Un grado e mezzo e forse più: è tempo di una presa di coscienza

Perché contrastare il cambiamento climatico è un dovere sempre più urgente di cui la politica non si fa carico.

 

Ha avuto molta eco la notizia del nuovo report1 pubblicato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) delle Nazioni Unite, il più importante organismo scientifico dedicato alla ricerca su questo tema. Il rapporto, redatto da 91 autori e che cita migliaia di studi scientifici, fa passare in sostanza due messaggi abbastanza chiari: il primo è che bisogna limitare l’aumento della temperatura media del pianeta a non più di 1.5 gradi per scongiurare rischi catastrofici, il secondo è che bisogna fare presto. Quanto presto? Il rapporto parla di 12 anni: si devono intraprendere da subito misure che limitino l’aumento di temperatura entro il 2030, o per molte aree sarà troppo tardi.

Cosa succederebbe in concreto? Aumenterebbe il numero delle persone colpite da ondate di calore, oltre a estati torride e eventi estremi che renderebbero anche più difficile la coltivazione dei cereali, prima fonte di nutrimento per miliardi di persone. Scomparirebbero le barriere coralline e i loro ecosistemi. Gli oceani si alzerebbero in media di 10 centimetri, rendendo difficile o impossibile la vita a milioni di persone che vivono sulle coste. Tutto ciò comporterebbe migrazioni di massa.
In via teorica quindi la soglia da non oltrepassare sarebbe di 1.5 gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale, ma la realtà è diversa. L’accordo di Parigi sul clima, il più grande patto tra paesi firmato nel 2015, prevedeva di ridurre le emissioni entro il 2050 in modo da non far aumentare la temperatura più di 2 gradi. L’accordo sul clima è stato un grande passo, ma da allora gli Stati Uniti di Trump si sono sfilati e adesso anche il Brasile potrebbe farlo considerando le posizioni del suo nuovo presidente eletto, il populista di estrema destra Bolsonaro. Ora, alla luce del rapporto IPCC, anche quello che è stato uno storico traguardo, seppur indebolito, appare come non più adeguato.

Ridurre le emissioni ed evitare che il nostro pianeta si scaldi sopra la soglia del grado e mezza è al momento possibile solo se tutto il mondo iniziasse a lavorarci immediatamente. Cosa che comporterebbe un drastico cambio nei metodi di produzione dell’energia, nella gestione dell’agricoltura e dei trasporti. Il rapporto stima che per raggiungere l’obiettivo virtuoso sarebbe necessario una spesa annua pari al 2,5% del Pil mondiale, per 20 anni. Le emissioni così dovrebbero dimezzarsi in soli 12 anni e azzerarsi entro il 2050, per rimanere entro gli 1,5 gradi, o non oltre il 2075 per stare sotto i 2. Ma potrebbe non bastare. Secondo il rapporto i paesi di tutto il mondo dovrebbero inoltre sviluppare una tecnologia, non ancora testata su larga scala, per rimuovere ogni anno miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera. Per questo stime ottimiste danno infatti già per sforati i 2 gradi nei prossimi decenni, altre addirittura i 3.

Alla luce di questi dati il riscaldamento globale è ancora più chiaro essere la grande minaccia di questo secolo per la Terra. Il fatto è che lo si sa e lo si dice da tempo. Il problema si conosce dalla fine degli anni ’60, ma tra contro rapporti commissionati e confezionati ad arte da giganti degli idrocarburi come Exxon e amministrazioni apertamente contrarie, la sensibilità collettiva si è formata, con difficoltà, in un periodo abbastanza recente.
Non sembra però essere ancora un problema così sentito, da mobilitare masse di elettori e spostare voti. Non è un tema da mettere in agenda e da cavalcare per quasi nessuno. L’Italia ne è la conferma: nell’ultima campagna elettorale le tematiche ambientali sono sparite da programmi e dibattiti. E poi c’è il problema dei media. Si fanno un paio di pagine quando esce una notizia sul riscaldamento globale, in alcuni casi neppure quelle, e poi silenzio. Non fa vendere, e un settore in crisi non se lo può permettere. È un problema perché se la politica non se ne occupa dovrebbero essere i media a formare le coscienze e fa servizio pubblico su una questione così importante.

In un lungo e documentato articolo su Valigia Blu, Angelo Romano ripercorre la storia del dibattito sul clima e dei momenti che potevano essere risolutivi e non lo sono stati. Romano cita una frase dura e illuminante di un giornalista del New York Times, Nathaniel Rich, che già 30 anni fa, occupandosi della questione ambientale, scriveva: «Gli esseri umani, che si tratti di organizzazioni globali, democrazie, industrie, partiti politici o individui, non sono in grado di sacrificare la convenienza attuale per prevenire un danno imposto alle generazioni future». Decenni dopo continua a prevalere l’agenda dell’immediato, non una visione di futuro. E meno male che sarebbe la sfida del nostro tempo.

 

Tommaso Meo

 

NOTE
1. Questo il rapporto del IPCC – Intergovernmental panel on climate change.

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Economia in ostaggio

L’economia è una scienza. Si avvale del metodo scientifico, del rigore accademico, e dello studio matto e disperatissimo su numeri, algoritmi, e piani cartesiani. Con un pizzico d’immaginazione li potremmo definire opere d’arte, espressione dello spazialismo. Tipo Lucio Fontana.
Basta leggere una pagina di giornale, accendere trenta secondi un tg, e la nostra testa viene subito bombardata da termini come: rapporto deficit/pil, debito pubblico, spread, tassi d’interesse, tan, taeg, tog, tug, tig e via dicendo.

Eppure, a fianco dei massimi esperiti e professoroni, troviamo il circo: la politica.
Un enorme parco giochi, dove lo spread è l’altalena, il debito pubblico la “rete ragno”, il rapporto deficit/pil uno scivolo difettoso, che invece di far scendere, fa andare giù a tentoni, a colpi di spintarelle e mosse “vade retro”, o almeno così ci giocano i neonati delle correnti, i piccoli bambini di partito e i ragazzetti di governo.

Si ramifica in questo modo, la connessione tra due mondi squilibrati, fatta di tensioni e conflitti, da un odi et amo infinito. Si fa fatica a seguire i numeri nel loro rigorismo, quando ci si occupa di lavoratori e pensionati e per tale ragione la politica fa presto a ridurre le scienze economiche a mero strumento o mezzo per le proprie ideologie.

