Una citazione per voi: Hegel, la teoria e i fatti

 

• SE I FATTI NON SI ADEGUANO ALLA TEORIA, TANTO PEGGIO PER I FATTI •

 

Se c’è una diffusa e radicata convinzione sui filosofi è il crederli distaccati dalla realtà comune, dalla concretezza delle cose, dalla praticità, dalla chiarezza dei fatti. Nell’immaginario collettivo li si vede avulsi dal circostante a pensare a chissà quale teoria in cui cercano poi di incastrare gli avvenimenti del mondo.

Certamente alcuni filosofi ci hanno messo del loro. Uno di questi potrebbe essere Hegel, tra i cui pensieri si trova anche: «Se i fatti non si adeguano alla teoria, tanto peggio per i fatti».

La frase non si trova scritta in alcun saggio hegeliano, ma pare fu detta da lui stesso per rispondere a un’obiezione durante la sua discussione dottorale, nel 1801. In quest’anno, per ottenere l’abilitazione all’insegnamento, Hegel discute una tesi di filosofia della natura (De Orbitis Planetarum) in cui sostiene tra le varie cose l’impossibilità dell’esistenza di un pianeta tra Marte e Giove. Smentito dalla scoperta proprio in quell’anno di Cerere (considerato un pianeta all’epoca), Hegel dovette difendersi e restò sulle sue convinzioni citando quella frase. Il tempo ha però dato ragione ad Hegel e alla sua teoria: Cerere è infatti un asteroide e nessun corpo delle dimensioni di pianeta esiste tra Marte e Giove.

Al di là di come si svolsero e sono i fatti, il motto ha molto da dire: la filosofia sin dalle origini è una problematizzazione della realtà intera, anche degli aspetti più ovvi ed evidenti come possono essere i cosiddetti fatti. Nessuna rivoluzione nel pensiero o nella vita dell’uomo può compiersi senza dubitare del certo ed Hegel ha potuto dimostrare presto di essere un maestro anche in questo senso.

 

Luca Mauceri

 

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Una citazione per voi: Sartre e la condanna della libertà

 

 L’UOMO È CONDANNATO A ESSERE LIBERO 

 

L’uomo è condannato a essere libero è l’affermazione di Jean-Paul Sartre fulcro della sua opera filosofica maggiore, LÊtre et le Néant, ovvero L’essere e il nulla (1943), e della celebre conferenza L’existentialisme est un humanisme, L’esistenzialismo è un umanesimo del 1945.

Per comprendere meglio la profondità della teoria sartriana è bene partire dai due principi fondamentali di Sartre ovvero l’existence précède l’essence e la distinzione tra être en soi (essere in sé) e l’être pour soi (essere per sé), cardini della sua ontologia.

Per Sartre l’existence significa uscire da se stessi, essere in ricerca di se stessi, superarsi per realizzarsi in qualità di individui, l’essence è invece un concetto limitativo, l’insieme delle caratteristiche proprie determinanti l’individuo. L’uomo per Sartre esiste per Sartre in quanto uomo e si determina poi con le sue scelte e le sue azioni.

Attraverso l’analogia del taglia-carta, Sartre distingue gli objets, cose determinate, fisse e complete, dai subjets, liberi e responsabili, coscienti e senza un’essenza determinata. A differenza di Leibniz, per Sartre l’essenza dell’essere umano non può essere affermata perché questo sarebbe in contraddizione con la capacità dell’uomo di trasformarsi continuamente. Gli esseri umani sono liberi o meglio condannati a essere liberi ovvero a scegliere e a scegliersi: l’uomo infatti non ha una natura intrinseca o un’essenza ma una coscienza auto-riflessiva capace cioè di auto-determinarlo.

Eliminato Dio, figura deterministica, paternalistica o consolatrice, scagliati nell’esistenza, gli esseri umani sperimentano un senso di abbandono: la realizzazione di una totale libertà, di essere e di dare senso alla propria vita, e di una correlata responsabilità – scegliendo scelgo per me e per il mondo – dà luogo a un’esperienza, piuttosto che a uno stato emozionale, di angoscia.

