Infinity and beyond: la matematica incontra la filosofia

pensare-linfinito-costantini_la-chiave-di-sophiaPresentazione di Pensare l’Infinito. Filosofia e matematica dell’infinito in Bernard Bolzano e Georg Cantor di Filippo Costantini (Mimesis Edizioni, 2016)

 

Chi non si è mai perso, magari da bambino, a guardare le stelle durante quelle meravigliose sere d’estate, in cui si resta letteralmente ipnotizzati al di sotto di quella miriade sterminata di puntini luminosi? Forse è proprio in quell’occasione che ci siamo misurati per la prima volta con la sensazione dell’immenso, dell’infinito. Abbiamo provato a portarci con la mente verso le più remote lontananze, percependo un giramento di testa una volta giunti troppo in là. Ecco, questo testo prova a darci un antidoto contro quel giramento di testa, contro quelle vertigini spesso interpretate come un’impossibilità dell’uomo di rivolgersi a tale profondità. In effetti, l’uomo può provare a pensare all’infinito! Molti matematici e molti filosofi ci hanno guidato e ancora ci guidano in questo cammino. Certo, un buon antidoto non può essere solo composto da belle parole e frasi accattivanti: ci vuole un buon equilibrio tra questa sfera e quella più tecnica riguardante i meccanismi con cui possiamo interpretare, per esempio, i numeri e gli insiemi; altrimenti sarebbe solo un placebo.

Filippo Costantini si avventura in una parte di questo percorso e, con competenza, ci porta per mano lungo una via che, giunti alla fine, forse non ci toglierà del tutto il senso di spossatezza di fronte alla sterminatezza dell’Universo, ma sicuramente ci farà sentire più liberi di godere, con cognizione, di quella dimensione ampiamente studiata per vie diverse e con diversi risultati. Chi non sia avvezzo alla Matematica e alla Filosofia della Matematica, forse potrà meravigliarsi di quanti spunti possano dare per rispondere alle fatidiche domande che ci siamo tutti posti da bambini cercando di farci descrivere il mondo e le cose. Non stiamo parlando della risposta definitiva, è ovvio. Ma spesso, quando la Matematica e la Filosofia viaggiano a braccetto, si resta sorpresi dalla lucidità con cui queste due cugine riescono a coinvolgerci nel cercare di esaminare e spiegare le parti più profonde del sapere umano. Anche se il percorso avrà dei tratti tecnici, una volta arrivati alla fine ci si sentirà più completi riguardo alla percezione di ciò che possiamo provare a conoscere.

Il testo prende le mosse cercando di farci capire in modo chiaro a cosa ci si può riferire quando si parla di “infinito” e ci guida da subito nel cercare di farci capire quale tipo di infinito anima la sua ricerca. Una possibile mappa tracciata da questo percorso si fermerà su alcune tappe suggestive disegnate a partire dalle riflessioni di Bernard Bolzano e Georg Cantor.  

La prima è rappresentata dalla ricerca di una teoria riguardante i fondamenti della matematica e la definizione di numero infinito che, per essere coerente, deve spingersi oltre la mereologia verso gli albori di quella nozione di insieme che interpreta i numeri infiniti come oggetti composti da infiniti elementi, una molteplicità la cui unità costituisce un nuovo oggetto.

Altra tappa di suggestiva importanza sarà quella che si sviluppa lungo la riflessione bolzaniana a proposito della gerarchia tra moltitudini infinite dotate di diverse estensioni. I risultati della riflessione di Bolzano, danno lo spunto per avvicinarsi alla diversa teoria di Cantor sullo stesso tema. Attraverso una interessante analisi degli studi sulla non numerabilità dei numeri Reali si arriva ad assumere una gerarchia tra infinito numerabile e non numerabile e a porre le basi teoriche per l’individuazione di quel transfinito che rappresenta una delle più importanti eredità del logico russo-tedesco. Questa parte rappresenta sicuramente una tappa di alto valore speculativo e il lettore non esperto e curioso non potrà che rimanere affascinato e interessato nel comprendere in che modo si possa parlare sensatamente di infiniti più grandi di altri. Ciò dà anche lo spunto per capire che l’infinito può essere anche pensato come qualcosa che si annida in maniera sinergica con il finito, come nel caso dei numeri irrazionali e dei numeri transfiniti. Un infinito che è quindi in una certa misura catturabile dalla ragione semplicemente perché ne è una parte costitutiva. Nonostante queste considerazioni, il valore speculativo del testo è ritrovabile sia nella difesa della posizione di Cantor, quando questi riesce a mostrarci delle buone ragioni per pensare ad una sorta di infinito attuale; sia nell’ ammissione della non conclusività della posizione cantoriana, quando si badi al fatto che l’universo dei numeri infiniti, nella sua interezza, non può far altro che rievocare il carattere potenziale dell’infinito.

Sempre a proposito del rapporto vigente tra molteplicità ed unità, ampio spazio del testo sarà dato all’esame di alcuni fondamentali paradossi logici: si evidenzierà la struttura logica che essi hanno in comune sfruttando, per esempio, alcune intuizioni di Bertrand Russell e di Graham Priest. Questa sezione tematica è sapientemente costruita per supportare la tesi dell’esistenza di concetti indefinitamente estensibili e mostra come i paradossi in questione siano generati dal considerare il tutto come un insieme e quindi come un oggetto. Il risultato della riflessione ci porterà a comprendere come l’unità in cui consiste l’intero sia un’unità che contempla anche il lato intensionale oltre a quello estensionale; unità che, per questo, sarà diversa da quella insiemistica. Lasciamo a chi voglia avventurarsi in questa lettura il piacere di scoprire i dettagli delle tematiche accennate suggerendo alla fine che, una volta approfonditi tali dettagli, il guardare verso le stelle sino alle porte dell’infinito dovrebbe farci sentire un po’ a casa.

 

Evan Battistel

Evan Battistel si è laureato in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla concezione dell’esistenza e della contingenza nella Filosofia Analitica. Ha svolto attività di docenza in Filosofia e Storia nelle scuole secondarie di secondo grado e attualmente collabora con un gruppo di ricerca della stessa Università occupandosi di questioni legate alla logica modale.

Filippo Costantini (Dolo (VE), 1989) si è laureato in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla teoria degli insiemi. Presso la medesima Università sta ora conducendo un Dottorato di Ricerca sulla questione dei paradossi logici e della “quantificazione non ristretta”. Ha trascorso periodi di studio presso l’Università di Tubinga (Germania), l’Institute for Logic, Language and Computation (ILLC) dell’Università di Amsterdam, l’Università di Oslo e l’Università di Oxford.

[Immagini tratte da Google Immagini]

La filosofia della storia in Tucidide: inevitabilità e ripetitività

Tucidide di Atene, storico e militare di V secolo a.C., ha lasciato ai posteri, oltre alle numerose pagine della sua opera, La Guerra del Peloponneso, una traumatica e disincantata filosofia della storia. Dietro agli scontri, alle battaglie, alle perdite che coinvolgono l’intera Grecia, dilaniata da un conflitto civile senza eguali, si nasconde, secondo lo storico ateniese, un’immutabile e drammatica causa scatenante, che è causa scatenante non soltanto della guerra che Tucidide vive e racconta, ma di tutte le guerre che il mondo ha ospitato e ospiterà.

