La guerra del tortellino: il senso della tradizione

Tradizione: trasmissione nel tempo, da una generazione a quelle successive, di memorie, notizie, testimonianze. Questa è la definizione più comune che troviamo nei vocabolari e, con altre parole, nei discorsi della gente.
La tradizione è, secondo l’opinione comune, una cosa immutata che nasce ad un certo punto della nostra Storia collettiva, attraversa i secoli sfuggendo a qualsiasi rimaneggiamento, giunge fino a noi con l’obiettivo di rimanere immutabile e di riprendere il suo cammino per il futuro.
Su tale convinzione si è strutturato un metodo di pensiero monolitico, incapace di elaborare il concetto di variabilità – fondamentale nello sviluppo dell’Uomo così come della società – e portatore di tensione sociale o individuale.

Di esempi pratici, grandi e piccoli, ce ne sono parecchi non appena apriamo un giornale, un social network, o se accendiamo la televisione. Dibattiti classici e ormai calendarizzati sono quelli relativi al crocifisso nelle aule scolastiche: settembre-ottobre; alla festa di Halloween: fine ottobre; al presepe nelle scuole: dicembre; ai matrimoni omosessuali: variabile come la Pasqua… Di tanto in tanto spunta qualche dibattito nuovo utile a dare una scossa al logorio della vita moderna: recentemente è comparso quello sul sacro tortellino, che la tradizione vuole ripieno di carne suina e che qualche losco signore delle tenebre vorrebbe farcire con della carne di pollo.

Se si trattasse di una semplice guerra civile tra ‘guancialisti’ e ‘pancettisti’ per la carbonara ci sarebbe da sorridere, ma in questo caso la questione è molto più profonda perché coinvolge tematiche trasversali che partono dalla cultura culinaria italiana, agli effetti dell’integrazione etnica. Quando due culture differenti entrano in contatto infatti, è sul cibo che si spendono maggiori energie e vengono a galla tutti i preconcetti descritti sopra relativi alla tradizione.

Il controsenso evidente, ma soffocato dal rumore delle polemiche, è che proprio il cibo è stato l’elemento umano a subire più variazioni nel corso del tempo, di conseguenza molti piatti sono considerati tradizionali, lo sono solo di nome, per renderli più belli o per dare loro quel tocco in più che spesso serve al settore gastronomico italiano esportato in tutto il mondo.
In sostanza ciò che mangiamo oggi, nel 2019, non è frutto della tradizione tramandata da generazioni e generazioni di abitanti della penisola, ma un continuo mutare di differenti interpretazioni e usi del cibo, che a loro volta derivano dallo stretto rapporto che riscontriamo in molte parti del mondo tra cibo e religione.

Tale rapporto meriterebbe un approfondimento a parte, ma per riassumere basti anche solo pensare ai cibi considerati impuri, ai digiuni prolungati, alle diete rigorose degli interpreti della religione (monaci, eremiti, sacerdoti, sciamani ecc). Da tutto questo insieme di cose si sono generati cibi che successivamente sono entrati in contatto con diverse culture, alcuni piatti poi sono stati adottati in sostituzione di altri, mentre alcuni ingredienti sono giunti addirittura solo dopo le grandi esplorazioni transoceaniche.
Se al dibattito del tortellino ci inventassimo il dibattito sul pomodoro o sulla patata, quali argomentazioni potremmo portare sulla tradizionalità di questi due ingredienti sconosciuti ai nostri antichi padri romani?
Ma soprattutto, se domani decidessi di fare dei tortellini ripieni al tonno, dite che imploderemo?

 

Alessandro Basso

 

[In copertina immagine tratta da Google, contrassegnata per essere riutilizzabile]

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“Facciamo che…”: quando il gioco si fa serio

“Facciamo che…”: è la formula che introduce più o meno qualsiasi gioco tra bambini, un brevissimo incipit che ha il potere di sospendere la realtà ed aprire porte su nuovi mondi, trasformando i giocatori, gli oggetti con cui interagiscono e l’ambiente in cui si muovono in qualunque cosa sia accessibile alla fantasia. “Facciamo che questa scopa era un cavallo e che noi eravamo cavalieri che dovevano uccidere il drago”; “Facciamo che il pavimento è lava e noi non dobbiamo caderci”; “Facciamo che siamo esploratori su una montagna e che lo scivolo è la cima da raggiungere”. Gli adulti che osservano dei bambini giocare si stupiscono spesso dell’assoluta serietà che accompagna la finzione ludica: il “facciamo che…” modifica la percezione del reale con una forza unica, e il giocatore ne è totalmente assorbito. Il guastafeste che, annoiato o stanco di perdere, interrompe l’illusione con “Ma tanto non è vero che noi siamo esploratori/cavalieri/astronauti” è colpevole di “aver rovinato il gioco”, un vero e proprio crimine che a volte si sconta con l’esclusione dal gruppo.

La tenerezza e la sorpresa con cui si guarda ai giochi dei bambini è ironica, però, considerato il numero di giochi in cui gli adulti sono immersi da tutta una vita, in maniera talmente profonda da non riuscire più neanche a riconoscerli come tali. “Facciamo che questo pezzo di carta (o tondino metallico, o sasso luccicante) vale quanto un chilo di pane” è uno dei più evidenti. Ciò che è considerato prezioso e che diviene moneta di scambio è tale per convenzione, e per più o meno tacito e unanime accordo, ma non ha alcuna giustificazione reale. Rimane famoso l’espediente con cui i mercanti portoghesi supplirono alla difficoltà di trasportare oro fino alle colonie del sud dell’Africa per acquistare schiavi dai negrieri locali: sdoganarono anche tra gli europei l’uso della conchiglia cauri come moneta di scambio, facendo tra l’altro impennare il valore e il prezzo di una “valuta” che poteva letteralmente essere trovata sotto i piedi di chi poi vendeva anche familiari e merci di valore in cambio di essa.

“Facciamo che ci sono delle linee invisibili che dividono la terra, e che tutti quelli che vivono da una parte o dall’altra di quelle linee si chiamano in maniera diversa”: questo gioco, tra i più antichi del mondo, è lo stesso che nella sua forma più estrema diventa “Facciamo che tutti quelli che vivono al di là della linea invisibile sono nemici e tu devi sparargli”. Se gli interessi reali di chi dichiara guerra e muove gli eserciti sono il più delle volte comprensibili e in certa misura razionalizzabili, tutto ciò che concerne gli attori principali, i soldati stessi, dalle uniformi al gergo militare, dalla gerarchia alle medaglie-premio, ricorda, più che una tanto declamata “arte” della guerra, un gioco di gruppo dalle regole ferree, che richiede una sospensione dell’incredulità (“Una persona che non ho mai visto ma che ha un costume diverso dal mio è mio nemico e devo sconfiggerlo”) accessibile solo grazie alla ferrea autodisciplina percettiva che tanto colpisce nei bambini.

