La tirannide della maggioranza

Negli ultimi anni con sempre maggiore insistenza, abbiamo sentito parlare di crisi della democrazia, di società liquida, di populismo, demagogia e di deriva autoritaria. Tutti effetti di un sistema tecnocratico, come l’Europa, burocratico e apatico alle sofferenze della gente. Almeno così si esprime un certo fronte comune.
Dall’altra troviamo invece la maggioranza degli intellettuali, di sinistra per lo più, che raccontano un’altra storia, altre dinamiche e quanto meno cercano di arginare il malcontento, predicando uguaglianza e garanzie costituzionali, basi della democrazia contemporanea.

Termini tecnici, e forse per questo non più ascoltati come un tempo.

È difficile scegliere da che parte stare, ma non sono le uniche strade possibili. Ce ne possono essere altre, la fatidica terza via, scappatoia ideale per ogni dilemma.

Nel 1835 uscì un volume, di Alexis de Tocqueville intitolato Democrazia in America. Opera di un aristocratico francese, considerato oggi uno dei padri della sociologia, curioso di indagare il sistema della democrazia rappresentativa repubblicana americana, dove nacque in termini moderni e dove prosperò a differenza di altri paesi. Pensatore che oggi ci può tornare utile con il suo lavoro d’indagine.

Pochi anni dopo la pubblicazione, sarebbero scoppiati i movimenti rivoluzionari del ’48, l’era costituente e l’inizio della fine per molti regimi monarchici in Europa. La fine di un modello politico durato da Augusto a Roma, fino allo zar di Russia.
Ed oggi invece, dopo vita così breve anche la democrazia è destinata alla stessa fine?
Seguendo l’insegnamento di Tocqueville, possiamo dedurre un’altra conclusione. Nel corso dell’intera opera, torna spesso una locuzione: la tirannide della maggioranza. Così lo studioso preferì definire la democrazia nascente:

Cos’è, infatti, una maggioranza presa collettivamente, se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete la stessa cosa per una maggioranza? Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? Diventando più forti, sono forse diventati più pazienti di fronte agli ostacoli? […] un potere onnipotente, che io rifiuto a uno solo dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi […]
L’onnipotenza è in sé cosa cattiva e pericolosa […] si chiami essa popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che lo si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là è il germe della tirannide.

Il sistema democratico, sempre per il pensatore, sancisce un abbassamento del livello di qualità nelle politiche di un popolo; aumenta l’omologazione del pensiero; mina la libertà d’espressione; rende deboli gli individui di fronte al potere dello Stato e dell’opinione comune e soprattutto disgrega l’unità sociale.

Quando negli Stati Uniti, un uomo o un partito subisce un’ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All’opinione pubblica? È essa che forma la maggioranza e la serve come uno strumento passivo; alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la maggioranza sotto le armi; alla giuria? La giuria è la maggioranza investita del diritto di pronunciare sentenze: i giudici stessi, in certi Stati, sono eletti dalla maggioranza […]
In America, la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero […]
Il padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra noi. Conserverai i tuoi privilegi di cittadinanza, ma essi diverranno inutili. Resterai fra gli uomini, ma perderai i tuoi diritti all’umanità.
Va in pace, io ti lascio la vita, ma ti lascio una vita che è peggiore della morte.

Parole che pesano come pietre, soprattutto se le contestualizziamo nella prima metà dell’Ottocento e
alla luce di ciò, potremmo fare un azzardo: oggi la democrazia non sta morendo, e forse neanche evolvendo in qualcos’altro, ma crescendo. Si sta mostrando nella sua pienezza, potenza e autonomia. Si sta rivelando come parte del “mostro nero” che chiamiamo dittatura.

Una dittatura particolare perché collettiva. Un totalitarismo al contrario, ma con gli stessi caratteri. Eraclito ci dice che gli opposti si attraggono e forse avviene anche per la politica. Sembra un’insanabile contraddizione. Contrasto che è sempre dietro l’angolo, ma necessario per lo svolgimento della vita come ci insegna Hegel e per chi non lo conoscesse, si può ritenere una persona fortunata.

Comunque sia, una cosa ci deve essere chiara: un solo voto, come il nostro singolo, non conta pressoché nulla (prende il nome del paradosso dell’elettore medio), perché è la maggioranza che domina.
Non inganniamoci però.
Anche una spiaggia è una spiaggia, seppur sia un insieme di granelli; così la democrazia è la democrazia, seppur sia, indubbiamente un insieme di individui particolari e unici nella propria personalità. Come io e te.

Non so se l’argine possa essere eretto facendo leva su la coscienza collettiva, o sul senso proprio di responsabilità, sul dovere o sul piacere. So solo che tempi avversi creano uomini forti; che uomini forti creano tempi tranquilli; che tempi tranquilli creano uomini deboli e che uomini deboli creano tempi avversi.

In quale direzione siamo diretti?

 

Simone Pederzolli

Sono originario del Trentino, nato il 23 Gennaio del 1998 e ho conseguito il diploma presso il liceo “Andrea Maffei” di Riva del Garda, indirizzo Scienze Umane. Attualmente sono iscritto alla facoltà di filosofia presso la “Ca’Foscari” di Venezia.
Nel corso degli anni ho partecipato con l’Associazione Diplomatici – simulazione parlamento italiano.
La mia formazione concerne il campo filosofico-politico ed economico, ma aperto alla vastità del mondo conoscitivo, sempre alla ricerca di nuove connessioni interdisciplinari.

 

[Photo credits Unsplash.com]

Imparare a sperare. La sinistra italiana a lezione da Ernst Bloch

Alla stagnante sinistra italiana, e non solo a quella del nostro paese in realtà, farebbe davvero bene legge il Principio Speranza di Ernst Bloch. Riconosco che le più di 1500 pagine dell’opera possano spaventare anche i più audaci, perciò cercherò di offrire un breve riassunto della tesi principale, così da evidenziare la sua importanza in questo delicato momento storico.
Il filosofo tedesco descrive la condizione ontologica umana come oscurità dell’attimo vissuto: l’uomo è ciò caratterizzato da uno stato di indefinitezza e incompiutezza, avverte che “qualcosa manca”, ma non riesce a dare un nome a questo vuoto. Perciò si spinge sempre in avanti, anticipa il futuro, colma il vuoto con l’immaginazione. I due principali sentimenti di anticipazione sono la paura e la speranza e Bloch decide di costruire la sua filosofia sul secondo, anche perché la capacità di reagire a una condizione di oppressione sperando in un orizzonte più luminoso è propria solo dell’uomo.

