Da Aristotele a Hitchcock: emozione e catarsi nel cinema

Le luci si spengono, ognuno si cala nel buio e dimentica sé stesso, lasciandosi coinvolgere in qualcosa di altro; è questo momento che suggella il patto di simbiosi e solidarietà tra protagonisti ed osservatore, l’estraniamento da sé e il coinvolgimento nella rappresentazione si sviluppa un fotogramma alla volta. Lo spettatore diventa osservatore muto e privilegiato, il suo punto di vista si ancora a quello della macchina da presa guidata dall’intenzione del regista, le sue emozioni si legano a quelle evocate dall’opera.

Rispetto al teatro, il cinema conferisce consistenza fisica alla quarta parete, senza per questo sbilanciare il rapporto con la rappresentazione verso il distacco, anzi rendendo possibili nuovi livelli di immedesimazione e di esperienza, accompagnando lo sguardo verso un dettaglio, amplificando le impressioni giocando con inquadrature e gamme cromatiche; lo schermo cinematografico si rivela un filtro, una lente attraverso cui convogliare l’attenzione e gli sguardi. Come la tragedia nel teatro nell’epoca classica, anche il cinema nell’epoca contemporanea, seppure con modalità e strumenti differenti, rievoca elementi che pongono l’uomo al cospetto della propria fragilità.

L’opera teatrale classica camminava sul filo tra phobos ed éleos, timore e compassione, in un equilibrio fragile verso la meta della catarsi, evitando un eccesso dell’uno quanto dell’altro che comprometterebbe la funzione riequilibratrice dell’opera – che soltanto la giusta combinazione di intensità di timore e compassione garantisce, come illustrava Aristotele nella Poetica. D’altro canto, il genio creativo esplora da sempre gli estremi e scava in ciò che l’uomo più desidera e ciò che più teme e fugge, dalla morte alla passione irrazionale, alla follia, all’orrore e all’estasi. Per Alfred Hitchcock il cinema attrae «per vedere la vita riflessa sullo schermo» ma «non il tipo di vita che viviamo tutti i giorni, oppure la stessa vita ma con una differenza; la differenza consiste in sconvolgimenti emotivi che chiamiamo, per convenienza, “brividi”».

L’opera cinematografica è meno rigidamente strutturata rispetto alla tragedia classica che invece riproduceva uno schema preciso scandito in prologo, parodo, epeisòdia, stasimi ed esodo; manca nel cinema anche il coro, metafora di morale del teatro classico, e il senso resta implicito, lasciato all’interpretazione individuale o in parte affidato ad una voce narrante. Tuttavia, anche nel cinema il ruolo della musica si affianca a quello della recitazione: la colonna sonora di un film è parte integrante dell’opera, e come il suono dell’aulos sfruttava il suo impatto emotivo per sottolineare la drammaticità della scena, gli strumenti d’orchestra e le loro complesse interazioni codificano emozioni, le amplificano ed orientano lo spettatore rendendo l’opera completa.

Nonostante le differenze la settima arte non solo mantiene quel doppio piacere, artistico e catartico, proprio del teatro classico, ma recupera elementi in particolare dalle indicazioni aristoteliche. La produzione cinematografica hitchcockiana ne è un esempio, grazie al frequente ricorso all’unità d’azione, di luogo e di tempo rintracciabili in opere come Delitto perfetto, Nodo alla gola e La finestra sul cortile ed alla stessa suspense che la caratterizza, che non è che la combinazione tra phobos ed éleos, variamente bilanciati. Ne Gli uccelli, ad esempio, protagonista è la paura, mentre ne L’uomo che sapeva troppo la suspense tende più alla componente empatica dell’éleos, senza per questo allentare la tensione fino allo scioglimento positivo. È lo stesso Hitchcock peraltro ad attribuire ai “brividi” ricercati nel cinema una funzione terapeutica e liberatoria. Tanto il cinema quanto il teatro in fondo sono rappresentazioni, simulazioni di esperienza in cui lo spettatore si cala, entrambi giocano sul filo delle emozioni e le evocano, ed entrambi sono in grado di imprimere sensazioni e riflessioni. Il piano di maggior libertà su cui il cinema si muove non ne pregiudica la funzione catartica, ma ne amplia semmai i suoi orizzonti e quelli di esplorazione del piacere artistico. Scena dopo scena, tra empatia e distacco, la distanza si modula in un delicato gioco di equilibri fino a risolversi e concludersi nei titoli di coda e allentare il legame.

Il piacere artistico che deriva dalla fruizione di un’opera di qualità è in grado di creare una esperienza emozionale che è capace di coinvolgere nella giusta misura e lasciare un segno. È il piacere dell’esplorazione protetta di emozioni nuove ed intense, ed è allo stesso tempo la sensazione di liberazione dall’irrazionale, dalle emozioni e dagli impulsi che si tende a respingere nella vita reale e che la rielaborazione delle impressioni che lo hanno ispirato permette di sciogliere, liberare.

 

Desiré Sorrentino

Desiré Sorrentino, molisana classe 1999, torinese di adozione, studia Scienze Politiche e Sociali presso l’Università degli Studi di Torino. Scrivere è il suo personale modo per rapportarsi con la realtà, descriverla ed indagarla, i libri i suoi inseparabili compagni di strada, il cinema il suo appuntamento al buio, l’arte, la filosofia, la storia e le lingue straniere le sue terre da esplorare. Dal 2019 gestisce Periergos.org, un piccolo blog di approfondimento su temi di attualità e cultura. Nel tempo libero cerca di convincere i suoi amici dell’esistenza del Molise e di barcamenarsi nel dialetto piemontese.

[In copertina: antico teatro di Taormina. Photo credits Alexis Subias su unsplash.com]

La vita è un’illusione (digitale)

Un tempo i filosofi si facevano domande che oggi, probabilmente proprio grazie alle loro risposte o perlomeno ai loro tentativi, non ci facciamo più. Se Descartes nel Seicento passava i suoi pomeriggi a cercare di dimostrare razionalmente la nostra esistenza, noi, se va bene, ci limitiamo a maledirla. Cogito ergo sum, “Penso dunque sono” è una formula che se non esistesse bisognerebbe inventare, perché come si fa a dubitare del fatto di dubitare di esistere? Non si può, questa certezza dimostra che stiamo facendo qualcosa e quindi, per farla, esistiamo. Fantastico.