Non ci sono scuse per eludere la libertà e comportarsi da objet, l’uomo è artigiano della propria vita cui la libertà dà l’impronta di autenticità. La libertà rende l’uomo degno di essere uomo, non la si sceglie, è parte dell’essere umano e questa condanna alla libertà è il senso dell’esistenzialismo sartriano.

 

Rossella Farnese

 

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Una citazione per voi: Kant e la legge morale

DUE COSE RIEMPIONO IL MIO ANIMO DI AMMIRAZIONE SEMPRE NUOVA E CRESCENTE: IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME, E LA LEGGE MORALE IN ME

(I.Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1976, pg. 197)

 

Kant pone questa citazione alla fine della Critica della Ragion Pratica nel 1788.

Si richiama fortemente alla rivoluzione scientifica ed uno dei punti di riferimento è Bacone; ci porta, infatti, a soffermarci su una facoltà imprescindibile di cui è dotato l’uomo: la Ragione. Rivolgere lo sguardo al cielo stellato vuol dire ricordare all’uomo di cosa è capace, cioè il poter governare e studiare la natura attraverso la sensibilità, l’intelletto e le sue categorie. L’uomo governa la natura, questa si confà alla ragione e non viceversa, l’uomo si riscopre soggetto in un mondo in cui fino a quel momento era stato oggetto. L’uomo si astrae dal suo stato di minorità e si riscopre soggetto in un mondo di fenomeni, l’uomo valica le famose colonne d’Ercole del sapere grazie alla Ragione.

Ponendo lo sguardo alla legge morale il richiamo è forte a Rousseau, ma per il filosofo la legge morale porta l’uomo a determinarsi come persona all’interno della società: nessuno ci obbliga ad aderire alla legge morale, ma chi sceglie di farlo lo fa in relazione alla società in cui vive ed è colui che è dotato di autocoscienza. Le legge morale fa parte di tutti noi e ci guida nell’azione, la domanda di Kant sorge nel momento in cui si chiede perchè decidiamo di aderire ad una morale comune nonostante nessuno ci obblighi?

La grandezza del filosofo sta nel riconoscere l’uomo come soggetto che riesce ad unire ambito morale, pratico, e teoretico. Un soggetto che è in grado di riconoscere dentro di sé un io interiore che sa domandarsi come agire secondo imperativi che ha dentro di sé. Questa citazione aprirà ad importanti dibattiti in filosofia che rimangono tuttora aperti sulla natura della morale; sarà anche ripresa da J.S. Mill che parlerà del rapporto dell’individuo con la libertà e sarà d’ispirazione per tutti gli autori successivi come Fichte o Hegel e si rivelerà fondamentale per il futuro esistenzialismo.

 

Francesca Peluso

 

 

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Una citazione per voi: Eraclito e il divenire

Tutto scorre, dal greco Pánta rei, è l’espressione con la quale la tradizione filosofica ha voluto riassumere il pensiero del filosofo greco Eraclito, nato e vissuto ad Efeso tra il VI e il V sec. a.C. Benché diverse fonti sostengano che tale teoria sia da attribuire ai suoi discepoli, con essa si vuole rappresentare il punto di partenza della sua filosofia: la constatazione dell’incessante divenire delle cose.

Eraclito si accorse infatti che tutto, all’interno dell’universo, è soggetto a un continuo movimento: le stagioni, la vita, l’alternanza del giorno e della notte, proprio come se tutto fosse trasportato da un flusso che scorre senza mai fermarsi: «non è possibile discendere due volte nello stesso fiume né toccare due volte una sostanza mortale nello stesso stato; per la velocità del movimento tutto si disperde e si ricompone di nuovo, tutto viene e va», leggiamo all’interno del frammento 91, tratto dalla sua opera intitolata Intorno alla natura.

Oltre all’universo e al mondo, Eraclito si accorse che anche l’essere è in continuo divenire, in quanto soggetto al tempo e alla trasformazione, e che questo principio si poteva estendere anche a tutte quelle realtà che sembrano essere statiche e ferme ma che in realtà divengono.

Al contrario dei suoi predecessori, egli vide nel fuoco, l’Archè, ossia il principio nascosto dietro alle cose. Assunse quest’elemento mobile e distruttore per eccellenza per simboleggiare la sua visione del cosmo come energia in perpetua trasformazione, in quanto ogni fiamma non è mai uguale a un’altra, e per ricordare come tutto ciò che esiste provenga e ritorni, una volta compiuto il suo ciclo, al fuoco.