Ed è in questo contesto che potremmo collocare da una parte il Nazional Automobilismo, definizione del giornalista Vittorio Zucconi in un articolo di Repubblica1, per definire la politica protezionistica di Trump fatta di dazi e minacce a mezzo mondo. A tutto il resto del mondo, tolti gli Stati Uniti, per ora.
Dall’altra invece i recenti azzardi del governo di Roma nei confronti di Bruxelles.

Nel caso del Tycoon, la linea politica ha preso una direzione ben chiara: cambio del paradigma economico. Dall’espansionismo globalizzato del nuovo millennio al protezionismo di inizio ‘900. Prospettiva economica le cui basi politiche risiedono nel bacino elettorale composto da quegli elettori, che si sentono traditi dal proprio vicinato, dove l’erba del vicino è sempre la più verde solo perché, forse, usa un migliore pesticida.
Una parte di società che stenta a cambiare, forse per necessità o per paura. Non è importante la causa, ma propriamente l’origine. Un punto primo che si scinde dalla contingenza, e assume caratteri filosofici.

Infatti la cornice delle nuove direttive nella politica centrale americana si concentra su la difesa dei propri confini culturali. Un bacino ricco di storia, tradizione, identità. Sembra essere tornati alla lotta fratricida nella Roma repubblicana, dove ognuno era obbligato a prendere posizione per la protezione o per l’innovazione del Mos Maiorum – l’insieme di costumi e usanze degli antenati – dopo l’arrivo degli schiavi greci, lasciando eventualmente posto all’ellenismo.
A quel tempo vinsero entrambi dando vita all’humanitas, collante futuro del Rinascimento italiano. Questo perché cultura significa fruibilità, assimilazione, eterogeneità.

Ma la terra va difesa, e con essa il lavoro che sia acciaio o carbone – il global warming può aspettare; le macchine americane ancora di più, basta Audi o Mercedes, bisogna risollevare la Ford e con essa il fordismo proprio ora che ci avviciniamo all’industria 4.0. Poi avanti con il whisky, le motociclette made in USA, e perché no, ritentare la pianificazione della rete ferroviaria di inizio ‘800. 
Tutto giustificato, o mascherato – la dissimulazione è fondamentale nella politica – grazie all’uso delle discipline economiche. 

Levi-Strauss, antropologo, psicologo e filosofo francese, una volta disse «la mente scientifica non fornisce tanto le risposte giuste quanto le giuste domande».
Un pensatore che cercò per tutta la vita di creare inaspettate convergenze interdisciplinari. Come si auspica possa verificarsi tra l’economia e la politica, senza che una delle due possa prevaricare sull’altra. 

Intanto, da una parte in America non si sa ancora chi sarà il vincitore o come andranno a finire i giochi. I governi vanno e vengono, ma se non fosse così?
Ora, Trump è il nuovo Catone in pectore – spero di non aver urtato la sensibilità dei latinisti – e ci si domanda chi sia Cicerone.
Dall’altra invece un governo europeo contro l’Europa, una guerra fratricida con un unico obiettivo: vincere; forte del consenso datogli, ma meno dai numeri. E vinceremo risponderebbe qualcuno, anche se quando fu pronunciata per l’Italia fu la rovina. Speriamo non accada anche questa volta.     

 

 Simone Pederzolli

 

NOTE
1.V.  Zucconi, La sfida a quattro ruote, ecco dove nasce l’odio di Trump per il Maggiolino, 23 giugno 2018.

[Photo credit: Steve Johnson on Unsplash.com]

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Maschi e femmine al tribunale della scienza: errori del passato e buoni propositi per il futuro

Possiamo certamente affermare che la scienza è stata e continua a essere fondamentale per la società e, seppur consapevoli che anch’essa incappa in errori, non siamo mai troppo sospettosi nei suoi confronti, proprio perché non sappiamo vivere senza i suoi risultati. La storia della scienza è per lo più la storia delle domande e delle risposte formulate dagli uomini. Dagli uomini, appunto, perché alle donne è stata a lungo preclusa la partecipazione alla costruzione del sapere, scientifico in particolar modo (ci sono poche eccezioni).

Vediamo un esempio di teoria scientifica e prendiamo Darwin, che è stato uno scienziato veramente brillante, una delle menti che ha sconvolto il panorama del sapere umano, in mezzo alle due altre grandi rivoluzioni: quella copernicana e quella freudiana. La prima ha spostato il nostro pianeta dal centro del sistema solare alla periferia, la seconda ci ha rivelato che l’io cosciente è solo una punta dell’iceberg sommerso dell’inconscio. Darwin ha smentito le nostre origini divine, mediandole quantomeno con milioni di anni di evoluzione a partire dal mondo animale, facendoci parenti stretti con le scimmie. Ma nel tracciare l’evoluzione Darwin ha osservato che i maschi delle varie specie sono più stimolati, grazie alla competizione per le femmine, a perfezionarsi sotto vari punti di vista. I pavoni maschi si sono sfidati, e continuano tuttora, sulle code più belle, ad esempio. I maschi umani invece, oltre alla competizione dei muscoli, hanno ingaggiato la sfida anche sul piano intellettuale, perché gli strumenti cognitivi di cui è dotata la specie umana hanno consentito loro di affinare, grazie a un circolo virtuoso, le loro menti. E le femmine? Beh, non hanno fatto granché, al massimo traggono profitto mutuando i successi evolutivi dei maschi grazie al fatto che si riproducono con loro. In sostanza Darwin, in qualità di scienziato, affermava che la disuguaglianza tra i due generi che oggi riscontriamo è frutto di differenze biologiche, perfettamente in linea di continuità con quella che era la tradizione di pensiero alle sue spalle e dei suoi contemporanei1.

Dopo Eva plasmata dalla costola di Adamo, anche la versione scientifica, addirittura la stessa che smentisce Adamo e Eva, conferma la donna come prodotto sub-evoluto subordinato all’uomo.

Se arrivati a questo punto vi siete un po’ indignate, ma anche indignati, mi auguro, allora vi interesserà sicuramente capire qualcosa di più intorno a domande del tipo: quali ragioni sottendono la diversità sociale maschio-femmina? Si tratta di una questione enorme, non si può rispondere certo qui in poche righe, occorre andare molto indietro nel tempo, addirittura fino al Neolitico, quando sembra che le differenze abbiano iniziato a essere giocate a sfavore delle donne. Anche la portata nella dimensione dello spazio è interessante, perché ad oggi, in angoli remoti del nostro pianeta, ci sono comunità umane intatte da millenni che talora ci raccontano una storia diversa sul ruolo delle donne. Si tratta di un lavoro lungo e paziente, che passa attraverso molti fonti bibliografiche, ma una delle risposte che facilmente emerge è la questione dell’istruzione. Alle donne è ripetutamente stato proibito di istruirsi lungo tutto il corso della storia della civiltà.

