La miopia umanista: Marchesini e il mito di Epimeteo

Etologo, antropologo e filosofo, Roberto Marchesini si inserisce nel filone del pensiero post-umanista in una maniera particolare: la sua ricerca e la sua riflessione s’improntano anzitutto sul rapporto che vige tra l’essere umano e l’animale e sulle caratteristiche del legame millenario che sussiste tra questi due mondi apparentemente distinti.

Tale è la ricerca principale della cosiddetta zooantropologia, una disciplina piuttosto recente dai numerosi risvolti: epistemologici, ontologici, etici, ecologici, e anche terapeutici, quando si va ad indagare l’efficacia della pet therapy. Nel caso della questione ontologica, la zooantropologia cerca di scardinare le geografie antropocentriche per integrare ad esse visioni ecologiche molto più ampie. Intende cioè riconoscere l’importanza ontica delle specie animali e riposizionare la creatura umana all’interno della biosfera naturale col fine speranzoso di renderla più consapevole della sua dipendenza da essa.

L’assunto della zooantropologia – e di Marchesini in generale, ma anche di numerosi altri filosofi (Derrida, per esempio) – è che l’animale non esiste. Si tratta infatti di una categoria vaghissima che omologa differenze innumerevoli per racchiudere il diverso non-umano in un’unica sfera. Come qualificare infatti l’animale? Qualsiasi attributo si conferisca a questa parola viene presto smontato quando si considerano le caratteristiche intrinseche delle singole specie. Se l’animale è, ad esempio, la creatura che non inventa, come mai alcune specie dimostrano invece di essere perfettamente capaci di inventare strategie, maniere e soluzioni? E se l’essere umano è la creatura che inventa, come mai esistono individui umani che non inventano nulla?

Questa categorizzazione arbitraria ha origini antichissime, che risalgono, nelle indicazioni di Marchesini, al mito di Prometeo. Il fuoco che egli donò all’umanità funzionò da «risarcimento»1 all’errore del fratello Epimeteo, il quale aveva precedentemente distribuito agli animali tutti gli attributi ferini come zanne, artigli e pellicce, dimenticandosi dell’uomo. Il fuoco (e più in generale la tecnica) diventa allora la sua occasione di riscatto, e la cultura, che si genera col fuoco e con la tecnica, diventa la sua «seconda natura»2, opposta alla condizione selvatica in cui l’uomo soffriva la nudità.

La carenza originaria da cui l’uomo si è sollevato genera il mito dell’uomo-essere-incompleto, eroico e tragico insieme, amato e negletto da Dio allo stesso tempo. Ma in virtù di questa ambivalenza l’essere umano è un essere libero, perché capace di cose che nessun’altra creatura sa fare, come il pensare, il sentire, il desiderare. L’uomo sa emanciparsi dai suoi vincoli organici perché originariamente spaesato, al contrario degli “animali” che sono invece schiavi dei loro impulsi. Pertanto è padrone del suo destino e artefice della sua condizione.

Questa idea ha conosciuto una grande fortuna lungo la storia. Si tratta di un antropocentrismo che assolutizza l’uomo e ne fa origine, percorso e fine della riflessione. Non considera però che l’uomo – e qui sta il perno della discussione di Marchesini – è divenuto quello che è anche grazie al dialogo col diverso non-umano. L’essere umano si è dimenticato di non essere solo; si è dimenticato che la sua evoluzione è stata una co-evoluzione.

Come si spiega questa dimenticanza? La causa risiede nella tecnica stessa. Essa non pareggia una carenza intrinseca dell’essere umano ma la crea. Dal momento in cui la mano usa lo strumento, e vede che i risultati sono più ottimali di quando non lo usava, setta un nuovo standard performativo. L’uomo non ha domesticato il lupo per ottenere servigi di cui sentiva il bisogno, ma è stata la collaborazione col lupo nel tempo a far sorgere quei bisogni3. Più l’uomo cerca di completarsi, più si sente incompleto.

La carenza originaria è dunque in realtà un prodotto culturale: noi siamo animali ultra-completi, perfettamente accolti nella biosfera e specializzati per viverla. L’idea che oppone cultura e natura è sorta quando una cultura era già sufficientemente affermata.

Ma anche lo stupore di esserci, io credo, ha generato il sentimento di incompletezza. Se l’uomo parla di sé lo fa per lenire una ferita ontologica. Se ha denigrato le altre creature, lo ha fatto perché esse sembrano incapaci di penare per la stessa ferita. Tecnica e ferita si compenetrano nel generare un circolo vizioso. Resta allora da fare un auspicio: che esse aprano il cerchio e dialoghino con quel che ne è rimasto fuori.

 

Leonardo Albano

 

NOTE:
1 R. Marchesini, Epifania animale, pp. 17-30, 40-51
2 Ivi, pp. 56
3 Ivi, pp. 27-28  

[Photo credit David Klein su unsplash.com]

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Sei cappelli per pensare: la proposta di Edward de Bono

Nel suo libro Sei cappelli per pensare lo scrittore Edward De Bono non denigra, ma mette in crisi l’indagine dialettica, uno dei principali metodi di cui il pensiero occidentale si avvale per affrontare una questione. «Con la discussione», afferma l’autore, «si perde molto tempo e l’argomento non viene analizzato esaurientemente perché ognuna delle parti è interessata solo alla difesa della propria posizione. Il metodo dialettico produce una riflessione sterile che non lascia spazio alla creatività e alle nuove idee» (E. de Bono, Sei cappelli per pensare, 2013).
Non a caso la proposta di De Bono viene anche definita “pensiero laterale”, uno sguardo prospettico che lascia la strada principale per osservare il corteo da una via secondaria.
L’immagine del cappello rimanda poi al gioco. L’Io deve divertirsi a indossare abiti nuovi, a guardare le cose dall’alto come fanno i funamboli, camminando su fili sottili e mai sicuri.