Egli infine capì che la legge secondo cui tutto poteva divenire era da ricercarsi all’interno di quell’eterno scontro tra opposti, nel Polemos, ossia in quel conflitto nel quale essi si trovano non solo a dover lottare, ma anche ad autoalimentarsi per produrre un equilibrio, un ordine razionale, un’armonia. Questo perché «l’uno vive la morte dell’altro, come l’altro muore la vita del primo», ma nello stesso tempo non possono stare l’uno senza l’altro, vivendo solo l’uno in virtù dell’altro. Di conseguenza, ciò che a prima vista può sembrare disordine e irrazionalità manifesta invece, a uno sguardo più approfondito, una sua interiore razionalità e armonia.

 

Edoardo Ciarpaglini

 

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Una citazione per voi: homo homini lupus di Hobbes

 

• HOMO HOMINI LUPUS •

 

Homo homini lupus è un’espressione latina attribuita al commediografo Plauto e diventata, in età moderna, uno dei pilastri del pensiero etico, giuridico e politico del filosofo britannico Thomas Hobbes (1588-1679). Letteralmente sta a significare che l’uomo è un lupo per il suo simile: nel corso della sua vita, infatti, ciascun uomo non mancherà di ostacolare e prevaricare l’altro da sé, volendo trarre da esso il massimo del vantaggio.

L’analisi antropologica condotta da Hobbes sa essere disarmante, in quanto egli tratteggia i limiti e le debolezze della natura umana con una lucidità che potremmo definire cruda e tagliente. La lettura di Hobbes è sempre stata per me un’esperienza di vita, un modo per riflettere sulle peculiarità della nostra specie e sui rapporti che instauriamo nel corso della nostra esistenza. Hobbes scrive dell’uomo, per l’uomo, da uomo: parla di noi, per noi, come uno di noi. Impossibile dunque non rimanere affascinati dall’obiettività della sua antropologia, presentata per l’appunto con un linguaggio accessibile, elemento da non sottovalutare in materia filosofica!

Nello stato di natura, ovvero in quella particolare situazione che precede l’istituzione di qualsiasi tipo di forma giuridica, ciascun individuo è del tutto uguale ai suoi simili. Va da sé che, se i diritti di cui tutti gli uomini godono si rispecchiano integralmente, e se vi è una totale assenza di leggi, i rapporti tra individui non saranno affatto volti all’amicizia reciproca. Homo homini lupus, per l’appunto, in quanto le forze che alimenteranno i vari rapporti sociali saranno antagonismo, violenza e volontà di sopraffare l’altro.

Hobbes scriveva nel Seicento, ma siamo davvero in grado di smentire, al giorno d’oggi, la sua visione dell’uomo e della vita comunitaria? È sufficiente guardarci attorno e riflettere su alcuni valori propagandati nel complesso dalla comunità mondiale di cui facciamo parte per intuire come antagonismo, violenza e prevaricazione non siano affatto concetti estranei al terzo millennio. Lungi da me il condannare il successo, il benessere economico o la fama, a patto che non li si abbiano raggiunti giocando la parte del lupo. Bisognerebbe davvero rispolverare alcune pagine di Hobbes, per esempio per ripartire dall’uguaglianza di cui tanto ha scritto, per affievolire le discriminazioni e per toglierci di dosso la veste del leone da tastiera. Oppure per fare memoria della vera finalità delle istituzioni politiche, ovvero la realizzazione di una comunità pacifica che consenta lo sviluppo di ogni suo individuo. Ne trarremo sicuramente molti vantaggi!

 

Federica Bonisiol

 

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Una citazione per voi: Hegel e la razionalità del reale

 

• CIÒ CHE È RAZIONALE È REALE, E CIÒ CHE È REALE È RAZIONALE •

 

È una delle affermazioni più riportate e citate del filosofo George Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), massimo esponente dell’idealismo tedesco del XIX secolo.

Tale asserzione, principio fondamentale del pensiero hegeliano, è posta dall’autore tedesco nella Prefazione all’opera Lineamenti di filosofia del diritto (1820), che costituisce una sorta di summa del pensiero etico-politico dello stesso Hegel.