Di giochi come questo se ne possono riconoscere a decine nella vita “seria” e “razionale” degli adulti, giochi talmente interiorizzati e immersivi che non possono neanche più venir messi in questione nella loro realtà effettiva, pena l’esclusione dal gruppo, o peggio. Il problema sta tutto nel fatto che la maggior parte di questi giochi, portati all’eccesso, ha portato disuguaglianze, ingiustizia, morte, perfino squilibri planetari, premiando ciecamente i vincitori e punendo spietatamente i perdenti.

A ben guardare, c’è una sola, grande differenza che separa il mondo dei giochi dei bambini e quello degli adulti: per i primi, dopo un pomeriggio al parco giochi, arriva sempre qualche genitore a interrompere la finzione e riportare gli esploratori, i cavalieri o chi per loro alla realtà, con una lezione che andrebbe riscoperta e reimparata prima di causare troppi danni con le conseguenze della nostra immaginazione. “Il gioco è bello quando dura poco”.

 

Giacomo Mininni

 

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I limiti della morale biopotenziata

Il progresso cognitivo dell’uomo ha determinato uno sviluppo tecnologico estremamente potente. Le nuove tecnologie hanno un potenziale enorme: nel bene e nel male. Se prendiamo in considerazione l’assunto secondo cui nuocere è più facile che giovare, è possibile, a causa dello sviluppo esponenziale tecnologico, porre fine per sempre alla nostra esistenza. Basti pensare alle armi di distruzione di massa.

Sebbene vi sia stata questa inevitabile evoluzione, il nostro progresso morale è modesto in confronto ai due progressi sopracitati. Il rischio segnalato poc’anzi è indiscutibilmente alto e accessibile a più persone. Per arginare tale problema abbiamo bisogno di diventare più saggi e morali. Dalla ricerca condotta da due filosofi, Ingmar Persson e Julian Savelscu, si evince che il nostro comportamento morale ha delle significative influenze biologiche. Abbiamo delle euristiche1 e dei bias2 morali, dei limiti, che in parte derivano dalla nostra conformazione biologica e sono costituiti da più fattori: tempo, spazio, quantità.

Non manifestiamo un bias spaziale verso di noi né verso i nostri conoscenti più stretti, tuttavia la preoccupazione che mostriamo per un estraneo in difficoltà varia a seconda della distanza. Siamo inclini a manifestare maggior preoccupazione per un estraneo in difficoltà che sappiamo essere vicino, rispetto a uno sconosciuto lontano da noi. Il secondo bias che prendiamo in considerazione è quello temporale.

«Il nostro bias temporale per il futuro prossimo fa sì che rinviamo irrazionalmente la nostra sofferenza anche a costo di renderla peggiore»3.

Il bias relativo all’ampiezza determina un ulteriore ostacolo: il gran numero di soggetti ai quali dobbiamo rispondere può costituire un ostacolo alla nostra adozione di una risposta morale appropriata; fenomeno chiamato “insensibilità all’ampiezza”. Questi limiti morali potrebbero così fornire una spiegazione ad alcuni nostri comportamenti, quali la xenofobia, una mancanza di interesse verso il fenomeno del cambiamento climatico ecc. Tali comportamenti potrebbero essere indeboliti dai sistemi tradizionali, come l’educazione, tuttavia non è possibile aspettarsi un risultato celere quindi l’esigenza di rivolgersi a una soluzione alternativa: il biopotenziamento morale. Il comportamento morale, definito come ogni altro comportamento umano, può essere potenziato.

Paradossalmente l’uomo, dopo aver trasformato radicalmente l’ambiente circostante attraverso la tecnologia, dovrà applicare la stessa alla sua natura per poter continuare a vivere nell’ambiente creato. La biologia potrà consegnarci delle tecniche per il biopotenziamento morale come farmaci o delle modificazioni genetiche.
Sicuramente un’analisi interessante quella fornita dai due filosofi in quanto si pone una questione essenziale: l’adeguatezza delle nostre capacità morali rispetto ai problemi che ci troviamo ad affrontare oggi, eppure potrebbero delinearsi degli scenari allarmanti; innanzitutto le tecniche per il biopotenziamento saranno sviluppate da esseri umani nello stato attuale di “inetti morali”. Inoltre, chi definisce la morale secondo cui dovrà essere
sviluppato il biopotenziamento?

La morale denominata “del senso comune”, che definisce un insieme di atteggiamenti morali che fungono da denominatore comune di morali diverse non è detto che siano universali, ovvero riconosciuti in tutti i contesti del mondo. E anche fosse comune potrebbe non essere immune da critiche. Il biopotenziamento morale, inoltre, potrebbe minare la libertà umana, la quale è un prerequisito a un’azione veramente morale. È vero che i valori di libertà e autonomia non sono valori assoluti, ma trovano una loro ragione d’essere e un proprio equilibrio insieme a tutti gli altri. Ma perdere la libertà ci farebbe perdere anche la nostra identità? Se è vero che non siamo necessariamente ciò che facciamo è anche vero che ciò che facciamo è una manifestazione del nostro essere.
Che cosa comporterebbe pertanto tutto questo? Una perdita di noi stessi?

 

Jessica Genova

 

NOTE:

1. Le euristiche sono procedimenti mentali intuitivi che permettono di effettuare un’idea generica su un argomento, giungendo così a una conclusione in modo rapido.
2. Bias significa errore di interpretazione, giudizio arbitrario o distorto.
3. I. Persson, J. Savulescu, Inadatti al futuro. L’esigenza di un potenziamento morale, Rosenberg & Sellier, 2019.

[Immagine tratta da google immagini]

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Una prospettiva etico-filosofica della magia

La magia oggi non riveste alcun ruolo nella cultura. È scaduta a prodotto di nicchia per creduloni e ambito di perizia per ciarlatani. L’unica magia che si salva è quella oggetto di studio dell’antropologia. È di qui che dobbiamo passare se vogliamo interrogarci sull’eventualità che la magia abbia ancora qualcosa da dirci.

L’universo del pensiero magico potrebbe avere un importante messaggio filosofico da darci. Esso ha a che fare con una domanda cruciale: perché la mente umana, fin dalle sue manifestazioni più remote, ha creato un mondo simbolico immenso? Dall’oscuro serbatoio dei pensieri umani in cui germinano sogni di gloria e incubi di dissolvimento si espande un cosmo di proiezioni cariche di inesauribili contenuti. Questo accade almeno da quando alcuni esseri umani hanno iniziato a trasferire i loro pensieri sui dipinti all’interno delle caverne in cui vivevano. Un mondo in cui magia, spiritualità e conoscenza erano solo sfaccettature della stessa impresa: la fabbricazione di senso.