Bloch accumula quindi utopie provenienti da letteratura, arte e religione, sottolineando come ogni visione politica (lui si rivolge soprattutto al marxismo, visto che proviene da quella corrente di pensiero) necessiti della visione di un mondo migliore per avere lo slancio per superare la realtà oggettiva.
A differenza di Bloch la sinistra italiana ha evidentemente preferito un discorso basato sulla paura. Poiché incapace di sviluppare una propria immagine di futuro, nell’ultima campagna elettorale si è impegnata a evidenziare come quella dei cosiddetti partiti populisti manchi di coperture economiche. Da quando poi il “governo del cambiamento” è salito al potere, la sinistra sembra essere capace solo di ripetere che tale cambiamento porterà alla rovina economica e a un regresso culturale e morale, senza però indicare una via alternativa.
Anche condividendo l’idea che il cambiamento proposto dai populisti conduca a un imbarbarimento, bisogna ammettere che essi hanno saputo aprire nuove vie in una realtà sclerotizzata, percepita come insopportabile nella sua soffocante immutabilità. Contro al tatcheriano “there is no alternative”, i populisti di tutta Europa hanno riscoperto fin dal loro nome le categorie di Possibilità (Podemos in Spagna) e Alternativa (Alternative für Deutschland in Germania).

La sinistra, italiana e non, non può pensare di rispondere a queste proposte soltanto evocando la paura di un cambiamento in peggio, anche perché persone insoddisfatte, spesso disperate, sfidano anche la paura pur di trascendere lo stato presente. Spesso si sente ripetere che la soluzione sia tornare a “far sognare” l’elettorato, ma Bloch rifiuterebbe questo gioco da illusionisti fatto di mirabolanti e vuote promesse elettorati. Il punto è che le persone già sognano un futuro migliore, una realtà diversa in cui i loro bisogni siano realizzati. Invece di svilire questa speranza come ingenuità, la sinistra dovrebbe cercare di trasformarla in docta spes, in utopia concreta, che si radica nella realtà, ne coglie le tendenze di trasformazione e le convoglia in una spinta in avanti.

«La speranza fondata, cioè mediata con ciò che è realmente possibile, è così lontana dal fuoco fatuo, da rappresentare appunto la porta almeno semiaperta, che sembra aprirsi su oggetti propizi, in un mondo che non è divenuto e che non è una prigione».

 

Lorenzo Gineprini

 

[Photo credits: Kristopher Roller via Unsplash.com]

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La “Filosofia della reazione” di Plebe e la via della prassi

Nel vivo della contestazione studentesca, delle assemblee e degli scioperi, nel 1971 appariva un singolare saggio di un pensatore marxista scandalosamente e polemicamente passato alla parte avversa (tanto da essere eletto nelle file del MSI nel ’79): parliamo di Armando Plebe e del suo Filosofia della reazione.

“Reazione” era una bestemmia in anni di impegno politico a favore del cambiamento e della rivoluzione e di una cultura di sinistra maggioritaria in ambito filosofico, e l’autore gioca molto con questa consapevolezza, proponendo un’analisi logico-psicoanalitica delle mode intellettuali popolari nell’Italia d’allora; il libro – di difficile reperibilità – è per un terzo pamphlet e invettiva politica, per un terzo eclettico saggio teoretico, per un terzo fenomenologia di caratteri e categorie morali, sfioranti il bozzetto.

Il lavoro di Plebe, come spesso avviene per gli “inattuali”, si presenta in realtà molto attuale nell’orizzonte di un recupero della filosofia pratica (che iniziava in quegli anni), nonostante la scomparsa della cultura e del sentimento della contestazione e della rivoluzione, già allora – a sentir Plebe – di maniera e quindi prossime alla dissoluzione, e verso le quali è indirizzata gran parte della verve polemica. La “reazione” (termine che l’autore ri-definisce da un punto di vista semantico metafisico e logico, allargandone potenzialità espressive oltre il lessico politico) è infatti un’istanza alternativa – e assolutamente non mediana – tra conservazione e rivoluzione, finendo per essere un atteggiamento, una disposizione, che possiede una giustificazione teoretica ma che si fonda ed esplica nella prassi.

Come definire la reazione? Essa è innanzitutto lotta all’automatismo della prassi vacua, fine a se stessa, a favore di un atteggiamento orientato verso la conoscenza e l’analisi: ciò significa soprattutto «recupero dei significati» contro il proliferare e l’accumularsi dei significanti, quindi contro la retorica e il conformismo; perciò «non ha senso dichiarare che la conoscenza “progredisce” se conoscere significa ogni volta richiamare i motivi generatori dell’iniziativa presente», quanto che «si arricchisce, ogni volta che deve richiamare al suo autentico significato l’automatismo della prassi» laddove «le idee scadono in ideologie». Senza questa azione “archeologica” della reazione, di recupero del significato originario, «l’iniziativa pratica diventa mera volontà priva di senso», che si manifesta nella logica binaria ed esclusivista dell’affermazione e della negazione, eternamente rimbalzantesi concetti situazioni soluzioni senza districare la matassa. Difatti conservazione e rivoluzione differiscono nelle derive finali ma sono identiche nello spirito e nei presupposti: in primis condividono quello che Freud chiamava istinto di morte (declinato rispettivamente come masochismo e sadismo) che si manifesta come rifiuto del presente, in nome di un edenico passato da contemplare e preservare a priori, oppure di un raggiante futuro da conquistare subito e a qualunque prezzo. Istinto primordiale – come è «primordiale la reazione ad esso, tramite la quale si afferma la vita» –, dove il presente è solo anticipazione del futuro, e «la contestazione altro non sarebbe che una nevrosi». La reazione si pone come una filosofia del presente: non una teoria organica ma un metodo per orientarsi in solitario cammino (da qui l’interesse prevalente per l’unica minoranza realmente tale: l’individuo). Il secondo punto in comune è una diretta conseguenza dell’ossessione per il passato o il futuro: la fede nella Storia con la S maiuscola, ipostatizzazione impropria dei singoli eventi storici, da Plebe ritenuta una superstizione e rigettata in toto (come già Popper nel ’45, ed è curiosa questa convergenza con un pensiero liberale dal che s’intuisce che la prospettiva dell’autore è feconda, tutt’altro che granitica). Il “reazionarismo” alla Plebe in definitiva è illuministico, nella misura in cui intraprende la lotta a un pregiudizio: quello della storia come progresso, e della Storia come entità esistente.

Sembrerebbe che tutto questo porti a considerare la Reazione come termine medio, conciliatorio tra due opposti. E invece l’autore mostra come «rifiutare gli estremi non significa sedersi nel mezzo» ma prendere una posizione comunque estrema, mai aprioristica né illusoria, che addirittura «precede l’azione a cui reagisce» proprio perché disposizione d’animo, istintuale ma ragionata; non una terza via quanto l’analisi razionale dell’assurdità di ogni via (se troppo facile o immediata). Un atteggiamento che sfugge al nichilismo o allo scetticismo assoluto sia per il suo afflato stoico e “aristocratico” sia per la prudenza e la riflessione che – a scapito delle tendenze sistemiche – privilegiano la dimensione pratica. Bisogna perciò «svincolarsi da ogni catena procedente in una direzione» e recuperare libertà di azione e riflessione.