Questa celebre, quanto arcana, affermazione rimanda alla convinzione hegeliana che tutto ciò che è (il reale) è ragione realizzata (razionalità per l’appunto). Ciò che è avvenuto e quanto accade è giusto che sia avvenuto e che, in qualche modo, accada. Per comprendere meglio il significato di tale espressione può essere utile servirci di un esempio storico coevo allo stesso Hegel. L’iniziale trionfo di Napoleone in Europa e il suo dominio su diversi popoli e territori stanno a significare che tale era il disegno dello spirito del mondo (Weltgeist) nel suo svolgersi progressivo: quanto accaduto è avvenuto in quanto razionale. Tale è il piano di sviluppo storico. Diversamente, ciò che nella storia non si realizza è dovuto al fatto che è privo di razionalità.

Consapevole delle controversie alle quali può dar adito una simile affermazione, Hegel ne precisa il contenuto nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1830). Qui, l’autore specifica che per realtà (Realität) non è da intendersi il mero accadere, bensì quei grandi e significativi eventi che hanno segnato in maniera indelebile il passo della storia. Per questo il filosofo tedesco invita a distinguere fra eventi effettuali (Wirklichkeit) – per esempio fatti privati e insignificanti per la storia – da eventi forti e intrisi di ragione capaci di modificare il corso della storia, come per esempio gli eventi legati alla figura di Napoleone.

Con la consapevolezza di non poter compendiare un’asserzione densa di significati e implicazioni logiche e filosofiche particolarmente complesse in così poco spazio, è possibile sostenere, sinteticamente, che l’intento hegeliano è quello di evidenziare l’identità fra ragione (o pensiero) e realtà. Ciò che è razionale non è affatto un concetto astratto ma si attua nella realtà concreta e in essa è riscontrabile. Al contempo, l’esistente è espressione della ragione: nella realtà ogni evento segue un ordine razionale e rispecchia una struttura di pensiero. Quanto avviene è razionale, naturale e giusto. Da questo consegue la missione della filosofia, paragonata metaforicamente da Hegel alla civetta di Minerva che si leva sul far del crepuscolo, al tramonto di una stagione, ad eventi accaduti, per giustificarne la razionalità. Tale è l’esito, certamente discutibile e pertanto ancor oggi fonte di considerazione e stimolo di riflessione, della celebre asserzione hegeliana.

 

Alessandro Tonon

 

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La lettura che ci unisce: alcuni libri di Sepúlveda da leggere

Tanti sono stati, in questi ultimi giorni, gli omaggi e i ricordi legati alla scomparsa di Luis Sepúlveda. Scrittore, giornalista, ecologista, cittadino; anzi, come diceva lui, cittadino prima di tutto il resto. È infatti un uomo che vale la pena conoscere e lo si può fare attraverso i suoi libri: se la scrittura non ci conquista, difficilmente ci lascerà indifferente l’uomo che ne è autore. Ecco perché in questi giorni sono tante le condivisioni sul web, segno del fatto che la lettura, sebbene possa sembrare una mera attività solitaria, è invece capace di far avvicinare le persone, permettendo loro di condividere uno stesso romanzo e allo stesso tempo di immaginarne, tra le righe, mille diverse prosecuzioni. Con un solo libro, gli scrittori che più amiamo condividono con noi lettori i frutti della loro creazione letteraria e della loro ricerca artistica, regalandoci di fatto molto di più: la possibilità di immaginare, di fantasticare, di mettere in pausa la nostra quotidianità. Questa faticosa quarantena ce lo sta dimostrando ogni giorno di più! È dunque pensando ai benefici della lettura, che anche noi de La Chiave di Sophia vogliamo omaggiare lo scrittore Luis Sepúlveda; e quale modo migliore per farlo se non proponendovi quelle pagine che con tanta maestria ci ha regalato? Ecco a voi qualche consiglio di lettura.

 

il-vecchio-che-leggeva-romanzi-d-amore-chiave-di-sophiaIl vecchio che leggeva romanzi d’amore

Antonio José Bolivar Proaño vive ai margini della foresta amazzonica ecuadoriana. La vita non è stata semplice per lui, e tutto ciò che gli rimane è custodito nella capanna in riva al grande fiume: un dipinto che lo ritrae insieme alla moglie e alcuni romanzi d’amore, quelli in cui trova conforto e pace. Un viaggio poetico e suggestivo nei meandri della foresta amazzonica, attraverso gli occhi di un uomo che si nutre di storie e vive nel rispetto della natura e dei suoi segreti.