Il pensiero magico ha sempre accompagnato la vita degli umani, ma ad un certo punto non ce l’ha più fatta, non è riuscito a sopravvivere a due fatali eventi: l’Inquisizione e la Rivoluzione scientifica. Il mondo è cambiato molto da allora, per molti aspetti in meglio, ma non per tutti. Ma torniamo all’antropologia.
Dobbiamo a Frazer, agli inizi del ‘900, il primo importante approccio antropologico alla magia. Sebbene laureato in giurisprudenza, Frazer era molto più interessato agli studi sul folclore e sulle culture cosiddette “primitive”. La sua più famosa opera è Il ramo d’oro1, in cui partì dall’idea di confrontare la singolare pratica, secondo un’antica leggenda italica, di sottrarre un ramo dall’albero nel santuario della dea Diana, a Nemi, per poi procedere all’uccisione del sacerdote in carica e prenderne il posto. Da qui continuò allargando l’indagine su pratiche magiche in culture di tutto il mondo.
Il suo lavoro diventò il punto di riferimento, nonché di critica, per molti autori successivi, come Wittgenstein2 , ad esempio, il quale denunciò come l’idea di “selvaggio” e il punto di vista sulla magia fossero permeati di forte etnocentrismo. Fatto sta che sia Frazer, sia Wittgenstein, ma in generale l’antropologia, sentirono il bisogno di esplorare e spiegare la magia perché fondamentalmente, da un bel po’, non siamo più in grado di capirla. Eppure lei era qui, in mezzo a noi, è stata lume della nostra relazione con il mondo fino qualche secolo fa.
Ma che cos’è la magia? Detto con le parole di Guidorizzi, la magia è “un orientamento del pensiero” che si presenta «come visione obliqua e perturbante del mondo, come una possibile risposta al tentativo di indirizzare la realtà affidandone la guida all’Uomo»3.

La magia come guarda al mondo? In questa risposta credo risieda il potenziale valore etico di questa modalità del pensiero. Secondo la magia l’universo è un tessuto la cui fitta trama lega tutti gli elementi, visibili e invisibili. Potremmo dire che la magia vede a priori quei collegamenti che la scienza cerca di discernere man mano, organizzandoli in termini deterministici. Nella magia tutto è connesso e le formule magiche servono a sollecitare l’intercessione di forze occulte per fini pratici umani.

Nella nostra epoca di sapere parcellizzato e fortemente dominato da un approccio riduzionistico, fatichiamo a cogliere la preziosità della complessità che la magia invece dava come presupposto dell’esistenza. È proprio l’incapacità di vedere la complessità che ci porta a infliggere danni ormai irreversibili all’ecosistema, insensibili alle intime connessioni che tengono in vita il nostro pianeta e noi stessi.
Molte analogie e contrapposizioni sono state evidenziate tra magia e scienza. La seconda, lungo tutto il corso della sua emancipazione, si è resa autonoma proprio a partire dalla magia. Il primo a voler depurare un approccio “proto-scientifico” da uno magico fu Ippocrate, il quale affermò che ogni malattia ha una causa naturale e le pratiche di cura basate su esorcismi, ad esempio, sono fuorvianti se non dannose. In questo caso la superstizione, come la chiamiamo noi ora, era il risvolto di una modalità di visione iper-connessa. Il fatto è che se tutto è potenzialmente interconnesso, è possibile che il risultato sia il caos. Vedere lo spirito maligno al posto di un difetto di conduzione nervosa a carico del cervello, come aveva già compreso Ippocrate nel caso dell’epilessia, distoglieva da più concrete possibilità di cura. Questo accade purtroppo ancora oggi, quando persone che professano poteri guaritivi anti-scientifici arrivano a plagiare alcuni malati, con il risultato di allontanarli da possibilità di cura più efficaci. I veri maghi di un tempo – naturalmente esistevano anche gli impostori – non erano affatto dei ciarlatani: la magia era piuttosto una forma di sapere pre-scientifico.

Dunque, è chiaro che la capacità di orientarsi nella realtà deve essere un compromesso tra una visione eccessivamente “iperconnessa” e una totalmente “sconnessa”, cioè riduzionista e anti-complessa.
Un altro grande pensatore che si dedicò all’antropologia fu Ernesto de Martino. Muovendosi da un background filosofico, egli si approcciò allo studio della magia con l’intento di comprenderne lo sfondo esistenziale. Anche lui la confrontò con la scienza, definendo quest’ultima come un sapere che ha gradualmente ritirato la “psichicità” dalla naturalità4.
Tutte le proiezioni che la mente magica vedeva stagliarsi nell’universo, la scienza le ha man mano dissipate, lasciando solo la materia con le sue connessioni causali. Chiarezza al prezzo della perdita di complessità. La magia, per de Martino, è una risposta all’angoscia prodotta dall’incertezza della propria presenza, quotidianamente messa alla prova dal rischio di scomparire.
Insomma, è lo stesso motivo per cui esiste la filosofia.

La magia è la risposta al rischio di non esserci e lo sciamano è il grande esploratore del limite, colui che possiede le virtù per sfidare il rischio, portarsi alle soglie del caos e porsi come ordinatore della labilità.
E noi progrediti occidentali, digiuni di pratiche collettive e sguarniti di visioni di armonia universale, come ci poniamo di fronte alla nostra angoscia di scomparire? La scienza è preziosa, ma non possiede i requisiti per placare la nostra naturale inquietudine. La magia si è estinta, certamente aveva i suoi difetti, ma non la filosofia. È lei che ci può ancora guidare nell’esplorazione del perduto terreno delle sconfinate connessioni tra gli elementi del cosmo, costruendo significati, mentre la scienza è ormai fondamentale per scartare alcune connessioni rivelatesi fuorvianti. Un approccio complesso alla realtà sulla scorta della capacità “visiva” del pensiero magico è quanto di più etico la filosofia può desumere dalla storia della magia. Con una certa urgenza, oserei dire, visto che cogliere la complessità è la premessa per salvarci.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1 J. G. Frazer, Il ramo d’oro, Newton Compton Editori, 1992, Roma.
2 Note sul Ramo d’oro di Frazer. Ludwig Wittgenstein. Adelphi, 1975, Milano.
3 G. Guidorizzi, La trama segreta del mondo. La magia nell’antichità, Il Mulino, 2015, Bologna.
4 E. de Martino, Il pensiero magico. Prologomeni a una storia di magismo, Boringhieri, 1973, Torino.