Questo permette di rispondere alla prossima domanda. Perché scienziati, filosofi, letterati e intellettuali vari sono quasi sempre maschi? In realtà, seppur in minoranza, le donne compaiono qua e là lungo tutto il corso della storia, sono quelle che sono riuscite a emergere, con sforzi disumani e talenti straordinari proprio perché da sempre stigmatizzate non appena si accingevano a varcare l’uscio di casa. Tuttavia, sebbene in minoranza, quelle donne prodigiose sono spesso state trascurate dai libri di storia, anche se oggi, grazie alla recente e fruttuosa tendenza editoriale di narrare i contributi delle donne al mondo del sapere, scopriamo che ce ne sono parecchie di donne eccezionali. Occorre però puntare la luce su di loro, perché, si sa, la storia non è solo la storia dei fatti, ma anche di chi li racconta e decide come farlo.

Se il sapere è stato prerogativa maschile per lungo tempo, questo ha sicuramente dato una tonalità piuttosto che un’altra ai contenuti del sapere stesso. Darwin, tra gli altri, non può che aver consolidato tale atteggiamento. Pensate a come sarebbe stata l’impresa della conoscenza se avesse ricevuto uguali contributi da entrambi i sessi. Anche la salute ne avrebbe risentito. La medicina infatti è stata, come tutte le branche del sapere, prerogativa maschile. Ancora oggi la ricerca medica soffre di una distorsione enorme, questo perché i modelli di studio di farmaci e malattie sono realizzati su campioni maschili, animali o umani. Le cavie animali e i volontari umani sono quasi sempre maschi e molti farmaci sono tarati sul metabolismo maschile. In alcuni casi ciò si è rivelato deleterio per le donne, basti pensare che un famoso farmaco per l’insonnia, Zolpidem, è stato ritirato dal mercato quando si realizzò che procurava grave sonnolenza diurna alle donne che lo assumevano, aumentando il rischio di incidenti stradali. È solo la punta dell’iceberg, perché la ricerca si sta adeguando a una metodologia più equa tra i sessi troppo lentamente.

La rivista Nature si è occupata più volte di questo argomento; nel 20102 e nel 20173 diversi autori riportavano che, se i medicinali pongono sempre qualche rischio per chi li assume, questo rischio è molto più alto per le donne, inoltre, sottolineavano che una stessa malattia non colpisce in ugual modo maschi e femmine.

È allora fondamentale prendere consapevolezza di come la scienza in passato sia stata ingiusta nei confronti delle femmine, privandole di tutti i meriti evolutivi della nostra specie e di come continui a essere faziosa nella ricerca medica. Per fortuna, oramai l’accesso all’istruzione non è più una ostacolo, almeno da noi, anche se è possibile che gli stereotipi di genere continuino a essere una barriera all’emancipazione del genere femminile. E qui si apre uno spazio per i contributi di chiunque, perché, se non è possibile che ciascuno/a di noi diventi scienziato/a, è assolutamente possibile che ognuno/a di noi cominci almeno a cambiare la cultura iniziando a riflettere sui propri stereotipi di genere, ovvero le più subdole delle barriere.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
1. Cfr. C. Darwin, The Descent of Man: Selection in Relation to Sex, London, John Murray, 1871.
2. Zucker et al., Males still dominates animal studies, Nature vol. 465, 10 Jun 2010.
3. A. Nowogrodzki, Clinical research: Inequality in medicine, in “Nature” vol. 550, S18–S19, 05 October 2017.

 

 

 

[Photo credits: Charles Deluvio via Unsplash.com]

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Africa: una storia che c’è sempre stata

Tra le tante cose, Hegel sosteneva che l’Africa è «un continente senza storia […] al di qua della storia cosciente di sé»1. Complici di questa visione un immaginario plasmato secondo esotismi vari, che vedeva nei popoli africani uno stadio primitivo della coscienza umana, e una cecità di fondo che non riconosceva la particolarità socio-storica delle proprie asserzioni. L’idea che l’Africa sia un continente senza storia è inoltre un’idea comune ancora oggi. Ancora più comune è poi l’idea che questa storia sia stata inaugurata dalle prime spedizioni europee e islamiche, le quali hanno movimentato delle terre prima sterili e pigre.
Ma l’Africa è stato – e rimane – un continente dalla storia ricchissima, complicata e sorprendente, raccontata non solo dai vari conquistatori e commercianti stranieri che si sono spinti nel suo entroterra, ma soprattutto dagli stessi popoli indigeni, fautori di innumerevoli regni e imperi di grande prestigio, cultura e lungimiranza. La storia, per esistere, non necessiterebbe di nomi altisonanti e date fondamentali, ma queste vengono ricercate per comprovare qualcosa che altrimenti rimarrebbe ignoto e ipotetico, poiché l’idea di una storia aperta, mobile e non scritta – cioè documentata – sembra impossibile.

Giochiamo allora per un attimo a questo gioco. L’Africa ha visto l’ascesa e il declino di moltissimi imperi, molti dei quali protrattisi per secoli. Le fonti scritte endemiche scarseggiano in favore però di una lunga tradizione orale, e insieme abbondano le testimonianze monumentali e i ritrovamenti artistici. Oltre al famosissimo Impero egizio, si possono dunque ricordare il regno di Axum nell’attuale Etiopia (IV a.C. – X d.C.), quello di Zimbabwe, con le sue mura ciclopiche e le arti metallurgiche (VIII d.C. – XV d.C.), e tutta la sfilza di imperi saheliani, del Ghana, del Mali, Kanem e Songhai, che si succedettero l’uno dopo l’altro tra il X e il XVI secolo d.C.

Ma al di là delle date e delle circoscrizioni, addentrandosi nella storia millenaria del continente, ci si imbatte in popoli vitali e creativi, sempre in movimento attraverso frontiere e confini da aggiornare, da mappare, da ristudiare in funzione dei nuovi assetti politici e culturali, fomentati ora da una ideologia, ora da un’esigenza, ora da un’occasione. Le spedizioni coloniali, ad esempio, non ridussero gli indigeni al mero ruolo di “vittime”, poiché questi vedevano negli avventori stranieri possibilità di scambi commerciali, culturali e tecnici. Nemmeno le spedizioni missionarie adombrarono la libertà agentiva dei popoli indigeni, perché questi riutilizzarono le icone e le professioni di quelle fedi in forme alternative e sincretiste. Addirittura lo schiavismo fu perpetrato e fomentato da numerosi regnanti, arrivando a fondarvi, in alcuni casi, l’economia dei propri regni.