Anche noi, però, trascorriamo dei pomeriggi avventurosi, spess05o con lo smartphone in mano – gli ultimi dati disponibili ci raccontano di un popolo, parlo di quello italiano, che passa in media sei ore al giorno online di cui ben due sui social network. Senza questa specie di prolungamento digitale di noi stessi, letteralmente attaccato al nostro corpo (io lo tengo sempre nella tasca davanti dei pantaloni), non sapremmo più come vivere, ovvero comunicare, sapere, consumare. Il gesto più comune che ci ritroviamo a fare durante le nostre giornate è appunto digitare. Viene spontaneo perciò pensare a un aggiornamento del “Penso dunque sono” con “Digito dunque sono”. In che senso però digitare darebbe la misura della nostra esistenza? In realtà digitare non basta, direi addirittura che – anche se non tanto per esistere quanto per sentirci esistere – non serve a nulla se in cambio non otteniamo la reazione altrui (like, commenti, condivisioni). La formula più corretta con cui tentare di descrivere i nostri tempi è per cui “Digito dunque siamo”. L’essere umano ha ovviamente sempre avuto bisogno dello sguardo altrui, del suo riconoscimento, nel bene e nel male, per sentirsi esistere, ma oggi questo “sguardo” (metamorfosatosi in like) è ancora più essenziale per la costruzione della sua stessa identità, del sé, del suo modo di esistere. Naturalmente, non è che venga realmente meno la nostra esistenza, rimaniamo vivi e sentiamo di esserlo anche senza postarlo ed essere riconosciuti come tali attraverso i social network, ma qualcosa viene a mancare. E questo qualcosa è la “dignità” d’esistenza, più che l’esistenza stessa. Far esistere qualcosa (un’esperienza, una vacanza o un concerto) senza condividerla sui social oggi è come non averla fatta.      

Nel libretto che ho intitolato, appunto, Digito dunque siamo, parlo di tutti noi, di come i nostri comportamenti stiano cambiando a causa dell’utilizzo pervasivo dei media digitali. È in atto, che lo si voglia vedere o no, una vera e propria riprogrammazione emotiva che porta con sé gigantesche illusioni che vorrebbero farci credere che grazie all’iperconnessione a cui siamo costantemente esposti stia aumentando, con la possibilità di comunicare in ogni momento e in ogni luogo, anche l’empatia e la partecipazione tra gli esseri umani. Purtroppo non è così, perché, nella maggior parte dei casi inconsapevolmente, i nostri slanci di empatia e partecipazione sono subordinati al meccanismo egoriferito del social network, che ci premia a ogni nostro click o segno digitale che lasciamo online. Postare gli auguri sulla bacheca di un “amico” virtuale (il cui compleanno ci è stato prontamente ricordato da una notifica), firmare una petizione online o esprimere un’opinione sul fatto del giorno non ci rende più umani, nel senso di empatici e partecipi, ma solo più succubi di un ego che, per sentirsi vivo, ha sempre più bisogno di riconoscimento pubblico. Insomma, siamo diventati più narcisisti perché abbiamo trovato lo strumento ideale per manifestare questa tendenza, e al contempo abbiamo sottratto terreno alla nostra parte più “umana”, se con questo termine intendiamo la capacità di comprensione, di immedesimazione, l’altruismo. La magia del digitale è tuttavia quella di farci credere, dentro di noi, esattamente il contrario.

Eh sì, il digitale ci sta cambiando, cambia il nostro modo di pensare, sentire, comunicare, informarci, conoscere, volere. Cambia le nostre idee di felicità, di desiderio, di realizzazione. Riprogramma le nostre esistenze, donandoci una nuova identità scissa e continuamente ricomposta tra online e offline. Ma cambiare è normale, tutto cambia, sempre, in continuazione. Certo, sta a noi accogliere il cambiamento e valutarne gli effetti sulle nostre vite. E tuttavia ci è praticamente impossibile non cambiare insieme al mondo in quest’unica direzione che chiamo, provocatoriamente, “disumanizzante”. Se la storia imbocca una strada chi ha la forza di resisterle e cambiare, da solo, rotta? Parlando più concretamente: chi di voi può permettersi di non avere uno smartphone? Quasi nessuno.

Sapere che viviamo in un’illusione. È questa l’unica arma per resistere alla “disumanizzazione” digitale. 

 

Stefano Scrima

 

Scrittore e filosofo, ha analizzato gli effetti del digitale, e in particolare dei social network, sulla vita delle persone attraverso due saggi editi da Castelvecchi: Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali (2019) e Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (2018). Fra gli altri suoi libri: Filosofi all’Inferno. Il lato oscuro della saggezza (il melangolo, 2019); L’arte di soffrire. La vita malinconica (Stampa Alternativa, 2018) e Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (il melangolo, 2017).

[L’immagine di copertina del presente articolo è tratta dalla copertina del libro Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali (2019) su concessione dell’autore]

COVID-19: cosa lascia delle nostre case?

Tra il XIV e il XV secolo, come diretta conseguenza delle drammatiche epidemie di peste che afflissero l’Europa, a Venezia vennero istituiti i primi provvedimenti volti a ridurre le possibilità di contagio nei territori della Repubblica1. Fu nello stesso periodo che nacque il primo lazzaretto, edificato sull’isola di Santa Maria di Nazareth (poi Lazzaretto Vecchio), un luogo in cui confinare persone, merci, animali sospetti per quaranta giorni, in una forma di isolamento forzato preventivo, detto, per l’appunto, quarantena. Attuando una curiosa simmetria, le misure introdotte dai diversi Dpcm dall’8 marzo in poi in merito all’emergenza COVID-192 ci costringono (giustamente) a domicilio per una trentina di giorni: il lazzaretto, in un certo senso, è oggi casa nostra.

La Cina ha comunicato al mondo di aver superato il picco dell’epidemia e rimbalza su alcune testate giornalistiche la notizia per cui al termine della quarantena, in una città cinese, si sarebbe registrato un insolito picco di divorzi3. Non voglio entrare nel merito della questione (pur reputandola quantomeno interessante), ma l’idea di rimanere chiuso tra le mura domestiche mi ha portato a riflettere sul ruolo della casa nella nostra vita, sul rapporto tra questi due luoghi dell’anima e sui nuovi equilibri che, proprio in ragione dell’attuale pandemia, verranno almeno momentaneamente a configurarsi.

In questi giorni in cui muri e barriere vengono eretti dove prima avevamo libero passaggio, il concetto di vita diventa improvvisamente centrale e il concetto di fine vita non riguarda più solo gli ospedali e le cure palliative, ma entra con forza nelle nostre case, nei nostri moderni lazzaretti, accompagnato dai bollettini di guerra e dalle nostre paure. Durante questa guerra, COVID-19 ci dimostra quanto siamo fragili, quanto fragile è il mondo che abbiamo costruito e quanto più dimostra di esserlo quello virtuale, perché nei reparti degli ospedali non un solo modesto abbraccio potrebbe arrivare con il 5G, nelle terapie intensive in cui oggi si muore isolati, lontani da casa, dalla propria vita.

Ci troviamo in contumacia, piegati alle (e dalle) regole della medicina preventiva, la medicina dei calcoli probabilistici e delle costanti, sopraffatti dall’impotenza causata da un virus, un organismo del mondo invisibile, decine di migliaia di volte più piccolo di quanto noi riusciamo a vedere ad occhio nudo, di quanto riusciamo a percepire come reale. Al riparo nelle nostre case, ci rendiamo conto di quanto possa essere rapido perdere anche quei diritti che, nel nostro occidente, diamo per intangibili: il diritto alla vita, alla libertà personale, al lavoro. Siamo spogliati di tutto questo e, forse, resi l’un l’altro più simili.

