni umane meno stressanti. Solitamente nel weekend, liberi da pensieri, orari lavorativi e dunque con una voglia di distrarsi e staccare la spina. Ogni posto va bene, in fin dei conti, pochi prendono l’iniziativa e si nascondono dietro la nichilistica indifferenza: “per me è indifferente, scegliete voi”. Già da questo è interessante vedere come tutti cedano la propria possibilità di scelta e si annichiliscano per poi finire nello stesso posto di sempre o farsi guidare da un leader più intraprendente.
Non sono troppo drammatico o disturbato socialmente nel dire che si tratta di una fotografia della società ridotta ad un livello micro. Si pensa che in quel gruppo ci sia democrazia, ci sia rispetto reciproco tra tutti condito da un’idea di uguaglianza. Ogni parere dovrebbe valere quanto un altro e le decisioni vengono prese secondo la volontà dei più per renderne infelici il minor numero possibile. Nonostante la possibilità dell’indifferenza di tutti, la maggior parte delle volte ci sono individui più influenti di altri, con gusti e preferenze particolari e capaci di guidare il gruppo, tanto quanto l’intraprendente leader citato precedentemente.
Si forma così la maggioranza? Ma soprattutto, in un periodo di profonda crisi di valori e di senso politico, porrei in dubbio il valore della maggioranza.
Del resto, come tutte le dinamiche sociali, politiche ed economiche, la maggioranza è una creazione artificiale, un costrutto politico formato dalle persone facenti parte di un gruppo. Un sistema come quello capitalista o neoliberista non dev’essere trattato da ente esterno, bensì da risultato di un’aggregazione umana che contribuisce a renderlo tale. La maggioranza è un insieme di persone che esprimono un certo parere secondo la propria prospettiva soggettiva, veicolo di credenze, valori, emozioni e permeata, dunque, da un grado di imprecisione. Eppure grandi strutture sociali e politiche sono state erette, così apparentemente solide da considerarle autonome e insuperabili. Quella che in filosofia è definita la “tecnica” ivi ritorna con gran prepotenza nella vita umana, dominandola, quasi sostituendola. Galimberti scrive:

«Il problema è: non cosa possiamo fare noi con gli strumenti tecnici che abbiamo ideato, ma che cosa la tecnica può fare di noi»1.

Costruttori e costruiti, schiavi dell’artificio e del costume della maggioranza, della deriva conformista, o meglio omologata secondo strutture. Da amante della pedagogia ho apprezzato le parole di Francesco Codello ad una conferenza all’università Ca’ Foscari di Venezia, il quale, nell’ambito della storia del pensiero anarchico, evidenziò la pedagogia come massima forma di nichilismo. Questo per il semplice meccanismo che ci ha portati a voler calcolare e dominare il mondo nietzscheanamente, impartire lezioni e indirizzare secondo la prospettiva del dover essere e non dell’essere. Il conformismo e la mortificazione sociale si nutrirebbero delle difese a questa affermazione, ne formulerebbero un’accusa forte dei numeri, della percentuale di maggioranza degli omologati, di chi si comporta nel modo giusto stabilito secondo maggioranza.
Se la maggioranza, dunque, era vista come la soluzione al bene di più persone e al danno dei meno, ora possiamo ammirare la sua deriva nichilista, capace di permeare di dovere le varie stratificazioni sociali riproponendo la logica biunivoca del bene e del male, di giusto e sbagliato. Ebbene penso che sia finito il tempo anche delle grandi opposizioni, della violenza come risposta e reazione a forme di dominio così ampie e complesse. Serge Moscovici in Psicologia delle minoranze attive ci mostra come, posta la condizione duale di maggioranza e minoranza, sia possibile avere un’influenza effettiva pur ritrovandosi in situazione di “inferiorità”. I canoni sociali ci portano a ritenerci inferiori, diversi, strani e forse sbagliati se a compiere un’azione o attuare un comportamento siamo in pochi. Subito il numero e la massa opposta inizierebbe a pesarci, ad opprimerci ma più per abitudine a mitizzare la quantità. Se riuscissimo a liberarci, a superare tale credenza impartita socialmente, si potrebbe attuare il proprio essere una minoranza attiva. Secondo Moscovici per avere un’influenza sull’attuale maggioranza ci si dovrebbe presentare secondo tre punti fondamentali:
1.  Avere un’idea o un valore chiaro da proporre e portare avanti nel tempo;
2.  Essere coerente con la posizione presa;
3.  Non essere esclusi dal sistema sociale.
Dico che è finito il tempo di grandi opposizioni e scontri perché credo di aver visto abbastanza alternative rivoluzionarie desiderose di estraniarsi dal sistema per costruirne un altro, piuttosto che modificarlo dall’interno. Il risultato è rappresentato da troppe idee e conferenze isolate in aule remote con poche persone presenti e risentite, frustrate per il proprio essere impotenti.
Penso che da un piccolo gesto quotidiano si possa già esercitare il proprio essere, magari senza le catene del dover essere. Mi viene in mente come un mio amico una volta, come ricompensa per aver trovato e restituito un oggetto caro ad una persona, abbia chiesto come ricompensa a quella persona di aiutare a sua volta altre tre persone. Un piccolo gesto, come un aiuto, trasmesso ed esteso a più persone di volta in volta è ciò che nel nostro essere soli, unici e quindi assolutamente ininfluenti rispetto alla massa sociale, può invece renderci influenti come minoranza, renderci attivi nel mondo e con le persone che vediamo ogni giorno, senza per forza ambire ad arrivare a tutti, bensì partendo da chi hai di fronte in questo momento.

