“Comizi d’amore” di Pasolini: il conformismo è ancora tra noi?

Sono i primi anni ‘60 quando a Pier Paolo Pasolini, intento a cercare per l’Italia interpreti per il suo film Il Vangelo secondo Matteo, viene un’idea: intervistare gente d’ogni età, sesso ed estrazione sociale per sapere cosa ne pensa di sessualità, matrimonio, divorzio, prostituzione, ruolo della donna e – persino – omosessualità. Nasce così Comizi d’amore, documentario uscito nel ‘65. In esso troviamo anche interventi di celebri amici di Pasolini: lo scrittore Alberto Moravia e Cesare Musatti, considerato il padre della psicanalisi italiana, i quali dialogano con il cineasta friulano esternando i loro punti di vista.

L’audace perspicacia e il costruttivo anticonformismo emergono da ogni domanda posta da Pasolini, che si pone con eleganza e garbo, pur volendo indagare «nel più sincero proposito di capire e riferire fedelmente».

All’inizio egli ragiona sul senso della sua inchiesta, e ciò equivale a una dichiarazione d’intenti: il reportage va fatto, afferma Moravia, poiché è cinema-verità che per la prima volta tratta in Italia un tabù, il sesso.

L’idea di girare questo documentario è accolta per lo più male dagli intervistati: di sesso si parla già troppo, dicono. Sconcerta, ad esempio, la carica aggressiva di un padre di famiglia interpellato su un treno: l’uomo, sulla difensiva, afferma di tenersi lontano dall’immoralità; a suo dire i problemi sessuali vanno visti solo nell’ottica della riproduzione e dell’esaltazione di famiglia e specie. Egli non accetta di parlare di figli omosessuali nemmeno per ipotesi: scappa dall’argomento perché prova repulsione.

Non c’è apertura nemmeno in una balera milanese: degli “invertiti” non si sa nulla né se ne vuole sapere. L’unica cosa certa è che nessuno desidera averli come figli: l’omosessualità è considerata innaturale. Pasolini domanda: «Non vorreste conoscere l’argomento per capirlo?», ma le risposte sono quasi sempre negative. Chi risponde affermativamente crede che l’omosessualità possa essere curata e/o prevenuta.

Non a caso Pasolini intitola questa parte del suo film-verità «Schifo o pietà?»: la compassione sembra essere l’unico altro sentimento possibile nei confronti di chi è attratto da persone dello stesso sesso.

L’accettazione giunge dalla saggezza ungarettiana: il poeta, interrogato sulla normalità e l’anormalità sessuale, afferma serafico che tutti gli uomini sono, in realtà, anormali, fin dal primo momento: «l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura» è, di fatto, «un atto contro natura». Ogni uomo, continua, è diverso nel corpo e nello spirito, di conseguenza tutti «in un certo senso, sono in contrasto con la natura».

Normalità e anormalità sono uno yin e uno yang irreversibilmente contaminati e destinati a fondersi cancellando ogni linea di demarcazione.

Dalle interviste emerge che “non sta bene” mostrarsi disinibiti, informati sul sesso, tolleranti. “Sta bene”, invece, indossare una maschera di decoro e nascondere i fenomeni scomodi, come la prostituzione. Pasolini ne discute poiché dal ‘58 era entrata in vigore la legge Merlin che l’aveva messa al bando chiudendo le case di tolleranza; ma la gente – e le prostitute stesse – preferisce che le case chiuse esistano: dietro le loro mura il mestiere più vecchio del mondo può continuare a essere esercitato «in maniera onesta» e omertosa.

Qual è invece l’opinione degli italiani in merito al divorzio1?

Molti, soprattutto donne, si dicono favorevoli. Ma c’è chi, come un padre con il figlioletto in braccio, spiega con arroganza che «il matrimonio è un fatto sociale, le istituzioni non devono cambiare e la famiglia è sacra: forma il cittadino e va difesa; senza il nucleo familiare che tipo di moralità si avrà?».

Dello stesso avviso è un’aggressiva signora anziana, convinta che il matrimonio sia la legge di Dio, che va rispettata a maggior ragione in Italia, “casa” del Cattolicesimo. Nelle spiagge calabresi viene addirittura detto che gli episodi di violenza fra coniugi sono preferibili, perché «divorziando l’uomo resta cornuto». La società è – specie al Sud ma non solo – fortemente retrograda: si pensa che l’onore della donna “angelicata”, sempre e comunque inferiore all’uomo, vada ipocritamente difeso.

Pasolini si rende conto che «se c’è un valore in questa nostra inchiesta, esso è un valore negativo, di demistificazione. L’Italia del benessere materiale viene drammaticamente contraddetta nello spirito da questi italiani reali», che nuotano nel più bieco perbenismo qualunquista. Secondo Musatti vestiamo i panni conformistici per proteggerci dall’oscuro antro che racchiude le nostre pulsioni più primordiali e più vere.

Oggi, dopo più di cinquant’anni, parlare di sesso è più facile, ma resta «estremamente faticoso» come rileva Pasolini. C’è ancora tanto silenzio intervallato da episodi di violenta intolleranza, tanta ignoranza pigra e testarda. Servirebbero coraggio e genuinità, che Pasolini ritrova solo nei giovani, «la vera sorpresa dell’inchiesta»: le loro idee sono limpide e (ancora) non filtrate da educazione genitoriale-sociale o morale cattolico-borghese.

Comizi d’amore è sorprendentemente attuale, poiché ha un intento conoscitivo e una straordinaria forza veridica. Guardandolo, ci si accorge con amarezza che i nostri tempi non sono poi così progressisti: pensiamo al Family Day, alla demonizzazione della teoria gender, all’antidiluviana convinzione che un bambino necessiti a ogni costo di un uomo e di una donna per essere cresciuto in maniera sana.

L’essere umano è un oceano vasto e sfaccettato, ha le idee più disparate, per i motivi più disparati. Per questo dovrebbe esserci dialogo e comprensione dell’altrui punto di vista e stile di vita: così si sconfigge l’oscurantismo e l’odio.

Per dirla con Musatti: «quando una credenza viene accettata passivamente, è lì che nasce il conformismo» – testardo, aggressivo, irragionevole.

A fine documentario compaiono due giovani sposi, Tonino e Graziella, pregni d’una «grazia che non vuole sapere»; ma la loro candida ignoranza è invece colpevole. L’augurio che Pasolini rivolge loro è: «al vostro amore si aggiunga anche la coscienza del vostro amore».

 

Francesca Plesnizer

NOTE:
1. Il divorzio sarebbe stato introdotto nell’ordinamento giuridico italiano con la legge Fortuna-Baslini nel ‘70.