A sostegno delle sue tesi sviscera un eclettico armamentario che va dalla logica alla psicologia allo strutturalismo e al pensiero critico, esibendo una modernità che difettava spesso la fossile filosofia accademica coeva (se non l’odierna), incapace di recepire gli stimoli culturali più vasti del pensiero contemporaneo, a meno di deformarli in interpretazioni schematiche (persino col “nume tutelare” Marx). Plebe utilizza gli strumenti con sapienza (era autore di manuali di logica formale, retorica, estetica, persino teoria della letteratura) e con spregiudicatezza, quasi lottasse e litigasse con ogni autore citato in un continuo gioco di provocazione intellettuale che forse azzoppa la riflessione teorica ma stimola indubbiamente una diversa prospettiva sulle cose.

Dario Denta

Dario Denta è nato a Bari nel 1994. Laureato in matematica a Perugia, studia logica e filosofia della scienza a Firenze. Si occupa di logica applicata, epistemologia della cosmologia, metabioetica. Appassionato di filosofia letteratura e cinema, ha all’attivo una raccolta di poesie e scrive su Shivaproduzioni – il portale del cinema underground.

[Photo Credit: sasan rashtipour on Unsplash.com e poi rielaborata] 

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We are Belgium: il Belgio oltre il Mondiale, lingue e diversità

Poco più di un mese fa la finale dei mondiali di calcio, un tempo dedicato anche a rispolverare bandiere e origini, anche per chi fa parte della European bubble di Bruxelles. Cosa c’è di meglio di una competizione sportiva internazionale per discutere di politica? In fondo, i mondiali di calcio sono tutto tranne che calcio: riadattando una citazione di Carl von Clausewitz1, mi piace convincere gli amici ad interessarsi ai mondiali sostenendo che, in fondo, qualsiasi competizione internazionale è solo «la continuazione della politica con altri mezzi»2, in questo caso sportivi. Un’occasione perfetta per ricordarci che siamo united, sì, ma in diversity3.

Quando l’Italia al mondiale non c’è e sei circondata da persone che si preparano a tifare la propria nazionale, hai due scelte: scegliere un’altra squadra da tifare o osservare gli altri tifare. Dopo un periodo iniziale di tentennamento e l’uscita ai gironi di quasi tutte le squadre che avevo deciso di “supportare” sulla base di criteri poco credibili (per esempio, il paese dell’ultima vacanza), ho deciso di arrendermi. È stato a quel punto che il Belgio mi ha offerto lo spunto per un’interessante riflessione.

We are Belgium” è il motto del mondiale del Belgio, scelto da AB InBev la più grande compagnia di birra belga (la famosa Jupiler è stata infatti rinominata Belgium per il periodo dei mondiali). Lo scopro qualche settimana prima in una serata qualsiasi al cinema, quando nei 30 minuti di pubblicità che precedono l’inizio del film, passa una sorta di pubblicità-cortometraggio sui Red Devils, la nazionale belga. Lo scopo è quello di spiegare perché “We are Belgium” e smuovere il patriottismo belga. La pubblicità mostra, oltre ad immagini di tifosi dei Red Devils, anche l’intervista ad una ragazza che, presentata al pubblico come la cugina del capitano della squadra belga, spiega le sue ragioni del perché “siamo tutti il Belgio”4.

Tutto normale: la pubblicità è apprezzabile ed una grande idea di marketing. Se non fosse che, a conclusione della stessa, mi rendo conto che la lingua usata è l’inglese. Eccola la Belgicità! Improvvisamente, lo spunto di riflessione mi è servito su un piatto d’argento.
Il Belgio è un paese con tre lingue ufficiali (francese, fiammingo e tedesco), in cui almeno due delle tre comunità linguistiche (quella francese e quella fiamminga) si fanno la guerra sull’uso delle rispettive lingue. Si potrebbe pensare che non ci sia nulla di strano al riguardo – fino a quando non ci si rende conto di quanto sia radicata questa guerra linguistica. Possiamo anche sorvolare sul bilinguismo dei nomi delle vie o delle fermate della metro e degli autobus. Ma prendiamo l’esempio della metro. Appena trasferita a Bruxelles, mi sorprese il fatto che in metro ogni tanto passassero canzoni italiane piuttosto datate – niente a che vedere con il marketing chiaramente, dato che le canzoni in questione avevano nel migliore dei casi almeno 15 anni. Scoprii poi che la questione era semplice: francesi e fiamminghi decisero, per amore della neutralità, che le canzoni usate nel trasporto pubblico potevano essere inglesi, italiane, spagnole – ma rigorosamente non francesi né fiamminghe. Una vecchia storia conosciuta, per chi vive in Belgio.

Ma la questione sembra non avere una fine: così, solo qualche mese fa, scopro che il bilinguismo dietro i nomi delle fermate della metro e degli autobus ha un suo preciso ordine. Per evitare qualsiasi barlume di parzialità, i nomi delle fermate in questione sono rispettivamente in ordine alternato. Ovvero, se una fermata è identificata prima con il nome francese e poi quello fiammingo (Arts-Loi/Kunst-Wet) quella successiva avrà prima il nome fiammingo e poi quello francese (Park/Parc). E così via.
Conscia della guerra linguistica intestina del Belgio, immagino che la scelta dell’inglese per la pubblicità in supporto ai Red Devils sia un tentativo neutrale di non scontentare nessuno. Tuttavia, a pensarci bene, essa racchiude anche la vera essenza del Belgio, che lo slogan stesso vuole promuovere e di cui fa parte in effetti la menzionata guerra linguistica, superata solo grazie ad una neutralità standard su cui tutti sono d’accordo. Nient’altro avrebbe potuto esprimerla meglio del motto “We are Belgium”, rigorosamente in inglese.

Ma torniamo un attimo ai mondiali. A questo punto un dubbio mi assale: in che lingua parlano i giocatori della nazionale belga? Decisa a scoprirlo, inizio a chiedere alle persone di nazionalità belga che conosco. Nessuno mi sa rispondere. Vengono avanzate varie ipotesi: spagnolo, perché l’allenatore è spagnolo; francese o fiammingo perché in fondo anche gli impiegati pubblici devono saperli parlare entrambi. Chiaramente nessuna di questa ipotesi è plausibile. Suggerisco l’inglese, ma nessuno ne sembra convinto. Qualcuno scherza, dice che non parlano (!), qualcun altro dice che ognuno parla la sua lingua – altre ipotesi scarsamente immaginabili, soprattutto per i 90 minuti in campo durante i quali per i giocatori capirsi è fondamentale. Qualcuno mi dice di non essersi mai posto il problema e, in alcuni casi, per far capire il nocciolo della questione mi vedo costretta a spiegare chiaramente cosa si cela dietro la mia curiosità.
Rimango senza risposta per qualche settimana, fino a quando Reuters5 e il Post6 decidono di porsi la stessa domanda. Ma loro hanno fornito anche la risposta. Ed ecco svelato il mistero: l’inglese, come volevasi dimostrare, è la lingua usata dai giocatori della nazionale belga. In fondo, “We are Belgium” e non potrebbe essere altrimenti.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Generale e teorico militare della Prussia (1780 -1831).
2. La massima originaria recita “War […] is the continuation of politics by other means”.
3. Il motto dell’Unione Europea in uso dal 2000 è “United in diversity”, ovvero uniti nella diversità.
4. Quella trasmessa al cinema non è la stessa pubblicità, più corta, trasmetta invece dalla televisione belga, che usa invece tutte le lingue ufficiali del Belgio e lo spagnolo (lingua dell’allenatore spagnolo), con sottotitoli in inglese.
5. Reuters, Who are Belgium? No identity crisis for Martinez’ men, 2 luglio 2018
6. Il Post, In che lingua si parlano i giocatori del Belgio?, 2 luglio 2018

