Ragionando con Platone: sviluppo, sapere, sensibilità

Nella Repubblica Platone (428/7-347 a.C.) delinea un preciso rapporto di corrispondenza parallela e speculare tra la composizione psicologica dell’individuo e l’organizzazione politica della città-stato1. In effetti, egli individua e articola tra il singolo e l’intero una relazione reciproca: «non c’è individuo giusto se non in una società giusta»2 e «non c’è società giusta se non lo sono insieme i suoi singoli membri»3.
Possiamo anche oggi affermare che esiste una relazione reciproca tra la persona e la sua società? Se sì, come la formuliamo e la tracciamo? E successivamente, quali considerazioni possiamo avanzare? 

Ecco proposta qui una breve riflessione che sceglie come elemento di congiunzione nella relazione reciproca non la giustizia ma lo sviluppo, quest’ultimo inteso nel senso più esteso e immaginabile.

Teoricamente se la persona cresce e migliora, anche l’intera società evolve, e a sua volta se la società registra condizioni sociali, politiche ed economiche favorevoli, anche la singola persona verosimilmente ne trae beneficio. In tal senso possiamo affermare che lo sviluppo della persona è anche lo sviluppo della società e viceversa. In termini grafici la società potrebbe assomigliare a un grande cerchio che si estende man mano che tutti i cerchi più piccoli al suo interno – le persone – crescono. Tale espansione e sviluppo sociale avrebbe poi un effetto di incremento positivo sulla qualità di vita delle persone.

Ma che cosa determina lo sviluppo?

La risposta potrebbe essere proprio ciò a cui lo stesso Platone attribuisce grande importanza e rilevanza nella costruzione del suo progetto politico: il sapere4. Ma se nel caso di Platone il sapere è definito come «un complesso sistema di conoscenze etico-scientifiche»5, qual è il sapere funzionale al nostro sviluppo? Si tratta di un sapere unicamente di tipo tecnico-scientifico?

Ora, se è vero che il «processo di innovazione tecnologica […] è da sempre il maggiore catalizzatore di ricchezza e benessere»6, è altrettanto vero che «tutte le innovazioni tecnologiche contengono dei valori, rinvenibili nell’idea iniziale e nel processo di sviluppo e diffusione»7. I valori costituiscono quindi il contrassegno originario e il riferimento creativo delle tecnologie sin dalla loro primissima ideazione. Ciò sembra sottilmente suggerire la possibilità di attribuire alla dimensione etica, quale insieme globale dei valori non esclusivamente una funzione limitante, di controllo e di censura ma una funzione generante, di decollo e di fioritura.

A questo punto, esplicitata questa riflessione e tenendo conto che sono proprio i sentimenti gli «ispiratori, supervisori e mediatori dell’impresa culturale umana»8, possiamo ricorrere alla nozione di sensibilità qui proposta come intreccio singolare e dinamico tra valori e sentimenti, la cui caratteristica sostanziale sta nel configurarsi come una grandezza a dimensione variabile. In primo luogo perché quando parliamo di relativismo dei valori constatiamo in realtà e innanzitutto una varietà valoriale quantitativa, in parte ordinabile, indipendentemente da quanto riteniamo confrontabile questo variegato assortimento misterioso. In secondo luogo perché quando ci avvaliamo del concetto di civilizzazione nell’interpretazione della storia umana ammettiamo indirettamente un cambiamento storico-culturale della sensibilità.

Di conseguenza, più questa dimensione riesce ad avvertire e annotare concezioni e condizioni aridamente indifferenti alla tesaurizzazione della persona e delle sue relazioni, più essa contribuisce a mantenere attiva e vigorosa la grande agenda dell’impresa creativa umana. Detto altrimenti, la sensibilità estende orizzontalmente e minuziosamente gli orizzonti multiformi della curiosità, della ricerca e dell’immaginazione, poiché invita sempre e di nuovo la ragione a sbilanciare la sua coerenza, sfidandola ad abbracciare tutte le sfere di realtà che essa ha reso tenacemente consistenti e visibili. La sensibilità non è propriamente una bussola che indica una direzione precisa, ma è contemporaneamente un proiettore che rivela una maggiore spaziosità visiva e un propulsore che fornisce la spinta e l’intensità all’azione.

Sarà poi questa sensibilità a costituire lo sfondo brioso e brulicante del nostro dialogo socio-economico, generando un sapere capace di vigilare operativamente sugli elementi sottrattivi dello sviluppo e di ridurre le distorsioni reciproche dovute alle differenti posizioni relazionali. Lo sviluppo non sarà più una linea che sfreccia verso l’alto assottigliandosi, ma un raggio che volteggiando vorticosamente rasoterra spinge e ci sospinge incommensurabilmente più in alto. È l’ampiezza della sensibilità, che aziona e dispiega virtuosamente il sapere l’imperdibile moltiplicatore del nostro sviluppo.

 

Anna Castagna

 

NOTE:
1. M. Vegetti, L’etica degli antichi, Editori Laterza 2010 – Cap. V – pp. 116-117, 122-124, 131-135
2. Ivi, p. 117
3. Ibidem
4. Ivi, pp. 122-3
5. Ibidem
6. K. Schwab, Governare la quarta rivoluzione industriale, FrancoAngeli 2019 Parte 1, p. 29
7. IIvi, p. 36
8. A. Damasio, Lo strano ordine delle cose, Adelphi 2018, p. 13

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Amici che ti rubano l’anima. Perché i tuoi dati non sono (soltanto) tuoi

Una delle più grandi zone d’ombra dei nostri info-tempi è il cosiddetto profiling, generalmente accolto con diffidenza: ci starebbero rubando i dati, o li staremmo cedendo inconsapevolmente a chi ne farà un uso strumentale alle nostre spalle. Poiché noi siamo i nostri dati, questo metterebbe a repentaglio la nostra identità1.

Finché ci “profilano” le persone più care, va bene: un amico è tale anche perché conosce i nostri gusti persino meglio di noi e li sa usare per farci bei regali. Ma quando ci profilano (senza virgolette) anonimi algoritmi controllati da anonimi manager che rivendono dati ad anonimi pubblicitari, non va altrettanto bene: ci sentiamo spiati, come se uno psicologo segretamente scrutasse ogni nostro comportamento per studiarci. E approfittarsene: hai scordato di ricaricare la carta prepagata e il pagamento della bolletta della luce non è andato a buon fine; questo dato arriva alla tua banca, che aggiorna in negativo il tuo “diario da pagatore” e aumenta gli interessi dei tuoi futuri prestiti. Brutta storia. Per fortuna, però, stanno arrivando anche le prime contro-difese, come il GDPR della UE, che ha sancito l’innovativo principio per cui i dati sono inestricabilmente legati alla “fonte” che li emette: la persona.