Francesca Plesnizer, classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. In passato ho scritto per due quotidiani locali – “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto di Gorizia” – e da alcuni mesi collaboro con due riviste: “Charta sporca”, periodico culturale per il quale scrivo recensioni cinematografiche e articoli su tematiche filosofiche, e “Friuli Sera”, per il quale analizzo e interpreto, per una rubrica dedicata, opere di Street Poetry e Street Art. La scrittura è il mio più grande amore: a maggio la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia Racconti friulani-giuliani. Adoro anche leggere e guardare film; un’altra mia passione è l’insegnamento, specie della filosofia.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Tre riflessioni sul tempo in un viaggio aereo

Il tempo scorre. Che banalità, direte voi. Ma è proprio da questo verbo, scorrere, che inizia una prima considerazione, legata al movimento e in senso più ampio al viaggio. Scorrere deriva dal latino excŭrrĕre – correre fuori, correre via. Il tempo dunque corre via e non possiamo fermarlo, come il flusso dell’acqua. Già nel V secolo a.C. Eraclito scriveva ne Sulla natura «panta rhei os potamòs», sottolineando anche come non si possa discendere due volte nel medesimo fiume.

Il viaggio ci fa scorrere da un punto A a un punto B, e il tempo soggettivo – a differenza di quello oggettivo – in mezzo non è mai lo stesso, tanto meno se parliamo di uno spostamento aereo. Qualsiasi sia la meta finale, entrare in cabina ci conduce in una vera e propria capsula del tempo, dove lo spazio è il nostro alveo e il tempo è il fluido che ci muove. Ed è quando le ruote del carrello si staccano dalla pista inizia un viaggio nel viaggio.

 

  1. Tra passato e futuro

Non è questa la sede per indagare se il tempo sia una realtà oppure una mera illusione, ma una cosa possiamo dirla con sicurezza: mai come all’interno di un aereo perdiamo il riferimento delle due forme a propri della sensibilità umana tanto care a Kant. Pensare che quando a Torino Caselle sono le 16 all’aeroporto di Perth sono le 22, è come scattare una fotografia dello stesso identico tempo, che assume solo nomi e numeri diversi. Una volta in aria, ci muoviamo tra passato e futuro comodamente seduti sul nostro sedile, in attesa di atterrare nel presente, qualsiasi sia l’ora e il giorno.

 

  1. La paura di cadere

L’abbiamo sperimentato tutti: quando ci divertiamo il tempo si comprime, quando ci annoiamo si dilata. Che cosa succede in aereo? Anche in questo caso, tutto dipende dal nostro stato d’animo e da quanto siamo disposti a essere semplici osservatori del tempo che scorre, senza possibilità alcuna di poter incidere con il nostro libero arbitrio. Siamo trascinati dagli eventi, inermi, come una zattera senza remi, fino alla foce.

A differenza di altri mezzi di trasporto, l’aereo ci impone di affidarci completamente all’esperienza e al buon senso di un comandante. Non possiamo tirare un freno come sulla metro o in treno, non possiamo buttarci a mare o dentro una scialuppa come in nave. Ecco perché è sbagliato parlare di paura di volare: è paura di precipitare e non salvarsi, o meglio ancora di non aver la libertà di agire.

Come ci ricorda la filosofia zen: «Se il problema ha una soluzione, preoccuparsene è inutile, alla fine il problema sarà risolto. Se il problema non ha soluzione, non c’è motivo di preoccuparsi, perché non può essere risolto.» Non possiamo opporci allo scorrere del tempo una volta chiusi in aereo, dunque perché avere paura?

 

  1. Ora del ritorno

Quando si viaggia verso casa il tempo sembra scorrere più velocemente. Certo, tranne che per Ulisse. Ad ogni modo, questo succede perché abbiamo aspettative che già conosciamo. Anche all’interno di un aereo – che percettivamente ci offre un’esperienza sempre simile ad ogni volo – sappiamo esattamente cosa (e chi) ci aspetta una volta atterrati. Le nostre radici.

 

Quando salirete sul prossimo aereo, fateci caso. E portatevi una buona lettura, magari proprio su Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita di Stefan Klein, edizioni Bollati Boringhieri.

Buon viaggio.

 

Alice Avallone

Alice ha studiato lettere moderne e si è specializzata in pubblicità. Lavora come digital strategist per aziende, enti e agenzie: il suo compito è trovare idee e contenuti creativi per coinvolgere le persone sulla Rete. È creatrice della rivista di viaggio Nuok e di un inventario creativo di ars combinatoria ispirato al filosofo Raimondo Lullo. Dal due anni insegna e coordina il College Digital della Scuola Holden di Torino.

[Photo credit: Chris Brignola]

“Pensare al tempo”: una suggestione da Walt Whitman

Hai ipotizzato che proprio tu non saresti continuato? Hai avuto terrore di quei terrigni scarabei? Hai temuto che il futuro sarebbe stato nulla per te?

Con questi versi taglienti Walt Whitman apre la sua poesia Pensare al tempo, presente nella celebre raccolta Foglie d’Erba sin dalla prima edizione del 1855. Indubbiamente gli interrogativi posti dal poeta condensano delle inquietudini che affliggono l’umanità da tempo immemore. È infatti impossibile negare che gli uomini abbiano sempre avuto un rapporto travagliato con il fluire inarrestabile del tempo, specialmente se considerato in antitesi con la finitezza della loro vita: una chiara testimonianza di ciò sono le religioni che sia nelle civiltà primitive che in quelle più evolute sono nate al fine di fornire sollievo ai credenti attraverso prospettive di rinascita in seguito alla morte.

In questo articolo vorrei tuttavia tralasciare l’approccio religioso per concentrarmi invece su quello letterario e poetico e più nello specifico sulla linea di pensiero appunto del pensatore americano Walt Whitman.

Il «poeta del corpo e dell’anima», come amava definirsi, con questo componimento ci sottopone ad una riflessione che sembra svilupparsi proprio sotto i nostri occhi: i suoi versi danno infatti l’impressione di essere stati trascritti in maniera totalmente spontanea, come se il flusso dei pensieri di Whitman fosse sgorgato insieme all’inchiostro direttamente dalla sua penna.

Whitman esordisce constatando la difficoltà che tutti noi proviamo nell’immaginare un mondo in cui la nostra esistenza non sia presente, sia esso passato o futuro: «pensare che tu ed io non si vedeva sentiva pensava né si faceva la nostra parte […] pensare che avverrà ai fiumi di scorrere, alla neve di cadere, ai frutti di maturare… e di agire su di altri come su di noi adesso… ma non su di noi». Emerge dunque con chiarezza come il nostro essere sia l’elemento centrale della nostra esperienza della realtà, poiché consideriamo tutte le cose che ci circondano solo in base alla relazione che intratteniamo con esse. Da questo fattore dipende dunque lo spaesamento che ognuno prova  quando realizza per la prima volta che la sua vita, presto o tardi, giungerà al termine, mentre il ciclo vitale della Terra proseguirà imperturbabile ed eterno.