Grazie a Paolo Benini e Eugeniu Pinzaru

 

Alvise Gasparini

 

NOTE:
1. U. Galimberti, Psiche e Techne. L’uomo nell’età della tecnica, Milano, Feltrinelli, 2000

 

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Il valore della sconfitta

Bisogna saper perdere è il titolo di un singolo dei The Rokes cantato nel lontano 1967 in un anglo-italiano che in quegli anni spopolava tra i giovani della Beat Generation. Il testo è un invito alla riconciliazione tra due amici dopo una contesa d’amore finita con l’immancabile vincitore che consola lo sconfitto: «Quante volte, lo sai si piange in amore / ma per tutti c’è sempre un giorno di sole!».
Ascoltandola nel 2018, oltre all’inevitabile sorriso che strappa l’accento di Shel Shapiro, la canzone porta con sé un importante messaggio, quel titolo dal retrogusto esortativo che può essere applicato per sua natura a più livelli interpretativi, specialmente in campo sociale.

Quanti di noi considerano una sconfitta, un passo falso, come un aspetto negativo della nostra vita? Un’esperienza da non ripetere, un rimorso che ogni tanto bussa alle porte del nostro cervello proprio mentre cerchiamo di dormire, una malattia latente che spesso uccide nuove iniziative prima ancora della loro realizzazione.
Quanti di noi sono cresciuti con il timore del giudizio altrui? Forse non riusciremmo a tenere il conto.
E quanti hanno pensato, anche solo per un momento, che nulla avrebbe avuto più senso dopo quella tremenda delusione? Con dosi e in proporzioni differenti, ci siamo passati un po’ tutti.
Quante soluzioni possiamo mettere in campo allora per tentare di risolvere questo problema comune? Purtroppo non esiste una ricetta standard valida per lenire qualsiasi tipologia di sconfitta poiché dovrebbe essere compito di ciascuno trovare la propria cura, provando, tentando, fallendo.
Eppure negli ultimi anni stiamo assistendo a un lento estinguersi dei problemi, operato sia dalla gente comune sia dalle istituzioni.

I maggiori beneficiari di questa politica anti-problema sono gli appartenenti alle nuove generazioni a cui viene offerta la più ampia gamma di strumenti per affrontare al meglio le sfide, la vita e l’istruzione in modo da prepararli ad essere i buoni cittadini di domani. Si offre loro tutto… tutto, tranne la possibilità di crescere attraverso le sconfitte.
In passato i minori appartenevano, assieme alle donne, alla parte ‘debole’ della società e, complice una diversa sensibilità umana, risultavano privi delle più elementari norme riguardanti i loro diritti fondamentali, redatti e revisionati a più riprese a partire dal 1924 fino a giungere, solamente nel 1989, con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
Tutto ciò è sacrosanto, ci mancherebbe, tuttavia credo sia arrivato il momento di chiedersi se dal riconoscere i normali diritti dei minori non si sia passati, magari impercettibilmente, a creare per loro un mondo d’ovatta, bello e pericoloso al tempo stesso.

Come potrebbe crescere, ad esempio, un bambino a cui viene regalato tutto, magari una promozione scolastica immeritata, un premio nonostante il suo comportamento irrequieto, un atteggiamento fin troppo conciliante – targato erroneamente come comprensivo: comprendere/capire non è sinonimo di perdonare – sebbene conduca una vita all’insegna della violenza, o peggio della droga?
Ancora, si parla di sensibilizzazione contro il bullismo nelle scuole, ma come lo si combatte se aumenta il giustificazionismo verso le “ragazzate goliardiche” compiute da giovani delinquenti in erba? I paradossi e le contraddizioni sembrano regnare incontrastati.
Qualsiasi tipologia di punizione viene recepita come traumatizzante, destabilizzante, distruttiva, oltre ai genitori che tendono a colpevolizzare l’insegnante pur di non ammettere l’evidente impreparazione beffarda dei loro sacri pargoli, ci si mette anche la legislazione istituzionale della “Buona Scuola” (legge 107/15) a rendere sempre più arduo il bocciare, il respingere, il non accettare.

