Il tempo, anche quello di Planck. Dialogo con Fabio Fracas

Continua il nostro dialogo con il fisico Fabio Fracas a proposito di un tema su cui da secoli si interroga la fisica e, ancora da più tempo, la filosofia: il tempo. Potete leggere la prima parte all’interno della nostra rivista La chiave di Sophia #13 – Il senso del tempo!

 

In alternativa alla nostra visione ordinaria del tempo scandita in istanti, il filosofo francese Bergson riesce a dimostrare come il tempo che noi viviamo sia invece una durata reale, un fluire interiore costante, che non può essere frammentato in ore, minuti e secondi, perché «La durata assolutamente pura è la forma assoluta della successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una separazione fra lo stato presente e quello anteriore». In tal senso il tempo è allora un processo. Possiamo parlare ancora di un tempo della scienza e un tempo vissuto?

La posizione di Bergson tiene conto proprio di quanto emerso precedentemente. Quello che dobbiamo chiederci – a mio avviso – è se abbia ancora senso, alla luce dei principi controintuitivi della fisica quantistica, dover necessariamente distinguere fra un tempo della scienza e un tempo vissuto e la mia opinione al riguardo è negativa. Cerco di spiegare più approfonditamente questo concetto introducendo una definizione sulla quale – sempre a mio personale avviso – sarebbe oramai necessario che tra filosofi e scienziati (ma più in generale, fra tutti gli studiosi dei diversi campi dello scibile) si aprisse un costruttivo confronto: Quantum-Like. È indubbio che la fisica quantistica abbia condotto a un cambio di paradigma nel pensiero del Novecento ma ciò che sta emergendo è che i nuovi concetti e le nuove logiche introdotte da questa branca della fisica ora potrebbero essere utilizzate ‘in senso lato’ anche per descrivere eventi e fenomeni che non si collocano materialmente all’interno del ristretto ambito della fisica delle alte energie.

Nel caso di Bergson, con un approccio Quantum-Like si potrebbe ipotizzare che esista una dualità tempo della scienza/tempo vissuto – analoga ma solo dal punto di vista logico a quella onda/corpuscolo appena descritta – che fa sì che entrambe le rappresentazioni del tempo convivano simultaneamente fino a quando chi ne fa esperienza non ne determina la concretizzazione nell’una o nell’altra forma. Il tempo della scienza, quindi, non sarebbe più l’unica rappresentazione del tempo vero cronologico dato che anche il tempo vissuto, coincidente con la durata della coscienza, ne costituirebbe una sovrapposizione.

 

La questione del tempo è stata al centro del dibattito filosofico sin da Aristotele, il quale definì il tempo come «numero del movimento secondo il prima e il poi» (Fisica, IV, 12, 219 b). Nella concezione neoplatonica, da Plotino ad Agostino, il concetto di tempo è collegato, anziché al moto del mondo fisico, all’anima e alla sua «vita interna». Per Plotino il tempo, «immagine dell’eternità» (Enneadi, I, V, 7) è il movimento mediante il quale l’anima passa da uno stato all’altro della sua vita. Interessante è la relazione posta tra tempo e l’eternità, relazione che sembra descrivere molto bene il nostro rapporto con lo scorrere del tempo e la sua difficile accettazione. L’eternità è infatti desiderio profondo dell’uomo. Perché secondo te c’è questa forte tensione all’eternità e dunque all’immortalità?

Il rapporto fra l’uomo e il tempo è l’elemento cardine che consente la definizione di concetti molto profondi e complessi come la crescita e l’evoluzione sia personale, sia sociale, sia di specie. In questo senso è collegato direttamente al grande mistero della vita e di conseguenza, alla tensione per l’immortalità e alla paura della caducità umana. Per Plotino, come giustamente ricordato, il tempo è ‘immagine mobile dell’eternità’: si articola in passato, presente e futuro ed è solo grazie all’unità e alla correlazione di questi tre momenti che è possibile percepirlo e definirlo. «Se alle cose generate si togliesse il futuro, esse cadrebbero immediatamente nel non essere, perché così acquisterebbero a ogni istante qualcosa di nuovo; se alle cose non generate si aggiungesse il futuro, accadrebbe loro di decadere dalla dignità di esseri veri» (Enneadi, III,7,4).

Il ‘non essere’, in Plotino è direttamente connesso al non avere un futuro e di conseguenza, se si pensa alla parabola della vita umana – dalla nascita, all’età adulta, alla vecchiaia – la morte fisica viene a coincidere con la mancanza di un futuro e al ‘non essere’ dell’individuo stesso. Al contrario, l’eternità in senso aristotelico coincide con “ciò che è fuori dal tempo” e in questa accezione viene successivamente sviluppata fino ad arrivare alla determinazione di ‘eterno presente’ formulata da San Tommaso. Un eterno presente, cristallizzato nel pensiero cristiano, al quale sono estranei tempo e successione, principio e fine.

Eppure, secondo il filosofo Emanuele Severino, quando Aristotele afferma che la filosofia nasce dal ‘thauma’ non intende dire che nasce dalla ‘meraviglia’ bensì da un ‘angosciato terrore’. La filosofia stessa, quindi, sarebbe una forma di difesa nei confronti della morte, pericolo estremo dell’uomo. Nel Congresso Internazionale “All’alba dell’eternità” del 2018, Severino propone il seguente pensiero: «La filosofia non nasce come atto di meraviglia di “intellettuali” o di professori di filosofia di fronte a problemi che non sono in grado di risolvere, ma come difesa nei confronti del pericolo estremo per l’uomo. L’uomo da quando vive si difende dalla morte iscrivendola in un senso globale del mondo, in cui egli stabilisce un’alleanza con quelle che ritiene le potenze supreme, tentando in tal modo di arginare il pericolo della morte. Ma la filosofia comprende che il mito non può difendere adeguatamente dalla morte e che è necessario in relazione al terrore un rimedio che abbia i caratteri dell’incontrovertibilità».

Tendere all’immortalità, sconfiggere la morte, può quindi coincidere con la ricerca di un senso profondo della realtà stessa o quanto meno di quella parte di realtà che noi esseri umani siamo in grado di percepire, riconoscere e interpretare.

 

Se guardiamo alla filosofia contemporanea, Martin Heidegger invece di delineare una definizione della nozione di tempo (in Essere e tempo), considera la temporalità nelle sue tre dimensioni: passato, presente e futuro, come le caratteristiche costitutive dell’uomo in quanto essere «gettato» nel mondo (l’esserci, il Dasein) e, come tale, legato al passato, al presente, ma anche proiettato nel futuro attraverso le proprie progettualità. Con quale approccio tu ti confronti con questa tripartizione? Sia in quanto fisico, sia in quanto Uomo.

Come ho scritto anche all’interno del mio saggio del 2017 Il mondo secondo la fisica quantistica (Sperling & Kupfer Editore), la mia personale opinione “è che la filosofia e la fisica – che dialogano fra loro dal tempo degli antichi greci e probabilmente ancora da prima – con l’avvento della fisica quantistica sono state obbligate a confrontarsi profondamente l’una con l’altra per cercare di definire, assieme, una nuova chiave di lettura della realtà”. Premetto questa considerazione, perché ritengo – almeno per quanto mi riguarda – che non esista una distinzione fra quello che, in quanto fisico, conosco della Natura e ciò che, come Uomo, ho la possibilità di esperire ogni giorno. E naturalmente, questa mia posizione vale anche nei confronti del tempo.

Il Dasein di Heidegger, come Essere costituito dalla propria temporalità, è una definizione traducibile con “Esser-ci” (espressione introdotta da Pietro Chiodi), dove il suffisso “ci” serve per indicare la modalità con cui l’Essere si manifesta concretamente nella storia. Dasein, quindi, nella mia personale comprensione può significare l’assumersi il proprio ruolo nel momento in cui è necessario farlo: essere ‘là’ e in quel momento. In questo senso, il passato, il presente e persino il futuro possono rivelarsi tutte occasioni giuste per esserci, in differenti modalità e situazioni. Certamente, ciò che è stato già lo conosciamo, quello che stiamo vivendo lo scopriamo attimo dopo attimo e sul futuro possiamo solo fare delle congetture e delle previsioni, ma se osserviamo questa tripartizione come un rivolo che scorre dalla sorgente e ingrossandosi si trasforma in un fiume per poi sfociare al mare, possiamo avvicinarci al senso stesso dell’ineluttabilità. È vero: il flusso dell’acqua potrebbe interrompersi per un periodo di tempo più o meno lungo, essere deviato da un impedimento o potrebbe verificarsi un qualsiasi altro evento; ciononostante, prima o poi arriverà al mare. E questa certezza, che contrasta ontologicamente con l’eterno presente di San Tommaso, diventa essa stessa dubbio quando, seduti in un punto della sponda, contempliamo solo quel breve tratto del fiume che ci si para dinnanzi.

Il dubbio, nella mia personale visione, diventa quindi l’unico strumento concreto a mia disposizione – sia come fisico sia come Uomo – per confrontarmi con la Natura, con la realtà e con il tempo. Una posizione già nota ed espressa chiaramente anche dal filosofo Bertrand Russell, “Non si dovrebbe mai esser certi di niente, perché nulla merita certezza, e così si dovrebbe sempre mantenere nelle proprie convinzioni un elemento di dubbio, e si dovrebbe essere in grado di agire con vigore malgrado il dubbio”; e ancora più radicalmente da Voltaire: “Il dubbio è scomodo ma la certezza è ridicola”.

 

Elena Casagrande

 

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L’evoluzione tra filosofia e scienza. Intervista a Telmo Pievani

L’intervista al noto divulgatore e filosofo della scienza Telmo Pievani è pubblicata in parte all’interno della nostra rivista La chiave di Sophia #13 – Il senso del tempo. In questa parte del dialogo la nostra autrice, Pamela Boldrin, interroga il filosofo in materia di evoluzione e sul rapporto tra filosofia e scienza. Non possiamo che ringraziare il professore per questo interessante scambio di idee.

 

Un altro insegnamento straordinario proveniente dal libro del tempo dell’evoluzione è quello delle continue ondate migratorie che, a partire dall’Africa, hanno portato le varie specie di homo in tutto il pianeta, guadagnandosi il record sul resto del mondo animale come specie più migrante. Il DNA umano può diventare una finestra sul tempo passato, cosa può raccontarci di questa propensione migratoria che ancora oggi caratterizza l’umanità?

Questo è uno degli aspetti forse più nuovi che emergono dal dibattito evoluzionistico ed è legato proprio a quello che dicevo prima, quindi alla scoperta di tante forme umane diverse. Abbiamo scoperto che il cespuglio dell’evoluzione umana era molto più ramificato e più ricco di quanto non pensassimo. Da qualche tempo abbiamo capito anche il perché, ed è proprio legato alle migrazioni: il motivo fondamentale per cui ci sono state così tante specie umane è che un adattamento fondamentale dell’essere umani è lo spostarsi, il migrare. Questo lo si capisce facilmente perché noi deriviamo da una evoluzione in ambienti instabili con una ecologia che cambiava (cambiamenti climatici e così via), quindi è chiaro che il migrare ti rende più flessibile perché ti puoi spostare e quindi inseguire gli habitat e le risorse che ti sono più congeniali, in modo peraltro spontaneo, perché non è stato un processo intenzionale. Sono due milioni di anni che ci spostiamo in tutto il mondo; ciò ha riguardato altre specie umane prima di noi perché ciò di cui ci siamo accorti recentemente è che noi homo sapiens siamo solo l’ultimo migrante, nel senso che noi a partire da 120-130.000 anni fa abbiamo cominciato (pure noi) a uscire dall’Africa (altro elemento suggestivo è che tutte queste migrazioni sono partite dall’Africa, che quindi è stata la culla di tutte queste espansioni) e con molto più successo e rapidità dei nostri predecessori abbiamo colonizzato tutte le terre emerse, tranne l’Antartide, sostanzialmente. Uscendo dall’Africa abbiamo trovato tutti i discendenti di quelli che erano usciti le volte precedenti ed è questo che ci ha colpiti, perché ci si è accorti che homo sapiens ha dovuto convivere con altri uomini incontrati nelle sue espansioni. Molti punti di domanda oggi riguardano proprio questo, ovvero: che cosa è successo quando noi sapiens abbiamo incontrato altri umani? Li abbiamo estinti noi? Ci siamo accoppiati con loro? Tutte domande alle quali oggi si cerca di rispondere, ma la scoperta di fondo è che non eravamo soli. Questo ci riporta un po’ ai discorsi di prima: la purezza, un po’ come il progresso, è uno di quei temi ideologici forti che spesso in biologia trapelano. Homo sapiens, invece, è impuro da sempre e dal punto di vista genetico il nostro DNA è una specie di arlecchino dato dall’incontro con altri umani. Si conferma ancora una volta che in biologia più sei puro e più sei debole, mentre la diversità è una ricchezza.