 Il poeta ci mette tuttavia in guardia dal pericolo di considerare le nostre attività e i nostri interessi come «fantasmi»: tutto ciò che costituisce la nostra esistenza non è mai vano e soprattutto non perde valore alla nostra morte; anche nel momento in cui diveniamo «nulla», ciò che abbiamo amato, costruito o addirittura odiato continua ad avere forma e peso… per dirlo con i versi della poesia «la terra non è un’eco… l’uomo e la sua vita e tutte le cose della sua vita sono ben considerate».

In questa poesia sono evidenti le influenze del pensiero romantico d’oltreoceano: i versi sembrano risentire di una concezione filosofica piuttosto vicina a quella di Friedrich Hegel, il quale riteneva che la storia fosse un percorso già tracciato e che gli esseri umani fossero le unità singole che compongono il Weltgeist. Anche Whitman infatti vede tutte le esistenze singolari come parte di qualcosa di più grande a cui ritornano in seguito alla morte, ed in questo modo certamente si può dire che nessun essere cessi mai veramente di vivere, in quanto la sua esistenza continuerà eternamente in questa sorta di spirito del mondo.

È sicuramente una prospettiva rassicurante, ma ormai nel secondo millennio le idee hegeliane e romantiche sono state sorpassate.

Il componimento preso in analisi non è tuttavia privo di spunti validi anche per i giorni nostri, primo fra tutti quello di non considerare futili né la nostra esistenza né ciò che facciamo durante quest’ultima: oggigiorno dilaga infatti un velato nichilismo che porta i componenti della nostra società a ritenere prive di senso tutte le loro attività. Ciò è fonte di un profondo sconforto, che si potrebbe evitare imparando a dare valore a ciò che si fa e che si produce, soprattutto perché le nostre azioni alla nostra morte continueranno in un modo o nell’altro ad avere un effetto sul prossimo.

Un altro suggerimento che dovremmo cogliere è quello di seguire l’appagamento, ma è molto importante non fraintendere questa esortazione: non significa che gli uomini debbano rifiutare qualsiasi responsabilità per dedicarsi unicamente alle occupazioni che portano loro piacere, ma semplicemente che essi dovrebbero cercare di trovare la bellezza in tutte le piccole cose che vanno a comporre la loro vita. Sicuramente il modo migliore per farlo è recuperare il contatto con la natura, a cui apparteniamo innegabilmente. In quest’epoca si è visto come la perdita dei legami con il mondo naturale abbia avuto effetti disastrosi sulla nostra civiltà: l’uomo senza neanche rendersene conto ha perso parte della sua essenza e ora si trova spaesato all’interno del mondo artificiale che ha fabbricato per se stesso. Senza dubbio molte delle inquietudini che agitano i nostri animi potrebbero essere placate se vivessimo più a contatto con l’ambiente che ci circonda, in quanto comprenderemmo meglio il ciclo vitale degli esseri viventi e saremmo in grado di accettare il nostro inevitabile destino di decadimento.

In questo modo potremmo quasi arrivare a concordare con Walt Whitman sul fatto che in ogni cosa risieda un’anima eterna, poiché capiremmo che quando moriamo non diventiamo un nulla, ma veniamo semplicemente reinseriti in quel processo infinito e antichissimo che regola la vita sul nostro pianeta.

Marta Boccato

Nata nel 1997 nella campagna trevigiana, a 5 anni chiedo a Babbo Natale il primo libro, a 8 anni scrivo la prima poesia: sin dalla tenera età il mio destino di amante della letteratura e della scrittura è già segnato.  Con gli anni si aggiunge l’amore per l’arte, che mi porta  a studiare Conservazione dei Beni Culturali a Ca’ Foscari. Nel tempo libero mi dedico ai miei hobby, ovvero ascoltare musica di epoche che non ho vissuto, cucinare e coltivare grandi speranze.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Antropocene: una via da intraprendere

Come umanità, di fronte alla sconfinata vastità dell’essere e della sua sovrabbondanza muta di significato, ci siamo, dalla notte dei tempi, protetti da questa tempesta del senso con l’uso della parola per-formatrice di mondi.
Introdurre un neologismo in un sistema di riferimento linguistico-culturale, perciò, non significa addizionare tout court un nuovo termine ad una sommatoria di vocaboli, bensì disvelare le proprietà emergenti correlate a tale voce.

Così, ora che anche in Italia si sentono le prime timide avvisaglie di un serio dibattito sul concetto di Antropocene, occorre spazzare via l’impasse di chi ritiene questo neologismo una mera licenza poetica per meglio reiterare l’idea di crisi ecologica.

Alcune parole sono destinate a scuotere profondamente le fondamenta del pensiero a causa di una loro intrinseca, ma anche contingente, capacità di fungere da iper-medium: “volano veloci di bocca in bocca” sino a sedimentarsi nel background culturale di una società.
Così Antropocene, assieme a numerosi vocaboli epigoni (Eremocene e Capitalocene per citarne due particolarmente significativi), è diventato un veicolo culturale e topic di ampio dibattito ancor prima di essere validato in quanto realtà geologica.

Attualmente la scienza ha più interrogativi che certezze sul passaggio da Olocene a Antropocene e questa era (o epoca?) resta sospesa in un limbo: da un lato sia la International Union of Geological Sciences sia la International Commission of Stratigraphy rifiutano di accettare questa nozione e, per contro, un gruppo di ricercatori, guidati da Jan Zalasiewicz, premono per la sua ufficializzazione. Se ad un tempo profondo geologico corrispondono i tempi lunghi dei geologi nel trovare fondamento a questo breaking point, nell’ambito delle humanities Antropocene è divenuto, con crescita esponenziale, una semiosfera in grado di avvolgere ogni seria discussione circa il ruolo ed il destino dell’uomo contemporaneo e futuro.

Guardando attentamente all’etimo di questo vocabolo possiamo notare come ambedue i termini coinvolti nella composizione ἄνθρωπος (uomo) e καινός (nuovo) siano estremamente problematici e ambigui.
Se si vuole denotare un’era con l’appellativo di “uomo-nuovo” bisogna tenere presente di quale umanità si sta parlando e cosa la renda differente.

Generalmente gran parte del dibattito antropologico-filosofico si è speso per dare un identikit a questo anthropos. Da qui l’idea di Jason W. Moore di utilizzare il termine Capitalocene onde mostrare come il vero responsabile “celato” dietro al generico “uomo” sia l’Homo oeconomicus capitalocentrato1.

