Immagini ed etica nella comunicazione: intervista a Giovanni Scarafile

Giovanni Scarafile insegna Etica della Comunicazione nell’Università del Salento. Dirige la collana editoriale Controversies. Ethics and Interdisciplinarity per John Benjamins Publishing Company di Amsterdam. È vicepresidente dell’International Association for the Study of Controversies (www.iasc.me) e componente dello Steering Committee della Fédération Internationale Des Sociétés De Philosophie. Inoltre è direttore di Yod Magazine ed autore del podcast il Ramo del Mandorlo su iTunes. In questa intervista la nostra attenzione si concentra sulla sua ultima pubblicazione, Etica delle Immagini (Morcelliana, 2016), per riflettere sulle ambiguità della comunicazione a partire dall’ambivalenza e potenziale espressivo del linguaggio visivo. Proprio questo suo ultimo libro è stato il testo di riferimento nel mio precedente articolo Le ragioni di un’etica delle immagini, pubblicato nella rivista La chiave di Sophia #6 dedicata alla Comunicazione etica.

 

Professore, noi viviamo in una società dell’immagine e dell’apparenza come mai prima d’ora, quello visivo è il linguaggio che è diventato il più gradito e facilmente assimilabile da parte di noi lettori/consumatori, trasformandosi in discriminante per la virilizzazione e diffusione di un’informazione. Diventa quindi necessario riflettere sul valore etico della comunicazione visiva, eppure sembra che non venga dato abbastanza spazio ad un’analisi di questo tipo. Lei cosa ne pensa?

Nel 2001, il regista Patrice Chéreau realizzò il film Intimacy, basato su due racconti di Hanif Kureishi. La trama, in fondo, era semplice: Jay e Claire si incontrano ogni mercoledì nell’appartamento dell’uomo per fare sesso. Il film vinse l’Orso d’Oro a Berlino, ma fu massicciamente criticato da alcuni ambienti per la presenza esplicita di alcune scene di sesso. A mio avviso, quelle critiche erano ingenerose, perché si concentravano su un particolare, perdendo di vista lo sfondo.
Jay e Claire, infatti, vengono mostrati dal regista mentre sono catturati da una forza che li travolge e che, partendo dai corpi, li eleva ad una conoscenza che li supera e sembra trascenderli. Da sempre, a quella forza la filosofia ha dato un nome: eros. Quando vidi il film rimasi colpito dalla sua capacità espressiva: parlava di erotologia con molta più efficacia di quanto avesse potuto fare un discorso di filosofia. Non sto, ovviamente, mettendo in alternativa le due cose: l’aspetto visivo ed il discorso orale. Si tratta di elementi per certi versi complementari. La questione di fondo, però, rimane: quando mai avremmo potuto fare un discorso sull’eros con la stessa vividezza con cui il film mostrava la vicenda di questi due amanti?
Ecco, Intimacy è l’esemplificazione di una situazione piuttosto comune sotto i nostri occhi: siamo circondati da questioni ad alto tasso filosofico. Si tratta di aprire gli occhi per riconoscerle. Proprio nella rinnovata acutezza dello sguardo, infatti, possiamo trovare l’antidoto perché il nostro parlare di filosofia non sia una banale “verniciatura di formule”, secondo il noto avvertimento di Platone nella Lettera VII.

 

Partendo anche dal suo libro Etica delle immagini (2016), che cosa si intende per mito dell’oggettività fotografica e perché oggi può risultare un paradigma pericoloso?

Recentemente ho visto un filmato in inglese in cui l’ex presidente degli Stati Uniti, Obama, all’improvviso dice delle cose senza senso, pur rimanendo serio. Ho dovuto rivedere quel filmato, per essere sicuro di non aver capito male. In effetti, era proprio Obama, con la sua voce e con il suo volto. Ho scoperto in seguito che quel filmato è il risultato del software Face2Face che, inizialmente ideato in alcuni centri di ricerca, anche grazie all’intelligenza artificiale, consente di attribuire a chiunque espressioni facciali diverse da quelle originali del soggetto rappresentato. Quello che vedi è del tutto realistico ed è praticamente impossibile rendersi conto che si sta guardando un video alterato.
Oggi, esponenzialmente più che nel passato, quel che vediamo non è un indizio di qualcosa che si è verificato effettivamente di fronte alla macchina fotografica o alla macchina da presa. Si tratta di un cambiamento epocale. Agli inizi della sua storia, infatti, la fotografia fu ritenuta una prova schiacciante della capacità della “nuova” tecnologia di vedere meglio dell’occhio umano. Per questo, la fotografia fu considerata un sinonimo di obiettività. Di ciò che era fotografato, ti potevi fidare. Assistiamo oggi ad un cambiamento di paradigma: sì, sappiamo che esiste Photoshop e che le foto si possono modificare, ma la tendenza a credere in ciò che vedo è dura a morire. Dobbiamo imparare ad assumere una nuova postura di fronte al cambiamento in atto.

 

In che misura prendere coscienza dei codici del linguaggio visivo ci permette di difenderci da eventuali manipolazioni? Cosa significa saper leggere un’immagine? Esiste un certo “analfabetismo visivo” diffuso?

Come dicevo prima, stiamo attraversando un periodo di trasformazioni strutturali nell’ambito della comunicazione visiva e della comunicazione in generale. L’adozione di strumenti di interpretazione è senz’altro auspicabile, ma di difficile attuazione. La ragione è semplice: il nuovo contesto è accompagnato dall’immediatezza della fruibilità assoluta. Si tratta dell’illusione che qualsiasi informazione sia alla mia portata, indipendentemente dal suo genere e dalla mia preparazione specifica. È lì, su internet, e dunque è a mia disposizione. Facile, no?
Ora, con questa illusione noi dobbiamo confrontarci, perché la situazione precedente (quella, per capirsi, che attribuiva ancora una importanza alle gerarchie) è destinata a non riproporsi.
L’analfabetismo visivo cui lei si riferisce, a me fa venire in mente che oggi non si è tanto perso di vista il senso, ma il senso del senso. In questo nuovo scenario, occorre ripartire dai sensi. Con questo apparente gioco di parole voglio dire che risulta inaggirabile rifarsi a ciò che le persone sono convinte di vedere. In prima battuta, dunque, bisogna mettersi in ascolto delle loro “visioni”. In seconda battuta, occorre far presente che, per vedere sempre meglio, è bene mettere insieme più punti di vista, invece di fidarsi esclusivamente di ciò che ha visto uno solo. È questo il momento in cui l’assolutismo del proprio piano di visione può sfociare in qualcosa di più aperto al confronto.
Oggi, invece, molti esperti, di fronte ai protagonisti del nuovo scenario, reagiscono paternalisticamente. Con il sopracciglio inarcato, ad indicare un atteggiamento di sufficienza nei confronti dell’esistente, sembrano dire “Adesso ti spiego io come stanno le cose”, magari dando del “cretino” a chi non accetti di conformarsi alle indicazioni impartite (si pensi a quanto accade in materia di informazione vaccinale).
Il punto non è se le indicazioni fornite siano corrette o meno. Non possiamo fare a meno del sapere degli esperti, questo è chiaro. Tuttavia, nel nuovo scenario della immediatezza della fruibilità assoluta, gli altri non possono più essere considerati dei semplici destinatari, ma vanno intesi alla stregua di interlocutori: ai segni del cambiamento occorre rispondere con un cambiamento dei segni.

 

La diffusione delle fake news ha dimostrato che l’informazione libera non sempre porta benefici a chi legge, soprattutto se il lettore non è in grado di fare una lettura critica del messaggio che riceve. Quanto la rivoluzione del digitale ha facilitato l’elaborazione delle informazioni e quanto invece ha favorito relazioni asimmetriche tra chi crea contenuti e chi li percepisce?

Come dicevo prima, la rivoluzione digitale permette a chiunque, indipendentemente dalla sua preparazione specifica, di accedere ad una grande quantità di informazioni. A questo va aggiunto che oggi saltano le mediazioni. Se un tempo avevo bisogno di un’agenzia per organizzare il mio viaggio di nozze, oggi posso fare da solo. Questo porta con sé dei vantaggi, ma anche dei potenziali svantaggi. Cosa ne è della responsabilità degli esperti? Senz’altro non viene meno la loro responsabilità, anche se nessuno sembra più aver voglia di farvi riferimento. Il punto è che tale responsabilità, intesa come fedeltà al sapere da testimoniare, deve trovare modalità nuove per manifestarsi. In particolare, per quanto strano possa sembrare, la credibilità di un esperto non può più essere data per scontata e deve essere riguadagnata sul campo, a partire dal rispetto dovuto a coloro che sono pronti a contestarti. Riusciranno gli esperti a non farsi coinvolgere nelle risse mediatiche e a trovare nuove modalità di comunicazione in linea con i tempi? Mi sembra impossibile se gli esperti, invece di consultare gli studiosi di etica della comunicazione, preferiscono il fai da te. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre gli esperti criticano coloro che non si fidano degli esperti, con il fai da te in materia di comunicazione, essi finiscono con l’applicare la stessa logica di coloro che criticano.

 

L’etica viene per lo più associata ad una dimensione di riflessione filosofica e poco tangibile; secondo lei come può invece concretizzarsi? Perché è necessario per tutti ragionare di più su questo argomento?

Ciò di cui lei parla, il fatto che l’etica sia percepita come ‘astratta’, è in effetti difficilmente contestabile. Vede, nel filosofare ci sono due aspetti di cui tener conto. La filosofia deve senz’altro ricercare gli indici di costanza dei fenomeni, cioè le condizioni di possibilità di ciò che appare. Al tempo stesso, non può disinteressarsi alla vita concreta dentro cui quegli indici vanno intravisti. L’impresa filosofica oscilla continuamente tra i due poli dell’eidetica e della fatticità, divenendo più astratta in un caso e più concreta nell’altro. Si tratta di due stazioni provvisorie il cui alternarsi non è purtroppo percepito nel modo appropriato. Proprio per questo, aggiungerei che l’etica dovrebbe orientarsi maggiormente in direzione della evidenziazione dell’efficacia delle sue indicazioni. Come viatico in questo compito, mi viene in mente quel passaggio dei Quaderni in cui Simone Weil osservava che “Niente di ciò che è inefficace ha valore”.

 

Etica, comunicazione e arte: che significato acquisiscono questi tre linguaggi in una società polarizzata tra la forma e il contenuto?

Mi sembra che ciò che etica, comunicazione ed arte hanno in comune è la possibilità di offrire, ciascuno dalla sua prospettiva, una effrazione della monologia del soggetto. L’artista, il comunicatore, il filosofo ci mostrano che esiste un mondo anche prescindendo dal mio punto di vista. Come soggetti, abituati a considerare noi stessi centro di gravità intorno a cui tutto il resto deve ruotare, siamo così indotti ad un esercizio di decentramento.
In proposito, torna in mente quel particolare della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca in cui uno dei fedeli è rappresentato nell’atto di togliersi il copricapo, prima di inginocchiarsi di fronte alla sacra reliquia, la Croce di Cristo, finalmente ritrovata.
Togliersi il copricapo, deporre l’elmo è una metafora straordinaria per indicare la detronizzazione del soggetto, cioè il gesto di chi, giunto a riconoscere l’esistenza di quanto non dipende da lui, è finalmente in grado di relazionarsi più autenticamente ad un altro, finalmente libero di annunciarsi.

 

Una comunicazione più obiettiva e responsabile è un obiettivo al quale poter aspirare? Se si, a che condizioni?

Se per “comunicazione più obiettiva” intendiamo una comunicazione più conforme al vero, allora il primo passaggio dovrebbe consistere nel prendere coscienza dei modelli comunicativi in cui siamo immersi. Non infrequentemente si tende a ritenere che la comunicazione coincida con la trasmissione di un messaggio da un emittente ad un destinatario. Questo modello va smascherato. Esso deriva da una ricerca, finanziata negli anni Sessanta dalla Bell Company, una compagnia telefonica, interessata a comprendere il modo migliore per ottimizzare il flusso di informazioni tra due apparecchi telefonici. Nel corso degli anni e misteriosamente, quello schema di funzionamento, proprio delle macchine, è stato riferito, piuttosto acriticamente, agli umani. La comunicazione umana, invece, è un’altra cosa e va ben oltre la semplice trasmissione di informazioni.