Ma in cosa consiste questo metodo? Come si indossano i sei cappelli?
Quando si affronta una questione o si vuole trovare una soluzione a un problema, è inevitabile che ognuno abbia il suo modo di pensare. In genere c’è chi è ottimista e vede soluzioni ovunque, chi preferisce non rischiare e chi, magari, aspetta sempre di sentire il parere altrui.
Ebbene, con il metodo dei sei cappelli, ognuno deve rinunciare al proprio Iomandarlo in vacanza», afferma  l’autore), alle solite modalità di approccio e sperimentarne di nuove.
Il cappello bianco rappresenta l’obiettività, ti fa vedere i fatti così come stanno, senza giudizi né riflessioni. È l’analisi dei dati, di ciò che è sotto gli occhi di tutti. Indossare questo cappello significa sforzarsi di vedere la realtà come si presenta, senza particolari interpretazioni.
Se si indossa il cappello rosso, invece, si vuole dare voce a emozioni e sentimenti. Frasi come: «Non chiedermi perché. Questa faccenda non mi convince. Puzza», non forniscono verità, ma permettono di rendere manifesti sentori che influenzerebbero in modo occulto qualsiasi decisione.
Il cappello nero ci offre il punto di vista pessimistico, quello giallo l’atteggiamento congetturale-positivo. Poi c’è il cappello verde da indossare quando si ha bisogno di un cambiamento: «Lei ha illustrato i metodi tradizionali per affrontare il problema. Ci torneremo sopra. Ma prima facciamo dieci minuti di pensiero col cappello verde per vedere se riusciamo a trovare un metodo nuovo» (ivi).
Infine il cappello blu, che ha il colore del cielo. Esso ci porta in alto e ci permette di guardare l’insieme, di mettere a fuoco la questione osservandola nella sua interezza. Spesso questo occhio aiuta  a riunire i singoli sguardi, quelli dei diversi cappelli indossati.

Da un punto di vista operativo, le potenzialità di questo metodo sono evidenti; ma io trovo che siano i risvolti psicologici a risultare ancora più interessanti.
Spesso in una discussione una buona parte dei partecipanti fatica a esprimere le proprie idee per paura del giudizio altrui. Ebbene, «la parte concede libertà», scrive l’autore; «Può essere difficile vedersi scemi, dalla parte del torto o messi nel sacco. Ma dato un ruolo ben definito possiamo godere della nostra abilità nel recitare tutte queste parti, senza che il nostro Io ne risulti danneggiato» (ivi).

Immaginiamo di trovarci a scuola e che l’insegnante entri in classe proponendo ai suoi alunni la seguente questione: “È risaputo che in Italia si legge poco. Secondo voi quali sono i motivi di questa carenza?” Ovviamente i ragazzi diligenti e impegnati tenderanno a difendere l’importanza della lettura, magari elencando gli ultimi libri letti e sapranno argomentare con abilità. Chi non ama leggere cercherà di non esporsi più di tanto e chi è in seria difficoltà se ne starà in silenzio ad ascoltare.
Diverso sarebbe entrare in classe e dire: “Ragazzi, si sa che in Italia si legge poco. Cosa ne dite se proviamo a comprendere insieme i motivi di questo rifiuto? Per farlo, fingeremo di indossare una serie di cappelli che rappresentano altrettanti punti di vista. Dovremo sforzarci di entrare di volta in volta nella parte, analizzando la questione da diverse angolazioni, in modo da vederla nella sua interezza”.
Lo stesso può avvenire in una riunione aziendale, in palestra o in ufficio: il luogo non ha molta importanza. Quello che conta è l’approccio, la disponibilità a guardare un po’ più in là, a esplorare nuovi territori dove spesso si nasconde l’idea giusta.

 

Erica Pradal

 

[photo credit Clem Onojeghuo via Unsplash]

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Consapevolezza e pratica di Mindfulness

Etimologicamente il termine consapevolezza deriva dal latino cum sapere. La sua traduzione potrebbe indicare un sapere insieme ad altri, nel senso di un confronto di prospettive ed esperienze provenienti da più viventi. In verità, credo che la parola denoti un fenomeno più intimo per cui l’essere informati o il semplice sapere non sono sufficienti. Si è lontani anche dalla conoscenza di tipo intellettuale così come da quella emozionale, che porta il conosciuto a livello del vissuto.
La consapevolezza è una condizione in cui la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto della persona. È quel tipo di sapere che dà forma all’etica, alla condotta di vita, alla disciplina, rendendole autentiche. È la costruzione originale del modo con cui ognuno si rapporta al mondo.

Interessante è la mappa della coscienza di Hawkins, nella quale sono indicati diversi livelli strutturali. Per semplificare, si incontra innanzitutto la coscienza della mente e del corpo. In essa rientrano le emozioni più basse: paura, rabbia, preoccupazione, tristezza, rimpianti e senso di colpa. Ad esse si accompagnano, però, anche emozioni legate ad un senso di positività che denota comunque il perdurare dell’attaccamento alla materia: speranza, fiducia, ottimismo e comprensione. Questo stadio è dominato dalla dualità, da binari paralleli che contrappongono piacere e dolore, giusto e sbagliato, buono e cattivo.
Dal dualismo si ascende alla coscienza dell’anima o consapevolezza di sé. L’anima avvolta da consapevolezza osserva senza giudizio. Vive nell’unità, includendo il tutto. Non vi è esclusione, non vi è dualismo. Questo stadio della coscienza è descritto da emozioni quali Amore, Pace, Beatitudine. È un risveglio, un essere testimoni e osservatori partecipi.
Infine, la coscienza del tutto. Tutto è luce, coscienza ed energia.

Ed è proprio sull’osservazione che si costruisce la pratica della Mindfulness: una dimensione esperienziale, scaturita da una pratica personale compiuta con un certo tipo di attenzione, che favorisce lo sviluppo dell’attitudine alla consapevolezza. Nella pratica della Mindfulness, fondamentale è il termine sati, di origine pali, non facilmente traducibile, in quanto non trova posto nell’ordine simbolico. È l’istante in cui si osserva qualcosa prima di collegarlo ad un contenuto simbolico nell’ordine mentale. È lo stato mentale che accompagna il momento dell’analisi delle caratteristiche della cosa osservata.
La consapevolezza è presente nella cosiddetta mente del principiante che guarda per la prima volta e presta attenzione agli stimoli sensoriali senza emettere giudizi. Il fulcro diviene proprio questa osservazione primordiale e senza preconcetti. Una volta riusciti in questo stadio, si è più vicini al passo essenziale che consiste nel “lasciar andare” ogni sensazione percepita senza respingerla, ma lasciandola scorrere per osservarla così com’è. Per fare questo, è necessario accettare la presenza della sensazione, per quanto possa essere positiva o negativa.
L’obiettivo della pratica è uno stato mentale attento, che osserva lo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento. Siamo così testimoni primordiali, che guardano alla natura essenziale di qualunque percezione interna od esterna al sé e la lasciano scorrere così com’è, senza respingere o pretendere di modificare alcunché.
Si osserva come tutto è transitorio, nulla è permanente.