Ma le cose non sono così lineari: davvero i nostri dati sono nostri e basta? Per capire una simile domanda, bisogna usare un po’ di filosofia e chiedersi che cosa sia l’informazione. Tra i diversi modi di definirla2, la concezione forse più promettente è quella diaforica, per la quale l’informazione è fatta di dati, intesi come unità differenziali, «punti di mancanza di uniformità»3. L’esempio più semplice di dato è un punto disegnato su un foglio: si dà una differenza tra sfondo e primo piano, un’“asimmetria” che sorprende, segnala qualcosa di interessante e si presta così a “fare notizia”, cioè a entrare a far parte di un qualche processo di interpretazione (umano, ma non necessariamente).

Oltre a poter rivelare – anche senza volerlo – la “freschezza” di concetti della tradizione filosofica in genere ritenuti particolarmente astrusi4, tale prospettiva consente di riflettere su questo: i dati così intesi in un certo senso non sono di nessuno, perché sono tanto della “fonte” quanto del “ricevente”. I dati-differenza stanno potenzialmente ovunque, si nascondono là dove si inizia a riconoscere una potenziale fonte informativa: se un giorno comincio a osservare tutte le persone che incontro in città e conto quante volte si toccano il naso con la mano destra, lì sto raccogliendo dati (chissà per farne cosa). Quei dati di chi sono? In un certo senso, li ho trovati o persino creati io; in un altro senso, li sto “carpendo” ai loro legittimi proprietari, senza il loro consenso. Sono insieme miei e non miei!

Da una parte, parrebbe strano fermare quelle persone per chiedere il permesso di osservarle e informarsi su di loro: osservare è parte della normale prassi nelle nostre interazioni quotidiane, in forme certamente varie, che comprendono – per intenderci – tanto il marketing quanto la ricerca scientifica5. Da un’altra parte, ciò diventerebbe meno strano se quei dati intendessimo “estrarli” per sfruttarli: non è dunque così sorprendente che in alcuni contesti culturali ci sia la convinzione che scattare una fotografia a qualcuno significhi rubargli l’anima! Poiché il dato è intrinsecamente differenziale, esso sembra essere inevitabilmente “duale”: ha un piede nella scarpa di chi lo raccoglie e un piede nella scarpa di chi lo genera. Di per sé, questo vale tanto per il nostro amico quanto per l’anonimo algoritmo: “mio o suo, questo è il problema!”, declama Amleto-online.

In chiave tecnologica, la Blockchain pare possa “ancorare” i dati ai suoi produttori: questo potrebbe aiutare a contro-bilanciare il lavoro delle IA che li “aggancia” ai suoi raccoglitori. Ma se accettiamo che essi sono nostri e basta, ogni volta disponibili solo previo consenso, non si apre uno scenario parossistico del tipo «l’inferno sono gli altri», che non possono oggettivarmi con i loro info-sguardi senza esplicito permesso6? Insomma, chi “mina” dati da me prende qualcosa della mia persona, ma sta anche creando una persona digitale nuova7. Probabilmente, si tratterà di trovare il modo di rendere i nostri dati oggetto di vari sistemi di negoziazioni e contrattazioni, come oggi accade per il nostro lavoro, magari anche a livello collettivo: la nostra auto-produzione di dati arriverà un giorno persino a essere pagata? Chissà. Paradossalmente, di certo c’è che ormai la stoffa immateriale dei dati è parte della nostra materialità8. Cominciamo ad abituarci all’idea.

 

Giacomo Pezzano

 

NOTE:
1. Sulla cosiddetta data ethics, si veda innanzitutto il numero monografico di “Philosophical Transactions of the Royal Society A”, 374/2083, 2016. Più specificamente invece, perlomeno J. Cohen, Configuring the Networked Self: Law, Code, and the Play of Everyday Practice, Yale University Press, New Haven 2012 e J. Cheney-Lippold, We Are Data: Algorithms and The Making of Our Digital Selves, New York University Press, New York 2017.
2. Cfr. S. Leleu-Merviel, Informational Tracking, Wiley, London-New York 2018, pp. 47-82.
3. Vedi perlomeno L. Floridi, The Philosophy of Information, Oxford University Press, Oxford 2011, pp. 80-92, 316-370.
4. Come l’idea di Platone, la potenza di Aristotele, la negazione di Hegel e la differenza di Deleuze. Per chi volesse approfondire: G. Pezzano, L’ontologia nell’epoca della riproducibilità tecnica del pensiero e della relazione, in “Mechane. International Journal of Philosophy and Anthropology of Technology”, n. 1, 2021 (in pubblicazione).
5. Non a caso, inserire questioni etiche di varia natura nel trattamento dei dati sembra intaccare in più di un senso l’efficacia della ricerca scientifica: cfr. S. Leonelli, La ricerca scientifica nell’era dei Big Data, Meltemi, Milano 2018, pp. 80-81.
6. Al di là dell’opera A porte chiuse, dove compare il celebre passaggio, si veda soprattutto la Parte Terza di J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, il Saggiatore, Milano 1970.
7. Ne parlava già R. Clarke, The Digital Persona and its Application to Data Surveillance, in “The Information Society”, 10/2, 1994, pp. 77-92.
8. Cfr. B.-C. Han, Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, Nottetempo, Roma 2016, p. 34; Y. Hui, On the Existence of Digital Objects, University of Minnesota Press, Minneapolis 2016.

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L’uomo è ciò che mangia: da Feuerbach a oggi

«Der Mensch ist was er isst», ovvero «L’uomo è ciò che mangia». Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804 – 1872) è conosciuto  principalmente per questa breve ed incisiva espressione. Non è però lui ad averla coniata, bensì il francese Jean Anthelme Brillat-Savarin nella sua opera Fisiologia del gusto, pubblicata nel 1825. Proviamo a tracciare la genealogia di questo detto e a domandarci poi quale significato esso può  assumere nella nostra contemporaneità. 