 

Ad un certo punto della nostra linea del tempo dunque, attorno ai 45.000-38.000 anni fa, troviamo dei reperti di homo sapiens che ci suggeriscono degli elementi di svolta rispetto alle altre specie umane con le quali aveva convissuto, dei quali non abbiamo più notizie a partire da quell’epoca. Siamo rimasti soli e non sappiamo perché. Quali congetture prendono forma da questo grande mistero?

Due sono le cose molto importanti da sottolineare. Una è che è caduto un altro dogma scientifico che valeva fino a qualche anno fa e che era scritto su tutti i manuali, ovvero che homo sapiens fosse l’unica specie ad aver sviluppato l’intelligenza simbolica, dunque non solo nuove abilità di caccia ma anche l’arte rupestre, gli strumenti musicali, oggetti simbolici, sepolture rituali… si era sempre detto che solo noi avevamo fatto questo, perché siamo speciali. Oggi si scopre che anche il Neanderthal era capace di questo, in mezzo a tutta una serie di altre specie umane di cui non abbiamo dati. In altre parole, è caduto un altro elemento del cosiddetto eccezionalismo umano. Noi siamo diversi da tutti gli altri umani oltre che da tutti gli animali ma non c’è nessun elemento di specialità o eccezionalità, e questo ci permette di capire ancora meglio la nostra diversità, ovvero che probabilmente homo sapiens era il più ambivalente di tutti. Ciò significa, da un lato, capace di creazioni artistiche straordinarie, non riscontrate in altre specie umane e oltretutto sistematiche  a partire da 45.000 anni fa; grande creatività quindi, non c’è alcun dubbio. Allo stesso tempo, dall’altro lato, è capace di grande invasività, grande prepotenza: quando arriviamo noi, in qualsiasi punto del globo, dopo un po’ gli altri umani spariscono; vediamo scene di caccia, cooperazione, capacità di sfruttare le risorse in modo nuovo e molto più invasivo; e poi, se lasciamo passare ancora qualche migliaio di anni ancora, homo sapiens arriva in Australia e nelle Americhe e si estinguono decine, centinaia di specie e di grandi mammiferi. Si vede dunque in azione una specie capace di grande cooperazione, con doti creative, belle e positive, ma anche di invasività, prepotenza, sfruttamento. Infondo quell’ambivalenza è ancora qui, sotto i nostri occhi, perché ancora oggi siamo capaci delle cose più meravigliose dal punto di vista dell’ingegno ma abbiamo completamente perso un senso di equilibrio con la natura. Da qui la crisi ambientale di cui soffriamo adesso ma di cui soffriranno soprattutto gli homo sapiens di due o tre generazioni successive alla nostra. Oggi emerge proprio che la nostra espansività, in senso anche buono perché ci ha dato grandi possibilità di progresso e benessere, sta mostrando la corda, nel senso che i limiti sono evidenti,  in termini di riscaldamento climatico, per non parlare delle stesse pandemie.

 

Entrando nel dettaglio del tempo dell’evoluzione umana, l’immagine della scimmia curva che diventa gradualmente un umano – tra l’altro sempre un maschio bianco – è un’immagine sempre in voga ma scientificamente fuorviante e nemmeno tanto corretta eticamente. Ci racconta perché?

Questo è uno di quegli esempi in cui noi sovrapponiamo filosoficamente a una spiegazione scientifica a delle categorie che sono molto radicate nella nostra mente. È stato dimostrato da tanti studi che noi abbiamo una mente che cerca di dare un senso a posteriori a quello che è successo, di renderlo lineare, e abbiamo una forte tentazione, molto consolatoria, a pensare che noi, che siamo adesso qui, ci voltiamo indietro e ricostruiamo un passato che guarda caso  giustifica il presente, cioè giustifica noi, la necessità della nostra presenza qui. Questa è un’operazione ideologica nel vero e proprio senso del termine, perché è una ideologia, contraddice il dettato della spiegazione scientifica evolutiva che invece dice qualcosa di molto diverso, ovvero che noi eravamo una delle tante possibilità di questo processo, non l’unica. Quell’immagine dello scimmione che diventa umana, poi, è sbagliata anche per un’altra ragione importante, perché dà l’impressione che l’evoluzione sia una sorta di catena con tanti anelli, come se ci sia stato un unico grande percorso lineare in cui le varie specie sono degli anelli, alcuni dei quali sono ancora mancanti. Questo è sbagliato perché l’evoluzione non è una scala, una catena di anelli appunto, ma un albero, o un cespuglio, quindi una metafora, ancora una volta, di diversificazione. Ciò significa ad esempio che quando c’eravamo noi, e fino a circa 50.000 anni fa, c’erano anche altre specie umane. Questo ancora una volta presenta sul piano filosofico un tema molto importante: pensiamo a quante riflessioni filosofiche si sono basate sull’assunto che noi fossimo gli unici umani e ci fosse un unico modo di essere umani; invece, scoprire che fino a poco tempo fa c’erano altri modi di essere umani diversi dal nostro vuol dire che ci sono stati letteralmente altri universi umani, altre emozioni, modi di pensare e di guardare il mondo, umani come il nostro ma diversi dal nostro. Questo è un grande messaggio di diversità radicale e se noi davvero capissimo che ci sono stati altri modi di essere umani, come i Neanderthal e così via, forse ci riconosceremmo anche più facilmente come homo sapiens, noi come un’unica grande popolazione umana non divisa in razze o etnie o altro, idee che hanno fatto molto male nel corso della storia.

 

Nel suo ruolo di filosofo della scienza è molto attento a evidenziare come la scienza tenda ad agevolare il passaggio dal piano riduzionistico delle sue spiegazioni al piano delle giustificazioni o addirittura delle prescrizioni. Ad esempio, ogni volta che sia possibile spiegare su basi biologiche l’esistenza di comportamenti moralmente sconvenienti tra gli esseri umani, la tendenza è quella di sostenere l’inevitabilità di tali atteggiamenti. Può spiegare perché è filosoficamente scorretto dedurre da leggi di natura dei criteri normativi e, anzi, dobbiamo diffidare da questi utilizzi della scienza?

Questo è un errore che è stato fatto tante volte, ovvero quello di passare da una spiegazione a una giustificazione. Qualche volta la biologia ti permette di contribuire a spiegare un comportamento umano, e allora quasi intuitivamente chi legge quella spiegazione sembra portato a pensare “beh, allora se è naturale è giusto”. L’errore, come già David Hume ci aveva insegnato, sta proprio lì: il passaggio dall’essere al dover essere è un grosso salto a proposito del quale dobbiamo stare molto bene attenti. È chiaro che i comportamenti umani, come quelli di ogni altro essere vivente, hanno anche una componente biologica, ma quella componente non solo non giustifica ma non è neanche sufficiente di per sé perché c’è anche la componente culturale, quella storica e quella individuale, quindi la complessità della spiegazione è di molti ordini di grandezza sopra quello che dipende da un gene e da una caratteristica meramente biologica. Aggiungo che proprio quell’ambivalenza di cui parlavo prima spiega in fondo questa distinzione, perché se tu scopri che il retaggio evolutivo che ti porti dietro dai tuoi antenati è un retaggio di radicale ambivalenza, significa che tu per natura puoi fare allo stesso tempo le cose più belle e le cose più orribili; cioè se il nostro retaggio è così ambivalente significa che poi il fatto di scegliere un comportamento giusto o sbagliato non lo devi imputare a quella data natura, a quella data biologia, ma ad una scelta culturalmente motivata, personalmente motivata, cioè dalla tua storia personale, non dalla natura. Perché la natura ti rende ambivalente, poi la scelta è legata ad altri fattori appunto culturali e individuali. Chiederci dunque se siamo buoni o cattivi per natura è una domanda priva di senso: siamo buoni e cattivi per natura, dobbiamo piuttosto riflettere sulle ragioni che ci fanno comportare in un determinato modo. La natura, di base, ti dà la possibilità di comportarti in un modo e nell’altro.

 

Se per assurdo l’evoluzione incarnasse i panni di una maestra e la filosofia quelli di una discepola, su quali insegnamenti cruciali la prima incalzerebbe la seconda? 

La natura, secondo me, chiederebbe al filosofo o alla filosofa di ripensare un umanesimo più ecologico, meno centrato sulla solitudine e l’eccezionalità umana e più sull’umano come un divenire, che in fondo era già presente agli inizi dell’umanesimo; Pico della Mirandola e molti avevano questa visione dell’umano come un divenire anche contrastato e problematico. Bisogna tornare a quell’umanesimo perché è quello che ti fa capire che dobbiamo ricostruire un’alleanza con la natura, che non c’è più nessuna contraddizione che abbia senso tra antropocentrismo ed ecocentrismo. Nelle vesti di discepola, penso che la filosofia debba ascoltare di più la natura perché secondo me, ancora oggi, ci sono tante tendenze filosofiche e, appunto, la complessità è un esempio virtuoso da questo punto di vista, che ha saputo dialogare con la scienza. Altre tendenze, invece, vedono ancora un po’ con sospetto la scienza, la confondono con lo scientismo o con la dimensione tecnica. Questo è un peccato perché, invece, la scienza è piena di spunti filosofici ma soprattutto ha bisogno di filosofia, non la si può lasciar andare per conto suo. Bisogna che quelle due comunità si parlino molto di più, anche perché la loro radice è comune.

 

Pamela Boldrin

 

[Fotografia fornita dall’autore]

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Intervista ai Ludosofici: quando la filosofia incontra l’arte

L’Associazione Coi Ludosofici viene fondata nel 2010 da Ilaria Rodella e Francesco Mapelli che, insieme a Costanza Faravelli, Irene Pozzi e Cristina Sturaro, progettano esperienze e contenuti, originali e coinvolgenti, con lo scopo di attivare il pensiero critico, la consapevolezza e la creatività di bambini e adulti. Vengono utilizzati strumenti e metodologie derivanti dalla filosofia, dalla didattica dell’arte e dal teatro. Le attività si fanno ispirare dal patrimonio storico, dalla musica, dai film, dal digital manifacturing, dai colori, dalle foglie, dai palazzi, dalle fabbriche e, soprattutto, dalle altre persone. Con i Ludosofici si pensa facendo, per rendere visibile l’invisibile. Collaborano con prestigiosi musei (Triennale di Milano, Guggenheim di Venezia, Mart di Trento e Rovereto, Gallerie d’Italia…), con importanti festival, come Festivaletteratura di Mantova o il Festival della Mente di Sarzana. Progettano insieme a istituzioni come il Comune di Mantova o come il Comune di Milano. Collaborano con scuole e biblioteche in progetti volti a formare cittadini protagonisti del proprio tempo. Organizzano gli “Stati Generali Filosofia Bambini” col patrocinio UNESCO, a volte il festival filosofico per famiglie “A spasso con Sofia” e, sempre a volte, il Mese della filosofia. Hanno pubblicato Tu chi sei? ( 2014) e Questa non è una rosa insieme (2019) a Corraini Edizioni. Hanno ideato e progettato la sezione FilosoFare all’interno del sussidiario Leggere è… per le classi IV e V per Mondadori Educational e hanno curato il numero 0 di Internazionale Kids, insieme a Pietro Corraini, per cui continuano a curare la rubrica di filosofia. Hanno progettato insieme alle edizioni Corraini la newsletter FarFarFare, rivolta a insegnanti e educatori che non smettono di sperimentare.

 

Ciao Ludosofici! Da dove nasce il vostro desiderio di fare filosofia insieme ai bambini? 

Nasce dal fatto che i bambini sono naturalmente impertinenti e, non avendo, per ovvi motivi, alcuna riverenza nei confronti né del passato, né della storia, né tantomeno della filosofia (che non sanno neanche cosa sia), hanno una freschezza e una semplicità (da non confondere con superficialità) davvero unica  nel proporre domande e nello scorgere nuovi sentieri di ricerca. 

 

Il vostro progetto filosofico è molto legato al mondo dell’arte. Come vedete il rapporto tra arte e filosofia? Nelle vostre proposte educative viene prima l’arte o la filosofia?