Nell’emergenza siamo costretti a riflettere su noi stessi, sulle nostre posizioni politiche e sociali, sul mondo che stiamo costruendo, osservando come sia facile passare dal respingere all’essere respinti, dalle discussioni dei vaccini nei salotti televisivi a cercarne disperatamente uno, dalle percentuali di una manovra economica alla realtà di un sistema sanitario depauperato ed esausto.

COVID-19 ha acceso una luce all’interno delle nostre case. Ha sollevato i nostri tappeti e frugato nell’intimità dei nostri cassetti. E quindi, forse, quella che poteva sembrare una piccola crepa, adesso che è illuminata si mostra nella sua interezza. Ed è tale nuova consapevolezza che, nostro malgrado, scuote la nostra vita alle fondamenta, svuotando la nostra casa delle certezze degli affetti, della libertà e del lavoro, esponendola al duro confronto con ogni crepa che sino ad ora abbiamo potuto ignorare.

È chiaro che lavar(sene) le mani non è più sufficiente, ci ricordiamo che “siamo tutti contingenti”, come era solita ripetere la professoressa di Filosofia del Liceo, ma è proprio tale condizione che ci consente di riflettere su una ulteriore emergenza, che riguarda quanto conosciamo la nostra casa, intesa anche come casa della collettività, come vogliamo ripararla e come ne immaginiamo il futuro.

 

Lorenzo Spadotto

Medico Chirurgo, sono laureato in Medicina e Chirurgia e per la maggior parte del mio tempo lotto costantemente per avere più tempo a disposizione per nuovi progetti e nuove sfide. Svolgo correntemente la professione medica presso diverse strutture in cui mi occupo di medicina generale e medicina estetica. Mi occupo per passione di formazione in campo medico per sanitari e non sanitari. Ho un archivio pieno di idee non realizzate, ma tutte mi hanno insegnato qualcosa.

 

NOTE
1. “Lo spavento fu tale che, per paura del contagio, il padre non voleva andare dal figlio né il figlio dal padre, ma si fece l’impossibile per frenare l’epidemia”, A. ZORZI, La Repubblica del Leone, Storia di Venezia, Bompiani, 2016, p.177.
2. COVID19 = coronavirus disease 2019; SARS-CoV-2 =Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2

3. Chinese city experiencing a divorce peak as a repercussion of COVID-19, Global Times, 7 marzo 2020.

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Immanuel Kant, l’Illuminismo e il coraggio

Quando nel 1784 scrisse Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?, Kant non pensava probabilmente di essere così pervicace nel tempo. Con questo saggio pubblicato sulla rivista tedesca Berlinische Monatsschrift si poneva il compito – seppur arduo – di rivolgersi direttamente ai suoi lettori, in modo da far comprendere loro con chiarezza che cosa fosse l’Illuminismo. In effetti queste poche pagine rivelano rigo dopo rigo una densità e una complessità concettuale di indiscutibile valore e attualità.

I concetti sono chiari, le parole cesellate in perfetto stile kantiano, le immagini metaforiche opportunamente pensate e sviluppate. Insomma, l’indiscutibile tocco del maestro capace di far comprendere tutto a tutti con chiarezza e precisione (perché il più grande pregio sta nell’essere semplici).

Ed è probabilmente per questo motivo che Kant esordisce subito con una definizione, proprio per farsi capire da tutti:

«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’Illuminismo»1.

Kant insegna anche quando non vuole insegnare: l’uomo può essere maggiorenne o restare minorenne, ma non banalmente per età, piuttosto per intelligenza. Dotati per natura di intelligenza, dobbiamo scegliere per decidere se usarla da sé o sotto la guida di un altro. Proprio come avviene nella vita, fino ad una certa età, è bene (e utile) farsi aiutare dagli altri, in particolar modo da chi è più grande di noi, perché più maturo, più esperto, più capace; giunto però innanzi con l’età devo scegliere di far da me, anche se mi può capitare di sbagliare. Restare sottomessi alla volontà e all’intelligenza degli altri, quando ormai è giunto il momento di voler fare da soli, proprio non va bene!

Allora, dov’è il problema? Non siamo capaci di scegliere? Non siamo cresciuti? No, semplicemente non abbiamo coraggio. Abbiamo paura di osare. Non abbiamo il coraggio di essere intelligenti, cioè di farne la nostra essenza. Questo sapere aude, che Kant indica come il motto dell’Illuminismo, rivela un fascino tutto da spendere, e forse oggi ancora di più, perché – aggiunge Kant – «pigrizia e volontà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dell’altrui guida, rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita; e per cui riesce tanto facile sugli altri erigersi a loro tutori. È così comodo essere minorenni!»2.

È comodo restare minorenni come stato esistenziale, perché c’è sempre qualcuno che si ergerà a nostro tutore e che sceglierà per noi, senza che ci si debba sforzare. Non pensiamo, non ci assumiamo responsabilità, non ci preoccupiamo di nulla, tanto ci sarà qualcun altro che lo farà per noi. Questo lavoro difficile e “pericoloso” lo farà qualcuno che benevolmente si sostituirà a noi «dopo aver accuratamente impedito che queste placide creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate»3.

Eppure, cadendo di qua e di là – come fanno i bambini –, in breve tempo potremmo imparare a camminare da soli. Un po’ di spavento varrà la fatica e lo sforzo dell’impresa! Tuttavia c’è chi ama questi ceppi. C’è chi è realmente incapace di servirsi della propria intelligenza, non avendo mai avuto la possibilità o l’occasione di metterla alla prova.

Questo processo di emancipazione dalla minorità Kant lo definisce aufklärung, come una “uscita”, una modificazione del preesistente rapporto tra autorità e volontà di usare la nostra ragione. Siamo responsabili della nostra minorità, da cui possiamo uscire solo grazie ad un cambiamento che dobbiamo operare su noi stessi. Un atto di coraggio personale e collettivo, un cambiamento storico. Certo, se si è “pezzi di una macchina” bisognerà pur svolgere un ruolo nella società, adattando la propria ragione a determinate circostanze, ma quando non siamo “pezzi di una macchina” l’uso della ragione deve essere libero. Anche perché un uso illegittimo della ragione (propria ed altrui) genera illusione, dogmatismo.

Ed è in linea con tale logica operativa che Kant affronta il problema. Aufklärung è dunque un ethos di critica permanente del nostro essere storico. È un attualissimo filosofare del limite, un geniale atteggiamento maieutico del pensare in travaglio, una “chiarificazione”sulla nostra fragilità.

 

Lia De Marco

Laureata in filosofia presso l’Università degli Studi di Bari, abilitata in diverse classi di concorso per l’insegnamento nelle scuole superiori di I° e II° grado, ha insegnato dal 1999 in numerosi licei della Puglia. Attualmente è docente di filosofia e storia presso il Liceo “G. Bianchi Dottula” di Bari. Già progettista formativo ed europrogettista, ha maturato un’ampia esperienza nel campo della formazione professionale. Componente del gruppo Buone Prassi della Società Filosofica Italiana (S.F.I.) – Sezione di Bari, si occupa di sperimentazione di attività di didattica integrata della filosofia. Promuove ed organizza eventi culturali e collabora con diverse riviste specialistiche.