Lungi dall’essere una tecnica di rilassamento per svuotare la mente, è un atto che sviluppa la capacità progressiva di maggiore presenza al qui ed ora e che apre a esperienze inaspettate, alla ricchezza del momento presente, alla pienezza del vivere. Dall’altro, la pienezza dell’esperienza comprende necessariamente anche il suo lato “negativo”: il disagio, la sofferenza, il dolore. Quest’approccio ci chiede e ci insegna di non respingere e a non negare questa dimensione ma a farne motivo di crescita. Questo è l’aspetto cui si riferisce la parola “accettazione/accoglienza”.

La negatività non può essere evitata e la pratica della Mindfulness offre una possibilità a prima vista contro intuitiva, forse assurda: accettare il disagio e la sofferenza, imparare a rivolgere piena attenzione a quello che non piace, che non vorremmo o che causa dolore. In questa prassi apparentemente incomprensibile di fare spazio, di lasciar essere e quindi di essere meno condizionati, meno oppressi anche dalle condizioni che portano disagio. E, paradossalmente, facendo questo forse ci si può mettere nelle migliori condizioni possibili per trovare, quando ci sono, le vie e i modi più efficaci per gestire o risolvere le cause di sofferenza.

 

Sonia Cominassi

 

[Photo credit Tiard Schultz via Unsplash]

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Pascal e il Kundalini Yoga: due filosofie a confronto

«Noi conosciamo la verità, non solamente con la ragione, ma anche con il cuore; è in quest’ultimo modo che noi conosciamo i primi principi ed è invano che il ragionamento, che non vi ha parte, cerca di impugnarli». 
Pascal, Pensieri, edizione Bompiani, anno 2000, pensiero 479

In questo famoso brano dei suoi Pensieri, Blaise Pascal (1623-1662) ridimensiona il ruolo della ragione come unica facoltà conoscitiva, aggiungendo un’altra facoltà, il cuore.
Come sarebbe un mondo in cui cuore e pensiero razionale lavorano in sinergia? In cui conoscere possa significare anche sentire, capire, comprendere col cuore e forse avere una prospettiva più ampia e completa della realtà che ci circonda?

Per Pascal l’uomo non è solo cervello e non conosce solo con esso: è ragione e cuore, pensa con entrambi. Cuore e intelligenza sono dunque in sinergia: la razionalità dimostra di essere un’ottima chiave per conoscere l’universo fisico, ma una chiave limitata per aprire il mondo ben più ricco e complesso della realtà intesa in senso più ampio, in primis della realtà intima dell’uomo. Quando parla di cuore, o meglio di intelligenza del cuore, Pascal si riferisce all’idea delle Sacre Scritture, nelle quali il cuore rappresenta il baricentro intellettuale e morale della persona e il luogo di incontro con DioNe deriva che il pensiero, che costituisce per Pascal il proprium dell’uomo, è un pensiero del cuore che sente, che intuisce, che ha una sua finezza– e della ragione insieme.

Ma Pascal non è il solo a parlare dell’importanza di conoscere col cuore e centrarsi sul cuore.

La riscoperta del “potere” del cuore è il fulcro del Kundalini Yoga, di cui maestro e fondatore è stato Yogi Bhajan, che dall’India ha portato le conoscenze e la filosofia del Kundalini in occidente nel 1969.

«L’amore è il flusso costante e consistente della vita. È il veicolo del Prana. È il Divino che si manifesta nella radiosità. È, è sempre stato e sempre sarà».
Yogi Bhajan, 6 gennaio 1986

Ho avuto la fortuna di avvicinarmi a questi insegnamenti e precetti durante il periodo di “permanenza” forzata a casa a causa del Covid. Il Kundalini Yoga non si limita a insegnare l’esercizio fisico, la meditazione e le tecniche di respirazione yoga in quanto tali, ma insegna alle persone come vivere, come relazionarsi tra loro, e come relazionarsi a Dio riscoprendo la centralità del cuore, senza tralasciare però l’importanza di una mente lucida e di un pensiero razionale chiaro.

Guru Rattana Kaur, allieva storica di Yogi Bhajan, spiega molto accuratamente le tecniche, ma soprattutto la filosofia racchiusa nel Kundalini Yoga. Nel manuale L’evoluzione a un mondo centrato sul cuore con il Kundalini Yoga e la meditazione (edizioni Macro 2016) scrive:

«Yogi Bhajan ha proposto un percorso spirituale in cui l’elevazione non implica di trascendere il corpo. Ci ha offerto una tecnologia spirituale adatta alla gente comune, che ha famiglia, che vive in ambienti urbani, si sposa, ha dei figli e si guadagna da vivere. In definitiva, ci ha insegnato a onorare la nostra umanità, a rendere sacra la sessualità, incoraggiandoci a essere prosperi».

Il centro energetico del cuore, insegna il Kundalini, ha un impatto che è 108 milioni di volte più efficace di quello della testa.

Due filosofie molto diverse, quella di Pascal e quella indiana del Kundalini, ci conducono alla stessa riflessione: l’uomo non è solo cervello, è anche e soprattutto cuore. Nel cuore trova il suo baricentro, la sua intimità, la sua scintilla divina. Che mondo sarebbe se riuscissimo davvero a farli “lavorare” in sinergia, senza prevaricazioni?

