La droga fa male. E allora?

Una lezione su Pascal per parlare di droga senza retorica e moralismo.

“Prof, è stata la lezione più bella dell’anno.”
Al liceo scientifico di Cinisello Balsamo oggi si è parlato di droga.
Ma perché tanto successo?

Ogni volta che a scuola si parla di droga, i ragazzi sono costretti ad ascoltare le prove medico-scientifico-etiche che dimostrano che le droghe fanno male e che la droga è brutta. Che palle.

Invece la lezione di oggi è iniziata con due premesse:

  • La droga è bella. Altrimenti perché la gente si drogherebbe?
  • La droga fa male, ma non è un problema. Cioè, se la droga mi accorciasse la vita ma mi rendesse felice, tutto sommato sarebbe un buon affare. Chi non scambierebbe una breve vita davvero felice con una lunga vita di sofferenza? Se tu potessi ricevere l’illuminazione come Buddha, ma in cambio dovessi di vivere dieci anni di meno, accetteresti? Io ci metto la firma subito.

Ma allora qual è il problema della droga?

Per questo serviva Pascal.

Blaise Pascal, nel Seicento, osservava che l’uomo sta nel mezzo tra una vita grandiosa e una vita miserabile. Egli è in grado di conoscere come la terra gira intorno al sole, di mandare gli uomini sulla luna e forse anche su Marte, di creare in pochi mesi il vaccino per un virus planetario. Ma, come dissero anche Galilei e Newton, la scienza può conoscere il come, non il perché: che senso ha tutto questo? Perché io sono qui? Chi sono io? Che cos’è la morte? Perché sono sempre insoddisfatto?

Pascal si accorge che l’uomo ha in sé un desiderio di felicità infinita che non riuscirà mai a raggiungere in quanto essere finito.

Allo scopo di fuggire dalla consapevolezza di questa condizione insopportabile, l’uomo ricorre al divertissement: la distrazione, l’oblio, l’evasione, cioè la droga.

Ogni attività dell’uomo è droga: il cibo, il sesso, le serie tv, YouTube, Facebook, Instagram, Whatsapp, l’eroina. Sono tutte cose belle, che ci fanno stare bene perché ci permettono di non rimanere soli con la nostra verità.”

All’inizio della lezione i ragazzi erano interessati, ma, appena ho detto “droga”, da diciassettenni si sono trasformati in cinquenni ammutoliti di fronte a Peppa Pig.

Mi scappa una domanda retorica: “volete che parliamo di droga?”.

Vado alla lavagna. Adesso vi spiego tutto:

Terence McKenna, nel libro “Il nutrimento degli dei”, distingue tre tipi di droghe e i loro effetti sull’individuo e sulla società.

  • Eccitanti: zucchero, cacao, caffè, tè, cocaina, alcool. Queste sostanze danno all’individuo la sensazione di essere separato dal resto del mondo. Sono le droghe del dominio. Le conquiste e le stragi in sud America e in ogni parte del mondo sono state perpetrate dalla cultura dell’alcool. La cocaina è la droga preferita dei capitalisti arrivisti, ma oggi anche dei poveracci che si illudono di essere per qualche ora Scarface.
  • Allucinogeni: cannabis, LSD, funghetti, DMT. Queste droghe, al contrario, danno alla persona la sensazione di connessione con tutto il resto: dissolvono l’ego. Proprio come descritto da tutti i grandi mistici di ogni tempo. Queste droghe, per McKenna, sono benefiche per l’uomo.
  • TV, Intenet, cibo, pornografia, e tutto quello che potete usare per fuggire dalla realtà.”

Suona la campanella. Fino ad ora ho mandato il messaggio che le droghe allucinogene sono buone e non vorrei chiudere così in fretta la mia carriera. Quindi prometto che continueremo a parlarne alla prossima lezione.

Perché le aragoste non si drogano.

“Buon giorno, seduti.”

Sì, ancora oggi, quando entra il prof. si alzano in piedi e tu devi dire “seduti”. Forse è per questo che, solo a scuola, in un’aula con 24 persone, il virus non si trasmette. Perché qui siamo ancora negli anni novanta. Ma con YouTube.

“Prof, oggi parliamo di droga?”

Sulla lavagna multimediale lo psichiatra dott. Abraham J. Twerski spiega come crescono le aragoste: l’aragosta è un animale morbido che vive all’interno di un guscio rigido.

Quando l’aragosta cresce sente dolore perché spinge contro il guscio, finché questo non si spacca. Poco a poco si formerà un nuovo guscio, fino alla prossima crescita.

Morale: se l’aragosta potesse andare dal medico per avere un Valium o un Percocet, l’aragosta si calmerebbe e non crescerebbe più. Il disagio ci fa crescere.

“Quando uscite la sera con gli amici e andate in corso Como, spesso vi annoiate. Quindi bevete: lo sballo dell’alcool vi permette di poter rimanere in una situazione che non vi piace. Se invece provate a non bere o a non farvi una canna, a un certo punto sarete costretti dalla vostra stessa noia ad andarvene in un posto che vi piace di più, con persone più interessanti. Potete andare a casa a suonare la chitarra se vi va, o a leggere quel libro che volete iniziare, andare a farvi una corsa se ne sentite il bisogno, o semplicemente andare a letto perché siete semplicemente stanchi. Le droghe ci impediscono di scoprire quello che vogliamo davvero, perché quando siamo fatti stiamo bene comunque e ovunque. Invece dovremmo accettare di essere diversi dagli altri e fare scelte che siano davvero nostre.”

Dopo aver visto il loro entusiasmo ho pensato che, se nella mia vita non mi fossi distratto così tanto, forse sarei arrivato prima a fare questo lavoro meraviglioso.

 

Davide Valenti

Matteo Davide Valenti nasce ad Agrigento nel 1978.
Si laurea in Filosofia a Palermo con una tesi su Baruch Spinoza e si traferisce a Milano.
Segue un Master in Ideazione e produzione di audio-visivi all’Università Cattolica.
Lavora come stagista in una casa di produzione di cartoni animati.
Lavora come assistente in una galleria d’arte.
Lavora come barista presso la discoteca Plastic.
Viene assunto come Copywriter presso le agenzie di pubblicità DDB, Saatchi&Saatchi, Leoburnett, Tita Milano.
Espone come artista visivo presso diverse gallerie d’arte italiane e straniere.
Insegna nelle scuole primarie di Milano.
Insegna Filosofia e Storia presso un liceo scientifico di Milano.
I suoi interessi attuali sono la scrittura, la psicologia e la spiritualità.