Esistono, scrive Tucidide, nell’ambito del processo che ha portato alla guerra del Peloponneso, delle cause visibili, le aitìai, che sono legate allo specifico conflitto in atto e sono di natura prettamente politico-militare. A queste cause immediatamente visibili, però, sottintende una causa invisibile, una causa più vera, l’alethestate prophasis della guerra tra Atene e Sparta e, più in generale, di ogni guerra che vede protagonisti gli uomini.

Al paragrafo ventitreesimo del libro I de La Guerra del Peloponneso troviamo scritto: «Il motivo più vero, ma meno dichiarato apertamente, penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni (gli Spartani, ndr), sì da provocare la guerra». A parer di Tucidide, quindi, la crescita progressiva e smisurata di Atene, l’auxesis, ha intimidito Sparta e la Grecia intera a tal punto da rendere inevitabile la guerra. Il concetto tucidideo di inevitabilità, innovativo e drammatico, lascia ancor più impressionati, se lo si estende non semplicemente ad Atene, a Sparta e alla Grecia di V secolo a.C., ma a qualsiasi conflitto che coinvolga gli uomini. Poco più indietro, al paragrafo ventiduesimo dello stesso libro, Tucidide scrive: «La mancanza del favoloso in questi fatti li farà apparire, forse, meno piacevoli all’ascolto, ma se quelli che vorranno investigare la realtà degli avvenimenti passati e di quelli futuri (i quali, secondo il carattere dell’uomo, saranno uguali o simili a questi) considereranno utile la mia opera, tanto basta»1. Quel che più impressiona, nella citazione, è quanto scritto tra parentesi: la natura dell’uomo è una e immutabile, pertanto gli avvenimenti futuri che lo riguardano sono facilmente prevedibili, se si è in grado di studiare il passato con competenza e oggettività.

È questo il cuore della filosofia della storia di Tucidide, che, con inarrivabile disincanto, ci fa notare come l’uomo, per sua stessa essenza, tenda alla crescita smisurata della propria forza, al timore dell’altro e, come necessario scioglimento della tensione, alla guerra. Come si è presentata la traumatica guerra presente, si presenteranno quelle future, perché al centro degli eventi è l’uomo, che ha una natura che non sarà mai in grado di tradire. Il divenire umano è ingabbiato, e Tucidide, con stile attento e rigoroso, lo mette in luce, quasi fosse un monito, ancor prima di cominciare il racconto della guerra che sta sconvolgendo la sua polis e l’intera Grecia.

Il concetto di inevitabilità e quello di ripetitività applicati alle vicende degli uomini potranno sembrare, alla luce degli straordinari passi avanti compiuti dalla storiografia, riduttivi ed eccessivamente generalizzanti (come del resto ogni filosofia della storia). Ma il messaggio tucidideo non può non segnare, ancora oggi, chi in esso si imbatte: siamo realmente destinati a necessarie tensioni? Davvero la nostra essenza di uomini ci impedisce di vivere senza incorrere, presto o tardi, in periodici e laceranti conflitti?

Mattia Zancanaro

Rodigino classe ’95, vive nella sua città natale fino al conseguimento del diploma presso il liceo linguistico. Si trasferisce poi in Germania, dove trova tempo e modo di coltivare le sue due principali passioni: la lingua tedesca e la filosofia. Rientrato in Italia, si iscrive alla facoltà di filosofia dell’Università di Trieste, città in cui attualmente vive. Amante del dibattito politico, cerca di relazionarsi a quest’ultimo affiancandogli le tematiche della filosofia, per un approccio maggiormente consapevole e maturo.

NOTE:
1. Viene qui riportata, per entrambe le citazioni del testo tucidideo, la traduzione di Claudio Moreschini, tratta dall’edizione de La Guerra del Peloponneso offerta da BUR Rizzoli, Milano 2008.

[Credit: Mark Herman]

La cultura e il lavoro si incontrano: le società benefit

<p>http://www.croqqer.it/siamo-una-societa-benefit-certificata-b-corp/</p>

Nell’articolo precedente ho parlato della cultura come vita quotidiana e ho accennato al lavoro come uno dei molti ambiti che compongono quest’ultima. Possiamo perfino affermare che il lavoro è tra gli ambiti più vicini a noi, sia quando lo produciamo – ad esempio costruendo un edificio in un cantiere – sia quando ne usufruiamo – ad esempio chiedendo un aiuto a un medico. Se è vero che ognuno di noi costruisce cultura nella vita quotidiana, allora è interessante riflettere sui modi in cui costruiamo cultura nel lavoro. In questo articolo ho parlato del modello ‘Io-Tu’ del filosofo Martin Buber come riferimento per la costruzione di cultura positiva. Ebbene, esistono realtà lavorative che, relazionandosi efficacemente con l’ambiente e la società, seguono quel riferimento.

Queste realtà sono definite società benefit: esse superano l’obiettivo del profitto praticando comportamenti etici verso le persone, la natura, i territori in cui operano ecc. La benefit corporation è una forma giuridica ammessa in alcuni stati americani dal 2010 e in Italia dal 2016; se una società benefit non si accontenta della forma e vuole misurare la propria etica, può cercare di ottenere la certificazione B Corporation.

Per conoscere più approfonditamente le società benefit ho dialogato con i fratelli Marta e Maurizio Zordan, rispettivamente la direttrice finanziaria e l’amministratore delegato di Gruppo Zordan. Questa benefit corporation progetta interior design di qualità e, dal 2016, pratica comportamenti etici in ambiti come la serenità del personale, la sua crescita professionale e la riduzione dell’impatto ambientale.

Più precisamente, per quel che riguarda la serenità del personale, il Gruppo Zordan ha creato un’iniziativa che permette ai dipendenti di equilibrare il tempo passato al lavoro con il tempo trascorso in famiglia.

Dal punto di vista della crescita professionale, invece, l’azienda ha formato tutti (sottolineo tutti) i collaboratori, anche in merito a competenze sociali come l’accoglienza dei clienti.

Sotto il profilo dell’impatto ambientale, infine, il Gruppo Zordan ha reimpiegato trentaquattro tonnellate di trucioli trasformandoli in pannelli, ha riciclato il 74% dei rifiuti e ha digitalizzato tutto il lavoro su commessa.

È interessante prestare attenzione a una delle ragioni per cui l’azienda pratica questi comportamenti: Marta e Maurizio, infatti, li interpretano come risposte a chi si è comportato o si comporterà in modo scorretto verso il Gruppo Zordan. “Chi ci attacca”, affermano i due fratelli, “non si scaglia contro l’azienda, ma contro la posizione etica che essa ha assunto”.