Mettendo tra parentesi questa problematica “etnografica”,  in certo senso, voglio qui suggerire un’altra strada per il pensiero, un percorso di possibilità che guardi all’anthropos come ad una entità liquida e capace di un polimorfismo inaudito rispecchiato da un fenotipo estremamente plastico. È l’assoluta policromia dell’umano nei suoi modi di manifestazione, sperimentati nel corso dei suoi 200 mila anni di specie, a lasciarci intravedere, oltre l’opaca coltre dell’uomo moderno globalizzato e capitalista, la possibilità di un approdo etico-antropologico. La domanda da porsi, forse, non è cosa vi sia di nuovo in questo “uomo-nuovo”, ma cosa vi debba essere di nuovo.

Preso atto dell’attuale stato di crisi ecologica, di cui il termine Antropocene funge da cornice di senso e da collante teoretico, occorre cogliere l’istanza di cambiamento che ogni crisi-trauma porta seco. Siamo di fronte ad un punto di svolta, l’Antropocene come insieme degli effetti antropici su Gaia suona il monito della fine dell’uomo. Occorre un differente modus vivendi per abitare questo luogo cangiato non più la “gentile” Terra dell’Olocene, ma Terraa un pianeta più ostile per colpa dei sapiens.

La storia e l’antropologia culturale ci insegnano che l’umano si è saputo incarnare in esseri-nel-mondo biologicamente affini, ma cognitivamente molto distanti. Questo fatto può farci sperare che dalle ceneri di una catastrofe (capovolgimento-rovesciamento) cognitiva possa emergere una consapevolezza etica capace a guidare le nostre prassi in un mondo ecologicamente più ostile e fragile.

È veramente possibile approdare ad un ἄνθρωπος-καινός che sappia ergersi, con forza ma modestia, di fronte alle sfide di un futuro non più promessa?

Non lo sappiamo, ma si tratta di un rischio che non può non valere la pena correre.
Come insegna la biologia evolutiva, se non si può più migrare l’unica alternativa all’estinzione è il cambiamento adattativo.
Così, tenendo in conto il rischio di un possibile naufragio, urge salpare per nuove rotte dell’ethos, poiché volendo o nolendo dietro di noi non resteranno che macerie.

Non ci resta che imboccare la via dell’Antropocene con coraggio e audacia del pensiero.

Natan Feltrin

NOTE:

1. J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, trad. it. Barbero A. e Leonardi E., Ombre corte edizione, Verona, 2017.

 

banner2-pubblicita-rivista2_la-chiave-di-sophia

Scuola e l’armonia fra conoscenza e conoscente

La scuola rappresenta uno dei malesseri più intrinseci della nostra epoca, perché sta per avverarsi un cambiamento di prospettiva non ancora così evidente. La scuola non è un’istituzione, ma una strada, che conduce al mondo, al centro di sé. Viviamo in un momento storico per nulla rettilineo, ma che ruota attorno a se stesso, e non riesce a guardarsi, a ritrovare la via su cui dirigersi.

Tuttavia, esistono scuole alternative che propongono un nuovo punto di vista sull’educazione, e una di queste è la scuola steineriana. Fondatore dell’antroposofia, la pedagogia del filosofo austriaco Rudolf Steiner prende in considerazione non tanto la dimensione psicofisica del bambino in sé, quanto lo sviluppo della stessa. Steiner elabora un sistema che intende inglobare l’intera crescita del bambino, adattando l’apprendimento ai suoi stati di cambiamento, e non viceversa.

L’insegnamento non è puro inserimento di nozioni, ma la conoscenza deve essere adeguata alle potenzialità del bambino. Ogni argomento non è solo narrato dal maestro, bensì sviscerato dalla creatività della classe, che vi dedicherà disegni, storie, rappresentazioni teatrali, manufatti. La conoscenza non va inculcata, ma bisogna attendere il momento giusto perché possa essere accolta, ed esperita. L’educazione è un percorso, accidentato e imprevedibile, in cui il bambino è il viandante e necessita di punti di riferimento.

Della scuola steineriana, bisogna considerare tre elementi fondamentali.

Il gioco libero
Soprattutto i bambini più piccoli hanno spazi di tempo dedicati al gioco libero, in cui hanno a disposizione diversi giochi od oggetti, e con essi la possibilità di usarli in totale libertà, senza l’intervento dell’adulto. L’obiettivo è quello di stimolare la creatività del bambino, permettergli di fare esperienza, di valutare il pericolo. Tuttavia, a questa virtuosa caratteristica segue il corollario, per cui il bambino deve giocare da solo. Non deve subire alcuna influenza, per far sì che da solo sviluppi la sua creatività, ma ne può conseguire che i bambini abbiano difficoltà nelle relazioni, e che sia difficile imporre una disciplina.

L’importanza della noia
Il momento della noia si configura come un’occasione, in cui il bambino sfrutta tutte le sue energie, per trovare un rimedio a tale stato negativo. Inoltre, in particolari momenti della crescita, la noia rappresenta il momento di passaggio, grazie al quale il maestro capisce che il bambino è saturo di ciò che ha appreso, ed è maturo per accogliere il nuovo. Se, tuttavia, tale metodo si sposa meglio con le indoli più docili, non sempre si rivela adeguato per i caratteri più ribelli. Un bambino iperattivo, per esempio, non riesce sempre a colmare il vuoto della noia, così da giungere a uno stato di frustrazione, che lo porterà allo sfogo sui compagni, o a dedicarsi ad attività estreme.

Non vi sono differenze di genere o culturali
Sia i maschi che le femmine imparano a cucire, a lavorare il legno o in giardino. Se tutti i bambini possono ascoltare le favole, o imparare a contare, allora una bambina può usare chiodi e martello, o un bambino cucire una borsa da sé.
La scuola steineriana tende a sopraelevarsi sulle differenze culturali, poiché non ha uno specifico indirizzo religioso o politico. La religione non è insegnata in quanto dottrina, ma, conformemente al metodo, si apprendono i suoi fondamenti al momento opportuno, posti sullo stesso piano della mitologia norrena o greca. Ogni scuola è modellata secondo la cultura del paese in cui è stata fondata, e nessun membro ne è escluso. L’obiettivo della scuola steineriana non è quello di formare delle menti colte, ma di accompagnare la crescita dello studente, nel modo più armonioso possibile.

La scuola steineriana, lungi dall’essere perfetta, può comunque essere una fonte di ispirazione, per elaborare un nuovo metodo pedagogico, che faccia tesoro dei suoi insegnamenti, e che meglio si adatti alle esigenze della nostra epoca.

Vi sono, inoltre, due considerazioni da non dimenticare. La scuola steineriana si basa su un pensiero filosofico, ovvero critico, che ha assunto il problema dell’assimilazione del sapere e ha creato un metodo, affinché la conoscenza e il conoscente combacino senza farsi violenza. Si tratta dell’esempio più lampante di come la filosofia si realizzi nella pratica, e ne diventi un pilastro portante.