A prima lettura la mia sembra una sadica difesa a tutto ciò che provoca delusione e sconforto, ma scrivo da “plurideluso” e “plurisconfortato”, ho sperimentato le conseguenze di più bocciature scolastiche, di esami non superati, di progetti falliti, eppure non avrei l’ardire di definirmi un sopravvissuto.
Certo, fa male, ma sono giunto alla conclusione che fa più male essere salvaguardati troppo, perché?
Provate a pensare, alla luce di quanto detto fino ad ora, quali pieghe potrebbe prendere la vita di un ragazzo che si è visto regalare tutto nel nome della sensibilità. Nel mondo degli adulti si aspetterà di trovare altri regali, altri vagoni di sensibilità, altre istituzioni che si preoccuperanno di alleviargli la colpa, tutte cose che nella realtà non esistono, o almeno non esistono per tutti.
Sarà allora che scoprirà di aver vissuto in un pianeta illusorio e si farà ancora più male, poiché orfano di tutte quelle esperienze, negative sì, ma capaci di formare e rafforzare il carattere; quando si cade da bambini ci si rialza, da adulti diventa un problema.

Non c’è soluzione quindi?
Ci troviamo davanti ad un aut-aut? O si soffre oggi o si soffrirà domani?
La sconfitta, che piaccia o no, è un ingrediente della nostra esistenza tuttavia possiamo scegliere di totalizzarla, e precipitare quindi nello sconforto, oppure trasformarla in insegnamento, affrontandola con serenità ammettendo i propri errori per evitare di compierli nuovamente.
In questo modo si saprà perdere senza farsi troppo male.

 

Alessandro Basso

 

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Unione Europea: ognun per sé e Dio per tutti

Non è mia intenzione ammorbare quanti avranno voglia di spendere parte del loro tempo per leggere questa mia riflessione, con discorsi volti unicamente a distruggere – così come la moda attuale vuole – l’idea comunitaria che regge il sistema politico ed economico europeo nel quale viviamo. Esistono critiche costruttive lì da qualche parte, sovrastate dal mare di sfoghi collettivi anti-sistema che infiammano moltissime persone, urla incontrollate, j’accuse improbabili lanciati da politici altrettanto improbabili; esistono e sono nascoste molto bene.
Tuttavia esistono anche dubbi, forse sani, forse no, legati al concetto stesso di Unione Europea che d’altra parte, visti i recenti comportamenti tenuti dagli Stati nazionali in seno all’organizzazione, inevitabilmente sorgono anche nelle più positive intenzioni.

Cos’è l’Unione Europea?
La risposta è una sola: dipende.
Dipende se intendiamo l’Unione Europea così come ci è stata raccontata, come si presenta, oppure se vogliamo farci del male e riscoprirne definitivamente la natura.
Quando e perché è nata l’Unione Europea?
Un continente uscito con le ossa rotte dal secondo conflitto mondiale aveva capito che i moti di supremazia di un singolo Paese potevano creare danni ingenti a cose e persone, quindi la possibilità per risollevarsi e prosperare era racchiusa nella collaborazione tra Stati. Dallo scontro si era passati quindi al dialogo in modo tale da affrontare meglio un futuro che – con l’inizio del dualismo USA-URSS – non si presentava certamente roseo e felice.
Un po’ come si vede nei documentari di avventura, o nei film in cui i protagonisti si trovano in una situazione di precarietà e ognuno mette in comune i propri viveri, gli Stati europei nel 1951 misero in condivisione reciproca le materie prime più importanti: il carbone e l’acciaio, entrambe utili per il settore energetico ed infrastrutturale, dando vita alla CECA.
Il primo passo verso l’Unione Europea fu proprio questo: il libero scambio di merci.

Fatta questa premessa risulta abbastanza chiaro che le radici dell’Unione Europea sono economiche, che poi l’apertura dei confini abbia interessato altri settori è fuor di dubbio, ma è diretta conseguenza di una visione decisamente materialista e del resto non poteva essere altrimenti.
Un’altra domanda che sorge spontanea è la seguente: l’UE ha mai smesso di pensare ed agire in termini economici e materialisti?
Nel già citato dualismo USA-URSS in cui anche l’Europa faceva parte dei territori contesi, assieme ad Africa, America latina e Asia, fu necessario un ulteriore passo in avanti, questa volta non nella sfera materialista ma in quella psicologica. Per rafforzare il concetto di Europa dovevano essere creati gli europei, i cittadini che avrebbero dovuto emergere dalla condizione di subalternità alle super-potenze.
Senza voler favoleggiare segreti machiavellici, se volete creare un fronte comune “umano” contro qualcuno o qualcosa che appare invincibile, dovete prima di tutto coinvolgere altre persone e farle sentire parte di un grande progetto; del resto il motto «l’unione fa la forza» è sicuramente più motivante di un «se non mettiamo assieme le economie siamo spacciati».
L’apparato extra economico dell’Unione Europea, che comprende il mito di fondazione, la simbologia, le festività laiche ecc, è servito da panacea, da utile racconto per far ingerire lo sciroppo amaro del cinico materialismo. Non è nemmeno una novità, nel corso della Storia fu un processo già sperimentato in piccolo, specialmente nel Settecento quando si formarono gli Stati Nazionali.