 

Da cosa è determinata la nostra percezione del vero, come acquisire maggiore consapevolezza del nostro essere fruitori e spettatori? In questo senso, la bellezza si può considerare una distrazione?

In genere, di fronte a qualcosa che ci sembra bello, rimaniamo senza parole, a bocca aperta. Fuor di metafora, la bellezza è ciò che interrompe la corrente continua che ci lega al mondo. In tal senso, si tratta di una distrazione salutare, perché dà avvio al processo che mi consente di interrogarmi sul modo in cui guardo la realtà.
La consapevolezza di cui lei parla è un atteggiamento riflesso, non una condizione immediata. L’accorgermi di significa che sto ragionando sul modo in cui vedo. È l’inizio di quel processo che mi rende spettatore avvertito o “emancipato”, come scrive Rancière, una specie di salto indietro, per recuperare ciò che è alla base della stessa distinzione tra vedere ed agire.
Le immagini hanno, in tal senso, una funzione straordinaria. Si pensi alle parole rivolte da Kafka nel dicembre 1912 alla fidanzata Felice, a proposito di una foto della donna: “Quando guardo il ritrattino, è qui davanti a me, gli si accompagna lo stupore di vedere con quanta intensità noi due ci apparteniamo, e come al di là di tutto ciò che si vede, al di là del caro volto, degli occhi tranquilli, del sorriso, delle spalle (a dire il vero strette) che bisognerebbe abbracciare subito, come al di là di tutto ciò agiscono forze affini, indispensabili per me e come tutto è un mistero che da piccolo uomo non dovrei neanche guardare; dovrei invece soltanto affondarvi devotamente”.
Queste parole mi emozionano sempre. Sono una grande dimostrazione non solo dell’affetto che può unire due persone, ma anche della forza misteriosa che si sprigiona dalla rappresentazione visiva e dei dinamismi che essa pone in essere. È ciò che oggi chiamiamo spectatorship.
Come filosofi della comunicazione, il nostro compito è di dare un nome, cioè comprendere sempre meglio, queste forze che Kafka definisce “un mistero”.

 

Tra i suoi scritti vogliamo ricordare anche Interdisciplinarità ed etica della comunicazione (2014), testo nel quale ha fatto emergere un tema a noi molto caro, ovvero la propensione di alcuni saperi (o meglio, dei loro esponenti) al ragionamento per compartimenti stagni e la loro difficoltà di dialogare con altri. In che modo l’interdisciplinarità dei saperi può, secondo lei, aiutare a vivere nella società e nel mondo presenti?

Farei due considerazioni. La prima è che, oggi, l’interdisciplinarità non è più una opzione facoltativa. È, piuttosto, una necessità, perché i problemi di fronte a noi sono talmente ingarbugliati da richiedere risposte non convenzionali.
La seconda constatazione è che la struttura del mondo accademico è basata, non immotivatamente, sulla divisione disciplinare. Pensi alle architetture dei nostri dipartimenti nei cui corridoi si alternano i singoli studi dei docenti, come fossero entità a se stanti. Di cosa è immagine quel modo di concepire la ricerca?
Per questo, chi si occupa di interdisciplinarità è, in genere, considerato una specie di dilettante, con interessi variegati, ma mai ritenuto “profondo” in nessuno degli ambiti di cui si occupa.
Sa qual è la prima conseguenza di questa concezione? Che coloro che si occupano di queste tematiche possono avere conseguenze negative sulle loro carriere. È quanto viene osservato nel recente The Oxford Handbook of Interdisciplinarity in cui è scritto: “those who become involved in interdisciplinary work are often professionally marginalized”.
Siamo al paradosso: c’è bisogno di interdisciplinarità, ma se te ne occupi la tua carriera si arresta!
Sono convinto che con il tempo la situazione è destinata a cambiare. Perché l’interdisciplinarità possa funzionare meglio è richiesta una sempre maggiore capacità di ascolto dell’altro. È dalla fiducia e dalla reale accoglienza che è possibile il transito dei significati da un sapere ad un altro. Ecco perché l’interdisciplinarità non è sganciata da una comunicazione etica.

 

L’impressione che si ha dell’oggi è che si parla tanto ma si approfondisce poco. C’è ancora spazio per parlare di filosofia nella nostra quotidianità?

In tutta franchezza, a me sembra di rilevare una inevasa domanda di senso, una vera e propria sete di ciò che è essenziale e che, come tale, può restituire il gusto vero delle cose. Insieme a questo bisogno forte dobbiamo cogliere che oggi le forme dell’esperienza del senso sono in continua trasformazione. Guardare avanti o indietro?, ecco la scelta che ognuno di noi deve compiere. Nel primo caso, saremo nostalgici, pronti a rubricare come superficiali od inesistenti le richieste dei più giovani. Nel secondo caso, dovremo allinearci alle mutazioni in atto, avendo il coraggio di superare la semplice riproposizione di tradizioni vetuste ed acquisendo nuove modalità espressive.
La consapevolezza che deve accompagnarci è che alla fame e sete di senso si risponde riattualizzando le matrici della nostra cultura che, in larga parte, derivano dall’incontro tra la tradizione greca e quella ebraica. Atene e Gerusalemme, dunque.
Dalla lamentata astrazione della filosofia, dal suo presunto essere disincarnata ed indifferente rispetto ai problemi degli uomini, si esce senz’altro.
Ma, a maggior ragione, si esce se saremo disposti a impegnarci in prima persona, sforzandoci di vedere meglio, di ragionare meglio, di incardinare nella nostra vita i riscontri ottenuti al livello del pensare. In questo modo, nella congiunzione di vita e filosofia, la vita diviene vita desta. Inutile illudersi: è difficile ed è impegnativo (dormire è molto più facile…).
Ma davvero possiamo pensare di vivere senza cercare il sapore delle cose?

 

 

Claudia Carbonari

 

[Photo Credits: MariAnnina Mazzillo]

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Platone, non Prozac!

«Essere un filosofo non significa semplicemente avere raffinati pensieri, e neppure fondare una scuola.. Consiste nel risolvere alcuni dei problemi della vita, non in teoria, ma in pratica».

Prendo in prestito le parole del filosofo statunitense Henry David Thoreau, per rispondere alla più nobile delle domande: “ma a cosa diavolo serve la filosofia?”.

Confesso che da studentessa alle prime armi con Platone e Aristotele, questo interrogativo mi è balzato più volte in mente, e sono assolutamente convinta che la domanda ha assillato intere generazioni di studenti.

Del resto anche l’impatto con la filosofia non è uguale per tutti: per alcuni può essere un vero e proprio amore a prima vista, altri la imparano ad apprezzare col tempo, altri ancora la considerano solo una materia noiosa, pesante, da studiare per l’interrogazione e dimenticare il giorno dopo, c’è invece chi si innamora perdutamente e la rende parte della sua vita scolastica, lavorativa e affettiva.

E questa sono io. Amavo così tanto questa materia che ho continuato a studiarla anche all’università, scegliendo di proseguire gli studi a Pisa, alla Facoltà di Filosofia. Sottolineo che non era Lettere e Filosofia, era filosofia pura. Niente scherzi.

La filosofia è stata per me una vera e propria compagna di vita, una amica sincera a cui potersi affidare nei momenti più difficili, da cui farsi aiutare nelle scelte di tutti i giorni.

Perché, nonostante l’opinione diffusa, la filosofia non deve essere per forza di cose intimidente, noiosa o incomprensibile.

In sostanza questa nobile materia cerca di rispondere a domande che tutti noi ci poniamo: che cos’è il bene? Che senso ha la vita? Che cos’è la cosa giusta? Perché sono qui?

Sono domande tutt’altro che facili e non ci sono facili risposte, altrimenti non staremo ancora a rimuginare, ma la filosofia ci permette di avere un grande vantaggio: disporre di migliaia di anni in cui molte delle menti più fertili della storia hanno meditato su questi argomenti e hanno lasciato concezioni e linee di condotta a nostro beneficio.

Non solo. La filosofia è anche personale: ognuno di noi è filosofo.

Apprendi dalle fonti tutto ciò che puoi: la riflessione finale per giungere a un modo funzionale di affrontare il mondo è però solo tua.

Platone è meglio del Prozac è il titolo del libro del 1999 di Lou Marinoff, professore di filosofia al City College di New York, che nel testo avanza la teoria di una vera e propria consulenza filosofica che aiuta e sostiene la persona nelle sue decisioni, inquietudini e problematiche quotidiane.

Marinoff spinge sull’idea di togliere la filosofia da contesti puramente teorici e ipotetici e applicarla alla vita di tutti i giorni, ai problemi professionali o affettivi.

«A seconda dei problemi che devi affrontare», scrive Marinoff, «potremmo esaminare le idee di filosofi meglio applicabili alla tua situazione, quelli ai quali ti senti più vicino. Ci sono persone a cui piace, ad esempio, l’autoritarismo di Hobbes, mentre altri si sentono più attratti dall’atteggiamento intuitivo di Lao Tzu».

Tornando a Thoreau quindi, la filosofia è semplicemente un modo pratico di risolvere alcuni dei problemi della vita. E anche qualora non si trovasse la soluzione del problema, sicuramente lo avremo elaborato filosoficamente, trovando la tranquillità mentale, un modus operandi valido sempre per affrontare i prossimi ostacoli.

La vita è stressante e complicata, ma non è indispensabile che tu sia stressato e confuso. In questo la filosofia è la migliore delle medicine: Platone, non Prozac!

 

Martina Notari

Ciao,
Mi chiamo Martina, ho 34 anni e sono giornalista professionista dal 2011.
Dal 2008 lavoro come redattrice a Tvl, storica tv di respiro locale e regionale, ma sono anche giornalista free lance e fondatrice di Target, agenzia che si occupa di comunicazione a 360 gradi.
Mi sono diplomata nel 2002 al Liceo Classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, proseguendo gli studi universitari a Pisa. Iscritta alla Facoltà di Filosofia, la materia di cui mi ero innamorata negli anni di liceo, mi sono laureata con lode in Filosofia del Rinascimento nel dicembre del 2007.
Abito a Pistoia con la mia famiglia e nel tempo libero coltivo le mie passioni: la filosofia, la lettura, la medicina naturale e lo yoga, lo sport, le camminate nel verde e nella natura.

 

[Photo Credit: Unsplash.com]

Umano, postumano: la filosofia ogni giorno. Intervista a Leonardo Caffo

Con Leonardo ci siamo incontrati per la prima volta nel 2016 a un evento organizzato all’interno di Pordenonelegge e da allora abbiamo cercato di mantenere i contatti. Ci piace parlare con lui, è di una dinamicità ispiratrice e siamo sicuri che sentiremo tutti parlare ancora a lungo di lui. Proprio in questi giorni è uscito il suo ultimo libro, Vegan. Un manifesto filosofico (pubblicato da Einaudi) attraverso il quale punta l’attenzione sull’antispecismo e le dinamiche ambientali, temi di cui finalmente cominciamo a sentir parlare un po’ più spesso e che (personalmente me lo auguro) verranno trattati sempre più.

Vi lascio alle sue parole, buona lettura!

 

Leonardo, nel panorama filosofico odierno ti sei imposto in modo particolare trattando i temi dell’antispecismo, ma sono tanti e vari in realtà i tuoi campi di interesse. Per esempio, al Politecnico di Torino insegni da diversi anni una materia che chiami “ontologia del progetto”. Che cosa significa e perché ha senso associare la filosofia alla progettazione architettonica?

La filosofia è a tutti gli effetti una forma di progetto: implica analisi di uno stato di cose, soluzioni e modifiche, controfattuali e promesse. Nel momento in cui come me ti sei occupato della nozione di “forma di vita”, delle sue possibili aperture all’animalità o alla vita vegetale, ma anche dell’evoluzione del concetto di “umanità” attraverso l’analisi di nozioni come azioni o linguaggio, diventa anche essenziale indagare pure la nozione di “spazio per la vita”: così il semplice progetto diventa progetto architettonico e dunque spaziale. Ovviamente ho poi iniziato a studiare design e architettura da dentro, e adesso posso rassicurare sul fatto che c’è più filosofia in Le Corbusier che in tanti sedicenti colleghi.

 

Quale impatto e riscontro hanno da parte dei tuoi studenti l’insegnamento della filosofia in un tempio della scienza e della tecnica come un Politecnico?