[Photo credits: Alex Wong on Unsplash.com]

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All’origine della crisi della scuola: sul caso Galli della Loggia

«Marco, dimmi un po’. Ora ti è venuta voglia di leggere un libro?». Il ragazzo è al terzo anno di un istituto tecnico, vive in un quartierino di provincia come tanti altri, con mamma infermiera e papà impiegato. Ci vediamo una volta la settimana, a ridosso delle verifiche più imminenti. Matematica, inglese, italiano: qualche problema con la grammatica, rifiuto totale per la lettura. Avanzo la domanda dopo aver studiato assieme un paio di poesie siculo-toscane del XIII secolo, d’uno specialismo linguistico da laureato magistrale in Lettere. «Neanche per sogno» risponde lui schietto, mentre con le mani chiude l’antologia di mezzo migliaio di pagine. La copertina tutta stropicciata.

Che ci sia qualcosa di sbagliato nel funzionamento della scuola lo capisco dalla risposta di Marco, e da quell’antologia pesante e autoreferenziale che dovrebbe creare affezione crescente per il libro come tecnologia della conoscenza, non certo rigetto! Un paradosso sconfortante, forse all’origine delle tante proposte di rinnovamento che scuotono oggi l’istituzione scolastica.

L’ultima in ordine di tempo è quella firmata dallo storico ed editorialista Ernesto Galli della Loggia nella sua Lettera sulla scuola, apparsa online il 4 giugno scorso, sezione Opinioni del Corriere della Sera1. Cattedre più alte per i professori, gite scolastiche solo in terre nostrane, abrogazione definitiva della rappresentanza parentale negli istituti: un decalogo polemico e saccente, destinatario simbolico il neo Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Per lui dieci semplici misure da adottare «già dal prossimo settembre», così da dare l’idea «che qualcosa stia veramente per cambiare nella scuola italiana».

Impensabile passasse inosservato, il vademecum per programmatori scolastici messo a punto da Galli della Loggia piove sul dibattito pubblico a pochi mesi di distanza da una serie sconcertante di episodi di bullismo perpetrato da giovani studenti – o, peggio ancora, dai loro genitori – a insegnanti di mezza Italia, in un’escalation di violenza che nell’era delle reti sociali e degli smartphone perennemente a portata di mano si propaga velocissima fuori dalle mura scolastiche.

In un clima di tensione accesa sul nervo scoperto della scuola, il decalogo di Galli della Loggia ha restituito, secondo molti, l’immagine stucchevole di una filosofia dell’educazione paternalistica, retrograda, deteriore. Un’idea logora di scuola che non ha certo trovato d’accordo il fisico e professore universitario Carlo Rovelli: «Non dobbiamo avere nostalgia di un mondo passato che non era migliore del nostro, non si educano i giovani con autoritarismo ottocentesco», commenterà acido e sessantottino nel suo contro-editoriale2.

Ennesimo screzio di una frizione pregressa, quella tra Galli della Loggia e Rovelli, con botta e risposta consumati sulle pagine della stessa testata, divenuta terreno di scontro virtuale tra le due forme della conoscenza che regolano la nostra civiltà: da una parte la cultura scientifica, interessata al movimento, alla trasformazione e all’innovazione permanente; dall’altra quella umanistica, che celebra invece l’estetica del fermo, della resistenza tradizionale alla distruzione creatrice del progresso (non sono forse cambiamenti retrogradi e anti-progressisti, quelli proposti da Galli della Loggia per contenere all’odierna deriva dei costumi culturali?).

Oltre il conflitto dialettico tra la cultura scientifica e quella umanistica, articolate nelle rispettive ragioni dai due editorialisti del Corriere, le proposte contemporanee per salvare la scuola non tengono in minimo conto una riflessione filosofica sulla crisi del discorso educativo lunga quasi due secoli, e capace di andare al di là del manicheismo partigiano di chi difende il sistema educativo tradizionale e di chi vorrebbe invece rovesciarlo.

Sarebbe infantile – scrive Theodor Adorno in Theorie der Halbbildung (1959) – pensare che basti riformare i programmi didattici per sanare le lacune melmose su cui poggia il sistema educativo. Dibattere la reintroduzione del predellino nelle aule scolastiche non ha alcun senso se nulla facciamo per neutralizzare l’avanzata inesorabile del «potere extra-pedagogico», la presa asfissiante alla gola dell’educativo da parte di ciò che a esso dovrebbe rimanere esterno. Un esempio? Il mercato, che vuole l’educazione prona alle sue esigenze strutturali – profitto, competenza, produzione, innovazione – ma anche la politica, che della scuola tende sempre a fare strumento d’indottrinamento di massa, dispositivo disciplinare nelle mani di un preciso progetto d’obbedienza morale.

Ecco che il compito della filosofia dell’educazione, come scritto da Mino Conte ne La forma impossibile (2016), dovrebbe essere quello di sottrarre la scuola a ogni forma di «riduzionismo (o tentazione) tecnicistico-amministrativo-commerciale». Una presa di posizione netta e necessaria contro la mano invadente e molesta del mercato (e della politica), anche a costo di tenere la scuola all’oscuro di ciò che accade nel mondo: è dall’oscurità che sgorgano le forme di vita, non solo vegetativa.

Sottrarre la scuola al richiamo suadente dei poteri extra-pedagogici vuol dire anche superare il «falso principio» su cui essa si fonda, ovvero l’idea che il sapere abbia natura accessoria, bagaglio cognitivo da amministrare e trasmettere attraverso una burocrazia didattica che ha perso ogni rapporto erotico la conoscenza. Un sapere che non espande il raggio d’azione e di vita di chi vi s’immerge, un sapere che non diventa personalità cosciente.

Necessario che gli insegnanti, scrive Massimo Recalcati ne L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (2014), tornino a trasformare i corpi teorici – libri, teoremi, quadri, poesie (anche quelle siculo-toscane del XIII secolo) – in corpi erotici, capaci di accedere il desiderio della conoscenza. Questa la condizione prima per pensare la scuola oltre la sua crisi.