Brillat-Savarin lavora come giudice presso il Palais de Justice a Parigi, ma la sua principale vocazione è quella di buongustaio. Affinché questa sua passione non divenga fonte di scandalo, Brillat-Savarin decide di pubblicare l’opera Fisiologia del gustoo meditazioni di gastronomia trascendentale in forma anonima. Proprio qui si legge: «Dis-moi ce que tu manges, je te dirai ce que tu es», ovvero: «Dimmi cosa mangi e ti dirò cosa sei». Nonostante le precauzioni, il testo si  diffonde rapidamente così come il nome dell’autore, tanto che oggi Brillat-Savarin viene considerato il padre della moderna gastronomia e gastrosofia.  

Nel 1862 Feuerbach pubblica Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia. In questo contesto il discorso sull’alimentazione perde quel carattere edonistico e a tratti parodistico del testo di Brillat-Savarin ma, al contempo, si arricchisce di spessore filosofico. L’espressione «Der Mensch  ist was er isst» si inserisce infatti in una riflessione di ampio respiro riguardante l’unità psicofisica dell’essere umano. La filosofia di Feuerbach è considerata materialista proprio in quanto si oppone al dualismo fra anima e corpo che contraddistingue la tradizione del pensiero occidentale. Se la psiche e il fisico, al contrario, vengono trattati come inscindibilmente legati, la questione dell’alimentazione assumerà un’importanza prima sconosciuta. Non solo, assumerà anche una dimensione politica difficilmente trascurabile. In Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia leggiamo infatti:

«La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si  trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia».

Non stupisce dunque che la filosofia di Feuerbach costituisca un importante riferimento per Marx ed Engels. Materialismo storico, infatti, significa proprio questo: considerare l’essere umano nella sua  dimensione storica e sociale, nella concretezza della quotidianità fatta di lavoro, sporcizia, fame. 

Trascorre un lungo periodo durante il quale la nostra espressione perde interesse sia a livello filosofico che non. Nel 1942, però, il nutrizionista americano Victor Lindlahr pubblica Sei quello che mangi, rendendo l’affermazione nuovamente popolare. In questo caso il discorso si sposta dal  rapporto tra corporeità e spiritualità a quello tra cibo e salute. Il dibattitto si focalizza perciò su un’alimentazione sana, basata su una dieta priva di grassi e incentrata piuttosto sul consumo di vegetali. Da qui si svilupperà, nel corso degli anni ’70 e sempre nel contesto americano, il movimento della produzione biologica.  

Arriviamo perciò ai giorni nostri e alle dinamiche che il detto «l’uomo è ciò che mangia» incontra  nel mondo contemporaneo. Un mondo completamente diverso da quello di Brillat-Savarin e di Feuerbach, ma anche da quello di Lindlahr. Un mondo più che mai interconnesso nel quale le scelte che si compiono, anche quelle strettamente personali come decidere cosa mettere nel piatto per cena, hanno un’influenza a livello globale. Le questioni dell’unità psicofisica, del rapporto cibo-salute rivestono senza dubbio un ruolo fondamentale nel dibattito attuale, ma l’urgenza del discorso si sviluppa su numeri prima inimmaginabili. Il fatto che il 60% dei mammiferi del pianeta corrisponda agli animali di cui noi ci nutriamo difficilmente può lasciare indifferenti. Non è tanto la tenace contrapposizione tra vegetariani/vegani e onnivori che qui ci interessa, quanto la consapevolezza della portata della questione. Dire «l’uomo è ciò che mangia», oggi, significa includere in questa espressione l’intera filiera dei prodotti alimentari e le criticità relative a essa, dalla brutalità degli allevamenti intensivi alla distribuzione in packaging che sta saturando di  plastica i mari e gli oceani. Significa prendere atto che siamo le nostre scelte, qualunque esse siano.

 

Petra Codato

 

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Per una filosofia del giornalismo

«Indipendentemente dalla voce in cui […] gli autori di inchieste giornalistiche classificano le loro preoccupazioni, l’attività cui si dedicano – per scelta, necessità o entrambe, come accade quasi sempre – è il marketing: la prova che devono superare per poter aspirare al riconoscimento sociale cui ambiscono li costringe a trasformarsi in merci, in prodotti capaci di suscitare attenzione e di attrarre domanda e clienti» (Z. Bauman, D. Lyon, Sesto Potere, 2013). Questo è il giudizio tranchant che il sociologo polacco Zygmunt Bauman dà del giornalismo nella «società dei consumatori». Una società che, nel contesto di un pervasivo affermarsi delle tecnologie digitali, si è (volontariamente) assoggettata a una nuova forma di schiavitù consumistica, in cui gli individui sono «sono promotori di merci, e al tempo stesso le merci che promuovono» (ivi).

Potremmo definirla una sorta di prostituzione digitale, da cui siamo sedotti e insieme costretti, che si innesca ogni volta che cediamo i nostri dati personali alle multinazionali della tecnologia. Il giudizio di Bauman ha il merito di mettere a nudo il perverso do ut des su cui si impernia il consumismo digitale, nel quale, pena l’esclusione sociale, siamo forzati a rendere pubblico tutto ciò prima apparteneva alla sfera del privato. Tuttavia, le considerazioni del teorico della «modernità liquida», nella sua radicalità, determinano alcune conseguenze, di cui occorre tenere conto.

Innanzitutto, se la mercificazione volontaria caratterizza l’uomo indipendentemente dalle sue – per quanto nobili – intenzioni, ne consegue che anche la filosofia (e, in definitiva, ogni attività intellettuale) si configura come prostituzione intellettuale. Essa si ridurrebbe, infatti, da una parte a un disperato mendicare visibilità per i propri “prodotti”, dall’altra all’artefatta costruzione di merci appetibili ai consumatori, con l’esito di tradire l’originaria concezione di una filosofia come ricerca disinteressata della verità. Anche qui, è innegabile, le categorie di Bauman, colgono nel segno: a cosa si è ridotta la figura del filosofo-di-professione, se non a quella di un funzionario con mansioni burocratiche, obbligato a “svendere” una quota minima di articoli a «riviste scientifiche di Classe A per i Settori Concorsuali dell’Area 11»? Nient’altro che valutazione di performance di marketing, canonizzate in base agli indiscutibili standard vigenti.

