Hegel: istruzioni per la lettura

“La filosofia: ma che senso ha la filosofia? Quale servigio rende all’umanità? Sull’arte non ci sono dubbi. Ma dalla filosofia, quella puramente teoretica – la dialettica hegeliana o il criticismo kantiano – che insegnamento dovrei trarne nell’atto di studiarli?”.
Questa “quasi-citazione” proviene da un vecchio post di Facebook di un mio amico e seppur è stata pubblicata molto tempo addietro mi è sempre rimasta impressa con una certa insistenza. Ora, la serie di domande che vengono poste rappresentano un classico della filosofia ed esse possono essere rivolte a qualsiasi sua opera “puramente teoretica”. Oggi, però, vorrei sfruttarle in un altro modo, usandole per introdurvi un’opera in particolare, una delle più difficili ma al tempo stesso delle più affascinanti. Sto parlando della Fenomenologia dello Spirito di Hegel. I quesiti precedenti possono, infatti, fungere da spunto per spiegare brevemente in che cosa consista il cuore di questo lavoro filosofico – anche se è chiaro che è impossibile esaurirne lo spessore intellettuale in così poche battute. Vi parlerò, allora, della Fenomenologia attraverso queste domande, cercando di mostrarne l’attualità e al contempo l’utilità per l’uomo che la legge con spirito attento.

A cosa serve e che insegnamento può darci un’opera così intrinsecamente teoretica? La domanda è alquanto paradossale e forse Hegel si arrabbierebbe pure se gliela facessimo, dal momento che il suo vero e unico soggetto è la coscienza propria di ognuno, tanto come singoli individui quanto come parte di un popolo. Per l’autore, a dover intraprendere il faticoso cammino in essa descritto, è quindi sia il singolo uomo, ovvero ognuno di noi, sia l’umanità in generale e quindi l’insieme delle coscienze umane che costituisce questo noi (a cui Hegel si riferisce come “Spirito del mondo”).

Nella Fenomenologia si svolge la storia delle diverse manifestazioni della coscienza, le cui tappe fondamentali sono ad esempio la certezza sensibile, la percezione, l’autocoscienza e la ragione. Attraverso tutti questi momenti viene messo in luce il processo tramite cui questa coscienza prede concretamente consapevolezza di sé, perché ogni tappa è un passo più in profondità verso la conoscenza di se stessi. Quest’opera, quindi, articola la totalità dell’esperienza della coscienza in modo tale che essa possa elevarsi allo spirito, ovvero alla coscienza consapevole. Secondo una famosa definizione, la Fenomenologia è la storia romanzata della coscienza; essa è un romanzo di formazione, in cui l’individuo viene accompagnato al suo vero essere. Ma perché l’uomo raggiunga questa consapevolezza, deve compiere un lungo percorso, una scala da salire gradino dopo gradino senza farsi prendere dalla fretta di arrivare in fondo.

Se ora possono essere più chiari il soggetto e l’intento di quest’opera, resta però da capire come l’uomo possa giungere alla sua consapevolezza interiore. Si tratta, cioè, di comprendere come avviene concretamente l’esperienza della coscienza.

«Ma non quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiava della distruzione; anzi quella che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello spirito. Esso guadagna la sua verità a patto di ritrovare sé nell’assoluta devastazione»1.

In generale, ciò che caratterizza il divenire nella Fenomenologia dello spirito è il fatto che il conoscersi della coscienza sia un divenire altro da sé. La coscienza, infatti, è movimento e coincide con un atto di riflessione, attraverso cui essa esce da sé, facendosi oggetto, per poi ritornare in se stessa. Ciò vuol dire che per poter ottenere la piena presa di coscienza su di sé, l’uomo deve alienarsi nel mondo esterno. Un esempio di questo movimento ci è offerto dal lavoro. Il singolo uomo produce un oggetto esterno, in cui è rappresentata la sua interiorità e in cui si riconosce come produttore di quello stesso oggetto. L’uomo si è quindi esteriorizzato nel suo oggetto; ma così facendo riesce al tempo stesso a conoscersi più in profondità, a scavare più a fondo dentro di sé. Una formula efficace che può riassume il movimento appena descritto è la seguente: giungere a sé diventando altro da sé, ovvero farsi oggetto di se stesso esteriorizzandosi, senza però venir meno, senza però perdersi.

È chiaro allora che quello in atto nella Fenomenologia è un processo negativo. Invero, «in questo itinerario tale coscienza perde la sua verità. Può quindi essere considerato come la via del dubbio, o più propriamente, la via della disperazione»2. La presa di coscienza su noi stessi non è in alcun modo un cammino felice e spensierato, ma, al contrario, è caratterizzato da scissioni continue, da dubbi ostinati ed è carico di disperazione, perché la nostra coscienza deve continuamente mettere sotto esame la verità che crede di possedere.

È ormai ora di chiudere il cerchio e rispondere in modo secco alle domande sopra poste: quale servigio ci può quindi rendere leggere la Fenomenologia? Non c’è dubbio che essa possa far venir il mal di mare per la sua complessità e tortuosità, ma nella sua ossatura è un brillante romanzo, scritto da un uomo per tutti coloro abbastanza coraggiosi da riuscire a guardare in faccia gli abissi del proprio io, senza indietreggiare dalla paura. La Fenomenologia insegna e parla a quegli uomini desiderosi di procedere più in profondità alla ricerca di se stessi e del proprio ruolo nel mondo.

 

Gaia Ferrari

 

NOTE
1. G.W. Hegel, Fenomenologia dello spirito, ed. italiana di Enrico De Negri, 1807, p. 26.

2. Ivi, pp. 69-70.

[Photo credit Simon Migaj]

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Lo Yoga e il conflitto mente-corpo. La pratica della posizione dell’albero

Lo Yoga è una tecnica meravigliosa che ci permette di accedere ai più elevati livelli spirituali, ma è anche una tecnica molto pratica, che rimane sempre rigorosamente ancorata a terra.
Il termine yoga, per via della sua genericità, permette una grande varietà di significati. L’etimologia del termine sanscrito significa unire, legareFare Yoga significa realizzare un movimento, un’azione: l’azione del legare, unire, connettere.
Unire che cosa, potremo chiederci?