 

[Immagine tratta da Pexels.com]

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Filosofia: amore per il peccato

“Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: di tutti gli alberi del giardino tu puoi mangiare ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne, perché, nel giorno in cui tu te ne cibassi, dovrai certamente morire”1

“Ma il serpente disse alla donna: “Voi non morirete affatto!” Anzi. Dio sa che nel giorno in cui mangerete, si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male2.

Un divieto imposto a priori e una tentazione che, come un vento leggero, rinvigorisce un fuoco già acceso: così sembra procedere il racconto biblico di Adamo ed Eva, primi peccatori e ultimi dogmatici.

La scelta effettuata da Eva rappresenta una straordinaria svolta nella “storia umana” e nella concezione che da essa ne deriva: l’uomo sceglie infatti volontariamente di tendere al peccato più grande e affascinante, cercando di raggiungere l’albero del bene e del male.

In questo passo della Bibbia, si assiste ad una sorta di nascita allegorica della Filosofia come tendenza umana alla fuga verso tutto ciò che è imposto e che appare assolutamente certo: i personaggi, soggetti apparentemente nudi nella carne e nello spirito, dubitano di Dio stesso, della verità che sembrerebbe essere incontrovertibile, e scelgono di imboccare la strada del dubbio, assai più ripida e ben più pericolosa.

E da lì in poi, da quel fatidico giorno di storie lontane e di visioni allegoriche, l’uomo scivola verso l’abisso più profondo, la dimensione dell’incertezza, in cui ogni posizione apparentemente certa è in realtà un filo sottile o un terreno instabile da cui fuggire: ed è proprio nel suo “andare oltre”, scacciando il dogma, che risiede la grandezza di un uomo nuovo, consapevole di se stesso e della propria capacità di esercitare il dubbio.

Adamo ed Eva scelgono infatti di coprire il proprio corpo: non sono personaggi in preda al pudore e alla vergogna, ma dimostrano invece di essere dei soggetti nuovi che hanno maturato una nuova visione di sé… L’individuo si spoglia della verità certa e inconfutabile, capace di celarla persino a se stesso e trova quindi il coraggio di osservarsi, scoprendo, con differenti occhi, di essere fragile, nudo.

Ed è proprio dalla morte della certezza, dallo stupore verso il mondo, dalla meraviglia, dal timore di sé e della voglia di scoprirsi veramente che nasce la Filosofia e che sembra emergere una nuova vita, non già edificata, ma da costruire, pezzo dopo pezzo.

Continueremo a costruire incessantemente la nostra esistenza, la nostra scala, poi faremo qualche passo indietro e osserveremo la nostra creazione, chiedendoci se in fondo non sia tutto il gioco di un bambino che crea e immediatamente distrugge, perché è nella creazione e nella costruzione che risiede tutto il suo divertimento.

Forse è anche questo il destino dell’uomo, perennemente bambino: edificare teorie ed edifici, distruggerli e poi creare nuova vita.

Costruire pensieri e abbatterli.

Costruire se stessi e mettersi radicalmente in discussione: perché senza fine non c’è inizio e senza caduta non c’è sollevamento.

Probabilmente però, una scala debole e instabile, resisterà alla distruzione e consentirà all’individuo di tornare a vedere, per qualche istante, il proprio Paradiso.

L’uomo chiederà a Dio di poter osservare per un’ultima volta l’albero del bene e del male, per poter peccare ancora, elemosinando un frutto di dolce conoscenza e di amaro dubbio: e sarà proprio quando le sue mani toccheranno i frutti sacri e maledetti che inizierà nuovamente la sua caduta.

Questa volta si chiederà però se quei frutti siano mai maturati e se Dio sia realmente esistito al di fuori della propria mente: nessun urlo durante la caduta, solo il rumore di insostenibili pensieri.

 

Gabriele Iacono

Gabriele Iacono è uno studente di diciotto anni: ha collaborato con “Bravi Autori” e “Archivio Immaginazione”, partecipando inoltre ad alcuni concorsi di scrittura e alla pubblicazione di numerose antologie di racconti.
Oggi è articolista presso il giornale online “Il Post Scriptum” e recentemente ha pubblicato il suo primo libro, intitolato “Eterni Prigionieri”.

 

NOTE:
1. Genesi 2: 16-17
2. Genesi 3: 4-5

[Immagine tratta da Unsplash.com]

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Lo sguardo sulla persona per una buona cura

La scena è intensa. Il montaggio veloce. Serrato il dialogo, che apre lo straordinario film La forza della mente (regia di Mike Nichols), fra il prof. Harvey Kelekian, famoso oncologo (interpretato da Christopher Lloyd), e la prof.ssa Vivian Bearing (Emma Thompson), nota ricercatrice universitaria di letteratura inglese.
Kelekian incombe sulla Bearing: «Lei ha un cancro». La comunicazione della diagnosi è una sentenza. «Un cancro metastatico dell’ovaio in stadio avanzato», continua, che si presenta ai medici come «un insidioso adenocarcinoma».
«Insidioso?» chiede Vivian.
«Insidioso significa non rilevabile a uno stadio iniziale», spiega Kelekian.
«Insidioso significa subdolo», commenta Vivian.
Visibilmente infastidito, Kelekian continua la sua dettagliata dissertazione. Illustra la situazione clinica, i trattamenti consigliati e i rischi. Poi, fingendo una improbabile simmetria, riprende: «il tumore si sta espandendo molto velocemente e questa cura è molto aggressiva». L’unica cura possibile. Grazie al consenso al trattamento, la Bearing darà inoltre «un significativo contributo alla ricerca e alla conoscenza».
«La conoscenza, sì», ripete sopraffatta Vivian prima di sottoscrivere i moduli a un appagato Kelekian.

Il dialogo è una rappresentazione di quell’attitudine clinica a osservare esclusivamente la malattia e non il malato. Foucault la definiva «sguardo clinico»1. Nello sguardo clinico il malato non entra mai nel campo visivo del medico. Il centro della scena è consegnato alla malattia e ai saperi che la definiscono. È uno sguardo disumanizzante e alienante, tanto per il paziente quanto per il curante. L’uno è oggetto, l’altro è un tecnico-controllore. Fra di loro nessuna relazione. I loro mondi si incrociano per un “sintomo”, ma non si incontrano in una relazione. L’idea di conoscenza di Kelekian, ad esempio, non è la conoscenza a cui aspira Vivian. L’uno e l’altra attribuiscono, persino, un significato diverso agli stessi termini: cosa significa “insidioso”?
La sequenza drammaturgica è anche metafora di una scena di cura quotidiana, nella quale emergono il potere e i limiti della tecnica: capace di insinuarsi nelle nostre vite, ma anche inadeguata a darle un senso.