Ogni anno, a fine corso, i miei studenti compilano un formulario di valutazione del docente: tendenzialmente, ma non amo parlarne, è positivo. Più interessante invece che gli studenti degli anni passati che hanno già preso l’esame tornino a sentire le lezioni, e ancora più interessante che molti studenti di filosofia vengano al Politecnico per origliare dopo che da filosofia sono passato alla architettura. Credo che più che per me, e non lo dico solo per sterile umiltà, ci sia un interesse generale per questo nuovo modo di fare scienza che parte dalla consapevolezza umanistica. Il corso che insegno viene fuori dall’intuizione di Giovanni Durbiano, ordinario di progettazione nella mia università: direi che è stata un’intuizione felice e lo ringrazio per questo.

 

Il tuo libro La vita di ogni giorno del 2016 ha un sottotitolo molto interessante: Cinque lezioni di filosofia per imparare a stare al mondo. Che cosa significa allora per te “stare al mondo”? E ne bastano davvero solo cinque per riuscirci?

Che non bastino è ovvio: io, che le ho scritte, certo non so stare al mondo meglio di voi (detto di passaggio: stare al mondo non credo sia mai un comparativo). Conta più ragionare sul fatto che la filosofia, lungi dall’essere un sapere accademico come dimostra la sua storia, sia invece un’educazione alla “postura”: appunto alla forma più alta di “stare nel mondo”. Recentemente è uscito un capolavoro per Feltrinelli, Il tempo degli stregoni, dove le vite di Heidegger, Cassirer, Benjamin e Wittgenstein sono intrecciate proprio per ridare alla filosofia una dimensione che l’odierna burocrazia le ha tolto: non un’educazione a qualcosa, come non so la fisica che è educazione alla struttura del reale, ma un’educazione fine a se stessa. È come nel quadro di Magritte, Il lume filosofico, avete presente?

 

Come dicevamo, ti sei occupato e ti stai occupando molto di antispecismo nei tuoi studi ma soprattutto nella tua vita quotidiana hai scelto di agire in linea con i tuoi pensieri, attraverso una dieta che rifiuta carne e derivati animali, nonché impegnandoti in iniziative in difesa degli animali come Gallinae in fabula. Cosa ha fatto cambiare la tua vita verso questa direzione?

Oggi la mia onlus è passata ad alcuni studenti che avevano lavorato con me: sono molto bravi e gli auguro il meglio. Per me l’antispecismo è l’apparato morale del mio piccolo e umile sistema filosofico di contrasto attivo all’antropocentrismo: se hai compreso che la vita è un fascio equamente diffuso negli enti non puoi mai riportarli alla dimensione di non-ente che è implicata dalla sfruttamento e dalla morte (se non è necessario farlo, così evitiamo subito la critica sul non mangiar piante che è una critica idiota). Per il resto vale quanto vi ho già detto: un filosofo che non agisce in accordo alla sua filosofia è un professore di filosofia, non un filosofo.

 

Per Lévinas il volto è lo spazio di incontro tra l’Io e l’Altro. Molti degli animali di cui ci nutriamo sono mammiferi, hanno due occhi, orecchie, un naso e una bocca, hanno uno sguardo e una espressione. Perché allora è così difficile riconoscerli come quell’ “Altro” con cui si palesa e s’innesca una relazione, uno scambio che è principio dell’etica?

Sapete che Heidegger quando deve dire che l’animale è senza volto, non a caso, cita l’ape: così evita proprio tutta la correlazione di antropomorfismi ineluttabili che citavate. In realtà non riconosciamo come alterità inclusiva neanche quella dei migranti, e di infinite categorie dell’essere: per questo la filosofia è anche un modo per tornare a ridare al reale le sue corrette sfumature di senso. La sorte della vita animale è comune: non vedo nessuna ragione per sentirmi migliore di un maiale e anzi credo che la filosofia, penso al divenire animale di Deleuze su cui ho lavorato tanto, sia un lungo percorso per tornare a essere “la vita in quanto vita” di cui per esempio parla Felice Cimatti nel suo recente Cose uscito per Bollati Boringheri (uno dei libri più originali della filosofia italiana recente).

 

Il mondo odierno registra tristemente livelli di sfiducia, diffidenza, indifferenza e persino di odio di uomini nei confronti di altri uomini: gli ultimi, gli invisibili, i poveri, i migranti, i diversi. L’uomo, insomma, sembra aver cura dell’Altro solo se esso sia comunque riflesso quanto più possibile simile a se stesso. Se ancora non si riesce ad avere rispetto e cura dell’Altro come uomo, non è forse secondario e non impellente notare l’Altro come animale?

Non saprei, i filosofi spesso dell’etica e della politica hanno avuto una visione idiosincratica e di quasi disinteresse. Ripenso a Wittgenstein per esempio, all’idea che ciò che è mistico non possa essere tradotto in pensiero scientifico o normativo. Non so se sono in grado di dire come dovremmo procedere e per che gradi, d’altronde tutte le volte che mi hanno proposto qualcosa di politico sono scappato a gambe levate; certo che nulla toglia di dire che l’alterità, tutta l’alterità, andrebbe riconcettualizzata: non è che se penso agli animali non umani tolgo spazio a quelli umani, la congiunzione “uomo e animale” diceva Nietzsche non ha proprio senso di esistere (e dopo il darwinismo non c’era neanche bisogno di scomodare Nietzsche). Ma la filosofia non deve diventare un’opera di bene o di carità, il paradiso dei filosofi – come lo chiamava David Lewis – è anche quello di chi vive in mondi ancora inesplorati e inesistenti. È il nostro unico lusso, non voglio rinunciarci.

 

Più volte da parte degli animalisti la questione animale degli allevamenti è stata descritta come il più grande olocausto della storia, provocando severe e indignate reazioni da ogni angolo del mondo. Eppure, nello sterminio sistematico e giornaliero di mezzo miliardo di animali è difficile non riscontrare quella banalità del male di arendtiana memoria. Tu come vedi questa analogia?

Non so se ci sia completa aderenza in quella che è stata definita “analogia oscena”: certo ebrei o tutsi o qualsiasi altro popolo massacrato sono comunque all’interno di una storia molto diversa da quella del non-senso economico del massacro animale. Hitler non è paragonabile a una multinazionale di carne, non esageriamo. Bisogna anche smetterla di fare analogie: non è che se dico che uccidiamo animali come ebrei allora fornisco più dignità agli animali che poi è il motivo per cui tanti in realtà si sono fissati con questa storia. Li massacriamo e basta, e questo è già abbastanza triste per una specie che si crede moralmente evoluta. L’essere umano, su ampia scala, è ancora al livello evolutivo di un alga. Con rispetto per l’alga.

 

Ritengo ormai sufficientemente evidente che il nostro pianeta sia entrato in una fase di declino difficile da ignorare, dovuta a mio avviso al sempre costante pensarci al centro e sempre superiori di qualsiasi altra forma di vita su questa terra. Esiste secondo te una sorta di “cura” per questo dominante antropocentrismo? Come possiamo davvero pensarci in un’ottica “ecocentrica”?

Ecocentrica non saprei, a me qualsiasi “centrismo” in filosofia mi puzza male. Come sapete io, più timidamente, in Fragile umanità ho difeso l’idea che l’evoluzione ci condurrà verso il postumano contemporaneo: una specie che sopravvivere alla tragedia proprio facendone risorsa in una specie di back-to-the-past molto elaborato. Nessuno pensa a se stesso come parte del pianeta, la società contemporanea disabitua a sentirsi nella natura delle cose. Recentemente è uscito il libro di una sciamano per nottetempo, La caduta dal cielo, che spiega molta più filosofia di quella che potreste trovare in un manuale occidentale: se semplicemente tutto ciò che abbiamo pensato fino a questo momento fosse sbagliato? Questa è la vera questione posta dalla filosofia anti-antropocentrica. È la questione che mette in crisi tutte le altre.

 

Il tuo ultimo libro, Vegan. Un manifesto filosofico, è uscito proprio in questi giorni. Vuoi provare a spiegarcelo in due parole?

Vegan per me è il termine con cui si descrive non una dieta ma una filosofia della sottrazione piuttosto che una della aggiunta: in gergo tecnico vedo nel depotenziamento della realtà quantitativamente un suo aumento qualitativo (è più metafisica che etica). Essere vegani, che poi certo significa anche esserlo in modo alimentare o morale, significa alleggerire il nostro peso di viventi. Per me, così ci capiamo, essere vegani significa prendere la lezione americana di Calvino sulla leggerezza e applicarla ogni giorno: non si diventa migliori, o più puri, si diventa più in pace con se stessi e con gli altri (tutti gli altri).

 

Concludiamo come di consueto con la domanda più sciocca e difficile al tempo stesso che si possa fare a un filosofo: che cos’è per te filosofia?

Mi piace la definizione che davano Deleuze e Guattari in Che cos’è la filosofia, ovvero “produzione di concetti”. Ma per me è più una produzione di alternative, come ho scritto ne La vita di ogni giorno: alternative reali, che cambiano la vita, non alternative disciplinari. Queste alternative poi possono riguardare l’estetica o la logica, ma sono sempre “immagini” di realtà alternative agli stati di cose attuali. Sono stato bocciato tante volte da chi decide se uno è un filosofo oppure no, dunque chissà se possa davvero definirmi filosofo; e anche se nel mio caso, chissà, forse hanno fatto bene …. penso che se gli stessi mediocri sconosciuti non avessero bocciato al loro tempo anche Wittgenstein o Nietzsche, Benjamin o Hume, oggi non avremmo neanche la storia della filosofia. Di fatto è filosofia, e vale solo per la filosofia, ciò che non può essere capito nel proprio tempo proprio perché è dal e per il proprio tempo che viene prodotta.

 

Grazie, Leonardo. Continua così.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credit: C. Esposito, da www.leonardocaffo.org]

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Bellezza, verità e cinema del reale. Al via la 5° edizione del SoleLuna Treviso DocFilm Festival

Giunto al tredicesimo anno di vita e alla quinta edizione trevigiana, dal 10 al 16 settembre 2018, torna a Treviso, presso la suggestiva Chiesa di San Gregorio Magno e la sede di TRA – Treviso Ricerca e Arte a Ca’ dei Ricchi, il Sole Luna DocFilm Festival, un’occasione unica per assistere alla proiezione gratuita di film documentari e incontrare autori internazionali.

Il Festival, insignito di uno tra i massimi riconoscimenti conferiti dallo Stato a un evento culturale, la Medaglia del Presidente della Repubblica, ha scelto come simbolo, per la tredicesima edizione, il Gelsomino Grandiflorum, un fiore indossato dallo staff in segno di solidarietà a chi scappa da guerra e miseria in cerca di una nuova vita e condiviso con gli ospiti della rassegna. Scelta altrettanto rilevante che va nella medesima direzione di solidarietà e di dialogo interculturale è la citazione di Ermanno Olmi per l’esergo del catalogo trevigiano: «Auguro a tutti di qualsiasi razza, religione o cultura, di provare sentimenti di pace nei confronti di ogni uomo così da mostrare a noi stessi e al mondo che la violenza non potrà mai restituire giustizia».

Delle 40 proposte cinematografiche in programma 28 sono quelle selezionate per il concorso, già presentate con successo durante l’edizione palermitana (2-8 luglio 2018). Il concorso si articola in tre sezioni: Human Rights, dedicata ai diritti fondamentali dell’uomo, The Journey, storie di viaggio reali e simboliche e Short Docs, riservata ai cortometraggi. La selezione è stata curata dalla Presidente dell’Associazione Sole Luna – Un ponte tra le culture, Lucia Gotti Venturato, dal videomaker Bernardo Giannone, e dai direttori artistici del Festival Chiara Andrich e Andrea Mura, con cui abbiamo avuto il piacere di chiacchierare per l’occasione.

 

© Beccarella PhotographyCome considerate il rapporto tra bellezza e verità? Il docufilm in quanto cinema del reale come può coniugare il bello con il vero senza scadere o nel lirismo estetizzante o nell’eccessivamente crudo e talvolta scandaloso?