 

Alessio Giacometti

 

NOTE
1. E. Galli della Loggia, Lettera sulla scuola, in “Corriere della sera”, 4 giugno 2018
2. C. Rovelli, Il predellino? No, ai docenti serve dignità, in “Corriere della sera, 6 giugno 2018

 

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Quel che resta dell’antropologia

L’antropologia è una disciplina che mette ordine. Reinserisce ogni attore nella sua area di azione e lo rileva nella sua forma agentiva. In questo modo lo valorizza nel suo potenziale e nei suoi atti; riconosce i legami e le economie di potere che lo influenzano e che instaura coi presenti; colleziona quante più dinamiche possibili prima di asserire qualsiasi cosa. Calibra il giudizio anche su quegli elementi che normalmente restano ignoti o vengono misconosciuti. È una disciplina che ricerca l’etica, e la risveglia, in mezzo a intricatissime panoramiche. Quindi si può dire che le sue scoperte si producono nei suoi allievi. Il mantra è che la cultura è un farsi umano, un improvvisarsi situazionale, un incontrare, un comunicare e un plasmare sempre “in viaggio”1; un fare che non ha riscontri oggettivi, ma solo frontiere da varcare e da fuggire, storie da narrare.

L’antropologia però nasce come disciplina etnocentrica: come emissaria dell’imperialismo. Nei decenni, studiando l’uomo altro, si è stupita delle numerose similitudini tra la propria casa e quelle dell’uomo altro, annotandosele entusiasta. Ma procedendo e approfondendo questi temi, si è resa conto di quanto quelle somiglianze fossero inesistenti, arbitrarie, perché ricondotte soltanto alla propria personale singolarità, nel soggettivo, nell’interpretato, in un percorso unidirezionale che finiva col giustificare un pensiero ingenuo. Ingenuo perché troppo accasato nella comodità dei propri dogmi. Quelle somiglianze servirono solo che alla trascesa verso un ascolto orizzontale, il quale, nel suo praticarsi, ha portato alla luce un sapere che fa della dolcezza − e della disillusione − la sua forza.

L’antropologia pervade come un fiume, non invade come una montagna. È una disciplina che disegna e traccia cosmi a partire da una materia rarefatta che è la vita stessa nelle sue prolifiche espressioni. L’antropologia, in ultima, e in realtà primissima analisi, è uno studio sulla vita che si esprime. Ma è anche della vita che si esprime, della vita rappresentata dal singolo ricercatore, la quale si adopera per riconoscersi, rappresentarsi, aiutarsi e coinvolgersi nella cura di sé. L’antropologo dovrebbe dunque essere anzitutto un amante della vita. Di quella vita che si medita nel dialogo che è prassi tipicamente umana, di quella vita che trascende le parti per mostrarsi sopra e insieme ad esse, e soprattutto di quella vita – eccolo il trucchetto – che parla al di là dello scambio duale, al di là delle simmetrie e al di là delle rappresentanze.

La vita da amare ha un lato selvaggio, e ogni cosa d’amare ha qualcosa di pernicioso che bisogna riconoscere. In ogni parola e in ogni gesto, in ogni risposta che questi atti producono, si sollevano moltitudini di volti e concerti di nomi, si sente la presenza di narrazioni sgargianti, si ode lo scalpiccio di un milione di cammini. Fasci di luce che rimbalzano e impressionano da uno specchio all’altro. Nella voce di chi parla ci sono le parole e le idee di chi egli ha ascoltato, e nelle nostre domande risuonano le cantilene di chi vediamo ogni giorno, e a volte anche quegli episodi singoli, legati a un vecchio sconosciuto, che stranamente ci rendono nostalgici. Il mondo e la vita sono relazioni: l’antropologia è la disciplina che ne fa una certezza.

Ancora di più, l’antropologia guarda e contempla gli “attriti”2. Quelle regioni di contatto tra forze opposte, quei fenomeni imprevedibili, saturi di storia, che scintillano quando un universale cerca di espandersi in un contesto particolare. Succede che l’universale non è più universale e perde se stesso: può perdere il suo mondo. Le cose “non vanno come previsto”, un’intenzione, pur positiva, fallisce nel suo scopo, poiché si è avvicinata al prossimo con una valigia piena di idee mai scartate, mai tolte dalla scatola. Ammirate soltanto, desiderate, servite, mai capite, mai offese. Quindi un incontro diventa foriero di delusioni; e al richiamo di quelle delusioni, che tradiscono il desiderio esistente di capirsi per un motivo o per un altro, giunge l’antropologo col suo linguaggio saggio e calmo, improntato alla tolleranza, all’onestà e alla liquidità. L’antropologia è dunque amore per il limite: un ascolto. È un sapere che si produce nelle Zone, nelle aree magiche fuori casa, dove i saperi sono solo strumenti: quindi è una coscienza. È una colta amante viva nelle regioni dove gli attriti dettano l’andamento del quotidiano e palesano i neuronali filamenti che avvolgono il pianeta.

Se c’è una cosa che accomuna l’antropologia alla filosofia è la reciproca assenza di forma. La filosofia, è vero, costruisce le sue forme, cerca di dare un assetto al mondo, ma se è profonda e sincera con se stessa sa anche discutere quell’assetto e sa farsi da parte quel che basta per accogliere altre riflessioni. Una filosofia forte sa amare la sua opinabilità. L’antropologia, questo fantasma disciplinare che perde sempre più oggetti, dispensa buoni, ottimi consigli. Risveglia l’etica, appunto, ci rammenta la nostra arbitrarietà e insieme la nostra libertà, quindi la possibilità di amare quella stessa arbitrarietà. Ci porta a contemplare il fondo comune che alla fine non è nulla: una patina di vuoto che possiamo pensare come il divenire, il movimento. L’antropologia scioglie l’universo e lo rende semplice. Parla, guizza, espone, per poi scomparire. E in quel momento speciale, dopo che hanno scoperto chi sono, i coinvolti si trovano a dover rispondere a un invito disarmante: riconoscere il proprio potere e prendere una decisione.

 

Leonardo Albano

 

NOTE:
1. Cfr. J. Clifford, Culture in viaggio, in Strade. Viaggio e traduzione alla fine del secolo XX, Bollati Boringhieri, 1999
2. Cfr. A. L. Tsing, Friction. An ethnography of global connection, Princeton University Press, 2005

 

[Photo credit: Adolfo Félix via Unsplash.com]

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Le carceri in Italia e una riforma bloccata

La fine della scorsa legislatura ha determinato l’abbandono della legge sullo ius soli, per la quale non è stato fatto nessun tentativo di approvazione in extremis. In aula non servirebbe neppure tornasse la riforma delle carceri, ma potrebbe fare la stessa fine. La legge delega del 23 giugno 2017 imponeva al Governo di riformare, secondo direttive del parlamento, l’ordinamento carcerario. Dei quattro decreti attuativi nati dopo mesi di lavoro e in chiusura di legislatura, solo uno sembrava avere possibilità approvazione. È quello che aumenta la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere.