Certamente gli sviluppi tecnologici hanno determinato grandi progressi e cospicui vantaggi per la vita di ciascuno, ma la questione è un’altra: parliamo, infatti, di un modo di approssimarsi alla realtà oggettiva – fisiopatologica – della malattia, ma non alla realtà soggettiva, antropologica, del malato. Un modo, che definiamo tecnico-procedurale, che chiude la porta a una realtà più grande. La cura non è, infatti, il solo intervento tecnico-specialistico. La cura è «il lavoro del vivere e dell’esistere», è la «fabbrica dell’essere» (L. Mortari, Filosofia della cura, 2015). L’uomo «si trova consegnato all’esistenza secondo la modalità della cura» (ibidem). Noi assumiamo la nostra esistenza avendone cura, questo vuole dire che se abbiamo cura di certe relazioni il nostro essere sarà costruito dalle cose che prenderanno forma in queste relazioni. Se ci prendiamo cura di certe persone, quello che accade nello scambio relazionale con l’altro diverrà parte di noi.

Rispetto al tema che stiamo affrontando, appaiono, quindi, del tutto insufficienti le cosiddette procedure di “umanizzazione dei servizi sanitari”. Occorre piuttosto ri-scoprire la visione di una buona cura. Di un lavoro esigente, che riempie ogni attimo di tempo, vissuto con gentilezza, attenzione ed empatia; che accoglie la fragilità come forma di vita mediatrice di valori. Un lavoro nel quale si mantiene sempre il contatto con la persona, nel quale non si distoglie mai lo sguardo da essa: uno sguardo pronto a ricevere il massimo di realtà possibile, allenato a focalizzarsi su ciò che si cerca, ma pronto a cogliere anche ciò che resta nell’ombra. Un lavoro nel quale si ascoltano tutte le parole del sofferente perché parlano della malattia, ma vanno al di là di essa. Un lavoro fatto di complessi intrecci e profonde dinamiche relazionali tra tutti gli attori coinvolti. Tutti impegnati, momento per momento, nella ricostruzione dei loro contesti di consapevolezza, inseparabilmente emozionali e cognitivi, pragmatici e simbolici (cfr. R. Lusardi, S. Manghi, I limiti del sapere tecnico, 2013).

«Una buona cura tiene l’essere immerso nel buono. Ed è questo buono a dare forma alla matrice generativa del nostro vivere e a strutturare quello strato di essere che ci fa stare saldi fra le cose e gli altri. Fare pratica di cura è dunque mettersi in contatto con il cuore della vita» (L. Mortari, Filosofia della cura, 2015).

 

Massimo Cappellano

Massimo Cappellano, giornalista, dirige l’Ufficio Stampa dell’Asp di Catania. Laureato in Storia Contemporanea all’Università di Catania, è stato docente invitato presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia. È studioso di tutto ciò che si muove nel crocevia in cui si incontrano antropologia, filosofia, sociologia, politica e religione. È autore dei saggi Il grido e l’incontro. Due figure per ripensare la modernità (2009) e Comunicare partecipazione. Comunicazione pubblica e partecipazione civica come leve per il cambiamento della Pa (2019), e co-curatore del volume Lessico Sturziano (2013).

 

NOTE
1. Cfr. M. Foucault, Nascita della clinica. Una archeologia dello sguardo medico, 1998.

[Photo credit Towfiqu barbhuiya via Unsplash]

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La potenzialità segreta dello scontro secondo Hegel

Scorrendo qualche riga di filosofia hegeliana, può accadere che ci venga in mente la seguente immagine: un soldatino che forte della sua armatura si contrappone al mondo, brandendo fieramente la spada. Pur essendo una scelta forse singolare per rappresentare il sistema del celebre pensatore tedesco, ne suggerisce perlomeno un concetto chiave: la necessità dello scontro nel processo di compimento della Tesi.

Questo particolare aspetto può rievocare a tratti la trama travagliata ma a lieto fine delle favole di quando eravamo bambini: ci è presentata inizialmente una piccola Tesi ignara del mondo circostante che, quando si stufa di giocare nella sua campana di vetro e decide di sfondarne le pareti, per la prima volta viene a contatto con la durezza e l’asperità della realtà. Costretta a fronteggiarsi con forze avverse, Tesi determina finalmente se stessa attraverso la sua Antitesi. Per la coppia protagonista, e per tutte le altre che analogamente si combattono, è guerra aperta: in una violenta contrapposizione, ogni tesi è negata dal suo contrario e costretta a un costante confronto-scontro per rivendicare la propria identità. Ciononostante una volta che tali scontri saranno terminati, ogni tesi scoprirà una sé dall’autoconsapevolezza e forza rinnovate.

Immaginiamo di convertire la visione di quelle piccole tesi che si negano reciprocamente in una folla brulicante di esseri umani, ciascuno intento a scoprire e a difendere la propria strada: se si ripetesse la favola hegeliana?
Qualcosa che inizialmente appariva puramente astratto – il sistema cardine dell’idealismo – si rivela fecondo di insegnamenti oggi, io credo, particolarmente importanti: è differente una relazione significativa da una che invece è solo passeggera, magari fondata su un mutuo interesse utilitario? È possibile smantellare il mito che ritiene valide solo le relazioni sempre armoniose, pacifiche? E se l’armonia non coincidesse con un percorso perennemente lineare ma assomigliasse, invece, a un sentiero faticoso e irto di spine?

La risposta affermativa di Hegel sembrerebbe condensarsi proprio nella figura triplice della Tesi, dell’Antitesi e della Sintesi: i rapporti veri nascono dallo scontro con l’altro e sono sempre fertili, dove “fertile” esprime un apprendere costante, e dove “apprendere” è contemporaneamente assorbire e trasmettere.
L’autentico rapporto umano è dunque uno scontro-scambio, in cui l’urto di partenza sfocia in un “aggancio spirituale” dei soggetti interagenti, ma la fusione finale è paradossale, in quanto si realizza nella lacerazione personale: confrontarci con la realtà esterna è frantumare la campana di vetro. Possiamo intraprendere un reale percorso di rafforzamento interiore solo nel momento in cui accettiamo di squarciare le nostre sicurezze e le nostre difese e di metterci in discussione da capo a piedi, una volta e un’altra volta ancora, per poter accogliere ciò che di vivo e di arricchente ci offre il mondo circostante e infondere in esso ciò che di unico dentro di noi custodiamo.