Infine, bisogna ricordare che la scuola, qualunque essa sia, non può insegnare la cultura, bensì introdurre a essa. La cultura è un’esperienza intrapersonale, fra noi stessi e quell’io inaspettato, che si scopre fra le pagine di un libro. Per quanto ci si sforzi, resta spesso inenarrabile.

La scuola deve tracciare, invece, una strada fra i mali del mondo, per indicare il bene dietro di essi, e permettere che il viandante li riconosca dentro di sé1.

Fabiana Castellino

Fabiana Castellino è nata nel 1990 in Sicilia.
Si è laureata in Scienze filosofiche con lode, all’Università di RomaTre, con una tesi su Arthur Schopenhauer.
Ha maturato diverse esperienze nell’educazione dei bambini, prima con disabilità, e adesso svolge un progetto di volontariato europeo presso una scuola Steineriana in Belgio.
La lettura e la scrittura le sono state compagne sin da bambina, e l’hanno sempre guidata nelle sue scelte, professionali e di vita.

NOTE:

1. In questa sede non è stato possibile spiegare nel dettaglio le caratteristiche della scuola steineriana. Per chi volesse conoscere più a fondo la filosofia di Steiner, e le scuole steineriane in Italia si consigliano i seguenti siti www.rudolfsteiner.it; www.rsarchive.org., e infine il video su youtube Waldorf-100 The film

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

Master of None: il viaggio come scoperta di sé

Creata da Aziz Ansari e Alan Yang, Master of None è una serie televisiva firmata Netflix che racconta la storia di Dev, ragazzo indiano sulla trentina che fa l’attore, e della sua vita a New York. La serie non è il solito spaccato sulla società contemporanea, piuttosto mostra a tutti gli effetti uno dei mali atavici della nostra generazione: capaci di tutto, maestri di niente.
Dev è un Master of None, ma cerca di uscire dalla terra di mezzo in cui la sua condizione lo costringe. Alla fine della prima stagione decide di partire per dimenticare la sua ultima relazione fallimentare: prende il primo volo e va in Italia per apprendere i segreti della pasta.

«Quando Zarathustra ebbe trent’anni, lasciò il suo paese e il lago del suo paese e andò sui monti»1.

Spinto dalla forte esigenza di ricongiungersi con la propria soggettività, salpa. Si sposta dal luogo di origine scegliendo di portar con sé solo la sua più grande passione, si spoglia di tutto per assorbire il più possibile dalla nuova terra.
Diventa apprendista in un pastificio tradizionale, in cui riscopre l’autenticità della produzione manuale.

«C’è ancora un altro mondo da scoprire – e più d’uno! Alle navi, filosofi!»2.

Dev ha voglia di scoprire, imparare, e di domande ne ha. Anche troppe. Il problema è che non trova risposte, o non vuole ascoltarle. Come dice il claim della serie: “Lui è Dev: un uomo con tante domande e nessuna risposta”. Questo, però, non lo ferma. Anzi, è il motore del personaggio.

Nel primo episodio della seconda stagione gli rubano il cellulare. Lui va in giro per la città alla ricerca del colpevole. Il suo vagare, tra stereotipi e citazioni del cinema italiano in bianco e nero, si interrompe solo davanti alla realtà: scopre l’autore del furto, ma gli è impossibile ottenere giustizia. Dev ha compiuto un viaggio nel viaggio per tutta Modena e la sua ricerca non è stata vana: l’ha portato alla consapevolezza di sé e della sua solitudine.

Ma questo è solo l’inizio del viaggio di Dev.

Quando il suo migliore amico Arnold viene a trovarlo in Italia, parte di nuovo, con lui. Dev affronta un nuovo viaggio con il ruolo di “voce della coscienza” cercando di far entrare Arnold in contatto con il suo sé attraverso le nuove consapevolezze acquisite, mentre l’amico compie a sua volta un viaggio nei ricordi che lo mette a confronto con il suo Io passato.
La memoria lo trae in inganno e le sue illusioni amorose cedono.

Il viaggio, per Arnold, è una breve esperienza che lo riporta a New York e alla sua vita da single.
Anche Dev ripartirà presto, ma l’insaziabile viaggiatore non smette di scoprire: del viaggio fa parte anche il ritorno. Anzi, è il momento in cui lo spostamento trova un senso. Il suo rientro a New York è una scoperta nella scoperta, perché è tornato a casa arricchito dalle diversità con cui si è confrontato e che hanno dato un significato alla sua fuga dalla grande mela. Il viaggio in Italia gli ha dato nuovi occhi e questo gli permette di rivedere le precedenti abitudini newyorkesi e quelle acquisite in Italia in modo diverso. Ne rimane insoddisfatto.

«Ci vuole più coraggio e forza di carattere per fermarsi o addirittura per volgersi indietro che per andare avanti»3.

Il nostro umano, troppo umano vive un altro viaggio alla scoperta di se stesso nella sua città natale. L’Italia lo raggiunge anche oltre oceano, con l’arrivo di Francesca, la nipote della proprietaria del pastificio in cui ha lavorato.

Francesca nel “nuovo mondo” è finalmente libera dalle responsabilità che le pesavano nel suo paese, libera di capire cosa davvero vuole, libera, finalmente, di ricongiungersi con il proprio sé. Con Dev supera i confini che si era imposta. Insieme, vivono l’ebbrezza del perdersi e lo stupore di ritrovare con l’altro loro stessi.
Un nuovo viaggio, uno sguardo a New York dall’alto di un elicottero mette chiarezza nei loro sentimenti e trasforma la città nota in una nuova meta da esplorare.

«Conosci te stesso è tutta la scienza. Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l’uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell’uomo»4.

Se Arnold decide di tornare indietro e di sopire il suo desiderio di ricongiungersi con la donna che ha amato per una vita, rimanendo intrappolato nella realtà e nella negazione del ricordo, Francesca scopre a New York che ha rinunciato a se stessa per gli altri. Sarà capace di compiere il suo primo atto egoistico, scegliersi e reincontrare la propria soggettività?

E Dev sarà capace di costruire una vera relazione con Francesca, prendere delle decisioni e mettere in atto ciò che ha imparato dai numerosi viaggi fuori e dentro di sé, superando così la sua condizione di inettitudine, se pur con slancio superomistico?

«Per essere felici, quanto poco basta per essere felici!»5.

Probabilmente, progettare un nuovo viaggio.

 

Martina Crapanzano

Martina ama camminare, ma non ha una meta. Piano piano dalla Sicilia, terra in cui è nata, ha raggiunto Roma. Ha vissuto tre anni della sua vita tra metropolitana e università, ma ha ricominciato a camminare per dirigersi a Torino. Lì, tra una storia e un sorso di tè, ha viaggiato sull’autobus, perdendosi nei suoi sogni. Così è partita ancora: è andata a Treviso, dove nel weekend compie interminabili camminate lungo il Sile. Non sa ancora se si fermerà qui, ma adesso sa che può lasciar tutto e partire ancora. Camminando.
Scrive per Nuok da dicembre 2015, potendo unire le sue più grandi passioni: la scrittura e il viaggio.