[Immagine tratta da Google immagini]

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Il Seicento, secolo dei dotti e dei geroglifici

Che secolo è stato, il Seicento? La domanda nasce dal fatto che delle epoche successive serbiamo un sunto mentale sufficientemente nitido e condiviso: il Settecento, si sa, fu regno dei Lumi, l’Ottocento industriale e globalizzante partorì l’ebbrezza del capitalismo, mentre del Novecento cominciato solido e terminato fluido conosciamo oramai ogni più recondito anfratto, denudato come l’abbiamo di tutti i suoi drammi e delle sue esaltazioni. Ma del Seicento, che cosa ci rimane?

A questo secolo «astruso e inabissato»1 è dedicato I geroglifici di Sir Thomas Browne (Adelphi 2018), la tesi di laurea con cui Roberto Calasso si congedò nel 1965 da una fugace e mai troppo sentimentale sortita accademica. Un manoscritto rimasto a lungo inedito, e ora riproposto da Adelphi con l’aggiunta di un saggio deuteroscopico buono a corroborare il luogo comune secondo cui «il nostro secolo e il Seicento siano [epoche] affini»2, separate soltanto dallo squarcio purulento della modernità.

Ad accomunare il pre- e il post-moderno sarebbe soprattutto la tensione ibridizzante di natura e cultura, di arte e scienza: «proprio quegli elementi che [la modernità] vorrà tenere separati con ogni cura»3. Se il Seicento è così lontano dal nostro immaginario – lo è molto di più, ad esempio, del Medioevo – è proprio per via dell’occultamento che l’illuminismo esercitò su quell’epoca anfibia, «fertile al tempo stesso di scienza ed empietà»4, come ebbe a dire uno dei suoi più eminenti rappresentanti, Gottfried Wihelm von Leibniz. «Stolidità e illuminazione vi si alternano, e non è possibile districare l’una dall’altra»5.

È Calasso a ricordare come «la forza del dimenticare [abbia] operato potentemente sulla cultura del Seicento», a lungo sommersa e approdata ai giorni nostri sotto forma di relitto esotico e indecifrabile. Eppure, questa zona franca della storia in cui «il più alto e il più basso si mescolano e si confondono»6, fu per antonomasia il «secolo dei dotti»7, dei “pansofisti” capaci di passare con disinvoltura da un ordine delle cose all’altro, per fare germinare la propria vastissima intelligenza su ogni campo del sapere possibile e immaginabile.

I giganti di quest’epoca incestuosa e meticcia di fisica e di metafisica furono il sopracitato Leibniz, il gesuita Athanasius Kircher e, appunto, l’inclassificabile Sir Thomas Browne, che per i suoi contemporanei fu «un grande antiquario, un medico illustre e, soprattutto, un wit»8, naturalista eclettico ed eccentrico. Calasso precisa che fu quest’ultimo a introdurre per primo il saggio come genere letterario e modalità di trasmissione della conoscenza, e fu sempre Browne a inventare parole come electricity e computer. Ci troviamo infatti nella fase embrionale di quell’immane mutazione storica che dal linguaggio analogico avrebbe condotto al digitale, dal reale più tellurico alla sua più astratta rappresentazione.

Una transizione di tale portata storica, ancor oggi tutta da misurare, ebbe convenzionalmente inizio quando Leibniz venne invitato in Cina per tradurre i tetragrammi dell’I Ching, il Libro dei Mutamenti. In quelle linee unite e spezzate, un tempo emblemi dell’arte divinatoria, il matematico di Lipsia lesse il primo esempio storico di numerazione binaria, di informazione linguistica sotto forma di bit. Kircher, dal canto suo, divenne esperto di alfabeti a valenza pittorica e di scritture analogiche come gli ideogrammi cinesi e i geroglifici egiziani, che per primo provò a decifrare. Anche Browne prese parte a quella che fu definita “rinascenza geroglifica”, un ritorno d’interesse delirante ed estenuato per la scrittura egizia che proprio nel Seicento raggiunse il suo acme.

In quell’epoca di “misticismo sperimentale”, infatti, andava maturando la convinzione che tutto fosse artificiale, essendo la natura stessa arte di Dio. «I primi microscopisti, ai quali apparivano regioni segrete e fino allora invisibili della natura, incontravano legioni di minuscoli automi»9, organismi cellulari che si pensava essere manovrati da un’intelligenza immateriale e superiore. L’alchimia, altra Ars Regia che nel Seicento accarezzò lo zenit, nacque proprio per rendere visibili le forze occulte della “Natura Artificiale”, mentre si pensava che la lingua geroglifica fosse il viatico espressivo più adatto a descriverle.

Dal momento che i geroglifici rappresentano le cose così come sono, e dunque «significano la loro forma»10, Kircher e Browne s’erano persuasi che essi fossero il corrispondente più approssimato alla conoscenza divina: «come gli dèi sdegnano le proposizioni e contemplano immagini, così i geroglifici si offrono immediatamente alla contemplazione, saltando la mediazione del linguaggio articolato»11. La natura parla dunque una lingua analogica, immediata, non discorsiva, che impone se stessa istantaneamente e senza ambiguità. Una lingua necessariamente muta, poiché «non si dà traduzione fonetica di quelle immagini, che si offrono solamente alla contemplazione silenziosa»12.

La rinascenza seicentesca dei geroglifici rappresentò così il momento di massima vitalità del pensiero analogico e, al tempo stesso, l’inizio della sua decadenza. Oggi diguazziamo nel guado del grande fiume digitale, attorno a noi continua senza sosta la proliferazione cieca dell’immagine, e perciò la sua più completa svalutazione. Il trionfo del polo sostitutivo su quello connettivo – etichette mai dome con cui Calasso va chiamando ormai da decenni il digitale e l’analogico – è tale che bastano due segni soltanto, lo zero e l’uno, per rendere conto della realtà in tutta la sua estensione. Il «delicato equilibrio tra occulto e manifesto»13 è tutto lì, nel potere spropositato e inesorabile della sostituzione digitale. Con buona pace dei pansofisti seicenteschi e della loro ossessione analogica per i geroglifici.

 

Alessio Giacometti

 

NOTE:
1. R. Calasso, I geroglifici di Sir Thomas Browne, Adelphi, Milano 2018.
2. Ivi p. 23
3. Ivi p. 114
4. Ivi p. 41
5-6. Ivi p. 63
7. Ivi p. 182
8. Ivi p. 14
9. Ivi p. 49
10. Ivi p. 76
11. Ivi p. 79
12. Ivi p. 130
13. Ivi p. 146

[Immagine tratta da archivio personale dell’autore, dettaglio di stampa planisfero del XVII secolo]

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Tutti dovremmo stare con i ragazzi del Cinema America

Prima della politica e della passione per il cinema c’è un grande insegnamento che pulsa sotto le magliette dei ragazzi del Cinema America. È la voglia di vivere con estrema consapevolezza il nostro presente senza smettere mai di provare a rendere migliore il piccolo angolo di mondo in cui ci troviamo. La loro storia, dunque, non deve riguardare solo chi ama il cinema ma ognuno di noi, senza alcuna distinzione.