Immaginiamo un contesto distopico nel quale un bambino viene chiuso fin dalla nascita in una stanzetta, senza venire mai a contatto con la realtà esterna: egli non ha stimoli fisici di nessun tipo, è completamente abbandonato alla sua interiorità. Come, cosa sarebbe dieci anni dopo? O venti, o quaranta? Che persona sarebbe sul punto di morire? Io credo un guscio vuoto: un seme cavo e spoglio, insanabile.
Le relazioni interpersonali sono ciò che ci sostanziano, perché in esse definiamo la nostra identità: che esse avvengano per lo più attraverso lo schermo di un computer, le pagine di un libro o di persona, rimangono fondamentali per la nostra evoluzione spirituale; e il loro contributo, sia esso positivo o negativo, si rivela determinante nell’alimentare un processo interiore che non ha mai fine e che si rinforza di ogni singolo contatto, fisico e non fisico.

Ogni contatto con l’esterno ci consente di sopravvivere, ma quello che ci pungola alla vita – perché ci spinge a lottare per noi stessi e a sviluppare ed affermare la nostra identità – è il tipo di relazione rappresentato da Hegel: la relazione-conflitto. Con essa il filosofo si riferisce non ai conflitti di per sé, come le guerre o i genocidi, ma alla lotta minuta e personale che si instaura tra due esseri umani all’interno di una relazione neofita o anche già consolidata.
La filosofia di Hegel ci suggerisce che il conflitto con la vita e più in generale con le persone che ci circondano sia un’indispensabile base di crescita. Aprirci all’altro e costruire una relazione significativa implica sì la lotta – e le ferite di quella lotta, e il dolore di quelle ferite e il tempo del loro rimarginarsi – ma non esisterebbero maturazione personale o arricchimento reciproco, non esisterebbe Sintesi senza il rinnovamento quotidiano del confronto con la realtà esterna e la puntuale rimessa in discussione di noi stessi.

 

Cecilia Volpi

 

[Photo credit drown_ in_city via Unsplash]

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Derrida e l’11 settembre. Il terrorismo come malattia autoimmune

L’11 settembre 2021 ricorrono i vent’anni dall’attentato alle Torri Gemelle, uno degli eventi più iconici e drammatici della nostra storia recente. Alle ore 8.45, circa, il primo aereo si schiantò contro la Torre Nord: in pochi minuti quelle immagini fecero il giro del mondo, che incredulo rimase a guardare col fiato sospeso. Tutti si ricordano cosa stessero facendo in quel momento e tutti pensarono più o meno alla stessa cosa, e cioè che era in atto un cambiamento irreversibile.

Per approfondire le implicazioni di questo evento, in particolare, e del fenomeno terrorismo in generale, la filosofa Giovanna Borradori, professoressa del Vassar Collage, intervistò due dei massimi pensatori contemporanei: Jürgen Habermas e Jacques Derrida. I due dialoghi sono stati raccolti nel libro Filosofia del terrore del 2003 e pubblicato in Italia da Laterza.

È proprio grazie a questo incontro che Derrida elaborò, in linea col suo stile suggestivo e simbolico, la definizione di terrorismo come malattia autoimmune. Un’affermazione a primo acchito provocatoria e inaccettabile; è come se il filosofo volesse sminuire questa tragedia e deresponsabilizzare, addirittura giustificare, gli attentatori. Ovviamente si tratta di un’analisi molto più profonda, ma certamente in contrasto con i luoghi comuni del dibattito pubblico post 11 settembre e con la retorica della War on Terror.
Con malattia autoimmune si intende una serie di patologie molto particolari che derivano da un’anomalia del sistema immunitario, il quale, trattandoli come agenti estranei, attacca alcuni tessuti sani del nostro organismo. In altre parole, Derrida ci dice che solo in apparenza il terrorista è un nemico esterno, non rappresenta l’atto di guerra di organizzazioni straniere, ma è il sintomo di una crisi intrinseca nel nostro sistema politico e geopolitico. 

Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan, “Blind”, Hangar Bicocca 2021

L’osservazione di Derrida si sofferma sul fatto che gli attentatori hanno utilizzato armi, tecnologie e tecniche tradizionalmente occidentali. Da dove hanno assimilato queste competenze? La risposta non lascia alibi: sono stati gli Stati Uniti che durante la guerra fredda hanno addestrato gli afgani per sottrarre quella regione al controllo dell’URSS. È stato dunque l’Occidente che, in prima battuta, ha preparato le basi per quello che si sarebbe concretizzato nell’11 settembre.
Perciò, secondo Derrida, questo avvenimento non può essere considerato una data storica; non inizia un’epoca nuova, ma si pone in continuità con quella precedente. Non può essere nemmeno definito un major event, ovvero un evento di importanza tale da segnare una generazione intera. Non è stato un avvenimento inaspettato e improvviso, non è stato un “terremoto culturale”, ma la diretta conseguenza di una catena di responsabilità chiaramente attribuibili. Non irrompe nella storia e, in senso arendtiano, non è portatore di novità.

A mio avviso, l’aspetto più interessante dell’analisi di Derrida è il fatto che essa sia una chiave interpretativa valida anche per fenomeni successivi all’11 settembre. Caso emblematico sono i due principali attacchi terroristici che hanno colpito Parigi nel 2015: l’attentato alla sede del periodico satirico Charlie Hebdo, avvenuto il 7 gennaio, e quello al Bataclan del 13 novembre. I fratelli Chérif e Saïd Kouachi, autori del primo attentato, erano nati a Parigi da una famiglia di origine algerina e all’epoca dei fatti avevano rispettivamente 32 e 34 anni. Il loro complice, Amedy Coulibaly, aveva 33 anni ed era nato in Francia da una famiglia originaria del Mali. Il secondo caso ha coinvolto una decina di attentatori, tra questi anche il ventiseienne Salah Abdeslam, nato in Belgio da una famiglia originaria del Marocco. Nelle foto che circolavano durante le ricerche si vede un ragazzo in jeans e giacca, con il gel tra i capelli pettinati all’indietro; un’immagine molto lontana dallo stereotipo di jihadista.

Questi quattro nomi sono quattro esempi di giovani uomini nati e cresciuti in Europa, membri della cosiddetta “seconda generazione” che, per vari motivi, si sono successivamente radicalizzati fino a diventare autori di stragi. Di fronte a questi casi l’allegoria del terrorismo come malattia autoimmune è ancora più evidente. Questi attentati nascondono il fallimento di un preciso sistema istituzionale e politico: la Francia post-coloniale e multiculturale non ha saputo prevedere e prevenire quello che sarebbe successo. 