Appurata la base materialista dell’UE, appurata la bella immagine che di sé ha costruito negli ultimi sessant’anni viene da chiedersi cosa non sta funzionando, quale ingranaggio si è rotto o allentato.
È sotto gli occhi di tutti infatti il comportamento tenuto dai singoli Stati nel delicato tema dell’immigrazione, comportamento che ha portato alla luce numerosi rancori, anche estranei a questo problema principale e vecchi antagonismi latenti da chissà quanti anni.

Il fenomeno migratorio attuale ci ha colti di sorpresa, poche persone avevano intuito cosa avrebbe raccolto l’Europa dopo secoli di sfruttamenti e tentativi, spesso fruttuosi, di controllare indirettamente le politiche interne dei Paesi nati durante la decolonizzazione (anni ’60 e ’70 del Novecento, quindi l’altro ieri); ciò ha messo a nudo la vera natura che è propria dell’Uomo: l’egoismo.
Gli esseri umani sono capaci di aggregarsi, di modificare l’ambiente per adattarlo meglio alle proprie esigenze, sono in grado di strutturarsi in gerarchie per controllare un determinato territorio, sono capaci di spingere i confini invisibili dell’ignoto, ma alla fine dei giochi, quando si tratta di reagire improvvisamente ad un elemento considerato pericoloso o dannoso, emerge puntualmente l’egoismo che può essere individuale, oppure – come nel caso in questione – nazional collettivo.

Diversi Stati facenti parte dell’UE nei mesi scorsi hanno letteralmente chiuso le loro porte lasciando il gravoso compito di gestire i flussi migratori ad altri Stati, quelli che la geografia e il fatalismo un po’ indotto hanno voluto porre proprio come prima tappa degli sbarchi.
Davanti a tutto questo, come potrebbe un cittadino qualunque, anche se disinteressato dalla polemica a priori contro le organizzazioni sovranazionali, non considerare il mito, lo storytelling legato all’Unione Europea, inutile e – se insistentemente riproposto – irritante?

Balbettare una retorica che sembra dilatarsi in modo inversamente proporzionale alla sua efficacia, quanto può contenere le opposte derive estremiste, quelle ultranazionaliste, che stanno ottenendo un buon successo elettorale?
Per quanto tempo, infine, potrà ancora reggere la credibilità di questa Unione Europea nata per sopperire alle difficoltà, se si lascia vincere proprio dalle nuove sfide del presente?

 

Alessandro Basso

 

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Bruxelles, un anno dopo (ormai già due)

Questo pezzo è stato scritto nel giorno del primo anniversario degli attacchi terroristici del 22 marzo 2016 all’aeroporto di Zaventem e alla stazione metro di Maalbeek.

 

Oggi è il 22 marzo 2017. Primo anniversario degli attacchi terroristici all’aeroporto Zaventem di Bruxelles e alla metropolitana di Maalbeek. A marzo 2016, Bruxelles era già una città militarizzata: dopo gli attacchi di Parigi di novembre 2015, era emerso che la cellula di terroristi veniva da Bruxelles, dal quartiere di Molenbeek. Da lì era partita la ricerca serrata di Salah Abdeslam, che ci aveva imposto una settimana di città blindata.

Questa mattina, ad un anno di distanza, camminando verso il lavoro ho ripercorso mentalmente quella giornata. L’ho fatto una infinità di volte nell’ultimo anno, stile Sliding Doors, ma oggi aveva un sapore diverso. La mattina del 22 marzo 2016 mi ero svegliata più tardi del solito: alle 8.30 ero ancora a casa ed ascoltavo il telegiornale. La giornalista parla di un esplosione all’aeroporto di Zaventem. Non si sapeva ancora a cosa fosse dovuta, la notizia era troppo fresca. Inutile giungere a conclusioni troppo affrettate.
Esco di casa. Anche se penso che forse non sia una buona idea prendere la metro, almeno finché non si ha la certezza del motivo dell’esplosione all’aeroporto, mi faccio convincere dal fatto che se ci fosse stato alcun pericolo, l’avrebbero chiusa. Quando la metro arriva a Schuman, una fermata prima di Maalbeek e tre prima del mio ufficio, il mio telefono si spegne, scarico. Le porte rimangono aperte per pochi secondi, ma la quantità di pensieri che passa per la mia testa è notevole. Non volevo prendere la metro dal principio, c’è stata un esplosione di cui ancora non sappiamo nulla, sono senza telefono e se qualcosa mai dovesse succedere non posso nemmeno comunicare. Così in qualche secondo decido di scendere.
Guardo le persone che lascio dentro e quelle che salgono: mi chiedo perché nessuno pensa che salire in metro non sia una buona idea e mi rispondo che mi sto facendo prendere dalla paura. Inizio a camminare verso Maalbeek: la strada che porta al mio ufficio è una lunga strada trafficata e dritta, sulla quale si trovano le stazioni metro successive.