 

NOTE:
1. I. Kant, Che cos’è l’Illuminismo, Mimesis, Milano-Udine 2012, p. 9.
1. Ibidem.
I. Kant, op. cit., p. 10.

[Photo credits Marty Finney su unsplash.com]

Riflessione sull’importanza di educare al dolore

In principio era il thauma, e chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la filosofia classica di certo non esiterebbe a chiamare in causa l’Aristotele della Metafisica ed il Socrate platonico del Teeteto. A detta di questi, stando alla fortunata interpretazione severiniana, la filosofia, l’arte del pensiero nascerebbe dal “terrore” dell’uomo per l’asprezza di un’esistenza instancabilmente minacciata da dolore, tormento e sofferenza, scaturirebbe dalla presa di coscienza della propria miseria dinanzi ad una realtà instabile e sconosciuta, dei propri limiti e delle proprie debolezze (se anche non si condividesse la posizione di Severino, chi mai potrebbe negare che la “meraviglia”, termine con cui tradizionalmente viene tradotto thauma, sottende un profondo e velato senso d’angoscia?). L’io indeterminato dei primi uomini, allo scontro con un mondo in apparenza ostile, viene così spronato all’autenticazione del sé e alla comprensione dei rapporti con l’altro e la natura, intrecciando dialoghi di reciproco coinvolgimento.

Ora, uscendo dalle semplicistiche categorizzazioni delle scienze, non si converrebbe con difficoltà che quelle “protofilosofie” originarie che, nella forma del mito, del rito, delle narrazioni visive o musicali, contenevano in nuce le prime forme di pensiero filosofico e che in forza di questo avevano permesso all’uomo di raggiungere un certo grado di autocoscienza derivano dalla sopraddetta inquietudine. Le pitture rupestri di Lascaux o Altamira, le vicende di dèi e semidei della letteratura cosmogonica, raccolte nell’atmosfera unificante e sacrale delle celebrazioni religiose, ordinarono un repertorio di immagini e racconti che descrivevano i profili degli enti della realtà, il senso divino del loro mutamento, i comportamenti da seguire per garantire la sopravvivenza del singolo e della comunità, anch’essa sorta come risposta all’orrorequell’orror» leopardiano «che primo / contra l’empia natura / strinse i mortali in social catena»). È dunque l’intera umanità che costruisce se stessa sulle fondamenta del thauma originario, e che in questa sua violenta nascita ravvisa il senso prettamente umano della propria miseria.

Che dire, a questo punto, dell’atteggiamento dell’uomo contemporaneo? Il diffuso consumo di droghe, fumo, alcol, psicofarmaci, la passiva fruizione di un flusso continuo di informazioni mediali e quella sorta di “trasumanar” odierno nel virtuale dei social network e delle realtà aumentate farebbero pensare ad un desiderio comunemente condiviso di seguire facili scorciatoie per fuggire il malessere esistenziale che è connaturato all’esistenza umana. Sono questi surrogati della salvezza un tempo promessa dagli idoli, immediati dispensatori di apparenti e inautentiche felicità non più assunti nel limite di norme morali o in specifici contesti situazionali (siano essi legati al campo medico o religioso come nel passato), ma abusati per soddisfare il solo bisogno di piacere imposto dall’odierna società edonista.

Che si tratti di mollezza o vigliaccheria o di una qualsiasi altra forma di vizio dell’animo non conta: sono anche queste pur sempre debolezze dell’uomo. Quel che non è tollerabile è la generale accondiscendenza ad una disumanizzazione di massa che vede la propria causa scatenante nell’incapacità di affrontare il thauma e nel non volerlo trattare con serietà e con strumenti adeguati. Educare al dolore, alla fragilità dell’essere uomo, forse altro motivo di vergogna nell’età della salda perfezione delle apparenze, non sarà allora anacronistico, ma più che mai necessario per un vivere autentico e cosciente che impedisca che il mondo e la storia accadano nell’indifferenza di tutti.

Già abbiamo a nostra disposizione un immenso inventario di armamenti: ogni opera d’arte, come quelle dei primordi, racchiudendo in sé una piccola parte dell’esperienza umana del mondo, propone modelli e anti-modelli per la gestione delle pratiche di vita. È però bene che il cadetto inesperto, per evitare che faccia cattivo uso del suo corredo militare, sia seguito passo passo da chi negli anni ha formato le proprie competenze maneggiando giustappunto quest’arsenale culturale. Saranno allora critici, divulgatori e, ancor di più, insegnanti ad essere chiamati come guide di questo progetto, e saranno i loro ruoli a dover essere, in questo senso, rivalutati e valorizzati dall’opinione pubblica. Vedere in essi dei semplici dispensatori di informazioni, attività che ormai, nell’era di Internet, puzza di obsolescenza, vale a preconizzarne la scomparsa, mentre negare la loro funzione educativa nell’affrontare le fragilità umane vanifica le tante discese agli inferi che, come quella dantesca, suggeriscono un inevitabile attraversamento del thauma per poter infine rinascere a nuova luce. «L’uomo è un apprendista, il dolore il suo maestro», ricorda Musset, e i funzionari della cultura, dopotutto, non sono che i loro mediatori.

 

Beatrice Magoga

 

Beatrice Magoga, opitergina della classe 1999, è iscritta alla facoltà di lettere e al conservatorio di Bologna. Ha partecipato come membro a rotazione della giuria della III edizione del concorso di poesia “Mario Bernardi” di Oderzo e ha collaborato come articolista con L’Azione Gazzetta filosofica.

[Photo credits unsplash.com]

Perché l’uomo compie il male in modo volontario?

Per secoli grandi filosofi e teologi si sono confrontati sulla vecchia domanda: Unde malum? Il loro fu un tentativo di giustificare Dio, l’Uno, l’Assoluto, trasformando le azioni umane malvagie in una colpa da ricercarsi nel peccato originale o nella degradazione di bene, come disquisiva già Plotino1, ma partecipante di un disegno divino da compiersi alla fine dei tempi, o in costruzione, mai comprensibile. Il male fu definito come inesistente. Non fecero di meglio i filosofi metafisici che, pur arrivando a vette razionali straordinarie, non seppero precisare la provenienza del male  relegandolo ad altrettanta degradazione finendo per assecondare la visione teologica.

Questo costante e incisivo supporto al male, attraverso la sua negazione, ha permesso la giustificazione costante di ogni atto malvagio fino a quello che viene definito da Hannah Arendt, il peggiore di tutti, cioè quell’atto che tentò di cancellare il concetto di uomo: il genocido nazista2. La seconda guerra mondiale, per questo,  fu una cesoia decisiva. La responsabilità umana e la libertà delle proprie scelte, che diventano azioni, doveva essere affrontata in modo diretto. Tutto ciò fu spinto dai lavori della Arendt che, attraverso il suo libro La banalità del male, Eichmann a Geruslamme, rivitalizzò l’interesse per un tema sempre scansato dai più. Seppur in modo involontario, la teorica politica tedesca obbligò a riprendere in mano il vecchio tema del male radicale di Kant e a svilupparlo in maniera moderna, fino a definirlo banale dando priorità alla questione della libertà e responsabilità3, ma anche a quello dell’incomprensibile, che si palesò  già nelle opere di Dostoevskij4 e di Schelling5.

