La sfida ancora aperta di Friedrich Nietzsche

Friedrich Nietzsche aveva visto giusto. Il nichilismo è arrivato e si è elevato in picchi vertiginosi sugli orizzonti politici, sociali ed economici del mondo. Nessuno gli ha voluto o potuto credere. Due guerre mondiali, la guerra fredda, crisi economiche, nuovi focolai di guerra e follie, e dopo tutto questo rimane ancora il suo lapidario interrogativo parafrasabile con: cosa fare dopo che il nichilismo avrà permeato ogni realtà e coscienza? La risposta avendo letto Nietzsche la sappiamo: nuovi valori.

L’esigenza di nuovi valori dovrebbe guidare l’esistenza intima d’ognuno e in scala più grande quella della struttura politica odierna. Perché sui valori nuovi, intesi come dettami d’istinti sani e di codici fisiologicamente votati alla crescita e alla sfida positiva, noi dovremmo puntare. Non quindi valori di carattere moralistico duale (vedi l’opera Al di là del Bene e del Male), non come base la morale cristiana che da oltre duemila anni la fa da padrone, votata all’obbedienza cieca e dogmatica, tesa verso le forme di tirannia divina, non infine quella morale immorale del profitto, quest’ultima vera e propria divinità capitalistica che dell’essere umano non fa che lo strumento informe e incosciente, sempre sottomesso a logiche spietate e mercantili. Il nichilismo non solo non è stato superato ma neanche veramente affrontato.

Alcuni hanno posto riflessioni ed interrogativi ma per la parte di reazione pratica, di guerra valoriale organizzata, di esempio qualitativo, noi tutti siamo mancanti ed in un certo senso, extra morale, colpevoli. Siamo stati greggi (sottomessi non solo a logiche moralistiche ma anche ad ingannatori di popoli, vedi Così parlò Zarathustra) e non invece lupi come avrebbe voluto che diventassimo («Vedo molti soldati, vedessi molti guerrieri!», scrive sempre in Così parlò Zarathustra). La domanda terribile che ci poniamo: andremo mai oltre questo nichilismo? Chi potrebbe volare sopra questo abisso, farsi carico di questa immane ed eroica impresa? L’oltre uomo certo. Lui e gli altri pochi suoi seguaci. L’oltre uomo che non ha paura di cadere (spirito di sacrificio), che non teme il giudizio altrui (basato su un ordine morale degenerato), che è pronto ad essere Esempio, annunciatore della folgore quando lui stesso è folgore. La folgore siamo quindi anche noi. È la nostra coscienza risvegliata dal torpore della catena di montaggio moderna e dallo smarrimento di fronte all’abisso del nichilismo. Siamo noi, e nessun altro, a poter mutare le sorti del mondo, a partire da una presa di coscienza che non sia certo un mero esercizio dialettico ma piuttosto una disciplina costante di aperta sfida e decisa volontà. Sfida all’ordine/disordine costituito, un ordine figlio d’un sistema economico e politico che null’altro compie che disastri, teso solo ad aumentare una forma d’esistenza in cui il nichilismo è il padrone assoluto. Una sfida a non omologarsi, a non accettare passivamente i dogmi di questo mondo morale nichilista. Decisa volontà di non cader vittima delle possibili sconfitte (in un’epoca arrivista), volontà di non cedere mai in nome d’una battaglia che può esser erroneamente vissuta con spirito fatalistico, poiché nel fatalismo v’è sempre lui, il nichilismo. Volontà di potenza è credere in sé stessi, nella libertà necessaria all’uomo e nella sua forza di sviluppo in ogni suo moto, d’istinti e di ragioni.

Giungo a conclusione nella mia riflessione sperando sia motivo di azione futura per chi sente con lo stesso pathos la chiamata ribelle di Nietzsche. Il nostro tempo è l’ennesimo trionfo della visione veggente del filosofo di Rocken. Abbiamo il nichilismo a farla da padrone (tutti i costrutti ideali crollati, la morale sgretolata sotto il peso della sua degenerazione interna, il popolo mistificato, ingannato, asservito in ogni sua manifestazione al dio Denaro) e lo Stato che ha gettato da tempo la sua maschera mostrandoci come il suo vero volto sia proprio quello di un mostro, ladro d’ogni libertà e non garante come invece vuol vendersi. Di fronte a queste prese di coscienze cosa fare? Nuovi valori certo. Abbiamo già detto a che tipo di valori fa riferimento Nietzsche (i modelli a cui ha rivolto ammirazione) ma anche alla sua totalità di opere (non solo quelle più conosciute) bisogna far riferimento, questo per aver una vergognosamente sincera, violentemente amicale, visione oracolare che non abbia la disperazione fatalista del nichilista che affronta il futuro, ne lo stile fanfarone e ciarliero del politico, ma piuttosto lo spirito guerriero d’un filosofo che ha saputo vivere in un Europa che non ha voluto, saputo, dargli lo spazio che avrebbe meritato a tal punto da costringerlo a pagarsi la stampa dei suoi libri. Quel filosofo che sarebbe poi stato uno dei più letti al mondo, quel Nietzsche che da molti è considerato colui che ha spaccato in due la storia della filosofia, prima di lui e dopo di lui. Il nostro Nietzsche che non dobbiamo dimenticare e che non dobbiamo ne possiamo lasciare indietro perché a noi ancora parla e ancora noi parliamo a lui.

 

Andrea Silvestri

 

Mi chiamo Andrea e sono uno scrittore appassionato di Letteratura e Filosofia.
Nel 2009 ho creato un Canale Youtube di nome Razza Estinta ( attualmente con oltre 300 video caricati, quasi 2000 iscritti e più di 1 milione di visualizzazioni) dove vi sono pubblicati contenuti inediti relativi alla mia passione per la Letteratura, la Filosofia, la Storia e la Poesia. Ho inoltre creato in questi anni varie Pagine Facebook, sempre dedicate a figure di spicco del pensiero e delle Lettere. Tra queste, le più seguite sono la Pagina di Frasi di Friedrich Nietzsche, Frasi di Emil Cioran e Frasi di Jack London. Nel corso degli anni ho vinto vari premio di Poesia istituiti nella mia città natale Pisa (Premio Torre Pendente) e sono entrato nella sezione dei finalisti al Premio Internazionale di Poesia Mario Luzi a Roma. Disegnatore dilettante ma appassionato porto avanti la passione per l’arte con piccole vignette che pubblico saltuariamente sulla Pagina Facebook/Instagram Vignette Stanche ricevendo anche sentiti complimenti da autori internazionali come Marcelo Frusin e Ken Broeders.
Attualmente sto lavorando alla pubblicazione del mio primo libro, una raccolta di piccole storie.
 