 

NOTE:
1 F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Incipit;
2 F.W.Nietzsche, La Gaia scienza, aforisma 289;
3 F.W.Nietzsche, La volontà di Potenza, aforisma 80a;
4 F.W.Nietzsche, Aurora, aforisma 48.
5 F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Mezzogiorno.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Etica delle origini fetali: scienza e complessità

C’era una volta una cellula-uovo che, dopo essere stata raggiunta da un’altra cellula, chiamata seme maschile, dava con essa vita a una prolifica unione. Di questo risultato c’erano ben poche notizie, se non il fatto che cresceva progressivamente di dimensioni e ad un certo punto iniziava a calciare, ma per saperne qualcosa di più, bisognava attendere che nascesse. Una volta. Oggi invece, c’è molto meno mistero perché la storia si è arricchita di dettagli, grazie allo sguardo della scienza. Oltre al fatto che possiamo curiosare fin dalle prime settimane cosa fa quell’esserino misterioso in grembo, mediante l’utilizzo dell’ecografia prenatale, possiamo anche conoscerne la morfologia, lo stato di salute e il sesso. Non solo, grazie ad altre tecniche, molto più sofisticate, siamo in grado di far incontrare ovulo e spermatozoo, opportunamente prelevati dai loro proprietari, in un vetrino di laboratorio, in modo da ovviare ad eventuali ostacoli presenti, in alcuni casi, nella procreazione naturale. Il nuovo esserino viene poi quanto prima alloggiato nell’utero materno, quello della sua mamma o, eventualmente, una donna diversa (si pensi al caso della fecondazione eterologa da donazione di ovuli o nella surroga di maternità). Prima dell’impianto però, sarà stato possibile sottrargli una cellula per dare un’occhiata al DNA e verificare alcune informazioni. Il patrimonio genetico del feto può anche, in caso di fecondazione in utero e non in vitro, essere sondato tramite un prelievo nel grembo (villocentesi e amniocentesi).

Il DNA è quella combinazione irripetibile di basi azotate a partire dalla quale erigiamo la torre della nostra unicità, da un punto di vista biologico. In realtà, il DNA è solo l’inizio della nostra storia, infatti, i nostri geni interagiranno in modo unico con l’ambiente in cui cresciamo, dando nome a quel fenomeno noto come epigenetica, la quale ha un approccio meno riduzionistico della genetica. Questo dialogo tra geni e ambiente porta a risultati imprevedibili e inizia fin dal concepimento. Feto e gestante instaurano un colloquio lungo nove mesi, fatto di scambi di nutrimento, ossigeno, ormoni, addirittura frammenti di DNA che rimarranno all’altro per sempre. L’interazione con l’ambiente è cruciale fin dalle prime cellule e di questo è la scienza a darci strabilianti notizie, con un numero sempre crescente di ricerche. Stiamo scoprendo che l’ambiente prenatale è così importante da condizionare il feto anche una volta nato e per tutto l’arco della sua vita. Molti fattori, se subiti dalla donna gravida, possono ripercuotersi sul nascituro: infezioni, malnutrizione, inquinamento, disturbi post-traumatici da stress. Questi elementi possono comportare all’individuo, nell’arco della sua vita, problemi di salute, ma anche disturbi cognitivi, di apprendimento e difficoltà sociali.

Che cosa potremmo fare di questi risultati scientifici dal punto di vista etico? Innanzitutto, potremmo riflettere sul fatto che, oltre a rivelarci i potenti (e a volte inquietanti) risvolti applicativi della tecnica, la scienza sta, su alcuni fronti, fornendo dei presupposti per contrastare quel riduzionismo di cui è stata storicamente promotrice. Grazie alla visione dell’epigenetica entrano in gioco il ruolo dell’ambiente e dell’esperienza e, soprattutto, si apre uno spazio per la riflessione etica sul da farsi, soprattutto in termini di prevenzione. Nel caso delle questioni di “inizio vita”, se da un lato stiamo in allerta sui rischi correlati alla dimensione oggettuale e manipolatoria che la scienza attribuisce alla vita che esordisce in laboratorio, sul piano dell’epigenetica, è sempre la scienza che ci informa di un “state attenti”, perché già dall’esperienza fetale è possibile condizionare il futuro dell’individuo.

La complessità, di cui etica e bioetica sono preziose custodi, entra in gioco continuamente e fin dal primo istante di vita embrionale. Grazie allo sguardo specialistico e riduzionistico della scienza possiamo scrutare nel microcosmo della biologia, scoprendo elementi prima sconosciuti. Le origini fetali della nostra peculiare esistenza ne sono un caso. L’approccio alla complessità richiede che, preso atto dei singoli risultati, si esca dal riduzionismo e vengano fatti dialogare diversi aspetti, senza per forza estrapolare dei meccanismi minimi che semplificherebbero sminuendo la realtà di partenza. Il merito dell’approccio scientifico è quello di spaziare nei livelli della vita biologica, esplorando i meccanismi più profondi grazie a strumenti sempre più sofisticati, ma ciò non basta.

Ogni disciplina di studio si avvale di validi sistemi di analisi, il problema è che l’iper-specializzazione produce molti saperi che poi faticano a interconnettersi in un meta-sistema. Abbiamo bisogno di un approccio che aiuti a pensare la complessità della realtà facendolo con la consapevolezza che la tensione verso la conoscenza non si esaurisce mai, anzi, insegue i risultati di diverse discipline, non solo scientifiche, e tenta instancabilmente di connetterle per costruire una rotta per l’umanità. La presa d’atto che tutto inizia in un momento veramente remoto di ogni singola esistenza, getta inevitabilmente una nuova luce su questo progetto.

Pamela Boldrin

Pamela Boldrin è dipendente presso ulss6 euganea e docente a contratto presso l’università di Padova. La sua formazione unisce interesse per la scienza medica, da un lato e per la filosofia, dall’altro. Sì è laureata prima in tecniche di neurofisiopatologia a Padova e poi in filosofia a Venezia.  Grazie alla bioetica fa dialogare i due rispettivi ambiti: scienza ed etica. È impegnata particolarmente nell’approfondimento di questioni bioetiche nell’ambito dell’”inizio vita”, del “fine vita” e delle neuroscienze cognitive. Scrive anche sulla rivista on line “scienza in rete”.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Filosofia: l’invisibile perduto

«[…] Se è vero che gli uomini si diedero a filosofare per sfuggire all’ignoranza, è
evidente che facevano scienza per sapere e non per utilità pratica
»1.