Questa considerazione implica alcuni aspetti critici, ma ci avvicina ai legami tra cultura e lavoro che abbiamo delineato all’inizio di questo articolo. Se crediamo che la cultura si esplichi fin dalla relazione tra l’Io e il Tu del modello di Buber, allora riteniamo plausibile che essa sia influenzata dalla quotidianità del lavoro. Più concretamente, quanto più etica è la relazione tra l’Io e il Tu nelle aziende tanto migliore sarà la cultura.

Il Tu rappresenta gli ambiti che abbiamo esplorato in questo articolo; riferendoci alla serenità e alla crescita professionale dei collaboratori, la prefazione de La Giusta Dimensione − libro di Andrea Bettini sulla storia di Gruppo Zordan − propone uno spunto di riflessione interessante: «Il comportamento di ciascun componente dell’organizzazione dipende, in buona parte, dalle sue aspettative circa le intenzioni e il comportamento degli altri». Questa reciprocità viene esaltata verso la fine del libro: «Quando ognuno sa che ogni gesto, ogni azione che compie, ha una ricaduta sull’intera attività dell’azienda, ha anche la consapevolezza del valore che può apportare attraverso il proprio lavoro. La paura di sbagliare viene soppiantata dall’entusiasmo nel creare qualcosa di nuovo».

Questi spunti ci permettono di fare un invito agli amministratori di società benefit e a chi si occupa di questa forma giuridica: perseguire fini etici nei confronti delle persone è ammirevole, ma ciò non deve esentare dalla cura delle azioni più spontanee e dei pensieri più semplici. In essi, infatti, risiede l’etica più benefica.

 

Stefano Cazzaro

Sono il fondatore della start up culturale Còlere. Credo che la cultura sia un’opportunità per le persone che vogliono migliorare la realtà, qualsiasi realtà. Amo tanto la scrittura quanto l’imprenditoria, perciò studio il content marketing e lo storytelling.

 

[Immagine tratta da Google immagini]

 

 

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Il senso e la sofferenza nel mondo moderno

<p>Blocking the sunset on a perfect afternoon</p>

Nietzsche, ne La genealogia della morale, ha posto le basi per una interpretazione del senso che l’uomo ha dato alla propria esistenza: nella terza dissertazione, precisamente il primo e l’ultimo paragrafo, viene ribadito come l’umanità attraverso l’affermazione, l’accettazione e la propagazione degli ideali ascetici, abbia voluto dare un senso, quello del nulla, piuttosto che il non volere.

Nel paragrafo sette della seconda, invece, spiega come l’uomo, attraverso la spettacolarizzazione delle proprie sofferenze, grazie all’invenzione degli dèi-spettatori, ha dato così un senso alle proprie pene: il soffrire che deriva dall’esistenza stessa, si ricordi il mito di Silone ne La nascita della tragedia, non sarebbe sopportabile per l’umanità, proprio perché la sofferenza stessa non ha alcun senso e proprio per questo si deve darne uno, fingendo che ci sia qualcuno a osservarci.
Inoltre, la religione greca, l’unica che per Nietzsche non colpevolizza l’uomo, cioè non indirizzando il dolore verso se stesso, ha il pregio di indirizzare la colpa del destino umano e delle sventure verso l’esterno, cioè verso gli dèi, invece che praticare quella interiorizzazione che diverrà propria del cristianesimo, sulla scia dell’ebraismo, il popolo del ressentiment.

Sulla stessa scia si pone un altro autore, un antropologo romeno: Mircea Eliade. Nel suo saggio degli anni ’40, Il mito dell’eterno ritorno, lo studioso descrive come la ciclicità delle azioni e del tempo sia stata presente nella nostra specie fin dai primordi, prolungandosi fino al cristianesimo e operando tuttora nella liturgia che si esegue ogni domenica. Questa ripetizione di archetipi, di gesti che sono stati compiuti da eroi illo tempore, non è altro che lo strumento di difesa, la barriera, che l’uomo ha innalzato di contro a una esistenza che, come abbiamo detto con Nietzsche, non ha alcun senso. La ripetizione, il continuo rinnovarsi nella cosmologia, l’eterno ritorno dell’anno non è altro che la realtà che si riempe di senso. La sofferenza, se sopportata dagli eroi illo tempore, diviene meno crudele e l’esistenza può sembrare meno dura agli occhi di chi la vive ogni giorno. Solo gli ebrei, la classe sacerdotale, secondo Eliade, ha posto fine alla ciclicità, immettendo nel tempo la divinità e fissando il senso dell’esistenza nel futuro, con l’avvento del Messia.

Oggi, qualcosa è cambiato? Come si esprime il senso? Come viene giustificata la sofferenza umana?

Gli eventi recenti non danno molto spazio per una risposta positiva ai quesiti: la sofferenza umana, semplicemente sembra non avere più nessuna giustificazione. Da cosa deriva questo assunto così netto?

Il terrorismo, la crisi economica, la caduta dei valori religiosi e politici, quindi la crisi delle istituzioni, hanno fatto sì che la diffidenza, il dubbio si insinui sempre più all’interno dell’agire umano.
L’ultimo esempio è la grave decrescita di vaccinazioni, con il relativo dissenso verso la scienza, la quale è stata finora uno dei capisaldi della società umana. A questa teoria anti-vax se ne collegano altre che mettono in scena una vera e propria presa di distanza dal Potere, in ogni sua forma, il cosiddetto “pensare altrimenti”, di cui ultimamente Fusaro ha scritto.

Cosa significano queste teorie “complottiste”, come sono viste da molti? Esse tracciano il profilo di un nuovo modo di pensare la realtà che pone il dubbio come principio primo, arrivando a identificare il colpevole della sofferenza umana una entità indistinta, denominata “Poteri forti”.

Così, quello che Nietzsche aveva descritto come un fenomeno di introiezione, cioè l’uomo è arrivato a dare all’uomo la colpa di ogni sofferenza, ora, vi è un processo inverso: il colpevole è un essere altro, una entità quasi sovramondana ma che agisce e opera nel mondo.
Si potrebbe pensare che questo assomigli quasi all’attribuire la colpa a un dio, ebbene non è così, infatti, mentre il dio è spettatore delle nostre sofferenze e non agisce perché confinato a una età mitica di cui ci restano solo le gesta e i racconti, questo tipo di entità nuovo è assolutamente neutro: non aspira a nessuna verità, non pone alcun obbligo, non interagisce con l’uomo. È assolutamente intangibile, invisibile e indescrivibile.
La tendenza dell’uomo di voler trovare un senso alla propria sofferenza sta lentamente cozzando contro la consapevolezza che non esiste alcuna giustificazione alle scelte umane, che non sono guidate da nessun fine se non affermare la propria esistenza, assicurandola all’idea di una momentanea sopravvivenza immortale, manifestata attraverso la ricchezza e lo status sociale.
La situazione della nostra civiltà, attraverso la perdita di qualsiasi senso, sembra quasi votata all’autodistruzione e all’implosione, nella mera ricerca di sopravvivere, come un Macbeth che sfida, stremato ma ostinato, il proprio destino che egli stesso ha contribuito a costruire.