Lo yoga è una tecnica che permette all’uomo di connettere armonicamente mente e corpo, coscienza e consapevolezza, essere e universo, testa e cuore, respiro e sensazioni, psiche e memoria, attività e passività, volontà e abbandono.
Mi sono appassionata a questa pratica molti anni fa e, oltre a praticarla in vere e proprie “classi”, ho avuto il piacere di conoscere questo mondo da un punto di vista diverso: per un anno ho frequentato un corso per insegnanti che mi ha permesso di studiare questa tecnica da punti di vista nuovi e davvero interessanti.
Uno di questi è quello di cui vi parlo in questo articolo, che mi ha messa di fronte alla grande difficoltà di ascoltare corpo e mente senza permettere all’una di soffocare la “voce” l’altro e viceversa. Questo concetto viene ampiamente trattato da Andrè Van Lysebeth, uno dei pionieri di questa disciplina in Occidente, del quale vale la pena leggere I miei esercizi di yoga (Mursia, 1993); Imparo lo yoga (Mursia, 1987) e Pranayama, la dinamica del respiro (Astrolabio, 1978). A chi pratica assiduamente lo yoga non deve poi mancare la lettura de Hatha Yoga Pradipika, uno dei testi principali sulla filosofia dello hatha yoga.

In questa disciplina, il rapporto tra mente e corpo viene definito come un rapporto tra consapevolezza e coscienza. La mente è la consapevolezza: individua. Pensate, per fare un esempio pratico, ad un laser che illumina un punto preciso.
Il corpo invece è la coscienza: universalizza.
La relazione tra corpo e mente è, per usare un termine della filosofia cinese, yin-yang: la mente influenza il corpo e il corpo influenza la mente; ora prevale l’una, ora l’altro, nessuno dei due domina totalmente ma si fronteggiano in un eterno conflitto. Ed è proprio questa perenne competizione a non rendere così semplice la pratica.

Infatti uno yoga consapevole determinerà uno squilibrio verso la mente, facendoci perdere l’elemento della coscienza e quindi della corporeità, dell’ascolto del corpo e dei suoi limiti; uno yoga cosciente, invece, ci squilibrerà verso il corpo, facendoci perdere l’elemento della consapevolezza e quindi della mente, della presenza, della concentrazione.
Lo yoga quindi dovrà riproporre un rapporto armonico tra le due polarità, mente e corpo.
Quando si pratica yoga dobbiamo essere bravi a dosare corpo e mente: non possiamo essere o tutta mente o tutto corpo, ma semmai l’interazione tra i due.

Per questo, quando lo pratichiamo, dovremmo cercare di indirizzare la pratica nel senso della conoscenza consapevole, ovvero osservare con distacco la realtà e partecipare ad essa senza giudicare quanto ci accade. Semplicemente osservare.

Solo così è possibile comprendere che ognuno di noi è il campo di azione di mente e corpo. In altre parole, siamo una polarità in azione, ora mente, ora corpo, ora ascoltiamo l’una, ora ascoltiamo l’altra. Prenderne coscienza ci libera dall’obbligo di interpretare l’uno o l’altro ruolo e ci rende liberi. Ho provato ad osservare la competizione mente-corpo praticando alcune posizioni e oggi vi propongo una pratica molto semplice, che tutti potete fare, con una delle mie asana (lett. posizioni) preferite: Vrikshasana, la posizione dell’albero.

Il primo impulso mentale che mi arriva è quello di realizzarla al massimo del suo potenziale. Secondo la mia mente, quindi, devo portare la pianta del piede sull’alto dell’interno coscia, stendere le braccia verso l’alto, chiudere gli occhi, restare immobile. Se decidessi di ascoltarla, senza prestare attenzione al corpo, cercherei di realizzare una posizione probabilmente perfetta, dritta, impeccabile.

Ma sarebbe yoga questo? Avrei ascoltato il mio corpo? Avrei rispettato i miei limiti corporei? Sicuramente sarebbe una bella prova di resistenza ginnica, ma non yoga. La posizione sarebbe forzata, non riuscirei a tenerla se non per qualche secondo e sicuramente mi stancherebbe terribilmente. Non sarebbe la mia posizione, sarebbe solo una maschera perfetta delle mio vero io. Allora mi fermo e ascolto il mio corpo.

Cosa mi dice?

Mi dice di alzare il piede piano, uno step alla volta, in modo che il piede che rimane a terra inizi a giocare col pavimento e trovi il suo equilibrio. Mi dice che non importa che la pianta del piede arrivi fino all’alto dell’interno coscia, ma che devo trovare il mio limite e rispettarlo. Mi insegna che non è doveroso neppure alzare le braccia verso l’alto. Posso tenerle sui fianchi o davanti al petto, se in questo modo sento che la posizione non diventa forzata, scomoda e dolorosa. E ascoltando il corpo ritrovo anche la mia mente, che, non più preoccupata della perfezione, comincia a giocare con lui e si ingegna non più a tirarlo e forzarlo, ma a trovare insieme al corpo il modo per stare in equilibrio: si concentra sul bacino, trova il suo centro. Corpo e mente non più antagonisti, ma complici.

Il risultato è un albero assolutamente imperfetto, con la pianta del piede bassa, con le mani davanti al petto, un pochino tremolante, ma è il mio albero. E soprattutto, mentre sono nella posizione, sorrido.

 

Martina Notari

 

[Photo credit Marion Michele]

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Rousseau come simbiosi di realtà e immaginazione: essere eguali perché non si è più soli

Con Rousseau tutto si complica.
Non si era mai accontentato del solo percorso razionale. Ha sempre desiderato le iperboli e di andare oltre il muro dell’uomo, per vederne gli orizzonti sconosciuti.
Criticava, odiava – avendo tra l’altro un pessimo carattere –, fu capace di osservare la società come nessuno prima d’allora in campo filosofico era riuscito a fare e, soprattutto, contemplava il singolo individuo come unicità del creato.

A lui possiamo attribuire la prima autobiografia della storia, un misto di passione e ragione tra esperienze e fondamenti culturali. Questo forse è il simbolo che può meglio di altri rappresentare la sua tensione morbosa fra realismo e immaginazione.
Ma cos’è l’uomo per il pensatore ginevrino? È essenzialmente solo, e pure felice, nello stato di natura dove non esiste socialità, dolore o ineguaglianza. Mentre ora è in catene. Ha fatto, potremmo dire, il passo più lungo della gamba. Si è creduto più forte insieme ad altri e si è ritrovato svantaggiato nei confronti della società.
Come egli stesso scrive nel Discorso sull’ineguaglianza:

«Apro i libri di diritto e di morale, ascolto filosofi e giureconsulti è tutto pieno dei loro insinuanti discorsi, deploro le miserie della natura, ammiro la pace e la giustizia prodotte dallo stato civile, benedico la saggezza delle istituzioni repubblicane e, vedendomi cittadino, mi consolo di essere uomo. Bene istruito sui miei doveri e sulla mia felicità, chiudo il libro, esco di scuola e mi guardo intorno: vedo popoli disgraziati che gemono sotto un giuoco di ferro, il genere umano schiacciato da un pugno di oppressori, una folla affamata […] di cui il ricco beve in pace il sangue e le lacrime»1.