 

Martina Notari

 

[Photo credit Nicola Fioravanti su unsplash.com]

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Guarire con la filosofia

Fin dall’antichità, filosofia e medicina sono apparse come materie strettamente collegate, affondando sin da subito le radici l’una nell’altra: Aristotele, Ippocrate e Galeno sono alcuni tra i più famosi esempi del sodalizio tra queste due discipline. Epicuro definisce la filosofia come pharmakon, rimedio per raggiungere la felicità dell’anima, così come in seguito Seneca e Cicerone; Boezio la immagina come una bella e austera donna  venuta a portare consolazione al suo spirito provato.

Pare che attualmente i legami tra filosofia e medicina risiedano più nell’ambito della bioetica e della morale in generale, volti a giudicare come giusti o sbagliati prassi strettamente cliniche, le quali risultano però, sul piano pratico, difficilmente influenzabili e modificabili: il tutto comporta una spiacevole gerarchizzazione in senso piramidale delle discipline, che vede il pensiero filosofico occupare il gradino più basso.

Eppure c’è una disciplina, forse non unanimamente accettata come scienza naturale dalla comunità degli esperti, che medicalmente cura i disturbi che le competono con un percorso terapeutico che pone l’individuo a confronto con gli aspetti più profondi dell’esistenza umana: la psicoanalisi. Nata dalla mente e dalla penna di Sigmund Freud e diramatasi in tante correnti e applicazioni pratiche quasi quante ne furono le teste che la studiarono per prima, la psicoanalisi è la teoria che ricerca le spiegazioni dell’agire umano nell’inconscio, ovvero quella parte della psiche che contiene impulsi, emozioni, modelli comportamentali e tutto ciò di cui il soggetto non ha consapevolezza ma che contribuiscono a costituirlo. Tale teoria rappresenta la terza grande “umiliazione narcisistica” per l’uomo (dopo la rivoluzione copernicana e il darwinismo), forse la più grave, perché è quella che toglie la centralità all’Io nelle dinamiche di composizione e azione del soggetto.

Sebbene in un primo momento il modello di studio neurobiologico, l’avvento della psichiatria con la prescrizioni di farmaci e la liberalizzazione della sessualità sembrava avessero smontato i presupposti della dottrina di Freud, in realtà proprio attraverso questi elementi, la piscoanalisi iniziava il suo processo di rivoluzione interna, analizzando il nucleo di quella svolta freudiana che al suo stesso creatore era rimasta velata. Autore di questo cambiamento è senza dubbio Jaques Lacan, psicoanalista e psichiatra sì, ma anche e soprattutto filosofo che ha individuato, nel percorso di analisi dell’inconscio, non solo un metodo per combattere problematiche psichiche sul piano clinico, quanto piuttosto un percorso d’avvicinamento a una verità traumatica che libera la propria voce. L’inconscio non grida frasi senza senso, ma si esprime attraverso un linguaggio; l’Io non deve mirare a dominare l’Es, pensandolo come un guazzabuglio di eventi rimossi, ma può cercare di avvicinarsi per disvelare e accettare una realtà che è già. Per Lacan nevrosi, psicosi e perversioni non sono, quindi, unicamente patologie ma veri e propri atteggiamenti filosofici che il soggetto malato assume nei confronti della realtà e che modificano la sua personalità.

Lo scopo della terapia psicoanalitica, quindi, come quello della filosofia, non è unicamente quello di portare il paziente al raggiungimento di benessere, soddisfazione personale o successo sociale, quanto piuttosto condurlo di fronte a quella sua verità, che include anche le coordinate del suo desiderio. E così, proprio come la ricerca filosofica, quella piscoanalitica alla scoperta di se stessi dura, come minimo, tutta una vita.

A questo punto, però, qualcuno potrebbe chiedere: perché mai intraprendere un percorso potenzialmente infinito e sicuramente indefinito di analisi di sé, che non comporta vantaggi immediati o che, addirittura, potrebbe condurre l’individuo che scava in se stesso a vivere momenti di crisi profonda? Non tutti potrebbero voler scoprire la propria verità, soprattutto a costo di attraversare i sentieri della sofferenza e del dubbio. Sicuramente la strada non è spianata, ma il rischio di vivere in superficie è anche quello di vivere immersi nel non-senso e nell’inautenticità. Psicoanalisi e filosofia insieme potrebbero invece restituirci pienezza e consolazione, comprensione e quindi maggiore capacità di accettazione di noi stessi, del mondo e soprattutto dell’Altro: “chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”.

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

[Photo credit Paxabay]

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L’intelligenza è un obbligo morale

«Sembriamo essere lontanissimi dal renderci conto che un’azione può essere chiamata buona, in maniera intelligente, solo se contribuisce a un buon fine; che è obbligo morale […] scoprire […] se una data azione conduca a un fine positivo o negativo»

J. Erskine, L’obbligo morale di essere intelligenti, 2015.

Non solo coraggio, umiltà, altruismo, tenacia e bontà. L’ecosistema di ideali in cui l’uomo vive – e a cui può attingere – è molto più ampio. Un esempio? Pensiamo all’intelligenza. Ovvero a ciò che ci permette «di entrare in empatia con altri tempi, altri luoghi, altre tradizioni…» (ivi), che può trasformare la paura in possibilità. Quell’intelligenza che Platone identificava con la virtù opposta al peccato, cioè all’ignoranza. Che Einstein definiva come capacità di cambiare, di virare rotta, quando necessario. Quella stessa intelligenza che per John Erskine deve diventare un obbligo morale.

«Se non impicchiamo più i ladri o non frustiamo più gli studenti, non è perché consideriamo con meno asprezza il furto o la pigrizia, ma perché l’intelligenza ha trovato metodi migliori per indirizzare verso onestà e intraprendenza» (ivi).

L’obbligo morale di essere intelligenti è un pamphlet pubblicato nel 1915. Uno scritto che scatena una potente eco nel dibattito culturale americano della prima metà del Novecento. Erskine (1879-1951), professore di letteratura inglese alla Columbia University, circa cento anni fa racconta qui una breve storia di questa «virtù» tra paradossi, superstizioni e diffamazioni. Lo fa partendo dall’eredità anglosassone, che la definisce come qualcosa da cui guardarsi bene, per arrivare a John Milton (1608-1674), il filosofo britannico che nel suo Paradiso perduto la chiama il «maggior pregio del Diavolo».
Se, come dice Erskine, il coraggio e l’audacia ci vengono spesso in soccorso nel dare voce ad azioni “buone”, è altrettanto vero che forse ci farebbe bene imparare a distinguere tra virtù e virtù. E, per esempio, a riconoscere nell’intelligenza, come capacità di discernimento, un utile alleato.