 

Edoardo Poli

Nato a Velletri il 14 febbraio 1996, mi sono diplomato al Campus dei Licei “Massimiliano Ramadù”, ad indirizzo scientifico.
Vivo e studio a Pisa presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Pisa. Ho pubblicato un libro di poesie nel 2015, attualmente scrivo per altre riviste, tra cui “Artspecialday” e “Momus”; fortemente interessato ad argomenti sia scientifici che umanistici, secondo quella unificazione della cultura umanistica e scientifica, tipica dell’approccio complesso.

“Comizi d’amore” di Pasolini: il conformismo è ancora tra noi?

Sono i primi anni ‘60 quando a Pier Paolo Pasolini, intento a cercare per l’Italia interpreti per il suo film Il Vangelo secondo Matteo, viene un’idea: intervistare gente d’ogni età, sesso ed estrazione sociale per sapere cosa ne pensa di sessualità, matrimonio, divorzio, prostituzione, ruolo della donna e – persino – omosessualità. Nasce così Comizi d’amore, documentario uscito nel ‘65. In esso troviamo anche interventi di celebri amici di Pasolini: lo scrittore Alberto Moravia e Cesare Musatti, considerato il padre della psicanalisi italiana, i quali dialogano con il cineasta friulano esternando i loro punti di vista.

L’audace perspicacia e il costruttivo anticonformismo emergono da ogni domanda posta da Pasolini, che si pone con eleganza e garbo, pur volendo indagare «nel più sincero proposito di capire e riferire fedelmente».

All’inizio egli ragiona sul senso della sua inchiesta, e ciò equivale a una dichiarazione d’intenti: il reportage va fatto, afferma Moravia, poiché è cinema-verità che per la prima volta tratta in Italia un tabù, il sesso.

L’idea di girare questo documentario è accolta per lo più male dagli intervistati: di sesso si parla già troppo, dicono. Sconcerta, ad esempio, la carica aggressiva di un padre di famiglia interpellato su un treno: l’uomo, sulla difensiva, afferma di tenersi lontano dall’immoralità; a suo dire i problemi sessuali vanno visti solo nell’ottica della riproduzione e dell’esaltazione di famiglia e specie. Egli non accetta di parlare di figli omosessuali nemmeno per ipotesi: scappa dall’argomento perché prova repulsione.

Non c’è apertura nemmeno in una balera milanese: degli “invertiti” non si sa nulla né se ne vuole sapere. L’unica cosa certa è che nessuno desidera averli come figli: l’omosessualità è considerata innaturale. Pasolini domanda: «Non vorreste conoscere l’argomento per capirlo?», ma le risposte sono quasi sempre negative. Chi risponde affermativamente crede che l’omosessualità possa essere curata e/o prevenuta.

Non a caso Pasolini intitola questa parte del suo film-verità «Schifo o pietà?»: la compassione sembra essere l’unico altro sentimento possibile nei confronti di chi è attratto da persone dello stesso sesso.

L’accettazione giunge dalla saggezza ungarettiana: il poeta, interrogato sulla normalità e l’anormalità sessuale, afferma serafico che tutti gli uomini sono, in realtà, anormali, fin dal primo momento: «l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura» è, di fatto, «un atto contro natura». Ogni uomo, continua, è diverso nel corpo e nello spirito, di conseguenza tutti «in un certo senso, sono in contrasto con la natura».

Normalità e anormalità sono uno yin e uno yang irreversibilmente contaminati e destinati a fondersi cancellando ogni linea di demarcazione.

Dalle interviste emerge che “non sta bene” mostrarsi disinibiti, informati sul sesso, tolleranti. “Sta bene”, invece, indossare una maschera di decoro e nascondere i fenomeni scomodi, come la prostituzione. Pasolini ne discute poiché dal ‘58 era entrata in vigore la legge Merlin che l’aveva messa al bando chiudendo le case di tolleranza; ma la gente – e le prostitute stesse – preferisce che le case chiuse esistano: dietro le loro mura il mestiere più vecchio del mondo può continuare a essere esercitato «in maniera onesta» e omertosa.

Qual è invece l’opinione degli italiani in merito al divorzio1?

Molti, soprattutto donne, si dicono favorevoli. Ma c’è chi, come un padre con il figlioletto in braccio, spiega con arroganza che «il matrimonio è un fatto sociale, le istituzioni non devono cambiare e la famiglia è sacra: forma il cittadino e va difesa; senza il nucleo familiare che tipo di moralità si avrà?».

Dello stesso avviso è un’aggressiva signora anziana, convinta che il matrimonio sia la legge di Dio, che va rispettata a maggior ragione in Italia, “casa” del Cattolicesimo. Nelle spiagge calabresi viene addirittura detto che gli episodi di violenza fra coniugi sono preferibili, perché «divorziando l’uomo resta cornuto». La società è – specie al Sud ma non solo – fortemente retrograda: si pensa che l’onore della donna “angelicata”, sempre e comunque inferiore all’uomo, vada ipocritamente difeso.

Pasolini si rende conto che «se c’è un valore in questa nostra inchiesta, esso è un valore negativo, di demistificazione. L’Italia del benessere materiale viene drammaticamente contraddetta nello spirito da questi italiani reali», che nuotano nel più bieco perbenismo qualunquista. Secondo Musatti vestiamo i panni conformistici per proteggerci dall’oscuro antro che racchiude le nostre pulsioni più primordiali e più vere.

Oggi, dopo più di cinquant’anni, parlare di sesso è più facile, ma resta «estremamente faticoso» come rileva Pasolini. C’è ancora tanto silenzio intervallato da episodi di violenta intolleranza, tanta ignoranza pigra e testarda. Servirebbero coraggio e genuinità, che Pasolini ritrova solo nei giovani, «la vera sorpresa dell’inchiesta»: le loro idee sono limpide e (ancora) non filtrate da educazione genitoriale-sociale o morale cattolico-borghese.

Comizi d’amore è sorprendentemente attuale, poiché ha un intento conoscitivo e una straordinaria forza veridica. Guardandolo, ci si accorge con amarezza che i nostri tempi non sono poi così progressisti: pensiamo al Family Day, alla demonizzazione della teoria gender, all’antidiluviana convinzione che un bambino necessiti a ogni costo di un uomo e di una donna per essere cresciuto in maniera sana.

L’essere umano è un oceano vasto e sfaccettato, ha le idee più disparate, per i motivi più disparati. Per questo dovrebbe esserci dialogo e comprensione dell’altrui punto di vista e stile di vita: così si sconfigge l’oscurantismo e l’odio.

Per dirla con Musatti: «quando una credenza viene accettata passivamente, è lì che nasce il conformismo» – testardo, aggressivo, irragionevole.

A fine documentario compaiono due giovani sposi, Tonino e Graziella, pregni d’una «grazia che non vuole sapere»; ma la loro candida ignoranza è invece colpevole. L’augurio che Pasolini rivolge loro è: «al vostro amore si aggiunga anche la coscienza del vostro amore».