Sono estremamente legate le une alle altre, senza un ordine gerarchico preciso o predefinito, in quanto sono due varchi diversi per accostarsi all’invisibile, all’astratto, al concettuale. Nel gruppo abbiamo tutti una formazione filosofica, ma abbiamo trovato nell’arte un linguaggio accessibile ai bambini e che ci evitava, al contempo, di non cadere in superficiali banalizzazioni dei concetti. In più abbiamo trovato una naturale corrispondenza tra bambini, filosofi e artisti, grazie a una serie di similitudini che possiamo sintetizzare così: sono aperti al campo del possibile, sono pronti a sfidare la visione comune e di ribellarsi alle convenzioni, sono curiosi di scoprire quello che si nasconde tra le crepe e  sono inventore di metafore e nuovi significati.

 

Nelle vostre attività c’è una radice munariana molto forte. Anche per La valigia del filosofo Bruno Munari rappresenta un riferimento, soprattutto per le attività rivolte ai più piccoli: nel laboratorio Segno, dove vai?,  per esempio, viene valorizzato il ruolo delle regole come elementi logici fondamentali per lo sviluppo della creatività. Quali aspetti della pedagogia attiva munariana vi hanno influenzato di più?  

In un’intervista Munari diceva che i bambini non rompono i giocattoli, ma li smontano per vedere come sono fatti dentro. Ecco, anche noi quando progettiamo i laboratori, cerchiamo il più delle volte di smontare domande e concetti, dando ai bambini gli strumenti e la possibilità di rimontarli poi in modo autonomo, scardinando una visione stereotipata della realtà circostante.

 

Fare attività con i bambini non dev’essere tanto facile, in questo periodo. Vi siete rivolti a qualche strumento digitale per proseguire con le vostre attività?

Abbiamo inaugurato la newsletter FarFarFare (www.farfarfare.it), rivolta a insegnanti, educatori e operatori dove poter trovare strumenti da rielaborare in modo aperto con i bambini.

 

A proposito di imparare giocando e dell’importanza del concreto per far esplorare ai bambini l’astratto, quando è nato il nostro progetto abbiamo deciso di affidarci a  una valigia. Questo da una parte perché la valigia è un contenitore di oggetti, di esperienza concreta, e tramite gli oggetti è possibile portare i bambini e i ragazzi al ragionamento, allo sviluppo delle idee e dei concetti. Dall’altra parte perché, metaforicamente, la valigia contiene più laboratori con tematiche logico-filosofiche. Se voi foste un oggetto, quale sareste?

Mi viene da dire un aquilone: leggero ma che allo stesso tempo ha bisogno di un elemento forte come il vento per alzarsi in volo e che spesso non va nelle direzione che gli si cerca di imporre. 

 

La valigia del filosofo

 

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Guardare il paesaggio, vivere lo spazio alpino: intervista ad Annibale Salsa

Abbiamo incontrato Annibale Salsa a fine luglio durante una sua breve sosta a Trento, prima che ripartisse verso una nuova tappa alpina, e gli abbiamo chiesto di condividere con noi alcuni pensieri sul paesaggio e sulla montagna da un punto di vista filosofico.
Profondo conoscitore e instancabile camminatore delle terre alte e delle vallate alpine, Annibale Salsa è uno dei massimi esperti della cultura e dell’ambiente montano. Alla base delle sue riflessioni si trova un pensiero ermeneutico e fenomenologico, all’interno di un approccio multidisciplinare al paesaggio che spazia dalla filosofia alla storia e dall’antropologia allo studio delle società delle Alpi. Ha insegnato Antropologia filosofica all’Università di Genova ed è stato Presidente del CAI (Club Alpino Italiano). È Presidente del Comitato scientifico di tsm|step Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio di Trento e componente della Fondazione Dolomiti-UNESCO. Ha recentemente pubblicato il breve saggio I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia (Donzelli Editore 2019).

Di fronte a un paesaggio alpino si è tentati spesso, come nel dipinto Viandante sul mare di nebbia di Friedrich (1818), di rimanere assorti in contemplazione, in una posizione sopraelevata, seguendo l’ondulazione dei prati fino alle foreste che, risalendo i pendii, cedono il posto alle cime rocciose. Tuttavia, questo atteggiamento contemplativo, che tende a rimirare la natura, alla stregua di un dipinto all’interno di una cornice, non avviene in modo neutro e ingenuo, ma è frutto di una visione estetica, che si è diffusa nella cultura occidentale, legata a un modo particolare di intendere il rapporto tra uomo e ambiente naturale.

Il nostro colloquio ha avuto inizio rilevando che il termine paesaggio ha una genesi storica ben precisa, connessa allo sviluppo della disciplina estetica tra ‘700 e ‘800. Annibale Salsa, quale influenza ha esercitato l’estetica del bello e la tendenza a ridurre l’estetico all’artistico sul nostro modo di intendere e vedere il paesaggio, in particolare quello alpino?

Il filosofo tedesco Gottlieb Baumgarten, esponente di spicco del pensiero settecentesco, ha impresso una svolta epocale alla nozione di estetica. Muovendo infatti dalla sua riflessione, la parola estetica incomincerà a riferirsi alla nozione di “bello”, modificando sensibilmente il significato d’uso del termine greco aísthēsis (αἴσθησις), il quale indicava la “sensazione” tout court, a prescindere dal giudizio di valore. La tradizione successiva, da Immanuel Kant e dalla sua opera Critica del Giudizio al neo-idealismo italiano, che ha in Benedetto Croce uno dei suoi principali esponenti, condizionerà tutta la cultura e si riverserà anche nella legislazione italiana attraverso la Legge Bottai del 1939 in materia di paesaggio che, non a caso, viene interpretato in senso artistico-monumentale. Per quanto riguarda l’ambito del paesaggio alpino, la rappresentazione iconografica in senso kantiano (“bello e sublime”) riceverà apporti sensibili attraverso la pittura e la poesia del Romanticismo ottocentesco.

Questa interpretazione in senso artistico-monumentale, che separa soggetto attivo e oggetto passivo, ha come effetto rilevante la tendenza a idealizzare il paesaggio, come avviene per l’immagine di una cartolina, e a trascurare gli aspetti del vissuto e dell’interazione tra uomo e ambiente. Come si supera un modello che vede l’uomo come colui che vive con “intorno” la natura e che “guarda” frontalmente il paesaggio? Come oltrepassare l’idea di un paesaggio da un lato e la percezione di un soggetto dall’altro?

Nella tradizione filosofica occidentale, da Platone a Cartesio, la relazione soggetto-oggetto è stata impostata dualisticamente ossia, oltre che in senso gnoseologico, anche in senso ontologico. Pertanto la distinzione non viene posta soltanto come diversificazione di funzioni (osservatore/osservato), ma, soprattutto, sulla base di una separazione sostanziale ipostatizzata. Il superamento della distinzione ontologicosostanzialistica è possibile mediante l’attivazione di una relazione intenzionale noetico-noematica (secondo l’insegnamento della fenomenologia di Edmund Husserl), ricorrendo altresì, in chiave psicologico-fenomenologica, all’empatia (in tedesco Einfühlung), ovvero a quella immedesimazione empatica in cui la separazione soggetto-oggetto si annulla. Per questo parlo di paesaggio quale spazio-di-vita, recuperando la nozione husserliana di “mondo-della-vita” (Lebenswelt).

Questa tua espressione mi sembra cruciale, perché richiama una accezione di paesaggio inclusiva delle persone che lo vivono, dell’ambiente naturale e delle sedimentazioni storico-culturali. Che cosa intendi con l’espressione “il paesaggio è spazio di vita”? Quale significato assume questa espressione, ad esempio, per l’ambiente montano?

Come accennavo prima, riprendo la nozione fenomenologica di “mondo-della-vita”, che, da Husserl (in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale del 1936) a Merleau-Ponty (in Fenomenologia della Percezione del 1945), ha individuato nell’a-priori materiale del mondo della vita il Welt – il mondo naturale, sociale, personale – in cui l’uomo è immerso in forma originaria (quindi, spazio-di-vita). L’ambiente montano, pertanto, non può essere lo stesso, se chi lo vive è un montanaro o un cittadino, in quanto cambia la relazione empatica del vissuto di esperienza. Anche questa è una distinzione funzionale più che ontologica, in quanto, se il cittadino vive la quotidianità del mondo della vita in una “full immersion” con il paesaggio e il mondo dell’alpe, modifica le sue percezioni e le sue rappresentazioni e cambia il paradigma mental-culturale passando dalla “montagna ideale” alla “montagna reale”.

Prendendo spunto dal tuo ultimo lavoro I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, anche il binomio natura/cultura, nel senso di distinzione tra paesaggio naturale e paesaggio culturale, abbisogna di una chiarificazione…

La distinzione tra paesaggio naturale e paesaggio culturale, più che una distinzione è una re-interpretazione o, se vuoi, una correzione. La parola paesaggio richiama etimologicamente la parola paese, dunque consorzio umano, comunità, costruzione socio-culturale. Ritengo più corretta, sia semanticamente che epistemologicamente, la distinzione fra ambiente naturale e paesaggio culturale.

Se il paesaggio è sempre culturale, siamo nello stesso tempo produttori e prodotti del paesaggio. Appare quindi fondamentale saper mettere in campo azioni che mirino a promuovere e sviluppare la sua conoscenza come componente essenziale dell’identità e come riferimento al senso del vivere i luoghi. Che ruolo può avere l’educazione nel sapere interpretare il paesaggio?

L’educazione al paesaggio mi porta a riflettere sul significato etimologico di educazione come operazione maieutica dell’e-ducere, ossia dell’uscire fuori dalla dimensione dell’ovvio (di ciò che ci si para di fronte ob viam senza venir problematizzato), per incontrare la dimensione dell’autentico. Interpretare il paesaggio significa dunque, fenomenologicamente, compiere un’analisi radicale delle ovvietà, per superare gli stereotipi della cosiddetta “fallacia naturalistica”, aporia di cui è imbevuta una certa vulgata ambientalistico-naturalistica (selvatichezza e deserto verde…).

Seguendo questa tua ultima riflessione, aggiungerei che, per intendere in modo corretto il paesaggio, un’analisi radicale delle apparenti ovvietà e degli stereotipi ideologici non può che essere basata su un dialogo costante tra i diversi saperi teorici e pratici. A questo proposito ti pongo la domanda: quale potrebbe essere il ruolo della filosofia all’interno di un approccio interdisciplinare al paesaggio?

L’approccio interdisciplinare al paesaggio è fondamentale e ineludibile, ma è anche impegnativo e contrastato, in quanto incrina rendite di posizione e monopoli accademici iper-settorialistici. La filosofia, in tal senso, dovrebbe riprendere la sua insuperabile funzione di un “sapere dell’Intero”, capace, attraverso una trasversalità rigorosamente epistemologica, di contrastare le derive scientistiche e tecnicistiche che hanno abdicato ad ogni forma di criticità della scienza e della tecnica (sottoporre a critica, dal greco krino κρίνω, giudico). Ogni “dato” è, in ultima analisi, un qualcosa di “preso” attraverso l’atto dell’interpretare e del rappresentare. Compito della filosofia è proprio quello di fornire una cornice ai saperi particolari e di raccordarli nell’ottica di un sapere universale.

Grazie, Annibale, per questo illuminante colloquio sul paesaggio!

 

Umberto Anesi

 

[Photo credit Pixabay]

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Medicina e filosofia nella cura del corpo: intervista a Maria Teresa Russo

La bioetica è una delle applicazioni pratiche della filosofia più note. Il corpo e la sua salute e dignità sono al centro di questa disciplina al fine di evitare, nella pratica medica, la visione del corpo come di un mero oggetto. Ne abbiamo parlato con Maria Teresa Russo, professore associato di Filosofia Morale e Bioetica presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre. Dirige la rivista MEDIC. Metodologia didattica e innovazione clinica, che si propone come uno spazio di dialogo tra scienze umane, tecnica e scienze biomediche. La prima parte dell’intervista si trova pubblicata nella nostra rivista La chiave di Sophia #12 – Sentieri del corpo.

 

Platone ha inaugurato l’idea del corpo come luogo delle dicotomie. Forse voleva semplicemente dare voce all’antitesi che la dimensione della materia corporea, per sua natura finita, crea quando si confronta con l’anima, o comunque si voglia denotare quell’altra dimensione, immateriale e protesa verso l’infinito, insofferente ai dettami della materialità. Attraverso più di due millenni di rimaneggiamenti, ci scopriamo ancora oggi intenti a gestire la pesante eredità lasciataci da Platone. A suo parere a che punto ci troviamo?