I grandi imperi conservarono dunque una certa autonomia durante le prime colonizzazioni. Questa però si affievolì quando buona parte del prestigio economico cominciò a dipendere dal commercio con gli europei e questi col tempo iniziarono a pressare sempre più sulle autorità fino ad assoggettarle del tutto alle loro direzioni. Nel 1519 una legge portoghese imponeva che tutte le merci congolesi fossero trasportate su navi lusitane: lo stato europeo otteneva così il monopolio commerciale. Molte città venivano distrutte se restie a trattare; molte altre non venivano conquistate ma veniva loro imposto un pesante tributo monetario. Da lì in poi l’escalation di sfruttamenti fu inarrestabile e con l’arrivo di altre potenze europee l’Africa scivolò sotto le direttive di volontà straniere. Il XIX secolo fu un “secolo lungo” anche per l’Africa: dalle prime resistenze alla schiavitù di fine XVIII secolo, alle prime indipendenze dai dominî europei, il continente fu percorso da ribellioni e guerre intestine tra gruppi eterogenei (europei, africani, arabi) per il consolidamento delle egemonie e la nazionalizzazione delle regioni.

Fu questo il periodo delle esplorazioni e dei resoconti etnografici. Questi resoconti, che si alternavano tra il rispettoso e il razzista, stimolarono la fantasia occidentale, che subito creò l’Africa povera, selvaggia, dal “cuore di tenebra” che ancora oggi viene evocata. «L’Africa è un’invenzione»2, sostiene il filosofo Valentin Mudimbe; un’invenzione approssimata che nasconde e omette le dinamiche e le realtà presenti nei diversissimi contesti del continente. Come Hegel, anche nel contemporaneo ci si è lasciati traviare da immaginari sedimentati e da una concezione etnocentrica della storia. Le recenti tragicommedie politiche hanno poi esasperato questa approssimazione, producendo un oggetto che si adatta a tensioni più nostrane che altro. L’Africa resta un Paese inascoltato: quella che dovrebbe essere la sua storia, oggi forse più che mai, continua a essere manipolata da direzioni esterne che pretendono di conoscerne la realtà. La canizza politica diventa la storia (della salvezza!) di un intero continente.

La storia africana e il suo destino si tracciano ora all’insegna di una negoziazione continua. L’Africa non è un continente senza storia; e ancor di più non è un continente oscuro e violento, privo di ogni acume. Una intelligencija è presente da tempo in molti Paesi, anche se molti esponenti sono espatriati; ma si tratta comunque di figure auto-coscienti, consapevoli dei problemi del proprio popolo e della loro posizione, che hanno sempre cercato di definire un’identità africana in competizione con l’opprimente egemonia occidentale. Una cantante contemporanea del Mali, Fatoumata Diawara, scrive sull’infibulazione, sull’immigrazione, sulla libertà, sulla speranza, per sublimare il presente e così dischiudere il futuro. L’approssimazione è una forma di colonialismo rinnovata, forse più perversa: mantiene lo status quo e trasforma quei popoli in ciotole per le offerte, in sospetti, in minacce.

 

Leonardo Albano

 
NOTE
1. G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, 2003, pp. 80 e 87
2- V.Y. Mudimbe, The Invention of Africa: Gnosis, Philosophy and the Order of Knowledge, Indiana University Press (1988)

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La virtù dimenticata: elogio della vergogna

La vergogna non gode buona fama nella cultura occidentale, specie dopo che l’illuminismo francese la relegò ad essere un triste strascico della tradizione oscurantista cristiana, strettamente legata al senso di colpa e al monopolio etico della Chiesa, e fortunatamente in estinzione. Nonostante le previsioni di Voltaire e compagni, però, la vergogna è rimasta una scomoda compagna anche dell’uomo laicizzato e illuminato, tanto che la filosofa ungherese Ágnes Heller, nel suo Il potere della vergogna del 1983, ne fa vero e proprio mal du siècle, una sorta di patologia morale amplificata dalla società di massa. Costantemente controllato dall’occhio vigile dell’opinione pubblica, l’individuo, specie se donna, si troverebbe in uno stato di vergogna costante, sempre mettendo in questione ogni scelta personale, dal capo d’abbigliamento indossato alle scelte di vita relazionale.

Seguendo il ragionamento di Heller, si potrebbe dedurre che trent’anni dopo, nell’epoca dei social network in cui tutti sono (più o meno volontariamente) sotto gli occhi di tutti, la vergogna sia diventata una vera e propria epidemia. L’uomo contemporaneo, però, non ha apparentemente perso il proprio istinto di sopravvivenza né la propria capacità di adattarsi, e ha trovato la soluzione perfetta all’insorgere di un mondo in cui la privacy non è che una nota a margine nei contratti di telefonia: ha realizzato il sogno illuminista eliminando del tutto la vergogna.

Se da un lato la generazione social si è effettivamente tradotta in persone insicure, che tendono a confrontare se stesse e la propria vita con quella apparentemente perfetta dei profili degli amici ed a trovare per comparazione in sé migliaia di difetti, dall’altro un numero sempre crescente di utenti ha semplicemente scelto di bypassare qualsiasi possibile imbarazzo, rivendicando il curioso diritto di poter dire e scrivere qualsiasi cosa, rivendicando il tutto come inviolabile diritto di espressione. Questo, purtroppo, più che a un’epoca illuminata e libera, ha dato la luce ad un ambiente tossico in cui chiunque non ha remore a condividere col mondo volgarità e atrocità prima relegate alle confidenze di pochi intimi o perfino a personalissime imprecazioni. Se prima era il gruppetto di amici al bar a fare cassa di risonanza a discorsi razzisti, misogini e caratterizzati da una discreta violenza, adesso è tutto il mondo (quello virtuale, almeno) a diventare spettatore di maledizioni, rivendicazioni e deliri.

Quello che potrebbe essere solo un bizzarro fenomeno di costume cela in sé un notevole rischio, che va ben oltre la mostra di nefandezze cui ci stiamo via via abituando, e risiede proprio in questa abitudine. L’essere continuamente esposti a messaggi violenti e aggressivi, ed ancor più il condividerli e idearli senza subire per questo alcun tipo di reprimenda, de-sensibilizza, crea una normalizzazione artificiale dei toni che investe presto anche i contenuti di tali messaggi. Invocare a gran voce la gambizzazione o la morte di determinati individui o gruppi di persone scandalizza la prima volta, irrita la seconda, suscita a malapena uno sguardo torvo la terza, e così via fino alla totale accettazione di un nuovo modo di parlare ed esprimersi, così come dei messaggi veicolati. La mancanza di vergogna nell’esprimere un determinato pensiero, anche aberrante e atroce, sottende una riscrizione del paradigma etico che depenalizza più o meno consciamente determinate posizioni, fantasie e perfino volontà di azione, ripetendo un abominio morale fino a farlo diventare la nuova normalità.