 

Francesca Plesnizer

NOTE:
1. Il divorzio sarebbe stato introdotto nell’ordinamento giuridico italiano con la legge Fortuna-Baslini nel ‘70.

Francesca Plesnizer, classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. In passato ho scritto per due quotidiani locali – “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto di Gorizia” – e da alcuni mesi collaboro con due riviste: “Charta sporca”, periodico culturale per il quale scrivo recensioni cinematografiche e articoli su tematiche filosofiche, e “Friuli Sera”, per il quale analizzo e interpreto, per una rubrica dedicata, opere di Street Poetry e Street Art. La scrittura è il mio più grande amore: a maggio la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia Racconti friulani-giuliani. Adoro anche leggere e guardare film; un’altra mia passione è l’insegnamento, specie della filosofia.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Tre riflessioni sul tempo in un viaggio aereo

Il tempo scorre. Che banalità, direte voi. Ma è proprio da questo verbo, scorrere, che inizia una prima considerazione, legata al movimento e in senso più ampio al viaggio. Scorrere deriva dal latino excŭrrĕre – correre fuori, correre via. Il tempo dunque corre via e non possiamo fermarlo, come il flusso dell’acqua. Già nel V secolo a.C. Eraclito scriveva ne Sulla natura «panta rhei os potamòs», sottolineando anche come non si possa discendere due volte nel medesimo fiume.

Il viaggio ci fa scorrere da un punto A a un punto B, e il tempo soggettivo – a differenza di quello oggettivo – in mezzo non è mai lo stesso, tanto meno se parliamo di uno spostamento aereo. Qualsiasi sia la meta finale, entrare in cabina ci conduce in una vera e propria capsula del tempo, dove lo spazio è il nostro alveo e il tempo è il fluido che ci muove. Ed è quando le ruote del carrello si staccano dalla pista inizia un viaggio nel viaggio.

 

  1. Tra passato e futuro

Non è questa la sede per indagare se il tempo sia una realtà oppure una mera illusione, ma una cosa possiamo dirla con sicurezza: mai come all’interno di un aereo perdiamo il riferimento delle due forme a propri della sensibilità umana tanto care a Kant. Pensare che quando a Torino Caselle sono le 16 all’aeroporto di Perth sono le 22, è come scattare una fotografia dello stesso identico tempo, che assume solo nomi e numeri diversi. Una volta in aria, ci muoviamo tra passato e futuro comodamente seduti sul nostro sedile, in attesa di atterrare nel presente, qualsiasi sia l’ora e il giorno.

 

  1. La paura di cadere

L’abbiamo sperimentato tutti: quando ci divertiamo il tempo si comprime, quando ci annoiamo si dilata. Che cosa succede in aereo? Anche in questo caso, tutto dipende dal nostro stato d’animo e da quanto siamo disposti a essere semplici osservatori del tempo che scorre, senza possibilità alcuna di poter incidere con il nostro libero arbitrio. Siamo trascinati dagli eventi, inermi, come una zattera senza remi, fino alla foce.

A differenza di altri mezzi di trasporto, l’aereo ci impone di affidarci completamente all’esperienza e al buon senso di un comandante. Non possiamo tirare un freno come sulla metro o in treno, non possiamo buttarci a mare o dentro una scialuppa come in nave. Ecco perché è sbagliato parlare di paura di volare: è paura di precipitare e non salvarsi, o meglio ancora di non aver la libertà di agire.

Come ci ricorda la filosofia zen: «Se il problema ha una soluzione, preoccuparsene è inutile, alla fine il problema sarà risolto. Se il problema non ha soluzione, non c’è motivo di preoccuparsi, perché non può essere risolto.» Non possiamo opporci allo scorrere del tempo una volta chiusi in aereo, dunque perché avere paura?

 

  1. Ora del ritorno

Quando si viaggia verso casa il tempo sembra scorrere più velocemente. Certo, tranne che per Ulisse. Ad ogni modo, questo succede perché abbiamo aspettative che già conosciamo. Anche all’interno di un aereo – che percettivamente ci offre un’esperienza sempre simile ad ogni volo – sappiamo esattamente cosa (e chi) ci aspetta una volta atterrati. Le nostre radici.

 

Quando salirete sul prossimo aereo, fateci caso. E portatevi una buona lettura, magari proprio su Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita di Stefan Klein, edizioni Bollati Boringhieri.

Buon viaggio.

 

Alice Avallone

Alice ha studiato lettere moderne e si è specializzata in pubblicità. Lavora come digital strategist per aziende, enti e agenzie: il suo compito è trovare idee e contenuti creativi per coinvolgere le persone sulla Rete. È creatrice della rivista di viaggio Nuok e di un inventario creativo di ars combinatoria ispirato al filosofo Raimondo Lullo. Dal due anni insegna e coordina il College Digital della Scuola Holden di Torino.

[Photo credit: Chris Brignola]

“Pensare al tempo”: una suggestione da Walt Whitman

Hai ipotizzato che proprio tu non saresti continuato? Hai avuto terrore di quei terrigni scarabei? Hai temuto che il futuro sarebbe stato nulla per te?

Con questi versi taglienti Walt Whitman apre la sua poesia Pensare al tempo, presente nella celebre raccolta Foglie d’Erba sin dalla prima edizione del 1855. Indubbiamente gli interrogativi posti dal poeta condensano delle inquietudini che affliggono l’umanità da tempo immemore. È infatti impossibile negare che gli uomini abbiano sempre avuto un rapporto travagliato con il fluire inarrestabile del tempo, specialmente se considerato in antitesi con la finitezza della loro vita: una chiara testimonianza di ciò sono le religioni che sia nelle civiltà primitive che in quelle più evolute sono nate al fine di fornire sollievo ai credenti attraverso prospettive di rinascita in seguito alla morte.

In questo articolo vorrei tuttavia tralasciare l’approccio religioso per concentrarmi invece su quello letterario e poetico e più nello specifico sulla linea di pensiero appunto del pensatore americano Walt Whitman.

Il «poeta del corpo e dell’anima», come amava definirsi, con questo componimento ci sottopone ad una riflessione che sembra svilupparsi proprio sotto i nostri occhi: i suoi versi danno infatti l’impressione di essere stati trascritti in maniera totalmente spontanea, come se il flusso dei pensieri di Whitman fosse sgorgato insieme all’inchiostro direttamente dalla sua penna.

Whitman esordisce constatando la difficoltà che tutti noi proviamo nell’immaginare un mondo in cui la nostra esistenza non sia presente, sia esso passato o futuro: «pensare che tu ed io non si vedeva sentiva pensava né si faceva la nostra parte […] pensare che avverrà ai fiumi di scorrere, alla neve di cadere, ai frutti di maturare… e di agire su di altri come su di noi adesso… ma non su di noi». Emerge dunque con chiarezza come il nostro essere sia l’elemento centrale della nostra esperienza della realtà, poiché consideriamo tutte le cose che ci circondano solo in base alla relazione che intratteniamo con esse. Da questo fattore dipende dunque lo spaesamento che ognuno prova  quando realizza per la prima volta che la sua vita, presto o tardi, giungerà al termine, mentre il ciclo vitale della Terra proseguirà imperturbabile ed eterno.