Non parlerei di “pesante eredità” in riferimento al pensiero platonico, al quale va il merito di aver tematizzato la grandezza della psyché, dell’anima, la dimensione immateriale e quindi immortale dell’uomo, che gli consente di pensare le Idee eterne e che richiede una cura ben più attenta di quella rivolta alle cose materiali. Certamente il dualismo platonico, anche per influenza dell’orfismo, ha svalutato il corporeo e lo ha reso una dimensione accidentale dell’uomo; questa posizione avrà poi un lungo seguito nella storia del pensiero. La ritroviamo, con le debite variazioni, nel dualismo cartesiano, ma oggi vedo più diffusa una tendenza materialista che, anche per l’influenza delle neuroscienze, rischia arbitrariamente di ridurre le operazioni dell’anima a meccanismi cerebrali, come il fisicalismo dell’homme neuronal di Changeux. Francis Crick pretendeva addirittura di aver individuato la sede cerebrale del libero arbitrio “nel solco cingolato anteriore, accanto all’area 24 di Brodmann, in area corticale frontale, o comunque nelle sue vicinanze”! 

 

Ci sono, secondo lei, importanti differenze tra Occidente e Oriente nel decorso che ha avuto la storia della dicotomia corpo-mente e corpo-mondo?

L’espressione “corpo-mente” è squisitamente moderna e ha la sua origine soprattutto a partire dall’ambito anglosassone. Fino alla modernità si parlava della coppia corpo-anima o corpo-spirito, espressione quest’ultima che comunque si conserva anche in filosofi contemporanei, come Bergson, visto che il sottotitolo di Matière et Mémoire (opera del 1896) è Essai sur la relation du corps à l’esprit. Mind o mente segna lo slittamento dall’orizzonte metafisico a quello gnoseologico: non è neppure la res cogitans cartesiana, perché non è una res, ma l’insieme delle sue funzioni. Detto questo, la differenza radicale è tra civiltà permeate dal pensiero ebraico-cristiano e civiltà dove questo è rimasto marginale o del tutto assente. Nelle prime troviamo la valorizzazione del corporeo e di tutto ciò che vi si riferisce. La teologia della creazione con la nozione dell’uomo come “immagine di Dio”, ma soprattutto la religione dell’Incarnazione, hanno apportato una novità rivoluzionaria in merito al valore del corpo. Ne è un esempio il dogma della resurrezione, in corpo e anima, che tanto scandalizzò gli Ateniesi quando Paolo di Tarso parlò all’Areopago. Pensiamo all’importanza del secondo concilio di Nicea, del 787, che pose fine alla lotta iconoclasta, decretando che si poteva rappresentare Dio in immagini, visto che si era reso visibile in un corpo.

 

Il prof. Umberto Galimberti sostiene che la medicina, che nasce come scienza dei cadaveri, necessita di oggettivare, sezionare, ridurre e astrarre per focalizzarsi sulla condizione degli organi malati, perdendo, per forza di cose, il malato come intero e come persona sofferente. Secondo lei è qualcosa di inevitabile o la cultura medica potrebbe essere differente?

Si tratta della nota tesi espressa da Foucault in Nascita della clinica (1963), secondo cui la medicina si caratterizza per la considerazione della vita a partire dalla morte, dato che i suoi progressi si devono allo sviluppo dell’anatomia, ossia alla dissezione e studio dei cadaveri. Visto che in tempi recenti si è rimproverato allo scomparso filosofo francese un uso fin troppo disinvolto delle fonti, forse si potrebbe avanzare qualche riserva a questa tesi, anche riflettendo sul fatto che il grande balzo in avanti della medicina è soprattutto merito della biologia, scienza dei viventi, per l’appunto. Ad ogni modo, è innegabile il rischio che la medicina da arte della cura si possa trasformare in tecnica delle cure, considerate in ottica “tayloristica”, ossia da catena di montaggio. Oggi però assistiamo a un grande movimento di reazione a questa tendenza, che propone un’umanizzazione della medicina, anche attraverso l’introduzione della narrativa nella relazione terapeutica e delle Medical Humanities nella preparazione del personale sanitario.

 

Oggi la tecnica applicata alla medicina è diventata occasione di ulteriori conflitti tra corpi e idee. Le ragioni di un desiderio che si strugge per cessare la vita in un corpo che non funziona più, o piuttosto per procrastinarne la vita, oppure la presenza pressioni al potenziamento indefinito della longevità (dei più abbienti) o alla manipolazione delle caratteristiche dei nascituri, sono tra gli argomenti più scottanti che la bioetica si trova a trattare. A suo parere, la bioetica riceve da parte delle istituzioni e della società l’attenzione che merita o dobbiamo promuovere maggiore considerazione riguardo le sue pratiche?

Nata per rispondere a un problema, la bioetica sembra essere divenuta essa stessa un problema, fonte più di conflitti che di pacificazioni, perché risente dell’eclissi di un éthos condiviso. Quindi la figura del bioeticista si vede assegnati alternativamente due ruoli: il primo, negativo e censorio, di chi intende “mettere paletti” all’avanzata della scienza, un ruolo di guastafeste del progresso che non può senz’altro attirargli delle simpatie. Il secondo è quello giustificazionista, di chi elargisce assoluzioni e distribuisce lasciapassare alle nuove frontiere della scienza, attirandosi il consenso dei più. Si sente quindi la necessità di una metabioetica, ossia di una riflessione critica della bioetica su sé stessa. Non può costituirsi come una disciplina di “pronto intervento”, che si convoca a cose fatte, per correggere o approvare. Deve invece precedere e accompagnare la ricerca scientifica, proporsi come un’etica del ricercatore o del medico, piuttosto che come un giudizio critico sulla frontiera già raggiunta o sul prodotto della ricerca. Il suo compito è fornire un orientamento perché la scienza biomedica si diriga sempre verso la costruzione di un mondo più umano. Ma per farlo ha bisogno di mantenere vivo l’interrogativo sull’uomo e sulla dignità della sua vita: si è umani dal concepimento alla morte, senza se e senza ma.

 

Pamela Boldrin

 

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Il Brasile e le sue “Isole di resistenza”. Intervista a Chiara Tedeschi Hebling

Chiara Tedeschi Hebling è una giovane fotografa girovaga italiana che, da qualche anno, ha trovato la sua casa in Brasile. Nel suo libro Il mio Brasile. Isole di resistenza edito da Nodo Edizioni ci racconta, attraverso il suo diario di parole e di fotografie, bellezza, mistero e contraddizioni di un grande Paese. L’abbiamo intervistata per provare ad entrare un po’ nel suo mondo e per aprirci un po’ alla conoscenza di una nazione dalle molte facce, ultimamente al centro dell’attenzione a causa del Coronavirus. Colgo l’occasione per rivolgere un pensiero ai brasiliani e alle grandi difficoltà che in questo periodo stanno affrontando; tutti loro naturalmente, ma soprattutto coloro che lottano, da sempre, per la salvaguardia non solo di loro stessi ma anche della propria identità.

 

Ciao Chiara, raccontaci un po’! Che cosa ha di speciale per te la fotografia? Quando e come ti sei avvicinata a quest’arte?

Ciao Giorgia, provando a sintetizzare, la fotografia è la mia personale forma di linguaggio, il canale attraverso il quale sento il mondo e ne faccio esperienza.
Fotoamatori sia mio padre che mio zio, la macchina fotografica è sempre stato un oggetto familiare in casa, tanto che inizio a scattare sin dall’età di otto-nove anni. Spinta da un’innata curiosità e sempre alla ricerca di punti di vista diversi, da dietro la lente trovo risposta a una mia esigenza comunicativa fortissima, scoprendola ben presto anche come un potente mezzo di introspezione. Posso infatti serenamente affermare che, negli anni, la fotografia è diventata la mia personale forma di psicoanalisi, offrendomi la possibilità di rielaborare il mio mondo interiore attraverso la ricostruzione del mondo esteriore.

 

Una caratteristica che dici di sentire propria è quella del viaggio, e lo testimoni anche attraverso le tue fotografie. Non a caso hai potuto toccare con mano diversi ambienti, Paesi e culture, oltre naturalmente a quella brasiliana che hai avuto modo di approfondire. Il tema dell’alterità ricorre spesso nella filosofia del secolo scorso e le parole di pensatori come Derrida, Ricoeur e Lévinas meritano di essere riscoperte in una civiltà sempre più globalizzata. Pensi che questo modello di vita globalizzato abbia veramente accorciato la distanza con l’Altro da noi?

Il viaggio è la mia “filosofia di vita”. Mi sono sempre vista non come singolo individuo, ma come parte di un tutto più ampio, globale se vogliamo, una cittadina del mondo.
Dal mio punto di vista esiste una globalizzazione in potenza e una in atto. La prima è la versione idealizzata della libera circolazione delle idee, del superamento dei nazionalismi e della pace condivisa, quella che poi si è tradotta in una strategia per far circolare il più possibile il denaro.
In questo senso, in una società in cui l’essere umano ha peso principalmente in quanto possibile consumatore, non posso che risponderti che no, non solo la globalizzazione non ha accorciato nessuna distanza, ma anzi, ha aumentato il divario tra le classi sociali, tra chi ha il denaro da far circolare e chi, da questi circoli, è escluso.

 

Nella tua vita in Brasile hai potuto sperimentare uno stile di vita molto diverso da quello occidentale attuale. Penso alla tua esperienza a Roseli Nunes, un luogo dove si vive (direi) della terra e con la terra. Perché a tuo parere ci sembra così difficile pensare che non esistano modi di vivere “altri” che siano validi quanto o magari anche più del nostro? Penso anche a quanto successo durante questa quarantena e la smania che abbiamo avuto di tornare “alla vita di prima”.

Il sistema economico capitalistico odierno si basa sulla precarietà, sull’instabilità e sulla flessibilità, sulla filosofia dell’usa e getta. È un sistema in cui il cittadino globale sembra trovare unica consolazione nel piacere del consumo, la caratteristica marcante dell’edonismo neolaico, come lo definiva Pasolini.
È una gabbia dorata quella che imprigiona l’uomo, schiavo di un sistema che lo induce, attraverso la pubblicità, a desiderare cose di cui non ha bisogno e che paga con denaro che non possiede, al reale scopo del controllo totali sui suoi bisogni.
C’è una frase di Silvano Agosti, regista, scrittore e saggista italiano, che dipinge molto bene questa condizione: “Uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché se no anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire.”

 

Il Brasile è una terra profonda e ricca di valore dove alcune comunità resistono alla forza livellatrice del capitalismo di stampo occidentale. Avendo conosciuto diversi contesti di questa grande nazione, dal Movimento dei Sem Terra agli Indiani Pataxò, ma anche le grandi città, pensi che sia possibile un equilibrio che permetta la sopravvivenza di culture e comunità estranee al modello di progresso imperante?

A dire il vero le realtà con cui sono entrata in contatto non sono totalmente estranee al modello economico occidentale, anzi, da tempo si adoperano per una coesistenza virtuosa fondata sulla conoscenza e sul rispetto tra più possibili sistemi. Proprio in questo vedevo la loro forza e purezza: un’interazione con il “moderno” allo scopo di una sana e collaborativa convivenza.
Uso il passato perché purtroppo con l’elezione nel 2018 di Jair Bolsonaro a Presidente della Repubblica, esponente di une delle destre più grette e di stampo fascista e miliziano, sono venuti a mancare i minimi requisiti per mantenere questa resistenza pacifica e democratica: ad essere minacciati non sono soltanto i diritti di comunità, ma sempre più spesso la loro stessa sopravvivenza.

 

Anche se a prima vista può sembrare una domanda scontata, pensi che la fotografia sia in grado di dar giusta voce a tutto questo? Ti aspetti o auspichi che le tue fotografie abbiano anche un ruolo sociale e culturale da assolvere?

Certo, credo che anche la fotografia, come tutte le forme d’arte e come linguaggio, sempre comunichi e si faccia portatrice di un messaggio, a maggior ragione in un’epoca in cui l’immagine ha una valenza così rilevante (a volte anche smodata) come quella in cui viviamo.
Accetto in forma generale la definizione di fotografia sociale, come una forma di racconto-denuncia di storie ai margini, di forte impatto sociale appunto, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica in un tentativo di migliorare le situazioni.
Paul Ricœur, che prima citavi, diceva: «Raccontiamo delle storie perché […] le vite umane hanno bisogno e meritano d’essere raccontate».
Ecco quello che sento di dover fare: raccontare vite.

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Nel tuo libro Il mio Brasile. Isole di resistenza (Nodo Edizioni 2019) racconti il tuo incontro con Dona Jaçanã, un’anziana saggia incontrata in una riserva dei Pataxó. Una sua frase ti rimane impressa: “Siamo solo un semino di zucca nelle mani di Tupã”. Nello spiegarci questa affermazione, vuoi dirci se condividi questa visione del mondo? Sei più per il determinismo o per il fatalismo?