La riflessione derridiana, per quanto efficace, è mancante almeno in un aspetto: la sua impostazione è prettamente analitica e non risulta capace di proporre soluzioni percorribili. La malattia diagnosticata è una crisi dell’intero Occidente, dalle cause profonde e dai sintomi a lungo termine, ma per quanto riguarda il dopo non viene detto nulla. Qui Derrida si ferma e implicitamente passa il testimone, per uscire dalla lunga degenza spetterà alle nuove generazioni trovare la cura.

 

Leonardo Rosa

Leonardo Rosa (1994) si è laureato in filosofia prima a Trento e poi presso l’Università degli Studi di Milano. I suoi principali settori di interesse sono la filosofia politica e il pensiero politico contemporaneo. Attualmente lavora come redattore e editor presso alcune case editrici. 

[Photo credit Aidan Bartos via Unsplash]

Poesia per l’emancipazione: le parole di Virginia Woolf

Uno spettro che palpita e si reincarna nei grandi scrittori, secolo dopo secolo, istante per istante: il fantasma della poesia è la penetrante immagine con cui si chiude il capolavoro di V. Woolf Una stanza tutta per sé (1929). Nel suo saggio più celebre l’autrice inglese elabora brillantemente il suo pensiero sulla condizione femminile nella letteratura patriarcale, concludendo con un’intensa perorazione finale rivolta a tutte le donne: l’esortazione a scrivere, suggerendo come unico riferimento l’ascolto di sé e del proprio ritmo narrativo.
Questa conclusione dal tono vivace e severo, di appello allo studio e alla libertà di pensiero, è una scheggia tagliente nella coscienza delle lettrici: perché la penna, la buona penna, afferma la Woolf, si rivela sempre nella piena libertà intellettuale; e una simile libertà scaturisce, a sua volta, dalla possibilità di ricevere con una buona istruzione le basi essenziali per interpretare e affrontare autonomamente il mondo. La scrittrice ci invia un messaggio fondamentale: l’istruzione è il trampolino per decifrare la vita complessa che ci circonda, e indagarla, e interrogarla, e darci delle risposte.

Ma da un punto di vista più concreto, la nobilitazione della scrittura ha uno scopo reale? L’atto di scrivere quale importanza potrà mai avere nel faticoso, guerresco percorso di emancipazione delle minoranze?
Italo Svevo ci fornisce un possibile spunto di risposta, descrivendo la scrittura come il migliore strumento di purificazione mentale, che permette di esprimere con chiarezza pensieri ed idee altrimenti ingarbugliati e difficilmente districabili. La scrittura diventa allora l’espressione più alta della razionalità umana, il frutto fecondo di una conoscenza progressiva della propria interiorità, in grado di aprire spiragli sulla nostra anima ed estrarne degli spizzichi, suggerirne dei barlumi.

Scrivendo possiamo riaffermare la nostra identità, ma quest’ultima non è un’entità statica che si limita a venire “rivelata” dalle parole: essa al contrario si sviluppa di istante in istante, fiorisce ancora e ancora; l’identità è sostanza multiforme e in perenne maturazione, che si lancia dietro alle visioni proposte dalla penna e si modifica in base alle nuove parole e ai nuovi orizzonti che grazie a quella stessa penna scopre o inventa.
Scrivendo, quindi, scopriamo noi stessi e contemporaneamente ci realizziamo, tassello dopo tassello; scrivendo siamo tensione, perché ci compiamo costantemente.

È naturale e implicito che attraverso la scrittura sviluppiamo spirito critico, punto di partenza universale per la sovversione dei sistemi precostituiti; ed è di conseguenza altrettanto naturale che chi esercita il potere in tali sistemi favorisca il livellamento della cultura media e la diffusione di una generale disinformazione, allo scopo di indebolire sistematicamente le autocoscienze.
L’ignoranza è come un coltello di cui viene sfruttata la lama per controllare le masse; è una frana sulla grotta dell’Io inizialmente teso a indagare la molteplicità luminosa del mondo e che invece rimane isolato nel buio disorientante del non sapere, condannato ad un’eterna fragilità.
L’ignoranza è, fondamentalmente, il terreno sterile che l’ombra fantasma narrata dalla Woolf non poteva abitare.

Quel fantasma letterario non è più quindi solo un’elegante metafora della poesia, ma diventa l’emblema di un valore, quello della conoscenza, di un obiettivo per le donne, quello di scrivere, e di un ideale: scavare continuamente nella crosta tenera della realtà per coglierne squarci sempre più ampi e arricchire autenticamente, passo dopo passo, la propria visione del mondo.

 

Cecilia Volpi

 

Nata a Mantova nel 2002, ho frequentato il liceo scientifico; a diciassette anni ho vissuto in Messico un’esperienza di studio semestrale, promossa dall’associazione Intercultura. In settembre mi iscriverò probabilmente alla facoltà di Lettere di Torino, indirizzo linguistico. Mi appassiona molto la dimensione del dibattito, dei viaggi e delle lingue straniere.

[Photo credit unsplash.com]

Kandinskij e lo spirituale nell’arte

Vi siete mai chiesti come mai la musica e l’arte astratta a volte ci affascinano di più, ad esempio, di un ritratto o di un dipinto che raffigura un paesaggio? Se la risposta a questa domanda è affermativa, potreste trovare molto interessante e intellettualmente stimolante il saggio Lo spirituale nell’arte (1910) del pittore e teorico del Novecento Kandinskij.

Secondo Kandinskij, infatti, l’arte deve rispondere ad una necessità interiore, ovvero essere intimamente necessaria. In questo senso, in pittura, piuttosto che servirsi di forme materiali per rappresentare fisicamente la natura, bisognerebbe considerare la forma e il colore come energie interiori, energie psichiche che trascendono il mondo materiale e parlano all’interiorità, ovvero allo “spirituale”.

Questa considerazione spiega anche perché Kandinskij cerchi di trovare un parallelismo tra musica e pittura, e porti avanti l’ambizioso progetto di ideare una teoria dell’armonia in pittura analogamente a quella che è la teoria dell’armonia in musica. La musica, a differenza della pittura rappresentativa, non si serve infatti di forme esteriori che rappresentano la realtà, ma esclusivamente di forme interiori, sue proprie, che esprimono il sentimento dell’artista in maniera astratta. In questo senso si può capire perché per Kandinskij la musica sia molto più vicina allo spirituale di quanto non lo fosse la pittura nel 1910, quando il saggio è stato scritto.