Andrea Mura: La domanda non è tra le più semplici e richiederebbe spazio e tempo, che qui non abbiamo, ma proveremo a rispondere lo stesso. Ammesso che i concetti in campo, bellezza, realtà e verità, siano da ascriversi in un dominio soggettivo e di impossibile oggettivazione, partiamo dal presupposto che il cinema sia rappresentazione e che dunque sia sempre interpretazione soggettiva della realtà. È più vero il fatto di cronaca in sé o la sua rappresentazione artistica? La “realtà” di un telegiornale o quella esperita dall’uomo della strada? Tornando al Festival e ai film selezionati, il nostro criterio di giudizio prevalente è quello di cercare un’armonia tra fattori estetici (fotografia, musiche, scelte di regia) e contenuti, dalle questioni di genere all’ambiente, da problematiche sociali attuali a fatti storici che hanno ancora ripercussioni nel presente. I film che preferiamo sono quelli che riescono a trovare un equilibrio tra questi vari aspetti tali da dare al film una consistenza e un’importanza che ci va di mostrare al pubblico del Sole Luna.

Al centro di quest’edizione alcune tematiche quali il racconto autobiografico e il rapporto padre-figlio: Before my Feet touch the Ground di Daphi Leef, in concorso per la sezione Human Rights e in proiezione l’11 settembre alle ore 20.00 a TRA, è ad esempio la storia in prima persona della giovane video editor israeliana da donna ingenua a icona nazionale celebre e controversa che nel luglio 2011 dà inizio a un movimento di protesta contro la politica abitativa e per la giustizia sociale; El color del camaléon di Andrés Lübbert, in concorso per la sezione The Journey e in proiezione il 13 settembre alle ore 20.00 a TRA, è invece un ritratto psicologico del padre del regista, Jorge, che scava insieme al figlio nelle profondità del proprio passato incompiuto quando, durante la dittatura di Pinochet, viene costretto a lavorare in modo estremamente violento per i servizi segreti cileni riuscendo però a scappare a Berlino Est e a diventare cameraman di guerra.

saltoIn quest’edizione SoleLuna dà quindi particolare rilievo alle donne, ad esempio con la collaborazione con la rassegna Endorfine Rosa Shocking, ideata e curata da Lara Aimone e dedicata a film su donne nello sport e con la proiezione del corto Salto di Maryam Haddadi: quale messaggio e quali obiettivi guidano le scelte artistiche per quest’edizione?

Chiara Andrich: La questione femminile ha sempre un posto centrale all’interno della selezione del SoleLuna perché in molti paesi del mondo – e spesso anche nel nostro – le donne vivono in una condizione di subalternità nei confronti degli uomini e sono soggette a vincoli di natura culturale. Allo stesso tempo però le donne sono forti, esseri che resistono e continuano a lottare a bassa voce, e che danno la vita. Molte sono le protagoniste femminile dei documentari presentati al Festival, ricordo tra tutte le straordinarie Primrose Sonti e Thumeka Magwangqana in Strike a rock di Aliki Saragas, due none sudafricane che lottano per il miglioramento delle condizioni di vita a Marikana. Indimenticabile la delicata figura di Patricia nel cortometraggio di Giulio Tonincelli, una giovane levatrice che sta imparando a diventare midwife nel villaggio di Kalongo in Uganda. E ancora la protagonista e regista di In the name of…, Eirleen Kardany, che racconta il suo essere donna, moglie, madre e figlia divisa tra pese di origine, la Malesia, e di adozione, la Norvegia, schiacciata dal peso di vivere con l’Islam da donna moderna.

Ci sono degli ambiti poi poco frequentati dalle donne, uno di questi è lo sport e quest’anno il festival affronta questa tematica in diversi film. Nel cortometraggio in concorso, appunto, Salto di Maryam Haddadi la giovane nuotatrice iraniana Zahra Hosseinzadeh racconta le difficoltà di essere un’atleta donna sotto la Repubblica islamica. Allo stesso modo la protagonista di Girl Unbound di Erin Heidenreich deve ricorrere al travestimento per giocare a squash sotto il regime talebano in Pakistan. E ancora, un’altra protagonista è Martina Caironi del documentario Niente sta scritto di Marco Zuin, l’atleta paralimpica più veloce al mondo.

Inoltre, forse perché lo staff del Festival è composto quasi interamente da donne, siamo particolarmente sensibili alla questione dei ruoli femminili nel mondo del cinema e cerchiamo spesso di valorizzare anche le autrici e le professioniste donne che lavorano come direttrici della fotografia e montatrici in un ambiente poco aperto al femminile.

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Altro tema che emerge dalla selezione dei docufilm 2018 è la costruzione e l’affermazione dell’identità, dal corto La Pureza di Pedro Vikingo a Sydney di Tristan Altchison in concorso per la sezione Human Rights, perché considerate il tema dell’identità un aspetto chiave per i diritti dell’uomo?

Andrea Mura: La Pureza e Sydney affrontano la questione dell’identità di genere e li presenteremo in collaborazione con il Coordinamento LGBTE di Treviso. Il cortometraggio La Pureza affronta il tema della transessualità infantile, regalandoci in pochi minuti il ritratto di cinque bambini che affrontano il passaggio da un genere all’altro. Sydney and Friends parla invece di una ragazza nata intersessuale e delle sue battaglie per essere riconosciuta e accettata nella sua famiglia e comunità. Riteniamo che sia doveroso in un festival come il nostro, che si occupa di diritti umani, dare spazio a quelle storie che affrontano tematiche di genere, di ricerca della propria identità sessuale, al di là dei pregiudizi e dei moralismi e che hanno al centro il rispetto della libertà individuale, punto cardinale della dichiarazione dei diritti dell’uomo. Senza libertà di scelta, di espressione, di rispetto delle inclinazioni proprie e altrui, non c’è apertura verso l’altro, il diverso da sé, e la società che ne deriva è intollerante e ottusa. Per questo riteniamo doveroso parlare di identità, libertà, diversità, intesi tutti come tasselli per una società più giusta.

 

Concludiamo con le parole della direttrice artistica del Festival che ci introduce alcune peculiarità di questa ricchissima quinta edizione trevigiana, come i tre appuntamenti di Cinema in cantina, proiezioni in cantina, dal Castello di Roncade alla Cantina Pizzolato di Villorba, alla Tenuta Santomè di Biancade, di documentari sul mondo del vino accompagnate da degustazioni, o il workshop per filmakers e tecnici audio Da Godzilla a Tarkovskij. Il Festival, come ogni anno, dà particolare rilievo alla musica: ogni serata si aprirà infatti con un concerto d’organo. Imperdibile anche la mostra fotografica Dieci anni e ottantasette giorni di Luisa Menazzi Moretti, visitabile a TRA fino al 23 settembre, dedicata ai giustiziati nel braccio della morte di Livingstone, in Texas.

Chiara Andrich: In questa edizione abbiamo voluto dare spazio a dei film su un aspetto molto vicino al territorio dove operiamo: il mondo del vino raccontato attraverso il cinema. Con la collaborazione del nostro main sponsor Consorzio del Prosecco Doc proietteremo tre film sul vino in altrettante cantine, con un omaggio ad Ermanno Olmi con il suo Le rupi del vino e due film, Red Obsession degli australiani Warwick Ross e David Roach e Barolo boys di Paolo Casalis e Tiziano Gaia. Cercando sempre di coniugare cinema e territorio presenteremo tre documentari prodotti da autori veneti: Marco Zuin, Cristian Cinetto, Federico Massa e Andrea Azzetti.

Sulla stessa scia presenteremo il libro Veneto 2000 il cinema. Identità e globalizzazione a Nordest alla presenza degli autori Farah Polato, Giulia Lavarone, Marco Bellano, Rosamaria Salvatore. In collaborazione con Soundrivemotion diamo poi spazio anche quest’anno alla formazione nei mestieri del cinema attraverso il laboratorio Da Godzilla a Tarkovskij – La funzione della musica e del sound design nel cinema e nel video.

Il laboratorio, teorico ed esperienziale, è rivolto a filmakers, musicisti, tecnici audio, studenti e appassionati.
Uno spazio speciale è riservato dunque quest’anno alla musica. Il Festival si aprirà ogni giorno con un concerto eseguito all’organo costruito dal Callido nel 1769 per la Chiesa di San Gregorio Magno. La chiusura del Festival è affidata all’abilità di Filippo Perocco, che, spaziando nel repertorio contemporaneo da György Ligeti a John Cage, ci condurrà alla scoperta visiva di pellicole poco note di inizio ‘900.

 

Programma completo: qui

Rossella Farnese

[immagini concesse da SoleLuna Treviso DocFilm Festival]

 

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Esercizi di democrazia. La Philosophy for Community

La storia della filosofia non è avara di richiami relativi ai rischi dell’omologazione, a cui l’opinione comune ha ceduto rinunciando alla sua dimensione critica. Da Seneca a Heidegger tanto per considerare due riferimenti temporali molto lontani, la massificazione, il conformismo sono stati esaminati da angolazioni diverse, producendo pagine con le quali siamo in debito.

Al di là di ogni facile generalizzazione, e chiedendo sinora perdono a chi non si sente chiamato in causa, non si può trascurare che, per mille ragioni diverse, in più occasioni è anche trapelata una certa passività dei cittadini, forse convinti che il sospetto sollevato da Trasimaco trovi ormai una diffusa collocazione nella realtà.

Una luce di speranza, o magari di rivolta, si è accesa nel momento in cui i social network hanno concesso a chiunque l’opportunità di prendere la parola. Subito dopo si sono tuttavia manifestate delle perplessità sulla gestione di questi canali di comunicazione e sono emersi diversi interrogativi. Entrare a far parte di un gruppo virtuale comporta il dare voce alla pluralità in modo autentico? Ogni accesso rappresenta un mezzo per esprimere la propria partecipazione attiva? Esiste quindi una maggior democraticità grazie alla rete? Le risposte sono ancora in fase di elaborazione.

Senza trascurare le potenzialità della tecnologia, la conversazione all’interno di una chat rischia con molta probabilità di affrontare gli stessi limiti di quella che si costruisce vis-à-vis, specie se gli interlocutori puntano a legittimare la propria autorevolezza tramite i “like” ottenuti, senza badare troppo alla coerenza della loro argomentazione.

Sullo sfondo di questo scenario si stagliano delle esperienze che potrebbero essere tacciate di anacronismo, se non altro per l’ambiente in cui si realizzano: ci sono, per esempio, alcune donne che hanno scelto di trovarsi a dialogare socraticamente, sedute in cerchio all’interno di una stanza, mentre il mondo fuori celebra il rito dell’aperitivo in centro. Hanno infatti deciso di anteporre allo “stordimento” della vita quotidiana una sessione di Philosophy for community. Non siamo dinanzi a una favola tesa a creare illusioni, poiché quanto descritto si è davvero svolto a Udine nel corso degli ultimi due anni.

La pratica a cui ci si riferisce adotta una metodologia analoga a quella della Philosophy for children, anche se è prettamente destinata a contesti extrascolastici, formali e informali. Come suggerito da Matthew Lipman fin dagli anni ’70, si tratta sempre di partire da un testo che funge da stimolo, per arrivare a individuare un piano di discussione e dare così vita a un logos, che, con l’ausilio di un ascolto empatico, promuove il pensiero critico, creativo e valoriale. Appare fondamentale e delicato il ruolo del teacher/facilitatore che, lungi dall’essere un trasmettitore di verità prestabilite, si limita a tenere le fila del ragionamento, a sollecitare esempi e a porre domande di follow-up, lasciando il palcoscenico alla comunità di ricerca. Quest’ultima incarna il luogo privilegiato dell’inclusione e della co-costruzione.

L’abitudine cede il passo all’esplorazione, ciascuno mette in gioco il proprio mondo, ognuno scopre il valore della presenza, il punto di vista divergente non viene soffocato ma viene concepito come momento di confronto produttivo per approdare a una conclusione che può essere soltanto provvisoria. Servendoci delle parole spese a suo tempo da Platone, si può osservare che quello che ci si prefigge come scopo è pertanto ben distante dal competere «al fine che risultino vincenti le mie piuttosto che le tue affermazioni»1.

Come reagiscono gli adulti all’interno di questo progetto che può essere considerato come uno strumento di educazione alla cittadinanza, come un esercizio di democrazia vera e propria? Rispetto ai più piccoli, le difficoltà aumentano perché la paura del giudizio altrui, la voglia di imporsi con il proprio bagaglio di conoscenze e la smania di regalare certezze assolute sono ostacoli ingombranti che vanno superati, affinché la comunità sia veramente tale e non solo la somma di tante monolitiche individualità.