Il passaggio da uno stato di piena libertà ad un altro pieno di sofferenze è il punto di indagine di Rousseau, dove l’immaginazione passa il testimone alla realtà. Da questo momento non può che indagare l’uomo così com’è e le leggi come possono essere.
Prima dunque abbiamo un individuo solo come solitaria dovrebbe essere l’educazione. Successivamente un uomo che nell’incontro con l’altro e proiettandosi al di fuori di sé, si perde, sprofondando nei desideri di dominio e assoggettamento. L’antitesi della visione della coscienza che ne farà Hegel nell’Ottocento.

Il problema ora è come risolvere il gap. L’antidoto può essere uno solo: l’eguaglianza. È come “rattoppare” una falla del sistema mondo, e pure con strumenti non del tutto idonei.
Infatti, per Rousseau non importa, rispetto ai suoi precursori, indagare il passaggio dallo stato di natura a quello civile concretizzandolo ma imprecare perché si è realizzato. Un punto di non ritorno per l’essere umano.
La causa fu non solo la socialità ma la nascita della proprietà privata e l’avanzamento della tecnica. Il progresso non solo è inutile in questo caso, ma è la falce che fece dell’essere umano una bestia.
Come lo stesso filosofo scrive:

«Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, voi siete perduti»2.

Il risultato è la formulazione di un patto iniquo, nel quale i ricchi approfittandosi dell’ingenuità dei più deboli, stipulano un accordo che porterà solo sofferenze, creando una società ingiusta ed egoista.

È necessario dunque un secondo contratto, capace di fare di tutti un corpo collettivo dove nessuno possa perdere la propria libertà individuale e in più ottenere la sicurezza fra i molti. Un compito morale, politico e giudico per nulla facile.
Rousseau lo chiamerà il contratto sociale. Nell’opera così intitolata infatti scrive:

«ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotta la direzione della volontà generale; e noi come corpo riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto»3.

Rinunciando infatti al diritto di autogovernarsi da sé, l’individuo accetta che gli altri abbiano un diritto su di lui, ma al tempo stesso acquisisce un diritto sugli altri e dunque non perde nulla della sua libertà.
Si deve creare reciprocità tramite l’eguaglianza così da salvaguardare la libertà originaria, iniziando un nuovo percorso e creando una società come protezione dei singoli in quanto parte del tutto e il tutto nella garanzia del singolo.

Ancora una volta la spinta immaginativa prende il sopravvento, per non parlare inoltre del Legislatore, descritto come una entità divina, simbiosi di politica e credenza; della volontà generale come forza presente ed eterna tra gli uomini o della religione civile.
Sembra quasi che ogni popolo, in ogni tempo e per sempre, una volta compreso il compito e la direzione di sé, sia destinato alla felicità eterna. Ma non è così.
Il realismo torna ancora una volta: i dettami sopracitati non hanno forza universale seppur ne abbiano essenza, in quanto ogni popolo ha il suo grado di sviluppo e di crescita. Rousseau apprese molto da Machiavelli e da Montesquieu nella riflessione politica ed è come se ci dicesse: esiste una verità pura, ovvero che l’uomo è destinato ordinariamente all’isolamento; per cause esterne e fortuite e che dunque potevano anche non accadere – ma sono successe – si trova in una società iniqua, nel quale deve porre rimedio tramite dettami universali, senza dimenticare il relativismo intrinseco nell’uomo – in questo caso nel popolo, che inizialmente era unico e irripetibile.

Molti intellettuali dinnanzi alla teoria rousseauiana videro contraddizioni insormontabili, intrecciate nella tensione fra immaginazione e realismo; taluni pura genialità, altri ancora solo un mostro che abbandonava i propri figli.
È come se non si fosse spiegato a sufficienza, come se si fosse risparmiato con le parole, pensando che i posteri potessero leggere nelle sue tesi i concetti fra le righe. Infatti, sognava di poter rielaborare il tutto con più coerenza tramite una predisposizione sistematica del sapere, ma non ne ebbe il tempo. E forse per questo abbiamo ancora molto da imparare da lui.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1. J-J. Rousseau, Discorso sull’ineguaglianza, a cura di M. Garin, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. 44.

2. Ivi, p. 173.
3. J-J.  Rousseau, Il Contratto sociale, a cura di M. Garin, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 67.

[Photo credit Rob Curran]

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Sul senso critico nell’epoca della smaterializzazione

Invitato dalla redazione de La Chiave di Sophia, lo scorso 14 novembre ho tenuto una conferenza nell’Università di Venezia sul tema dei cambiamenti in atto nell’ambito della comunicazione visiva. Nel corso dell’incontro, una signora tra il pubblico mi ha chiesto se nel nuovo scenario sia ancora possibile educare al senso critico. È una domanda del tutto comprensibile. Fondamentalmente essa nasce dal timore che di fronte all’impatto dei social network o dei nuovi media, non si sia sufficientemente in grado di reagire in modo appropriato.

In realtà, per parlare del senso critico non è sufficiente parlare del senso critico. Mi scuso per il gioco di parole, ma se non leggiamo correttamente il contesto in cui la domanda sul senso critico si pone, lo stesso domandare rischia di diventare evanescente. E, dunque, siamo effettivamente in grado di vedere nella sua reale portata il contesto in cui viviamo? Ci sono eventualmente ostacoli che si frappongono tra noi e la realtà, impedendoci di coglierla per come è?