Una breve premessa è doverosa: tutto ha avuto inizio nel 2012, grazie all’occupazione di una sala simbolo del centro di Roma. Con grande caparbietà, tenacia e un po’ di follia, i ragazzi sono riusciti a mettere in piedi in pochi anni uno degli eventi culturali più importanti e popolari della Capitale. Dopo aver occupato abusivamente il cinema America nel quartiere di Trastevere, hanno iniziato ad organizzare incontri e proiezioni autonome per tenere viva la sala, salvandola, per un periodo, dal fallimento della gestione Cecchi Gori. L’intento iniziale non era legato necessariamente ai film ma a creare incontri e occasioni di dibattito che potessero unire e far riflettere chi viveva nei dintorni della sala. Sgomberati nel 2014 dalle forze dell’ordine, i ragazzi sono riusciti ad allestire una loro personale rassegna cinematografica nella vicina piazza San Cosimato, coinvolgendo ancora una volta i residenti del quartiere e mettendo di fatto in piedi una rassegna estiva di cinema all’aperto in cui è il pubblico a essere il vero protagonista dell’evento, partecipando attivamente e riappropriandosi di fatto degli spazi pubblici grazie al potere aggregativo del grande schermo. Li hanno chiamati “giovani supereroi della cultura”, hanno portato nelle piazze il buon cinema nonostante l’opposizione delle istituzioni e le mille difficoltà burocratiche che non gli hanno impedito di far dialogare con il pubblico i più grandi registi e protagonisti del cinema internazionale. Partendo dall’idea che si può lasciare un luogo migliore di come lo si è trovato, dal 2018 il loro progetto “Cinema in Piazza” ha visto coinvolti anche il parco del Casale della Cervelletta a Tor Sapienza e il Porto Turistico di Roma, ad Ostia. Circa 150mila gli spettatori coinvolti nella restituzione, a Roma e dintorni, di autentici “polmoni” per la cultura in città.

Pochi giorni fa la loro storia è finita sotto i riflettori della cronaca internazionale per due ignobili aggressioni ai danni di un gruppo di giovani la cui unica “colpa” è stata quella di essere vestiti con la maglietta dell’associazione. Sono stati chiamati “antifascisti” e sono stati picchiati perché si sono rifiutati di togliere la maglia del cinema America. Due episodi di questo genere devono essere condannati senza esitazioni e necessitano di tutta la solidarietà possibile nei confronti di chi porta ancora avanti il progetto del “Cinema in Piazza”. Quello su cui dobbiamo riflettere però è il fatto che oggi, in tutta Italia, i ragazzi del cinema America non sono soli. Persone di ogni età provano ogni giorno, con tutti i mezzi a loro disposizione, a diffondere cultura in modo costruttivo, mettendo in pratica lo stesso insegnamento che muove da sempre i ragazzi del Cinema America: renderci consapevoli che, con la partecipazione di tutti, le cose possono cambiare per davvero. La lotta contro l’immobilismo e l’indifferenza che stanno facendo scomparire sempre più sale cinematografiche nel nostro Paese si può combattere seguendo il modello del Cinema America. Come già detto però, questa non è solo una storia di ragazzi che amano il cinema. È il racconto di chi, traboccante di sogni, lotta ogni giorno per unire le persone attraverso la cultura per dirci che l’unione e la condivisione di determinati valori sono il motore unico che può condurci verso una consapevolezza civica più attiva e ragionata sia nelle piazze delle nostre città che davanti alla magia di uno schermo cinematografico.

 

Alvise Wollner

 

[immagine tratta da Facebook]

 

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L’ignoranza è forza: da George Orwell al nostro presente

Di questi tempi citare George Orwell può essere pericoloso, si rischia di passare per seguaci di una moda letteraria improvvisata tendente al radical e di replicare con triste ironia le frasi dello scrittore britannico per sottolineare la propria presunta superiorità morale e intellettuale, in contrasto ad una massa di creduloni in costante crescita.
La sola colpa imputabile a Orwell è di aver pubblicato settant’anni fa 1984, un libro che non conosce crisi nonostante l’angosciante grigiore che impregna ogni pagina e che, una volta concluso, fa venir voglia di auto esiliarsi in un monastero tibetano fino alla fine dei tempi; la colpa più grossa tuttavia appartiene a noi, intesi come genere umano, perché siamo stati capaci di realizzare alcuni dei cupi scenari distopici del romanzo e di promuoverli sia nell’intenzionale esaltazione dell’ignoranza, sia nell’inconsapevole immobilismo di chi la vorrebbe combattere.

L’ignoranza è forza è il terzo slogan del Socing – l’ideologia dominante nel mondo immaginato da Orwell – scritto a caratteri cubitali sulla facciata del Ministero della Verità, ma perché ci è così vicino? Perché è così attuale?
Basta semplicemente affacciarsi nel mondo social per rendersi conto di quanto la vera moda non sia tanto citare Orwell ma deridere chi apre un libro, chi si informa prima di esprimere un’opinione, chi sceglie di studiare, chi ha dedicato la propria vita alla ricerca.
Il termine “Professorone” attribuito in senso dispregiativo a chi è costretto a dimostrare che il fuoco scotta e che l’acqua è bagnata, è onnipresente, ed è indice di una sempre più bassa qualità dei dibattiti sociali, portati avanti – ironia della sorte – proprio nella piattaforma interattiva che ha richiesto lo sforzo e lo studio di un numero consistente di tecnici specializzati: il web.

I luoghi comuni secondo i quali “lavora solo chi utilizza la forza fisica” e “possiede esperienza solo chi ha la terza media perché a 14 anni era già nel mondo del lavoro e ha valore solo il sapere derivante direttamente dai nostri avi” formano il pilastro dell’ignoranza più osannata e incoraggiata.
Forse è una sorta di rivalsa non tanto di chi non ha potuto, come ad esempio i nostri nonni che nel periodo bellico e post-bellico non hanno avuto alternativa, ma di chi non ha voluto studiare, per noia o per interessi legittimamente diversi, fatto sta che l’avversione nei confronti di chi invece conosce un determinato argomento è palpabile e spesso violenta.

Perché l’ ignoranza è quindi più forte? Perché il gruppo che ne abbraccia i fondamenti è ben nutrito ma le risorse di cui dispone non le trova solo tra i suoi affiliati, esiste infatti un problema di ghettizzazione intellettuale.
Se dovessimo superficialmente suddividere gli internauti tra colti e analfabeti scorgeremmo tra loro un muro invisibile fatto di prese di posizione, sfottò e nulla più. Gli analfabeti rivendicano la loro natura e deridono i colti, i quali a loro volta deridono gli analfabeti e li classificano come casi irrecuperabili, senza speranza, di conseguenza questi ultimi restano ben saldi al loro mondo e di cambiare abitudini non ci pensano proprio.
Un cane che si morde la coda è una metafora che ben rappresenta la situazione.