La situazione anche per questo decreto è attualmente, e da mesi ormai, in fase di stallo perché il governo Gentiloni non si è preso la responsabilità politica di approvarlo e ora, dopo le nuove elezioni, con la crisi di governo e dovendosi ancora insediare le commissioni, la questione è ancora più complicata. Molti politici, tra cui il presidente del Senato Roberto Fico, spingono per una sua approvazione nella commissione speciale, ma questa non ha voluto mettere il decreto in calendario. I margini di manovra sembrano quindi molto stretti, a meno di un colpo di mano del governo. Il governo Gentiloni, ancora in carica per gli affari correnti, avrebbe potuto decidere di approvare il decreto attuativo senza aspettare un passaggio nella commissione speciale, secondo alcuni costituzionalisti, ma difficilmente avrebbe potuto farlo per non essere accusato di questa forzatura. Inoltre la delega scade il 3 agosto e si vanificherebbero anni di lavoro.

La riforma dell’ordinamento penitenziario sarebbe una scelta di buonsenso, che andrebbe a modificare e attualizzare la vigente legislazione del 1975. L’Italia è stata già condannata nel 2013 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, proprio per le condizioni carcerarie disumane del nostro paese. Ma secondo una buona parte delle forze politiche, dai 5Stelle alla Lega, la riforma sarebbe solo uno “svuota carceri”, o alternativamente una misura “salva ladri”.

Vediamo allora cosa prevede la riforma. Iniziando col dire come già accennato, che i problemi e temi di discussioni previsti erano molti di più di quelli confluiti nel decreto attuativo in attesa di approvazione. Quelli più sensibili riguardavano tabù come la possibilità dei carcerati di avere una vita sessuale in carcere. Tra i punti più importanti toccati dalla riforma ci sono invece il miglioramento dell’assistenza sanitaria, l’equiparazione della malattia psichica a quella fisica e l’aumento da due a quattro delle ore d’aria in carcere, le ore che i detenuti possono passare in cortile, per capirsi. Fondamentali anche gli articoli che prevedono l’allargamento della possibilità di accedere alle misure alternative alla detenzione e la modifica dell’articolo 4 bis, quello che esclude dalla possibilità di accesso ai benefici di legge alcune categorie di detenuti individuate sulla base del titolo di reato. Sono tutte misure volte al miglioramento delle condizioni di vita dei carcerati, a tutelarne la dignità umana e a facilitare un loro ritorno in società.

Alcuni dati sulle carceri in Italia: secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione le carceri italiane hanno parecchi problemi. A cominciare dal sovraffollamento: a marzo 2018 la popolazione carceraria era di 58.223 persone, 8.000 in più dei posti disponibili. Sempre nel rapporto emerge che i suicidi siano in aumento. Il tasso di suicidi (numero dei morti ogni 10 mila persone) è salito dall’8,3% del 2008 al 9,1% del 2017: in numeri assoluti significa passare da 46 morti del 2008 a 52 morti del 2017. I dati dicono anche che i detenuti che abbiano usufruito di misure detentive alternative abbiano una recidiva molto minore.

Un’occasione mancata?
Il quadro non è incoraggiante e proprio per questo la riforma dell’ordinamento era attesa da tempo sia dai carcerati che da chi se ne occupa, compresi glia avvocati penalisti e gli esperti di diritto. Proprio gli avvocati penalisti hanno indetto uno sciopero delle udienze a inizio maggio, in concomitanza di una manifestazione a Roma a favore della riforma.
In attesa che si sblocchi la situazione o si conosca la fine del progetto di riforma, molti di coloro che seguono i detenuti e si occupano delle condizioni carcerarie dicono che comunque si potesse fare di più, ma il rischio è che ancora una volta anche il minimo venga rimandato.

 

Tommaso Meo

 

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Facebook, dati personali e privacy: siamo all’altezza?

Nel marzo 2018, Cambridge Analytica, compagnia fino a quel momento pressoché sconosciuta, diventa tristemente famosa per aver raccolto informazioni personali identificative di almeno 87 milioni di persone tramite Facebook. Secondo l’informatore Christopher Wylie, ex-dipendente di Cambridge Analytica, la compagnia avrebbe raccolto dati che poi sarebbero stati usati per influenzare le elezioni americane e il referendum inglese sulla Brexit. La compagnia era già nell’occhio investigativo dell’Observer almeno da un anno1, ed era stata oggetto di un articolo del The Guardian nel 20152. Il primo articolo dell’Observer nel febbraio 2017 portò all’apertura di due inchieste ancora in corso, mentre nel 2015 l’Observer accusò il senatore americano Ted Cruz di usare dati definiti “psicologici” raccolti da Cambridge Analytica tramite Facebook, per influenzare i suoi utenti ritenuti potenziali sostenitori. Le interviste all’informatore Wylie del marzo 2018 hanno causato sdegno pubblico a livello internazionale: le inchieste che ne sono derivate hanno portato la compagnia a dichiararsi fallita, a causa delle spese legali sostenute e della pubblicità negativa, il 2 maggio 2018.
Il caso Cambridge Analytica dimostra che le informazioni personali che definiamo sensibili, sono effettivamente molto sensibili, perché possono essere usate in modi che superano la nostra immediata comprensione. Nell’immediatezza dello scandalo, molte persone hanno cancellato i loro profili Facebook, nel tentativo di proteggere i propri dati da futuri utilizzi illeciti.

Ma a ben vedere, il caso Cambridge Analytica dimostra qualcos’altro, altrettanto preoccupante: ovvero, quanto siamo diventati influenzabili in balia dei social media e quanto profondamente essi possano modificare i nostri pensieri e le nostre convinzioni, senza che noi stessi ce ne rendiamo conto. Lo scandalo del caso Cambridge Analytica non risiede tanto nella scoperta che i dati personali sono preziosi e possono essere usati e venduti per vantaggi commerciali (e politici): questo, in teoria, lo sapevamo già, come dimostrato dal proliferare di legislazioni sempre più restrittive a protezione dei dati personali degli ultimi anni. Cambridge Analytica dimostra una verità scomoda, per la prima volta proiettata senza filtri su larga scala: Facebook è uno strumento potente, su tutti i fronti, e noi probabilmente non ne siamo all’altezza. Siamo sufficientemente capaci di usare Facebook con le necessarie considerazioni ed attenzioni che esso richiede? Come è possibile poter influenzare il nostro voto tramite pubblicità o fake news mirate? Della violazione dei nostri dati, se ne occuperà chi di dovere, perseguendo chi ha violato le legislazioni in materia ed emanando nuove politiche per la loro protezione. Ma è sufficiente questo per proteggerci da noi stessi?