 

storia-di-un-gatto-e-del-topo-che-divento-suo-amico-libro-chiave-sophiaStoria di un gatto e del topo che diventò suo amico
Età di lettura: dagli 8 anni

Un racconto di una straordinaria amicizia tra due animaletti così diversi tra loro. Qui il gatto di turno non vuole papparsi nessun topo, così come il topolino non vuole scappare da nessun feroce felino. Non appena faranno conoscenza l’uno dell’altro, i due stringeranno infatti un autentico legame, facendosi reciprocamente compagnia, supportandosi con costanza e condividendo i momenti della quotidianità che altrimenti sarebbe piatta e senza gioie. Un racconto dolce e veloce da leggere, adatto tanto ai più piccoli, se letto loro dai genitori, quanto ai più grandicelli. A proposito delle sue favole, lo scrittore cileno disse che «come in quelle antiche, nelle mie favole sono sempre protagonisti animali e questo ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio». 

 

3762570Il mondo alla fine del mondo

Una nave giapponese ha perso parte dell’equipaggio nei mari del Cile e ha subito dei danni. Un giornalista esule cileno legato a Greenpeace decide di tornare nel suo Paese per seguire il caso e scopre che l’imbarcazione stava praticando illegalmente la caccia ai cetacei. Un romanzo breve e avventuroso da cui emerge tutta la passione ecologista dello scrittore cileno. Consigliato a chi già crede in questi valori ma soprattutto a chi ancora non sa di crederci.

 

Sstoria-lumaca-scopri-importanza-lentezza-audiolibro-chiave-sophiatoria di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza
Audiolibro, durata 1h 10min

Quale periodo migliore per scoprire la magia degli audiolibri, come sottofondo alle faccende domestiche o per intrattenere i vostri bambini? Disponibile gratuitamente anche online, questa storia vi farà compagnia per un’oretta, facendovi riflettere ancora una volta sull’importanza della nostra percezione e gestione del tempo.

 

Siamo sicuri che in molti in questi giorni hanno comprato o rispolverato da uno scaffale un libro di Sepúlveda e siamo sicuri che questo, ancora una volta, ci farà sentire un po’ più vicini. Non ci resta che augurarvi buone letture e buon ascolto!

 

La Redazione

 

[Photo credits Wikipedia]

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Una citazione per voi: Protagora e la misura di tutte le cose

 

• L’UOMO È MISURA DI TUTTE LE COSE; DELLE COSE CHE SONO IN QUANTO SONO, DELLE COSE CHE NON SONO IN QUANTO NON SONO •

 

La seguente citazione è attribuita al filosofo Protagora, nato ad Abdera (Tracia) circa nel 490 a.C., morto verso la fine del 400 a.C.

Protagora fu un sofista: i sofisti sono stati i primi docenti a pagamento della storia, che insegnavano ai giovani dotti (e benestanti) della Atene dell’epoca come si parla in pubblico. Saper discorrere nell’agorà era un requisito fondamentale, dato che la polis greca, in età periclea, era caratterizzata dalla partecipazione politica dei cittadini, che intervenivano su questioni di ordine pubblico e dovevano possedere l’eloquenza, l’arte della retorica, saper convincere l’uditorio e saper proverbialmente “portare acqua al proprio mulino”.

Ma, se i sofisti furono giudicati negativamente da alcuni loro contemporanei (tra cui Socrate) e dai posteri, poiché non insegnavano a raggiungere la verità o la retta conoscenza, bensì unicamente a far prevalere la propria idea, giusta o sbagliata che fosse, essi hanno tuttavia avuto il merito di aver posto l’uomo al centro della loro speculazione.

È proprio questo il senso della citazione di Protagora, un frammento (nessuna delle sue opere è giunta integralmente fino a noi) contenuto probabilmente in un suo scritto intitolato La verità. Discorsi demolitori. Si afferma che l’essere umano è misura (in greco to métron ossia ‘il metro’) di tutte le cose, in quanto è l’arbitro, il criterio di giudizio per ogni decisione. Il punto di vista umano, dunque, è un caposaldo al quale bisogna fare riferimento, attenendosi ai suoi limiti e criteri.