Il gesto di Huizinga

Agli inizi del Novecento, Johan Huizinga scrive La crisi della civiltà, uno studio in cui si osserva che i fatti dello spirito sono diventati maggiormente indagabili e la competenza del reale ha raggiunto vette fino a quel momento inimmaginabili. Poi, però, nel capitolo Generale indebolimento del raziocinio, lo studioso olandese spiega che tali conseguimenti sono solo apparenti perché essi non si traducono in un perfezionamento delle esperienze individuali. Prendendo in esame il cinematografo, che rappresentava una delle principali innovazioni della sua epoca, Huizinga formula un giudizio di condanna senza appello. Lo «sguardo cinematografico», egli sostiene, comporta «l’atrofia di intere serie di funzioni intellettuali». La radicale critica di Huizinga sorprende anche perché viene formulata proprio mentre, negli stessi anni, molti intellettuali elogiano il dispositivo cinematografico per il potenziamento delle possibilità espressive da esso dischiuse. Rileggendo quelle pagine sembra di assistere ad una sorta di irrigidimento, come se le parole dello studioso fossero dettate da un gesto preliminare. Lo vedete, il gesto? È il coprirsi gli occhi, una postura preventivamente antalgica che si assume prima ancora di avvertire un dolore. In pratica, si preferisce non vedere. È questo il rischio che stiamo correndo noi, senza accorgercene, di fronte alle specificità del contesto in cui viviamo?

Lo sguardo pietoso del tabaccaio pisano

Qualche giorno fa, ho deciso di spedire una lettera ad un amico. Sono uscito per andare dal tabaccaio a comprare un biglietto, una busta ed il francobollo. Qui, la mia sorpresa: trovare un biglietto e una busta era molto più difficile di quanto pensassi. I tabaccai ne erano sprovvisti. Uno dei loro, un signore anziano, con gli occhiali dalla montatura nera poggiati in avanti, sul naso, ha usato una particolare cautela nel dirmi di non avere ciò che cercavo. C’era, nel suo sguardo premuroso e nelle sue parole lente, una sorta di timore di ferire un interlocutore evidentemente percepito come un essere fuori dal mondo. Sì, per quell’uomo ero un essere fuori da un mondo che non usa più spedire le lettere: abbiamo ormai rimpiazzato quel gesto con uno molto più immateriale come inviare una email. Tale smaterializzazione può essere riferita non solo ad un gesto, come lo spedire una lettera, ma al modo stesso in cui facciamo esperienza delle cose.

In genere, per conoscere una cosa, ce la rappresentiamo. È come se ci ponessimo di fronte ad essa e la afferrassimo. La rappresentazione è il risultato di un incontro tra noi e le cose. Richiede tempo e la fatica della personale esposizione, che è un modo per dire che quella rappresentazione devo farla proprio io e non un altro, perché sennò la conoscenza non è più personale. Nel modo tradizionale di conoscere, c’è esperienza quando c’è rappresentazione personale. Perfino nel caso delle conoscenze indirette, esse vengono acquisite tramite una introiezione vigilante.

Oggi, invece, nell’epoca della smaterializzazione, ciò che viene a mancare è la connessione necessaria tra l’esperire ed il rappresentare in prima persona. Dunque, non ho più bisogno di perdere tempo a rappresentarmi le cose, perché le rappresentazioni le trovo già bell’e pronte. Simili ai piatti precotti di un fast-food, in virtù della digitalizzazione, esse sono immediatamente disponibili.

E così, nella nostra epoca l’esperienza delle cose diviene sempre più connessione estrinseca di rappresentazioni pre-formate, rese disponibili nell’ambiente digitale in cui mi muovo. Nel mondo virtuale, le rappresentazioni cui posso accedere sono pressoché infinite: ciascuno di noi diventa come un bambino che abbia di fronte un mondo di possibilità inesplorate. Le esperienze precodificate cui accedo mi forniscono una certa conoscenza, come se l’esperienza da cui esse derivano fosse mia. Siamo nella potenziale condizione di avere le risposte pronte a qualsiasi domanda, una condizione di cui è difficile non subire il fascino.

A mente fredda, però, dobbiamo riconoscere che in questo potenziamento del nostro sguardo sulla realtà, una cosa manca. Mancano i criteri di verificazione dell’esattezza delle rappresentazioni che troviamo già formate.

Nel modello tradizionale di conoscenza, il criterio che ci permette di capire se una rappresentazione è vera o falsa, cresce in noi con la pratica del rappresentare: più rappresentiamo, più impariamo a discernere se il risultato ottenuto è affidabile. Nel nuovo scenario, invece, venendo a mancare la pratica del rappresentare, viene contestualmente meno la possibilità di verificare la veridicità di ciò che trovo già rappresentato. Sganciata dall’esperire individuale, la rappresentazione diviene nomade, tendenzialmente indifferente al vero e al falso.

Più potenti e vulnerabili

Siamo dunque diventati potentissimi, ma di una potenza cieca. Giunti a questo punto, la vera questione diventa: ci dobbiamo coprire gli occhi, come fece Huizinga di fronte alla più grande novità della sua epoca o possiamo osare guardare la realtà negli occhi?

Decidere dell’attualità del senso critico comporta un corretto posizionamento nei confronti delle specificità del mondo in cui viviamo. Oggi siamo effettivamente più potenti rispetto al passato. Ma è pur vero che proprio questa maggiore potenza ci rende più deboli, perché più esposti al rischio di credere, in buona fede, in ciò che non è vero.

 

Giovanni Scarafile

Giovanni Scarafile è docente di Etica Applicata all’Università di Pisa, è stato ricercatore di filosofia morale e professore aggregato di etica e deontologia della comunicazione presso l’ Università del Salento. 
È direttore di YOD MAGAZINE e vice Presidente dell’IASC, International Association for the Study of Controversies (www.iasc.me) e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Filosofia Morale.
 
[immagine di Kelly Sikkema tratta da Unsplah]
 

 

L’arte cinese della sepoltura

Siedo placidamente su una roccia nel punto più alto del Tianhe Huangcun Gongmu, il cimitero di Huangcun, periferia nord di Guangzhou, nella Cina meridionale. Un boschetto di bambù mi getta addosso una piacevole ombra, mentre poco più in là luccicano le tegole arancioni di un Ting Zi, l’edificio architettonico tipico delle località d’altura cinesi. Ci arrivo dopo un’ora e mezza di autobus e scalata a piedi. Prima di partire, poche indicazioni dettatemi con vistosi scongiuri da un amico cinese.

A dividermi dal mondo dei morti sottostante c’è ora uno strato sottilissimo di soffice terriccio. Da qui si riesce a cogliere la conformazione e la vastità della radura su cui riposa grigio e ordinato il cimitero, come un involucro di cemento a sigillare una collina radioattiva. Le lapidi si susseguono tutte uguali lungo i terrazzamenti scavati sul dorso della montagna. Di là della strada una stazione di servizio, uomini a lavoro in un cantiere, sconosciuti. Ogni tanto lo scoppio di un petardo e il fumo che si alza bianco sopra una lapide lontana. In un posto come questo si liberano le energie mentali e si potrebbero scrivere infinite poesie d’amore.