Un’unica sessione di Philosophy for community non è sicuramente miracolosa, ci vuole del tempo per acquisire consapevolezza del nostro pensiero, della sua multidimensionalità e lo sanno bene anche le donne che nel centro friulano hanno voluto, con coraggio e determinazione, mettersi alla prova, per avere una carta in più da giocare nella ricerca di una parità non solo formale ma anche sostanziale all’interno della società. Accompagnate da quella curiosità e meraviglia che sorreggono il filosofare come attività euristica, hanno affrontato tematiche come l’amicizia, hanno interrogato il concetto di umanità, hanno lavorato sulle aspettative che ci condizionano davanti ai bivi più importanti della nostra esistenza. Alla luce del loro cammino, senza voler apparire irrispettosi, si può concludere che hanno forse recuperato quello «spazio mentale per il rifiuto e per la riflessione» di cui parlava Marcuse.

Da dove è nato il loro bisogno? L’adesione agli incontri è stata stimolata dal desiderio di poter attivare un processo dialogico in grado di superare ogni solipsismo, di favorire la capacità di argomentare senza dover ricorrere a slogan fini a se stessi, di offrire una risposta a chi vuole ostracizzare le minoranze proprio perché sono tali. La filosofia ha avuto modo di essere colta soprattutto nella sua dimensione pratica e sociale, consentendo di vivere una pariteticità che in altri ambiti viene eclissata. L’esperienza udinese dimostra che la volontà di uscire dal pericolo del conformismo non si è dissolta e che ci sono dei mezzi, come la P4C, che possono spronare l’uomo a non annullare, in maniera ingenua o manipolata, il proprio pensiero.

 

Melissa Trevisan

 

NOTE
1. Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani Il Pensiero Occidentale, Milano 2000, p. 430.
2. H. Marcuse, Critica della tolleranza, Mimesis, Milano-Udine 2011, p.39.

 

Melissa Trevisan nata a Udine nel 1974, si laurea a Trieste in Filosofia e, dopo aver frequentato un corso di perfezionamento presso l’Università degli studi di Firenze, consegue il titolo di teacher in Philosophy for children e for community. Socia del Centro di Ricerca sull’Indagine Filosofica, insegna storia e filosofia nella città natale. 

[Photo credits: Unsplash.com]

La “Filosofia della reazione” di Plebe e la via della prassi

Nel vivo della contestazione studentesca, delle assemblee e degli scioperi, nel 1971 appariva un singolare saggio di un pensatore marxista scandalosamente e polemicamente passato alla parte avversa (tanto da essere eletto nelle file del MSI nel ’79): parliamo di Armando Plebe e del suo Filosofia della reazione.

“Reazione” era una bestemmia in anni di impegno politico a favore del cambiamento e della rivoluzione e di una cultura di sinistra maggioritaria in ambito filosofico, e l’autore gioca molto con questa consapevolezza, proponendo un’analisi logico-psicoanalitica delle mode intellettuali popolari nell’Italia d’allora; il libro – di difficile reperibilità – è per un terzo pamphlet e invettiva politica, per un terzo eclettico saggio teoretico, per un terzo fenomenologia di caratteri e categorie morali, sfioranti il bozzetto.

Il lavoro di Plebe, come spesso avviene per gli “inattuali”, si presenta in realtà molto attuale nell’orizzonte di un recupero della filosofia pratica (che iniziava in quegli anni), nonostante la scomparsa della cultura e del sentimento della contestazione e della rivoluzione, già allora – a sentir Plebe – di maniera e quindi prossime alla dissoluzione, e verso le quali è indirizzata gran parte della verve polemica. La “reazione” (termine che l’autore ri-definisce da un punto di vista semantico metafisico e logico, allargandone potenzialità espressive oltre il lessico politico) è infatti un’istanza alternativa – e assolutamente non mediana – tra conservazione e rivoluzione, finendo per essere un atteggiamento, una disposizione, che possiede una giustificazione teoretica ma che si fonda ed esplica nella prassi.

Come definire la reazione? Essa è innanzitutto lotta all’automatismo della prassi vacua, fine a se stessa, a favore di un atteggiamento orientato verso la conoscenza e l’analisi: ciò significa soprattutto «recupero dei significati» contro il proliferare e l’accumularsi dei significanti, quindi contro la retorica e il conformismo; perciò «non ha senso dichiarare che la conoscenza “progredisce” se conoscere significa ogni volta richiamare i motivi generatori dell’iniziativa presente», quanto che «si arricchisce, ogni volta che deve richiamare al suo autentico significato l’automatismo della prassi» laddove «le idee scadono in ideologie». Senza questa azione “archeologica” della reazione, di recupero del significato originario, «l’iniziativa pratica diventa mera volontà priva di senso», che si manifesta nella logica binaria ed esclusivista dell’affermazione e della negazione, eternamente rimbalzantesi concetti situazioni soluzioni senza districare la matassa. Difatti conservazione e rivoluzione differiscono nelle derive finali ma sono identiche nello spirito e nei presupposti: in primis condividono quello che Freud chiamava istinto di morte (declinato rispettivamente come masochismo e sadismo) che si manifesta come rifiuto del presente, in nome di un edenico passato da contemplare e preservare a priori, oppure di un raggiante futuro da conquistare subito e a qualunque prezzo. Istinto primordiale – come è «primordiale la reazione ad esso, tramite la quale si afferma la vita» –, dove il presente è solo anticipazione del futuro, e «la contestazione altro non sarebbe che una nevrosi». La reazione si pone come una filosofia del presente: non una teoria organica ma un metodo per orientarsi in solitario cammino (da qui l’interesse prevalente per l’unica minoranza realmente tale: l’individuo). Il secondo punto in comune è una diretta conseguenza dell’ossessione per il passato o il futuro: la fede nella Storia con la S maiuscola, ipostatizzazione impropria dei singoli eventi storici, da Plebe ritenuta una superstizione e rigettata in toto (come già Popper nel ’45, ed è curiosa questa convergenza con un pensiero liberale dal che s’intuisce che la prospettiva dell’autore è feconda, tutt’altro che granitica). Il “reazionarismo” alla Plebe in definitiva è illuministico, nella misura in cui intraprende la lotta a un pregiudizio: quello della storia come progresso, e della Storia come entità esistente.

Sembrerebbe che tutto questo porti a considerare la Reazione come termine medio, conciliatorio tra due opposti. E invece l’autore mostra come «rifiutare gli estremi non significa sedersi nel mezzo» ma prendere una posizione comunque estrema, mai aprioristica né illusoria, che addirittura «precede l’azione a cui reagisce» proprio perché disposizione d’animo, istintuale ma ragionata; non una terza via quanto l’analisi razionale dell’assurdità di ogni via (se troppo facile o immediata). Un atteggiamento che sfugge al nichilismo o allo scetticismo assoluto sia per il suo afflato stoico e “aristocratico” sia per la prudenza e la riflessione che – a scapito delle tendenze sistemiche – privilegiano la dimensione pratica. Bisogna perciò «svincolarsi da ogni catena procedente in una direzione» e recuperare libertà di azione e riflessione.

A sostegno delle sue tesi sviscera un eclettico armamentario che va dalla logica alla psicologia allo strutturalismo e al pensiero critico, esibendo una modernità che difettava spesso la fossile filosofia accademica coeva (se non l’odierna), incapace di recepire gli stimoli culturali più vasti del pensiero contemporaneo, a meno di deformarli in interpretazioni schematiche (persino col “nume tutelare” Marx). Plebe utilizza gli strumenti con sapienza (era autore di manuali di logica formale, retorica, estetica, persino teoria della letteratura) e con spregiudicatezza, quasi lottasse e litigasse con ogni autore citato in un continuo gioco di provocazione intellettuale che forse azzoppa la riflessione teorica ma stimola indubbiamente una diversa prospettiva sulle cose.

Dario Denta

Dario Denta è nato a Bari nel 1994. Laureato in matematica a Perugia, studia logica e filosofia della scienza a Firenze. Si occupa di logica applicata, epistemologia della cosmologia, metabioetica. Appassionato di filosofia letteratura e cinema, ha all’attivo una raccolta di poesie e scrive su Shivaproduzioni – il portale del cinema underground.

[Photo Credit: sasan rashtipour on Unsplash.com e poi rielaborata] 

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Il riconoscimento: l’alterità in trappola

“Ti riconosco”. Questa è una espressione che, secondo Luce Irigaray, permetterebbe il riconoscimento dell’altro: «io riconosco che tu sei, che tu esisti, che tu divieni»1. Questo altro, non con la lettera maiuscola, come ad esempio l’Altro in Lévinas, è una persona, un corpo sessuato e quindi sottoposto alla legge biologica del genere.

Eppure in questa lettura, nell’espressione “Io ti riconosco” si nasconde una trappola, la quale farebbe ricadere il pensiero dell’alterità nella cosiddetta logica dell’identità. Perché?

Mi servirò di alcune espressioni della lingua comune, vera miniera per un’analisi filosofica, poiché, in qualche modo, mostra il pensare e il sentire comune, mettendo in risalto le strutture nascoste del pensiero occidentale.

“Ti riconosco”. Partiamo da questa frase. A una prima occhiata sembrerebbe che Irigaray abbia ragione nel vedere qui una legittimazione dell’esistenza dell’altro, l’annullamento di qualsiasi gerarchia: ci si può sbarazzare del peso della dialettica padrone-servitù. Io ti sto riconoscendo, ti sto dando spazio in questa relazione, ti permetto di entrare in comunicazione: ho aperto un canale che ci farà avere una relazione. Tuttavia, come già accennato, c’è il trucco. C’è un tranello, un inganno oppure la volontà di non vedere come sia perfido il linguaggio. Dicendo “Ti riconosco” il soggetto che parla sta ponendo la base ontologica per l’evento dell’altro: in quanto io ti riconosco, ti sto riconoscendo, allora, tu esisti. Senza questa mia azione, tu non saresti.

C’è di più. Si può allargare l’enunciato ed esclamare: “Ora, ti riconosco! Ecco il mio Pinco Pallino!”. In questa frase, che è un passo ulteriore rispetto a quella precedente, uscendo dal confronto con la Irigaray, vediamo che quell’“ora” è di fondamentale importanza. L’altro con cui ci andiamo a confrontare, con cui dialoghiamo, dopo aver espresso questo enunciato, scompare. Difatti, queste parole, non significano altro che la rappresentazione dell’altro e non la sua vera presenza. Esso è un fantasma, una proiezione. L’elemento temporale vuol significare che “adesso” sei la persona che conosco, mentre prima, per motivi che hanno scosso l’edificio delle certezze del soggetto che parla, non eri tu: come avresti potuto? Se il Pinco Pallino che conosco ha sempre avuto certe abitudini, certi comportamenti, è ovvio che quello che prima eri tu, in realtà, non potevi esser tu. Solo adesso che sei tornato – da dove? – in te – prima, ricordiamoci che non esistevi – io ti riconosco.

Altra frase ricorrente è questa: “Sei sempre il solito!”. Normalmente viene utilizzata in due modi: per scherzo, quando qualcuno commette un atto che denota la personalità di un individuo, oppure, con astio, quando sempre quel qualcuno agisce in maniera errata, a conferma del suo carattere, del suo ethos. Se si va a scavare nel significato filosofico di questo enunciato, è possibile vedere come il primato del soggetto sia ancora visibile, presente: esso viene rassicurato dal permanere dei modi dell’altro, delle sue parole, delle sue azioni, dei gesti, così da poter mettere in atto delle difese, delle contromisure, che lo portano a porre il proprio controllo sulla realtà. L’altro è solo “un rompicapo da poter risolvere con gli strumenti del paradigma”, come potrebbe dire Kuhn.

Il linguaggio, la parola, mette una barriera tra due individui, perché è  sempre espressione di una soggettività virile, che vuole possedere, controllare, amministrare. Essere confortata. Confortarsi.

Tuttavia, è necessario che questa soggettività sia, invece, sconvolta dall’altro, che sfugga a qualsiasi categoria, così da poter sempre rimettere in gioco le carte, non dar nulla per scontato.