Questa mastodontica burocratizzazione, favorita dalla digitalizzazione e allo stesso tempo stimolo per una sempre più capillare trasformazione digitale, ha avuto un ruolo cardine nel progressivo ritirarsi della filosofia nel suo orticello accademico. Assorbita dalle suadenti (o torturanti) incombenze istituzional-amministrative, da “amore per il sapere”, la filosofia nelle Università si è ridotta a “discorso – preconfezionato e scodellato – sull’erudizione”. Una “astensione mal giustificata”, aggrappandosi alla quale la filosofia ha rinunciato a voler incidere su un attualità troppo vorticosa per essere maneggiata.

La radicale consapevolezza di Bauman sembra lasciare pochi spazi ad alternative: ogni attività umana, persino la più nobile per lo spirito umano, non è altro che una strategia di promozione e vendita di prodotti di massa. Eppure, pur mantenendo la consapevolezza dell’influenza delle dinamiche commerciali anche in campo intellettuale, l’esito non deve essere necessariamente nichilistico.

Una possibile risposta passa proprio per il superamento della snobistica indifferenza nei confronti dell’attualità della filosofia da università. Occorre ripensare una gerarchizzazione del sapere, in nuce presente anche nelle considerazioni di Bauman sopra citate, che relega il giornalismo mero “accertamento” cronachistico, mentre eleva (e perciò relega) la filosofia a superbe contemplazioni di mondi inesistenti. È fine a se stesso denunciare la compromissione con la materialità, ovvero con logiche meramente economicistiche, del giornalismo: la riflessione di Bauman smaschera come anche la pratica filosofica non possa più essere considerata immune dalle dinamiche della società dei consumi digitali.

Alla luce di questo, si rende necessaria l’elaborazione di una vera e propria “filosofia del giornalismo”, che vada oltre le semplici considerazioni deontologiche, andando a indagare le ragioni profonde dell’analisi dell’attualità. A partire dall’elemento fondativo che sia il giornalismo, d’inchiesta in particolar modo, che la filosofia possiedono in comune: la ricerca di una verità. Questo consentirebbe di nobilitare una professione ancora troppo associata (e come tale praticata) a quella di “pennivendolo”, contribuendo, allo stesso tempo, a strappare la filosofia dal suo astratto torpore accademico.

 

Edoardo Anziano

 

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Fake news: dominare con la paura

Oggi viviamo nella Social Society, l’era delle opinioni, della doxa1: non più relegate entro le quattro mura del bar, le nostre idee sono aperte ai complessi algoritmi delle pagine e delle bacheche online. Tuttavia, la connessione costante con le persone nonché l’immediatezza dei contenuti online hanno lasciato spazio a delle degenerazioni e reso internet il luogo privilegiato per il diffondersi della disinformazione. Oggi conta poco la qualità delle notizie quanto piuttosto la loro forma: accattivanti, allarmanti, curiose e stimolatori di dubbi, con l’unico obiettivo di attirare il nostro click.

Gli interessi che stanno dietro le fake news implicano quasi sempre un guadagno economico o politico di piccole o grandi organizzazioni. «Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà», diceva lo scrittore Philip K. Dick, ed il meccanismo innescato assume una forma paradossale in quanto le fake news rispondono al desiderio delle persone di un’alternativa libera, indipendente, emancipata dai cosiddetti “poteri forti”2, visti come fonti dirette e sotterranee di manipolazione sociale. È proprio nel piano percettivo delle persone , quindi, che bisogna andare a cercare l’origine di tale deviazione sociale, poiché è il medesimo piano su cui vanno ad agire le fonti di disinformazione.

Facciamo un passo indietro. Le emozioni sono il nostro strumento più antico ed efficiente per vivere. Una di esse, la Paura, rappresenta il nostro campanello d’allarme: essa ci avverte di un chiaro e determinato pericolo imminente. Figlio legittimo della paura, è invece lo stato d’Angoscia: da Martin Heidegger in Essere e Tempo a Umberto Galimberti o Elena Pulcini in La cura del mondo, essa viene descritta come quello stato mentale rivolto verso qualcosa di indefinito – dunque potenzialmente rivolto verso il mondo intero – che crea ansia e tensione. Quello dell’angoscia è un tratto tipico della nostra società globalizzata, così fast, ambigua e camaleontica: ha creato un senso di profondo spaesamento nella vita di ognuno, che eventi gravi come la crisi economica e la pandemia hanno reso ancora più acuto e ingestibile. Laddove non vi sia una mente educata all’elaborazione dell’angoscia questa demolisce il nostro criterio e ci  spinge spasmodicamente a gridare aiuto, supporto e sicurezza.

È importante, quindi, prendere atto di questa situazione e imparare a riconoscere quelle notizie che hanno l’unico obiettivo di stimolare la nostra reazione impulsiva. In un mondo insicuro è facile far leva sulle persone in cerca di certezze e di una verità che sembra gli sia negata: niente di meglio di una risposta semplice e assolutamente certa. Titoli sensazionalistici e soluzioni miracolose sono il pane quotidiano dei venditori di fumo.
La ricerca della verità richiede piuttosto un metodo e questo, a sua volta, richiede un ragionamento che ne stia alla base: l’obiettivo non dev’essere convincere le persone, quanto piuttosto cercare di integrarle all’interno del ragionamento che porta ad una verità temporanea. Queste verità sono destinate a mutare perché la ricerca, lo si vede in tutte le branche del sapere, non termina mai: è un processo faticoso che richiede tempo, confronto e dialogo. È questo grado di indeterminatezza che, purtroppo, non soddisfa la sete di certezza e sicurezza di molti.

Coloro che si vogliono rendere indipendenti – o vogliono apparire tali – dai dibattiti tecnici hanno invece un approccio quasi propagandistico, da imbonitori e costruito su una retorica emotiva e una polemica sterile verso chi non la pensa come loro. Sebbene, normalmente, l’uso di termini scientifici e propri della materia denotino una certa competenza, l’uso che ne viene fatto è spesso un uso populista, ben lontano dall’uso divulgativo/informativo: la differenza tra i due approcci riguarda proprio il concetto di verità. Il primo si fa portatore di una “verità rivelata” o assoluta; il secondo di una verità, spiegabile, frutto di un lavoro comune.