È difficile calcolare le tempistiche quando si tratta di secondi di scarto, ma saranno circa le 9:10 quando passo davanti all’entrata di Maalbeek. La bomba esploderà alle 9:11. Non appena supero Maalbeek inizio a vedere ambulanze e macchine della polizia venirmi incontro e penso che stiano andando all’aeroporto. Continuo a camminare. Ripensandoci a posteriori, mi chiedo come mai non mi sia mai girata. Se mi fossi girata avrei visto, e la mia mattina sarebbe stata differente. Alla fermata dopo, Art-Loi, vedo la gente che esce urlando, correndo e piangendo. Penso che sia un’evacuazione precauzionale, forse un pacco sospetto. Il militare di pattuglia alla stazione urla qualcosa e indica alla gente di correre e allontanarsi. A quel punto inizio a correre anche io. Non so quanto forte sia l’esplosione di una bomba, ma se stanno evacuando di certo è meglio andarsene il più velocemente possibile. In quei momenti, esattamente come durante i sette giorni di ricerca serrata di Salah, ti senti totalmente vulnerabile, nuda, sai che stai scappando da qualcosa, contro cui nessuno può proteggerti, nemmeno un militare con un mitra. In ufficio, eravamo solo in tre, nessuno ancora sapeva della metro, così spiego cosa ho visto e nel frattempo le notizie iniziano ad emergere. I miei colleghi sembrano più scioccati di me, qualcuno piange, anche loro erano passati per Maalbeek, come ogni giorno. Per tutto il giorno, penso che quella era sicuramente la mia metro: solo qualche giorno dopo scoprirò dalle foto diffuse del vagone che non lo era. Non mi sono salvata; non ne sarei uscita in ogni caso con ferite fisiche.
Eppure ci sono andata così vicino che non sono rimasta totalmente immune dalla giornata. Nei giorni successivi, mi sembra di non riuscire a realizzare bene cosa sia successo. Per i mesi successivi accuserò un generale senso di vuoto e insofferenza, ma senza realmente fare un collegamento con gli attacchi: in fondo non ho vissuto né visto molto e penso piuttosto allo stress del lavoro. Solo dall’incontro con una psicoterapeuta predisposta dalla compagnia per tutti i dipendenti, realizzo che non era altro che la conseguenza di quella mattinata. A partire da questo momento, sarà poi molto più semplice dare il giusto peso a quelle sensazioni.
Ho capito così il vero significato della resilienza1 e come anche da un’esperienza traumatica si può trarre qualcosa di positivo: mai come in questi attimi, una persona è sola, nuda a fare i conti con il proprio essere. Un’occasione rara, per essere onesti con se stessi: nessuno ti chiede il permesso, una mattina ti svegli, e ti ci ritrovi lì, dove starai per i mesi successivi, volente o nolente. Tanto vale saperla sfruttare una tale opportunità.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. F. Capano, La resilienza uno strumento contro il terrorismo, La Chiave di Sophia

[Photo credit: Geert Vanden Wijngaert / AP]

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Compatibilità tra diritti umani e Islam. Possibile?

I diritti sono affermazioni vincolate entro un quadro (pre)costituito. Nel panorama attuale, l’Islam rappresenta un ricco dipinto nelle cui diverse sezioni si registrano posizioni tra loro piuttosto diverse. Un colpo di sonda su di loro ci può spingere a riflettervi in rapporto a ciò che viene visto come “l’altro”: un “diverso” con cui condividiamo spazio e tempo, cioè quegli elementi che ci permettono di situarci nel mondo.

«In un tempo come l’attuale, caratterizzato dalla lotta internazionale contro il terrorismo, è tornato alla ribalta il problema dell’Islam, soprattutto per quanto riguarda la scarsa conoscenza reciproca: sia dell’Islam da parte degli occidentali, sia del cristianesimo da parte degli islamici1».

Sono almeno tre le tendenze di fondo, le “correnti” che sembrano scorrere, solcandolo, questo universo: l’ultima, la più recente, sarà quella su cui spenderò più parole, anche per le sue implicazioni nel contesto contemporaneo.

Un primo approccio, più ‘conservatore’, ripropone una visione tradizionale dell’islam per cui la Shari’a si erge a torre d’avorio ove il buon musulmano deve avere dimora. Si tratta di una posizione fatta propria da alcuni stati i quali, in antagonismo rispetto ai diritti dell’uomo universalmente condivisi, insistono sulla dipendenza assoluta della dimensione statale alla sfera religiosa.

Una tendenza più ‘pragmatica’ è invece adottata da quegli stati in cui, soprattutto in seguito al conseguimento dell’indipendenza, sono stati elaborati nuovi codici di diritto, per le varie sfere della vita quotidiana, spesso di matrice europea. Qui, l’ambito che più rimane soggetto alla Shari’a è quello del diritto familiare. In questa seconda prospettiva, gli adattamenti pragmatici più forti hanno riguardato le esigenze dei diritti dell’uomo e della vita moderna.

Infine, la terza corrente è quella “dei riformisti contemporanei” − l’Islam dei lumi −, cui aderiscono coloro i quali cercano di applicare nuovi criteri interpretativi a una lettura più generale, “finalista” del Corano, quindi non strettamente letterale. Questo è l’approccio cui anche i non-musulmani possono rapportarsi e confrontarsi in virtù di una possibilità di comunicazione fertile per tutte le parti coinvolte.