Nel suo Il vangelo secondo Gesù Cristo, il portoghese Josè Saramago riflette, parlando di uno dei personaggi principali del libro: «Giuseppe non provò neppure un po’ di vergogna, quel sentimento che tante volte, ma mai abbastanza, è il nostro più efficace angelo custode». Per scomoda che sia, per quanto possa essere illegittimamente usata come arma, la vergogna è e rimane un ottimo indicatore etico di una società, un segnale da non sottovalutare quando collettivamente si passa una certa soglia. Chi non prova la minima vergogna a dire o scrivere il male, non ha il minimo motivo per vergognarsi a farlo.

 

Giacomo Mininni

 

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Psicoterapia e saggezza popolare: lascia che ti racconti di Jorge Bucay

Storie per imparare a vivere è il sottotitolo di questo singolare volume di psicologia scritto dallo psicoterapeuta argentino Jorge Bucay e pubblicato nel lontano 1994. Didascalia quanto mai azzeccata: Bucay, con estrema semplicità espressiva, vuol suggerire al lettore quale potrebbe essere, di situazione in situazione, la maniera migliore di affrontare la nostra esistenza e tutte le sue innumerevoli problematiche. Insicurezza, ansia, invidia, confusione, paura, rabbia… stati d’animo con i quali tutti noi abbiamo a che fare. C’è chi riesce a combattere questi mostri senza ricorrere a un sostegno esterno, e chi invece necessita di un aiuto psicoterapico.

È il caso di Demián, paziente immaginario creato dalla mente di Bucay che si reca nello studio del “Gordo” (ciccione in spagnolo) lamentando di avere difficoltà relazionali. Egli non cerca uno psicanalista convenzionale e viene accontentato: il Gordo sembra menefreghista, supponente, scortese addirittura. Demián è destabilizzato e anche un po’ arrabbiato, ma il Gordo riesce a catturare la sua attenzione.
Nell’immaginario collettivo le sedute psicoanalitiche sono spesso considerate un’esperienza noiosa, lunga, faticosa. Un duro travaglio che, alla fine del percorso, dovrebbe portare a partorire una verità che corrisponde alla guarigione.

Ma il Gordo afferma che «non c’è nulla di utile che possa essere ottenuto con lo sforzo». Affermazione certamente azzardata nonché discutibile, alla quale Demián non riesce a dare credito.
Eppure, seduta dopo seduta, Demián continua a frequentare questo bizzarro terapista che utilizza un linguaggio concreto, ricorrendo a immagini ed esempi per dare «una chiara rappresentazione simbolica» delle cose. Niente teorie astratte né deduzioni psicoanalitiche valide, al massimo, solo per gli addetti ai lavori. È invece a una saggezza popolare, che il Gordo si appella: parabole, proverbi, favole di oggi e di ieri, racconti provenienti un po’ da tutto il mondo che fanno sorridere e che – soprattutto – hanno il potere di far scattare qualcosa: la molla della consapevolezza.

C’è per esempio la storiella dell’uomo che credeva di essere morto1: una persona apprensiva, ipocondriaca e ossessionata dalla morte, che viene rassicurata dalla moglie la quale gli dice che fino a che le sue mani e i suoi piedi saranno tiepidi, quella sarà la prova che la vita scorre in lui. Ma un giorno d’inverno, tagliando la legna in mezzo alla neve, l’uomo si rende conto che i suoi arti sono completamente gelati – dunque si convince d’essere deceduto. E così, in preda ad una mortifera rassegnazione, se ne resta immobile quando un branco di cani famelici e aggressivi giunge fino a lui e lo divora. La morale, naturalmente, è che non bisogna darsi per vinti prima di essere effettivamente vinti.

Demián, come tanti di noi, soffre anche di un’insaziabile ansia che non si placa mai, anzi viene alimentata dall’assenza di problemi: «ogni volta che non vedo grosse complicazioni all’orizzonte, comincio a cercare che cosa manca a questo o a quello per essere perfetto». Il Gordo, citando Erich Fromm, gli spiega che questo è un problema della nostra società contemporanea, che punta tutto sull’avere e non sull’essere. Pensiamo che se potessimo avere ciò che non possediamo, conosceremmo la vera felicità. Ma “ciò che non possediamo” è qualcosa che non solo non si può identificare, ma che addirittura non esiste: un impossibile. È una storiella, naturalmente, a esplicare meglio il concetto: quella di Diogene2 che viveva ad Atene come un senzatetto, vestito di logori stracci. Un uomo ricco e generoso volle regalargli una borsa piena di monete, ma Diogene rifiutò. Egli aveva già una moneta che gli sarebbe bastata per comprarsi da mangiare per quel giorno. Diogene, non avendo la sicurezza che sarebbe vissuto fino all’indomani, rimase concentrato sull’adesso.
Anche senza tirare in ballo la morte, vale la pena chiedersi: chi può sapere che cosa potrebbe capitarci domani? E perché, quindi, preoccuparsene troppo?

Anche il percorso psicoterapico del Gordo si concentra sul presente: non sul passato, alla ricerca dei “perché” o delle origini di un trauma come fa la psicoanalisi ortodossa, né sul futuro come fa il comportamentismo, che tenta di far arrivare il paziente agli scopi che si è prefissato. L’alter ego letterario di Bucay vuole comprendere «cosa stia succedendo alla persona in terapia e perché si trovi in tale situazione». Una terapia unica che viene costruita intorno ad un rapporto unico, tra due persone uniche: Demián e il Gordo.
Bucay saluta il lettore ricordandogli che le “sue” favole sono solo delle indicazioni: sta a lui cercare un diamante nascosto – o meglio, un significato – all’interno di esse.

 

Francesca Plesnizer

 

NOTE
1. Qui Bucay dà una sua interpretazione di un racconto tradizionale russo.
2. La fonte, lo indica lo stesso Bucay, viene da dei racconti tradizionali greci.

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C’è qualquadra che non cosa

Premetto che questo non vuole essere un articolo “politico” in senso stretto. Piuttosto, se proprio si vuole categorizzarlo, lo definirei “sociologico” o – al limite – “antropologico”.