Quello che l’altro dovrebbe suscitare in me, costantemente, è quella strana sensazione che si prova quando si è innamorati, quando siamo colpiti da Eros: un desiderio dettato dalla distanza, mai percorribile interamente, che ci lasci con ancora la voglia di poter scoprire l’altro. Di trasformarci pur di poterlo acciuffare, con il risultato di venire a nostra volta cacciati. Ma anche quando si sarà arrivati alla nudità, al corpo dell’altro, esso ci rimarrà per sempre estraneo: sia per la sua conformazione sessuata, per dirla con Irigaray, sia per quella individuale, dove ogni corpo è impersonato. Ciò non vuol dire che vi sia un’anima, bensì che il corpo è vivo, pulsante, fremente e mai uguale a quello di un altro. Alla frase della Irigaray, “Ti riconosco”, bisognerebbe, invece, sostituire: “Per fortuna che ancora non ti conosco”. Nell’amore, nel sesso, nella carezza, nei gesti che continuamente ci scambiamo, in un linguaggio silenzioso, c’è tutta l’incapacità di conoscere. L’altro non lo vogliamo conoscere, non dobbiamo conoscerlo. Non lo vogliamo ri-conoscere, ma viverlo. L’alterità è il mistero dell’esistenza.

 

Edoardo Poli

 

Nato a Velletri il 14 febbraio 1996, mi sono diplomato al Campus dei Licei “Massimiliano Ramadù”, ad indirizzo scientifico.
Vivo a Pisa e mi sono laureato presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Pisa. Ho pubblicato un libro di poesie nel 2015, attualmente scrivo per altre riviste, tra cui “Artspecialday” e “Momus”; fortemente interessato ad argomenti sia scientifici che umanistici, secondo quella unificazione della cultura umanistica e scientifica, tipica dell’approccio complesso.

 

NOTE:

1. L. Irigaray, In tutto il mondo siamo sempre in due, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2006, p. 39

 

[Photo credits: Ian Schneider via Unsplash.com]

Il filosofo in tv

Filosofia e televisione parrebbero due universi paralleli. Sarà perché la Filosofia non è proprio telegenica di natura: forse ciò è dovuto al medium (come direbbe McLuhan) o forse perché la Filosofia per natura è un po’ snob, elitaria e sicuramente non ama mischiarsi con il mezzo che è pop (ovvero popolare) per natura.

Così in TV la Filosofia c’è ma a piccoli dosi. Si veda quanto fatto in RAI: la RAI ha un paio di programmi esplicitamente e dichiaratamente filosofici. Stiamo parlando di Zettel e del suo spin-off Il caffè filosofico. Entrambi sono mandati in orari impossibili notturni e ora rilegati alle rete pedagogiche della RAI. Sempre a tarda notte e confinati tra le signorine calde e i film infiniti ungheresi. La Filosofia è una cosa per pochi, un lusso, un vizio. Per certi versi anche un feticismo: perché non saprei bene, da laureata in Filosofia, come e perché dovremmo preferire una lezione frontale su John Rawls ai film di RAI 3 o di RETE 4.

Comunque la televisione italiana ha accettato, e da quello che so è forse una delle poche nel panorama europeo, di buon grado la figura dei filosofi. Anzi del filosofo. Sto parlando in particolare di un filosofo. Il testimonial vivente della Filosofia che da vero corsaro assalta i diversi contenitori più o meno generalisti televisivi. Il nostro filosofo ha pure la barba folta come già gli Antichi Greci ci hanno insegnato essere un dettaglio essenziale. Se la toga non fa il monaco, la barba fa quasi sempre il filosofo.

Comunque molti non avranno letto i saggi del nostro filosofo, ma sicuramente il suo nome è noto anche a chi se pronunciate il cognome Kant, associa la bella e bionda Eva invece del nome del prussiano Immanuel.

Non c’è bisogno di presentazioni in questo caso. Ci basta menzionare la sua barba scura, gli occhi felini verdi, il cashmere giusto e la R moscia per sapere di chi stiamo parlando. Poco importa cosa abbia scritto di preciso, per tutti lui è il filosofo.

Stiamo parlando del filosofo della televisione italica. Ben diverso dai critici d’arte che popolano l’etere che si alternano tra iracondi e virili uomini e più rilassati e simpatici signori di mezza età. Il filosofo, invece, ha sempre due caratteristiche imprescindibili per il ruolo che veste e interpreta (benissimo) da anni in televisione.

La prima caratteristica è l’essere sempre in collegamento. Pochissime volte egli discende tra noi mortali e parla in studio con il conduttore o più spesso conduttrice adorante che lo guarda come il devoto prega e adula il dio aristotelico. Il dio di Aristotele è amato, ma Egli non ama nessuno indietro. Così il nostro filosofo vive sperduto da qualche parte, sempre altrove, sempre trascende il nostro spazio e forse anche il tempo. È una creatura leggendaria, un unicorno (come ora vanno tanto di moda), un essere misterioso che profetizza e parla del mondo che osserva disincantato. Non pare avere legami con la realtà che è banale, triviale e anche noiosa.

Infatti e qui arriviamo alla seconda qualità dell’uomo dalle infinite qualità, il filosofo sa. Sa tutto. Ha già da sempre detto, sentenziato e soprattutto la sua voce non pronuncia mai il falso. Il filosofo non erra mai. Non chiede scusa, non accenna al dubbio cartesiano o amletico o anche solo umano di poter non sapere qualcosa. Egli sa. Sempre.

Il filosofo è stanco, rassegnato, insofferente al mondo di uomini tanto stupidi, cretini come criceti su una ruota ferma, che tanto si affannano per sbagliare sempre. In continuazione. Il proverbio latino “Errare humanum est” è una peculiarità umana che stizza il filosofo che invece punta agli astri e non guarda il dito umano che pur sempre ha il merito di segnalare una cosa meravigliosa e bella.

Il filosofo, invece, è un uomo che è costretto a fissare non la Luna o le stelle, irraggiungibili come lui, ma questi esseri che sono fatti di carne e budella.

La sua posizione aldilà dallo schermo lo rende una creatura pressoché immortale. Un essere che non è legato al nostro mondo. O alle nostre regole. Egli è la creatura della trascendenza. Dell’oltre la soglia. Molto pitagorico tutto ciò: si narra, infatti, che il grande maestro solesse tenere lezioni ai novellini e discepoli da dietro una tenda perché quegli aveva passato la misteriosa soglia che rende il primo un saggio e gli altri ignoranti. Così il filosofo della tv italiana ci ricorda che se il mondo dello spettacolo è finzione e inganno, lui è ancora oltre a tutto questo.

Infatti la sua posizione u-topica (nel senso greco del termine, ovvero senza luogo) lo rende un personaggio unico nel suo genere del panorama televisivo. Egli c’è e non c’è.

Forse gli umani e spettatori non avranno tutte le risposte, ma sono esseri umani appunto che guardano al filosofo come il Mago di Oz si presentava all’ingenua Dorothy Gale. Nel celebre film del 1939 la piccola Dorothy una volta arrivata al cospetto del potente Mago di Oz si trova di fronte ad un enorme faccione. Un po’ come il nostro filosofo in collegamento. Solo grazie ad un imprevisto si scoprirà che anche il Mago, il potente stregone, altri non è che un uomo. Un uomo nemmeno tanto potente, ma solo tanto intelligente da far credere agli altri che lui poteva qualcosa che gli altri non credevano di saper fare.

In questo caso pensare.

 

Claudia Lisa Moeller

Claudia Lisa Moeller è nata a Milano nel 1992. Ha studiato Filosofia presso l’Università San Raffaele (Milano), dove ha conseguito la sua laurea BA e MA. Entrambe le sue tesi erano su Kierkegaard. I suoi temi di ricerca sono Kierkegaard, Hamann ed ermeneutica televisiva.

 

[Photo Credit: Cater Yang via Unsplash.com]

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Astratto e concreto: splendore e miseria di due aggettivi

Noi siamo come abituati a pensare che le regioni del concreto e quelle dell’astratto non si tocchino; che a parlare astrattamente si dimentichi la realtà, mentre a farlo concretamente si abbia – sulla realtà – presa più efficace, sicura, muscolosa. Così, si finisce per pronunciare la parola astratto quasi con una smorfia sul viso, guardinghi, e di chi parla per astrazioni ci si fida dopo attenta valutazione.

Noi dunque, noi frequentatori della filosofia, saremmo anche frequentatori delle eteree lande dei cumulonembi, delle nubi dell’astrattezza, preoccupati, impauriti dalla realtà del concreto. E, per estensione, la stessa storia della filosofia avrebbe visto passare avanti a sé filosofi troppo astratti, albergatori del cielo della verità, e filosofi più vicini al concreto, ben provvisti di robusto senso del reale. Hegel da una parte, Marx dall’altra.

Ciò che vorremmo è dissolvere la contesa – e con essa il problema, ovvero tentare di mostrare come concreto e astratto siano uno, come in realtà siano lo stesso. E lo faremo così, retrocedendo rispetto ai termini della disputa per guardare all’etimo della parola filosofia. Ora, filosofia è nome greco, ed è la composizione − la felice composizione − di altri due nomi greci: sophia e philia. Cominciamo con il primo.

Philia, solitamente è tradotto con amore. Ebbene, philia non indica esattamente l’amore, e ciò lo testimonia il vastissimo ventaglio lessicale con il quale la lingua greca ricopre la semantica dell’amore, di cui il sostantivo eros è solo l’esempio più noto. Philia denota piuttosto l’affinità, la cura, la vicinanza d’animo – non l’amicizia, qualcosa di più profondo, di più sottile. Philoi sono i compagni di Achille, l’Achille irato dell’Iliade che solo ai compagni concedeva di entrare nella sua tenda; Platone, nella Repubblica, chiama philoe le cagnette, e lo sono per le attenzioni e le cure e i riguardi che prestano ai loro cuccioli. Non amore, neanche amicizia, come detto – affinità, piuttosto, cura: questo è philia.

Sophia, invece, è il sapere. Sophos, il sapiente, è tale perché detiene il sophos, il sapere – appunto. Ma in sophia risuona il sostantivo phos: luce. Dunque, il sapere che è sophia non è la certezza che le cose siano così e non colà, che marzo è primavera e dicembre inverno; sophia è il sapere che illumina – è il sapere della luce, che, come diceva Vico, «in tal densa notte di tenebre» «apparisce» e «non tramonta». 

Ritorniamo ora al sostantivo composto, filosofia, e raffiniamone l’analisi: filosofia non è l’amore per il sapere; filosofia è l’affinità con un sapere, il sapere che illumina; è l’affinità che nasce e matura e vive nel prendersi cura del sapere, che lega indissolubilmente l’uno all’altro, sapere e cura del sapere, al costo di gioie e patimenti – come la cagna con i suoi cuccioli. 

Il nesso che lega la filosofia alla luce è inscindibile, è connaturato alla peculiarità del sapere che rende la filosofia tale: il sapere che illumina. E sciolto l’etimo del sostantivo filosofia, si capisce anche perché un poeta, e filosofo, come Dante nell’ultima Cantica della Commedia invochi Apollo, dio della luce, e non le Muse. Dante abbisogna della luce di Apollo, così che la sua memoria possa restare forte e trattenere la stampa impressale dalla conoscenza più alta, la visione di Dio.

Proseguiamo. Foucault ha mostrato che il termine “conversione” nasce al di fuori del contesto religioso entro il quale tendiamo oggi a relegarlo. È Platone ad impiegarlo nel suo Alcibiade I, e poi con lui le scuole ellenistiche, quelle alessandrine, e giù giù fino al cristianesimo medievale. In Platone “conversione” è l’atto del cambiamento radicale, è il dorso della mano che si volge in palmo, è la curva del tornante che ripiega nella montagna e lascia dietro sé, invisibile, la coda della strada. “Conversione” è il salto da uno stato ad un altro, l’irrevocabilità di un gesto che si assume totalmente. Il convertito alla causa del veganesimo, ad esempio, assume su di sé il sapere che ora patrocina: ora egli difende una visione delle cose che prima non era la sua.

Lo stesso vale per il convertito alla causa della filosofia, e cioè a quel sapere che delle cause va in cerca. Il filosofo è un convertito. Facciamo un esempio.

Nel Gorgia, Platone fa dire al suo Socrate che ognuno è tale e quale al sapere che apprende. Cosa dicono le parole di Socrate? Dicono che il sapere converte. Cioè dicono che, banalmente, l’ingegnere pensa da ingegnere: calcolando; il commerciante da commerciante: cercando profitto; il sofista da sofista: gonfiandosi di paroloni e formule vacue senza proferire alcuna verità. Come pensa il filosofo?