La necessità di esistere ed essere visibile, essere quindi social, è più forte nella maggior parte delle persone della preoccupazione per i propri dati e, in molti casi, della possibilità che essi siano sfruttati per influenzarci. Inoltre, l’uomo è un essere (più o meno) influenzabile per natura: la capacità di essere influenzato sta alla base della pubblicità. Eppure, nei confronti della pubblicità che passa in televisione, comunque meno effettiva perché non mirata verso uno specifico individuo, siamo più critici perché sappiamo che per vendere un prodotto bisogna, banalmente, mostrare le sue qualità piuttosto che i suoi difetti e, con ogni probabilità, anche gonfiarle facendo attenzione al linguaggio usato, alle immagini, ai colori, a qualsiasi dettaglio necessario per attrarre l’attenzione prima, ed influenzare poi. Non si tratta solo di pubblicità: siamo influenzabili anche offline. Se un nostro amico, collega o conoscente fa qualcosa che ci sembra particolarmente cool, con ogni probabilità influenzerà il nostro comportamento verso quella stessa cosa e nel caso più estremo faremo lo stesso. Un esempio sono le destinazioni turistiche: paesi precedentemente esplorati solo da viaggiatori avventurosi che nel giro di pochi anni vedono duplicare o triplicare il numero di visitatori.
Partendo da questo presupposto, Facebook non ha reso gli individui influenzabili. Esso ha piuttosto moltiplicato potenzialmente all’infinito questa nostra influenzabilità, non fosse altro perché passiamo molto tempo scorrendo una news feed che nella migliore delle ipotesi ci mostra quello che fanno i nostri amici e, nella peggiore, ci presenta notizie o pubblicità mirate ad influenzarci.

Tuttavia, questo non significa che non dovremmo più usare Facebook, come alcuni hanno pensato in preda all’isteria del momento. Non è il male di tutti i mali, ma un facile capro espiatorio. È uno strumento molto potente, con funzionalità potenzialmente positive. Tuttavia, esattamente perché potente, va saputo usare: è necessario aver ben chiaro come funziona, conoscerne i meccanismi (reali) che vi sono dietro, essere consapevoli dei rischi (potenziali) e delle vulnerabilità associate. Serve usare Facebook consapevolmente, nello stesso modo in cui dovremmo bere alcool e fumare consapevolmente, guidare solo con una patente di guida e sparare solo con un porto d’armi. In fondo, nessuna di queste quattro cose, la lasceremmo fare ad un bambino, perché non ha raggiunto la maturità intellettuale, cognitiva e critica per comprenderne a pieno conseguenze e rischi associati a tali azioni. In conclusione, più di tutto è necessario stimolare negli utenti quella criticità perduta (o forse mai veramente sviluppata), la cui assenza rischia effettivamente di essere il male di tutti i mali poiché ci rende influenzabili ad un livello pericoloso, non solo per un utilizzo consapevole di Facebook ma anche nella vita quotidiana.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Revealed: 50 million Facebook profiles harvested for Cambridge Analytica in major data breach, The Guardian
2. Harry Davies, Ted Cruz using firm that harvested data on millions of unwitting Facebook users, The Guardian, 11 Dicembre 2015

[Immagine tratta da pexels.com]

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L’Italia è una Repubblica fondata sulla raccomandazione

«In Italia non si può ottenere nulla per via legale, nemmeno le cose legali. Anche queste si hanno per via illecita: favore, raccomandazione, pressione, ricatto, eccetera».
Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana, 1921.

Per molto tempo abbiamo ascoltato slogan tesi alla narrazione di un Paese che si sta rialzando, che riparte, ma è possibile che riparta qualcosa che forse non è partito? In Italia a parità di titolo di studio e capacità chi proviene da una famiglia agiata avrà certamente più successo di colui che proviene da un ambiente più umile. Abbiamo costruito una Repubblica fondata su quella che forse è una delle più belle Costituzioni mai realizzate, ha scritto e detto qualcuno, ma che corre il rischio di restare lettera morta di fronte a semplici fatti quotidiani: è più facile che il figlio di un notaio segua le orme del genitore che quello di un operaio riesca a dirigere la fabbrica dove suo padre ha lavorato. La mobilità sociale risulta ancora bloccata, i discendenti delle famiglie più abbienti restano ai vertici a prescindere dalle loro effettive competenze, mentre i pronipoti delle classi popolari restano in basso.

Secondo la visione marxista della società dalle contraddizioni emerge necessariamente un conflitto, uno scontro sociale che conduce necessariamente a un ribaltamento dello status quo, ma l’Italia è la plastica concretizzazione che ad alcune condizioni le cose contrapposte non generano movimento. In Italia prevale il lamento dinnanzi a tutto quello che non funziona e il lamento non è altro però che un altro volto dell’apatia. Vi sono indignazione e lamento sui social media e poi piazze vuote e tutti i lunedì si va a lavorare a testa bassa davanti ai capi, magari pure incompetenti e raccomandati, però bisogna pur portare la pagnotta a casa e quindi zitti e avanti ventre a terra.
Siamo diventati o siamo sempre stati una società dinastica in cui conta soprattutto di chi sei figlio e non quale sia il talento che possiedi o la voglia che hai di imparare.

Dalla constatazione della impossibilità di garantirsi un futuro migliore sorge la bassa natalità, i bassi tassi di frequentazione dell’Università, settore in cui siamo un fanalino di coda, e tutta una serie di fenomeni sociali che alcuni fini analisti tendono a spiegare sbrigativamente dicendo che è colpa delle persone che han scarsa voglia di mettersi in gioco, che non è la disoccupazione il problema, la precarietà, le scarse prospettive per il futuro, no, sono le persone non “positive” il problema.

«L’uomo superiore coltiva la virtù, l’uomo inferiore coltiva il benessere materiale. L’uomo superiore coltiva la giustizia, l’uomo inferiore coltiva la speranza di ricevere dei favori»1.
Confucio

I privilegiati tendono a mantenere lo status per i loro discendenti e a occupare posti in prima fila. Per questo molti rinunciano a investire su di sé nella convinzione che le cose non possano cambiare. La stessa tristezza e la sofferenza vengono spesso spiegate come un fenomeno di origine mentale, stuoli di motivatori invitano ad assumere un atteggiamento mentale “positivo” come se la determinazione delle condizioni oggettive delle persone dipendesse in qualche modo dal loro stato mentale. La persona in stato di sofferenza sarebbe in qualche modo affetta da una percezione scorretta della realtà che la conduce progressivamente ad essere la causa dei suoi stessi mali. Ancora una volta non sono le condizioni in cui la persona è inserita che determinano il suo stato d’animo, non è il contesto in cui la persona è immersa ad essere il problema, è la persona non “positiva” il problema.

Per spezzare questa vuota retorica del “pensare positivo” viene in nostro soccorso una lunga tradizione di materialismo tedesco che trova uno dei suoi più alti compimenti in Karl Marx, erede della cultura dialettica di matrice hegeliana, il quale ben comprende che lo stato di sofferenza delle persone è spesso dato non da fattori endogeni, ma esogeni. Se perdo il lavoro ho ragione di essere triste? Se il mio lavoro non mi consente di realizzare i miei “bisogni” (un concetto che in Marx è fondamentale) ho ragione di essere triste? Quante donne in Italia sono costrette a scegliere tra la carriera e una vita famigliare appagante?