Vorrei soffermarmi con la lente d’ingrandimento sulla nostra penisola per concentrarci su un fenomeno che reputo altamente pericoloso per una società democratica, qual è ancora l’Italia. Siamo invasi da un’ondata di populismo e, fin qui, nulla da dire. Non è questo il pericolo, o, almeno, non è il populismo in sé. Quel che vedo e che mi spaventa, invece, è l’assenza di domande alternative a quelle delle forze che – esse stesse – si definiscono «orgogliosamente» populiste.

Mi spiego meglio. Ritengo che esistano due tipi di concretizzazioni politiche che possano definirsi “populiste”. Entrambe rispondono a dei bisogni del popolo e, a bene vedere, questo dovrebbe essere uno degli obiettivi primari di qualsiasi forza politica: dar conto delle richieste della cittadinanza. Ma è questo ciò che realmente sta accadendo? Io non credo. Piuttosto, concentrando il nostro sguardo, possiamo osservare come siano le stesse forze politiche a creare le domande. Ovvero: non votiamo più in base alle risposte che i vari schieramenti offrono alle nostre richieste, scegliendo quella che più si identifica con quella che vorremmo sentire, ma votiamo il partito che crea al posto nostro le domande, le cui risposte sono assolutamente, a quel punto, necessarie. Un esempio? La domanda non è: «come conciliare le conseguenze della globalizzazione, del surriscaldamento globale, delle differenze tra nord e sud del mondo e degli interessi economici internazionali che costringe parte della popolazione – ad esempio – africana a spostarsi con l’attuale, ancora presente, crisi economica (per lo più di occupazione e di pensionamento) che caratterizza l’Italia?» La domanda, invece, è: «come impedire la sostituzione etnica che conseguirà all’invasione clandestina che sta attaccando l’Italia?» oppure: «come impedire che le ONG si arricchiscano di nostri soldi con il traffico di barconi?»

Esistono differenze strutturali tra la prime e le seconde domande. Innanzitutto la “semplicità” di linguaggio delle seconde. Questo non significa che quelle siano per gli “ignoranti” e la prima per gli “intelligenti”. Magari fosse così semplice il discorso. Piuttosto, ciò mette in luce un carattere che sta prepotentemente mostrandosi nel mondo contemporaneo: la sua estrema complessità di interpretazione e di lettura. Coniughiamo questa qualità con la frenesia delle nostre vite – ed il poco tempo disponibile alla riflessione – ed il risultato è quello sopra-descritto: accettiamo di auto-silenziarci e permettere che qualcuno, prima delle risposte, ci metta in bocca le stesse domande. Il rischio, visibile, è che con il ripetersi di questo meccanismo ci si convinca che, in realtà, quelle domande danno voce alla nostre, dimenticandoci di averne delegata la genesi.

La seconda differenza è la lunghezza della prima. Può sembrare strano che ciò abbia importanza ma ce ne si rende conto anche solo leggendola: quattro righe di testo formate da nomi, aggettivi, avverbi, incisi, congiunzioni, subordinate e chi più ne ha più ne metta la rendono non di immediata comprensione. Questo, nuovamente, mette in luce la grande quantità di informazioni necessarie alla nascita della domanda stessa. Qui il ragionamento è molto semplice: se non si hanno certe informazioni lo stimolo non parte, dunque si crede di non avere questioni e, bombardati da quelle degli altri, queste prima o poi riempiranno il nostro vuoto.

La terza è l’impegno veritativo che responsabilizza chi le pone. La prima è così lunga e complessa perché ha alla base un’intrinseca ricerca del vero. Non si può porre una questione con così tante implicazioni (in primis per le vite di altri esseri umani) e dire qualcosa che potrebbe essere falso. Al contrario, le seconde sono oggettivamente costituite da falsità. Ciò non significa che siano del tutto false ma che lo siano almeno in parte: la prima delle due perché dà per scontato che vi sia un’invasione (quando i numeri dicono il contrario) e la seconda perché generalizza un’accusa che per molte ONG è del tutto infondata e infamante, visto che si tratta di persone che rischiano la propria vita per salvare quella di altri.

Il tutto va relazionato alla crescente crisi dei pareri che si definivano “autorevoli”: esperti, scienziati, intellettuali. Quando mancano il supporto e gli apporti della comunità formata da chi sa di cosa sta parlando (proprio perché il mondo contemporaneo è così complicato e ci vuole tempo e voglia per capirlo) allora qualsiasi domanda con la successiva risposta diventa legittima ed ecco davanti a noi l’esplosione delle fake-news, del clickbait, dei “webeti”, dei “laureati all’università della strada” ecc.

Esistono due tipi di populismo, quindi: quello che risponde ai bisogni espletati dalle domande del popolo e quello che crea le stesse domande, sostituendosi a chi delega l’incarico e, dunque, in un certo senso auto-delegandosi. Noi quale stiamo vivendo?

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

[Credit Paweł Czerwiński]

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La tirannide della maggioranza

Negli ultimi anni con sempre maggiore insistenza, abbiamo sentito parlare di crisi della democrazia, di società liquida, di populismo, demagogia e di deriva autoritaria. Tutti effetti di un sistema tecnocratico, come l’Europa, burocratico e apatico alle sofferenze della gente. Almeno così si esprime un certo fronte comune.
Dall’altra troviamo invece la maggioranza degli intellettuali, di sinistra per lo più, che raccontano un’altra storia, altre dinamiche e quanto meno cercano di arginare il malcontento, predicando uguaglianza e garanzie costituzionali, basi della democrazia contemporanea.

Termini tecnici, e forse per questo non più ascoltati come un tempo.

È difficile scegliere da che parte stare, ma non sono le uniche strade possibili. Ce ne possono essere altre, la fatidica terza via, scappatoia ideale per ogni dilemma.

Nel 1835 uscì un volume, di Alexis de Tocqueville intitolato Democrazia in America. Opera di un aristocratico francese, considerato oggi uno dei padri della sociologia, curioso di indagare il sistema della democrazia rappresentativa repubblicana americana, dove nacque in termini moderni e dove prosperò a differenza di altri paesi. Pensatore che oggi ci può tornare utile con il suo lavoro d’indagine.

Pochi anni dopo la pubblicazione, sarebbero scoppiati i movimenti rivoluzionari del ’48, l’era costituente e l’inizio della fine per molti regimi monarchici in Europa. La fine di un modello politico durato da Augusto a Roma, fino allo zar di Russia.
Ed oggi invece, dopo vita così breve anche la democrazia è destinata alla stessa fine?
Seguendo l’insegnamento di Tocqueville, possiamo dedurre un’altra conclusione. Nel corso dell’intera opera, torna spesso una locuzione: la tirannide della maggioranza. Così lo studioso preferì definire la democrazia nascente:

Cos’è, infatti, una maggioranza presa collettivamente, se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete la stessa cosa per una maggioranza? Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? Diventando più forti, sono forse diventati più pazienti di fronte agli ostacoli? […] un potere onnipotente, che io rifiuto a uno solo dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi […]
L’onnipotenza è in sé cosa cattiva e pericolosa […] si chiami essa popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che lo si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là è il germe della tirannide.