Nell’Islam a partire dall’anno mille si è sviluppato solo un approccio letterale delle fonti, e questo in quanto la libera interpretazione dei testi tramite l’applicazione del ragionamento razionale era inconcepibile. Per i riformisti, al contrario, è necessario promuovere una rilettura attualizzata e attualizzante del Corano rispetto alle esigenze di oggi, anche in forza del progresso culturale, morale generale sviluppato e raggiunto fino ai giorni nostri.

Questo può portare anche ad una “diversa” rilettura del Mondo, della sua perenne metamorfosi la quale richiede, come sua naturale conseguenza, un adattamento alle modifiche ed evoluzioni del sistema socio-politico e economico-culturale globale. Si tratta infatti di una Terra in cui ciascuno di noi, pur nella sua individualità, è incessantemente interconnesso all’Altro, poco importa se si tratta del vicino di casa o di un abitante di un continente distante migliaia di chilometri.

La lettura finalista mira a comprendere, nella situazione descritta dal Corano, quale era, appunto, la finalità della prescrizione o dell’atto di Maometto, cioè estrapolare l’intenzione dal dato storico letterale. Quest’ultimo esige oggi di essere applicato cercando di evadere da quel concetto per cui l’Islam si identifica con la religione naturale: è necessario scegliere di essere musulmani, cioè “sentirsi” tali. Questa libertà primigenia viene così posta sempre come base dell’umanità nella sua eterna complessità, con cui anche l’Islam deve rapportarsi.

Una rivalutazione della dimensione della libertà originaria dell’uomo può, così, costituire una base solida per sviluppare l’accettazione dei diritti dell’uomo, a tutto tondo. In virtù di una lettura finalista del Corano, sarebbe così possibile accettare, in maniera costruttiva e creativa, i diritti fondamentali dell’uomo enunciati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

L’Islam è così in grado di percorrere questo sentiero di condivisione di un nucleo di valori fondamentali i quali possono fornire un nucleo di valori condivisi nelle società contemporanee. Questa terza tendenza moderna è attestata in innovazioni legislative e istituzionali introdotte in alcuni Stati che, tuttavia, si muovono sempre in un quadro non pluralista, ma tutt’oggi ancorato alla tradizione.

La sua importanza è comunque indiscussa in quanto apre prospettive innovative di carattere dottrinale, in grado di riverberarsi sui rapporti internazionali, e in grado offrire alle altre correnti più tradizionaliste la possibilità di aprirsi, dialogando, alla contemporaneità internazionale.

Seguendo questa terza corrente è possibile affrontare e scogliere nodi, tanto problematici quanto basilari, che avviluppano i diritti umani, con notevole apertura alla luce di una riflessione critica dei fondamenti della religione. È appunto definita Islam dei lumi per il rilievo riconosciuto alla ragione, in particolare nell’interpretazione del Corano. Questa opzione metodologica consente una revisione della Legge Santa ricettiva dei diritti dell’uomo così come formulati nei documenti internazionali.
In questa prospettiva si garantisce, per iniziare, la libertà religiosa e un’equa distribuzione di responsabilità e doveri, cui, di riflesso, fa capo un riconoscimento di pari diritti.

In ambito islamico, poi, molte donne e minoranze religiose nutrono quella fiamma di innovazione, promotori interni a livello intellettuale e sociale di una lotta politica e sociale affinché i loro diritti siano garantiti. In questo modo, la loro azione funziona anche da spinta evolutiva interna dell’Islam.

Le minoranze religiose, i cui membri sono tradizionalmente ridotti a cittadini di seconda classe, e a cui generalmente è stata riconosciuta dagli stati moderni una parità di cittadinanza formale, continuano tuttavia a subire molte discriminazioni sul piano delle normative concrete. La lotta che anche loro conducono, apertamente, per una parità di cittadinanza reale in nome dei diritti dell’uomo è comunque un importante propulsore di meccanismi di cambiamento all’interno delle società musulmane.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE
1. M. Simone, L’islam e i diritti umani, in “La Civiltà cattolica”, Quaderno 3634, Volume IV, 2001, p. 396

[Photo credits: Junhan Foong on Unsplash]

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Un anno di Trump tra Twitter e fake news: verità e post-verità

Il 20 gennaio scorso si è celebrato il primo anniversario dell’insediamento di Donald J. Trump come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. I bilanci di questo primo e assurdo anno di amministrazione di The Donald si sprecano e si sprecheranno. Tra analisi sulla politica interna ed estera, Russiagate e immigrazione, sono molti i punti che meritano attenzione. I successi sono stati pochi: la nomina di un giudice della Corte Suprema e la riforma fiscale, mentre le sconfitte vanno dalla fallita abolizione dell’Obamacare alla perdita di un seggio sicuro al senato fino allo shutdown del governo. Quello che più ha stupito di Trump presidente, in questi dodici mesi, è stato però l’atteggiamento che ha quasi sempre tenuto nel dibattito politico e nei suoi rapporti con la stampa. Laddove si pensava che la comunicazione di Trump istrionica, esagerata e infarcita di bugie in campagna elettorale, potesse avere una svolta istituzionale una volta diventato presidente, si è stati ben presto smentiti dall’interessato.