Pochi sanno che nell’impero di mezzo muoiono in media più di 10.000 persone al giorno. Un’enormità, con conseguenze organizzative che rischiano di mettere sotto pressione il modello cinese dei piccoli cimiteri di periferia, come quello di Huangcun, appunto. La progettazione cimiteriale cinese si basa da sempre sui principi ancestrali del feng shui – letteralmente “vento” e “acqua” – l’antica arte della geomanzia che stabilisce la direzione e la dislocazione degli elementi nello spazio in modo tale da produrre il miglior risultato in termini di armonia e buona sorte. Di fondo c’è l’idea che ogni ambiente sia solcato da più o meno profonde venature di qi, l’energia sottile e vitale che la geomanzia permette di captare e sfruttare. Il contrario della morte – insegna il feng shui – non è la vita, ma la vitalità.

Il legame tra feng shui e cultura della morte ha in Cina origini adamitiche, e non è certo un caso che il primo testo scritto in cui si discutono e si formalizzino i principi della geomanzia sia lo Zhang Shu, il Libro delle sepolture, di Guo Pu (276-324 d.C.). La prima traduzione in italiano dal cinese antico è merito di Maurizio Paolillo, professore di Lingua e Cultura Cinese all’Università del Salento, che nel 2013 ha pubblicato l’opera di Guo Pu con il titolo di La lingua delle montagne e delle acque.

In introduzione al testo, Paolillo racconta come la cultura del feng shui si sia inizialmente diffusa in Europa grazie all’opera di gesuiti quali l’italiano Matteo Ricci e il tedesco Athanasius Kircher, che nel suo China Illustrata del 1667 definirà il feng shui “oreomanzia”, a sottolineare l’interesse per la configurazione orografica dei siti abitativi nel contesto di un paesaggio naturale o antropizzato. Solo nel corso dell’800, spiega Paolillo, prese avvio un lento ma inesorabile processo di storpiatura dei principi del feng shui, che venne assimilato a pura e semplice arte divinatoria se non, addirittura, a pseudoscienza. Accecati dalle folgori dell’Illuminismo, i commentatori ottocenteschi non s’erano accorti di come il feng shui non fosse altro che teoria del paesaggio e dell’uomo che lo abita, principio di convergenza fra l’utile e il bello. Una sorta di fenomenologia dell’ambiente ante litteram: i filosofi cinesi prima di Husserl, dunque, anche se nello stile arcano e divinatorio che li caratterizza.

In anni recenti la filosofia del vento e dell’acqua è stata oggetto di una vera e propria febbre culturale in Occidente, non senza la perdita di alcuni tratti originari che poco si adattavano ai canoni dominanti del villaggio globale. In Cina il feng shui rimane ben radicato nelle scelte popolari, nonostante il vento di riforme introdotte nella stagione comunista, con il politburo cinese che ha sempre visto nel modello tradizionale dell’inumazione e del cimitero diffuso in contesti naturali un inutile consumo di suolo e risorse. Tra le tecniche di disposizione dei defunti molto meglio la cremazione, più efficiente e più adatta allo spirito della nuova società comunista, che ambiva a scacciare come polvere ogni superstizione del passato.

La prima svolta in questo senso avvenne nel 1949, con un decreto governativo di Mao Zedong che rese obbligatoria in città la pratica della cremazione, allora poco diffusa. Durante la rivoluzione culturale, lo stesso Mao ordinò di passare con l’aratro sopra le sepolture degli antenati: l’ateismo e il materialismo comunista cercarono di rovesciare come le zolle smosse dal vomere una lunga tradizione religiosa e spirituale in materia di morte. Anche il successore di Mao, Deng Xiaoping, continuò nell’opera di estirpazione delle antiche tradizioni locali, come quella dei “funerali del cielo” tibetani, con un decreto del 1985 che estese l’obbligo della cremazione a tutto il territorio nazionale.

Ciononostante, i cinesi si mostrano ancora renitenti alla dispersione delle ceneri, che preferiscono inumare nei cimiteri pubblici in campagna così da conformarsi ai precetti della geomanzia. I lotti cimiteriali con migliore feng shui rimangono quelli più ambiti: «yuè gāo, yuè guì», “più è in alto più è costoso”, mi spiega un visitatore al cimitero di Huangcun. 30.000 yuan nei terrazzamenti in basso (più di 4.000 euro), 50-60.000 yuan in alto (tra i 7.000 e gli 8.000 euro). Prezzi davvero poco accessibili ai più, con molte persone che arrivano addirittura a indebitarsi per comprare un fazzoletto di terra con un buon feng shui in un cimitero pubblico, al punto che non è raro leggere sulle lapidi – a fianco del nome del defunto – quello di chi ha costruito, finanziato o ristrutturato la tomba.

Invecchiamento della popolazione, aumento dei costi cimiteriali e contrazione dei nuclei familiari stanno intanto determinando un’evoluzione delle usanze funebri negli altri paesi in cui si è tradizionalmente diffusa la cultura del feng shui tra i quali Giappone, Corea del Sud, Singapore e Hong Kong, dove il costo del terreno è tra i più alti al mondo e si può restare in lista d’attesa per anni, prima di vedersi concesso un posto per la disposizione delle ceneri in cimitero. Sotto le pressioni strutturali esercitate dall’aumento dei costi della terra e dagli stravolgimenti socio-demografici, il fascino romantico ma sovrastrutturale della tradizione è costretto a retrocedere. E meraviglie antropico-naturalistiche come il cimitero di Huangcun sono destinate a scomparire.

 

Alessio Giacometti

 

[Photo credit Shane Young]

La ricetta antica per vivere cento anni: l’esempio della Grecia classica

Diversi elementi mi convincono del fatto che sugli antichi Greci abbia agito una qualche forma di benedizione cosmica. L’energia e l’ispirazione che gli uomini di quel tempo emanavano e che hanno sigillato nelle loro gesta e nelle loro opere, la forza e sincerità dei loro pensieri, delle loro arti e dei loro gusti – persino il loro uomo medio aveva gusto, azzardava Nietzsche – risuonano a distanza di millenni. Chi si avvicina alla cultura greca avrà sempre la sensazione di poterne trarre nuove forze e nuova linfa per i nostri tempi.