 Il poeta ci mette tuttavia in guardia dal pericolo di considerare le nostre attività e i nostri interessi come «fantasmi»: tutto ciò che costituisce la nostra esistenza non è mai vano e soprattutto non perde valore alla nostra morte; anche nel momento in cui diveniamo «nulla», ciò che abbiamo amato, costruito o addirittura odiato continua ad avere forma e peso… per dirlo con i versi della poesia «la terra non è un’eco… l’uomo e la sua vita e tutte le cose della sua vita sono ben considerate».

In questa poesia sono evidenti le influenze del pensiero romantico d’oltreoceano: i versi sembrano risentire di una concezione filosofica piuttosto vicina a quella di Friedrich Hegel, il quale riteneva che la storia fosse un percorso già tracciato e che gli esseri umani fossero le unità singole che compongono il Weltgeist. Anche Whitman infatti vede tutte le esistenze singolari come parte di qualcosa di più grande a cui ritornano in seguito alla morte, ed in questo modo certamente si può dire che nessun essere cessi mai veramente di vivere, in quanto la sua esistenza continuerà eternamente in questa sorta di spirito del mondo.

È sicuramente una prospettiva rassicurante, ma ormai nel secondo millennio le idee hegeliane e romantiche sono state sorpassate.

Il componimento preso in analisi non è tuttavia privo di spunti validi anche per i giorni nostri, primo fra tutti quello di non considerare futili né la nostra esistenza né ciò che facciamo durante quest’ultima: oggigiorno dilaga infatti un velato nichilismo che porta i componenti della nostra società a ritenere prive di senso tutte le loro attività. Ciò è fonte di un profondo sconforto, che si potrebbe evitare imparando a dare valore a ciò che si fa e che si produce, soprattutto perché le nostre azioni alla nostra morte continueranno in un modo o nell’altro ad avere un effetto sul prossimo.

Un altro suggerimento che dovremmo cogliere è quello di seguire l’appagamento, ma è molto importante non fraintendere questa esortazione: non significa che gli uomini debbano rifiutare qualsiasi responsabilità per dedicarsi unicamente alle occupazioni che portano loro piacere, ma semplicemente che essi dovrebbero cercare di trovare la bellezza in tutte le piccole cose che vanno a comporre la loro vita. Sicuramente il modo migliore per farlo è recuperare il contatto con la natura, a cui apparteniamo innegabilmente. In quest’epoca si è visto come la perdita dei legami con il mondo naturale abbia avuto effetti disastrosi sulla nostra civiltà: l’uomo senza neanche rendersene conto ha perso parte della sua essenza e ora si trova spaesato all’interno del mondo artificiale che ha fabbricato per se stesso. Senza dubbio molte delle inquietudini che agitano i nostri animi potrebbero essere placate se vivessimo più a contatto con l’ambiente che ci circonda, in quanto comprenderemmo meglio il ciclo vitale degli esseri viventi e saremmo in grado di accettare il nostro inevitabile destino di decadimento.

In questo modo potremmo quasi arrivare a concordare con Walt Whitman sul fatto che in ogni cosa risieda un’anima eterna, poiché capiremmo che quando moriamo non diventiamo un nulla, ma veniamo semplicemente reinseriti in quel processo infinito e antichissimo che regola la vita sul nostro pianeta.

Marta Boccato

Nata nel 1997 nella campagna trevigiana, a 5 anni chiedo a Babbo Natale il primo libro, a 8 anni scrivo la prima poesia: sin dalla tenera età il mio destino di amante della letteratura e della scrittura è già segnato.  Con gli anni si aggiunge l’amore per l’arte, che mi porta  a studiare Conservazione dei Beni Culturali a Ca’ Foscari. Nel tempo libero mi dedico ai miei hobby, ovvero ascoltare musica di epoche che non ho vissuto, cucinare e coltivare grandi speranze.

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Antropocene: una via da intraprendere

Come umanità, di fronte alla sconfinata vastità dell’essere e della sua sovrabbondanza muta di significato, ci siamo, dalla notte dei tempi, protetti da questa tempesta del senso con l’uso della parola per-formatrice di mondi.
Introdurre un neologismo in un sistema di riferimento linguistico-culturale, perciò, non significa addizionare tout court un nuovo termine ad una sommatoria di vocaboli, bensì disvelare le proprietà emergenti correlate a tale voce.

Così, ora che anche in Italia si sentono le prime timide avvisaglie di un serio dibattito sul concetto di Antropocene, occorre spazzare via l’impasse di chi ritiene questo neologismo una mera licenza poetica per meglio reiterare l’idea di crisi ecologica.

Alcune parole sono destinate a scuotere profondamente le fondamenta del pensiero a causa di una loro intrinseca, ma anche contingente, capacità di fungere da iper-medium: “volano veloci di bocca in bocca” sino a sedimentarsi nel background culturale di una società.
Così Antropocene, assieme a numerosi vocaboli epigoni (Eremocene e Capitalocene per citarne due particolarmente significativi), è diventato un veicolo culturale e topic di ampio dibattito ancor prima di essere validato in quanto realtà geologica.

Attualmente la scienza ha più interrogativi che certezze sul passaggio da Olocene a Antropocene e questa era (o epoca?) resta sospesa in un limbo: da un lato sia la International Union of Geological Sciences sia la International Commission of Stratigraphy rifiutano di accettare questa nozione e, per contro, un gruppo di ricercatori, guidati da Jan Zalasiewicz, premono per la sua ufficializzazione. Se ad un tempo profondo geologico corrispondono i tempi lunghi dei geologi nel trovare fondamento a questo breaking point, nell’ambito delle humanities Antropocene è divenuto, con crescita esponenziale, una semiosfera in grado di avvolgere ogni seria discussione circa il ruolo ed il destino dell’uomo contemporaneo e futuro.

Guardando attentamente all’etimo di questo vocabolo possiamo notare come ambedue i termini coinvolti nella composizione ἄνθρωπος (uomo) e καινός (nuovo) siano estremamente problematici e ambigui.
Se si vuole denotare un’era con l’appellativo di “uomo-nuovo” bisogna tenere presente di quale umanità si sta parlando e cosa la renda differente.

Generalmente gran parte del dibattito antropologico-filosofico si è speso per dare un identikit a questo anthropos. Da qui l’idea di Jason W. Moore di utilizzare il termine Capitalocene onde mostrare come il vero responsabile “celato” dietro al generico “uomo” sia l’Homo oeconomicus capitalocentrato1.