L’immobilismo sembra non voler vedere né vincitori né vinti, ma probabilmente non si tratta di far vincere qualcuno, quanto piuttosto di cercare una terza via che conduce ad una sorta di compromesso.
Certo non è sostenibile mettere costantemente in dubbio ogni scoperta scientifica o quanto è già ampiamente conosciuto e dimostrato: la forma della Terra, l’efficacia dei vaccini, certi avvenimenti storici, la bontà dell’istruzione e di chi nell’istruzione ci lavora…
Ultimamente il dubbio è spesso utilizzato per esprimere con forza una negazione ma nella strada del compromesso potrebbe ritrovare la sua propensione alla curiosità, la quale a sua volta è portatrice di ricerca e conoscenza di quesiti ancora inesplorati oppure migliorabili.

Dall’altra parte proprio perché nessuno nasce imparato bisognerebbe puntare all’inclusione, alla divulgazione e alla condivisione delle conoscenze in proprio possesso, per avvicinare quanta più gente possibile ad un qualcosa che alla fine appartiene a tutti.

 

Alessandro Basso

 

 

Immagine di copertina: Planetoide tetraedrico, Maurits Escher, 1954

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La politica incontra il male per il bene: Machiavelli e il Divo di Sorrentino

“Lei ha sei mesi di vita”, mi disse l’ufficiale sanitario alla visita di leva. Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto. Ma era morto lui. È andata sempre così: mi pronosticavano la fine, io sopravvivevo; sono morti loro.

Inizia così Il Divo, film del regista Paolo Sorrentino su la vita di Giulio Andreotti.
Giulio Andreotti non era solo un politico, il Divo così soprannominato, fu l’immortale uomo di Stato, tra i maggiori esponenti della Democrazia Cristiana nel lasso 1948-1993 e pilastro indiscusso della Prima Repubblica, conclusasi in merito allo scandalo Tangentopoli.
Un uomo che ci viene raccontato magistralmente dal regista napoletano Paolo Sorrentino, in quello che lui stesso definisce il proprio capolavoro cinematografico, facendosi beffe del premio Oscar La grande bellezza.
Una pellicola dirompente tra realtà e menzogna perché tutto si è scritto sul Gobbo, ma nulla si è veramente compreso. Tutto nascosto dalla sua criptica mimetica, dall’impassibilità nel volto e dell’impenetrabilità della prassi politica. Non è bastata neppure la nota pop voluta nel film, per rendercelo familiare e neanche la maschera di Toni Servillo come interprete. Ma nei dialoghi e nelle citazioni desideranti di immedesimare l’ironia cronica del Senatore, è possibile delineare le dinamiche che lo hanno reso tale nella storia e la formazione politica che lo ha introdotto nelle istituzioni repubblicane.

Il film è ambientato tra il 1991 e il 1993, quando Giulio ancora occupava la vita politica nel Paese. Diventato per la settima volta presidente del Consiglio è in corsa per la successione a Cossiga al Quirinale. Gli ultimi ruggiti pacati del democristiano prima degli scandali giudiziari che lo videro imputato per presunte collisioni con la mafia.
Scene arricchite dai palazzi di potere, dalle correnti di partito, dalle cene e dai festini nelle più celebri palazzine di Roma. Tutto contrapposto alla perenne solitudine nella quale riversava e alle frequenti emicranie che gli impedivano lunghi periodi di lavoro.
Due soli anni per poter delineare, quello che oggi viene definito il politico di professione.
Tralasciando le sue peculiarità fisiche e intellettuali, è doveroso indagarne la formazione politica in termini di opere nelle quali è possibile collocarlo.
Uno di questi è Il Principe1 scritto da Machiavelli nel 1513 trattato di dottrina politica. Fu dedicato a Lorenzo de’ Medici, nipote del Magnifico e duca di Urbino, allo scopo di educare il giovane esuberante e ambizioso alla vita politica, che richiedeva non solo abilità intellettuali ma astuzia, scaltrezza, virtù e resistenza. Tutto per il bene della Repubblica seppur i mezzi da utilizzare possano essere definiti poco benevoli e dall’esito incerto.
Andreotti quest’opera la conosceva bene come la maggior parte della classe dirigente non solo della Democrazia Cristiana ma di tutto il mondo politico. L’ambiente d’allora lo esigeva. Infatti nella Prima Repubblica veniva attuata una democrazia puramente rappresentativa, ancora poco soggetta alle trasformazioni odierne di sistema e ad un’opinione pubblica onnipresente.

La sezione diciottesima intitolata Quomodo fides a principibus sit servanda2, ovvero in che misura i principi debbano mantenere la parola data, è uno dei capitoli più controversi del Principe, in cui Machiavelli affronta la delicata questione della possibilità o meno per il sovrano di comportarsi con astuzia e venir meno agli impegni sottoscritti ufficialmente.
Viene descritto come il principe d’allora potesse governare servendosi della forza e come dovesse essere per metà uomo e per l’altro bestia.
Una bestialità divisa tra volpe (astuzia) e leone (violenza), entrambe necessarie all’azione di governo. L’astuzia si manifesta soprattutto nella capacità di venir meno agli impegni presi e nel non mantenere la parola data, quando ciò è necessario per conservare lo Stato. Tema che si lega strettamente a quanto affermato nel capitolo XV relativamente alla necessità per il principe di comportarsi in modo non etico perché lo Stato è un valore assoluto da preservare a ogni costo, baluardo contro il disordine e l’anarchia.
Inoltre il concetto della simulazione e della dissimulazione rappresentano i mezzi utili al sovrano per, non avendo tutte le buone qualità che ci si aspetta da lui, parere di averle. Ciò non significa che il sovrano debba necessariamente compiere il male ma non deve rifuggire dal compiere azioni delittuose se necessitato e, al contempo, badare che non gli esca mai di bocca qualcosa che contraddica le migliori qualità che normalmente ci si attende dall’uomo di governo, per cui egli deve apparire pietoso, fedele, umano, leale, religioso. Un’immagine che identifica Andreotti con tutti i suoi segreti e ben è stata rappresentata nel monologo finale del film di Sorrentino.

“(…)Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute (…) Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. (…) Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta.”

La politica così rappresentata deve includere dentro di sé il male – nella simulazione e dissimulazione – per il bene. Il fine che giustifica i mezzi3 riutilizzando le parole di Machiavelli così che il Principe possa conservare lo Stato nei momenti di crisi.
L’epoca odierna della politica al cui centro risiede la trasparenza incondizionata, ostacola tutto ciò considerando il bene per il bene. C’è da chiedersi dove stia la verità e il buon ordine di governo. Comunque sia, il primo passo è prendere consapevolezza della realtà, agendo di conseguenza, senza dimenticare che la politica prima delle sue correnti è partecipazione.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE:
1. Il Principe, Niccolò Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti
2. Quomodo fides a principibus sit servanda, capitolo diciottesimo del Il Principe, N. Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti p.154
3. Il Principe, Niccolò Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti, cap. XVIII p.155

Immagine di copertina tratta da una scena del film.