«La sfida […] è quella di una dialettica coevolutiva» (G. Bocchi, M. Ceruti, Educazione e Globalizzazione, 2004), un obiettivo a lungo termine che si costruisce sulla nostra educazione al confronto e alla critica, contrastando con la cultura individuale i continui tentativi di manipolazione. Il vero soggetto responsabile è il soggetto relazionale, colui che si pone in rapporto con l’altro, che ascolta e cerca di produrre valide opinioni: egli, scegliendo consapevolmente di assumersi la responsabilità d’opinione di fronte agli altri, riscopre la propria, vera libertà; una libertà relativa e condivisa con il resto della comunità. Una libertà sociale per il bene di tutti.

Ancora una volta la sola speranza siamo noi.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. Traslitterazione del greco δόξα; significa in genere «opinione, credenza».

2. Identificati da enti reali (governi, aziende multinazionali) o immaginari (gruppi di potenti satanisti, massoni pedofili).

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Entrare in crisi. Quel cammino dall’io al noi

Da qualche giorno si sente nuovamente parlare, nel panorama politico italiano, di una “crisi di governo”, la cui importanza dipende fortemente dal punto di vista secondo cui ciascuno, sulla base delle proprie idee e dei propri valori, osserva la realtà in cui ci si trova.

Ma cosa si intende, propriamente, con il concetto di crisi? Solitamente l’etimologia di questa parola viene ricondotta al termine greco krisis, dal verbo krino, con cui si indica il saper distinguere, prendere una scelta o, più in generale, una situazione di cambiamento.

Spesso temiamo la crisi, specie a livello personale, perché ci rimanda ad una percezione di instabilità, di sconvolgimento che implica il passaggio da ciò che è a ciò che sarà. Psicologicamente parlando, alcuni autori, delineando lo sviluppo psico-cognitivo della persona, sono soliti indicare la crescita come un continuo passaggio tra età stabili ed età critiche, dove si apprende e si consolida tutto il percorso personale.

Se nessuno è esule dallo sperimentare una crisi, tanti invece risultano inadatti ad accompagnare e sostenere colui che la vive. Alcuni per mancanza di strumenti professionali – in situazioni di particolare fragilità -, altri per personalità o per carattere, molti poiché pretendono di dover necessariamente fare, agire, intervenire, quando spesso il modo migliore per restare accanto a chi è in crisi è semplicemente esserci. Magari anche in silenzio, puntando tutto su quella presenza che non sempre ha bisogno di parole per esprimersi.

La crisi a volte capita, a volte è voluta, premeditata, provocata. A volte la subiamo, altre volte la inneschiamo e, in questo caso, forse bisognerebbe fare particolare attenzione, pensando prima agli eventuali effetti che essa possa provocare, poiché se da un lato essa racchiude in se stessa sempre l’opportunità di crescere, di prendere decisioni che ci rendano migliori, dall’altro lato se non si riesce a gestirla può trasformarsi in una sorta di boomerang che, tornando indietro, può soltanto provocare molti danni.

Karl Popper, ad esempio, nella propria visione epistemologica, ha sostenuto che la validità di una teoria scientifica dipende da quanto essa possa essere falsificabile, confutabile. Quanto più essa viene messa in discussione, analizzata, verificata di continuo, tanto più essa si avvicinerà ad assumere una validità quasi assoluta. Per Popper, la crisi è non solo necessaria, ma addirittura indispensabile per determinare quanto la teoria sia valida e, di conseguenza, poter segnare il confine tra il metafisico e lo scientifico. Parafrasando le idee di Popper e tentando di applicare lo stesso principio alla realtà, ogni vera crisi può allora essere anche l’occasione di rendere sempre più autentico ciò che essa stessa coinvolge, che sia un individuo, una comunità, una teoria, un concetto.

A livello sociale e politico, il concetto di “crisi di governo” indica certamente una situazione di cambiamento in quello che è da sempre indicato come il punto fermo di ogni Stato durante una determinata legislatura. Il ruolo cruciale che determina tale tipologia di crisi è fortemente legato al venir meno di quella che è la fiducia tra gli organi di Stato ed i relativi membri. Anche nei rapporti umani accade. In coppia, tra amici, in famiglia, se manca la fiducia inevitabilmente si incorre in una forma di crisi che può facilmente determinare una rottura nella relazione. Una ferita, la cui profondità è direttamente proporzionale all’affetto messo in questione.

Cosa accomuna tutte queste tipologie di crisi? La soluzione. Perché nessuna crisi può essere affrontata e risolta in quell’individualismo che ci caratterizza negli ultimi tempi, in quella solitudine che il lockdown rende sempre più arida. La crisi ha bisogno del noi per salvare l’io. E se questo vale a livello personale, relazionale, professionale, vale anche a livello politico e sociale.

Ci farà bene allora ideare una sorta di teleologia della crisi, ovvero la ricerca del fine, dello scopo, di ogni evento critico. Da dove parte questa crisi? Dove può condurmi?

Che ben venga l’atteggiamento critico, di indagine, di ricerca, di riflessione andando in profondità di ciò che accade. Ma attenzione a non cadere in quella che i filosofi definirebbero la doxa, l’opinione distaccata che ha come unico interesse quello di gettare sentenze, di dare soluzioni del tutto improvvisate e inadeguate, specie quando si pretende di invadere con forza l’intimità personale e la sofferenza degli individui. Perché la fine ed il fine di ogni crisi dipendono molto da come essa viene affrontata. Se alla fase iniziale di smarrimento ed immobilismo non segue un sano discernimento, nonché una scelta, una decisione, un passo per uscire dall’ipotetico stallo, si sarà probabilmente persa l’occasione di crescere. Di diventare una persona migliore, una comunità migliore, uno Stato migliore.

 

Agnese Giannino

 

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“Le tre ecologie” di Guattari: un prontuario per il nostro tempo

Personaggio complesso e bizzarro, psicanalista, militante politico ed eccentrico pensatore, Félix Guattari è conosciuto principalmente per la sua prolifica collaborazione con il filosofo francese Gilles Deleuze, grazie alla quale vengono alla luce i due volumi di Capitalismo e schizofrenia: L’Anti-Edipo prima, Mille piani poi. Non va però dimenticato che Guattari seppe sviluppare un proprio pensiero filosofico indipendente e una sua opera, in particolare, risulta oggi estremamente attuale. Si tratta de Le tre ecologie, breve saggio risalente al 1989 ma articolato sull’analisi di questioni e problemi che appartengono in pieno anche al nostro tempo, tanto da farlo apparire come un testo, se non premonitore, quantomeno assai lungimirante. In esso il concetto di ecologia viene sviluppato in una chiave totalmente nuova, attraverso lo studio delle interazioni sistemiche tra contesti che solitamente vengono considerati separati fra loro: quello ambientale, sociale e mentale. Secondo Guattari, infatti, non vi può essere alcun progresso politico sul piano della crisi ambientale, se le soluzioni proposte non prendono in considerazione anche le dimensioni sociale e psichica. Scrive infatti Guattari:

«Le formazioni politiche e gli organi esecutivi sembrano totalmente incapaci di cogliere questa problematica [quella della crisi ecologica] nell’insieme delle sue implicazioni. Benché recentemente abbiano iniziato a prendere parzialmente coscienza dei pericoli più visibili che minacciano l’ambiente naturale delle nostre società, in genere si accontentano di affrontare il terreno delle nocività industriali, e ciò unicamente in una prospettiva tecnocratica, mentre soltanto un’articolazione etico-politica – che io chiamo ecosofia – fra i tre registri ecologici (quello dell’ambiente, quello dei rapporti sociali e quello della soggettività) sarebbe capace di far adeguata luce su questi problemi»
F. Guattari, Le tre ecologie, 1989.

Per riuscire a cogliere in modo più completo le indicazioni forniteci da Guattari, proviamo ad analizzare, attraverso i suoi stessi strumenti, una situazione che risulta a noi tutti familiare, ovvero l’attuale pandemia di COVID-19. Essa ci ha colti del tutto impreparati – nonostante alcuni esperti (in una certa misura) la stessero preconizzando da tempo – e ci ha imposto senza clemenza di riconoscere il ruolo politico del non-umano nelle nostre vite: chi si aspettava, infatti, che perfino l’essere più piccolo, a metà tra il regno dei viventi e dei non viventi, potesse riuscire a mettere sottosopra l’intera società ed economia globale? Ci troviamo di fronte a uno dei più chiari esempi di interconnessione tra le tre ecologie, e risulta intellettualmente interessante ma psicologicamente perturbante rendersi conto di quanto Guattari ci avesse azzeccato.

Partiamo dal livello ecologico in senso stretto: è risaputo come sia stata anche l’ingerenza indebita delle attività antropiche sugli habitat naturali a scatenare il cosiddetto spillover dalle specie selvatiche all’essere umano. Si potrebbe aprire una riflessione senza fine sul rapporto di violenza e sfruttamento che abbiamo instaurato con la maggior parte delle altre specie animali, ma accontentiamoci qui di considerare il caso singolo: nei mercati asiatici il traffico di animali vivi, prelevati dal loro ecosistema, ha causato quel salto di specie che ha permesso al virus di transitare senza problemi da loro a noi.

La dimensione socio-culturale del fenomeno costituisce il passaggio direttamente successivo: in un periodo relativamente breve, il virus si è diffuso sull’intero pianeta, facilmente trasportato da viaggiatori e merci, per terra, per aria e per mare. Demonizzare la globalizzazione in sé non ha senso, ma bisogna quantomeno riconoscere che, in questo caso, essa ha esercitato potentemente il suo consueto ruolo di efficace ripetitore dei mali: un fenomeno circoscritto a una dimensione locale si è presto tramutato in un’emergenza planetaria. In breve tempo è stata messa a nudo la debolezza e la scarsa resilienza delle nostre economie internazionali e nazionali, così come delle organizzazioni e delle politiche globali. Al contempo, il ruolo fondamentale giocato dalle telecomunicazioni, in particolare durante il periodo di lockdown, ha dimostrato quanto esse siano ormai indispensabili per la quotidianità delle nostre vite, permettendo di mantenere saldi legami che altrimenti si sarebbero dissolti e creandone di nuovi e originali.

Giungiamo infine al terzo livello di ecologia indicato da Guattari, quello mentale: dal punto di vista della soggettività, la pandemia ha scatenato nuove paure e nuovi tipi di rapporti interpersonali, oltre che un sempre più diffuso senso di impotenza di fronte alle calamità. Se prendere coscienza della fragilità dei nostri sistemi può risultare positivo, in un’epoca di crisi ecologica, possiamo solo augurarci che, oltre all’angoscia, la pandemia abbia fatto scaturire in noi un nuovo senso di comunità e interdipendenza, non solo con gli altri umani ma anche, e in modo ancor più inedito, con gli altri non-umani.

 

Petra Codato

 

[Photo credit Guillaume de Germain via Unsplash]

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Il non-luogo del linguaggio: le parole come atto di identità

Esiste una realtà mutevole – e talvolta relativista – in cui la sovranità appartiene alle parole, uno spazio impensabile: il non-luogo del linguaggio. Il linguista-filosofo Noam Chomsky, riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale1, attribuì al linguaggio una caratteristica nucleare che rende l’essere-nel-mondo, finalmente, umano. Descriviamo il mondo usufruendo di connubi lessicali. Ognuno così percorre la propria vita – a mo’ di tartaruga  – trasportandosi la casa dell’idioletto, ovvero l’intero bagaglio di strutture linguistiche che una persona possiede e adopera; e dall’incontro con l’Altro finisce per definire se stesso e ciò che lo circonda.

Nel non-luogo del linguaggio, l’essere-nel-mondo – come il demiurgo platonico – plasma se stesso; l’uso delle parole diventa un atto di identità. Si fa urgenza la capacità di destreggiarsi nel vortice delle parole e di possederne quante più possibili. La mancanza di una parola di riferimento sfocia immancabilmente in un impasse: fisico, psicologico, sociale. E dal momento in cui si rileva la mancanza che diventa urgenza, la norma necessita di essere interrogata e, in un secondo tempo, aggiornata. Perché si sa, ciò che viene nominato e “cartellinato” si vede meglio.
Ed ecco che si fa strada la posizione di alcuni gruppi di persone – settori del movimento femminista, attivisti LGBTQ+, individui che non si sentono rappresentanti nel binarismo – le cui idee si originano dal concetto secondo cui l’affermazione di un’essenza si traduce in esistenza. Mi identifico, dunque esisto.

L’onomaturgo improvvisato, colui che crea neologismi, tenta di illuminare la ristrettezza della lingua e l’inconveniente provocato. Inizia così a sperimentare un’alternativa o più: asterisco, barra, punto, schwa2. Cerca pertanto di riempire un vuoto, dando forma a un’esistenza: la propria. La sua bandiera è l’inclusione linguistica, in tutte le sue sfaccettature. E se, da un lato, vi è la possibilità di apportare una modifica alla norma linguistica, dall’altro, la lingua la costituiscono i parlanti; i quali – però – talvolta restano arenati nell’abitudine. Ed è così un circolo vizioso, per esempio, le parole: medica, avvocata, sindaca, esse trattengono una nota stonata nel pensiero di molti.