Chi fosse come il sottoscritto, caratterizzato da una morbosa curiosità verso le vite e i fatti dei più vari personaggi del passato, potrebbe notare un dettaglio molto curioso: in epoca antica, l’età degli uomini di una certa cultura alla fine della loro vita era altissima, a maggior ragione se comparata ai livelli medi di quei tempi. È vero che la Grecia antica ha conosciuto una vita media ben più alta rispetto ai periodi passati e a molti successivi, come ricorda anche l’interessante studio medico “The length of life and eugeria in classical Greece1. La qualità molto buona della loro vita, fatta di buon cibo, clima mite, attenzione all’esercizio e al benessere del corpo, repulsione per i lavori pesanti, cultura raffinata e con un basso contrasto tra vita dell’ego e tabù sociali, comunque non poteva garantire un’aspettativa di vita superiore ai 60-70 anni per buona parte della popolazione.

Eppure, solamente scorrendo le date di nascita e morte di personalità intellettuali di spicco, notiamo che non si discostano affatto da quelle di oggi, ovvero di vite che hanno attraversato millenni di progresso scientifico e tecnologico.

Vediamo qualche esempio: Euripide è morto a 78 anni; Platone a 80; Diogene il Cinico a 89 (dopo una vita segnata dalla volontaria miseria totale); Sofocle e Democrito a 90; Isocrate a 98; Gorgia all’incredibile età di 108 anni, grazie, a sua detta, al «non aver mai compiuto nulla per far piacere ad un altro»2.

Tutti questi personaggi, come molti altri ancora, hanno vissuto vite molto diverse: c’è il nobile ritirato, il vecchio guerriero, l’asceta povero, l’accademico severo e viaggiatore. La loro veneranda età sembra essere l’unico filo che li congiunga, se non considerassimo il loro contributo intellettuale. Tutti infatti in un modo o nell’altro, sono stati dei geniali esempi per lo sviluppo della cultura occidentale, grazie alle loro irripetibili menti. Può significare che in qualche modo l’uso raffinato e continuo della mente possa offrire opportunità di longevità?

Se intendiamo l’esercizio del pensiero in senso opposto all’odierno stare chini sui libri, probabilmente sì. Non era infatti nulla di solamente cerebrale a muovere quelle menti. Essi erano capaci di vivere la totalità degli impulsi e degli stimoli dettati dalla natura: non leggere soli dentro una casa, ma insieme sulle rive di un ruscello, o passeggiando al sole fuori dalla città; non calcolare davanti a schermi o fogli di carta, ma osservare in prima persona gli eventi naturali e congetturare sulla riproduzione degli animali o sulla formazione della grandine; non soffocare la vita sotto principi moralistici, ma essere la vita stessa, il suo moto, la comunità che la porta avanti. Ed ecco dunque che ricercare non significava solamente leggere o esercitarsi, ma affinare lo sguardo, acuire i sensi, imparare a discutere, mantenersi in forma, sviluppare un gusto, dialogare, assecondare le voglie, partecipare, provare in prima persona, mettersi in gioco, imparare a sopportare dolori fisici e psicologici e molto altro. La saggezza diveniva forma di vita integrale e la cura per la mente non era diversa dalla cura per il corpo, come l’attenzione a se stessi non era separata dall’attenzione per gli altri (a parte per Gorgia, forse).

In questo modo l’uomo si poneva nei confronti della natura in un atteggiamento collaborativo-interrogante: riconosceva la vita e la natura come fonte unica e continua di ogni bene, di ogni male, di ogni opportunità, di curiosità, nonché di soluzioni nascoste in un groviglio di misteri, con la sola guida del proprio intuito e della propria capacità deduttiva per venirne fuori. La società era modellata dal vento della vita e non costruita in antitesi ad essa. Forse – seguendo la traccia dei contemporanei Freud e Nietzsche – abbiamo ancora molto da sdoganare e ricordare, del nostro rapporto con la natura e della nostra capacità di conviverci? Non dovremmo ripensare alcune abitudini della vita contemporanea alla luce di queste evidenze? I ritmi della quotidianità, i tempi e modi del lavoro, l’impostazione sociale, la salubrità delle città, l’incoraggiamento creativo, necessiterebbero di un rapporto rinnovato e più immediato verso il mondo in quanto tale, per una vita non si sa se più lunga ma certamente migliore.

Nessuno può pronunciarsi sulle proprie sorti, né attendersi stravolgimenti sociali immediati, ma si può sempre iniziare a fare almeno di sé, per un benessere che sia realmente tale, non solo pensatori, ma forme di vita pensante.  

 

Luca Mauceri

 

NOTE
1. Si tratta dello studio dell’endocrinologo Menelaos B. Batrinos, The length of life and eugeria in classical Greece, in “Hormones” 2008, 7(1):82-83.
2. DK 82A11.

[Photo credit pixabay.com]

La libertà di pensiero è un vantaggio politico

È di certo questo un periodo buio e difficile, e poche sono state le generazioni che, come la nostra, ne sono state così consapevoli
Ciò che emerge in modo particolare è l’incoerenza che esiste fra ciò di cui gli esseri umani hanno bisogno e le decisioni politiche che vengono prese. Quando si prendono provvedimenti inadeguati alle situazioni in cui ci si trova si ha il dovere di assumere una posizione a riguardo.

La posizione politica non è da intendersi necessariamente come l’adesione a un partito rispetto a un altro, ma come la capacità di interpretare il proprio tempo, e i cambiamenti necessari, per essere in grado di accorgersi quando si adottano soluzioni inadeguate. Assumere una posizione politica significa essere indipendenti nel proprio pensiero, nonostante sia di grande conforto lasciarsi prendere per mano da una guida, che si occupi di tutto.
Era quanto sosteneva Immanuel Kant, quando scriveva l’articolo Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? e dava la sua interpretazione sull’epoca che lui e i suoi contemporanei stavano attraversando.

«L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità quale è da imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro»1.

L’uso della propria ragione implica prendersi la responsabilità di ciò che si è e di ciò che accade nella propria vita. Non restare bambini che si affidano agli altri, liberi da ciò che si è, confortati dalla promessa di ciò che si sarà, è di certo la prima vera scelta che si compie da adulti, e la prima decisione importante, se si vuole partecipare alla vita politica. Si sceglie così in quale mondo si vuole vivere.

Kant parla del proprio tempo come un periodo di illuminismo, in cui il rischiaramento – o per meglio dire il progresso – è un processo lento, che coinvolge le menti, le prospettive e i progetti per il futuro. Il progresso di una civiltà è un cammino accidentato, su cui l’uomo si inerpica e vi inciampa spesso, e il potere politico deve appoggiare questa ascesa difficile, seppure necessaria.