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La carrellologia nelle crisi umanitarie: uno sguardo alle intuizioni morali

David Edmonds nel suo libro del 2014 Uccideresti l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore propone al lettore un quesito che è diventato un classico della filosofia morale: «Immaginate di trovarvi accanto a un binario quando vedete un treno in corsa che sfreccia verso di voi: chiaramente i suoi freni non hanno funzionato. Più avanti ci sono cinque persone legate sui binari. Se non fate niente, i cinque saranno travolti e uccisi. Per fortuna siete accanto a uno scambio: azionando quello scambio manderete il treno fuori controllo su una linea secondaria, un ramo deviato, che si trova appena davanti a voi. Purtroppo, c’è un intoppo: sulla linea secondaria notate che c’è una persona legata sui binari; cambiare la direzione del treno si tradurrà inevitabilmente nell’uccisione di questa persona. Che cosa fate?»1.

La maggioranza delle persone sceglie di deviare il carrello. Se anche voi rientrate nella maggioranza avete appena salvato cinque persone, ma un uomo è morto; come vi sentite? Ma non fermiamoci qui, andiamo avanti. Un’altra filosofa, Judith Jarvin Thomson, ha proposto di immaginare una scena analoga:

«Siete su un cavalcavia che si affaccia sul binario. Vedete il carrello ferroviario che sfreccia fuori controllo e, poco più avanti, cinque persone legate sui binari. È possibile salvare questi cinque? Ancora una volta, il filosofo morale ha abilmente organizzato le cose in modo che sia possibile. C’è un uomo molto grasso che sta guardando il treno appoggiato alla ringhiera. Se lo spingeste oltre la balaustra, piomberebbe di sotto e si schianterebbe sui binari. È così obeso che la sua massa farebbe fermare bruscamente il carrello. Purtroppo, in questo modo verrebbe ucciso l’uomo grasso. Ma si potrebbero salvare gli altri cinque. Si dovrebbe dare una spinta all’uomo grasso?»2.

La maggioranza delle persone cui è stato posto il quesito ha risposto che non avrebbe spinto l’uomo. Eppure, da un punto di vista meramente utilitaristico si tratta sempre di scegliere il male minore: una persona muore per salvarne cinque. Qual è la differenza tra il primo e il secondo interrogativo? Perché nel primo caso azionare una leva è percepita come moralmente giusto, mentre nel secondo caso spingere l’uomo grasso viene percepita come un’azione immorale? Se il risultato non cambia, sicuramente dobbiamo analizzare il procedimento o la percezione che abbiamo del procedimento stesso. Ci sono due elementi su cui è opportuno ragionare: la volontà e la necessità.

Nel primo caso non abbiamo alcuna volontà di uccidere l’uomo sul binario; la sua morte non è necessaria al nostro obiettivo: salvare le cinque vite. Infatti azionando lo scambio, possiamo ancora sperare in un miracolo, per esempio che l’uomo si sleghi dalle funi e si salvi. In questo caso saremmo riusciti addirittura a raggiungere il nostro obiettivo senza vittime.

Nel secondo interrogativo l’intenzione di salvare le cinque persone passa necessariamente dalla morte di un altro e dalla volontà di ucciderlo. In altre parole, per poter salvare le cinque persone dobbiamo voler uccidere l’uomo grasso, ed è proprio l’intenzione che spinge la maggior parte delle persone a percepire l’azione moralmente sbagliata. L’uomo, che viene intenzionalmente spinto, è considerato un mezzo per un fine, privato quindi della sua autodeterminazione. Tale intenzione non si percepisce nel primo quesito, in cui “l’effetto nocivo o collaterale” è previsto, ma non inteso. È possibile sostenere, inoltre, che spingendolo dal ponte l’uomo grasso continui a rotolare e ad uscire dai binari. In questa ipotesi non abbiamo salvato alcuna vita, ma sicuramente abbiamo ucciso un uomo. Ecco descritta la ragione per cui la maggioranza delle persone agirebbe in maniera diversa nei due casi.

Il filosofo John Mikhail aggiunge un ulteriore tassello affermando che le intuizioni morali più profonde, come quelle che impediscono di uccidere un innocente, sono universali ed innate. Ma se non parlassimo di una persona “innocente”? Che cosa accadrebbe se la carrellologia non fosse più solo un esempio teorico e lontano, ma fosse possibile inglobarla nella nostra quotidianità?

In ambito umanitario esistono dei principi fondamentali che ogni operatore deve rispettare: imparzialità, indipendenza, umanità, neutralità. Un errore molto comune è confondere i principi di imparzialità e neutralità. Per una maggior chiarezza possiamo definire il principio di imparzialità come principio di non discriminazione nell’aiuto umanitario: l’operatore umanitario deve necessariamente aiutare tutti indistintamente, senza discriminazioni. Il principio di neutralità sottintende che l’intervento umanitario non deve favorire nessuna fazione di un conflitto armato. Dai primi anni novanta, l’intervento umanitario ha dovuto far fronte a un problema estremamente complesso: nelle nuove crisi umanitarie i civili infatti si sono trasformati nei principali “oggetti” di
attacchi e abusi. In questo teatro dell’orrore, esistono gruppi particolarmente vulnerabili come donne e bambini, i quali necessitano di particolari forme di protezione. Compito degli operatori è per esempio evitare che si ripetano stupri e violenze sulle categorie vulnerabili sopra citate.

Immaginiamo ora di essere l’operatore umanitario partito in missione. Siamo in un piccolo villaggio sperduto nel paese X e siamo a capo dell’unità di protezione che deve tutelare le donne e le bambine da violenze e abusi. Conosciamo perfettamente i principi fondamentali dell’aiuto umanitario e li applichiamo alla lettera. Questo significa anche non schierarsi con nessuna delle fazioni in campo, nonostante siamo consapevoli che gli abusi e le violenze provengono da una delle due parti. Per far cessare le violenze decidiamo di andare “a cena con il nemico” e mettere in atto tutto quello che abbiamo imparato sull’arte della negoziazione. Il capo “Y” nota le nostre scarpe e ci domanda se sono un “made in Italy”, rispondiamo di sì. Lui ci confida che ha sempre desiderato un paio di scarpe proprio come quelle. Lo abbiamo in pugno, abbiamo la nostra merce di scambio: scarpe in cambio della cessazione di stupri e violenze. Il capo “Y” accetta e noi rientriamo in tenda con delle utilissime scarpe di plastica.
Passa qualche giorno e avviene un altro caso di stupro. Chiamando il capo “Y” però rischieremmo di istigarlo ad uccidere lo stupratore per dar prova del proprio potere. In questo caso però non ci sarebbero più violenze.
Che cosa fate?