Le varie diatribe e studi sorti  dagli anni Sessanta in poi, hanno portato ad una visione più ampia  del male. Attraverso gli esperimenti di Zimbardo e Milgram, messi a confronto con la filosofia e le teorie antiche – moderne, il male pare essere diviso in due grosse macro categorie: quella degli “istigatori” e quella dei “perpetratori” ed entrambi sono definiti come assolutamente liberi nell’attuazione delle proprie scelte. Gli “istigatori” sembrano essere  quelle persone che hanno una innata predisposizione al male. Non solo a compierlo in modo subdolo, ma attraendo individui e indirizzandoli a piacimento. Questo tipo di persone possono essere leader carismatici, ma possono essere anche persone comuni che agiscono all’interno del proprio ambito sociale, lavorativo e familiare6. Questi istigatori, però, non avrebbero forza, se ad agire non ci fossero altri, in maggior numero: i “perpetratori”. Essi, secondo Hannah Arendt e Joseph Conrad, non sono nient’altro che uomini comuni legati in modo viscerale alla vita come sua depauperazione; non hanno empatia, parlano per clichés, sono sprovvisti di pensiero critico e subordinati al sistema dominante, che sono felici di servire. Necessitano di fare parte di un gruppo, di essere riconosciuti e accettati a tutti i costi. Sono disposti a far qualunque cosa per perseguire il proprio interesse, vivono nell’autoinganno e non sanno stare con se stessi. La comunità umana è piena di questo tipo di personalità, mentre il numero degli istigatori pare essere inferiore. Ciò rappresenta una speranza ma anche una condanna. Il “maggior numero” può esser guidato verso una maggior coscienza di sé ma, allo stesso modo, essi sono più attratti da quell’oscuro che, all’interno del sistema umano, sembra essere una necessità. I soggetti che tendono alla scelta del bene sono pochi e spesso ostracizzati.  Il male, perciò, può essere controllato? Secondo Arendt, si: seguendo il modello socratico attraverso uno sviluppo della propria conoscenza del sé, cioè dialogo con se stessi, del pensiero critico, che apre le porte ad una capacità di giudizio di tipo kantiano tale da rendere il soggetto empatico, di mentalità aperta e disinteressato (cioè non ricercatore del proprio inter-esse ma di armonia) da ritrovare nel senso comune, cruciale per costruire una società libera e in equilibrio all’interno di una “necessità” che spinge inevitabilmente verso l’opposto7.

La risposta alla domanda dovrebbe essere, quindi: l’uomo compie il male perché sembra necessitato a prendere una decisione. La libertà pare essere il suo dramma e la sua opportunità. La sua scelta (responsabilità) è decisiva all’interno della mondanità. In quanto tale, il male morale potrebbe essere controllato ma egli è, allo stesso modo, costantemente in pericolo in quanto parte di un contesto “oscuro” imperscrutabile. Se per secoli, dunque, la risposta alla domanda sembrava essere “Necessità”, l’ago della bilancia, nel XX secolo, si è spostato su “Libertà”. Si potrà mai avere una risposta definitiva? Necessità O libertà oppure Libertà E Necessità?

 

Luca Cerardi

Luca Cerardi, 42 anni, docente di Lettere presso la scuola superiore di I grado di Grumolo delle Abbadesse (Vi). Laureato magistrale in Scienze filosofiche presso l’Università degli studi di Padova (2019) e in Storia, vecchio ordinamento, presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia (2004) con master in Educazione audiovisiva e multimediale presso l’Università degli Studi di Padova (2006). Maestro di batteria dal 2012 e musicista dal 1995 con esperienza nazionale – internazionale in produzione discografica, management, organizzazione eventi e concerti. Giornalista per il magazine statunitense Steel Notes Magazine in cui si occupa di far conoscere i musicisti sotto un profilo umano più che tecnico – musicale. Amante della natura, ha costruito un giardino “filosofico” su un vecchio campo coltivato intensivamente, bonificandolo. Attualmente impegnato nella specializzazione in consulenza filosofica e in filosofia per bambini (philosophy for children).

 

NOTE:
1. Cfr. Plotino, Enneadi, a cura di Giuseppe Faggin, Bompiani, Milano, 2010, p. 151.
2. Cfr. H. Arendt, Le origini del Totalitarismo, Introduzione di Alberto Martinelli, Edizioni di comunità, Milano, 1996, p. 628.
3. Cfr. I. Kant, La religione nei limiti della ragione, a cura di Vincenzo Cicero e Massimo Roncoroni, Rusconi libri, Milano, 1996, p. 19.
4. Cfr. S. Forti, I nuovi demoni. Ripensare oggi  male e potere, Feltrinelli, Milano, 2012, p. 142.
5. Cfr. H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1927-1975 e altre testimonianze, Einaudi, Torino, 2007, p. 16.
6. Cfr. M. Ravenna, Quando individui ordinari compioni atti “mostruosi”. Relazioni tra banalità del male, obbedienza all’autorità, realizzazione della Shoah, Rivista internazionale di filosofia e psicologia, Vol. 2 (2011), n. 2, pp. 96-113, p. 100.
7. Cfr. H. Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna, 1987.

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Perché le intelligenze artificiali spaventano l’uomo?

«Non è in alcun modo un sentimento di sovrabbondanza, quello che noi proviamo quando osserviamo un qualsiasi processo tecnologico. La sovrabbondanza, la pienezza, dove le percepiamo vanno d’accordo con la felicità, esse sono segni della fecondità […] Ma la tecnica non dona nulla, […] il paesaggio industriale ha perduto questa fecondità ed è divenuto luogo della produzione meccanica. È innanzitutto un sentimento di fame, che ci avvicina ad esso […] La macchina fa l’impressione di qualcosa di affamato; da tutto il nostro arsenale tecnico proviene l’impressione di una mordente, crescente e insopportabile fame»1.

È a partire da questa considerazione di Friedrich Georg Jünger che possiamo avviare una riflessione riguardo al sentimento che l’uomo prova di fronte alle potenze tecnologiche, di qualsiasi tipologia esse siano. Attualmente, viviamo in un’era che immerge ogni essere umano nello scenario digitale, senza lasciargli molte possibilità di scampo – non per nulla, per i nascituri contemporanei, Marc Prensky ha coniato l’espressione nativi digitali.

Ma perché l’avanzare delle nuove forme intelligenti, le cosiddette intelligenze artificiali, spaventa assiduamente l’uomo?

Una chiave di lettura ben collaudata, la stessa dalla quale la storiografia non può prescindere, ci porta a confrontarci con la storia per cercare l’origine di tale paura.

In particolare, lasciamoci trascinare alla fine dell’epoca dei lumi, quando a dare una svolta alla storia fu la prima, grande, rivoluzione industriale.