Se torniamo con la memoria al giorno dell’insediamento ci potremmo ricordare che tutto cominciò con una colossale bugia. Trump e la sua amministrazione dissero che la cerimonia era stata un successo, una delle più seguite di tutti i tempi. Le foto del prato semideserto a confronto con quelle dell’insediamento di Obama smentirono quella affermazione, sebbene Trump e i suoi continuassero a proporre un altro tipo di verità.

La realtà alternativa o post verità è stata una costante prima nella campagna elettorale e poi nella presidenza Trump. Bugie dette non solo per promettere cose irrealizzabili o infuocare gli animi della base, ma per creare una narrazione del “noi” contro “voi” che ha polarizzato l’opinione pubblica e ha garantito a The Donald il sostegno di quelli che l’hanno votato. Dire la verità non è più un asset così vantaggioso, meglio costruirsene una.

Trump da quando si è candidato ha rotto costantemente le regole della dialettica tra uomini politici. Lo ha fatto un po’ consciamente e un po’ di puro istinto, quello per la battuta pesante, per la risposta arrogante e per il contrattacco come forma di difesa. Nessun presidente ha mai preso così sul personale le critiche al proprio operato o all’operato della propria amministrazione. E l’opinione pubblica americana non è stata tenera con nessun presidente, escluso forse il primo Obama.

Il presidente ha bollato ogni critica a sé e ai suoi collaboratori come fake, falsa, e ha iniziato a chiamare tutti i media critici fake news media, dalla Cnn a New York Times e Washington Post, meno il conservatore Fox News ritenuto invece affidabile. Trump ha accusato questi giornali e canali televisivi non solo di essere faziosi e schierati con i democratici, ma di inventarsi notizie con il proposito di screditarlo. Il tutto l’ha riassunto con la frase, più volte pronunciata: “You are fake news!”, riferita ai media sgraditi.

Un altro punto della presidenza Trump da sottolineare è il massiccio e sregolato uso di Twitter. Trump nel suo primo anno ha scritto 2595 tweet dal suo account personale e solo 2 da quello ufficiale @POTUS. Su Twitter Trump ha dettato l’agenda politica, ha criticato e insultato i democratici come i repubblicani non allineati e ha cercato di gettare discredito sulla stampa americana come sull’inchiesta che lo coinvolge. Il presidente è parso più volte preso da un raptus incontrollato che lo ha portato ha twittare più volte in pochi minuti, magari dopo essere venuto a conoscenza di qualcosa a lui sgradito dalla televisione.

Ha scritto ciclicamente che Hillary Clinton è corrotta e meriterebbe la galera, ha retwittato video falsi e islamofobi e un altro in cui, fuori da un ring di wrestling, mette al tappeto un uomo, che ha però il logo della Cnn sulla testa. Solo per citare alcune delle sue uscite social più famose.

L’impulsività e la litigiosità di Trump sui social, quando cioè è lasciato solo e libero di esprimersi, contrasta con i discorsi che fa invece leggendo dal gobbo. I secondi, come l’ultimo sullo stato dell’Unione, risultano molto più normali. Alla luce anche di questo, oltre che della sua e della dieta, hanno fatto dubitare a molti della salute e della stabilità mentale del presidente. Per fugare questi dubbi Trump si è fatto visitare recentemente e il suo medico ha fatto sapere che il presidente è in forma.

Esclusa per il momento l’ipotesi che il presidente degli Stati uniti d’America non sia totalmente sano di mente, resta il fatto che agendo come ha fatto nell’ultimo anno Trump ha cambiato il dibattito pubblico americano. Attaccando per non essere attaccato, insultando per primo o in risposta ad altrui offesa di certo non è riuscito a essere il presidente di tutti anzi. Forse Trump è sia la causa che l’effetto dell’odio e dell’intolleranza che vediamo riversata quotidianamente nella rete.

Di certo un presidente così, con questo modo di comunicare non si era mai visto. E anche i sondaggi che mostrano la politica Usa sempre più polarizzata tra destra e sinistra fotografano probabilmente sia la causa che l’effetto di un dibattito non sano. Sarà Trump un prodotto di questi tempi, chi lo sa. Forse non starà cambiando l’America, ma di sicuro il modo in cui si vive la politica.

Tommaso Meo

 

Letture consigliate per approfondire:
NY Daily News, Trump is a madman
Il Post, Il primo anno di Donald Trump da presidente, in cifre

 

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Unconscious bias, ovvero quando la discriminazione è inconscia

Il 2 gennaio 2018 in Islanda è entrata in vigore la legge sulla parità di salario tra uomini e donne. La legge, che era stata approvata nel 2017, impone ai datori di lavoro di assicurare condizioni eque, incluse quelle retributive, a parità di incarichi e qualifiche1. Al di là dell’ovvia importanza della legge, decisamente all’avanguardia rispetto al resto del mondo, vale la pena di sottolineare un altro elemento interessante su cui la legge fa luce. Obbligando i datori di lavoro a fare particolare attenzione ad una parità a trecentosessanta gradi, si porta in primo piano quella che potremmo definire “discriminazione di genere involontaria”, ovvero inconscia. Sotto la categoria di discriminazione inconscia si possono raggruppare tutti quegli atteggiamenti che, essendo profondamente radicati nelle nostre abitudini, riteniamo normali ma che in realtà hanno un’origine discriminatoria. Su queste attitudini mentali, che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni, spesso basiamo i nostri comportamenti e formiamo le nostre percezioni, soprattutto senza rendercene conto.