«Nessuna epoca può collettivamente impegnarsi con giuramento a porre l’epoca successiva in una condizione che la metta nell’impossibilità di estendere le sue conoscenze (soprattutto se tanto necessarie), di liberarsi dagli errori e in generale di progredire nel rischiaramento. Ciò sarebbe un crimine contro la natura umana, la cui originaria destinazione consiste proprio in questo progredire»2.

Solo quando l’essere umano avrà deciso di rendersi responsabile di se stesso, e del luogo in cui vive, farà sì che le sue scelte politiche siano coerenti con i suoi bisogni. Per ottenere ciò, tuttavia, è necessario intendere la politica come uno degli strumenti di questo rischiaramento. In questo senso, un ruolo fondamentale è rivestito dagli intellettuali, o da ciò che Kant definisce l’uso pubblico della ragione. Chi è un profondo conoscitore di una disciplina, ha il dovere di rendere il pubblico partecipe delle sue conoscenze. Un medico, per esempio, adempierà ovviamente alle sue mansioni professionali ma, in quanto dotto o ricercatore, diffonderà i risultati dei suoi studi; così un filosofo insegnerà pedissequamente quanto detto dagli antichi, ma avrà anche il dovere di dare il suo contributo al pensiero stesso.

Il potere politico non può e non deve impedire che gli intellettuali divulghino le proprie conoscenze, e non può limitare la libertà questi di esprimere il proprio punto di vista, perché questa è, secondo Kant, la forza che avvia il rischiaramento.

«Senonché a questo rischiaramento non occorre altro che la libertà; e precisamente la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di far pubblico uso della propria ragione in tutti i campi»3.

Il potere politico non deve ostacolare la libertà intellettuale ma farne strumento per procedere verso il miglioramento, e non per tornare al passato. Gli studiosi, gli intellettuali hanno perciò tutti il compito di dimostrare l’importanza e la necessità di uscire dalla minorità, ovvero di essere liberi, prima di tutto, nel pensiero.

L’unico vero vantaggio politico è proprio la libertà di pensiero

L’incoerenza, di cui si parlava all’inizio, fra ciò di cui si ha bisogno e le scelte politiche attuali è da imputare anche alla sfiducia nei confronti degli intellettuali: non ci si fida dei medici per i vaccini; non ci si fida degli scienziati per le condizioni del clima; non ci si fida dei filosofi proprio a riguardo di quel cambiamento politico cui tutti anelano. Si preferisce farsi guidare dalla paura dell’altro, senza rendersi conto che si stanno perdendo le conquiste che lo stesso procedimento di rischiaramento, di cui parla Kant, ci ha garantito per molto tempo.

Solo attraverso la libertà di pensiero si potrà garantire un pensiero politico in armonia con la civiltà; e solo quando si inviterà a un uso pubblico della ragione da parte di studiosi e intellettuali si potrà aspirare all’unico e possibile ritorno al passato: la spinta verso il miglioramento.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo, Editori Riuniti, Roma 2017, p. 61.

2. Ivi, p. 66.
3. Ivi, p. 63.

[Photo credit Nick Herasimenka]

A Place to be: uno sguardo alla ricerca del proprio posto nel mondo

L’inizio di un nuovo anno è sempre il tempo dei bilanci: è come se ciascuno di noi sentisse la necessità di mettere un punto a tutto quello che nella propria vita si teneva in sospeso, nel bene e nel male.
Non ho mai amato i resoconti del passato. Ridurre la propria esistenza a una specie di check-list di ciò che si è fatto e si è ottenuto, di quel che si è perso o non si è raggiunto, tende a escludere dalla propria prospettiva le sfumature che arricchiscono gli incontri, le conquiste e i fallimenti, appiattendo la propria esperienza sui meri “fatti”.

Nessun bilancio da parte mia per questo 2018 passato. Mi limito a ricordare, a volte con un velo di nostalgia, quella innocua, che ti fa sorridere. È un sabato mattina e approfitto del centro città ancora vuoto per sedermi in un caffè e scrivere, come quando ero all’università e mi prendevo una pausa dallo studio per dare forma ai miei pensieri.
La voce di Nick Drake mi riporta alla mente quegli interrogativi che assillavano una giovane matricola di filosofia, ormai molti anni fa.
«When I was younger, younger than before / I never saw the truth hanging from the door»1 canta in Place to be.

Già, la verità. Che cos’è la filosofia se non la costante ricerca della possibilità e del senso della verità? Politica, religione, scienza, sociologia, antropologia: non sono tutte legate da un’unica sottile trama che le riconduce al problema del Vero? Lungi dall’essere un valore assoluto da imporre universalmente, uno dei primi insegnamenti che ho appreso dagli autori del passato è che il concetto di verità si declina in molteplici versi, sfuggendo a una semplice classificazione. Verità storica, verità di fatto, verità di ragione, verità di fede: quante verità possibili?

«And now I’m older see it face to face / And now I’m older gotta get up clean the place»2.
Forse la verità più profonda è quella che si raggiunge proprio con il tempo, quella costante a cui l’uomo non riuscirà mai a sottrarsi. Un giorno ti prendi una pausa dalla routine e ti chiedi: “ok, quindi è tutto qui?”. Ora, ponendoti alla giusta distanza temporale, vedi bene gli errori del passato, i traguardi, ma anche inevitabilmente le sconfitte e i rimpianti. Le alternative che hai scartato nel corso degli anni e le vite possibili a cui hai rinunciato.
«And I was green, greener than the hill / Where the flowers grew and the sun shone still»3.
Idealizzare la nostra giovinezza: ecco l’errore che spesso si compie. In fondo, vorremmo veramente tornare quelli che eravamo? Le possibilità che avevamo, a distanza di anni ci sembrano illimitate, ma non erano forse mere illusioni?

Ciò che più manca è l’inconsapevolezza che ci rendeva innocenti. Non c’erano ancora gli errori che logorano, le ferite aperte.
«Now I’m darker than the deepest sea / Just hand me down, give me a place to be»4.
Ecco, la ricerca di un posto in cui stare. La tranquillità e la pace interiore, un luogo che si possa definire veramente “casa”. C’è chi ha trovato ben presto quel luogo dentro di sé ed è rimasto lì fino alla fine dei suoi giorni e chi invece, forse come Nick, quel luogo l’ha sempre cercato, senza mai trovarlo.