Il sistema democratico, sempre per il pensatore, sancisce un abbassamento del livello di qualità nelle politiche di un popolo; aumenta l’omologazione del pensiero; mina la libertà d’espressione; rende deboli gli individui di fronte al potere dello Stato e dell’opinione comune e soprattutto disgrega l’unità sociale.

Quando negli Stati Uniti, un uomo o un partito subisce un’ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All’opinione pubblica? È essa che forma la maggioranza e la serve come uno strumento passivo; alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la maggioranza sotto le armi; alla giuria? La giuria è la maggioranza investita del diritto di pronunciare sentenze: i giudici stessi, in certi Stati, sono eletti dalla maggioranza […]
In America, la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero […]
Il padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra noi. Conserverai i tuoi privilegi di cittadinanza, ma essi diverranno inutili. Resterai fra gli uomini, ma perderai i tuoi diritti all’umanità.
Va in pace, io ti lascio la vita, ma ti lascio una vita che è peggiore della morte.

Parole che pesano come pietre, soprattutto se le contestualizziamo nella prima metà dell’Ottocento e
alla luce di ciò, potremmo fare un azzardo: oggi la democrazia non sta morendo, e forse neanche evolvendo in qualcos’altro, ma crescendo. Si sta mostrando nella sua pienezza, potenza e autonomia. Si sta rivelando come parte del “mostro nero” che chiamiamo dittatura.

Una dittatura particolare perché collettiva. Un totalitarismo al contrario, ma con gli stessi caratteri. Eraclito ci dice che gli opposti si attraggono e forse avviene anche per la politica. Sembra un’insanabile contraddizione. Contrasto che è sempre dietro l’angolo, ma necessario per lo svolgimento della vita come ci insegna Hegel e per chi non lo conoscesse, si può ritenere una persona fortunata.

Comunque sia, una cosa ci deve essere chiara: un solo voto, come il nostro singolo, non conta pressoché nulla (prende il nome del paradosso dell’elettore medio), perché è la maggioranza che domina.
Non inganniamoci però.
Anche una spiaggia è una spiaggia, seppur sia un insieme di granelli; così la democrazia è la democrazia, seppur sia, indubbiamente un insieme di individui particolari e unici nella propria personalità. Come io e te.

Non so se l’argine possa essere eretto facendo leva su la coscienza collettiva, o sul senso proprio di responsabilità, sul dovere o sul piacere. So solo che tempi avversi creano uomini forti; che uomini forti creano tempi tranquilli; che tempi tranquilli creano uomini deboli e che uomini deboli creano tempi avversi.

In quale direzione siamo diretti?

 

Simone Pederzolli

Sono originario del Trentino, nato il 23 Gennaio del 1998 e ho conseguito il diploma presso il liceo “Andrea Maffei” di Riva del Garda, indirizzo Scienze Umane. Attualmente sono iscritto alla facoltà di filosofia presso la “Ca’Foscari” di Venezia.
Nel corso degli anni ho partecipato con l’Associazione Diplomatici – simulazione parlamento italiano.
La mia formazione concerne il campo filosofico-politico ed economico, ma aperto alla vastità del mondo conoscitivo, sempre alla ricerca di nuove connessioni interdisciplinari.

 

[Photo credits Unsplash.com]

Imparare a sperare. La sinistra italiana a lezione da Ernst Bloch

Alla stagnante sinistra italiana, e non solo a quella del nostro paese in realtà, farebbe davvero bene legge il Principio Speranza di Ernst Bloch. Riconosco che le più di 1500 pagine dell’opera possano spaventare anche i più audaci, perciò cercherò di offrire un breve riassunto della tesi principale, così da evidenziare la sua importanza in questo delicato momento storico.
Il filosofo tedesco descrive la condizione ontologica umana come oscurità dell’attimo vissuto: l’uomo è ciò caratterizzato da uno stato di indefinitezza e incompiutezza, avverte che “qualcosa manca”, ma non riesce a dare un nome a questo vuoto. Perciò si spinge sempre in avanti, anticipa il futuro, colma il vuoto con l’immaginazione. I due principali sentimenti di anticipazione sono la paura e la speranza e Bloch decide di costruire la sua filosofia sul secondo, anche perché la capacità di reagire a una condizione di oppressione sperando in un orizzonte più luminoso è propria solo dell’uomo.

Bloch accumula quindi utopie provenienti da letteratura, arte e religione, sottolineando come ogni visione politica (lui si rivolge soprattutto al marxismo, visto che proviene da quella corrente di pensiero) necessiti della visione di un mondo migliore per avere lo slancio per superare la realtà oggettiva.
A differenza di Bloch la sinistra italiana ha evidentemente preferito un discorso basato sulla paura. Poiché incapace di sviluppare una propria immagine di futuro, nell’ultima campagna elettorale si è impegnata a evidenziare come quella dei cosiddetti partiti populisti manchi di coperture economiche. Da quando poi il “governo del cambiamento” è salito al potere, la sinistra sembra essere capace solo di ripetere che tale cambiamento porterà alla rovina economica e a un regresso culturale e morale, senza però indicare una via alternativa.
Anche condividendo l’idea che il cambiamento proposto dai populisti conduca a un imbarbarimento, bisogna ammettere che essi hanno saputo aprire nuove vie in una realtà sclerotizzata, percepita come insopportabile nella sua soffocante immutabilità. Contro al tatcheriano “there is no alternative”, i populisti di tutta Europa hanno riscoperto fin dal loro nome le categorie di Possibilità (Podemos in Spagna) e Alternativa (Alternative für Deutschland in Germania).

La sinistra, italiana e non, non può pensare di rispondere a queste proposte soltanto evocando la paura di un cambiamento in peggio, anche perché persone insoddisfatte, spesso disperate, sfidano anche la paura pur di trascendere lo stato presente. Spesso si sente ripetere che la soluzione sia tornare a “far sognare” l’elettorato, ma Bloch rifiuterebbe questo gioco da illusionisti fatto di mirabolanti e vuote promesse elettorati. Il punto è che le persone già sognano un futuro migliore, una realtà diversa in cui i loro bisogni siano realizzati. Invece di svilire questa speranza come ingenuità, la sinistra dovrebbe cercare di trasformarla in docta spes, in utopia concreta, che si radica nella realtà, ne coglie le tendenze di trasformazione e le convoglia in una spinta in avanti.