Per discutere della discriminazione di genere involontaria, dobbiamo prima di tutto escludere la discriminazione volontaria. Immaginiamo un gruppo di riferimento costituito da uomini e donne convinti della necessità di avere eguaglianza di genere non solo a parole, ma anche nei fatti. In sostanza, immaginiamo che la discriminazione volontaria, ovvero quella frutto di una decisione attiva di discriminare un genere, non esista.

Il luogo più banale da cui partire per un esempio di discriminazione inconscia è la casa. All’interno del gruppo di riferimento, siamo sicuramente tutti d’accordo che il mantenimento della casa è responsabilità di ciascuno dei componenti del nucleo familiare – così è stabilito anche dalla legge2. Si potrebbe dunque pensare che la questione si risolva facilmente accordando una divisione equa dei compiti domestici. Ma è realmente così che si raggiunge una vera parità? La risposta ce la fornisce il concetto di carico mentale, elaborato in fumetto dalla blogger francese Emma3. Con i suoi disegni, Emma spiega perché condividere le faccende domestiche non è sufficiente. Alla divisione dei compiti domestici si arriva grazie ad un lavoro mentale e organizzativo pregresso: facendo il punto della situazione su cosa c’è da fare, la donna si prende carico più o meno inconsciamente della responsabilità dell’organizzazione del lavoro attorno nucleo familiare. Al contrario, è proprio il senso di responsabilità, in primis, che va diviso equamente. Ne segue che l’idea stessa che un compagno/marito “aiuti” in casa è discriminatoria, perché implica una mancanza di responsabilità da parte dell’uomo nei confronti del lavoro domestico, a cui contribuisce, invece, aiutando il responsabile di quel lavoro (la donna).

Non c’è da meravigliarsi se una tale struttura mentale venga involontariamente trasferita anche in altri campi, come quello lavorativo. Per facilitare la comprensione, ricorriamo alle statistiche, che ci dicono che nonostante le ragazze tendano ad essere più brave nello studio, i vertici delle società rimangono per la maggioranza ricoperti da uomini. Un tale controsenso indica che c’è qualcosa che storpia il processo di crescita professionale e che non viene raccolto come dato obiettivo dalle statistiche. Il carico mentale domestico può avere un certo peso nel limitare lo sviluppo della carriera, per il semplice motivo che il tempo dedicato, per esempio, alla casa, è tempo che non può essere occupato per qualsiasi tipo di arricchimento personale. Più subdolo della disparità salariale e di una mancata promozione, c’è l’atteggiamento di chi (uomo o donna) più o meno inconsciamente respinge opinioni e idee di colleghe senza una ragione obiettiva: un concetto ha una forza comunicativa maggiore quando presentato da un uomo rispetto ad una donna. Secondo Robin Lakoff (1973)4 è una complessa questione di sintassi, registro e vocabolario. Di conseguenza, se un lavoratore uomo può facilmente trasmettere le sue idee, una lavoratrice dovrà, per esempio, ripetere lo stesso concetto due, tre, quattro volte, essere sicura di essere stata ascoltata, e non solo sentita, fare attenzione che non venga snobbata senza giustificazioni plausibili e accertarsi che, una volta accettato, le venga riconosciuto il merito. Questi atteggiamenti inconsci diventano poi percezioni distorte della realtà, che giustificano salari minori e qualifiche inferiori. Anche in ambito lavorativo, come in quello domestico, le donne si trovano a svolgere due lavori: il lavoro per cui si è assunte, ed un lavoro parallelo ed invisibile, fatto di gomiti alti, occhi aperti e orecchie vigili. Un lavoro necessario non tanto per farsi notare, quanto per assicurarsi di non farsi scavalcare.

La discriminazione di genere non solo esiste, ma ha anche due facce: un conscia ed una inconscia. E per liberarsi di quella inconscia, la strada è ancora più lunga e tortuosa. Ricordiamocelo tutti e tutte il prossimo otto marzo, e come suggerisce il The Guardian, «non essere “femminista” solo a parole o nei tuoi post su Facebook, dimostralo nella vita quotidiana»5.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Islanda: la parità di salario tra uomo e donna è legge, 2 gennaio 2018.
2. Art. 24, Legge del 19 maggio 1975, n. 151.
3. Ma cara, perché non me lo hai chiesto?, 24 maggio 2017.
4. R. Lakoff, Language and Women’s Place, Cambridge University Press, 1973. Disponibile a questo link.
5. Men, you want to treat women better? Here’s a list to start with, The Guardian, 16 ottobre 2017.

 

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