All’invenzione della macchina a vapore e del carbone, portata da questa, seguirono il motore a scoppio, l’elettricità e il petrolio, nel 1870, che caratterizzarono la seconda rivoluzione industriale. Infine, la terza: energia atomica, astronautica ed informatica, discipline che ebbero un exploit al termine della Seconda guerra mondiale fino ad arrivare ai giorni nostri.

Date e fatti appena indicati non sono semplicemente parte della Storia, bensì contengono anche il seme della risposta al sentimento di paura che ogni individuo nutre nei confronti della tecnologia. Questo timore, apparentemente irrazionale, ha la sua matrice in ciò che le grandi Rivoluzioni Industriali hanno modificato nell’uomo: lo scopo della sua esistenza.

A partire da esse l’uomo è diventato uomo-per-il-lavoro, nuovo ambizioso scopo della vita di ognuno. La dimensione lavorativa è divenuta centro e soprattutto perno dello scorrere del tempo, l’obiettivo del quotidiano vivere si è spostato dalla ricerca di una vita piena in senso etico ed ontologico al “semplice” successo nella carriera.

Ecco quindi che trapela il senso di tanto astio nei confronti delle nuove Intelligenze Artificiali: la paura di essere sostituiti, la paura di perdere il proprio fondamentale ruolo di controllo nel mondo tecnico-industriale.

«Nel confronto con la macchina l’uomo dunque si vergogna, si sente obsoleto e inadeguato. Il suo corpo appare deteriorabile e caduco. La sua persistenza in vita finisce con l’apparire qualcosa di inferiore rispetto alla “immortalità” che egli stesso può conferire ai suoi prodotti […] A fronte di questa sorprendente longevità degli oggetti, gli umani iniziano a raffrontare la propria caducità in un mondo fatto di cose eterne»2.

L’uomo grida di fronte al confronto con la tecnica. E per mettere a tacere questo grido, non gli resta che cambiare prospettiva.

All’uomo, per sopravvivere, non resta che modificare il suo approccio alla realtà, forse recuperandolo anche dal passato. La società iper-dinamica strettamente legata al lavoro esige un cambio di direzione, una svolta che possa portare l’umanità a rivalutare le mansioni volte al benessere collettivo, ai servizi, alla socialità, al vivere, al vivere bene.

Perché il lavoro non rappresenta davvero ciò che l’uomo è. L’uomo esiste per amore.

Quando teniamo in braccio un neonato, l’amore a prima vista, quando aiutiamo chi ne ha bisogno; l’uomo è capace di dare e ricevere amore in modo unico, e questo è ciò che lo differenzia dalle intelligenze artificiali.

Diversamente da ciò che la fantascienza mostra, le intelligenze artificiali non hanno la capacità di dare o ricevere amore; quindi, in quanto umani, abbiamo una possibilità di differenziarci e sopravvivere nell’era digitale. Così, mentre l’IA porterà via i lavori ripetitivi, noi potremmo e dovremmo creare lavori di compassione: lavoratori sociali che dovranno essere le fondamenta di questo passaggio. Avremmo bisogno di badanti pieni di compassione per dare cure mediche a più persone e avremmo bisogno di decuplicare gli insegnanti per aiutare i bambini a trovare il modo per sopravvivere e prosperare in questo nuovo mondo.

E con tutta questa nuova ricchezza, si dovrebbero trasformare le mansioni d’amore in vere e proprie carriere.

 

Anna Sacchetto

 

NOTE:
1. F. G. Junger, Die Perfektion der Technik, Klostermann, Frankfurt a. M., 2010 (traduzione a cura del prof. Fabio Grigenti), p. 27
2. F. Grigenti, Filosofia e tecnologia, CLEUP, Padova, 2012, pp. 79-80

 

Anna, 22 anni
A lungo presa per mano dalla musica, Liceo Musicale Giorgione, poi accolta tra le calorose braccia della filosofia, Università degli Studi di Padova; ora in cammino verso il lato concreto del mondo dei libri: editoria e giornalismo, Università di Verona.
Gioco spesso con le parole 
o forse loro giocano con me
A Lei, La Filosofia
che mi ha svuotata e riempita infinite volte.
D’accordo con Platone: sempre meglio in disaccordo con la maggior parte della gente piuttosto che io stessa, anche se sono una sola, in disaccordo con me stessa.
 
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La fisica quantistica e il difetto deterministico del Tao

Nel 1979 Giovanni Paolo II istituì una commissione pontificia che, in estrema sintesi, ammise il proprio errore nell’aver condannato Galileo all’abiura del 1633. 

Le religioni sono dinosauri grossi e lenti nei cambiamenti, i loro precetti – dicono – sono divini, non possono essere in errore. Un’ammissione di errore diviene pertanto un processo lungo da ammettere, lungo anche 346 anni.

Potete ora osservare lo stesso processo, di sgretolamento di un precetto religioso, in atto presso le religioni taoiste. Qui vi è una legge dello spirito chiamata wu-wei per la quale: «quello che è è ciò che doveva essere, non opponetevi al fluire delle cose e vivete in armonia, vano è perseguire un fine diverso, ogni cosa segue il suo sviluppo»1

Pensate ora al pessimismo greco, alle sue predestinate tragedie (dell’antica Grecia), a Edipo impossibilitato a sottrarsi al suo destino, a quel senso di rassegnazione che si staglia sulla società quando si accetta l’idea che tutte le cose, se sono così, è perché dovevano essere così, determinate a essere così dall’inizio dei tempi. Ne nasce la rassegnazione, la deresponsabilizzazione, il pessimismo, il non-agire, il lasciar accadere, la liberazione dalle colpe e l’accettazione di tutto ciò che è. Ma non è di questo orrore psicologico che volevo parlare, ma di come il suddetto principio spirituale (wu-wei) si danneggi sotto le prove dei fatti, similmente a come crollò quel precetto cristiano per mano di Galileo. 

Siamo nel 1913, Planck introduce per la prima volta il concetto di “quanto”. Nasce una nuova scienza, la fisica quantistica, cioè la misurazione di ciò che succede, in particolare, sotto la grandezza dell’atomo. È sorprendente, alcune nostre misurazioni trovano accordo con la natura quantistica solo se si appoggiano a principi casuali (es. principio di indeterminatezza) o alla matematica del caos. No, non è un problema di misurazione, è proprio un principio che è stato osservato in natura, similmente a come Galileo osservò i movimenti dei corpi celesti: «misurando i fatti».  

Il fatto che si tratti di un principio e non di una mancanza di misurazione, significa che anche conoscendo tutto, onniscienti come Dio, ci sono eventi che non si può sapere in anticipo come accadranno, se non all’infinito ma noi qui non viviamo l’infinito, pertanto qui decade il detto precetto taoista: 

Ciò che è, in alcuni casi, poteva essere diverso2.

Insorgono così i mondi paralleli, insorge il bisogno non solo di fluire nell’armonia dell’universo (wu-wei) ma di essere noi stessi artisti di un’armonia:  

Dio non sempre dice come le cose devono andare (dovere), a volte dice come possono andare (potere)3.