La letteratura inglese ha proposto una forte diffidenza nei confronti della mente. Erskine prende ad esempio i personaggi prodotti dalla penna di Shakespeare: quelli intelligenti erano spesso figure malvagie oppure tragiche vittime. Esseri umani come Riccardo, Iago o Edmund hanno manifestato una certa rottura con la bontà. E quelli saggi e riflessivi come Amleto ci hanno fatto capire che pensare spesso porta a complicarci l’esistenza.
Proprio per questo Shakespeare premia invece personaggi come Bassanio, il Duca Orsino o Florizel. Seri e assennati, ma sprovvisti di una particolare intelligenza. Dall’altra parte troviamo Ofelia, Giulietta, Desdemona, Ero, Cordelia, Miranda, Perdita «amabili per altre qualità rispetto all’intelletto» (ivi), e il gruppo oscuro formato da Lady Macbeth, Cleopatra e Goneril «intelligenti e perfide».

Lo scrittore inglese Charles Kingsley (1819-75), considerando la stupidità parente stretta della condotta morale e l’ingegno il primo passo verso un mondo di guai, ci ha lasciato un pensiero un po’ inquietante: «Sii buona, dolce fanciulla, e lascia esser intelligente chi vuole» (ivi). Ma ancora, nei romanzi di Fielding, Walter Scott, Thackeray e Dickens l’eroe è sempre qualcuno dal carattere buono ma goffo. Un individuo salvato dal caso o dalla provvidenza divina e solo raramente dal proprio ingegno.

Per gli antichi, tuttavia, le cose stavano diversamente. La nostra storia, per Erskine, tradirebbe una sorta di conflitto fra carattere e intelletto che per i Greci, ad esempio, sarebbe stato incomprensibile. Loro, infatti, considerano l’intelligenza tanto importante da dedicarle più termini. Dalla phronesis, l’intelligenza ma anche la saggezza, e, talvolta, la prudenza; al logos, cioè la parola, il discorso, il significato, il ragionamento, la ragione, e quindi il pensiero (che per il filosofo esistenzialista Martin Heidegger coincideva con la capacità di conservare, accogliere, ascoltare); al nous, la facoltà di comprendere, di guardare in profondità.

Per Erskine, illudersi che gli uomini siano uniti da un affetto primordiale è un clamoroso errore. Al contrario, sarebbero proprio i nostri affetti a dividerci. «Mettiamo radici nello spazio/tempo contingente e ci innamoriamo della nostra posizione, dei costumi e della lingua che ci hanno accompagnato dalla nascita» (ivi). Secondo l’autore, è invece l’intelligenza a unire l’umanità, permettendoci di entrare in empatia con il mondo che ci circonda. Quell’intelligenza a cui dovremmo guardare un po’ più spesso, non tanto per le risposte che potrebbe aiutarci a raggiungere «ma perché crediamo che sia la vita […]. La amiamo come amiamo la virtù, per se stessa, e crediamo che si tratti soltanto di un altro nome di quest’ultima» (ivi).

E se le cose stanno così forse potremmo iniziare a riconoscere all’intelligenza il valore e il primato che merita. Forse, è davvero arrivato il momento di rendere l’intelligenza un obbligo morale.

 

Riccardo Liguori

 

[Photo credit Frank Vessia via Unsplash]

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Parlare “con” gli altri e “agli” altri

«Poiché la forza del discorso sta nella guida delle anime, chi vuole essere esperto di retorica è necessario che sappia quante forme ha l’anima».
Platone, Fedro.

Parliamo sempre a frequenze elevatissime e di rimando le nostre orecchie sono sempre aperte al bombardamento delle note e dei colori delle voci altrui. Oggi più che mai, poter parlare e ascoltare gli altri sembrano due gesti indispensabili, perché l’emissione di un suono di condivisione è l’unica cosa che può riuscire a scavalcare la distanza fisica che ci separa. Eppure, per quanto banale possa sembrare chiederselo, sappiamo veramente parale con e agli altri? E di riverbero, sappiamo ascoltare con il giusto animo quello che gli altri provano a dirci? Colui che impara a parlare francamente e adeguatamente diventa filosofo, perché riconosce la natura dell’anima di chi lo ascolta e dice il vero attorno a ciò di cui sta parlando. Tuttavia come possiamo parlare in questo modo, impegnandoci eticamente in ciò che diciamo? In una parola, come possiamo diventare filosofi parlando?

Platone, in uno dei suoi dialoghi più enigmatici — il Fedro — lo spiega velatamente, con il suo solito acume e la sua profonda ironia. Egli ci ricorda che due metodi sono necessari per poter parlare agli altri mostrando e insegnando loro la verità. Da un lato chi parla con verità deve essere dialettico, ovvero deve essere un oratore che sa suddividere e conseguentemente raggruppare diversi argomenti o diversi aspetti di uno stesso argomento. Chi parla è una sorta di macellaio, che deve dividere il tema prescelto secondo le sue giunture e articolazioni naturali, lasciando così scorrere un senso di verità che l’ascoltatore ha il compito di percepire. Questa prima parte del metodo del parlar franco permette di pronunciare dei discorsi che hanno in sé la verità, e al contempo di “educare” l’ascoltatore, che attraverso un dialogo fondato su una conoscenza vera impara qualcosa di altrettanto vero. In Platone, ovviamente, una tale conoscenza è legata alle idee. Così, ritornando alla nostra metafora, le articolazioni attraverso cui si taglia l’animale (o il tema) sono le idee intelligibile dell’Iperuranio, che essendo imperiture ci permettono di incidere la carne nei punti giusti non spezzando l’unità dell’animale.