La conoscenza di Dona Jaçanã, la sciamana dell’Aldeia, è una di quelle tappe che marcano a vita. In un momento delicato della mia permanenza a Bahia, ho parlato con lei di Natura, Amore, di storia e tradizione, così come di alcune forze che non possiamo capire con la parte razionale della nostra mente.
Nella lingua Tupi-guarani, Tupã è il dio che controlla il tempo, il clima e i venti e con quella chiosa è come se Dona Jaçanã abbia voluto ricordarmi e che bisogna lasciar andare le cose che non possiamo controllare, regalandomi in quel momento un benefico senso di leggerezza.
Avendo viaggiato anche in Oriente, ho creato negli anni una personale miscellanea di stili di vita e attitudini. Credo in un corredo biologico di predisposizioni che ci vengono forniti alla nascita (che nel Buddismo viene identificato con karma), sulla base del quale però possiamo intervenire, determinando il nostro cammino, secondo la legge di causa-effetto.

 

Per noi la filosofia vive nella quotidianità di tutte le persone e per questo tutte le nostre attività si rivolgono alla sua “smitizzazione” di materia astratta, inutile ed elitaria. Per te che cos’è la filosofia?

Amore per la sapienza è il suo significato letterale, che nella vita di tutti i giorni io sento di declinare in infinite accezioni, come amore per la ricerca di punti di vista differenti, curiosità verso l’Altro, come pure introspezione. Da non filosofa, la intendo come una ricerca nel quotidiano sul mio modo di vita, il pormi domande continue sulla direzione dei miei passi, su cosa sia bene per me stessa e per il prossimo.
Una citazione di Aristotele mi segue dai tempi del Liceo: «Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui», rimarcando come appunto sia una necessità vitale dell’uomo nella quotidianità di tutte le cose.

 

Giorgia Favero

 

[Tutte le immagini sono di proprietà di Chiara Tedeschi Hebling]

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Filosofia e fisica per una nuova chiave della realtà. Intervista a Fabio Fracas

Fabio Fracas – già Docente Invitato per la SISF/ISRE, Scuola Superiore Internazionale di Scienze della Formazione, e Graduate Research Assistant presso la Florida Atlantic University di Boca Raton, USA – è docente di Fisica applicata alla Radioterapia e alla Radioprotezione presso il Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova, dal 2019 è Scientic Associate presso il CERN di Ginevra. I suoi attuali interessi di ricerca sono rivolti all’interazione fra il cervello e le radiazioni elettromagnetiche e meccaniche. ma è anche anche scrittore e fondatore di una scuola di scrittura, e al tempo stesso sviluppatore di giochi di ruolo, nonché critico cinematografico e musicista, nel senso che la musica l’ha studiata (è laureato in Musica Elettronica) e la compone, oltre a scriverne su riviste specializzate.

Fabio Fracas è uno di quei fisici assolutamente atipici: un grande bagaglio culturale e una predisposizione spiccata a mettere in dialogo la Fisica con tutte le arti e discipline, con la vita in generale. Umile e mosso da una forte passione, è una di quelle persone che sa osservare il mondo con quella meraviglia pura tipica dei bambini, relazionandosi così coi tanti dubbi che la scienza è capace di suscitare in chi vi si avvicina con umiltà e con passione. Il suo ultimo libro Il mondo secondo la fisica quantistica, è un viaggio attraverso qualcosa di nuovo e affascinante: lo studio della Fisica Quantistica, delle sue logiche, delle sue potenzialità, delle sue applicazioni e dei suoi possibili sviluppi. Avvalendosi di contributi nuovi e di interviste inedite e esclusive, i dieci capitoli che lo compongono ricostruiscono i momenti fondamentali del pensiero quantistico. Sullo sfondo delle ricerche più attuali, il libro utilizza le voci e le esperienze di chi con la fisica quantistica e grazie alla fisica quantistica riscrive ogni giorno un pezzo di realtà.

 

Nel tuo libro Il mondo secondo la Fisica Quantistica” (Sperling&Kupfer Editore) affermi «La fisica quantistica riscuote una così forte attenzione, anche da parte di persona che mai si sarebbero interessate alla fisica classica, perché ha l’innegabile fascino di sconvolgere tutte le nostre conoscenze, tutto ciò che diamo per scontato». A fronte di questo fascino capace di sconvolgere tutte le nostre conoscenze, può dirci con quale scoperta e con chi nacque la fisica quantistica? Forse è bene anche fissare quale sia la distinzione tra la Fisica Quantistica e la fisica tradizionale, cercando di capire che la fisica classica e la fisica quantistica sono due strumenti che hanno caratteristiche differenti e si occupano di due distinti piani della natura.

In effetti, più che di fisica tradizionale, per evitare fraintendimenti, bisognerebbe parlare proprio di Fisica Classica. Da un certo punto di vista, infatti, anche la Fisica Quantistica può essere considerata “tradizionale” poiché la sua nascita risale al lontano 1900. Nell’ottobre di quell’anno, Max Planck arrivò a formulare la famosa legge E = h ∙ ν che stabilisce che l’energia posseduta da una radiazione è proporzionale alla sua frequenza moltiplicata per un valore costante chiamato inizialmente “quanto d’azione”. Valore che oggi conosciamo semplicemente con il nome di costante di Planck. Tornando alla differenza esistente fra la Fisica Quantistica e la Fisica Classica, allora, è possibile spiegarla chiarendo che la prima si occupa di descrivere il comportamento della materia e delle radiazioni – comprese le loro interazioni reciproche – su scala atomica e subatomica. La Fisica Classica, invece, fa riferimento a tutte quelle teorie e a quei modelli che descrivono i vari fenomeni fisici a eccezione di quelli che rientrano nella Fisica Quantistica, nella Relatività Generale o in altre teorie ancora più recenti. Oltre alla meccanica, nella Fisica Classica possiamo far rientrare la termodinamica, l’elettromagnetismo, la gravità newtoniana, l’ottica, l’acustica e persino – secondo l’opinione del grande fisico Richard Feynman – la Relatività Ristretta del 1905.

«Mi rendo conto che uno dei problemi principali legati alla comprensione della fisica – e di conseguenza, della visione del mondo che essa offre – deriva dal fatto che spesso non si riesce a comunicare efficacemente la grande semplicità dei concetti che sono alla base anche delle formulazioni più complesse. È compito di chi la insegna e di chi si occupa della sua divulgazione cercare di superare questo scoglio, offrendo a studenti e lettori delle chiavi di interpretazione il più possibile semplici e dirette». Il problema di cui parli in questo breve passaggio, trovo possa essere esteso anche a molte altre discipline che molto spesso vivono chiuse entro le mura accademiche o in centri di ricerca scientifici. Inoltre, dal punto di vista di un pubblico ampio ed eterogeneo spesso si considerano la matematica, la fisica, ma anche la filosofia e la psicologica come discipline riservate solo ad un élite di studiosi. Secondo te come è possibile accorciare le distanze tra lo specialismo, tipico degli ambienti di ricerca, e un pubblico ampio ed eterogeneo? Detto altrimenti, come possono queste discipline comunicare in modo divulgativo pur rispettandone il loro rigore?

Bisogna ripartire dal concetto stesso di “divulgazione” e dall’etimologia della parola. Divulgare deriva dall’omonimo termine latino e significa diffondere fra il volgo, ovvero: rendere noto a tutti; rendere comune, generale. Quindi, quando si fa divulgazione si deve cercare di rendere generali, comprensibili da tutti, idee e significati che, nella quotidianità, non sempre lo sono. Molto spesso, a volte anche per necessità, le varie discipline – indipendentemente dal fatto che si tratti di materie scientifiche o umanistiche – tendono a sviluppare un proprio linguaggio, un lessico specifico, che permetta agli addetti ai lavori di comprendersi velocemente e senza fraintendimenti. Se portata all’esterno, però, questa stessa modalità di scambio delle informazioni risulta il più delle volte incomprensibile. È questo lo “scoglio” al quale facevo riferimento nel brano citato. Uno scoglio che è possibile superare, a mio avviso, evitando di ricorrere a tecnicismi eccessivi e rendendo accessibili con esempi e terminologie più vicine al vissuto di quel pubblico eterogeneo a cui ci stiamo rivolgendo, i temi che si stanno affrontando. È un equilibrio non semplice da ottenere perché da un lato ci sono le esigenze legate alla comprensione mentre dall’altro c’è la necessità di trasferire le informazioni nella loro integrità e senza banalizzarle. Ottenerlo, sempre dal mio punto di vista, dev’essere l’obiettivo di chiunque si occupi di divulgazione.

«Oggi, uno degli aspetti che lascia maggiormente sconcertati quando ci si avvicina alle logiche della Fisica Quantistica è il carattere di incertezza insisto al loro interno. In un mondo determinista e pragmatico come il nostro, lasciare spazio al dubbio e al non conosciuto sembra inaccettabile». Da questo passaggio penso a come Fisica e Filosofia condividano un comune denominatore che le muove, ovvero il dubbio. La prima muove il dubbio di fronte alla realtà fisica dell’esistenza, la seconda, la filosofia, nasce a partire dal ‘perché’ delle cose e dell’esistenza. Aristotele affermava che la filosofia nasce e si sviluppa a partire dal cosiddetto ‘thauma’, quella meraviglia che si genera di fronte alle cose, ma che è allo stesso tempo torpore, una meraviglia che scuote, che lascia l’uomo mai fermo e passivo, ma lo rende reattivo, generativo. Ritieni che in questo momento storico preciso ci sia ancora posto per questa meraviglia? Se sì, come è possibile riscoprirla?

Nel 1900, quando Max Planck scoprì la quantizzazione dell’energia, molti scienziati – e fra questi, Lord Kelvin – erano certi che la fisica avesse già raggiunto tutti i traguardi possibili e che non ci fosse più nulla di nuovo da scoprire, salvo l’ottenere misure sempre più esatte. Eppure, nella notte fra il 7 e l’8 ottobre di quell’anno, nacque una nuova fisica che avrebbe rivoluzionato per sempre la nostra visione del mondo e della realtà: la Fisica Quantistica. Pensare, in un qualunque campo, che non ci sia più nulla di nuovo da scoprire o da realizzare, significa rinunciare alla meraviglia della conoscenza, intesa non come sapere acquisito ma come anelito a una comprensione del mondo sempre in divenire. Come scrisse Albert Einsten nel 1921 sul diario di una studentessa mentre era in visita al liceo classico “Galvani” di Bologna – la ragazza si chiamava Adriana Enriques ed era figlia del matematico Federigo Enriques –: «Lo studio, e in generale la ricerca della verità e della bellezza, sono un campo nel quale ci è lecito restare bambini per tutta la vita». Ed è proprio con la meraviglia con cui i bambini sanno osservare il mondo che tutti noi dovremmo, dal mio punto di vista, relazionarci coi tanti dubbi che la scienza è capace di suscitare in chi vi si avvicina con umiltà e con passione.

Faynman nel suo discorso per premio Nobel per la Fisica nel 1965 si chiede «come mai si può formulare la stessa teoria – che spiega e prevede accadimenti e risultati sperimentali in un contesto specifico – in tanti modi differenti? Forse perché la natura è semplice». Il fisico Giulio Peruzzi, poi, aggiunge: «il fatto che io possa arrivarci anche da strade diverse, invece, apre nuove possibilità e mi permette una maggiore libertà d’azione e di pensiero». È interessante questo spazio di libertà d’azione e di pensiero di cui si parla, perché non solo diventa un approccio di analisi e studio efficace per qualsiasi questione in oggetto, ma perché permette all’uomo di esercitare la capacità di considerare percorsi alternativi di fronte ad un dato problema. Quanto secondo te la fisica insegna all’uomo che non esiste un’unica via praticabile di fronte ad un problema?

Il secondo capitolo del mio saggio Il mondo secondo la Fisica Quantistica” (Sperling&Kupfer Editore) ha il seguente, provocatorio, titolo: «Due è sempre meglio di uno – Ovvero, perché accontentarsi di un’unica teoria?. In effetti, nel caso della Fisica Quantistica è proprio cosi: quelle che chiamiamo con i nomi di “Meccanica delle Matrici” e di “Meccanica Ondulatoria, per fare un esempio, sono due facce della stessa medaglia e concorrono alla comune definizione della “Meccanica Quantistica». Senza entrare troppo nel dettaglio delle varie teorie, la possibilità di rappresentare la Natura con differenti modalità parimenti valide, può essere ben compresa grazie a una frase di Werner Karl Heisenberg: «La fisica non è una rappresentazione della realtà, ma del nostro modo di pensare a essa». In questo senso, la libertà di pensiero, la ricerca di un punto di vista “altro” e la capacità di immaginare differenti approcci allo stesso problema, sono alcuni dei tratti caratteristici che dovrebbe possedere, secondo me, chiunque decida di approcciarsi senza preconcetti allo studio del mondo che ci circonda.