[Photo Credits Jongsun Lee]

L’importanza di essere malinconici

È da tempo che provo a dare un senso alla mia malinconia. Eppure, negli anni, ogni tentativo di spiegarmi l’origine di questo filtro nero che si frappone tra me e la realtà non ha fatto che aumentare il mio bisogno di sapere. E se la malinconia, quest’indole che da un momento all’altro può sfociare nella patologia (depressione), non fosse altro che l’effetto di questo pensiero ingrovigliato sul mio essere? Un luogo comune che come tutti i luoghi comuni conserva in sé qualcosa di vero e indimostrabile. Per questo, nonostante tutto, Flaubert – uno che di luoghi comuni si intendeva – si domandava se pensare e soffrire fossero la stessa cosa. Più si riflette e si abbraccia la condizione umana, più il dolore si fa largo nei pensieri e nelle membra. Ma è la malinconia che ci spinge a sapere o è il sapere che ci rende malinconici? Impossibile rispondere. È pero possibile affondare lo sguardo nelle profondità della malinconia, spiandone i movimenti, scordandosi però di poter arrivare a un racconto universale e scientifico (clinico) delle sue innumerevoli manifestazioni. Una fenomenologia dai labili confini, dunque, e che si serve di immagini che hanno il merito di suggerire – non definire – sensazioni confuse, ma tra le più seducenti. Si potrà così viaggiare, con l’aiuto del linguaggio poetico e della lucidità filosofica, tra febbri, battaglie, cadute, lutti, deserti, nostalgie. Come fa la malinconia a partorire così tante metafore, spronandoci a superare il linguaggio comune per approdare a lidi nascosti della nostra interiorità, i quali, accarezzati dalle sue visioni, sentono ora la necessità di esprimersi? È ancora quel connubio tra pensare e soffrire a venirci incontro: la malinconia ci accompagna a visitare gli abissi del nostro essere, in un processo di conoscenza graduale (di noi stessi e del mondo) nel quale ci scopriamo lucidi, e così nudi di fronte al mondo per noi doloroso. Pensiamo e soffriamo. Soffriamo e pensiamo. Ma non basta. In questo processo a crescere e imporsi in noi è il bisogno di senso. Pensare, conoscere, sapere, e il loro tingersi di malinconia; oppure la malinconia nell’aprire brecce di lucidità nell’esistenza; accumulano significati. Significati che vanno narrati per ristabilire l’equilibrio – o crearne uno – della vita ferita. Ecco l’arte, il racconto di significati attraverso linguaggi simbolici, e con essa l’arte di soffrire, la malinconia che si esprime, che impara a farlo. Con essa crescono i significati, trovando canali di espressione, in un viaggio che risponde alla necessità di dirsi per trovare un senso alla sofferenza, o più semplicemente alla vita, che nella sofferenza mostra le radici. Difficilmente, però, si troverà conforto in una risposta. Il senso latita; è la ricerca del senso a dar fiato ai giorni. E quanta bellezza, nel corso della storia, ci hanno regalato le malinconie degli uomini! A partire da quel connubio tra genio e malinconia ipotizzato da Aristotele (o da un suo allievo) per spiegare l’eccezionale creatività di alcuni esseri umani – eroi e sapienti –, in seguito riproposto in altre forme nel Rinascimento e poi dai Romantici, fino all’esplosione novecentesca dell’io, foriera di forme d’arte mai viste e sentite prima.

Certo, non è solo bellezza. È anche tenebra, abisso, pulsione di morte. La malinconia e quello che in essa può scatenarsi (ansia, angoscia, noia, mania) fino alla depressione – la sua forma più attanagliante, che spesso seda qualsiasi impulso vitale – è pericolosa, cioè viva. In essa convivono gli opposti, luce e ombra, vita e morte, come in ogni sentimento autenticamente vitale. Ed è proprio dall’ombra che sgorga la luce, non c’è bisogno di ricordarlo. O forse sì, considerato il tempo in cui viviamo, anestetizzato dalla ricerca frenetica del divertimento, un modo per non pensare a noi stessi, ma di consumarci interiormente, consumati dalla macchina capitalistica i cui occhi hanno il simbolo del dollaro. Ci dobbiamo distrarre, siamo spinti a farlo, per non soffermare lo sguardo sulle catene luccicanti che ci stringono mani e pieni. Eccolo il paradosso: nel mascherare la malinconia, propensione profondamente umana che ha a che fare con la costruzione dell’identità e con la ricerca del senso, il sistema sociale (ormai mondiale) – e quindi noi stessi, volontariamente asserviti a esso – instilla in tutti noi i germi di una malinconia ancor più profonda che non vogliamo ammettere. La repressione della pericolosità dei sentimenti più vitali ci ha reso apparentemente più “felici”, ovvero distanti dalla vivida sofferenza, ma al contempo più sterili, incapaci di creare e vedere bellezza (il “bello” sarà quello che ci dicono essere bello). In sostanza depressi, di quella forma di depressione che si insinua nell’autoinganno del benessere (prettamente materiale). Ma cosa sono ansia, angoscia, preoccupazione, precarietà, paura, incertezza, frustrazione indotte dalla nostra società della prestazione e dell’efficienza, se non una forma profonda di depressione che coviamo in noi senza accorgercene? Schiacciati da un pensiero unico che ci vuole col sorriso, sempre pronti e reattivi, e instupiditi dai media digitali – la vera droga del nostro tempo – andiamo incontro alla schiavitù della mediocrità (vivere senza sapere, senza senso), perdendoci tutto di noi, l’occasione irripetibile di conoscerci ed esprimerci. Siamo la benzina di un sistema livellatore, che non ha occhi per le persone, ma solo per lo sfruttamento dei loro bisogni. Ipocritamente, non si mette in discussione, non ha alcuna intenzione di limitarsi: la gente è depressa? diamogli i farmaci, inventiamone sempre nuovi e sempre più potenti cosicché possa distrarsi di un malessere che nasce da uno stile di vita imposto ovunque – un dolore assurdo, inspiegabile, insensato perché disumano. La malinconia è un’altra cosa, non ha niente a che fare con la schiavitù, è libera conformazione dei nostri desideri, ci fa soffrire perché ci consente di vivere – le giornate che molti conducono oggi tra lavoro, traffico e social network sono solo un surrogato della vita – permettendoci, nel conoscerci, di crearci, forgiando così la nostra identità, scoprendo la bellezza che si cela in tutti noi sotto il velo del dolore di essere al mondo. E dunque riprendiamoci la nostra malinconia, riconquistiamo il diritto di avere il tempo e lo spazio per “pensare e soffrire”. Per essere vivi.

Non dobbiamo crogiolarci nella sofferenza, e nemmeno invocarla. Ma si soffre, la vita non sarebbe vita altrimenti. Impariamo a soffrire, a farne un’arte, senza soffocare ciò che di più profondo esiste in noi e cerca di parlarci, nel tentativo di essere noi fino in fondo, e non lo specchio di un mondo che non vede l’ora di finire per lasciare il posto a qualcun altro.   

 

Stefano Scrima

 

Scrittore, musicista e filosofo, sulla malinconia ha recentemente scritto L’arte di soffrire. La vita malinconica (Stampa Alternativa 2018). Il suo lavoro si concentra sull’applicazione della filosofia alla vita quotidiana, nel tentativo di analizzare la società in cui viviamo mettendone in luce le contraddizioni e creando spazi di confronto. Riflettere sulla malinconia, creatrice di bellezza, in un mondo depresso dal culto del mercato, diventa in questo senso un’urgenza. Così come lo è porre un argine all’amplificazione di odio e ignoranza sui social network, di cui si tratta in Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (Castelvecchi editore 2018), o ripensare i dogmi della contemporaneità come il lavoro e l’efficienza, spesso alibi del non-pensiero, attraverso una rivalutazione della pigrizia, tema affrontato in Oziosofia (Diogene Multimedia 2017) e Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (il melangolo 2017).

 

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Sul senso critico nell’epoca della smaterializzazione

Invitato dalla redazione de La Chiave di Sophia, lo scorso 14 novembre ho tenuto una conferenza nell’Università di Venezia sul tema dei cambiamenti in atto nell’ambito della comunicazione visiva. Nel corso dell’incontro, una signora tra il pubblico mi ha chiesto se nel nuovo scenario sia ancora possibile educare al senso critico. È una domanda del tutto comprensibile. Fondamentalmente essa nasce dal timore che di fronte all’impatto dei social network o dei nuovi media, non si sia sufficientemente in grado di reagire in modo appropriato.

In realtà, per parlare del senso critico non è sufficiente parlare del senso critico. Mi scuso per il gioco di parole, ma se non leggiamo correttamente il contesto in cui la domanda sul senso critico si pone, lo stesso domandare rischia di diventare evanescente. E, dunque, siamo effettivamente in grado di vedere nella sua reale portata il contesto in cui viviamo? Ci sono eventualmente ostacoli che si frappongono tra noi e la realtà, impedendoci di coglierla per come è?