Alla citazione sono state date anche altre tre diverse interpretazioni, che dipendono dal senso attribuibile alla parola ‘uomo’. L’uomo è l’individuo singolo al quale le cose appaiono a seconda del suo sentire soggettivo. Ma l’uomo può anche essere inteso come ‘umanità’: il genere umano ha una sua peculiare forma mentis che differisce da quella, ad esempio, degli animali, e di conseguenza valuta il mondo alla sua maniera. Infine, ogni uomo è anche il rappresentante del suo popolo e della sua cultura, quindi giudica le cose a seconda dei suoi usi e costumi (relativismo culturale). 

Emerge in ogni caso una concezione relativistica: l’uomo giudica ciò che è reale e ciò che non lo è, e ogni credenza, abitudine, dettame sociale, politico o culturale, è frutto di un contesto umano e va valutato secondo quel contesto.

 

Francesca Plesnizer

 

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Per una quarantena culturale: i nostri consigli di lettura

In questi giorni di emergenza sanitaria molti di voi, costretti a cambiare le proprie abitudini, si saranno chiesti come trascorrere le lunghe giornate di quarantena, rendendole produttive e abbattendo la noia. È difficile accettare di non poter uscire, di non vedere gli amici, di non farsi quel week-end in montagna che avevamo desiderato con grande intensità, tanto che qualcuno avrà avuto la percezione di essere oppresso e chiuso tra le quattro pareti domestiche.

Noi di La Chiave di Sophia ci siamo impegnati per aiutarvi a rispettare il motto #iorestoacasa e allo stesso tempo per rendere il vostro tempo significativo e, chissà, magari per scoprire passioni da molto tempo sepolte. Per questo vi proponiamo una selezione di libri da leggere in questo periodo, suddivisi in tre grandi categorie: Il piacere dei classici, Viaggiare con la mente, Un momento di introspezione.

 

Il piacere dei classici

classiciLa classicità, ispirazione del pensiero universale e maestra di vita, può darci il giusto sostegno  in un momento difficile, spingendoci a riscoprire il nostro passato, attraverso personaggi che hanno il sapore dell’uomo contemporaneo. Se amate il filone del fantastico sicuramente fa per voi la trilogia di Italo Calvino I nostri antenati: Il visconte dimezzato, il barone rampante e il cavaliere inesistente, che induce a leggere i difetti e i vizi dell’uomo, attraverso metafore fortemente allegoriche. Dal tema del doppio al conflitto tra istinto e ragione, il tutto condito da immagini che rimandano ad un tempo che fu.

Per chi, invece, predilige i racconti brevi, ma non per questo meno profondi, è consigliata la lettura di La botique del mistero di Dino Buzzati, una selezione dei migliori scritti dell’autore, che rimanda ai nostri comportamenti quotidiani, specchio delle debolezze e delle paure di ognuno di noi.

Infine chi ama affrontare i conflitti tra sentimento e ruolo sociale, tra passione e vita borghese può immergersi in Camera con Vista di Edward Morgan Forster, ambientata nell’epoca vittoriana e incentrata sulla storia di Lucy Honeychurch, giovane ragazza intenta alle convenzioni sociali, costretta ad affrontare la lacerazione tra la propria emotività e il perbenismo borghese.

 

Viaggiare con la mente

viaggioSe in questo periodo non si può viaggiare fisicamente, nessuno ci vieta di farlo con la mente! Vi consigliamo a questo proposito Aleph di Paulo Cohelo, che ci fa camminare attraverso il percorso della Transiberiana, tra Africa, Europa e Asia, per arrivare a scoprire il vero viaggio, che è in fondo quello dentro noi stessi. Una sorta di diario di bordo che può aiutarci ad ampliare i nostri orizzonti, in un percorso a tappe, come è in fondo la vita di ognuno.

Ma sul tema del viaggio, questa volta di stampo onirico, non può mancare l’opera IQ84 di Haruki Murakami, vero e proprio capolavoro dello scrittore giapponese, che intreccia due universi paralleli, abbattendo le barriere fisiche tra la realtà e il sogno. Chi ci assicura che il mondo in cui viviamo è davvero quello reale? E se invece esistesse un luogo altro, in cui le leggi in cui crediamo vengono meno? Non resta che provare a viaggiare oltre la nostra quotidianità e vedere quello che si può scoprire.