Tuttavia, il nostro pittore è molto ottimista relativamente al destino della pittura, in quanto ritiene che, ispirandosi alla musica e ai mezzi che essa usa, sarà destinata a diventare sempre più astratta, svincolandosi così dalla rappresentazione della realtà, e trovando unicamente nelle forme e nei colori usati in maniera pura l’espressione dei sentimenti e dello spirito dell’artista. Mi pare innegabile che il genere umano, in ogni sua individuazione spazio-temporale, stia attraversando un’epoca di grande crisi, che si configura come declinata su due fronti, quello spirituale e quello materiale.

Relativamente al primo, la religione ha perso le capacità di dare una risposta alle angosce dell’uomo moderno, complice anche una preparazione sacerdotale spesso ottusa e dogmatica; inoltre, l’arte e la filosofia paiono arroccate su posizioni sempre più istituzionali, al punto che si è persa la loro considerazione pratica e quotidiana.

Relativamente al secondo, l’attuale crisi legata al Covid-19 sta mettendo in evidenza tutti i limiti della sfera politica e scientifica, che traballa nell’incertezza di fronte ad un nemico oscuro e terribile che sta rovinando la vita di molte persone. Per evitare fraintendimenti, va detto che molto è già stato fatto dalla scienza e della politica relativamente alla cura e alla gestione di questo coronavirus. Tuttavia, la recente diffusione e proliferazione della variante delta in Gran Bretagna sta dimostrando che il Covid-19 può avere ancora effetti sconosciuti e imprevedibili.

Nonostante la criticità delle situazioni summenzionate, io penso che l’invito di Kandinskij a guardare nell’interiorità come sede della “necessità interiore” e dello “spirituale” sia quanto mai attuale. Chi apprezza l’arte o si dedica ad essa potrà trovare nella sua arte un valido elemento sostitutivo o integratore della religione professata. Inoltre, anche se non è più possibile assistere ad un concerto, visitare un museo o andare al cinema, l’arte non cessa di parlare all’interiorità libera e priva di dogmi e pregiudizi dell’artista, proprio perché, come Kandinskij ci ricorda, la vera sede dell’umano è lo spirituale e non il materiale. Inoltre i disagi psicologici che questa pandemia sta creando in ogni fascia di età possono forse trovare un’utile catarsi nella dimensione artistica, capace di portare o riportare senso e significato in situazioni esistenziali davvero drammatiche.

Chi non ama l’arte, può trovare comunque utile la rivalutazione della propria interiorità e spiritualità, che ovviamente può declinarsi in qualsiasi forma, anche non artistica. In questo senso, in un’epoca sempre più segnata da un egoistico consumismo sfrenato, si può rivalutare il misticismo religioso o l’impegno politico e sociale basato non sulla ricerca del potere, bensì su profonde convinzioni etiche e sull’autentico desiderio di fare qualcosa di utile per gli altri.

In sintesi, ritengo che Kandinsky e la sua arte abbiano ancora molto da dirci anche oggi, e che abbiano segnato una vera e propria pietra miliare nella storia dell’arte e del pensiero.

 

Francesco Breda

 

Dai 10 ai 22 anni ho studiato al Conservatorio di musica, dove mi sono diplomato in pianoforte con 10 e lode e ho conseguito brillantemente il Compimento medio di Composizione. Ho quindi studiato privatamente direzione d’orchestra per tre anni e mi sono laureato triennale in Filosofia con 110 e lode. Sono risultato finalista in un’edizione del concorso internazionale di composizione musicale “Maurice Ravel” e ho ottenuto una menzione speciale. Recentemente ho conseguito la più alta e prestigiosa certificazione rilasciata dall’università di Cambridge per la conoscenza della lingua inglese, ovvero il C2 Proficiency. Con l’editore Danilo Zanetti in Montebelluna ho pubblicato un libretto di mie personali riflessioni sulla musica e la filosofia, intitolato “De musica et philosophia”. Con il medesimo editore un altro mio libretto è al momento in fase di pubblicazione.

 

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La follia abita l’amore: spunti dal mondo antico

Un passo del Simposio di Platone recita così: «Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime  con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio». Ogni giorno vediamo coppie innamorate tenersi per mano, scambiarsi baci, dirsi “ti amo”, ma ci sfugge la vera essenza dell’amore. Cosa vuol dire “ti amo”? Cosa significa parlare d’amore?

Io non possiedo l’altro, l’altro è qualcosa di estraneo a me da cui non si dipende perché l’incontro è tra due unità e non tra due metà. Questa è la premessa dell’amore e di una relazione sana: accettare che l’altro è qualcosa che sta ed esiste oltre e al di fuori di me. Il secondo passo è non idealizzare l’altro e non plasmarlo secondo le proprie aspettative. Ci illudiamo di amare l’altra persona per quella che è ma in realtà amiamo l’immagine che ci siamo creati nella nostra mente proiettandola all’esterno e privando l’altro della libertà di esprimersi per quello che autenticamente è.

Si tende spesso a creare ciò che si ama. «Diventa così evidente quello che la nostra storia ha sempre saputo e taciuto, e cioè che anche nelle cose d’amore l’uomo ama solo la sua creazione, quindi non la natura, ma quella natura coltivata che siamo soliti chiamare cultura» (U. Galimberti, Le cose dell’amore, 2004).

Umberto Galimberti ha fatto una ricca riflessione a proposito, e mette in luce come l’amore sia quando l’altro ti disarma, ti toglie le difese e ti mostra la tua fragilità e quella parte di te che tu non hai ancora riconosciuto.  Di conseguenza ci innamoriamo dell’altro perché cattura la nostra intima essenza prima che noi ci mettiamo a nudo. È un disvelamento dell’anima che richiede il collasso dell’Io. Non bisogna mantenere le difese, non ci deve essere controllo. L’amore non è faccenda dell’Io, ma piuttosto dell’Es: infatti è da lì che scaturiscono le scelte razionalmente inspiegabili.

L’amore mette in crisi le nostre certezze, crediamo di avere il controllo su noi stessi e sulla nostra emotività fino a quando non arriva l’amore a svegliarci dal torpore dell’illusione in cui dormivamo. La condizione sine qua non, secondo il mio punto di vista, per amare ed essere amati, è accettare di non avere il pieno controllo del proprio inconscio e soprattutto di non avere il controllo dell’altro. L’anima di una persona innamorata vive una continua tensione tra forza e fragilità, una continua lacerazione dell’Io.  