Questi appena descritti potrebbero sembrare dei semplici passatempi, eppure riguardano ciò che è giusto e sbagliato, e come dovremmo di conseguenza comportarci. Gli esperimenti mentali sono progettati per testare le nostre intuizioni morali e per esser in qualche modo d’aiuto nel mondo reale. Bene e male, infatti, sono talvolta così intrecciati da rendere quasi impossibile decidere quale scelta sia moralmente la più etica. E che cosa c’è forse di più importante di capire tutto questo?

 

Jessica Genova

 

NOTE:
1, 2 D. Edmonds, Uccideresti l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014

 

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Ritorna il Titanic! Sintomo d’egocentrismo o dell’incapacità di abbandonare il passato?

Il RMS Titanic fu un transatlantico britannico, diventato famoso per la collisione con un iceberg nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 e il conseguente naufragio avvenuto nelle prime ore del 15 aprile 1912. Era secondo di un trio di transatlantici, progettati per offrire un collegamento settimanale di linea con l’America e per garantire il dominio sulle rotte oceaniche alla White Star Line. Il Titanic rappresentava la massima espressione della tecnologia navale del tempo. James Cameron fece di questa storia un successo cinematografico nel 1997 con un giovanissimo Leonardo di Caprio e ricevendo 14 candidature agli Oscar, tra cui 11 vinti.

Agli inizi del Novecento la corsa al transatlantico può essere paragonata alla corsa per lo spazio degli anni ‘50/60. Chi ci fosse riuscito al meglio avrebbe ottenuto prestigio e gloria – insieme a ingenti ricchezze. Sono i decenni dello sviluppo tecnico e delle “magnifiche sorti e progressive” leopardiane e pochi potevano tirarsi indietro. Spostamenti più rapiti comportavano infatti una maggiore mobilità e lavoro: una piccola globalizzazione che interessò il campo nautico, come l’aviazione.

Il Titanic II tenta di riprodurre tutto ciò. In seguito ad un primo studio di fattibilità dell’opera, sono state fatte due proposte: la prima proposta nel 2000 e abbandonata nel 2006; la seconda rilanciata nel 2012 dal magnate australiano dell’industria mineraria Clive Palmer. Dopo mesi di stallo, nel settembre 2018 Palmer ha rilanciato il progetto, parlando di un possibile varo della nave a Dubai entro il 2022. Non certamente un lavoro facile da realizzare.

Stesso nome, stesso numero di passeggeri e itinerario, ma con una differenza: ci saranno scialuppe per tutti. Il Titanic II avrà 2.400 posti passeggeri, su tre piani per un totale di 840 cabine. Sarà una copia dell’originale dagli arredi alla famosa scalinata. Il sogno di Clive Palmer si sta realizzando e c’è da chiedersi: sarà causa dello smodato senso di potenza umana o effetto dell’incapacità dell’uomo di lasciarsi dietro il passato?

Adattando al problema il pensiero di Henri Bergson, filosofo francese a cavallo tra Ottocento e Novecento, la causa allo smodato desiderio di ripresentare un simbolo d’epoca come il Titanic, si va intrecciando tra memoria e pensiero, svelando l’uomo come un essere caduco e perennemente intrappolato nel proprio tempo passato.

Il pensatore francese viene ricordato infatti per aver indagato sul concetto di tempo spazializzato. Dalla confusione tra intuizione e intelligenza nell’era positivista, è nata secondo Bergson l’incomprensione sulla natura del tempo. L’intelligenza che da sempre mira a fini pratici, concepisce il tempo come una serie di istanti concatenati e misurabili. Così per il tempo non esistono singoli istanti ma un loro continuo fluire non scomponibile. Però nella durata reale della coscienza di ognuno, dove gli stati psichici non si succedono ma convivono, il tempo della scienza da quello reale diverge. Ciascuno vive nella propria coscienza, ed è impossibilitato ad uscirne.

Su questa concezione del tempo Bergson procede con l’interpretazione sulla memoria. Ci deve essere necessariamente un diverso rapporto anche tra percezione e memoria. Egli ritiene infatti che la percezione sia l’atto di ritagliare un’immagine parziale della realtà percepita, che dura per l’istante della percezione e che poi viene superata da altre percezioni, a loro volta ritagli della realtà. La memoria invece è l’accumularsi, lo stratificarsi dei ricordi, duraturo e sempre tutt’intero presente, indipendentemente dalla coscienza che si ha, e la cui dimensione temporale non è l’istante, come per le percezioni, ma la durata reale.

La teoria è complessa e il fine vorrebbe essere una identificazione tra spirito e materia come un tutt’uno. Ma ritornando al Titanic potremmo affermare che: l’idea di volerlo ripresentare di nuovo non è frutto di libertà o di piena scelta egoistica, ma della nostra incapacità di abbandonare il passato. È insito infatti nella nostra memoria la nave come accumulazione di percezioni diverse immaginative e simboliche. Il passato che in questo caso può essere identificato nel transatlantico che si dirige a New York, non può essere ignorato. È diventata una immagine storica talmente ancorata nella cultura occidentale, che ignorarla sarebbe come rinnegare sé stessi.

Involontariamente siamo imbrigliati nella dimensione temporale passata, che ci proiettiamo e che ne costituisce la memoria a discapito del presente e del futuro. Come lo stesso Bergson scrive nel Saggio sulla relazione del corpo allo spirito:

«Se invece pensate il presente concreto e realmente vissuto dalla coscienza, si può dire che esso consiste, in gran parte, nell’immediato passato. Nella frazione di secondo in cui dura la piú corta percezione possibile di luce, hanno avuto luogo trilioni di vibrazioni la prima delle quali è separata dall’ultima da un enorme intervallo. La vostra percezione, per quanto istantanea, consiste dunque in un’incalcolabile moltitudine di elementi ricordati e, a dire il vero, ogni percezione è già memoria. Noi non percepiamo, praticamente, che il passato dal momento che il puro presente è l’inafferrabile progresso del passato che fa presa sul futuro».1

I tre stadi del tempo ne diventano uno solo e per altro quasi inafferrabile, se non nei piccoli attimi dell’esistenza. Una sorta di gabbia percettiva ove l’uomo può solo prendere consapevolezza.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE:
1. Saggio sulla relazione del corpo allo spirito, in H. Bergson, Opere, 1889-1896, di F. Sossi, a cura di P. A. Rovatti, A. Mondadori, Milano 1986, pp. 257-258

 

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