 

Un momento di introspezione

introspezioneLa riflessione e l’introspezione in un momento di gravità pubblica e di estrema emergenza gioca una certa importanza, per questo abbiamo pensato di consigliarvi Lettere contro la Guerra di Tiziano Terzani, che a partire da un evento drammatico quale l’11 Settembre 2001, spinge a mettere da parte l’odio, il rancore verso il prossimo e a riflettere sul senso di umanità, sull’uomo e sulla necessità di un equilibrio con sé e con chi gli sta difronte. È inutile accanirsi gli uni contro gli altri, ci insegna Terzani, ma bisogna tentare di comprendere per poter ricostruire una società migliore, di pensare a cause e conseguenze, di aprirci verso il prossimo.

In alternativa, se faticate ad uscire dagli schemi e a cambiare le vostre abitudini in un momento in cui la necessità ve lo impone, non c’è lettura migliore che Per dieci minuti di Chiara Gamberale, un romanzo che spinge a sforzarsi a combattere le proprie rigidezze e a guardare il mondo con altri occhi, passo dopo passo. Provate anche voi a fare per soli dieci minuti alcune attività mai prima sperimentate e riuscirete forse a capire meglio il vostro io e a lasciarvi andare.

Infine, la ricerca delle proprie origini è un sentimento che nasce da un’esigenza di scoperta, legata alla propria identità e all’ esistenza. Una buona lettura a questo proposito può essere Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci, un romanzo in cui la scrittrice indaga le proprie radici, ricostruendo la storia e la vita dei suoi nonni e dei suoi antenati.

 

Anna Tieppo

 

[immagine tratta da unsplash.com]

 

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Una citazione per voi: Cartesio e il dubbio sulla realtà

 

• COGITO ERGO SUM •

 

Cartesio (1596 – 1650) esprime questa formula all’interno di alcune sue opere – ricordiamo in particolare il Discorso sul metodo, prima pubblicazione del filosofo, del 1637.

La strategia che utilizza è quella del famoso «dubbio iperbolico» o «radicale», che rimette in discussione tutte le certezza che i filosofi precedenti avevano radicato: Dio, l’anima, il mondo; per questo, con Cartesio, si può parlare di un vero e proprio “nuovo inizio” della storia del pensiero.

Il filosofo riflette sul fatto che potremmo essere ingannati in merito alle nostre certezze: potrebbe esistere, infatti, un «demone maligno» che ci faccia credere come indubitabile ciò che in realtà non lo è (quindi anche le certezze matematiche). Per questo è necessario dubitare di tutto e utilizzare questo dubbio come metodo di ricerca della verità. Nella seconda delle Meditazioni metafisiche (1641), Cartesio illustra la prima certezza che si può trarre attraverso questo metodo: la mia esistenza è condizione di questo dubbio, perché io possa pensare devo necessariamente esistere. Quindi, potrò dubitare di tutto ma non del fatto che dubito (e quindi che penso), di qui la famosa frase «cogito ergo sum»: penso quindi esisto. Il fatto che dubito persiste come verità perché se volessi mettere in discussione l’esistenza del dubbio, ciò sarebbe possibile solo tramite un ulteriore dubbio: esso non è aggirabile. Tramite questo metodo, quindi, Cartesio ricava la prima sostanza del suo sistema filosofico: la res cogitans.

È fondamentale sottolineare come «cogito ergo sum» non rappresenti una dimostrazione: il «sum» non è dedotto dal «cogito», piuttosto è la condizione stessa del pensare. Questo significa che «ergo» non ha il classico significato dei sillogismi, proprio perché non si tratta di un ragionamento che deduce conclusioni da premesse; «cogito» e «sum» rappresentano, piuttosto, un unico atto di conoscenza: pensare significa immediatamente esistere. Altrettanto importante è affermare come il fatto che io esista, per Cartesio, non significa immediatamente che io possegga un corpo; il meccanismo che abbiamo appena mostrato, infatti, permette di ricavare solo l’esistenza del mio pensiero.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

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