Filosofo è chi già abita la teoria. E perciò è già immerso nella prassi, e in particolare quella prassi che cerca lo sfondo di senso che ci circonda. Il suo vivere è convertito a partire dalla teoria che lo illumina. Non è un caso che Spinoza abbia intitolato il suo libro di metafisica, Etica. È nell’ethos, nell’abito, nel comportamento che l’astratto getta la sua ombra, e lì risiede legato in intima unione col concreto. 

Un’ultima nota: Spinoza sapeva bene che quest’unione è difficile da vedere, ed altrettanto difficile da incarnare. Ma non desisteva. Lui che nasconde dietro a quel sorriso grandioso la protezione migliore al dolore, alla vita: la pace interiore, riflesso del collidere di teoria e prassi. Questo apice si chiama virtù, strada tanto ardua quanto felice è la meta, poiché «tutte le cose sublimi sono tanto difficili quanto rare».

 

Giovanni Fava

Giovanni Fava, 1996. Studente di Filosofia a Trento. Amo libri e passeggiate in montagna.

 

[Photo Credit: Johannes Plenio via Unsplash.com]

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Lo spazio della filosofia nella cultura di massa: intervista a Simone Regazzoni

Esattamente un mese fa eravamo presi dagli ultimi dettagli per il nostro evento Pop Filosofia. Una serata con Socrate & Co. e stavamo aspettando l’arrivo dei nostri due relatori d’eccezione, Tommaso Ariemma e Simone Regazzoni. Al primo avevamo già dedicato una lunga intervista firmata da Giacomo Dall’Ava mentre abbiamo atteso l’inizio dell’evento sorseggiando uno spritz e ponendo qualche domanda questa volta a Simone, chiedendogli qualcosa di più sui suoi studi. In cantiere ha ben tre libri (ma non ci sentiamo autorizzati ad anticiparvi nulla!) mentre in passato si è occupato di temi interessanti e sempre attuali come la pornografia, ma anche di serie televisive, cosa che l’accomuna al collega Tommaso. Infine, da veri Potterheads (quasi tutta la redazione lo è!) abbiamo parlato di quel mondo incredibile creato da J.K. Rowling e di tutto quello che la saga di Harry Potter è stata in grado di insegnare.

Simone Regazzoni è docente di Estetica all’Università di Pavia ed è direttore editoriale della casa editrice genovese “Il melangolo”. Ecco finalmente per voi i passaggi principali della nostra lunga e piacevole chiacchierata.

 

La sessualità è un tema che è stato fatto proprio dai pensatori occidentali dall’antichità fino alla contemporaneità, si pensi per esempio alla mitologia di Platone, alle scoperte in ambito psicoanalitico di Freud, o alle speculazioni filosofiche di Foucault. Si può dunque ricongiungere la “pornosofia” a questa tradizione, come tassello ultimo di una lunga serie di interrogativi e indagini attorno al tema della sessualità? Come può l’erotismo avere una valenza d’indagine filosofica, secondo un’ottica pop-filosofica?

Il tema della sessualità è da sempre al contempo presente e tuttavia rimosso all’interno della filosofia; dico presente e rimosso perché la modalità della sua presenza è diversificata: è un tema che sì viene affrontato, ma non nel suo lato più reale e perturbante. È evidente che in Platone abbiamo la dimensione dell’eros, ma quando egli distingue tra un eros pandemos e un eros uranios sta definendo due livelli: uno dove eros ha una dimensione filosofica intellettuale, di elevazione, e un altro meramente corporeo che la filosofia lascia cadere fuori dal proprio discorso. Pensiamo al cuore del Simposio, dove tutti i discorsi costruiti perfettamente sull’eros vengono messi in scacco dall’ingresso dell’amante che è ubriaco ed eccitato: troviamo infatti Alcibiade che fa una dichiarazione d’amore sconveniente a Socrate. Penso anche ad un grande filosofo, che è stato anche mio maestro, Jacques Derrida, che diceva che se Heidegger fosse stato ancora vivo gli avrebbe chiesto che cosa ne fosse della sua vita sessuale; questo perché i filosofi non parlano della loro vita sessuale, possono solo speculare sulla sessualità. Derrida per esempio è un filosofo che ha dichiarato (ed è uno dei pochi) di aver parlato e descritto in maniera dettagliata il proprio pene all’interno di testi filosofici. Heidegger invece ha avuto una storia d’amore con una sua studentessa, Hannah Arendt; questo, che può essere declinato come una sorta di pettegolezzo filosofico, in realtà ha avuto un’importanza essenziale per Heidegger perché in quegli anni scriveva Essere e Tempo; forse non l’avrebbe scritto senza quella relazione amorosa/sessuale/erotica con Hannah Arendt.

La pornografia in tutto questo come entra? Secondo me essa è interessante per due elementi. Il primo è che è uno dei fenomeni più diffusi dal punto di vista della massa − solo il calcio compete con la pornografia. Per questo motivo incide sul livello di immaginario, di educazione sentimentale, di costruzione della soggettività e quindi è un fenomeno sociale rilevantissimo. Dall’altro punto di vista (quindi non solo sociologico ma anche filosofico) è interessante perché è l’unico spazio dove la carnalità dei corpi viene messa in scena; se dobbiamo cercare un corrispettivo pittorico dobbiamo pensare a Francis Bacon o a Egon Schiele. Dunque c’è questo doppio interesse: uno filosofico sul tema della carne (sul quale lavoro), ma anche un interesse in quanto fenomeno pop di massa che può permettere di intercettare le menti dell’immaginario; il mio libro infatti è un libro di filosofia ma anche di filosofia pop.

Un filone su cui insisto molto in questo libro è un lavoro di analisi del rapporto tra corpo e carne, poiché mentre l’erotismo è la dimensione del corpo nella massima potenza, la pornografia disgrega il corpo; pensiamo al dettaglio anatomico che è il focus centrale del film pornografico, il momento del godimento che deve essere captato… siamo al di là del corpo. Quindi il tema della carne, che per esempio la fenomenologia ha indagato, qui lo troviamo messo in scena anche nella sua forma più cruda. Evidentemente non si tratta di nobilitare la pornografia, ma di osservarla in quanto rappresentazione filmica della carnalità: questo è lo spazio della pornografia; che poi la sua valenza di fruizione sia di tipo masturbatorio è pressoché inevitabile, ma questo non significa che non abbia interesse. Sempre più poi quello spazio cinematografico limite che è la pornografia è penetrato in altre forme cinematografiche: Lars Von Trier prende degli spunti pornografici e li inserisce nei suoi film, così come Scorsese; anche il cinema cosiddetto “alto” quando deve lavorare su certi temi inserisce stilemi al limite. Quando gerarchizziamo i film lo facciamo secondo il tipo di effetto che hanno sul corpo: tanto più il film è intellettuale e tanto meno si inseriscono elementi corporei, mentre tanto più un film fa ridere, piangere o godere e più vengono inseriti elementi corporei, facendo abbassare la scala. La pornografia è considerata al limite della cinematografia perché non c’è alcuna possibilità di fruizione puramente intellettuale.

 

Che cosa significa pornosofia? Come afferma nel suo libro, essa ha come oggetto il tema di “fiction”: in quanto riflesso della società contemporanea, può la pornosofia diventare dunque la chiave di lettura del nostro presente? Che cos’è quindi il pop porno, in cui gli attori, come lei stesso afferma, «fingono di fare ciò che in realtà fanno»?

L’altro tema a mio avviso importante nella pornografia è la creazione di uno spazio di indistinzione tra realtà e fiction, perché la pornografia è insieme recitazione e performance corporea; tanto più la pornografia è di qualità, e cioè prevede degli attori, tanto più questa performance è ipercodificata e regolata. Al contempo però non può non avere un momento di realtà, che è quello del godimento − ovviamente si tratta di del godimento maschile perché sulla realtà del godimento femminile, anche sulla realtà vera, nessuno può mettere la mano sul fuoco, quindi ci potrebbe sempre essere un momento di finzione. Su quello che viene chiamato cumshot della pornografia ed appartiene all’atto maschile, quello è il momento indispensabile perché ci sia il porno; nel caso invece ad esempio dei film solo lesbo c’è tutta la “mitografia” della eiaculazione femminile che deve dare un corrispettivo. Tutto questo per dire che in ogni caso è necessario che vi sia un elemento di reale, e dunque è una delle poche rappresentazioni di fiction che prevede un momento di reale che debba in qualche modo lasciare il suo segno sullo schermo. Questo dato ci dice delle cose molto interessanti, soprattutto rispetto all’interazione che abbiamo sempre di più tra realtà e fiction: abbiamo sempre più bisogno di una finzione che abbia elementi di reale, al contempo la realtà è sempre più costruita, infatti non c’è elemento di cronaca o politico che non abbia una dimensione di storytelling e di narrazione. Quindi la pornografia ha in qualche modo anticipato l’intersezione tra questi due spazi.

Il secondo elemento è che la pornografia può darci a leggere la società e sicuramente i fenomeni interessanti di tale società. Pensiamo al fatto che non c’è uomo politico che non abbia una retronarrazione sessual-porongrafica e che grandi eventi politici del Novecento hanno avuto questa connotazione − cito per esempio Bill clinton che deve confessare se ha avuto o no un rapporto sessuale con Monica Lewinsky e deve andare a parlare di fronte agli Stati Uniti interi di questo dato. La dimensione di erotizzazione del corpo politico oggi è evidentemente qualcosa di ineliminabile: non c’è leader politico dove dietro non vi sia uno storytelling che prevede una erotizzazione del suo corpo. Quindi gli elementi che noi abbiamo trovato in questo tipo di fiction rientrano altrove − caso esemplare in Italia è quello di Silvio Berlusconi: non c’è stata una rappresentazione del suo corpo che non abbia avuto un sovraccarico di immaginario assolutamente pornografico, per quanto possa essere stato creato ecc. Quindi questo è sicuramente uno degli elementi che circolano oggi nello spazio pubblico e politico.

Concludo non a caso il libro sul rapporto tra democrazia e pornografia, perché poi l’altro elemento essenziale è: è possibile pensare uno spazio democratico che vieti la pornografia? Oggi non è possibile pensarlo. Quindi paradossalmente questa cosa di livello bassissimo, assolutamente volgare, le cui qualità estetiche non sono quasi mai eccelse (perché poi nella maggior parte dei casi la qualità della produzione è bassa), è certamente uno degli elementi che contraddistinguono uno spazio democratico, cioè il diritto di mostrare il godimento; in modo speculare invece non c’è spazio totalitario che non preveda la rimozione della pornografia. Quindi che rapporto c’è? Un filosofo come Alain Badiou dice che la democrazia (ma lui la critica in questo) è lo spazio dei corpi e del loro godimento; in questo riprende Platone e la critica platonica alla democrazia, ma in questo senso noi possiamo pensare che c’è un intimo legame tra spazio democratico e circolazione di un immaginario di tipo pornografico, inteso nel senso di ostentazione dei corpi e del loro godimento.

 

Addentriamoci ora in un altro tema, per noi molto interessante. Nel suo libro La filosofia di Harry Potter lei dà molta importanza al contrasto tra il mondo magico e quello dei cosiddetti babbani. Questa dicotomia favorisce il discorso riguardante l’alterità, ciò che è altro da noi e il relativo incontro che esperiamo. Che cosa può insegnarci il mondo di Harry Potter riguardo al concetto socialmente condiviso di normalità e del suo rapporto con la stranezza?

L’interesse per una saga come quella di Harry Potter può essere molteplice. Uno degli elementi è quello collegato alla domanda e cioè il fatto che la natura del romanzo di Harry Potter lo rende sui generis, tenta di mostrare il contrasto con una supposta “normalità” per codificare come spazio quello dettato da alcune regole, comportamenti morali e politici, in opposizione ad uno spazio altro che invece viene a mostrare il limite del precedente, quello della “normalità”, e lo rivalorizza. Il mondo dei Babbani è un mondo che si vorrebbe presentare come l’unico possibile ma questa normalità in realtà viene vissuta come una sorta di prigione; ecco che la scoperta del mondo magico è la scoperta di un’altra via per un altro mondo possibile. Si realizza in questo senso il passaggio tra i vari mondi, passaggi che permettono ai soggetti di trovare un mondo in cui possano aumentare le proprie potenzialità dell’esistenza. Dall’altro lato è interessante il fatto che lo spazio del mondo sia una sorta di multiverso che mette in discussione non solo il paradigma della normalità ma anche il paradigma della razionalità come l’unica chiave per interpretare il mondo; è ovvio che se il mondo è uno ed è retto da quelle leggi sarà uno strumento privilegiato, ma nel momento in cui si mostra che quel mondo è solo una nicchia accanto ad altre, ebbene allora dovremmo utilizzare altri strumenti.