L’onomaturgo improvvisato tuttavia non si arrende. Crede al “discontinuo” – il fatto che una cultura possa cessare di pensare come aveva fatto fino a un dato momento e si mette a pensare diversamente, in altro modo. Diviene così possibile pensare a una realtà in cui la normalizzazione grammaticale e parlata di talune parole renda chiara la rappresentazione del reale e ne affermi la sua totale esistenza. Dopotutto la realtà è immersa in un eterno divenire, e così anche la lingua che la descrive si rinnova continuamente.
L’onomaturgo improvvisato non demorde nella sua impresa poiché conosce il potere delle parole. Attraverso la dinamicità di queste ultime è possibile compiere vere e proprie azioni. Le parole, infatti, non si cristallizzano nel non-luogo del linguaggio, bensì lacerano la tela immaginaria e giungono nel mondo tangibile del reale. La “medica” dichiarando il decesso rompe il silenzio, e il potenziale gatto di Schröedinger abbandona il suo limbo per abbracciare una definita condizione.
L’onomaturgo improvvisato ha così compreso che siamo i soli parlamentari nel non-luogo del linguaggio, ove le parole che scegliamo o non scegliamo di adoperare regnano sovrane.

 

Jessica Genova

 

NOTE
1. Per grammatica generativo-trasformazionale si intende la grammatica che si sviluppa seguendo la tradizione chomskiana della descrizione linguistica. Chomsky afferma che la grammatica è una competenza mentale posseduta da colui che parla che gli permette di costituire un numero illimitato di frasi.

2. Lo schwa viene definito dalla Treccani come un suono vocalico neutro, non arrotondato, senza accento o tono di scarsa sonorità. Cfr. Treccani

[Photo credit Brett Jordan via Unsplash]

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Minoranze: la potenza del divenire secondo Deleuze e Guattari

«Minoranza e maggioranza non si oppongono soltanto in modo quantitativo. Maggioranza implica una costante, d’espressione o di contenuto, come un’unità di misura in rapporto alla quale essa può essere valutata. Supponiamo che la costante o l’unità di misura sia un qualsiasi Uomo-bianco-maschio-adulto-cittadino-parlante una lingua standard-europeo-eterosessuale (l’Ulisse di Joyce o di Ezra Pound). È evidente che “gli uomini” sono in maggioranza, anche se sono meno numerosi dei moscerini, dei bambini, delle donne, dei Neri, dei contadini, degli omosessuali, ecc. Ciò dipende dal fatto che l’uomo appare due volte, una volta nella costante, una volta nella variabile da cui si estrae la costante. La maggioranza presuppone uno stato di potere e di dominazione, e non il contrario. Essa presuppone l’unità di misura, e non il contrario.»
(G. Deleuze e F. Guattari, Mille piani, 1980.)

La supposizione presentata da Deleuze e Guattari in questa pagina di Mille piani sembra oggi quantomeno fondata. Lo era anche nel 1980, quando l’opera venne pubblicata, ma ai nostri giorni, nei tempi più maturi del capitalismo avanzato, affermare il dominio dell’Uomo pare quasi scontato. La maggioranza ha talmente plasmato il modo in cui noi occidentali concepiamo il mondo che le voci delle minoranze iniziano a farsi ascoltare quando gli effetti di tale dominio sono ormai evidenti anche a chi ha cercato in tutti i modi di non vederli. Se le violenze perpetrate nei secoli al genere femminile, alle popolazioni indigene e non occidentali, agli omosessuali – solo per fare alcuni esempi – rimanevano in un certo senso all’interno del contesto umano delle relazioni, la crisi ecologica attuale apre a dimensioni ancora insondate dalle minoranze stesse. Solo negli anni più recenti, infatti, il confronto con le dinamiche ecologiche che minacciano la sopravvivenza del genere umano hanno acquisito quella rilevanza che non era più possibile occultare.

Per quale motivo il silenzio è perdurato così a lungo? Perché le minoranze coinvolte nella crisi ecologica parlano altre lingue rispetto a quelle che siamo stati abituati ad ascoltare nell’ambito delle contestazioni umane. Non a caso, il passo citato proviene dal capitolo Postulati di linguistica, presente in Mille piani. Assistiamo a un salto comunicativo che esula dalle forme consolidate di interazione linguistica: dobbiamo entrare in comunicazione con il non-umano attraverso altri codici che non siano quelli di una scienza impostata sulla coppia epistemologica soggetto-oggetto. Dobbiamo sperimentare altri idiomi e altri dialetti. La crisi ecologica ci impone perciò di ripensare non solo la natura delle relazioni che intercorrono tra le minoranze e tra queste e la maggioranza, ma anche il rapporto che sussiste tra maggioranza e minoranze umane, considerate assieme, e quel sottoinsieme sterminato che paradossalmente le comprende tutte: il non-umano (il cosiddetto “ambiente”).

Ma cos’è una minoranza? Minoranza è divenire, dinamismo, è il movimento che anima i cambiamenti di qualsiasi evoluzione. Mentre il potere esiste per perpetuare se stesso, la minoranza lavora nel sottosuolo attraverso vibrazioni dapprima impercettibili e poi sempre più potenti, fino a far crollare dalle fondamenta la poderosa fortezza che si trova in superficie. Per questo motivo, Deleuze e Guattari affermano che «Non vi è divenire maggioritario, maggioranza non è mai un divenire. Non vi è divenire se non minoritario» (ivi).
D’altronde, perfezione significa massima compiutezza, ciò che non può e non deve cambiare in quanto già completamente realizzato. La maggioranza è perfezione, e difatti la più alta raffigurazione dell’Uomo corrisponde al Vitruviano di Leonardo. Con questa immagine, Rosi Braidotti, allieva di Deleuze – oltre che di Foucault e Irigaray – e autrice di molti saggi di riferimento nel panorama della filosofia femminista e della nuova “svolta postumana”, inizia il proprio manifesto su quest’ultima corrente di pensiero, intitolato appunto Il postumano. L’eco di Deleuze è lampante:

«All’inizio di tutto vi è Lui: l’ideale classico dell’Uomo, individuato dapprima da Protagora come “la misura di tutte le cose”, poi innalzato dal Rinascimento italiano a livello di modello universale, rappresentato da Leonardo da Vinci nell’Uomo Vitruviano. Un ideale di perfezione corporea che, in linea con il detto classico mens sana in corpore sano, evolve verso una serie di valori intellettuali, discorsivi e spirituali. Insieme, fondano una precisa concezione di cosa dell’umanità sia umano.»
(R. Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, 2013)

A questo punto rimane da domandarci: ha ancora senso voler essere “la misura di tutte le cose?” Vogliamo davvero la perfezione?