Tuttavia, secondo Platone, per parlare adeguatamente non basta conoscere la vera natura delle cose, poiché è sempre possibile, pur conoscendo la verità, cercare di persuadere gli altri del contrario. Per questo, è necessario che chi parla sia eticamente impegnato in ciò che dice, avendo cura di comprendere l’anima di colui con cui e a cui parla. Parlare non è mai un semplice occupare il silenzio del mondo con dei suoni sconnessi e poveri di significato; parlare è sempre pronunciare un discorso vivo, che tocca e plasma l’anima di chi lo ascolta. Chi parla svolge metaforicamente lo stesso lavoro del medico che cura il corpo malato dei suoi pazienti. E non è un caso che Platone citi Ippocrate, il fondatore della medicina, per il quale un medico deve saper adattare una cura al corpo personale che si trova in una situazione di malattia. Perché ogni corpo è diverso dall’altro e ha bisogno che le sue specificità vengano rispettate e ascoltate. C’è quindi una praticità essenziale nella cura che dipende da quella miriade di circostanze particolari del corpo che viene curato. E lo stesso vale per l’oratore che pronuncia un discorso a un amico, a una cerchia di persone o davanti a un pubblico fedele. Chi parla agisce come il medico, poiché deve capire, analizzando l’anima di chi gli sta di fronte, con che tipo di anima sta parlando e che discorso gli si addice, dimodoché egli si possa impegnare a curarla con le parole.

In conclusione, Platone ci insegna un metodo per diventare filosofi delle parole e ci mostra che il parlare è molto di più di un semplice discorrere per passare il tempo. Esso, invero, deve farsi esercizio etico di intima unione con gli altri e di impegno solidale per la verità, attraverso cui si impara a conoscere l’anima di una persona. E questo parlar franco è un metodo che dobbiamo imparare noi tutti, perché il parlare è la nostra linfa vitale e simultaneamente la nostra macchia quotidiana. Nel parlare, quindi, dovremo sempre ricordarci che nessun discorso potrà mai essere trascendente e astratto, ma che ogni discorso è immerso nelle viscere della persona che ci ascolta, ed è in base alla natura della sua anima che va sempre modellato e scolpito.

 

Gaia Ferrari

 

[Photo credit Kristina Paparo via Unsplash]

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A tu per tu con la Schadenfreude, la gioia per le disgrazie altrui (II parte)

(Leggi la prima parte dell’articolo qui)

Lo scrittore e filosofo David Foster Wallace ha ragionato sui rischi che l’ironia per le sventure altrui, connessa a una forma di disprezzo e d’incapacità di comprendere la condizione dell’altro, porta con sé. La posizione dell’intellettuale americano è chiara: bisogna stigmatizzare questo suo attuale e tossico proliferare. La coazione a ironizzare su tutto, a negare tutto ciò che si afferma mentre lo si afferma, a evitare prese di posizione dirette nascondendosi dietro allusioni oblique, a trasformare il dissenso e la disapprovazione in ridicolizzazione sistematica ha portato, secondo Wallace, alla disattivazione di qualunque postura veritativa. Alla vanificazione del potere edificante della parola.

Nel saggio narrativo dedicato alla sua esperienza su una nave da crociera, «Una cosa divertente che non farò mai più», lo scrittore americano ha affermato la necessità di osservare i viaggiatori cercando di comprenderli, di empatizzare con le loro forme di vita e di divertimento, evitando di raccontarli attraverso il distanziamento garantito dal filtro dell’ironia, e quindi di ridere delle loro debolezze esercitando la Schadenfreude. Nel riso che si compiace della miseria cognitiva, morale ed estetica dell’umanità, Wallace vede una forma tossica e passiva di aggressività; una aggressività che offusca e disattiva il pensiero.

Così, nella diffusione postmoderna del riso, si rivelerebbe la zona d’ombra, crudele e meschina, delle relazioni sociali. La Schadenfraude, a questo punto, si pone come sintomo del nostro malessere nei confronti dell’individualismo. La sua ambiguità, la sua azione disturbante rileva una impraticabilità. Rivela l’esistenza di un ostacolo strutturale che ci impedisce di trasformare lo scherno in empatia, la derisione in compassione. Segnala il funzionamento di una “educazione” che ci vuole separati e concorrenti, anziché alleati e complici.

Come funziona in molti branchi, anche noi, soprattutto alcuni di noi, abbiamo bisogno che gli altri non si allontanino troppo, che dimostrino di somigliarci. Siamo subdolamente contenti quando la vita li respinge indietro verso il gruppo.

La Schadenfraude rivela questo desiderio atavico. La nostra esistenza è interconnessa, abbiamo bisogno di una continua verifica reciproca, del confronto con il movimento degli altri, di misurare i nostri passi sull’andamento di chi ci è vicino. Soprattutto se chi c’è vicino cammina più velocemente e con una andatura più corretta della nostra.
Nella risata della Schadenfraude, secondo la dottoressa Aloi, ci immaginiamo di poter salvare da sé stesso chi ci è davanti. Di poterlo sottrarre alla sua – supposta – ὕβϱις (hybris). Alla sua, sempre supposta, presunzione di potersela cavare da solo.
In realtà, questo testimonia semplicemente una debolezza, cioè il bisogno di non sentirci soli nelle nostre delusioni, cercando di consolarci con l’idea – infondata – di essere parte di una comunità di pigri, di falliti.

Pietro Verri, filosofo tra i massimi esponenti dell’illuminismo italiano, biasimava la ridicolizzazione in quanto inibitrice delle ambizioni e delle spinte di chi vuole provare a distinguersi. La biasimava perché incentiva al conformismo e, si sa, chi esplora idee di rottura, chi intende innovare e cambiare, è più esposto al fallimento e quindi a cadere nel ridicolo.

«È più importante che tu – chiunque sia questo tu – stia male, soffra, abbia danno e dolore, piuttosto che io – chiunque sia questo io, sicuramente il Sé insufficiente dell’Io in questione – stia altrettanto bene, godendo del mio: o mi disinteresso della tua sofferenza o me ne interesso».

La Schadenfraude, nel riso, nasconde il sollievo dato dalla constatazione che, a volte, la mediocrità e l’insufficienza sono condivise. Nell’agone della società della performance, in cui sgomitare per salire sul palcoscenico è un comandamento quotidiano, la Schadenfraude crea un allentamento della tensione. L’esitazione del concorrente più vicino provoca una pausa nella corsa, permette di respirare, di fermarsi un momento. Rassicura sul fatto che se non ce l’ha fatta lui, anche noi possiamo permetterci di non farcela.