Il gesto di Huizinga

Agli inizi del Novecento, Johan Huizinga scrive La crisi della civiltà, uno studio in cui si osserva che i fatti dello spirito sono diventati maggiormente indagabili e la competenza del reale ha raggiunto vette fino a quel momento inimmaginabili. Poi, però, nel capitolo Generale indebolimento del raziocinio, lo studioso olandese spiega che tali conseguimenti sono solo apparenti perché essi non si traducono in un perfezionamento delle esperienze individuali. Prendendo in esame il cinematografo, che rappresentava una delle principali innovazioni della sua epoca, Huizinga formula un giudizio di condanna senza appello. Lo «sguardo cinematografico», egli sostiene, comporta «l’atrofia di intere serie di funzioni intellettuali». La radicale critica di Huizinga sorprende anche perché viene formulata proprio mentre, negli stessi anni, molti intellettuali elogiano il dispositivo cinematografico per il potenziamento delle possibilità espressive da esso dischiuse. Rileggendo quelle pagine sembra di assistere ad una sorta di irrigidimento, come se le parole dello studioso fossero dettate da un gesto preliminare. Lo vedete, il gesto? È il coprirsi gli occhi, una postura preventivamente antalgica che si assume prima ancora di avvertire un dolore. In pratica, si preferisce non vedere. È questo il rischio che stiamo correndo noi, senza accorgercene, di fronte alle specificità del contesto in cui viviamo?

Lo sguardo pietoso del tabaccaio pisano

Qualche giorno fa, ho deciso di spedire una lettera ad un amico. Sono uscito per andare dal tabaccaio a comprare un biglietto, una busta ed il francobollo. Qui, la mia sorpresa: trovare un biglietto e una busta era molto più difficile di quanto pensassi. I tabaccai ne erano sprovvisti. Uno dei loro, un signore anziano, con gli occhiali dalla montatura nera poggiati in avanti, sul naso, ha usato una particolare cautela nel dirmi di non avere ciò che cercavo. C’era, nel suo sguardo premuroso e nelle sue parole lente, una sorta di timore di ferire un interlocutore evidentemente percepito come un essere fuori dal mondo. Sì, per quell’uomo ero un essere fuori da un mondo che non usa più spedire le lettere: abbiamo ormai rimpiazzato quel gesto con uno molto più immateriale come inviare una email. Tale smaterializzazione può essere riferita non solo ad un gesto, come lo spedire una lettera, ma al modo stesso in cui facciamo esperienza delle cose.

In genere, per conoscere una cosa, ce la rappresentiamo. È come se ci ponessimo di fronte ad essa e la afferrassimo. La rappresentazione è il risultato di un incontro tra noi e le cose. Richiede tempo e la fatica della personale esposizione, che è un modo per dire che quella rappresentazione devo farla proprio io e non un altro, perché sennò la conoscenza non è più personale. Nel modo tradizionale di conoscere, c’è esperienza quando c’è rappresentazione personale. Perfino nel caso delle conoscenze indirette, esse vengono acquisite tramite una introiezione vigilante.

Oggi, invece, nell’epoca della smaterializzazione, ciò che viene a mancare è la connessione necessaria tra l’esperire ed il rappresentare in prima persona. Dunque, non ho più bisogno di perdere tempo a rappresentarmi le cose, perché le rappresentazioni le trovo già bell’e pronte. Simili ai piatti precotti di un fast-food, in virtù della digitalizzazione, esse sono immediatamente disponibili.

E così, nella nostra epoca l’esperienza delle cose diviene sempre più connessione estrinseca di rappresentazioni pre-formate, rese disponibili nell’ambiente digitale in cui mi muovo. Nel mondo virtuale, le rappresentazioni cui posso accedere sono pressoché infinite: ciascuno di noi diventa come un bambino che abbia di fronte un mondo di possibilità inesplorate. Le esperienze precodificate cui accedo mi forniscono una certa conoscenza, come se l’esperienza da cui esse derivano fosse mia. Siamo nella potenziale condizione di avere le risposte pronte a qualsiasi domanda, una condizione di cui è difficile non subire il fascino.

A mente fredda, però, dobbiamo riconoscere che in questo potenziamento del nostro sguardo sulla realtà, una cosa manca. Mancano i criteri di verificazione dell’esattezza delle rappresentazioni che troviamo già formate.

Nel modello tradizionale di conoscenza, il criterio che ci permette di capire se una rappresentazione è vera o falsa, cresce in noi con la pratica del rappresentare: più rappresentiamo, più impariamo a discernere se il risultato ottenuto è affidabile. Nel nuovo scenario, invece, venendo a mancare la pratica del rappresentare, viene contestualmente meno la possibilità di verificare la veridicità di ciò che trovo già rappresentato. Sganciata dall’esperire individuale, la rappresentazione diviene nomade, tendenzialmente indifferente al vero e al falso.

Più potenti e vulnerabili

Siamo dunque diventati potentissimi, ma di una potenza cieca. Giunti a questo punto, la vera questione diventa: ci dobbiamo coprire gli occhi, come fece Huizinga di fronte alla più grande novità della sua epoca o possiamo osare guardare la realtà negli occhi?

Decidere dell’attualità del senso critico comporta un corretto posizionamento nei confronti delle specificità del mondo in cui viviamo. Oggi siamo effettivamente più potenti rispetto al passato. Ma è pur vero che proprio questa maggiore potenza ci rende più deboli, perché più esposti al rischio di credere, in buona fede, in ciò che non è vero.

 

Giovanni Scarafile

Giovanni Scarafile è docente di Etica Applicata all’Università di Pisa, è stato ricercatore di filosofia morale e professore aggregato di etica e deontologia della comunicazione presso l’ Università del Salento. 
È direttore di YOD MAGAZINE e vice Presidente dell’IASC, International Association for the Study of Controversies (www.iasc.me) e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Filosofia Morale.
 
[immagine di Kelly Sikkema tratta da Unsplah]
 

 

Dal Marchese de Sade al femminismo: la lettura di Angela Carter

Senza dubbio una delle personalità più estreme della cultura occidentale, il Marchese De Sade (1740-1814), pornografo, libertino, scrittore e filosofo, è stato oggetto di numerose analisi e interpretazioni critiche: dalle più celebri di Bataille, Barthes e Klossowski, a quelle più sofisticate di Deleuze e Lacan. Già Simone De Beauvoir nel 1972 si era chiesta se fosse il caso – da un punto di vista femminista – di “Bruciare Sade”, visto il forte fallocentrismo della sua opera e la misoginia dei libertini che la abitano; e si era risposta negativamente. Al termine dello stesso decennio la scrittrice visionaria Angela Carter in un articolato pamphlet dal titolo La donna sadiana affronta in un’ottica femminista l’opera del Marchese, concentrandosi principalmente su “Justine” e “Juliette”, romanzi con protagoniste due antitetiche sorelle: una, virtuosa e puritana, che soccombe alle depravazioni e al potere sfrenato della società maschilista e sadica francese; l’altra, icona del vizio e della corruzione, che invece naviga a vele spianate nelle storture del libertinaggio, fino all’acquisizione d’un elevato status sociale. La contrapposizione dialettica delle due opere dimostra che Sade non è un semplice pornografo, perché non riempie le pagine di ossessioni carnali (a dispetto della ripetitività che spesso gli viene contestata; che è però elencatoria, eccessiva in senso verbale, non volta a costruire schemi descrittivi per la prurigine del lettore), non crea “copie” di Justine ma cambia punto di vista, nella medesima vicenda. Ribalta l’ottica della situazione, la teoria, per mostrare tutti i lati della situazione-mondo assunta a esempio sommo della sua visione. In questa fessura dialettica Carter scova una rappresentazione esauriente della condizione femminile, e soprattutto della sua iconografia; è un contribuito in termini di storia delle idee (idee di “corpi”) in rapporto all’immagine della donna.