Mettendo tra parentesi questa problematica “etnografica”,  in certo senso, voglio qui suggerire un’altra strada per il pensiero, un percorso di possibilità che guardi all’anthropos come ad una entità liquida e capace di un polimorfismo inaudito rispecchiato da un fenotipo estremamente plastico. È l’assoluta policromia dell’umano nei suoi modi di manifestazione, sperimentati nel corso dei suoi 200 mila anni di specie, a lasciarci intravedere, oltre l’opaca coltre dell’uomo moderno globalizzato e capitalista, la possibilità di un approdo etico-antropologico. La domanda da porsi, forse, non è cosa vi sia di nuovo in questo “uomo-nuovo”, ma cosa vi debba essere di nuovo.

Preso atto dell’attuale stato di crisi ecologica, di cui il termine Antropocene funge da cornice di senso e da collante teoretico, occorre cogliere l’istanza di cambiamento che ogni crisi-trauma porta seco. Siamo di fronte ad un punto di svolta, l’Antropocene come insieme degli effetti antropici su Gaia suona il monito della fine dell’uomo. Occorre un differente modus vivendi per abitare questo luogo cangiato non più la “gentile” Terra dell’Olocene, ma Terraa un pianeta più ostile per colpa dei sapiens.

La storia e l’antropologia culturale ci insegnano che l’umano si è saputo incarnare in esseri-nel-mondo biologicamente affini, ma cognitivamente molto distanti. Questo fatto può farci sperare che dalle ceneri di una catastrofe (capovolgimento-rovesciamento) cognitiva possa emergere una consapevolezza etica capace a guidare le nostre prassi in un mondo ecologicamente più ostile e fragile.

È veramente possibile approdare ad un ἄνθρωπος-καινός che sappia ergersi, con forza ma modestia, di fronte alle sfide di un futuro non più promessa?

Non lo sappiamo, ma si tratta di un rischio che non può non valere la pena correre.
Come insegna la biologia evolutiva, se non si può più migrare l’unica alternativa all’estinzione è il cambiamento adattativo.
Così, tenendo in conto il rischio di un possibile naufragio, urge salpare per nuove rotte dell’ethos, poiché volendo o nolendo dietro di noi non resteranno che macerie.

Non ci resta che imboccare la via dell’Antropocene con coraggio e audacia del pensiero.

Natan Feltrin

NOTE:

1. J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, trad. it. Barbero A. e Leonardi E., Ombre corte edizione, Verona, 2017.

 

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Scuola e l’armonia fra conoscenza e conoscente

La scuola rappresenta uno dei malesseri più intrinseci della nostra epoca, perché sta per avverarsi un cambiamento di prospettiva non ancora così evidente. La scuola non è un’istituzione, ma una strada, che conduce al mondo, al centro di sé. Viviamo in un momento storico per nulla rettilineo, ma che ruota attorno a se stesso, e non riesce a guardarsi, a ritrovare la via su cui dirigersi.

Tuttavia, esistono scuole alternative che propongono un nuovo punto di vista sull’educazione, e una di queste è la scuola steineriana. Fondatore dell’antroposofia, la pedagogia del filosofo austriaco Rudolf Steiner prende in considerazione non tanto la dimensione psicofisica del bambino in sé, quanto lo sviluppo della stessa. Steiner elabora un sistema che intende inglobare l’intera crescita del bambino, adattando l’apprendimento ai suoi stati di cambiamento, e non viceversa.

L’insegnamento non è puro inserimento di nozioni, ma la conoscenza deve essere adeguata alle potenzialità del bambino. Ogni argomento non è solo narrato dal maestro, bensì sviscerato dalla creatività della classe, che vi dedicherà disegni, storie, rappresentazioni teatrali, manufatti. La conoscenza non va inculcata, ma bisogna attendere il momento giusto perché possa essere accolta, ed esperita. L’educazione è un percorso, accidentato e imprevedibile, in cui il bambino è il viandante e necessita di punti di riferimento.

Della scuola steineriana, bisogna considerare tre elementi fondamentali.

Il gioco libero
Soprattutto i bambini più piccoli hanno spazi di tempo dedicati al gioco libero, in cui hanno a disposizione diversi giochi od oggetti, e con essi la possibilità di usarli in totale libertà, senza l’intervento dell’adulto. L’obiettivo è quello di stimolare la creatività del bambino, permettergli di fare esperienza, di valutare il pericolo. Tuttavia, a questa virtuosa caratteristica segue il corollario, per cui il bambino deve giocare da solo. Non deve subire alcuna influenza, per far sì che da solo sviluppi la sua creatività, ma ne può conseguire che i bambini abbiano difficoltà nelle relazioni, e che sia difficile imporre una disciplina.

L’importanza della noia
Il momento della noia si configura come un’occasione, in cui il bambino sfrutta tutte le sue energie, per trovare un rimedio a tale stato negativo. Inoltre, in particolari momenti della crescita, la noia rappresenta il momento di passaggio, grazie al quale il maestro capisce che il bambino è saturo di ciò che ha appreso, ed è maturo per accogliere il nuovo. Se, tuttavia, tale metodo si sposa meglio con le indoli più docili, non sempre si rivela adeguato per i caratteri più ribelli. Un bambino iperattivo, per esempio, non riesce sempre a colmare il vuoto della noia, così da giungere a uno stato di frustrazione, che lo porterà allo sfogo sui compagni, o a dedicarsi ad attività estreme.

Non vi sono differenze di genere o culturali
Sia i maschi che le femmine imparano a cucire, a lavorare il legno o in giardino. Se tutti i bambini possono ascoltare le favole, o imparare a contare, allora una bambina può usare chiodi e martello, o un bambino cucire una borsa da sé.
La scuola steineriana tende a sopraelevarsi sulle differenze culturali, poiché non ha uno specifico indirizzo religioso o politico. La religione non è insegnata in quanto dottrina, ma, conformemente al metodo, si apprendono i suoi fondamenti al momento opportuno, posti sullo stesso piano della mitologia norrena o greca. Ogni scuola è modellata secondo la cultura del paese in cui è stata fondata, e nessun membro ne è escluso. L’obiettivo della scuola steineriana non è quello di formare delle menti colte, ma di accompagnare la crescita dello studente, nel modo più armonioso possibile.

La scuola steineriana, lungi dall’essere perfetta, può comunque essere una fonte di ispirazione, per elaborare un nuovo metodo pedagogico, che faccia tesoro dei suoi insegnamenti, e che meglio si adatti alle esigenze della nostra epoca.

Vi sono, inoltre, due considerazioni da non dimenticare. La scuola steineriana si basa su un pensiero filosofico, ovvero critico, che ha assunto il problema dell’assimilazione del sapere e ha creato un metodo, affinché la conoscenza e il conoscente combacino senza farsi violenza. Si tratta dell’esempio più lampante di come la filosofia si realizzi nella pratica, e ne diventi un pilastro portante.

Infine, bisogna ricordare che la scuola, qualunque essa sia, non può insegnare la cultura, bensì introdurre a essa. La cultura è un’esperienza intrapersonale, fra noi stessi e quell’io inaspettato, che si scopre fra le pagine di un libro. Per quanto ci si sforzi, resta spesso inenarrabile.

La scuola deve tracciare, invece, una strada fra i mali del mondo, per indicare il bene dietro di essi, e permettere che il viandante li riconosca dentro di sé1.