 

Petra Codato

 

[Photo credit Kris Mikaele Krister via Unsplash]

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Ma allora chi è l’eroe?

Non c’è più spazio per la figura dell’eroe nel XXI secolo, per (almeno) tre ordini di motivi: il bombardamento di stimoli visivi che riceviamo, il decadimento della cultura dell’ascolto e la caratteristica di eterno presente che assume il tempo sul web. Questo è, in sintesi, il cuore di una riflessione, comparsa su La Chiave di Sophia (per approfondire vedi Non è più tempo d’eroi), circa la (im)possibilità delle grandi narrazioni eroiche al tempo di internet.

Nell’ottica di superare una prospettiva esclusivamente negativa verrebbe da chiedersi come si potrebbe caratterizzare l’eroe del terzo millennio. La prima difficoltà che sorge nel porre questo interrogativo è metodologica: la conclusione secondo cui la figura eroica non è oggi più possibile non esclude forse che si possa delineare l’eroe in astratto? Potrebbe infatti non essere legittimo calare dall’alto l’archetipo eroico su un periodo storico; dovrebbe magari essere l’epoca stessa a far emergere i suoi eroi. Tuttavia, è possibile tratteggiare le caratteristiche di un eroe del tempo presente, un eroe che combatte le sue battaglie nel mondo digitalizzato.

La caratterizzazione di quello che potremmo definire “eroe postmoderno” passa inevitabilmente per l’analisi della figura da cui più strettamente deriva, ovvero l’eroe moderno. «Non è detto che fossimo santi / l’eroismo non è sovrumano»: questi versi, scritti da Italo Calvino per celebrare la Resistenza, connotano efficacemente la principale dote della figura eroica del XX secolo: l’ordinarietà; per compiere azioni eroiche non è più necessario, come invece per l’epica medievale, essere di nobile lignaggio. Tuttavia, nonostante la conditio sine qua non dell’azione grandiosa non sia più la nobiltà (di sangue, o di cuore come teorizzavano gli stilnovisti), questo non rende meno importante l’impresa. «E voi, nascosti dietro alle finestre, – recita la ballata L’eroe del gruppo folk Mercanti di Liquore – farò io quello che voi vorreste/ Vi mostrerò che cosa si può fare invece di strisciare» e ancora «L’ho fatto perché non l’avreste fatto voi»: l’eccezionalità del gesto compiuto, topos dell’eroe fin dall’epica omerica, rimane invariata.

Tuttavia, nel ‘900 lo spazio per compiere mirabili imprese sul modello dei Greci sotto le mura di Troia o dei protagonisti delle chanson de geste medievali sembra già essersi ridotto. Questo non impedisce però di riconoscere figure a loro modo “eroiche”, per quanto eterodosse rispetto alla tradizione: si pensi, ad esempio, alla vita di Van Gogh – descritta, fra gli altri, da Karl Jaspers nel suo Genio e follia – o a quella di Charlie Parker, oppure al viaggio in motocicletta compiuto da Ernesto Che Guevara nel 1951 e raccontato nel diario Latinoamericana.

Cosa unisce Van Gogh, Charlie Parker e il Che1? Quello che, in qualche modo, era anche proprio degli eroi dell’antichità: l’abnegazione verso un bene superiore, sia esso morale, politico oppure artistico. Non è questa la sede per discutere quali conseguenze, soprattutto psichiche e fisiche, abbia avuto sui personaggi citati una tale e totale devozione ad una causa. L’idea è che l’eroe moderno sia intrinsecamente, seppur nell’accezione depurata da connotazioni storico-ideologiche contingenti, “partigiano”2. L’impresa è, infatti, manifestazione concreta di una scelta, spesso radicale, senza compromessi, totalizzante al punto da mettere a repentaglio la propria incolumità.

Sono proprio gli elementi dell’abnegazione verso un bene superiore e della scelta che possono essere tenuti in considerazione nella transizione verso l’eroe postmoderno, nella sua lotta contro un capitalismo omologante, una società digitale onnipervasiva e onnisciente. La mortificazione di qualsiasi slancio che devii dalla norma, che prorompe dalle dinamiche socio-politiche del terzo millennio, occlude quasi completamente lo spazio per l’eroe. Ciò non toglie che l’attitudine “partigiana” possa rivelarsi strumento per l’attuazione di una strategia resistenziale. L’eroe dovrebbe tornare a essere, per riprendere un termine di Marco Damilano, «partigiano della parola»3. La scelta, drastica: quella di combattere la semplificazione e l’appiattimento della società del digitale e dell’immagine riscoprendo il potere della parola. Soltanto un potente anelito verso la complessità potrà aprire un nuovo spazio per la narrazione di gesta eroiche, soltanto così l’era di internet potrà cantare dei propri eroi.

 

Edoardo Anziano

 

NOTE
1. La scelta di questi tre personaggi come rappresentanti dell’eroe moderno è da considerarsi semplicemente esemplificativa e non esaustiva. Sono stati volutamente omessi personaggi legati all’attualità e agli ultimi decenni, attingendo a un periodo in cui lo sviluppo delle telecomunicazioni di massa e l’avvento del digitale erano ancora lontani.
2. Questa caratteristica rivela, oltre all’eccezionalità dell’eroe, l’intrinseca debolezza della sua figura: ogni eroe, in fondo, è prodotto di una costruzione “di parte”, fondata sulla condivisione di un determinato ethos. La stessa qualificazione di Van Gogh, Parker e Guevara come “eroi” è funzionale a mostrare la relatività della narrazione eroica. Cfr. a tal proposito «Non è più tempo d’eroi». [inserire link]
3. M. Damilano, «Partigiani della parola», L’Espresso, 29 Aprile 2018.

[Photo credit Gabriel Bassino via Unsplash]

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