Il corpo femminile, in quanto corpo materno, comprensivo di grembo e utero, possiede connotazioni mitologiche ed antropologiche che per secoli lo hanno elevato a oggetto sacro e insieme reso crogiuolo di inquietudine, tramutatasi poi in misoginia o culto misterico ed esoterico; la Carter ritiene necessario rifiutare questa simbologia millenaria, desacralizzare il corpo, restituirne gli organi alla loro dimensione carnale, privarlo dell’estatica ammirazione che lo circonfonde (accompagnata dall’ignoranza che si è sempre giustificati ad avere verso gli oscuri misteri della natura). Sade, primo nella storia della letteratura, fa esattamente questo, rendendo il grembo materno una metafora della reificazione femminile, degradandolo in modo ironico e grottesco, soprattutto ad opera di donne libertine e dominatrici che rifiutano la sacralizzazione e l’oggettivazione metafisica del proprio utero (tipica della gravidanza, rifiutata o spogliata della sua aura). Difatti “questa teoria della superiorità materna è una delle più dannose di tutte le finzioni consolatorie e le stesse donne non possono farne a meno”, e il suo rifiuto strappa il corpo femminile, dopo millenni, ad una “immagine pressoché impenetrabile, mistificatoria e kitsch, che tende ad allontanarla dal fatto reale o psicologico”. Questa credenza spacciata per ovvietà sarebbe la causa primaria dei maltrattamenti subiti da Justine, emblema della condizione storica della donna, perché “non c’è alcun modo di profanare ciò che è sacro” a prescindere da ciò che gli si infligge. Il rifiuto della maternità è il trionfo della sessualità (“la madre è in sé una negazione concreta dell’idea di piacere sessuale”) nella quale Sade vede il raggiungimento della libertà individuale e della completa uguaglianza; tuttavia per quanto teorizzata questa definitiva sconfitta della repressione sessuale non è mai realmente auspicata: la sua persistenza è fondamentale nell’economia narrativa sadiana, innanzitutto perché la vittoria del piacere sul dolore libererebbe dai tabù, annichilendo così lo stesso genere pornografico. Questo evento però – al contrario di ciò che sostiene la Carter, che vi scorge una debolezza – è la massima dimostrazione della verità della tesi sadiana, una verità che non può compiersi proprio in virtù dell’equivalenza disinibizione=libertà, ed è quindi utopia. In second’ordine si rivela la natura puramente teoretica dell’opera del Marchese: il suo è un sistema filosofico, di cristallinità spinoziana, e come tale per avanzare tesi compiute ha bisogno di tenere ferme delle premesse (in questo caso la repressione sessuale), dei principi indiscutibili, a prescindere dalla possibilità concreta di un cambiamento, di una “rivoluzione” che – a dispetto di ciò che spesso si dice – non è un tema sadiano. E si potrebbe a questo punto avanzare l’ipotesi che il suo radicale nichilismo è anch’esso una premessa del sistema, un elemento non per forza riferibile alla psicologia dell’autore, uno strumento dimostrativo.

La donna sadiana non è quindi rivoluzionaria fino in fondo, “non sovverte la società se non incidentalmente”, (e la stessa Juliette è un modello di donna storicamente raggiunto, ma indice di un femminismo compromissorio, abortito), se non in senso classista, e ciò rende merito a un’interpretazione marxiana di Sade (accanito lettore di Rousseau). Carter scava nell’opera sadiana restituendogli una originalità e una preminenza nella storia delle immagini concettuali della donna, non allineata agli standard della società patriarcale; ma alla fine lo riposiziona nel suo contesto, ne riconosce i limiti, e – come ogni analisi perspicua – ne metabolizza i risultati in una prospettiva più ampia, offerta dalla psicoanalisi kleiniana e dall’etica animalista. Il senso ultimo del messaggio pornografico sadiano, nel suo discorrere di femminilità, è esistenzialista, “heideggeriano” (prelude l’ “essere-per-la-morte”) e restituisce l’ambiguità insita in tutte le spietate disamine del potere, contenenti sempre una fascinazione per l’oggetto deplorato fino all’identificazione, alla complicità. 

 

Dario Denta

 

Dario Denta è nato a Bari nel 1994. Laureato in matematica a Perugia, studia logica e filosofia della scienza a Firenze. Si occupa di logica applicata, epistemologia della cosmologia, metabioetica. Appassionato di filosofia letteratura e cinema, ha all’attivo una raccolta di poesie e scrive su Shivaproduzioni – il portale del cinema underground.

 

[Photo credit Nicole Honeywill su Unsplash.com]

Autocontrollo e compassione, pensieri ed emozioni

Imparare a gestire il rapporto tra la vita emotiva e l’intelligenza come chiave per un futuro migliore

 

È nelle tue mani.

Si conclude così il nuovo spot della Huawei, la casa cinese produttrice di smartphone: una frase che appare in dissolvenza nella parte conclusiva del filmato, proprio mentre il ragazzo protagonista del racconto sale sulla sua bici e se ne va, decidendo di tenere nascosta al mondo la dolce e misteriosa creatura incontrata nella foresta.

Lo spot, che in pochissimo tempo è diventato virale, tocca non poche tematiche più che mai “scottanti” per la società di oggi, prima tra tutte la responsabilità dell’azione, ma ancora di più direi l’autocontrollo delle proprie emozioni, un autocontrollo che permetta di dare la giusta direzione alle nostre emozioni, trasformandole in una forza costruttrice e non distruttrice.

Un ragazzino intento ad andare in bici si ferma in un bosco, attirato dal rumore di qualcosa che si muove nell’erba alta. Trova un animaletto mai visto prima e decide di fotografarlo con il suo Huawei. In un attimo si trova a fantasticare sul futuro che lo aspetterà dopo la condivisione sui social: fama, successo, interviste… fino a quando l’animaletto non sarà ridotto a una mera attrazione da circo e imprigionato in una gabbia. A questo punto il ragazzo torna in sé e prende una decisione: elimina la foto. Autocontrolla l’emozione che lo avrebbe spinto a divulgare l’immagine della creatura, diventare famoso nel mondo e quindi trarre un vantaggio personale.

Un tema di cui parlava già Aristotele nell’Etica Nicomachea: la sfida lanciata dal filosofo era quella di dosare bene la vita emotiva con l’intelligenza.  Le passioni, le emozioni, se bene esercitate, hanno una loro saggezza: guidano il nostro pensiero, i nostri valori, la nostra stessa sopravvivenza. Esse possono tuttavia facilmente “impazzire” e questo oggi, purtroppo, accade fin troppo spesso.

Come aveva capito bene Aristotele, il problema non risiede nello stato d’animo in sé, ma nell’appropriatezza dell’emozione e della sua espressione.

Dice infatti Aristotele nell’Etica Nicomachea1: «colui quindi che si adira per ciò che deve e con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve, può essere lodato».

Potremmo dire, in altre parole, che la chiave di tutto è nel saper portare l’intelligenza nelle nostre emozioni, e quindi di conseguenza la civiltà nelle nostre strade e la premura per l’altro nelle nostre relazioni: avere autocontrollo e compassione, due aspetti che nella società di oggi sono sempre più rari. Ne parla a lungo Daniel Goleman, collaboratore scientifico del New York Times e insegnante di psicologia ad Harvard, nel suo libro Intelligenza emotiva, dove si legge: «se esistono due atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno, quelli sono proprio l’autocontrollo e la compassione»2.

Goleman scrive il libro nel 1995, in un momento in cui la società civile americana si dibatteva in una crisi profonda, caratterizzata da un netto aumento di crimini violenti, suicidi e abuso di droghe.