Ed è in questo “potere” divino che si dà la casualità e il libero arbitrio, mentre per il “dovere” divino si pone la determinazione, la necessità, il destino: sicché ognuno sia attore (potere) e spettatore (dovere) a un tempo dell’esistenza4

Chiaramente non sto ponendo la casualità come origine, ben lungi da Bohr e compari fisici, bensì una causa che in date circostanze lascia margini di casualità e libertà riconciliabili all’infinito nel principio unico.  

La cosa curiosa di questo resoconto, è che nello stesso secolo in cui la Chiesa Cristiana ammette la misurazione di Galileo (1979) apostrofandolo successivamente come «il divin uomo» (2009), in quello stesso secolo una nuova misura, la misura del caso, mette in crisi uno dei precetti spirituali di un’altra religione fra le più potenti al mondo, il Tao. 

Anche qui ci vorranno 346 anni prima di una loro ammissione ufficiale di errore?  

Nel frattempo abbiate cura di riconoscere sempre ciò che è in vostro potere da ciò che sta oltre il vostro potere e con cui non potete altro che l’armonia. Riconoscete quando non-agire come l’acqua che si adatta al corso (wu-wei), da quando dipende dal vostro agire come l’acqua che sgretola la roccia. Considerate, l’idea di scorrere nel flusso universale e di poter deviare/opporvi ad alcuni flussi individuali. Lasciate, che la natura delle cose accada ma no la brama di sopraffazione di alcuni. Cogliete la Santità dell’Unità e la Sacralità dell’Io

Si dice: a volte non possiamo farci nulla, qualunque cosa facciamo, ed è bene fluire nella natura universale, ma ci sono volte in cui siamo noi a poter definire un futuro fra i diversi possibili, senza che questo sia l’unico a disposizione, senza poter dire sempre «doveva essere cosi» bensì a volte «poteva essere anche diverso ed era in mio potere che fosse diverso o che lo sarà»5.

 

Vito J. Ceravolo

 

NOTE:
1. Cfr. Dao Dejing, sintesi cap. 37.
2-3-4. Cfr. V.J. Ceravolo, Libertà. Mondo. Interferenze, 2018.
5. N. Bohr, Teoria dell’atomo e conoscenza umana, 1961: «Per trovare qualcosa che corrisponda alla lezione offertaci dalla teoria atomica [dobbiamo rivolgerci ] a quel tipo di problemi epistemologici che già pensatori come Buddha e Laotzu hanno affrontato nel tentativo di armonizzare la nostra posizione di spettatori e attori a un tempo del grande dramma dell’esistenza».

 

Vito J. Ceravolo, classe 1978, è ricercatore indipendente nell’ambito dell’accessibilità intellegibile all’in sé e percettiva al fenomeno. Fra le sue pubblicazioni: Mondo. Strutture portanti. Dio, conoscenza ed essere, ed. Il Prato, collana I Cento Talleri, Saonara 2016 (secondo al Premio Nazionale di Filosofia 2017, Certaldo); Libertà, ed. If Press, collana TheoreticalPhilosophy, Roma 2018. Diversi anche gli articoli pubblicati presso riviste.

 

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“Atmospheres” e l’esperienza dell’atemporalità tra musica e filosofia

Accade di frequente che la musica classica contemporanea venga dai più (“profani” e non) poco apprezzata, forse perché tendenzialmente considerata sgradevole all’udito o incomprensibile. Tuttavia, non si può non negare che essa abbia un impatto notevole nel determinare nuove concezioni dello spazio e soprattutto del tempo, essendo la musica arte che ne modella qualitativamente e quantitativamente l’aspetto.

A tal proposito, è stata certamente rilevante la riflessione proposta dall’ungherese György Ligeti (1923-2006) tanto nei suoi saggi teorici quanto nelle sue composizioni.

Intorno agli anni ‘60 del Novecento, dopo un intenso periodo di ricerca e di sperimentazione, di studio e di analisi delle principali correnti di pensiero nell’ambito dell’estetica musicale, giunge a formulare l’ipotesi di poter attuare una spazializzazione del tempo sfruttando come mezzo le proprietà interne alla struttura stessa della musica. Già nelle produzioni di Stockhausen o Boulez (siano da esempio per il lettore il Gruppen für drei Orchester del primo e Dialogue de l’ombre double del secondo) troviamo l’intento di mettere in luce le relazioni di interdipendenza tra lo spazio ed il tempo attraverso la musica. Ma mentre questi, dislocando le fonti di generazione del suono, riproducono il dialogo tra il tempo musicale e lo spazio reale, Ligeti mira ad evocare nell’ascoltatore uno spazio immaginario che sveli la fusione spaziale e temporale che esiste, in verità, in interiore homine. Essendo a inizio secolo decaduto l’impianto narrativo che fino alla modernità aveva caratterizzato ogni fare artistico, il brano musicale non può più essere inteso come una successione “cronologica” e direzionata di suoni, ma al contrario come un insieme di eventi sonori che, sciolti dall’originario flusso discorsivo, vengono localizzati in uno spazio virtuale.

È evidente, ora, che la predominanza della componente spaziale ha la meglio sul dinamismo temporale, che sino allora veniva considerato proprietà imprescindibile dell’opera musicale. Proprio questa prospettiva permette così di visualizzare figure e “oggetti” dai profili cangianti: il complesso articolato dei suoni evoca, al variare dei timbri, un corrispettivo mutamento nell’aspetto delle forme immaginate, e genera, nell’alternarsi graduale dei pianissimi e dei fortissimi, una sensazione di allontanamento e di avvicinamento delle stesse.

Tutto ciò è, per l’appunto, Atmosphères, vera e propria “musica dello spazio”1, per dirla con Ligeti, tentativo di sospensione della percezione dello scorrere del tempo e illusione dell’esperienza dell’atemporalità.

«Che il tempo subisca un arresto, venga portato alla stasi – precisamente questa è la mia esigenza interiore più profonda»2: così dichiara apertamente il compositore ungherese. Si tratta di interrompere, in quei pochi minuti di musica, il processo «indicibilmente triste»3 e per molti angosciante del divenire temporale, di rifiutare la convinzione di un presente che ogni istante si traduce in un nulla passato e di un futuro che, in un altrettanto breve frangente, appare per poi subito scomparire. Atmosphères si rivela così essere un chiaro invito alla contemplazione (non diversa da quella rivolta ad un’opera d’arte figurativa) di una dimensione immaginaria e suggestiva che momentaneamente ci discosti dalla frenesia quotidiana.

Oltre a ciò, osservazione non poco curiosa è che questa percezione della staticità temporale si fonda in realtà su di un particolarmente articolato dinamismo. Ogni sezione dell’orchestra, se non, in alcune occasioni, ogni singolo strumentista, riproduce motivi di per sé autonomi che, in quel groviglio di note, non sono affatto riconoscibili. Il tessuto melodico di queste micropolifonie, per usare il termine specifico adoperato da Ligeti, risulta così essere talmente fitto e non precisamente delineato da generare una complessiva staticità. Si produce quindi la sensazione dell’assenza della direzionalità melodica del tempo intrecciando tra loro molteplici voci apparentemente indipendenti o comunque non inserite in una qualche “gerarchia armonica” che porterebbe alcuni incisi a prevaricare sugli altri. L’equilibrio tra le istanze temporali, presente in ciò che sembra non avere tempo, si risolve in una sostanziale omogeneità.