«La speranza fondata, cioè mediata con ciò che è realmente possibile, è così lontana dal fuoco fatuo, da rappresentare appunto la porta almeno semiaperta, che sembra aprirsi su oggetti propizi, in un mondo che non è divenuto e che non è una prigione».

 

Lorenzo Gineprini

 

[Photo credits: Kristopher Roller via Unsplash.com]

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La “Filosofia della reazione” di Plebe e la via della prassi

Nel vivo della contestazione studentesca, delle assemblee e degli scioperi, nel 1971 appariva un singolare saggio di un pensatore marxista scandalosamente e polemicamente passato alla parte avversa (tanto da essere eletto nelle file del MSI nel ’79): parliamo di Armando Plebe e del suo Filosofia della reazione.

“Reazione” era una bestemmia in anni di impegno politico a favore del cambiamento e della rivoluzione e di una cultura di sinistra maggioritaria in ambito filosofico, e l’autore gioca molto con questa consapevolezza, proponendo un’analisi logico-psicoanalitica delle mode intellettuali popolari nell’Italia d’allora; il libro – di difficile reperibilità – è per un terzo pamphlet e invettiva politica, per un terzo eclettico saggio teoretico, per un terzo fenomenologia di caratteri e categorie morali, sfioranti il bozzetto.

Il lavoro di Plebe, come spesso avviene per gli “inattuali”, si presenta in realtà molto attuale nell’orizzonte di un recupero della filosofia pratica (che iniziava in quegli anni), nonostante la scomparsa della cultura e del sentimento della contestazione e della rivoluzione, già allora – a sentir Plebe – di maniera e quindi prossime alla dissoluzione, e verso le quali è indirizzata gran parte della verve polemica. La “reazione” (termine che l’autore ri-definisce da un punto di vista semantico metafisico e logico, allargandone potenzialità espressive oltre il lessico politico) è infatti un’istanza alternativa – e assolutamente non mediana – tra conservazione e rivoluzione, finendo per essere un atteggiamento, una disposizione, che possiede una giustificazione teoretica ma che si fonda ed esplica nella prassi.

Come definire la reazione? Essa è innanzitutto lotta all’automatismo della prassi vacua, fine a se stessa, a favore di un atteggiamento orientato verso la conoscenza e l’analisi: ciò significa soprattutto «recupero dei significati» contro il proliferare e l’accumularsi dei significanti, quindi contro la retorica e il conformismo; perciò «non ha senso dichiarare che la conoscenza “progredisce” se conoscere significa ogni volta richiamare i motivi generatori dell’iniziativa presente», quanto che «si arricchisce, ogni volta che deve richiamare al suo autentico significato l’automatismo della prassi» laddove «le idee scadono in ideologie». Senza questa azione “archeologica” della reazione, di recupero del significato originario, «l’iniziativa pratica diventa mera volontà priva di senso», che si manifesta nella logica binaria ed esclusivista dell’affermazione e della negazione, eternamente rimbalzantesi concetti situazioni soluzioni senza districare la matassa. Difatti conservazione e rivoluzione differiscono nelle derive finali ma sono identiche nello spirito e nei presupposti: in primis condividono quello che Freud chiamava istinto di morte (declinato rispettivamente come masochismo e sadismo) che si manifesta come rifiuto del presente, in nome di un edenico passato da contemplare e preservare a priori, oppure di un raggiante futuro da conquistare subito e a qualunque prezzo. Istinto primordiale – come è «primordiale la reazione ad esso, tramite la quale si afferma la vita» –, dove il presente è solo anticipazione del futuro, e «la contestazione altro non sarebbe che una nevrosi». La reazione si pone come una filosofia del presente: non una teoria organica ma un metodo per orientarsi in solitario cammino (da qui l’interesse prevalente per l’unica minoranza realmente tale: l’individuo). Il secondo punto in comune è una diretta conseguenza dell’ossessione per il passato o il futuro: la fede nella Storia con la S maiuscola, ipostatizzazione impropria dei singoli eventi storici, da Plebe ritenuta una superstizione e rigettata in toto (come già Popper nel ’45, ed è curiosa questa convergenza con un pensiero liberale dal che s’intuisce che la prospettiva dell’autore è feconda, tutt’altro che granitica). Il “reazionarismo” alla Plebe in definitiva è illuministico, nella misura in cui intraprende la lotta a un pregiudizio: quello della storia come progresso, e della Storia come entità esistente.

Sembrerebbe che tutto questo porti a considerare la Reazione come termine medio, conciliatorio tra due opposti. E invece l’autore mostra come «rifiutare gli estremi non significa sedersi nel mezzo» ma prendere una posizione comunque estrema, mai aprioristica né illusoria, che addirittura «precede l’azione a cui reagisce» proprio perché disposizione d’animo, istintuale ma ragionata; non una terza via quanto l’analisi razionale dell’assurdità di ogni via (se troppo facile o immediata). Un atteggiamento che sfugge al nichilismo o allo scetticismo assoluto sia per il suo afflato stoico e “aristocratico” sia per la prudenza e la riflessione che – a scapito delle tendenze sistemiche – privilegiano la dimensione pratica. Bisogna perciò «svincolarsi da ogni catena procedente in una direzione» e recuperare libertà di azione e riflessione.

A sostegno delle sue tesi sviscera un eclettico armamentario che va dalla logica alla psicologia allo strutturalismo e al pensiero critico, esibendo una modernità che difettava spesso la fossile filosofia accademica coeva (se non l’odierna), incapace di recepire gli stimoli culturali più vasti del pensiero contemporaneo, a meno di deformarli in interpretazioni schematiche (persino col “nume tutelare” Marx). Plebe utilizza gli strumenti con sapienza (era autore di manuali di logica formale, retorica, estetica, persino teoria della letteratura) e con spregiudicatezza, quasi lottasse e litigasse con ogni autore citato in un continuo gioco di provocazione intellettuale che forse azzoppa la riflessione teorica ma stimola indubbiamente una diversa prospettiva sulle cose.

Dario Denta

Dario Denta è nato a Bari nel 1994. Laureato in matematica a Perugia, studia logica e filosofia della scienza a Firenze. Si occupa di logica applicata, epistemologia della cosmologia, metabioetica. Appassionato di filosofia letteratura e cinema, ha all’attivo una raccolta di poesie e scrive su Shivaproduzioni – il portale del cinema underground.

[Photo Credit: sasan rashtipour on Unsplash.com e poi rielaborata] 

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