Anche nel nostro paese, oggi, la società mostra alcuni segni iniziali tipici di una crisi simile a quella americana: un’alienazione sociale e una disperazione individuale che se non controllati, potrebbero portare a lacerazioni più profonde del tessuto sociale. Una società che è sempre più individualista e che porta a una sempre minore disponibilità alla solidarietà e ad una maggiore competitività.

«Il mio consiglio per guarire questi mali» scrive Goleman nella prefazione al libro, «è prestare una maggiore attenzione alla competenza sociale ed emozionale nostra e dei nostri figli e di coltivare con grande impegno queste abilità del cuore»3.

Diventare quindi più consapevoli e aperti verso le nostre emozioni, saperle gestire, saperle riconoscere: una maggiore autoconsapevolezza come chiave per diventare più abili a leggere i sentimenti altrui e per sviluppare le radici dell’empatia.

Goleman dedica un capitolo intero del suo libro a questa capacità emotiva4, che entra in gioco in moltissime situazioni, da quelle tipiche della vita professionale a quelle della vita privata, o ancora nella compassione e nella vita politica.

Potremo chiederci: come si sviluppa l’empatia? Si impara da piccoli? Ce la insegnano?

Secondo lo studio dello psichiatra Daniel Stern, riportato nel libro di Goleman, le fondamenta dell’empatia, così come della vita emozionale, sono poste nei primi tre mesi di vita del bambino, nei momenti di grande intimità con il genitore. Di tutti questi istanti, i più critici sono quelli che consentono al bambino di sapere che le sue emozioni incontrano l’empatia dell’altro, sono accettate e ricambiate, in un processo che Stern chiama attunement, ovvero sintonizzazione5.

Attraverso la sintonizzazione le madri comunicano ai figli di percepire i loro sentimenti.

In definitiva tutto questo testimonia quanto sia importante per ognuno di noi, ma in generale per la società, essere capaci di gestire la vita emotiva, ma ancor prima di riconoscere le nostre emozioni e di farle essere parte in causa di ogni nostra decisione e scelta.

Ben guidata l’emozione è un motore potente, che permette ad ognuno di noi di costruire futuri migliori, anziché distruggerli.

 

Martina Notari

Ciao,
Mi chiamo Martina, ho 34 anni e sono giornalista professionista dal 2011.
Dal 2008 lavoro come redattrice a Tvl, storica tv di respiro locale e regionale, ma sono anche giornalista free lance e fondatrice di Target, agenzia che si occupa di comunicazione a 360 gradi.
Mi sono diplomata nel 2002 al Liceo Classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, proseguendo gli studi universitari a Pisa. Iscritta alla Facoltà di Filosofia, la materia di cui mi ero innamorata negli anni di liceo, mi sono laureata con lode in Filosofia del Rinascimento nel dicembre del 2007.
Abito a Pistoia con la mia famiglia e nel tempo libero coltivo le mie passioni: la filosofia, la lettura, la medicina naturale e lo yoga, lo sport, le camminate nel verde e nella natura.

 

NOTE 
1. Aristotele, Etica Nicomachea, editori Laterza, traduzione italiana di Armando Plebe, Bari 1973
2. D. Goleman, Intelligenza Emotiva, edizione Best Bur, gennaio 2018, p. 14
3. Ivi, prefazione
4. Ivi, p. 165
5. D. Stern, The interpersonal World of Infant, Basic Books, New York 1987, p. 30

Per chi non l’avesse visto, qui trovate il video dello spot in questione.

 

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Gilles Deleuze e il problema della differenza

Nel mondo che ci circonda, la diversità sembra attraversare il nostro sguardo da ogni lato; la differenza sembra la cifra della nostra nuova identità, aperta e multiculturale; e l’altro, anziché starci a guardare da lontano, sembra essersi insediato dentro di noi. Ecco allora che il problema del diverso e della diversità è oggigiorno un problema imprescindibile che ci tocca sempre più da vicino, mostrando e dimostrando la nostra difficoltà ad accettare ciò che eccede le nostre certezze identitarie. Tale problema ha degli innegabili risvolti politici e sociali, che sono facilmente osservabili nella quotidianità delle nostre azioni. Tuttavia una riflessione filosofica seria non può soffermarsi solo su queste manifestazioni esteriori; essa deve cercare di dare una fondazione logica e una spiegazione razionale della natura dell’altro e della differenza. Ed è proprio di questa fondazione che vi vorrei parlare.  

Il problema della differenza non è un problema privato, al contrario rappresenta un problema umano e filosofico, poiché della differenza anche i maggiori filosofi hanno avuto paura, poiché anche loro hanno sentito la necessità di proteggersi di fronte al mistero caotico che genera la scoperta del diverso. Lo hanno fatto sicuramente nel modo a loro più accessibile, ovvero controllando l’altro attraverso la logica. Per essere più precisi, essi si sono oltremodo sforzati di ridurre il concetto di differenza a un semplice derivato del concetto di identità, in modo tale che la differenza per poter essere compresa dovrebbe legarsi a questo concetto (d’identità), il solo che avrebbe potuto giustificarla nelle sue diverse sfumature. Platone e Aristotele, Cartesio e Spinoza, Leibniz e Hegel sono tutti ugualmente esempi della signoria dell’identità sul nostro mondo dispersivo; tutti loro ritengono che l’identità di una cosa con se stessa sia la condizione necessaria perché si diano oggetti diversi tra loro. E se mancasse questa fondamentale identità con sé, allora non potrebbe neanche più esserci la differenza con tutte le altre cose. Perciò l’alterità diventa un misero surrogato, la banale conseguenza della percezione errata che ho di me stesso.

Eppure il filosofo dovrebbe distinguersi per avere il coraggio di guardare in faccia il “mostro”, che in questo caso è la differenza dell’altro. Ma chi tra tutti questi sedicenti eruditi è realmente riuscito a lasciar vivere l’altro in sé? Sembra che la risposta a questa domanda sia nessuno. Sembra, però, soltanto nessuno, perché la filosofia ha il grande pregio di capire i suoi errori e di imparare da loro, e, infatti, la contemporaneità ha saputo smuovere un po’ le acque e attraverso il genio di Gilles Deleuze ha saputo ascoltare profondamente la melodia caotica della differenza, facendola esplodere in accordi stridenti. Egli è riuscito a scrivere la vera storia della differenza, perché ha compreso che i termini della questione (identità e differenza) andavano invertiti: è in realtà l’identità che deriva dalla differenza e non il contrario. Come ciò sia possibile è sicuramente il problema da porsi, poiché solo questo “come” permette alla filosofia di trascendere la sua attrazione per l’identità. Tuttavia, realizzarlo non è assolutamente semplice e, infatti, Deleuze deve allontanarsi dalla logica e avvicinarsi alla matematica per raggiungere il suo scopo, poiché quest’ultima è la sola che può condurci lungo il cammino della scoperta dell’altro. Anche se è piuttosto tedioso esporre la teoria matematica a capo del nuovo concetto della differenza, resta però necessario esporre il significato di questa rivoluzione di prospettiva introdotta da Deleuze e le conseguenze che essa comporta per la percezione di noi stessi. Deleuze quindi prende la matematica, perché la matematica ci insegna che la relazione viene prima di tutto, ovvero c’è prima relazione e rapporto e poi identità o diversità. Le persone che entrano in un rapporto non hanno un’identità prestabilita, che devono confermare durante questo rapporto. Al contrario la loro identità è assolutamente indeterminata prima di esso; solo la relazione può dargli consistenza, cosicché soltanto la relazione permane al di là dei suoi elementi, continuando a sussistere anche quando essi cambiano. L’identità di sé allora non è l’originario; essa deve essere ribaltata nel suo significato autentico, così da mostrarsi com’è in verità, come una semplice conseguenza di rimando. E questo perché la relazione opera prima della nostra capacità di pensarla ed esprimerla. L’identità allora non si dà come già fatta e non può esistere come identità pienamente attuata, perché essa è da sempre un divenire che è un divenire altro.