Questa saga è anche molto interessante perché non arriva a rigerarchizzare i mondi, il mondo magico e quello vero e razionale. A questo punto non ci interessa più farlo, sono mondi che si compenetrano l’uno con l’altro e non l’uno affianco all’altro, sono pieni di passaggi all’interno e sono ripiegati l’uno nell’altro. Ci sono persone che sanno muoversi in entrambi utilizzando risorse differenti, per esempio Hermione Granger è una giovane maga molto razionale ma che deve anche sapere utilizzare la stranezza più assoluta, ma penso anche a Luna Lovegood che come personaggio è considerata una pazza ma in realtà ha semplicemente un altro modello di lettura della realtà e in certi contesti la lettura stramba, sfocata, fuori fase, permette addirittura di vedere pezzi di realtà che altri non vedono, ed è il caso delle creature “invisibili” ma che in realtà ci sono (i Thestral, ndR). Tutto questo è un tentativo di rompere con la chiusura della normalità per contrapporre quello che oggi la filosofia e la sociologia chiamano un sistema ad alta complessità: il mondo Hogwarts  è davvero un mondo ad alta complessità e il divenire soggetti di questi maghi è il dedicarsi ad attraversare la complessità con strumenti differenti, perché è vero che loro usano la magia (che è fatta di atti linguistici), ma usano anche la tecnica (e il padre di Ron Weasley ne è un esempio).

Cito inoltre Foucault nel testo per mettere in discussione il paradigma della normalità. Nello spazio normale dei Babbani per esempio ci sono le figure degli zii, che sono figure di aurea mediocrità per i quali qualsiasi persona che si allontana dal paradigma di normalità è un pericolo, una minaccia − lo zio di Harry è una minaccia, Harry stesso è una minaccia e così via. Tutto questo ci fa rivedere la dimensione della soggettività e ci fa riscoprire un altro tipo di etica. È inoltre in questo spazio accettato nella sua molteplicità che la relazione con l’altro non è semplicemente quella “l’altro è un nemico”, ma nemmeno quella finta buonista per cui “l’altro è una ricchezza” che anche nella sua diversità ci farà sempre bene. Pensiamo alla figura di Dobby, l’elfo domestico e dunque brutto esteticamente, distante dalla sensibilità di Harry, tuttavia il loro rapporto d’amicizia non si concretizza subito perché è una ricchezza, anzi, Dobby causa subito dei danni a Harry perché la distanza è molta. Ora il problema è che il rapporto con l’alterità ha un suo reale disturbante, ovvero l’elfo è disturbante, ma proprio a partire da questo si deve tessere un rapporto vero di riconoscimento e di amicizia, che non si costruisce sul fatto che l’altro mi dà ricchezza e quindi lo accetto, sarebbe troppo facile! Sarebbe la facile tolleranza per cui io tollero l’altro anche se è diverso esteticamente ma mi arricchisce e non mi crea problemi. L’altro è invece quello che io non riuscirò mai fino in fondo a comprendere, che ha delle regole davvero molto distanti da me e con cui tuttavia devo trovare il metro con cui misurare la giusta distanza. Su questo per esempio si fonda anche l’amicizia dei tre protagonisti con Hagrid, un mezzogigante che ama creature pericolose: è un’amicizia rimane solida non perché in qualche modo viene addomesticata ma perché loro si assumono la responsabilità di un certo rischio, la possibilità di essere feriti dall’altro, e quindi in questo senso vi è davvero un altissimo livello di riflessione sull’alterità in Harry Potter.

 

Abbiamo trovato molto interessante il capitolo in cui parla dell’atto etico e della figura pedagogica di Silente, il preside di Hogwarts. Crediamo che abbia colto una delle emergenze educative odierne quale l’abbattimento di un autoritarismo ancora vigente. Il consiglio e l’accompagnamento spesso si trasformano in coercizione ritornando dunque ad una visione di normalità anche nelle aspettative evolutive. Crescere secondo certe norme sociali condivise per sentirsi adeguati e giusti mentre la vera tendenza dovrebbe assumere dei caratteri libertari. Che cosa ne pensa e che cosa potrebbe suggerirci il vecchio Albus?

Il vecchio Albus secondo me non suggerendoci quasi niente ci ha detto tutto. È un tipo di impostazione pedagogica quella di Hogwarts in cui il soggetto deve allenarsi a diventare di più, dove l’allenamento, nel senso di ripetizione, errore, confronto con i pericoli, non ha mai eliminato nessun pericolo a questi ragazzi, infatti non sono protetti da nessuno, anzi paradossalmente Silente si occulta nel momento di maggior pericolo. In una narrazione di quel tipo poteva essere che il mago più potente fosse presente a risolvere i problemi, invece fin dall’inizio della saga i momenti di pericolo sono affrontati da questi ragazzi, che paradossalmente si misurano con questo pericolo e crescono ed imparano proprio in questo modo. Molto spesso poi si trovano ad affrontare un pericolo per infrazione di una regola: “non dovete andare in quella parte di Hogwarts”, “non dovete fare questo”, eppure poi non c’è nessuno lì ad impedirglielo. Non è un’educazione banale perché in questo modo sta al soggetto capire come rapportarsi a delle regole; un soggetto etico è qualcuno che valuta l’esistenza di contesti in cui l’etica non è semplicemente l’adeguarsi ad una norma, ma si deve saperla trasgredire, cioè reinterpretare nel modo giusto per rispondere in maniera adeguata a ciò che accade; altrimenti si rischia di trovarsi nella situazione di chi dice “io l’ho fatto perché le regole erano quelle”, che poi era la risposta data da Eichmann al processo di Gerusalemme. Le regole esistono inevitabilmente, il soggetto etico è quello che le valuta, capisce quali può applicare e sceglie che altre le deve trasgredire, prendendosene le responsabilità. Ad Hogwarts un’autorità come Silente non è qualcosa che compromette ed è soffocante, ma qualcosa a cui potranno comunque rivolgersi, e non è un caso che loro certe esperienze gliele raccontino. A questi racconti poi Silente risponde con poche parole, il che significa: io non ti dico niente però tu sai che io ci sono, prova la tua strada, sbaglia, rischia, trova il tuo modo giusto per farlo, confrontati con la tua solitudine. Per questo Silente è stato per loro un grande maestro, anche quando Harry soffriva per il suo silenzio. A questo proposito cito solo una delle sue frasi più importanti sull’etica: “quando e se vi troverete a scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, ricordatevi del vostro amico Cedric Diggory”. Etica non è tra ciò che è bene e ciò che è male: è tra ciò che è giusto e ciò che che è facile, ovvero fare la cosa giusta è fare la cosa non facile; in questo senso la via delle regole potrebbe essere anche la via più semplice.

Albus Silente è questo personaggio. Aggiungo che c’è un altro elemento interessante, poiché lui dovrebbe essere la figura positiva per eccellenza della saga ma in realtà nell’ultimo libro viene fuori, tramite una biografia, la sua fascinazione in età giovanile per il lato oscuro. Questo significa che non era un uomo perfetto, ma perché non ci sono uomini perfetti: non lo era il padre di Harry e nemmeno lo era Silente. Dopo un iniziale rifiuto, Harry giunge ad una conclusione: “io so questo”, e finalmente non c’è una visione idealizzata del maestro, è un uomo che gli ha saputo insegnare molte cose, con cui si è confrontato con le sue debolezze e paure, senza contare il fatto che Silente muore, dunque non è il grande mago infallibile. La grande innovazione di J. K. Rowling è questo personaggio luminoso ma con il suo lato oscuro, perché ciascuno ha le proprie problematiche; incarna una pedagogia che non è anarchia ma costruzione ed esperienza della libertà.

 

Dal mondo magico a quello politico. Lei di politica ha avuto modo di occuparsi sia attraverso i suoi scritti (ricordiamo La decostruzione del politico. Undici tesi su Derrida del 2006 e Derrida. Biopolitica e democrazia del 2012), che in prima persona, avendo militato nel Partito Democratico. Cosa ne pensa di un governo retto dai filosofi, come immaginato negli scritti di Aristotele?

L’idea di un governo retto dai filosofi la trovo pericolosa perché in realtà si tratta di una idea di intellettualizzazione della politica che deve essere subordinata ad una forma di sapere. Non è in linea con la concezione dello spazio democratico a cui sono affezionato, poiché nello spazio democratico non c’è una teoria delle élites per la quale sono solo le élites stesse a poter governare. La democrazia è invece lo spazio del governo del popolo attraverso la rappresentanza, quindi qualsiasi elemento che dica che c’è uno spazio di intellettualizzazione della politica è un rischio per la democrazia. È evidente che la degenerazione della democrazia può essere dietro l’angolo e tuttavia la degenerazione di questi anni è dovuta all’illusione che i tecnici possano salvare lo spazio politico nei momenti di crisi. In realtà abbiamo visto che il momento in cui i tecnici vanno al governo sa essere rischioso, questo non perché i tecnici siano peggiori ma perché ai tecnici manca quel tipo di legittimazione democratica. Preferisco un governo che faccia i suoi errori ma che sia stato eletto democraticamente. Questo perché anche la supposta “scienza” che dovrebbe conoscere le cose, ovvero la scienza di tipo economico, oggi dobbiamo considerarla oggettiva; eppure la scienza economica non ha previsto la grande crisi dal 2001 in poi, anche perché questo è un paradigma di lettura, pensare che se mettiamo in atto quella siamo salvi è un’ingenuità assoluta. Quindi diffiderei di un governo di filosofi, ma se piuttosto c’è un governo in cui ci sono anche filosofi mi sta bene. Io ormai ho una certa età ma a me un filosofo come Cacciari sarebbe piaciuto vederlo in un governo di centro-sinistra. Io penso che i filosofi possano dare un contributo, ma un governo di soli filosofi non lo considererei né lo sognerei.

 

Concludiamo, come sempre succede nelle nostre interviste, con la domanda un po’ banale e un po’ difficile: che cos’è per lei filosofia?

Utilizzerò una formula: per me filosofia è non rinunciare a niente nello spazio o nel tempo. Dico questo perché ci sono altre forme di sapere di cultura ecc, ma secondo me la filosofia non ha a che fare con la cultura né con il sapere. La formula socratica del “sapere di non sapere” non è da banalizzare, è importante restare in un orizzonte di non sapere, perché devo avere una libertà radicale di pensiero. Il pensiero della filosofia, per me, è l’unico pensiero che non rinuncia a niente perché non ha una forma di espressione privilegiata: le ha sondate tutte, dalla poesia, all’autobiografia, dalla lettera al saggio universitario e al diario, ecc. Non ha un oggetto privilegiato di interrogazione, può interrogare qualsiasi cosa e anche il nulla, la si può fare su oggetti inanimati, come quando Sartre scopre la fenomenologia e dice “ah, quindi si può fare filosofia anche su un cocktail”… quindi non c’è nulla a priori su cui non possa interrogarsi. Non ha inoltre un metalinguaggio già definito, perché ciascun filosofo ha il suo linguaggio anche tecnico ma non c’è il metalinguaggio della filosofia. In questo senso davvero non rinuncia a niente, compresi i rischi del pensiero, non ha un pensiero edificante, non rinunciare a niente vuol dire anche se vogliamo non rinunciare al lato oscuro, per esempio Heidegger, che è uno straordinario filosofo, è stato nazista? Sì, non si può ridurre questo a “no ma per due mesi per sbaglio, un anno, mezzo anno, ma lui capiva un altra cosa”… no, lui ha avuto (a suo modo) un rapporto con il nazismo che entra anche nei testi filosofici, e ora che sono pubblicati i quaderni neri lo vediamo ancora di più. Scopriamo tutto questo e allora Heidegger non è più un grande filosofo? Non credo, Heidegger resta un grande filosofo, che la filosofia si arrangi; in questo senso la filosofia non rinuncia a niente, non rinuncia neanche a prendersi i rischi estremi, e non c’è nulla quindi di meno rassicurante di un filosofo.

 

La Redazione

 

[Immagine tratta da repubblica.it]

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