«Chi è felice delle disgrazie altrui non ha fatto nessun conto con l’aggressività diretta: essere contento è come provare la soddisfazione di aver mollato un pugno sul muso dell’altro, che magari neanche si conosce. Ma questo è perché l’aggressività non va quasi mai dove deve andare: è eterea, vaga e si ferma sulle debolezze».

Ben lontana dall’aggressività c’è il coraggio. Il coraggio di osservare e affrontare i propri difetti. Per diventare più educati e, perché no, più eleganti. Più belli. Ma in ballo c’è anche il rispetto: rispettare e non anelare la sofferenza altrui è un segno di civiltà, oltre che di maturità, che ci consente di riconoscerci come esseri umani.

Come sempre, anche in questo caso, sta a noi scegliere. Da che parte guardare. In quale direzione. Accettando la comoda e facile propensione ad abbruttirsi. Oppure cercando di scavare e trovare anche nella fallibilità la bellezza che ognuno di noi custodisce.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE:
Tutte le informazioni e le citazioni riferite alla psicologa G. Aloi sono tratte dal suo blog.

[Photo credit Ashley Juris via Unsplash]

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Su Stoner e Socrate: riflessioni tra vita pubblica e privata

Cosa ti aspettavi?” si chiede Stoner, protagonista dell’omonimo romanzo di John Edward Williams (uscito nel 1965, in Italia edito da Fazi editore), arrivato alla fine della sua vita, allettato, malato, ormai serenamente incosciente. Si aspettava una vita più maestosa? Eppure ha potuto fare ciò che amava: studiare e insegnare. Benché convinto d’esser stato un insegnante mediocre, è stato in realtà molto di più. Prima che la morte arrivi la sua identità gli è chiara: è quello che è, che è sempre stato, un docente a volte intimidito dai suoi studenti e dalla sua stessa passione per la letteratura. Ma, anche, un uomo che ha conosciuto l’amore, seppur brevemente e in età matura, e ha sperimentato frustrazioni e miserie all’interno del suo matrimonio. Un padre che sì, è stato mediocre, pur amando molto sua figlia.

Stoner è un romanzo che fa riflettere fino al parossismo, alle lacrime, alla disperazione più cupa. E commuove: commuove quel libro rosso, ormai spersonalizzato, che al termine del romanzo cade nel silenzio d’una stanza vuota.
È un’opera che porta a riflettere sul biografismo, a chiedersi quanto le vicende private siano importanti, quando parliamo di uomini “grandi”. Ogni docente, come Stoner stesso, sa bene che quello che certi monumentali personaggi hanno fatto in ambito letterario, filosofico, storico o scientifico-matematico, potrebbe non corrispondere alla medesima grandezza su di un piano esistenziale. Le vite di alcuni grandi uomini sono umili, silenti, insignificanti. Come quella di Stoner.

Talvolta invece, come accade per il filosofo per eccellenza, Socrate, la biografia s’abbina alla perfezione alla grandezza “professionale”, in questo caso filosofica. Cittadino, padre, marito e perfino soldato modello, un maestro che non voleva essere tale ma lo era, non fosse per il suo modo di portare alla riflessione e alla criticità parlando e domandando. Anche Socrate era un insegnante perché, come afferma Stoner, diceva quel che sapeva – nel suo caso nulla, conscio di non sapere.

Anche altro li accomuna: non fanno viaggi esplorativi o di piacere, vivono per tutta la vita nella loro città. Sono le loro menti a viaggiare, sulle onde della sapienza, della cultura, della poesia, del pensiero. Entrambi, inoltre, sembrano equilibrati: Socrate grazie alla ragione (intellettualismo etico) e Stoner grazie alla sua routine fatta di università, lezioni, libri, studio.

A Stoner però manca l’onestà intellettuale e il rigore morale intriso di coraggio che troviamo in Socrate. Questo perché in Socrate le idee corrispondono alle azioni: c’era coerenza tra ciò che predicava e ciò che attuava. C’era una corrispondenza tra il suo privato e il suo pubblico, mentre in Stoner pubblico e privato sono separati da una cesura che crea sofferenza, disagio, che causa uno spostamento della percezione, come dimostra l’episodio in cui, una sera d’inverno, l’insegnante si reca nel suo studio all’università. Lo trova surriscaldato, apre la finestra e si siede per godersi il freddo pungente. Pensa di prendere un libro per leggere ma qualcosa lo rapisce: la neve, il suo biancore, quel silenzio spettrale che si porta dietro. A rapirlo potrebbe essere stata la sua identità spezzata, in bilico tra il dignitoso docente e il marito-padre-uomo bistrattato, umiliato, accantonato.

In Stoner c’è pochissimo di socratico, in Socrate mancano timore, timidezza, lucida umiltà che contraddistinguono Stoner. Eppure le due figure s’accostano l’una all’altra portando a porsi domande sulla vita personale e professionale. Su quello che lasciamo in questo mondo. Che sia una famiglia fallita o un libro rosso che ha voluto dire tanto e che verrà dimenticato. Che sia un esempio di coerenza e filosofia, etica e correttezza, coraggio e insegnamento.

«Sentiva che finalmente cominciava a essere un insegnante, ovvero un uomo che semplicemente dice quel che sa, traendo dalla sua professione una dignità che ha poco a che fare con la follia, o la debolezza, o l’inadeguatezza dei suoi comportamenti privati» pensa Stoner a metà della sua vita.
In Stoner biografia ed esistenza universitaria-letteraria sono due metà lontane, incapaci di comunicare. La prima misera, non importante, la seconda pregna di dignità e soddisfazione, tanto che Stoner si spegne quando si profila il suo pensionamento all’orizzonte. Tanto da dire, durante una cena commemorativa: “Se non fossi stato insegnante...”, ma non termina la frase. Ringrazia semplicemente per esserlo stato.
Forse anche Socrate si sarà domandato “Cosa ti aspettavi?” prima di bere la cicuta, consapevole che avrebbe preso congedo da tutto, persino da se stesso.