La nostra identità noi la costruiamo giorno dopo giorno nella relazione con gli altri, tutti gli altri ma soprattutto i veramente altri da noi, per opinione, cultura e tradizione. Non nasciamo mai con un marchio impresso che ci dice chi siamo e a chi apparteniamo. Al contrario, in ogni singolo momento la nostra cosiddetta identità si fa e si rifà, si forma e si deforma in un moto continuo che, se osservato attentamente, incanta come lo scorrere di fiume in piena.

 

Gaia Ferrari

 

Ho studiato filosofia presso l’Università di Venezia per gli studi triennali e presso l’Università di Padova-Jena per quelli magistrali. Mi sono laureata con una tesi sulle vicinanze teoretiche tra il pensiero dialettico di Hegel e quello differenziale di Deleuze. Ora spero mi attenda il dottorato.

 

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Platone, non Prozac!

«Essere un filosofo non significa semplicemente avere raffinati pensieri, e neppure fondare una scuola.. Consiste nel risolvere alcuni dei problemi della vita, non in teoria, ma in pratica».

Prendo in prestito le parole del filosofo statunitense Henry David Thoreau, per rispondere alla più nobile delle domande: “ma a cosa diavolo serve la filosofia?”.

Confesso che da studentessa alle prime armi con Platone e Aristotele, questo interrogativo mi è balzato più volte in mente, e sono assolutamente convinta che la domanda ha assillato intere generazioni di studenti.

Del resto anche l’impatto con la filosofia non è uguale per tutti: per alcuni può essere un vero e proprio amore a prima vista, altri la imparano ad apprezzare col tempo, altri ancora la considerano solo una materia noiosa, pesante, da studiare per l’interrogazione e dimenticare il giorno dopo, c’è invece chi si innamora perdutamente e la rende parte della sua vita scolastica, lavorativa e affettiva.

E questa sono io. Amavo così tanto questa materia che ho continuato a studiarla anche all’università, scegliendo di proseguire gli studi a Pisa, alla Facoltà di Filosofia. Sottolineo che non era Lettere e Filosofia, era filosofia pura. Niente scherzi.

La filosofia è stata per me una vera e propria compagna di vita, una amica sincera a cui potersi affidare nei momenti più difficili, da cui farsi aiutare nelle scelte di tutti i giorni.

Perché, nonostante l’opinione diffusa, la filosofia non deve essere per forza di cose intimidente, noiosa o incomprensibile.

In sostanza questa nobile materia cerca di rispondere a domande che tutti noi ci poniamo: che cos’è il bene? Che senso ha la vita? Che cos’è la cosa giusta? Perché sono qui?

Sono domande tutt’altro che facili e non ci sono facili risposte, altrimenti non staremo ancora a rimuginare, ma la filosofia ci permette di avere un grande vantaggio: disporre di migliaia di anni in cui molte delle menti più fertili della storia hanno meditato su questi argomenti e hanno lasciato concezioni e linee di condotta a nostro beneficio.

Non solo. La filosofia è anche personale: ognuno di noi è filosofo.

Apprendi dalle fonti tutto ciò che puoi: la riflessione finale per giungere a un modo funzionale di affrontare il mondo è però solo tua.

Platone è meglio del Prozac è il titolo del libro del 1999 di Lou Marinoff, professore di filosofia al City College di New York, che nel testo avanza la teoria di una vera e propria consulenza filosofica che aiuta e sostiene la persona nelle sue decisioni, inquietudini e problematiche quotidiane.

Marinoff spinge sull’idea di togliere la filosofia da contesti puramente teorici e ipotetici e applicarla alla vita di tutti i giorni, ai problemi professionali o affettivi.

«A seconda dei problemi che devi affrontare», scrive Marinoff, «potremmo esaminare le idee di filosofi meglio applicabili alla tua situazione, quelli ai quali ti senti più vicino. Ci sono persone a cui piace, ad esempio, l’autoritarismo di Hobbes, mentre altri si sentono più attratti dall’atteggiamento intuitivo di Lao Tzu».

Tornando a Thoreau quindi, la filosofia è semplicemente un modo pratico di risolvere alcuni dei problemi della vita. E anche qualora non si trovasse la soluzione del problema, sicuramente lo avremo elaborato filosoficamente, trovando la tranquillità mentale, un modus operandi valido sempre per affrontare i prossimi ostacoli.

La vita è stressante e complicata, ma non è indispensabile che tu sia stressato e confuso. In questo la filosofia è la migliore delle medicine: Platone, non Prozac!

 

Martina Notari

Ciao,
Mi chiamo Martina, ho 34 anni e sono giornalista professionista dal 2011.
Dal 2008 lavoro come redattrice a Tvl, storica tv di respiro locale e regionale, ma sono anche giornalista free lance e fondatrice di Target, agenzia che si occupa di comunicazione a 360 gradi.
Mi sono diplomata nel 2002 al Liceo Classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, proseguendo gli studi universitari a Pisa. Iscritta alla Facoltà di Filosofia, la materia di cui mi ero innamorata negli anni di liceo, mi sono laureata con lode in Filosofia del Rinascimento nel dicembre del 2007.
Abito a Pistoia con la mia famiglia e nel tempo libero coltivo le mie passioni: la filosofia, la lettura, la medicina naturale e lo yoga, lo sport, le camminate nel verde e nella natura.

 

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Esercizi di democrazia. La Philosophy for Community

La storia della filosofia non è avara di richiami relativi ai rischi dell’omologazione, a cui l’opinione comune ha ceduto rinunciando alla sua dimensione critica. Da Seneca a Heidegger tanto per considerare due riferimenti temporali molto lontani, la massificazione, il conformismo sono stati esaminati da angolazioni diverse, producendo pagine con le quali siamo in debito.

Al di là di ogni facile generalizzazione, e chiedendo sinora perdono a chi non si sente chiamato in causa, non si può trascurare che, per mille ragioni diverse, in più occasioni è anche trapelata una certa passività dei cittadini, forse convinti che il sospetto sollevato da Trasimaco trovi ormai una diffusa collocazione nella realtà.

Una luce di speranza, o magari di rivolta, si è accesa nel momento in cui i social network hanno concesso a chiunque l’opportunità di prendere la parola. Subito dopo si sono tuttavia manifestate delle perplessità sulla gestione di questi canali di comunicazione e sono emersi diversi interrogativi. Entrare a far parte di un gruppo virtuale comporta il dare voce alla pluralità in modo autentico? Ogni accesso rappresenta un mezzo per esprimere la propria partecipazione attiva? Esiste quindi una maggior democraticità grazie alla rete? Le risposte sono ancora in fase di elaborazione.

Senza trascurare le potenzialità della tecnologia, la conversazione all’interno di una chat rischia con molta probabilità di affrontare gli stessi limiti di quella che si costruisce vis-à-vis, specie se gli interlocutori puntano a legittimare la propria autorevolezza tramite i “like” ottenuti, senza badare troppo alla coerenza della loro argomentazione.

Sullo sfondo di questo scenario si stagliano delle esperienze che potrebbero essere tacciate di anacronismo, se non altro per l’ambiente in cui si realizzano: ci sono, per esempio, alcune donne che hanno scelto di trovarsi a dialogare socraticamente, sedute in cerchio all’interno di una stanza, mentre il mondo fuori celebra il rito dell’aperitivo in centro. Hanno infatti deciso di anteporre allo “stordimento” della vita quotidiana una sessione di Philosophy for community. Non siamo dinanzi a una favola tesa a creare illusioni, poiché quanto descritto si è davvero svolto a Udine nel corso degli ultimi due anni.