Spesso, erroneamente, si fa coincidere l’amore con la passione e l’uomo moderno, alla ricerca perpetua di emozioni forti per sentirsi vivo, non appena il fuoco della passione è meno ardente mette fine ad una storia d’amore. Si continua a desiderare, sempre di più, in una corsa senza meta. L’amore invece è figlio della stabilità e dell’eternità, il contrario del desiderio che richiede continui stimoli e novità. Amore non è fuoco che brucia in un istante fulmineo, ma luce che dura e che abita la durata.

Penso che l’amore faccia paura a molti perché non è facile entrare in contatto con la parte di sé più autentica che spesse volte è anche quella più vulnerabile e più facilmente feribile. Amare è un atto di volontà che richiede impegno, dedizione, fiducia, reciprocità, affidamento. Si sa che non è semplice perché l’amore è una minaccia all’integrità del proprio Io ed è per questo che bisogna avere il coraggio (etimologicamente “avere cuore”) di perdersi per ritrovarsi riflessi negli occhi dell’altro che ci mostra per quello che siamo. Socrate ha descritto l’amore come una relazione con l’altra parte di noi stessi e non tanto come rapporto con l’altro. Per questo motivo affidarsi all’altro ha a che fare più con una scommessa che con una vittoria certa, ma vale la pena giocarla perché in fondo l’amore è abitato dalla follia e tutti noi siamo un po’ folli.

 

Matilde Zerman

 

Sono Matilde Zerman, laureata magistrale in Psicologia. Amo leggere, stare all’aria aperta e stare in compagnia delle persone per me importanti. Mi pongo tante domande e per la maggior parte non ho risposte, ma è questo che mi affascina della vita, che tutto sia un mistero da scoprire e conoscere.

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Ad occhi aperti o chiusi, l’importante è sognare

A volte ci dimentichiamo di sognare, e non perché non pensiamo più al futuro, ma perché siamo troppo occupati ad organizzarlo, programmarlo e scandirne le tempistiche. Sembra quasi che il tempo di fantasticare abbia una scadenza specifica nella vita di ognuno di noi: si smette perché “non c’è più tempo” e quindi gli unici sogni che ci permettiamo sono quelli che iniziano quando spegniamo la luce. Tuttavia, sarebbe davvero ingiusto declassare i sogni notturni a strane immagini caotiche dopo secoli di ricerche. Nel II secolo, i Greci manifestavano grandissimo interesse nei confronti dei sogni, ritenuti in grado di predire il futuro, se uniti alla simbologia. Proprio per questo, la figura dell’interprete dei sogni era considerata quasi sacra e godeva di grandissimo rispetto. Tra questi, uno dei più conosciuti fu Artemidoro di Daldi, scrittore e filosofo che dedicò la sua vita a studiare e riportare nella sua opera Onirocritica1 i sogni di centinaia di persone che si rivolgevano a lui per trovare spiegazioni. La curiosità umana di scoprire quale oscuro significato si celi dietro ai nostri sogni non si è mai spenta nel corso della storia e ancora oggi tutti noi, almeno una volta, abbiamo googlato appena svegli quei ricordi offuscati o consultato un libro, magari comprato qualche tempo fa sperando ci tornasse utile, prima o poi.

Parlando di libri e di sognare, non si può non citare L’interpretazione dei sogni2 di Freud. Secondo lo studioso, i sogni sono una sorta di pulsione che ci spinge verso l’appagamento del desiderio, la ricerca di qualcosa che non ci è concesso quando il Super Ego è vigile. Anche durante la fase REM, ossia quando il sonno è più profondo e quando i sogni si manifestano, continua il conflitto tra il principio primario (il piacere, l’inconscio) e il principio secondario (la realtà, la razionalità) che ci impedisce di fare sogni chiari e riconoscibili. Sembra quindi che la notte sia il momento che ci concediamo per lasciare che tutti i nostri istinti, desideri e segreti escano allo scoperto, o almeno in parte. Spesso ci capita di svegliarci pieni di domande: “perché ho sognato questa persona?” o “cosa ci facevo in quel posto?”; altre volte con un po’ di imbarazzo ci chiediamo se forse non abbiamo mangiato troppo pesante la sera prima; altre ancora siamo semplicemente molto confusi e dimentichiamo quelle immagini psichedeliche in un paio di minuti.

La corrente artistica che ha come nucleo «la fede nell’onnipotenza del sogno»3 è il Surrealismo. Nel Manifesto pubblicato nel 1924, lo scrittore Breton, oltre a fare esplicito riferimento a Freud e ai suoi studi, scrive: «perché allora non accordare al sogno ciò che a volte rifiuto alla realtà, ossia questo valore di certezza in se medesima che, nella sua temporalità, non è affatto esposta alla mia negazione? […] Non può anche il sogno essere utilizzato per la soluzione dei problemi della vita?». Il Surrealismo, definendosi «un mezzo di liberazione totale dello spirito e di tutto ciò che lo rassomiglia»5, aveva l’obiettivo di esprimere figurativamente l’inconscio e l’irrazionale automaticamente, senza mediazioni. Potremmo quasi dire che i pittori cercavano di rendere il sognare realtà.

Un altro modo, non sempre facile, per trasformare i sogni in realtà è quello di realizzarli nel corso della nostra esistenza. Quando siamo piccoli dedichiamo tanto, tantissimo tempo a fantasticare su come sarà la nostra vita, il nostro “lavoro”, le nostre amicizie e le nostre relazioni. C’è chi sogna di rimanere sempre nello stesso paese e chi non vede l’ora di scoprire tutto quello che il mondo ha da offrire; chi ha in mente un progetto ben preciso e chi non esclude alcuna possibilità. Eppure, a un certo punto, ci ritroviamo a percorrere un percorso che non ricordiamo di aver scelto o ci sta troppo stretto. Se c’è una cosa positiva che la pandemia ci ha concesso (almeno all’inizio) è la chance di fermarci e domandarci se quello che stiamo facendo corrisponde davvero a ciò che sognavamo in principio o se stiamo solo andando avanti per inerzia con il terrore di perdere preziosissimo tempo. E se siamo così fortunati da poter scacciare i nostri dubbi, allora perché non lasciare la nostra immaginazione libera di sognare ancora, senza restrizioni o limiti autoimposti? In fin dei conti, citando Paulo Coelho, «c’è solo una cosa che rende un sogno impossibile da realizzare: la paura di fallire»6.