Molti di noi si chiedono: “Cosa mi aspetto dalla vita?“. Durante l’adolescenza si sogna in grande, si è invincibili, si crede d’avere tutto il tempo per realizzare qualcosa di grande, a livello privato e pubblico, oppure privilegiando uno solo dei due aspetti.
Quando si approda all’età adulta quell’invincibilità viene meno lasciando spazio al realismo. C’è chi, però, continua a sentirsi “grande d’una grandezza latente”, come diceva Italo Svevo, e un po’ si cela dietro a questa scusa, aspettando che qualcosa gli accada. Un po’ come Stoner che è trasportato dagli eventi. C’è poi chi agisce, senza accontentarsi ma sempre scavando e interrogando, come Socrate.
Cosa ci fa sentire più realizzati? Una felicità privata o una pubblica? Se una manca, si va per forza incontro al fallimento?
Come sempre, siamo noi a dover cercare le risposte.

 

Francesca Plesnizer

 

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A tu per tu con la Schadenfreude, la gioia per le disgrazie altrui (I parte)

Il fremito di piacere per il fallo di un collega che non ci degna della sua attenzione. La soddisfazione per l’errore di un nostro superiore magari più promettente di noi. La gioia per i deragliamenti amorosi dei nostri ex.
I tedeschi, ottimizzando spazio e tempo, hanno confinato tale emozione a una singola parola: Schadenfreude. Un termine composto da Schaden, danno, e Freude, gioia. Significa provare piacere della sfortuna altrui. Un senso di appagamento che, negli ultimi anni, è stato al centro di numerosi studi di carattere socio-psicologico.
Si tratta di un’emozione che quasi mai riconduciamo a noi ma che, a ben guardare, si aggira sempre più prepotente nella nostra quotidianità.

Secondo Nietzsche era la «vendetta dell’impotente» (M. Ire, Nietzsche’s Schadenfreude, 2013). Schopenhauer, se possibile, ci andava ancora più pesante definendola «l’indizio più infallibile di un cuore profondamente cattivo»; di più, un cuore che andava interdetto dalla società (T.W. Smith, Schadenfreude, 2019).

Spesso la identifichiamo con la giustizia divina, la vendetta del karma. Con il cosmo che, finalmente consapevole di sé e del nostro infinito, puro e prorompente splendore, sembra punire chi “se lo merita”, cioè gli altri, ovviamente. Magari chi, fino a quel momento, aveva portato avanti una condotta invidiabile e che poi, come è naturale e possibile, è caduto in difetto.

La Schadenfreude è il sollievo di non essere chi incappa in qualche pesante figuraccia. La gioia di vedere che chi ci sta di fronte non è perfetto. La gratitudine di trovarsi in disparte, lontani da tanta imperfezione, giacendo in un stato di eterna passività. È quel lampo di soddisfazione negli occhi che le parole cercano di contraddire. D’altra parte, «La sfortuna degli altri è dolce come il miele», suggerisce un antico proverbio giapponese.
Pare, però, che specialmente le persone con bassa autostima siano più tendenti alla Schadenfreude rispetto a quelle con una buona auto-reputazione. Di più, mentre le prime possono sguazzare in questa gioia in modo inconsueto, le seconde potrebbero, prima o poi, vergognarsene e così, finalmente, volerla spegnere.

La parola è stata inventata dallo psicologo olandese Wilco van Dijk ma già Aristotele ne faceva uso affidandosi al termine greco epikairekakia (ἐπιχαιρεκακία) da epikàiro (ἐπιχαίρω) “rallegrarsi” e kakìa (κακία) “cattiveria” o “malevolenza”: il significato era sempre quello.
Lo psicologo, nel corso degli anni, si è impegnato a studiare questo sentimento come sensazione di disagio e di dolore provocato dalla delusione che l’altro stia meglio di noi, incapaci di condividere il suo benessere.
Molto dipende dal confronto sociale. Cioè dalla teoria per cui le persone non si auto-valutano tramite le loro abilità bensì tramite, appunto, il confronto con gli altri. E il confronto influisce profondamente su alcuni dei più importanti bisogni di una persona, come l’autostima, l’autocontrollo, la realizzazione e l’accettazione, come suggerisce la teoria della piramide dei bisogni che lo psicologo Abraham Maslow propose nel 1954.

La Schadenfreude può imporsi in ognuno di noi, con diverse intensità, dando ancor più forza alla competizione che domina la società di oggi. Questa teoria è rafforzata dagli studi del professor John Tooby, psicologo evoluzionista dell’Università della California a Santa Barbara. A suo dire, da sempre la mente dell’uomo ha manifestato il bisogno di competere e di affermarsi.

Secondo la psicoterapeuta Grazia Aloi1 sarebbe assolutamente imprescindibile una correlazione tra la Schadenfreude e l’aticofilia – dal greco atuchès (ἄτυχής) “sfortunato” e philía (φιλία) “amore, passione” – che accentua la possibilità di provare piacere per le disgrazie altrui a causa della scarsissima autostima dello spettatore compiaciuto.

«Si tratta di una considerazione di scarsissimo valore di Sé che si riflette nella consolazione (molto spesso errata) che anche il Sé degli altri sia scarso e non degno. Chi gode della sofferenza altrui è innanzitutto una persona insoddisfatta di sé e incapace di guardarsi dentro».

In supporto alla dottoressa Aloi sono arrivate le considerazioni del dottor Hidehiko Takahashi. Proprio lui, grazie ad esperimenti condotti sfruttando la risonanza magnetica funzionale, è riuscito a scoprire che quando si gioisce delle disgrazie altrui viene rilasciata dopamina, che attiva lo strato del «circuito della ricompensa» (H. Takahashi, When your gain is my pain and your pain is my gain).

Il dibattito rimane acceso ma è innegabile che – se è vero che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo riservato un posto comodo in prima fila per assistere ad un evento tragicomico capitato a un nostro “rivale” – è altrettanto vero che c’è chi in questa emozione si crogiola con grande impegno, spesso. Tra l’altro, raggiungendo risultati olimpici.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE
1. La citazione e le informazioni riferite alla psicologa G. Aloi sono ricavate dal suo blog.

[Photo credit Ashley Juris via Unsplash]

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