La pratica a cui ci si riferisce adotta una metodologia analoga a quella della Philosophy for children, anche se è prettamente destinata a contesti extrascolastici, formali e informali. Come suggerito da Matthew Lipman fin dagli anni ’70, si tratta sempre di partire da un testo che funge da stimolo, per arrivare a individuare un piano di discussione e dare così vita a un logos, che, con l’ausilio di un ascolto empatico, promuove il pensiero critico, creativo e valoriale. Appare fondamentale e delicato il ruolo del teacher/facilitatore che, lungi dall’essere un trasmettitore di verità prestabilite, si limita a tenere le fila del ragionamento, a sollecitare esempi e a porre domande di follow-up, lasciando il palcoscenico alla comunità di ricerca. Quest’ultima incarna il luogo privilegiato dell’inclusione e della co-costruzione.

L’abitudine cede il passo all’esplorazione, ciascuno mette in gioco il proprio mondo, ognuno scopre il valore della presenza, il punto di vista divergente non viene soffocato ma viene concepito come momento di confronto produttivo per approdare a una conclusione che può essere soltanto provvisoria. Servendoci delle parole spese a suo tempo da Platone, si può osservare che quello che ci si prefigge come scopo è pertanto ben distante dal competere «al fine che risultino vincenti le mie piuttosto che le tue affermazioni»1.

Come reagiscono gli adulti all’interno di questo progetto che può essere considerato come uno strumento di educazione alla cittadinanza, come un esercizio di democrazia vera e propria? Rispetto ai più piccoli, le difficoltà aumentano perché la paura del giudizio altrui, la voglia di imporsi con il proprio bagaglio di conoscenze e la smania di regalare certezze assolute sono ostacoli ingombranti che vanno superati, affinché la comunità sia veramente tale e non solo la somma di tante monolitiche individualità.

Un’unica sessione di Philosophy for community non è sicuramente miracolosa, ci vuole del tempo per acquisire consapevolezza del nostro pensiero, della sua multidimensionalità e lo sanno bene anche le donne che nel centro friulano hanno voluto, con coraggio e determinazione, mettersi alla prova, per avere una carta in più da giocare nella ricerca di una parità non solo formale ma anche sostanziale all’interno della società. Accompagnate da quella curiosità e meraviglia che sorreggono il filosofare come attività euristica, hanno affrontato tematiche come l’amicizia, hanno interrogato il concetto di umanità, hanno lavorato sulle aspettative che ci condizionano davanti ai bivi più importanti della nostra esistenza. Alla luce del loro cammino, senza voler apparire irrispettosi, si può concludere che hanno forse recuperato quello «spazio mentale per il rifiuto e per la riflessione» di cui parlava Marcuse.

Da dove è nato il loro bisogno? L’adesione agli incontri è stata stimolata dal desiderio di poter attivare un processo dialogico in grado di superare ogni solipsismo, di favorire la capacità di argomentare senza dover ricorrere a slogan fini a se stessi, di offrire una risposta a chi vuole ostracizzare le minoranze proprio perché sono tali. La filosofia ha avuto modo di essere colta soprattutto nella sua dimensione pratica e sociale, consentendo di vivere una pariteticità che in altri ambiti viene eclissata. L’esperienza udinese dimostra che la volontà di uscire dal pericolo del conformismo non si è dissolta e che ci sono dei mezzi, come la P4C, che possono spronare l’uomo a non annullare, in maniera ingenua o manipolata, il proprio pensiero.

 

Melissa Trevisan

 

NOTE
1. Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani Il Pensiero Occidentale, Milano 2000, p. 430.
2. H. Marcuse, Critica della tolleranza, Mimesis, Milano-Udine 2011, p.39.

 

Melissa Trevisan nata a Udine nel 1974, si laurea a Trieste in Filosofia e, dopo aver frequentato un corso di perfezionamento presso l’Università degli studi di Firenze, consegue il titolo di teacher in Philosophy for children e for community. Socia del Centro di Ricerca sull’Indagine Filosofica, insegna storia e filosofia nella città natale. 

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La “Filosofia della reazione” di Plebe e la via della prassi

Nel vivo della contestazione studentesca, delle assemblee e degli scioperi, nel 1971 appariva un singolare saggio di un pensatore marxista scandalosamente e polemicamente passato alla parte avversa (tanto da essere eletto nelle file del MSI nel ’79): parliamo di Armando Plebe e del suo Filosofia della reazione.

“Reazione” era una bestemmia in anni di impegno politico a favore del cambiamento e della rivoluzione e di una cultura di sinistra maggioritaria in ambito filosofico, e l’autore gioca molto con questa consapevolezza, proponendo un’analisi logico-psicoanalitica delle mode intellettuali popolari nell’Italia d’allora; il libro – di difficile reperibilità – è per un terzo pamphlet e invettiva politica, per un terzo eclettico saggio teoretico, per un terzo fenomenologia di caratteri e categorie morali, sfioranti il bozzetto.

Il lavoro di Plebe, come spesso avviene per gli “inattuali”, si presenta in realtà molto attuale nell’orizzonte di un recupero della filosofia pratica (che iniziava in quegli anni), nonostante la scomparsa della cultura e del sentimento della contestazione e della rivoluzione, già allora – a sentir Plebe – di maniera e quindi prossime alla dissoluzione, e verso le quali è indirizzata gran parte della verve polemica. La “reazione” (termine che l’autore ri-definisce da un punto di vista semantico metafisico e logico, allargandone potenzialità espressive oltre il lessico politico) è infatti un’istanza alternativa – e assolutamente non mediana – tra conservazione e rivoluzione, finendo per essere un atteggiamento, una disposizione, che possiede una giustificazione teoretica ma che si fonda ed esplica nella prassi.

Come definire la reazione? Essa è innanzitutto lotta all’automatismo della prassi vacua, fine a se stessa, a favore di un atteggiamento orientato verso la conoscenza e l’analisi: ciò significa soprattutto «recupero dei significati» contro il proliferare e l’accumularsi dei significanti, quindi contro la retorica e il conformismo; perciò «non ha senso dichiarare che la conoscenza “progredisce” se conoscere significa ogni volta richiamare i motivi generatori dell’iniziativa presente», quanto che «si arricchisce, ogni volta che deve richiamare al suo autentico significato l’automatismo della prassi» laddove «le idee scadono in ideologie». Senza questa azione “archeologica” della reazione, di recupero del significato originario, «l’iniziativa pratica diventa mera volontà priva di senso», che si manifesta nella logica binaria ed esclusivista dell’affermazione e della negazione, eternamente rimbalzantesi concetti situazioni soluzioni senza districare la matassa. Difatti conservazione e rivoluzione differiscono nelle derive finali ma sono identiche nello spirito e nei presupposti: in primis condividono quello che Freud chiamava istinto di morte (declinato rispettivamente come masochismo e sadismo) che si manifesta come rifiuto del presente, in nome di un edenico passato da contemplare e preservare a priori, oppure di un raggiante futuro da conquistare subito e a qualunque prezzo. Istinto primordiale – come è «primordiale la reazione ad esso, tramite la quale si afferma la vita» –, dove il presente è solo anticipazione del futuro, e «la contestazione altro non sarebbe che una nevrosi». La reazione si pone come una filosofia del presente: non una teoria organica ma un metodo per orientarsi in solitario cammino (da qui l’interesse prevalente per l’unica minoranza realmente tale: l’individuo). Il secondo punto in comune è una diretta conseguenza dell’ossessione per il passato o il futuro: la fede nella Storia con la S maiuscola, ipostatizzazione impropria dei singoli eventi storici, da Plebe ritenuta una superstizione e rigettata in toto (come già Popper nel ’45, ed è curiosa questa convergenza con un pensiero liberale dal che s’intuisce che la prospettiva dell’autore è feconda, tutt’altro che granitica). Il “reazionarismo” alla Plebe in definitiva è illuministico, nella misura in cui intraprende la lotta a un pregiudizio: quello della storia come progresso, e della Storia come entità esistente.