Sulle questione dell’universalità e della verità della scienza mi torna alla mente il filosofo Karl Popper, il quale, per descrivere il proprio approccio filosofico alla scienza, ha coniato l’espressione razionalismo critico che implica il rifiuto dell’empirismo logico, dell’induttivismo e del verificazionismo. Popper pone al centro la fondamentale asimmetria tra verificazione e falsificazione di una teoria scientifica: infatti, per quanto numerose possano essere, le osservazioni sperimentali a favore di una teoria non possono mai provarla definitivamente e basta anche solo una smentita sperimentale per confutarla. Da singoli casi particolari non si potrà mai ricavare una legge valida sempre e in ogni luogo, proprio perché non possiamo fare esperienza dell’universale. La fisica quantistica cos’ha da dire nei confronti di quanto portato avanti da Popper?

Sui concetti di universalità e di verificazione/falsificazione delle teorie scientifiche, così come proposti da Karl Popper, posso fare direttamente riferimento al pensiero di Stephen Hawking: «Qualsiasi teoria fisica è sempre provvisoria, nel senso che è solo un’ipotesi: una teoria fisica non può cioè mai venire provata. Per quante volte i risultati degli esperimenti siano stati in accordo con una teoria, non si può mai essere sicuri di non ottenere la prossima volta un risultato che la contraddica.» Quella di Stephen Hawking non è solo un’affermazione provocatoria: è la base per una più profonda riflessione sul metodo scientifico e sulla sua applicazione alle nuove frontiere della fisica. Il metodo scientifico – così come definito dal celebre scienziato e filosofo Galileo Galilei nella prima metà del XVII secolo – afferma che in base all’osservazione sperimentale degli eventi è sempre possibile stabilire un principio di causalità, cioè una sequenza di azioni concatenate fra loro in cui una data causa produce uno specifico effetto. Non solo: afferma anche, tramite il principio di riproducibilità, che se tutte le condizioni nelle quali si è verificata la causa rimangono identiche, ciò che si otterrà sarà sempre il medesimo effetto. Com’è possibile, allora, che senza cambiare le condizioni degli esperimenti, Stephen Hawking dichiari che si possano ottenere risultati differenti? E la sua, fra l’altro, non è una posizione isolata. Già Werner Heisenberg, nel 1927, l’aveva espressa e persino Richard Phillips Feynman, nel 1963 tenendo una conferenza presso la University of Washington, aveva concluso che “[dalla parola ‘scienza’] molto rimane escluso, fenomeni per i quali l’approccio sperimentale non funziona, e non è escluso che siano importanti. In un certo senso sono i più importanti”.

Nella terza parte del libro affronti le possibili ricadute degli studi della Fisica Quantistica negli ambiti della biologia e della medicina. Quali interventi e quale scoperte sono state fatte in questo versante?

Gli ultimi tre capitoli de Il mondo secondo la Fisica Quantistica nascono dal tentativo di dare una cornice scientifica basata sulle nostre attuali conoscenze ad alcuni temi scottanti e di attualità che negli ultimi anni sono diventati argomento di discussione anche in contesti molto lontani da quelli della ricerca e dell’università. In particolare, ai temi legati alle applicazioni della Fisica Quantistica nei campi della medicina e delle neuroscienze. Dal mio personale punto di vista, dato che alcune delle ipotesi che ho dovuto esaminare sono attualmente in fase di studio e risultano non condivise da tutti i fisici e dalle altre figure professionali che se ne occupano, ho scelto di ritagliarmi un ruolo super partes di osservatore presentando vari punti di vista differenti, spesso anche in contrapposizione fra loro. Punti di vista, supportati da un’ampia bibliografia – disponibile nelle note – che permettessero a chi legge il volume di farsi un’idea quanto più esauriente e imparziale possibile sui vari argomenti. È stato un lavoro particolarmente complesso, soprattutto nella ricerca delle fonti, che mi ha portato a muovermi su un terreno potenzialmente minato: per questo motivo ho deciso di far parlare il più possibile gli stessi protagonisti delle ricerche, offrendo per ogni elemento trattato differenti visioni; anche critiche o totalmente contrarie.

Con l’intervento del prof. Enrico Fracco, e servendoti degli studi di grandi filosofi come Platone, Immanuel Kant e Severino, evidenzi come ‘quanto è conosciuto, è necessariamente parziale e provvisorio, inclusa la conoscenza scientifica’ e dunque ‘la realtà è necessariamente una creazione congiunta del mondo fisico e mondo della coscienza’. Puoi spiegarci meglio in che rapporto si trovano Fisica Quantistica e coscienza? Che cos’è la Mente Quantica?

In relazione al concetto di ipotesi quantistiche applicate ai processi cognitivi, conviene accennare brevemente a quella più famosa e discussa: la Teoria Orch-Or proposta dal matematico Roger Penrose e Stuart Hameroff. Questa teoria, nata originariamente come Teoria Or nel 1989, viene proposta inizialmente nella forma di un’intuizione non suffragata da evidenze sperimentali. Nel volume La mente nuova dell’imperatore, Roger Penrose suggeriva l’ipotesi che il funzionamento del cervello non fosse guidato da algoritmi logici o formali, appartenenti alla fisica classica, bensì da processi quantistici legati al collasso della funzione d’onda. Contemporaneamente, Penrose proponeva anche la nuova definizione di “riduzione obiettiva” per indicare come il momento del collasso dipendesse da fattori concreti legati al rapporto fra la massa e l’energia degli oggetti coinvolti nel processo. In riferimento alla coscienza, la riduzione obiettiva di Penrose proponeva che la determinazione degli stati che subivano il collasso avvenisse in maniera casuale e fosse influenzata anche dalla geometria dello spazio-tempo. All’iniziale formulazione della teoria – considerata fantasiosa da molti ricercatori – diede un determinante contributo il medico anestesista americano Stuart Hameroff, che propose a Penrose, come probabili siti neurologici attivi nell’elaborazione quantistica, le strutture microtubolari presenti nei neuroni. I microtubuli, infatti, sono una delle componenti strutturali del citoscheletro neuronale, e sono i principali componenti dell’apparato di trasporto neuronale a lunga distanza. Questa loro caratteristica, in base agli studi di Hameroff, li rendeva i candidati ideali per la concretizzazione dell’intuizione di Penrose. Dagli studi congiunti dei due scienziati, nel 1994, venne realizzata la pubblicazione “Ombre della mente” contenente l’attuale definizione della Teoria Orch-Or. In essa, il termine “orchestrato” fa riferimento al fatto che i microtubuli esercitino fra loro un’influenza reciproca e come in un’orchestra ben diretta, risultino contemporaneamente influenzati dalle attività classiche legate alle sinapsi neuronali. La teoria di Penrose e Hameroff è stata confutata – fra gli altri – dal fisico e cosmologo svedese Max Erik Tegmark che ha calcolato il lasso di tempo delle dinamiche rilevanti sia per le normali scariche neuronali sia per il trasporto dei segnali nei microtubuli, scoprendolo più lento del tempo di decoerenza di almeno 10 miliardi di volte. Una differenza enorme che riporterebbe i processi relativi alla coscienza dalla scala quantistica alla scala classica.

Concludiamo, come sempre succede nelle nostre interviste, con la domanda un po’ banale e un po’ difficile: che cos’è per te filosofia? Quanto la filosofia è importante nella tua professione di fisico?

Come affermo ancora nel mio saggio, l’evoluzione della Teoria Quantistica non è solo un processo storico che inizia nei primi anni del XX secolo con la scoperta dei quanti energetici e continua, fra il 1925 e il 1926, con la definizione della Meccanica delle Matrici e della Meccanica Ondulatoria. È soprattutto un radicale progresso del pensiero scientifico che proprio negli anni successivi al 1926 comincia ad assumere, spesso autonomamente, anche contorni filosofici. Con questa affermazione non intendo sostenere la tesi che dal 1927 in poi, tutte le discipline scientifiche abbiano dovuto tenere in particolare conto la filosofia perché è stata formalizzata la Fisica Quantistica e il suo innovativo modo di descrivere la materia. Ciò che sto mettendo in evidenza è che la filosofia e la fisica – che dialogano fra loro dal tempo degli antichi greci e probabilmente ancora da prima – con l’avvento della Fisica Quantistica sono state obbligate a confrontarsi profondamente l’una con l’altra per cercare di definire, assieme, una nuova chiave di lettura della realtà. Questa mia personale posizione non è condivisa da tutti i fisici ma trova i propri presupposti sia nel pensiero dei fondatori della rivoluzione quantistica (Albert Einstein, Niels Bohr, Erwin Schrödinger, Werner Heisenberg e Max Born) sia in quello di altri scienziati come Wolfgang Ernst Pauli, David Bohm, Victor John Stenger e persino Carlo Rubbia. Dal mio personale punto di vista, la filosofia ha un’enorme valenza anche a livello formativo. Sono convinto, infatti, che per la crescita di una comprensione della Natura e dell’Universo risulti assolutamente necessario il confronto sia con l’oggettività della materia sia con le idee – con le ‘elucubrazioni’, come direbbero alcuni colleghi – che tramite quell’oggettività ricercano una comprensione più profonda della realtà.

 

Elena Casagrande

 

[immagine tratta da Il Mattino di Padova]

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Vita, musica e filosofia: intervista a Paola Maugeri

In una soleggiata mattina d’inverno, con il suo penultimo libro Rock and resilienza (Mondadori 2017) sul comodino, telefono a Paola Maugeri per mettere in luce la filosofia di questo binomio. Probabilmente nessuno meglio di lei, che è giornalista, cantante, esperta musicale e “essere umano di professione”, può raccontare queste storie. Magari molti di voi le ascoltano già ogni mattina dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 11 nel suo programma su Virgin Radio Paola is virgin, o magari seguite il suo podcast PM’s confidential. Nella prima parte di questa intervista, che potete leggere nella nostra rivista La chiave di Sophia N. 11 – Vivere il dolore, ci siamo addentrate molto in queste storie, da Bono Vox a Patty Smith fino a John Lennon, proprio per indagare la radice rock del termine resilienza, che Paola definisce «un invito a trasformare le battute d’arresto in trampolini di lancio, in una serie di possibilità».

Qui prosegue la nostra chiacchierata, interrotta di tanto in tanto dall’irruenza del suo cagnolino di nome Tofu. Cosa che mi permette di spostare la nostra conversazione su altre tematiche.

 

Ho sempre seguito con ammirazione il tuo attivismo nei confronti dell’ambiente e degli animali. Da 22 anni hai scelto uno stile di vita vegano, e tempo fa hai deciso di trascorrere un anno della tua vita a impatto zero; da molto proponi uno stile di vita consapevole e attento alle tematiche ecologiche e animaliste. Al di là delle motivazioni che concernono il benessere e la dignità animale, sembrerebbe stia via via cadendo il grande tabù sul consumo di carne e derivati, che viene sempre più spesso presentato per quello che è, ovvero il principale problema ambientale del nostro pianeta. Come si possono avvicinare al meglio le persone a questi temi?

Noi stessi vegani siamo il limite alla diffusione di questo stile di vita perché laddove non portiamo inclusione, accoglienza, braccia aperte e sorrisi, invitiamo le persone ad allontanarsi. Mi dispiace moltissimo che ci sia una frangia estremista nel gruppo perché solo mio figlio e pochi altri bambini sono vegani di prima generazione e quindi sono cresciuti così, ma tutti noi che siamo adulti no, siamo cresciuti a carne e polpette. È evidente quindi che ci vuole del tempo per arrivare a una certa consapevolezza, come è successo a me, a te, e a tutti noi altri. Se le persone a questa consapevolezza non ci sono arrivate di certo non ci arrivano con gli insulti: l’essere umano cambia nel momento in cui si sente accolto. Noi dobbiamo diventare un esempio piacevole perché facciamo la nostra scelta con amore: solo così possiamo indurre gli altri ad avvicinarsi e a chiedere. Mi dispiace se questa gentilezza che usiamo nei confronti del pianeta e degli animali poi non la usiamo nei confronti del nostro prossimo: sarebbe una grandissima contraddizione in termini. Con la nostra gentilezza e bellezza, intesa come stato d’animo, possiamo essere l’esempio migliore: se sto bene fisicamente, se il mio pensiero è acuto, se le mie riflessioni sono intelligenti, se ho un aspetto sereno… tutte queste sono forme di pubblicità indirette che però funzionano maggiormente, perché tutti abbiamo voglia di stare bene ed essere felici. Senza dimenticare che il nostro amore per gli animali si riflette anche nell’amore per gli animali umani costretti a fare un lavoro riprorevole come quello dentro i macelli. In America sono proprio gli ultimi, quelli senza permessi di soggiorno, quelli che non hanno altra scelta se si trovano a fare un lavoro del genere, che ha anche pesanti ricadute a livello psicologico.