Queste parole di Aristotele sono note ormai a chiunque abbia solo un’infarinatura della cultura classica. L’attività del pensiero e la totale dedizione ad esso sono ciò che possono far sprofondare l’essere umano nell’inquietudine della propria vita interiore, ma innalzarlo anche al di sopra dei mostri dell’esistenza, per riderci su. Dallo stoicismo alla psicoanalisi, la filosofia ha spinto l’uomo verso la semina di nuovi mondi, come il cavallo traina l’aratro.

Tuttavia, nella celebre frase di Aristotele si nasconde un elemento desolante e scoraggiante: sin dai suoi albori, la filosofia ha avuto bisogno di una giustificazione. Persino il maestro di Stagira ha sentito la necessità di sottolineare l’importanza della filosofia e della sua coltivazione.

Massime come «l’utilità dell’inutile», o illazioni ironiche come quella di Voltaire, secondo il quale «per filosofare servono pancia piena e piedi caldi» hanno, in realtà, segretamente degradato questo sapere sin dal suo interno.

Scorrendo velocemente la spirale del tempo, arrivando così ai nostri giorni, vedremo allora che si è giunti al nodo di svolta di questo processo di autosvilimento della filosofia: essa è l’inutile per eccellenza, il Sogno ridicolo di Dostoevskij; eppure, mai come adesso, il nostro tempo grida disperato per la sua mancanza. È un grido
silenzioso, con la bocca spalancata rivolta al cielo, e lo sguardo attonito perché nessun suono trabocca.
L’uomo di oggi ha più che mai bisogno di filosofia, perché non ha solo perso la strada, ma ha dimenticato come trovare nuove indicazioni.

Filosofia non ha bisogno di giustificazione, come non ne ha bisogno il primo albero che ha dato ossigeno alla terra. Essa è l’attività più spontanea della mente e del cuore umani. Filosofia non è solo la ricerca dell’invisibile, ma è anche e soprattutto la cura della possibilità che l’esistenza umana non si riduca alla sola realtà esperibile, ma che essa abbia uno spessore, una profondità, delle ombre. Per questo, la filosofia è un sapere profondo e a volte difficile, ma necessario perché l’uomo si ricongiunga al suo mistero.

L’essere umano di questo secolo ha dimenticato tutto ciò, e non riesce così a dare un nome al suo disorientamento. Egli ha perso la sua ombra, il suo spessore; la sua figura rischia di sparire fra le cose del mondo.

La filosofia dovrà così sganciarsi dal processo di deterioramento interiore, e riappropriarsi del suo compito di ricerca dell’invisibile: dell’amore, della vita, dell’infinito.

Prima l’uomo smetterà di giustificare la necessità della filosofia, prima egli recupererà le sue origini, e, soprattutto, una direzione verso cui slanciarsi.

Solo quando riavrà la sua ombra, la filosofia potrà indicargli una nuova luce.

Fabiana Castellino

Fabiana Castellino è nata nel 1990 in Sicilia.
Si è laureata in Scienze filosofiche con lode, all’Università di RomaTre, con una tesi su Arthur Schopenhauer.
Ha maturato diverse esperienze nell’educazione dei bambini, prima con disabilità, e adesso svolge un progetto di volontariato europeo presso una scuola Steineriana in Belgio.
La lettura e la scrittura le sono state compagne sin da bambina, e l’hanno sempre guidata nelle sue scelte, professionali e di vita.

NOTE:
1. Aristotele, Metafisica, I, 982b, 15-20

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

banner-pubblicita-rivista2_la-chiave-di-sophia

Le “Istantanee” di Claudio Magris: raccolta di suggestioni

Uno scrittore è – soprattutto e prima di tutto – un osservatore. Nel suo ultimo libro Istantanee (La nave di Teseo, 2016), Claudio Magris osserva l’umanità che lo circonda e, al contempo, se stesso, offrendoci un potente collage fotografico-letterario che tocca le tematiche più svariate. Nell’incipit cita – per esplicare la scelta del titolo – il Grande dizionario della lingua italiana: un’istantanea viene «eseguita con un tempo di esposizione molto breve senza l’impiego di un sostegno». Magris presenta infatti circa una cinquantina di scatti “letterari”, brevi, intensi stralci delle esistenze altrui nonché della sua.

claudio_magris_istantanee_cover_la-chiave-di-sophiaGli scorci raccolti fanno parte di un arco temporale che va dal 1999 al 2016, ma a volte scavano ancora più in profondità, nella memoria storica collettiva: è il caso dell’istantanea “Il Muro durerà ancora anni…”, dove egli ricorda una giornata passata in Francia, ad un convegno dedicato all’Europa dell’Est, all’inizio del novembre 1989. In quel mentre una epocale protesta sta prendendo vita a Berlino Est, ma lì si discute pacatamente; è presente anche un regista berlinese. L’uomo è in fibrillazione, e prima di ripartire per unirsi alle contestazioni, afferma di essere convinto di una sola cosa: «il Muro durerà purtroppo ancora per anni». Eppure, solo un paio di giorni dopo esso «era ridotto a qualche rovina scalcinata, un’anticaglia del passato». Magris mette l’accento sulla nostra cecità conservatrice: «Scambiamo la facciata del reale per l’unica realtà possibile, definitiva». In questo prezioso scatto, attraverso parole memori di una rivoluzione passata, il proverbiale velo di Maya viene squarciato un po’.

Leggiamo anche d’amore e dei diversi modi di concepirlo: si sottolinea la differenza tra “stare con” e “andare con” qualcuno. Il primo è programmatico e pone obblighi a prescindere, il secondo è invece «un eros schietto e onesto» che non fa promesse, viene vissuto liberamente e per questo può dare e durare molto di più.

In “Scene mute di un matrimonio” troviamo invece una coppia in un’osteria carsolina: entrambi sono presi dai loro rispettivi smartphone. Le persone attorno, con voyeuristico godimento, constatano quanto due persone che hanno una relazione di lunga data possano non avere più nulla da dirsi. Magris però non è un censore, bensì un osservatore discreto, attento: nota che gli sguardi dei due ogni tanto si incrociano, in «un istante di tranquilla, misteriosa tenerezza», e che la donna tocca il braccio dell’uomo. Per quale motivo, si domanda lo scrittore, «stare insieme in silenzio dovrebbe essere sempre segno di aridità e lontananza?». Ci invita a rispettare quello che degli altri non sappiamo, poiché: «Amare significa anche comprendere e proteggere quella solitudine di cui l’altro ha bisogno», la necessità di «stare unicamente con i propri pensieri e con il loro randagio vagabondare e perdersi».