Fabiana Castellino

Fabiana Castellino è nata nel 1990 in Sicilia.
Si è laureata in Scienze filosofiche con lode, all’Università di RomaTre, con una tesi su Arthur Schopenhauer.
Ha maturato diverse esperienze nell’educazione dei bambini, prima con disabilità, e adesso svolge un progetto di volontariato europeo presso una scuola Steineriana in Belgio.
La lettura e la scrittura le sono state compagne sin da bambina, e l’hanno sempre guidata nelle sue scelte, professionali e di vita.

NOTE:

1. In questa sede non è stato possibile spiegare nel dettaglio le caratteristiche della scuola steineriana. Per chi volesse conoscere più a fondo la filosofia di Steiner, e le scuole steineriane in Italia si consigliano i seguenti siti www.rudolfsteiner.it; www.rsarchive.org., e infine il video su youtube Waldorf-100 The film

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Master of None: il viaggio come scoperta di sé

Creata da Aziz Ansari e Alan Yang, Master of None è una serie televisiva firmata Netflix che racconta la storia di Dev, ragazzo indiano sulla trentina che fa l’attore, e della sua vita a New York. La serie non è il solito spaccato sulla società contemporanea, piuttosto mostra a tutti gli effetti uno dei mali atavici della nostra generazione: capaci di tutto, maestri di niente.
Dev è un Master of None, ma cerca di uscire dalla terra di mezzo in cui la sua condizione lo costringe. Alla fine della prima stagione decide di partire per dimenticare la sua ultima relazione fallimentare: prende il primo volo e va in Italia per apprendere i segreti della pasta.

«Quando Zarathustra ebbe trent’anni, lasciò il suo paese e il lago del suo paese e andò sui monti»1.

Spinto dalla forte esigenza di ricongiungersi con la propria soggettività, salpa. Si sposta dal luogo di origine scegliendo di portar con sé solo la sua più grande passione, si spoglia di tutto per assorbire il più possibile dalla nuova terra.
Diventa apprendista in un pastificio tradizionale, in cui riscopre l’autenticità della produzione manuale.

«C’è ancora un altro mondo da scoprire – e più d’uno! Alle navi, filosofi!»2.

Dev ha voglia di scoprire, imparare, e di domande ne ha. Anche troppe. Il problema è che non trova risposte, o non vuole ascoltarle. Come dice il claim della serie: “Lui è Dev: un uomo con tante domande e nessuna risposta”. Questo, però, non lo ferma. Anzi, è il motore del personaggio.

Nel primo episodio della seconda stagione gli rubano il cellulare. Lui va in giro per la città alla ricerca del colpevole. Il suo vagare, tra stereotipi e citazioni del cinema italiano in bianco e nero, si interrompe solo davanti alla realtà: scopre l’autore del furto, ma gli è impossibile ottenere giustizia. Dev ha compiuto un viaggio nel viaggio per tutta Modena e la sua ricerca non è stata vana: l’ha portato alla consapevolezza di sé e della sua solitudine.

Ma questo è solo l’inizio del viaggio di Dev.

Quando il suo migliore amico Arnold viene a trovarlo in Italia, parte di nuovo, con lui. Dev affronta un nuovo viaggio con il ruolo di “voce della coscienza” cercando di far entrare Arnold in contatto con il suo sé attraverso le nuove consapevolezze acquisite, mentre l’amico compie a sua volta un viaggio nei ricordi che lo mette a confronto con il suo Io passato.
La memoria lo trae in inganno e le sue illusioni amorose cedono.

Il viaggio, per Arnold, è una breve esperienza che lo riporta a New York e alla sua vita da single.
Anche Dev ripartirà presto, ma l’insaziabile viaggiatore non smette di scoprire: del viaggio fa parte anche il ritorno. Anzi, è il momento in cui lo spostamento trova un senso. Il suo rientro a New York è una scoperta nella scoperta, perché è tornato a casa arricchito dalle diversità con cui si è confrontato e che hanno dato un significato alla sua fuga dalla grande mela. Il viaggio in Italia gli ha dato nuovi occhi e questo gli permette di rivedere le precedenti abitudini newyorkesi e quelle acquisite in Italia in modo diverso. Ne rimane insoddisfatto.

«Ci vuole più coraggio e forza di carattere per fermarsi o addirittura per volgersi indietro che per andare avanti»3.

Il nostro umano, troppo umano vive un altro viaggio alla scoperta di se stesso nella sua città natale. L’Italia lo raggiunge anche oltre oceano, con l’arrivo di Francesca, la nipote della proprietaria del pastificio in cui ha lavorato.

Francesca nel “nuovo mondo” è finalmente libera dalle responsabilità che le pesavano nel suo paese, libera di capire cosa davvero vuole, libera, finalmente, di ricongiungersi con il proprio sé. Con Dev supera i confini che si era imposta. Insieme, vivono l’ebbrezza del perdersi e lo stupore di ritrovare con l’altro loro stessi.
Un nuovo viaggio, uno sguardo a New York dall’alto di un elicottero mette chiarezza nei loro sentimenti e trasforma la città nota in una nuova meta da esplorare.

«Conosci te stesso è tutta la scienza. Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l’uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell’uomo»4.

Se Arnold decide di tornare indietro e di sopire il suo desiderio di ricongiungersi con la donna che ha amato per una vita, rimanendo intrappolato nella realtà e nella negazione del ricordo, Francesca scopre a New York che ha rinunciato a se stessa per gli altri. Sarà capace di compiere il suo primo atto egoistico, scegliersi e reincontrare la propria soggettività?

E Dev sarà capace di costruire una vera relazione con Francesca, prendere delle decisioni e mettere in atto ciò che ha imparato dai numerosi viaggi fuori e dentro di sé, superando così la sua condizione di inettitudine, se pur con slancio superomistico?

«Per essere felici, quanto poco basta per essere felici!»5.

Probabilmente, progettare un nuovo viaggio.

 

Martina Crapanzano

Martina ama camminare, ma non ha una meta. Piano piano dalla Sicilia, terra in cui è nata, ha raggiunto Roma. Ha vissuto tre anni della sua vita tra metropolitana e università, ma ha ricominciato a camminare per dirigersi a Torino. Lì, tra una storia e un sorso di tè, ha viaggiato sull’autobus, perdendosi nei suoi sogni. Così è partita ancora: è andata a Treviso, dove nel weekend compie interminabili camminate lungo il Sile. Non sa ancora se si fermerà qui, ma adesso sa che può lasciar tutto e partire ancora. Camminando.
Scrive per Nuok da dicembre 2015, potendo unire le sue più grandi passioni: la scrittura e il viaggio.

 

NOTE:
1 F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Incipit;
2 F.W.Nietzsche, La Gaia scienza, aforisma 289;
3 F.W.Nietzsche, La volontà di Potenza, aforisma 80a;
4 F.W.Nietzsche, Aurora, aforisma 48.
5 F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Mezzogiorno.

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