 

Beatrice Pezzella

Beatrice Pezzella, classe 2000, studia Scienze della Comunicazione all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, dopo aver frequentato il Liceo Linguistico a Treviso. Amante della lettura, dell’arte, dei viaggi e della cultura in generale, nel tempo libero scrive riflessioni su temi ispirati alla quotidianità e al mondo che la circonda.

 

NOTE:
1. Artemidoro, D. del Corno (a cura di), Il libro dei sogni, Adelphi,  Milano, 1975, 7ª ediz., pp. LVIII-366
2. S. Freud, L’interpretazione dei Sogni, Einaudi, Torino, 2014
3. A. Breton, Manifesto del Surrealismo, in M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, Milano, 2014, p. 340
4. Ivi, p. 329
5. M . De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, Milano, 2014, p. 181
6. P. Coelho, L’Alchimista, La nave di Teseo, Milano, 2017

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Il vaccino anti-Covid come metafora di comunicazione

Comirnaty. È il nome commerciale del vaccino anti-Covid 19 della Pfizer-BioNTech. Nel brand sono “mescolati” le sigle Covid e mRNA insieme ai concetti di comunità e immunità. Un modo per attivare un sentiment positivo, rispetto alla vaccinazione, e mobilitare l’opinione pubblica all’idea di immunità per la difesa della comunità.
Al di là delle forti suggestioni emozionali, il lavoro dei creativi sollecita un’ermeneutica della cultura odierna e una riflessione sul post-pandemia, osservati dal punto di vista dei processi comunicativi.

In questa sede vorrei soffermarmi, brevemente, su due prospettive.
La prima è relativa alla sigla mRNA. L’opinione pubblica, in questi mesi, ha imparato a usare questo acronimo con lo stesso entusiasmo di chi conosce la formula segreta di ogni cura. L’mRNA, ossia RNA messaggero, contiene l’informazione per la sintesi delle proteine. In questa sede non è possibile descrive i meccanismi biologici e cellulari legati all’mRNA. Vale la pena, tuttavia, chiarire che, in estrema sintesi, si tratta del trasferimento di un messaggio, della sua codifica e decodifica, e dell’attivazione e regolazione delle informazioni che contiene. Un processo comunicativo!

La società dell’informazione, nel periodo pandemico, ha scoperto che per modificare una comunicazione, per costruire un cambiamento e migliorare la nostra condizione è necessario “discernere” sul messaggio, isolarlo, conoscerlo…
Il Comirnaty, in chiave metaforica, esprime anche una critica al sovraccarico informativo della società contemporanea, quell’information overload del mondo iper-accelerato e iper-connesso paralizzante e semplificatore. Per curare questa infodemia, e incidere su questo “eccesso di viralità”, la terapia è ancora il discernimento, quella facoltà, cioè, di giudicare, valutare e distinguere; opportunità per prendersi spazio e tempo; occasione per pensare criticamente e per riorientare la comunicazione.

Il secondo aspetto. A guidare la ricerca Pfizer sul vaccino anti-Covid è stata una ricercatrice, Kathrin Jansen.
La stampa, nazionale e internazionale, ha molto enfatizzato questo aspetto, arricchendo storie e modelli di narrazione “del femminile” e “al femminile”. Della Jansen sono stati raccontati la vita, i fallimenti e i grandissimi successi (a lei si deve lo sviluppo di due importanti vaccini, quello contro lo pneumococco e quello contro il papillomavirus), lo stile di comando, l’impegno, le competenze… Davvero una bella storia, un’ispirazione per molte giovani donne. Con la Jansen è stato presentato anche un “modo altro…” di pensare e agire professionale, differente dal gold standard maschile.

Andando, però, più a fondo in tutta questa storia, troviamo la costante aspirazione a un “modo altro…” che renda possibile il ritorno alla “normalità” e che eviti gli errori, i limiti, le inefficienze che hanno determinato o contribuito a determinare una pandemia, e accanto a questa una pandemia sociale e economica.
Il Covid ha causato il collasso, la caduta logica di sistemi, individuali e collettivi, comunitari e statali, economici e culturali… svelandone, a carissimo prezzo, fragilità e criticità.

Per risolvere questa crisi, insieme ad un’azione di “decodifica” dei messaggi della comunicazione, le voci più influenti di questo nostro tempo credono necessario un “modo altro…” di pensare le relazioni, i sistemi politici, economici, sociali. Un “modo” rivolto all’essenzialità, un pensiero differente che ci aiuti a ripensare criticamente le strutture, i valori, le ragioni su cui è stato poggiato fino ad oggi il nostro mondo, per rifondarlo con equità.

Questa ricerca raggiunge livelli altissimi proprio negli studi di genere. Penso ai lavori di Judith Butler, Adriana Cavarero, Carol Gilligan, Luce Irigaray, Luisa Muraro, Julia Kristeva. Solo per citare alcune, fra le numerose autrici. Nelle loro analisi appare costante la critica al pensiero occidentale, concentrato sull’identità e sul linguaggio maschile, e l’impegno per costruire “un’altra cultura” che consenta di riscoprire le differenze, l’alterità, la soggettività femminile. Irigaray, in Speculum1, la definisce “cultura a due soggetti”, partendo dalla differenza di genere per riconoscere e valorizzare le differenze in vista non solo di una rifondazione culturale, ma di una nuova convivenza umana.

Questa prospettiva sulla comunicazione invita, ancora una volta, a soffermarsi sul messaggio, ad avere cura delle parole, a riflettere sul loro senso e sul loro significato, a dedicarsi al parlare-con, a decentrarsi rispetto a se stessi, ad adottare un linguaggio accogliente e rispettoso, a rappresentare il mondo con parole nuove.
Qui collochiamo ogni premessa di cambiamento: descrivere e rappresentare il nuovo mondo secondo le parole che scegliamo.

 

Massimo Cappellano

Massimo Cappellano, giornalista, dirige l’Ufficio Stampa dell’Asp di Catania. Laureato in Storia Contemporanea all’Università di Catania, è stato docente invitato presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia. È studioso di tutto ciò che si muove nel crocevia in cui si incontrano antropologia, filosofia, sociologia, politica e religione. È autore dei saggi Il grido e l’incontro. Due figure per ripensare la modernità (2009) e Comunicare partecipazione. Comunicazione pubblica e partecipazione civica come leve per il cambiamento della Pa (2019), e co-curatore del volume Lessico Sturziano (2013).

 

NOTE:
1. Cfr. L. Irigaray, Speculum. L’altra donna, 2017

[Photo credit unsplash.com]

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