Questo mondo ha risposto alle legittime aspirazioni di vita delle persone col motto:
“La crisi non esiste, siete voi la crisi!”
Il capitalismo contemporaneo ha raggiunto i suoi massimi livelli, diventando l’unica alternativa possibile e immaginabile, ha sovrastato a tal punto ogni altra cultura sociale e di massa tanto da diventare parte integrante degli animi delle persone espellendo sistematicamente tutto ciò che viene percepito come fragile, fallibile, imperfetto, inefficiente e in sostanza umano.
Il nostro mondo contemporaneo dalla fabbrica novecentesca al moderno incubatore di servizi ha progressivamente consolidato la propria egemonia culturale al punto che chi fallisce, chi si lamenta, chi è dissonante di fronte a un sistema efficientistico e ben oliato è in qualche modo colpevole, colpevole di non voler stare al gioco a cui giocano tutti, colpevole di non essere abbastanza motivato, intraprendente, desideroso di mettersi al servizio del Capitale per produrre valore.
Concetti come libertà, diritti, esistenza autentica sono ancora applicabili ad un mondo così? Provate ogni tanto a guardare con occhio critico gli alveari di cemento dove ci rechiamo ogni giorno a fare quello che “dobbiamo” e chiedetevi se davvero la realtà che stiamo vivendo oggi sia poi così diversa da quella che racconta George Orwell in 1984, e se non lo avete ancora letto forse è proprio il caso di farlo prima che sia troppo tardi.

 

Matteo Montagner

 

NOTE
1. Tratto da a A. Manocchio, Il manuale degli aforismi, Passerino Editore, 2017.

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La schiavitù delle donne

«Le donne che leggono, e ancor più quelle che scrivono, rappresentano nello stato attuale delle cose, una contraddizione e un elemento di disturbo: e si è sbagliato a coltivare nelle donne altre virtù che non fossero quelle di un’odalisca o di un’ancella»1.

Quando John Stuart Mill scriveva queste parole nell’opera La schiavitù delle donne, per criticare le condizioni che la società aveva creato su misura per le donne, aveva alle spalle una voce che gliele sussurrava, il cui nome è per lo più sconosciuto: quello della moglie, Harriet Taylor.
Questa timida e quasi anonima voce guidò la mano del marito nel tracciare uno dei testi più rivoluzionari sullo stato delle donne. Per far tremare i muri di una società, ispessiti dai secoli e dalle consuetudini, Harriet Taylor era consapevole che solo una penna di uomo avrebbe avuto quella forza demolitrice, e nulla venne trascurato: si scagliò contro la legge del più forte, contro il matrimonio forzato, un’educazione che non permetteva di progredire nelle scienze, ma che puntava a rendere ragionevole e persino appetibile la sottomissione. La voce di Taylor condusse la penna del marito oltre la semplice constatazione, per giustificare la fine della servitù femminile; perché non poteva bastare richiamare la loro intelligenza, il loro acume, la loro sensibilità. Taylor sapeva che tutto ciò non era sufficiente, e bisognava mettere in campo ben altri motivi: il progresso di una civiltà necessitava di maggiore forza intellettuale e delicatezza emotiva, e se ciò non fosse stato attuato il prima possibile, la società si sarebbe accartocciata su se stessa, rendendo gli uomini ancora più pigri e ottusi, e le donne stupide, incapaci di vedere al di là del proprio naso. Taylor era ben lucida a riguardo, e lo affidò alla scrittura leggera ed efficace del marito, John Stuart Mill, che divenne uno dei primi femministi della storia occidentale.

Da allora la strada è stata di molto spianata alle donne. Esse pongono il loro nome sulle pagine che scrivono, leggono, decidono se avere dei figli, cercano il loro posto nel mondo, lottano perché altre donne raggiungano gli stessi traguardi. Le donne occidentali sembrano diverse da quelle che Harriet Taylor voleva difendere senza svelarsi, e la persona a cui dobbiamo essere più grati è una sola: J. S. Mill. Solo lui, il filosofo inglese è stato ringraziato, letto e ricordato per avere scritto un’opera il cui senso controcorrente ha aperto nuovi occhi. È Mill l’intellettuale imperituro, non Taylor. Chi era Harriet Taylor? La moglie di Mill. E chi era John Stuart Mill? Il filosofo.

Viviamo ancora in quella società, in cui le donne per essere ascoltate hanno bisogno di un uomo, e finché il nome di Harriet Taylor è ricordato solo nelle Note del traduttore dell’opera La schiavitù delle donne, quei muri sono stati solo scalfiti, ma non abbattuti. Se persino le donne che studiano con passione l’opera di Mill non conoscono il nome di chi ha ispirato quelle parole, allora esse sono ancora schiave non di un uomo o di un matrimonio, ma di un preconcetto: l’idea che il sesso femminile necessiti della legittimazione del sesso maschile. La società di cui si promuove il progresso sta solo tremando, per trovare un nuovo equilibrio, non sta cadendo, e perché ciò accada bisogna ritrovare tutte quelle voci che sommessamente hanno spifferato le ingiustizie di metà del genere umano, e che sono i venti che hanno eroso, con pazienza e dedizione, il pregiudizio, la vigliaccheria e la violenza, e continuano a farlo.

La civiltà occidentale, in fondo, permette ancora che queste voci restino anonime, e se è così non si è allontanata troppo dall’Inghilterra di Mill e Taylor. La società è fatta di spazi chiusi, compartimenti, in cui gli individui si infilano, convincendosi che quello sia il proprio posto e vi restano. Quelle pareti si sono allargate, non sono ancora divenute ponti o strade; la civiltà occidentale è ancora costituita di regioni e confini, non di tragitti.
Allora, per provare a tracciare una nuova mappa, è bene raccontare una versione diversa della storia, ringraziando quello scrupoloso traduttore, che ha aggiunto la lunga Nota alla fine del libro.
Nel 1869 fu pubblicata La schiavitù delle donne, ed è forse il primo testo che mette in chiaro quanto dolore e quanta violenza abbiano dovuto subire le donne, e quanto gioverebbe alla società, non solo in termini di giustizia, ma di concretezza, che esse fossero libere di scegliere il proprio cammino. Viene chiamato protofemminismo. Il libro è il frutto dell’intesa intellettuale, della stima, dell’amore e fiducia di John S. Mill ed Harriet Taylor, il cui matrimonio fu desiderato e felice.

Sperimentando una parità intellettiva, riuscirono a rendere partecipi gli altri di quanto fosse motivo di serenità e gioia: lei concepì le idee, lui le mise per iscritto, e il mondo applaudì il libro.
Purtroppo, sul saggio vi è solo il nome di lui, John S. Mill. Il pubblico ha applaudito così forte che il nome di lei, Harriet Taylor, sfortunatamente, non l’ha sentito.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. John Stuart Mill, La schiavitù delle donne, Tasco, Milano 1992, p. 56

 

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