Da abile artista, ovvero “illusionista” capace di mascherare i trucchi dei propri artifici, Ligeti ha ricreato una dimensione comunemente ritenuta impossibile nella realtà. Certamente, permettendo di farne esperienza, è riuscito a soddisfare quella che egli stesso definisce «l’esigenza fondamentale di ogni arte» e cioè essere in grado di «simulare l’inesistente come se esistesse»4.

Per concludere, allora, non resta che consigliare di ascoltare Atmosphères con l’attenzione che gli si deve, tenendo conto della riflessione intellettuale che l’ha generato, e di provare, poi, a guardarsi intorno per apprezzare il tempo reale in una nuova e intrigante prospettiva.

 

Beatrice Magoga

 

1. I. Pustijanac, György Ligeti. Il maestro dello spazio immaginario, p. 147
2. Ivi, p. 267
3. J-P. Criqui, Tempo! Riflessioni, Castelvecchi Editore, Roma 2000, p. 49
4. I. Pustijanac, György Ligeti. Il maestro dello spazio immaginario, p. 263

 

Beatrice Magoga, opitergina della classe 1999, è iscritta alla facoltà di lettere e al conservatorio di Bologna. Ha partecipato come membro a rotazione della giuria della III edizione del concorso di poesia “Mario Bernardi” di Oderzo e ha collaborato come articolista con L’Azione e Gazzetta filosofica.

 

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Il pedagogista cristiano: tra pedagogia, etica e spiritualità

«L’essere umano non è chiamato a vivere,
ma a vivere bene».
– Giuseppe Mari

Nel seguente articolo tratterò il concetto di pedagogista cristiano prendendo spunto dalla prospettiva del Professor Giuseppe Mari. In sede introduttiva è doveroso esplicitare che ha avuto una formazione filosofica ed è stato professore ordinario di Pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano e presso IUSVE (Istituto Universitario Salesiano Venezia). Ha preso parte a numerosi gruppi di ricerca nazionali ed internazionali, tra cui Scholè (Centro Studi tra Docenti Universitari Cristiani), SoFPhiEd (Société Francophone de Philosophie de l’Education, Paris) e SEP (Sociedad Española de Pedagogia, Madrid). Per la stesura dell’articolo ho preso spunto dal suo testo Pedagogia cristiana come pedagogia dell’Essere.

Nella prospettiva che ha portato avanti il pedagogista, l’apporto del Cristianesimo costituisce uno snodo centrale nella ricerca di Senso. Il filone culturale preso in considerazione si fonda su «una fede che intimamente anima la persona»1. Questa affermazione mette in luce la possibilità di un percorso di ricerca accurato e profondo, verso la scoperta e costante alimentazione del proprio credo. Inoltre è necessario non tralasciare l’aspetto della relazionalità, che anima l’essere umano.
In secondo luogo lo studioso ha posto magistralmente in questione il fatto che il Cristianesimo viva un’«intima tensione […] tra umano e divino»2. Essa è riscontrabile sia nella dottrina della creazione dell’essere umano a immagine di Dio, sia in quella dell’incarnazione di Gesù. La dottrina cristiana è quindi fondata su un delicato equilibrio che si crea tra la polarità della secolarizzazione e quella della sacralizzazione, entrambi concezioni errate del Cristianesimo. In questo senso, lo sbilanciamento verso una parte piuttosto che l’altra porta ad uno «snaturamento dell’ispirazione religiosa cristiana la quale crede che il Verbo si fece carne»3.
Giuseppe Mari, durante la sua vita, si è interrogato sulle potenziali ricadute etiche e pedagogiche derivanti da questa prospettiva; ciò lo ha portato ad identificare la figura del pedagogista cristiano. L’idea è fondata sulla possibilità di un dialogo costruttivo e non confessionale del Cristianesimo con i vari apporti disciplinari specifici, i quali costituiscono la nostra società tecnica. Questa apertura è possibile tramite un passaggio cardine, ovvero la fondazione scientifica di una riflessione educativa «condotta da credenti ma non fondata sul postitum confessionale [comunque assolutamente decisivo per un’identificazione cristiana cattolica] bensì in analogia con le altre scienze»4. Nel caso del pedagogista cristiano la riflessione è fondata sulla Pedagogia in quanto scienza.

Il ricercatore, in maniera accorta ed equilibrata, ha prevenuto la relativizzazione dell’apporto di riferimento. Essa ne causerebbe un intimo snaturamento. In questo senso, citando Berti, scrive: «Ma che cosa si vorrebbe? […] Non solo che la Chiesa si aprisse, come effettivamente si apre, ad un pluralismo filosofico, ammettendo come compatibili con la fede una pluralità di filosofie (cosa che essa fa) ma che le ammettesse tutte, diventando in tal modo essa stessa relativista?»5.

Dall’affermazione si comprende l’intento chiarificatore ed a favore dell’idea che all’interno della società contemporanea debba essere mantenuta viva la prospettiva cristiana, poiché è eticamente e spiritualmente forte. La Rivelazione di Gesù ne costituisce un aspetto centrale e l’originalità pedagogica che quest’ultima porta è accostabile tramite il messaggio evangelico. Per Mari il Vangelo veicola contenuti educativi la cui mediazione
richiede attenzione e intenzionalità, poiché l’inculturazione cristiana portata da Gesù non deve essere intesa come «esemplarietà esclusiva [ma] deve tenere conto delle molteplici (e nuove) variabili culturali»6.

In conclusione desidero esplicitare il motivo per cui ho trattato questo argomento. In primo luogo ho scelto questo tema perché credo che il fatto di esplicitare una tensione tra due polarità che snaturano il Cristianesimo (secolarizzazione e sacralizzazione), consenta al lettore di identificarle nella sua vita personale e comunitaria. In secondo luogo credo che l’articolo fornisca una possibilità di riflessione sulla “collocazione” personale e comunitaria rispetto ai poli della alla tensione identificati sopra; la collocazione può essere bilanciata oppure sbilanciata verso uno dei due, e necessitare di un ricentramento. Infine la prospettiva del pedagogista cristiano è fattibile quotidianamente attraverso azioni solidali semplici e concrete.

 

Matteo Milanese

Mi chiamo Matteo Mianese, ho 22 anni e vivo a Mirano in provincia di Venezia. Nel 2016 ho conseguito il Diploma di Tecnico dei Servizi socio-sanitari presso l’istituto Vendramin Corner a Venezia. Quest’anno mi sono laureato in Scienze dell’Educazione-Educatore della Prima Infanzia presso IUSVE a Mestre ed al momento sto proseguendo con la Magistrale in Scienze Pedagogiche nella stessa università.

 

NOTE
1 G. Mari, Pedagogia cristiana come pedagogia dell’essere, Editrice La Scuola, Brescia, 2001, p. 260.
2 Ibidem
3 Ivi p. 261
4 Ivi p. 262
5 Ivi p. 268
6 Ivi p. 265