 

C’è questa bellissima frase attribuita a Gandhi: «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo». Cerco di ricordarmela sempre per essere io più gentile quando mi accorgo di pretendere la gentilezza dagli altri – e non perché la voglio per me, questa gentilezza, ma nei confronti del prossimo, animale, animale umano o vegetale che sia. E a proposito di Gandhi, oggi ti troviamo qui di ritorno da un viaggio in India per girare un documentario sul buddhismo tibetano. Dal 1997 infatti sei praticante buddhista, per cui ti chiedo: che cosa hai trovato in questa religione-filosofia che sentivi mancare nella tua educazione e nel tuo modo di pensare e di vivere?

Nel momento in cui sentiamo una mancanza ne andiamo alla ricerca. Io sono buddhista dal 1997, lo confermo, e sono molto soddisfatta di questa mia scelta: continua a darmi tanto, continuo a capire tanto… la sento affine a me. Ciò di cui ero alla ricerca non era di una religione ma della religiosità, che sono cose diverse: non ho bisogno di dogmi ma di cura, gentilezza, attenzione, tensione all’essere umano. Più che altro ho bisogno di esperienze, di esempi, e l’esperienza di vita del Buddha per esempio la trovo interessante, l’ho sentito vicino a me. Ha un sorriso accogliente, che deriva da uno stato contemplativo come il silenzio… sono insegnamenti preziosi. Sono certa che gli insegnamenti di Gesù siano esattamente tanto rivoluzionari come quelli del Buddha, ma per una serie di circostanze nella mia vita quelli non li ho approfonditi. Mi piace la gentilezza e la tranquillità dei monaci buddhisti, il loro sorriso.

 

Dal momento che mi parli di religiosità, una cosa che abbiamo rilevato noi con il nostro progetto de La chiave di Sophia (con la rivista online, con le nostre ricerche per i numeri cartacei, con gli eventi che facciamo sul territorio) è che in realtà, contrariamente a quanto possa sembrare, c’è una certa fame di profondità, di ricerca di senso. Credi che ci sia speranza o siamo condannati a sprofondare sempre di più nel superficiale?

Purtroppo siamo tutti vittime della banalità, della superficialità e di tanti luoghi comuni che non fanno che rinchiudere e restringere piuttosto che aprire e fare espandere. È un problema che ha per esempio il rock, il quale, esattamente come la filosofia e molti altri significati nella nostra vita, si è lasciato imprigionare da questo trinomio sesso droga e rock’n’roll e quindi il rock è la musica del diavolo, degli sballati o di quelli vestiti di nero, proprio come la filosofia è una cosa pallosa e vecchia che non c’entra più niente con la quotidianità. Se si va a conoscere la storia dei grandi musicisti rock, come cerco di fare io, si scoprono persone che hanno veramente cercato un modo di stare al mondo esprimendosi con la musica. L’invito è semplicemente quello di non guardare le cose con la costante superficialità che ormai contraddistingue il nostro tempo, per cui a me piace dire “In un mondo superficiale voglio essere la discepola della profondità”: tutto ciò che è profondità o studio o approfondimento è la mia passione e lo sarà sempre di più. Anche perché mio padre mi ha insegnato che abbiamo due orecchie e una bocca, che è una parte fondamentale di Rock And Resilienza e anche dello spettacolo teatrale.

 

Concludiamo con una domanda che poniamo sempre ai nostri intervistati: che cos’è per te la filosofia?

Come recita Lou Marinoff, autore di Platone è meglio del Prozac, probabilmente nella vita avrei voluto fare la filosofa, perché pur non avendo studiato filosofia sono appassionata dell’essere umano. Lo studio dell’essere umano e di come funziona, pensa, esiste, lo trovo talmente: se la filosofia avvicina a questo penso che tutti dovremmo essere dei filosofi. Però per me anche vivere con attenzione, con cura, in maniera salda e morale fa di te un filosofo, perché se ami la sapienza ami l’attenzione, non il pressappochismo. O forse ami anche il pressappochismo perché l’essere umano sa essere alto e basso, intelligente e banale… in fondo anche per questo amo l’India perché è un posto che può essere bestiale (ed è un termine non approssimativo), ma anche estremamente saggio.

 

Giorgia Favero

 

[Immagine tratta da Facebook]

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La comunicazione che cambia e con essa i concetti: due parole con Giulio Azzolini

Partendo della sua pubblicazione La metamorfosi delle oligarchie nell’era globale (Laterza 2017), Giulio Azzolini, professore di filosofia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ci invita a riflettere su temi di carattere storico-politico molto rilevanti nella nostra epoca. Con un occhio di riguardo al fenomeno della globalizzazione, nonché del mutamento nella prassi comunicativa, Azzolini cerca di indagare la genealogia di concetti come élite, oligarchia, leadership, opinione pubblica e democrazia rappresentativa.

Il Professore nel corso dei suoi lunghi studi si è focalizzato soprattutto sulla teoria del sistema mondo, che cercherà nell’intervista di approfondire; sul pensiero politico italiano tra il XIX e XX secolo; sulla globalizzazione e sulla democrazia nel XX secolo. Nulla di più semplice e per questo di alto interesse, considerando la crisi che negli ultimi anni ha investito le maggiori democrazie e i loro sistemi di rappresentanza.

 

Nella sua opera Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell’età globale lei sostiene come negli ultimi anni nel dibattito politico contemporaneo si faccia sempre più confusione nel determinare la classe dirigente. La politica, come l’opinione pubblica, confondono i termini categoriali, banalizzando la funzione che esse svolgono. Per quali motivi si è arrivati a questo punto?

Certo non si può pretendere dalla comunicazione di massa il rigore dell’accademia. Ma spesso sono gli stessi studiosi a non andare per il sottile quando si tratta di nominare il potere, impiegando come sinonimi termini che invece dovrebbero tenersi distinti, come ad esempio classe dirigente ed élite. Tuttavia, se oggi il grado di confusione terminologica è cresciuto, a mio avviso, ciò dipende anche dall’effettiva metamorfosi delle realtà di potere che quelle categorie intendevano descrivere.

Riprendendo il discorso dell’ex amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne, in occasione del conferimento della Laurea magistrale honoris causa in Ingegneria gestionale conferita dal Politecnico di Torino nel 2007, Marchionne disse «La realtà di oggi richiede che il concetto di leadership venga ricalibrato. La leadership non è solo questione di processi e di misure; la leadership è una vocazione nobile che arricchisce la vita delle persone. E quello che molti trascurano è che la leadership è privilegio. Le organizzazioni create negli ultimi duecento anni sono state il prodotto di questo: senza regole le persone reagiscono in modo irresponsabile e il miglior metodo di organizzare è ideare semplici lavori in meccanismi complessi. La prima distrugge la fiducia, la seconda ruba la percezione personale. Ciò non è leadership e la percentuale che il futuro sia come il passato è nulla». In riferimento ai suoi studi sulla teoria dell’élite possiamo ritenere questo discorso affidabile?

Il sostantivo leadership deriva dal verbo inglese to lead, che significa guidare. Che alcuni guidino e altri siano guidati è un fatto e, come tale, non va né esaltato né demonizzato. Max Weber, nelle prime pagine del suo saggio su La politica come professione (1919), definisce la politica proprio come «attività direttiva autonoma». Io ho l’impressione che, anche per effetto dei processi di globalizzazione, le leadership politiche attuali risultino sempre più fragili. Sono aumentati coloro che aspirano a guidare, e d’altra parte si è fortemente ridotta la disponibilità a essere guidati.

Ritornando al suo saggio, lei rapporta élite e globalizzazione. Ne parla come due fattori interconnessi, affinché l’uno senza l’altro possano avere possibilità di sopravvivenza pari a zero. La differenza è che l’élite c’è sempre stata, mentre la logica globale è un fenomeno recente quanto destabilizzante. Come è possibile metterle in condizione di una comunicazione e interscambio efficiente, sapendo del ruolo decisivo e avverso allo stesso tempo dell’opinione pubblica?

In un certo senso, dai tempi di Cristoforo Colombo in avanti, la modernità è fin dall’inizio una storia di globalizzazione. Io ho cercato di comprendere come la globalizzazione degli ultimi quarant’anni abbia trasformato le oligarchie. Ho concluso che l’idea di classe dirigente non indica più l’identità collettiva di oligarchie pubbliche e private. Quanto al concetto di élite, ben consapevole che la mia è una difesa delle cause perse, ritengo che quel concetto, se riscoperto come indicatore di una vocazione a migliorare la qualità della rappresentanza, rimane necessario, ancorché naturalmente non sufficiente, per pensare la politica contemporanea in un’ottica democratica e realistica.

Professore, i suoi studi comprendono principalmente il pensiero politico italiano tra il XIX e XX secolo, teorie della globalizzazione, riflessioni critiche contemporanee e l’analisi dei sistemi-mondo. Quest’ultima ha attirato la nostra attenzione. Lei la definisce più che una analisi dei sistemi-mondo, «approccio dei sistemi-mondo». Ci vuole dire qualcosa in più sull’argomento?

L’analisi dei sistemi-mondo non è una dottrina univoca. I suoi principali interpreti – Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi, Ander Gunder Frank – condividono però un approccio di fondo: guardano alle dinamiche dell’economia-mondo capitalistica in relazione alle logiche di un sistema sociale funzionalmente gerarchizzato. Il risultato, a mio parere, è una delle più penetranti letture della modernità offerte dalle recenti teorie di ispirazione marxista.

Parlando invece di democrazia, è innegabile che negli ultimi anni l’intero sistema democratico rappresentativo, che tanto ha dato all’Europa e al mondo, sia entrato in crisi. Molti intellettuali e politici di diversa estrazione hanno cercato di individuarne le cause e i prossimi effetti. Lei che idea si è fatto di questo? Ritiene che una delle cause principali possa essere identificata nella crisi finanziaria e successivamente economica del 2008?

La cosiddetta crisi della democrazia rappresentativa assume forme diverse a seconda dei tempi e dei paesi: a volte il populismo, altre il sovranismo, altre ancora regimi schiettamente illiberali. In generale si può dire che, in Europa, essa derivi da una complessa molteplicità di fattori, tra i quali: l’aumento delle disuguaglianze; la crescita non governata dei flussi migratori; l’invecchiamento della popolazione; l’irruzione di Internet; la progressiva burocratizzazione e oligarchizzazione dei partiti politici e in generale degli corpi di rappresentanza; il declino delle culture politiche tradizionali; lo scivolamento del potere decisionale dall’arena nazionale a organismi sovranazionali, recepiti come distanti e opachi.

Anche Platone affrontò il tema della democrazia nella sua opera politica principale La Repubblica, usando parole molto dure e considerandola una forma degenerata della politica. Si oppose là dove nacque – nella polis – definendola «quando i poveri, usciti vincitori del conflitto, uccidono alcuni degli avversari, altri ne esiliano, e a chi resta distribuiscono in modo egualitario l’accesso della cittadinanza e alle cariche di potere; queste sono per lo più assegnate per sorteggio». È realmente così?

La storia della democrazia è lunga e complicata. Nell’Atene classica, il termine indica per lo più il potere immediato, violento, esercitato dalla massa rancorosa dei non abbienti. Non bisogna quindi dimenticare come per secoli la democrazia sia stata considerata la forma di governo peggiore. Nell’epoca moderna la democrazia diventa rappresentativa e conosce un progressivo allargamento del suffragio elettorale. Oggi, dopo la crisi dei socialismi, dei comunismi, dei liberalismi, la democrazia indica un valore quasi universalmente riconosciuto, malgrado troppo spesso calpestato nei fatti.

Hannah Arendt sostiene che l’agire è la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini, e corrisponde alla condizione umana della pluralità, «al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo»; la pluralità è la condizione preliminare di ogni vita politica ed è «il presupposto dell’azione umana perché noi siamo tutti uguali, cioè umani, ma in modo tale che nessuno è mai identico ad alcun altro che visse, vive o vivrà». Quindi possiamo dire che l’azione politica è l’attività specificamente umana, il luogo dell’esistenza autentica dove all’uomo è dato di realizzarsi come uomo e che scaturisce dalla libertà come potere di intraprendere qualcosa di nuovo. Ritiene che tale visione possa essere oggi recuperata?