Sembrerebbe che tutto questo porti a considerare la Reazione come termine medio, conciliatorio tra due opposti. E invece l’autore mostra come «rifiutare gli estremi non significa sedersi nel mezzo» ma prendere una posizione comunque estrema, mai aprioristica né illusoria, che addirittura «precede l’azione a cui reagisce» proprio perché disposizione d’animo, istintuale ma ragionata; non una terza via quanto l’analisi razionale dell’assurdità di ogni via (se troppo facile o immediata). Un atteggiamento che sfugge al nichilismo o allo scetticismo assoluto sia per il suo afflato stoico e “aristocratico” sia per la prudenza e la riflessione che – a scapito delle tendenze sistemiche – privilegiano la dimensione pratica. Bisogna perciò «svincolarsi da ogni catena procedente in una direzione» e recuperare libertà di azione e riflessione.

A sostegno delle sue tesi sviscera un eclettico armamentario che va dalla logica alla psicologia allo strutturalismo e al pensiero critico, esibendo una modernità che difettava spesso la fossile filosofia accademica coeva (se non l’odierna), incapace di recepire gli stimoli culturali più vasti del pensiero contemporaneo, a meno di deformarli in interpretazioni schematiche (persino col “nume tutelare” Marx). Plebe utilizza gli strumenti con sapienza (era autore di manuali di logica formale, retorica, estetica, persino teoria della letteratura) e con spregiudicatezza, quasi lottasse e litigasse con ogni autore citato in un continuo gioco di provocazione intellettuale che forse azzoppa la riflessione teorica ma stimola indubbiamente una diversa prospettiva sulle cose.

Dario Denta

Dario Denta è nato a Bari nel 1994. Laureato in matematica a Perugia, studia logica e filosofia della scienza a Firenze. Si occupa di logica applicata, epistemologia della cosmologia, metabioetica. Appassionato di filosofia letteratura e cinema, ha all’attivo una raccolta di poesie e scrive su Shivaproduzioni – il portale del cinema underground.

[Photo Credit: sasan rashtipour on Unsplash.com e poi rielaborata] 

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Il riconoscimento: l’alterità in trappola

“Ti riconosco”. Questa è una espressione che, secondo Luce Irigaray, permetterebbe il riconoscimento dell’altro: «io riconosco che tu sei, che tu esisti, che tu divieni»1. Questo altro, non con la lettera maiuscola, come ad esempio l’Altro in Lévinas, è una persona, un corpo sessuato e quindi sottoposto alla legge biologica del genere.

Eppure in questa lettura, nell’espressione “Io ti riconosco” si nasconde una trappola, la quale farebbe ricadere il pensiero dell’alterità nella cosiddetta logica dell’identità. Perché?

Mi servirò di alcune espressioni della lingua comune, vera miniera per un’analisi filosofica, poiché, in qualche modo, mostra il pensare e il sentire comune, mettendo in risalto le strutture nascoste del pensiero occidentale.

“Ti riconosco”. Partiamo da questa frase. A una prima occhiata sembrerebbe che Irigaray abbia ragione nel vedere qui una legittimazione dell’esistenza dell’altro, l’annullamento di qualsiasi gerarchia: ci si può sbarazzare del peso della dialettica padrone-servitù. Io ti sto riconoscendo, ti sto dando spazio in questa relazione, ti permetto di entrare in comunicazione: ho aperto un canale che ci farà avere una relazione. Tuttavia, come già accennato, c’è il trucco. C’è un tranello, un inganno oppure la volontà di non vedere come sia perfido il linguaggio. Dicendo “Ti riconosco” il soggetto che parla sta ponendo la base ontologica per l’evento dell’altro: in quanto io ti riconosco, ti sto riconoscendo, allora, tu esisti. Senza questa mia azione, tu non saresti.

C’è di più. Si può allargare l’enunciato ed esclamare: “Ora, ti riconosco! Ecco il mio Pinco Pallino!”. In questa frase, che è un passo ulteriore rispetto a quella precedente, uscendo dal confronto con la Irigaray, vediamo che quell’“ora” è di fondamentale importanza. L’altro con cui ci andiamo a confrontare, con cui dialoghiamo, dopo aver espresso questo enunciato, scompare. Difatti, queste parole, non significano altro che la rappresentazione dell’altro e non la sua vera presenza. Esso è un fantasma, una proiezione. L’elemento temporale vuol significare che “adesso” sei la persona che conosco, mentre prima, per motivi che hanno scosso l’edificio delle certezze del soggetto che parla, non eri tu: come avresti potuto? Se il Pinco Pallino che conosco ha sempre avuto certe abitudini, certi comportamenti, è ovvio che quello che prima eri tu, in realtà, non potevi esser tu. Solo adesso che sei tornato – da dove? – in te – prima, ricordiamoci che non esistevi – io ti riconosco.

Altra frase ricorrente è questa: “Sei sempre il solito!”. Normalmente viene utilizzata in due modi: per scherzo, quando qualcuno commette un atto che denota la personalità di un individuo, oppure, con astio, quando sempre quel qualcuno agisce in maniera errata, a conferma del suo carattere, del suo ethos. Se si va a scavare nel significato filosofico di questo enunciato, è possibile vedere come il primato del soggetto sia ancora visibile, presente: esso viene rassicurato dal permanere dei modi dell’altro, delle sue parole, delle sue azioni, dei gesti, così da poter mettere in atto delle difese, delle contromisure, che lo portano a porre il proprio controllo sulla realtà. L’altro è solo “un rompicapo da poter risolvere con gli strumenti del paradigma”, come potrebbe dire Kuhn.

Il linguaggio, la parola, mette una barriera tra due individui, perché è  sempre espressione di una soggettività virile, che vuole possedere, controllare, amministrare. Essere confortata. Confortarsi.

Tuttavia, è necessario che questa soggettività sia, invece, sconvolta dall’altro, che sfugga a qualsiasi categoria, così da poter sempre rimettere in gioco le carte, non dar nulla per scontato.

Quello che l’altro dovrebbe suscitare in me, costantemente, è quella strana sensazione che si prova quando si è innamorati, quando siamo colpiti da Eros: un desiderio dettato dalla distanza, mai percorribile interamente, che ci lasci con ancora la voglia di poter scoprire l’altro. Di trasformarci pur di poterlo acciuffare, con il risultato di venire a nostra volta cacciati. Ma anche quando si sarà arrivati alla nudità, al corpo dell’altro, esso ci rimarrà per sempre estraneo: sia per la sua conformazione sessuata, per dirla con Irigaray, sia per quella individuale, dove ogni corpo è impersonato. Ciò non vuol dire che vi sia un’anima, bensì che il corpo è vivo, pulsante, fremente e mai uguale a quello di un altro. Alla frase della Irigaray, “Ti riconosco”, bisognerebbe, invece, sostituire: “Per fortuna che ancora non ti conosco”. Nell’amore, nel sesso, nella carezza, nei gesti che continuamente ci scambiamo, in un linguaggio silenzioso, c’è tutta l’incapacità di conoscere. L’altro non lo vogliamo conoscere, non dobbiamo conoscerlo. Non lo vogliamo ri-conoscere, ma viverlo. L’alterità è il mistero dell’esistenza.

 

Edoardo Poli

 

Nato a Velletri il 14 febbraio 1996, mi sono diplomato al Campus dei Licei “Massimiliano Ramadù”, ad indirizzo scientifico.
Vivo a Pisa e mi sono laureato presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Pisa. Ho pubblicato un libro di poesie nel 2015, attualmente scrivo per altre riviste, tra cui “Artspecialday” e “Momus”; fortemente interessato ad argomenti sia scientifici che umanistici, secondo quella unificazione della cultura umanistica e scientifica, tipica dell’approccio complesso.

 

NOTE:

1. L. Irigaray, In tutto il mondo siamo sempre in due, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2006, p. 39

 

[Photo credits: Ian Schneider via Unsplash.com]