Sono presenti anche riflessioni sulla soggettività e sull’identità: in “Ritratto di gruppo con giurista addormentato” siamo trasportati in una soporifera riunione accademica, durante la quale un illustre giurista si addormenta. Magris vede «il suo viso allentarsi, come se le singole parti si lasciassero andare, ognuna per conto proprio, e quello non fosse più un viso, ma un insieme casuale di bocca, naso, guance, palpebre». Quel volto «sembra perdere la sua individualità, i suoi tratti irripetibili, e diventare il viso di ognuno, di tutti e di nessuno, generico e inespressivo». Il sonno ha momentaneamente derubato il giurista della sua identità, ha scolorito il suo io: il manto di Morfeo ci livella tutti. Eppure, dormire è necessario: Magris ci suggerisce fra le righe che abbiamo bisogno di sprofondare in un abisso di indistinzione, smettendo per un po’ i nostri panni, forse per sopportare meglio gli ostacoli della vita.

C’è anche il tema del riconoscimento – in questo caso grottesco: nell’ultima istantanea, “Selfie”, un uomo è inferocito perché un’auto si è parcheggiata abusivamente davanti al suo garage bloccandogli l’uscita. In essa c’è una bambina che attende la madre, animaletto impaurito di fronte alle irose invettive dell’uomo, che d’un tratto si vede riflesso nel finestrino: «non mi sono mai visto così brutto e sgradevole». È Magris stesso, quell’uomo, abbrutito dalla situazione.

Istantanee è un’opera antropologica: l’essere umano viene osservato e rappresentato, ma senza che l’autore si cristallizzi mai in alcuna delle sue interpretazioni. Magris legge segni – verbali, mimici – e azioni con una buona dose di autocritica e con una risata liberatoria – che si può sentire sfogliando le pagine – che dice semplicemente: “Siamo fatti così”. Leggiamo la sua mostra fotografica, a tratti tenera, a tratti selvaggia, che ci permette di respirare il mondo attraverso la sua persona, conducendoci ad una riflessione continua, destinata forse a rimanere incompiuta. Scopriamo di sentirci a volte comodi e al sicuro fra le pieghe dei suoi pensieri, ma poi incappiamo in verità scomode e imbarazzanti – come il fastidio provato quando in autostrada si crea una coda a causa di un ferito, o quando un conferenziere viene interrotto da qualcuno in preda a un malore forse mortale.

È un libro corale e al contempo diaristico, che ci sussurra l’incanto, la regalità, ma anche l’invidia, la bruttura, la pochezza dell’essere umano, e lo fa tramite la scrittura, che – come la definisce Magris – è un donarsi agli altri aprendo un dialogo, ed è in esso, «nell’uscire da se stessi e nell’incontrare l’altro, che consiste il senso dell’esistenza».

Francesca Plesnizer

Francesca Plesnizer, classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. In passato ho scritto per due quotidiani locali – “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto di Gorizia” – e da alcuni mesi collaboro con due riviste: “Charta sporca”, periodico culturale per il quale scrivo recensioni cinematografiche e articoli su tematiche filosofiche, e “Friuli Sera”, per il quale analizzo e interpreto – per una rubrica dedicata – opere di Street Poetry e Street Art. La scrittura è il mio più grande amore (scrivo anche racconti, poesie, saggi), ma adoro anche passare il tempo a leggere e a guardare film. Un’altra mia passione è l’insegnamento, specie della filosofia.

[Immagini tratte da Google Immagini]

La cultura come vita quotidiana: quali potenzialità?

Nell’articolo precedente ho parlato delle emozioni come il fondamento di qualsiasi cultura. Questo tema comprende un aspetto che merita di essere precisato: le emozioni, le relazioni sociali e la cultura cui ho fatto riferimento non sono solo enti astratti, “universi simbolici” come diremo tra qualche riga, ma anche elementi concreti della vita quotidiana.

I sociologi Peter Ludwig Berger e Thomas Luckmann ci aiuteranno ad approfondire l’argomento. Nel saggio La realtà come costruzione sociale1 i due autori definiscono “universo simbolico” ciò che dà coerenza e stabilità alla vita quotidiana. La religione, ad esempio, ci permette di mettere in ordine le nostre gioie e i nostri dolori. Un esempio più calzante, però, sono le emozioni; esse danno senso al caos della nostra interiorità: pensiamo a quando definiamo “felicità” un insieme eterogeneo di sensazioni positive. Anche la cultura può essere interpretata come un universo simbolico: se non esistesse la concezione di riunione, come spiegheremmo il complesso di pratiche che comprende lo stringersi la mano e lo stare seduti intorno a un tavolo?

Oltre agli universi simbolici, Berger e Luckmann si riferiscono alla “vita quotidiana”: i due sociologi affermano che essa si origina nei nostri pensieri e nelle nostre azioni e si arricchisce quando incorporiamo nuove conoscenze. In questo senso le emozioni, le relazioni sociali e la cultura di cui ho parlato nell’articolo precedente non sono solo universi simbolici, ma anche frammenti di vita quotidiana.

Questa precisazione è di fondamentale importanza. Interpretare la cultura solo come un universo simbolico significa riceverla passivamente e ignorare la possibilità di cambiarla.
Pensare che la cultura sia vita quotidiana, invece, significa impiegare le emozioni e le relazioni sociali per migliorare diversi contesti: dall’azienda in cui lavoriamo al comune in cui viviamo, passando per la politica che definisce i nostri diritti e le nostre responsabilità.

Solitamente miglioramenti come questi sono messi in atto tramite processi partecipativi.
Un esempio nell’ambito del lavoro è Se guardi il futuro, lo vedi vicino, un progetto realizzato da Intesa Sanpaolo Vita per gestire le relazioni professionali dopo la fusione di diversi gruppi assicurativi. Esso prevedeva la creazione di un’agenda che rappresentasse l’identità della nuova compagnia. Ciò che ci interessa è che la scrittura di questa agenda ha coinvolto diversi dipendenti.

Progetti come questo partono dalle relazioni sociali per controllare situazioni critiche con umanità, ma essi comportano due rischi: il primo è che siano proposti in modo strumentale, ad esempio per indurre il personale ad accettare le peggiori scelte aziendali; il secondo è che siano sporadici, perciò non riescano a mettere radici nei contesti in cui sono creati.
Per evitare questi rischi è indispensabile ricordare le ragioni per cui realizziamo questi progetti. Se lo facciamo perché crediamo che le emozioni e le relazioni sociali siano fondamentali in qualsiasi ambito, allora dobbiamo realizzarli con continuità.
Non si tratta semplicemente di occuparsi del benessere proprio e altrui. Si tratta di attuare, da quell’istante in poi, una cultura del rispetto per sé e per gli altri.

Stefano Cazzaro

Sono il fondatore della start up culturale Còlere. Credo che la cultura sia un’opportunità per le persone che vogliono migliorare la realtà, qualsiasi realtà. Amo tanto la scrittura quanto l’imprenditoria, perciò studio il content marketing e lo storytelling.

NOTE:
1. P. L. Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, 1997

[Immagine tratta da Google Immagini]