La politica ha certamente a che fare con la pluralità e con la capacità di innovazione, ed entrambi questi aspetti sono importanti per intendere l’esperienza umana. Ma non bisogna scordare che la politica implica insieme il conflitto per il potere, la ricerca dell’utile e della gloria, la paura dell’avversario, dinamiche di potenza e corruzione. Arendt presenta una visione a tratti edulcorata, oltre che destoricizzata.

Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta, il motore di ogni nostra azione e quindi di ogni professione, essendo riflessione e ricerca di senso. Che cos’è per lei Filosofia?

Da parte mia, cerco per lo più di affrontare, con metodo storico-critico, questioni che riguardano sia l’orientamento della prassi sia la comprensione della realtà.

 

Simone Pederzolli

 

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Filosofia del camminare (a piedi nudi). Intervista ad Andrea Bianchi

Con la sua filosofia della camminata a piedi nudi nella natura, Andrea Bianchi è diventato oggi il punto di riferimento del barefoot hiking in Italia e infatti conduce workshop di camminata scalza un po’ ovunque, dalle Dolomiti alla Via Francigena. Nel 2017 ha dato vita alla prima scuola italiana di barefoot hiking, Il silenzio dei passi, con cui propone il cammino a piedi nudi come una pratica di benessere psicofisico accessibile a tutti, per riconnettersi alle energie della Terra ma anche per imparare a diventare interiormente leggeri e silenziosi. Studia e pratica lo yoga da più di vent’anni, e quando indossa le scarpe è ingegnere e consulente di comunicazione, giornalista, fondatore ed editore del magazine online MountainBlog, uno dei più seguiti siti web sul mondo della montagna e degli sportoutdoor.
Lo abbiamo incontrato in occasione del TEDx della città di Mestre lo scorso 28 settembre e abbiamo proprio dovuto chiedergli di condividere con noi alcune riflessioni sulla natura, sul senso profondo del camminare, sul rapporto con il corpo e sulla filosofia. È una persona estremamente energica ed entusiasta, di una purezza e profondità rara, per cui la nostra è stata davvero una bella chiacchierata.
Buona lettura!

 

Nella storia del pensiero sono molti gli esempi di pensatori che furono legati al camminare: Aristotele insegnava camminando sotto i portici del Liceo e i suoi allievi si chiamavano peripatetici, dal greco peripatein (passeggiare), proprio per questo. I sofisti invece si spostavano a piedi di città in città per insegnare la retorica. Socrate amava camminare e dialogare e gli stoici discutevano di filosofia passeggiando sotto la Stoa, i portici di Atene. Per poi arrivare a Rosseau, Nietzsche, Proust… Da allora camminare è diventato un atto rivoluzionario, quasi eversivo. Quale legame esiste per te tra pensiero e l’atto del camminare?

Per me il cammino – e in particolare il cammino consapevole a piedi nudi, su terreno naturale – è innanzitutto un atto che favorisce l’affievolirsi del flusso caotico e incalzante di quella successione di pensieri e di voci mentali che, nel quotidiano, definiamo “pensare”, ma che in realtà non è che una sequenza di reazioni meccaniche agli stimoli delle forze e delle varie influenze esterne.
Entrando, un passo scalzo dopo l’altro, nella presenza della percezione, entro in un flusso di tutt’altra qualità, in cui il mio intero essere diventa l’atto del camminare, pienamente integrato con il sentiero che percorro, il suo terreno, l’ambiente di cui esso stesso è parte.
In questo stato d’essere, posso dire di “non pensare”, di essere solo cammino, respiro, passi, vento, freddo o calore, silenzio. È allora che si apre nella mente quello spazio in cui tutto è possibile, in cui l’ascolto del mio essere viene facile e spontaneo: in quello spazio nascono idee, forme, parole. In quello spazio posso realmente decidere di prendere una direzione – nella mente come lungo il sentiero che sto percorrendo – e di seguirla per vedere dove conduce. Il pensiero, in tal senso, si fa fisico – corporeo – ed immateriale allo stesso tempo.

 

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Il camminare frequentemente viene associato alla libertà, libertà nella scoperta del proprio corpo e del contatto con la natura, libertà nello scoprire se stessi e il proprio essere. Nel tuo libro Il silenzio dei passi (Ediciclo) scrivi che «camminare allora diventa un atto sempre più essenziale, dal quale uno ad uno si toglie ogni gesto, ogni spinta, ogni pensiero superfluo, purificando il movimento fino a renderlo inconsistente eppure elastico, definito eppure impercettibile allo stesso tempo». Perché ritieni che il camminare, e nello specifico il camminare a piedi scalzi, aiuti l’uomo nella scoperta di questa dimensione interiore che gli è propria?

Principalmente proprio perché camminare a piedi nudi ci aiuta a togliere ciò che non è necessario: le scarpe innanzitutto, che prima di essere un “abito” materiale sono un abito mentale, un’”idea” – un “guscio concettuale” – senza la quale non riteniamo di poter percorrere la nostra strada. Invece (re)imparare a camminare scalzi ci fa (ri)scoprire la nostra essenza, che è proprio quella di un camminatore che si affida totalmente alla sua forza fisica e mentale, alla sua sensazione di equilibrio e alle sue percezioni, alla sua capacità di vedere il sentiero formarsi davanti a lui un passo dopo l’altro. Questa dimensione interiore ci appartiene fin dall’alba della nostra storia di specie umana: siamo nati camminatori e per milioni di anni non abbiamo mai smesso di camminare. Camminare è una delle nostre dimensioni biologiche e cognitive principali. Per camminare, e per conoscere attraverso il camminare, non abbiamo bisogno che di noi stessi; tutto il resto è superfluo.

 

Da ormai molti anni ti sei impegnato nello studio e ricerca della camminata a piedi nudi, sia dal punto di vista della meccanica della camminata e della sensorialità, sia dal punto di vista dell’esperienza interiore e di scoperta di se stessi. Nel tuo ultimo lavoro Con la Terra sotto i piedi (Mondadori) il cammino scalzo diventa veicolo per parlare di ecologia, del rapporto Uomo-Natura e di spiritualità. Perché è necessario e urgente recuperare un certo rapporto con la Natura?

Essenzialmente perché noi siamo Natura: nella Natura, per milioni di anni, ci siamo evoluti, ed ancora oggi – nonostante il fatto che grazie alla tecnologia riusciamo ad estendere oltre ogni immaginazione i nostri limiti – la nostra vita è parte di questa evoluzione. Siamo parte di un sistema di relazioni viventi che costituisce la biosfera del pianeta che ci ospita: la nostra vita è intimamente connessa a quella della Terra, e non possiamo permetterci di perdere la consapevolezza di questa connessione, pena la sopravvivenza della nostra specie, oltre che di quella di milioni di altre specie viventi!

 

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Essere a piedi nudi nella natura non significa solo aver tolto quella separazione che esiste tra il nostro corpo, coperto dalle scarpe, e il terreno che stiamo percorrendo, ma significa anche ritornare alle radici, ritornare ad un contatto e un dialogo con la natura sincero, intimo, nel quale possiamo vedere, sentire e conoscere in modo profondo. Nel tuo intervento al TEDx Mestre lo scorso 28 settembre hai messo al centro proprio questi aspetti, che diventano occasioni di risveglio per l’Uomo, perché è la natura il luogo da cui proveniamo e in cui abbiamo le nostre radici. Secondo te come può l’uomo allora risvegliarsi e recuperare quella capacità di vedere e conoscere che sta smarrendo?

Credo che il risveglio debba passare attraverso un recupero della nostra relazione empatica con la Natura: non è con la sola comprensione razionale dei fenomeni, che potremo risolvere i grandi problemi e le sfide del nostro tempo, ma con il recupero delle emozioni, perché – come ho detto infatti al TEDx – non potremo salvare nulla se prima non lo amiamo. Per fare un esempio concreto: se percorro a piedi nudi un sentiero nel bosco – aprendomi alle emozioni che derivano da questo contatto intimo con il terreno, con l’umido o il secco delle foglie, percependo sotto la pianta del piede l’avanzare delle stagioni – quel bosco diventerà anche un po’ parte del mio essere, ne percepirò l’interdipendenza che lega la mia esistenza alla sua, e non potrò rimanere indifferente nel vederlo bruciare.

 

Nei tuoi workshop ma anche nei tuoi libri “sfidi” (è il caso di dirlo) le persone a compiere con i piedi gesti che riusciamo a compiere in modo immediato con le mani. In questa nostra difficoltà meccanica ad eseguire semplici movimenti (come ad esempio sollevare solo l’alluce e tenere le altre dita ancorate a terra) ci rendiamo conto di quanto un cambio di prospettiva possa influire sulla nostra visione del mondo. Anche tu intravvedi una sorta di metafora nella nostra incapacità di utilizzare le dita dei piedi?

È una metafora, sì, ma anche una piccola ma concreta dimostrazione di come il nostro attuale modo di vivere urbanizzato, separati dalla Natura e chiusi dentro i nostri gusci – le nostre case, i nostri uffici, le nostre auto, le nostre “scarpe mentali” – ci stia facendo perdere facoltà innate acquisite nel corso di milioni di anni di evoluzione. Dalle più recenti scoperte delle neuroscienze conosciamo oggi la plasticità del cervello, la sua capacità cioè di modificare la propria struttura a seguito di stimoli esterni e dello sviluppo dell’individuo. È grazie a questa capacità che possiamo crescere e svilupparci, ma vale anche il contrario: le dita di un piede che non sa più – o non ha mai saputo fin dai primi anni di vita dell’individuo – cosa significa essere libero di muoversi secondo il massimo del suo potenziale, si atrofizzano, perdono la loro funzionalità, fino a non rispondere più a semplici comandi neuro sensoriali. Ma le dita dei nostri piedi sono la punta di un iceberg: sotto la superficie di una vita che riteniamo di conoscere e poter controllare in ogni aspetto, si nasconde una perdita crescente di consapevolezza del “sistema Uomo” e della sua relazione con l’Universo.

 

Il camminare molto spesso è un elogio alla lentezza come dimensione dello spirito, il mettere un piede davanti all’altro per compiere un percorso non necessariamente include un “fine” specifico, perché la bellezza del camminare risiede nell’atto stesso e nel modo in cui corpo e anima dialogano in una dimensione del tutto diversa dal quotidiano a cui siamo abituati. Tu affermi che «un sentiero non è mai obbligato, lo si può percorrere non in un solo modo ma secondo tante vie diverse, linee persone che rispondono ad altrettanti modi di interpretarlo e farlo proprio». Come si può essere educati a questi esercizi dell’anima?

Questo genere di educazione – come del resto ogni educazione – non può che formarsi attraverso l’esperienza: per imparare a camminare scalzi su un sentiero di montagna – o di bosco, o di campagna – non c’è che da togliersi le scarpe e provare, un passo alla volta, all’inizio magari solo per pochi minuti, poi gradualmente più a lungo, con sempre maggiore consapevolezza dell’appoggio del piede, della sua meccanica, prima di poter infine apprezzare l’analogia del cammino con i percorsi della vita. Nessuno può sostituirsi a noi nella scoperta e nell’esercizio di queste facoltà, ma può essere utile camminare con qualcuno che è più avanti nella ricerca, che può darci consigli tecnici e soprattutto un esempio. La scuola di cammino a piedi nudi in Natura Il silenzio dei passi, che ho fondato nel 2017, nasce con questo intento: riavvicinare le persone alla Terra per riavvicinarle a se stesse.

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Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta e il motore di ogni nostra azione e anche di ogni professione, perché è riflessione e ricerca di senso. Nella tua persona e nella tua ricerca ritieni che la filosofia abbia un ruolo importante? Che cos’è per te la filosofia?

Come ho detto al TEDx, credo che la filosofia sia nata milioni di anni fa, quando i primi ominidi scesero dagli alberi, e conquistando la posizione eretta consentirono allo sguardo di spaziare verso l’orizzonte, ponendosi una méta, domandandosi cosa ci fosse oltre la linea del visibile, dando una direzione alla loro ricerca. Per me la filosofia è questo, è tentare di rispondere alle domande che infiniti orizzonti ci pongono, lasciarsi guidare da esse nella scoperta di noi stessi, accettando che dietro ogni orizzonte ne troveremo sempre un altro. Per questo, una delle dediche che lascio più spesso alle persone nei miei libri è che i loro orizzonti siano ricchi di significato!

 

Grazie Andrea per questa chiacchierata.

 

Elena Casagrande

[immagini concesse da Andrea Bianchi]

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