Ripenso con nostalgia agli anni in cui ho appreso dalla filosofia molto più di quanto mi aspettassi. Non parlo di semplici nozioni o conoscenze, ma di una visione del mondo che mi ha reso la persona che sono oggi. Impossibile per me non ripensare al Mito di Sisifo di Albert Camus, dove il filosofo francese descrive il momento in cui un uomo “si accorge o dice di avere trent’anni”:

«Costui ammette di trovarsi a un certo punto di una curva, riconoscendo di doverla percorrere fino in fondo. Egli appartiene al tempo, e per l’orrore che l’afferra, riconosce così il suo peggior nemico. Domani – desiderava ardentemente il domani – mentre tutto in lui avrebbe dovuto rifiutarlo. L’assurdo, è proprio quella rivolta della carne»5.

Di fronte alla fuga dall’assurdo ad opera degli esistenzialisti, la lucida analisi di Albert Camus ci pone davanti a un’unica possibilità: confrontarci con l’esperienza umana nella sua finitudine sofferta e nella sua relazione con il mondo e con gli altri. Così, lo sforzo di Sisifo nel trascinare il masso su per la collina per poi vederlo ricadere, giorno dopo giorno per l’eternità, diventa il simbolo della nostra esistenza, dove ogni sforzo è gratuito, senza alcuno scopo.

«I thought I’d see / when day is done / Now I’m weaker than / the palest blue / Oh so weak in this need for you»6.
La forza della giovinezza si contrappone qui alla debolezza e alla fragilità della maturità. Più trascorrono gli anni, più ci si sente dipendenti dall’altro: le tue scelte diventano in parte le mie, l’amore e l’amicizia sfumano nel bisogno, la dipendenza affettiva costruisce muri anziché renderci liberi. Dove trovare l’antidoto contro la temporalità dell’esistenza? Non esiste nessuna pietra filosofale, ma Camus insegna che è invece la consapevolezza di fronte alla morte ciò che rende l’uomo assurdo, un uomo sorridente.

Il sorriso che immaginiamo sul volto di Sisifo felice potrebbe essere l’espressione di un presente eterno, quel posto in cui stare al di là del tempo e della mortalità.

 

Greta Esposito

 

NOTE
1-4. Nick Drake – Place to be.

5. Albert Camus, Il Mito di Sisifo, in Opere. Romanzi, racconti, saggi, Bompiani, Milano 1988, pp. 214-215.
6. Nick Drake – Place to be.

 

[Photo credit Aron Visuals]

È la morte che dà senso alla vita?

Dinanzi al mistero della morte molti uomini si chiedono quale sia il senso della propria vita. Che significato viene dunque ad assumere la vita al cospetto della morte che tutto annulla? Nel corso della storia del pensiero filosofico le risposte sono state molteplici e fra loro molto differenti, per contenuti e prospettive. Al contempo, le religioni, orientali e occidentali, nascono proprio come tentativi di rispondere al limite per eccellenza inscrivendolo all’interno di una prospettiva che sveli la vita, un certo tipo di esistenza che non ci è data di conoscere ma solo di immaginare ed eventualmente “tener ferma” come contenuto di una fede, dopo la morte.

Fra i tentavi filosofici di risposta al significato della vita in rapporto alla morte, più importanti del Novecento, come non annoverare quello dello psichiatra e filosofo viennese Viktor Emil Frankl. Il suo contributo, oltre a riprendere e rimandare alle speculazioni dell’analitica esistenziale dello Heidegger di Essere e tempo, del concetto di uomo come essere-gettato nel mondo e come essere-per-la-morte, si arricchisce della sua esperienza di medico-psichiatra, delle sue competenze filosofiche, psicologiche e soprattutto della sua tragica ma determinante esperienza di vita nei lager nazisti. Invero, la vita dell’uomo Frankl ha certamente contribuito a corroborare le intuizioni e le competenze del Frankl filosofo e psichiatra.

In particolare, rispetto al significato della vita in relazione alla morte, l’intellettuale viennese ritiene che per rispondervi siamo rimandati a noi stessi, al fatto originario che l’esistenza è al contempo consapevolezza e responsabilità. La consapevolezza concerne la propria fragile condizione di esseri che hanno un termine. Mentre la responsabilità inerisce la nostra unicità e irripetibilità di singoli uomini, in rapporto alla singolarità e irripetibilità delle concrete situazioni nelle quali veniamo a trovarci di ora in ora. Singolarità e irripetibilità sono due aspetti che permettono di comprendere il significato della vita che si manifesta come finita. Il carattere limitato dell’esistenza, asserisce Frankl «contribuisce a darle un significato, e non a sottrarglielo»1. Secondo il pensatore viennese la morte non può dunque pregiudicare il senso della vita. Diversamente, proprio l’avere in vista la morte o poterla in qualche modo “anticipare” con l’immaginazione – servendoci di un’espressione heideggeriana – permette di inondare di senso la propria esistenza vivendola autenticamente. Scrive Frankl: «Domandiamoci che cosa accadrebbe se la nostra avventura terrena non fosse determinata nel tempo, ma fosse infinita. Se fossimo immortali in questo mondo, avremmo ogni buona ragione per rimandare ogni nostro atto»2. In questo senso verrebbe meno la nostra stessa responsabilità per la vita. Di fronte a un’esistenza infinita ogni nostro progetto verrebbe meno. Mentre, come aveva intuito Heidegger: «l’esserci, in quanto gettato, è gettato nel modo di essere del progettare»3. È proprio il progettare, l’avere in vista il futuro che permette di realizzare ciò che siamo. La consapevolezza della limitatezza del nostro transito terrestre, permette di intraprendere una strada autenticamente nostra, dunque di rispondere responsabilmente alla vita. «È proprio in considerazione della morte» afferma Frankl «quale limite insuperabile alle nostre possibilità e al nostro futuro, che siamo costretti ad utilizzare il tempo della nostra vita, a non perdere le occasioni che ci vengono offerte, la cui somma ‘finita’ costituisce il consuntivo della nostra vita»4. Il senso della vita riposa proprio nel suo carattere irreversibile. Pertanto, la responsabilità di un uomo si può esaminare solo in relazione al tempo limitato della sua esistenza. In merito a questo Frankl paragona l’uomo ad uno scultore, che partendo dal materiale grezzo (la vita e il suo destino), si adopera con tutti i mezzi e le possibilità a disposizione per dar luce alla miglior forma possibile. Questo è concepibile allorché, pur essendo l’uomo “gettato” nel mondo e dunque condizionato, mantiene la libertà ultima di ergersi al di sopra di tale gettatezza, di tali limitazioni, al fine di realizzare valori che diano senso alla vita. Quest’ultima è conseguentemente un costante cammino di autotrascendenza che permette di attuare la libertà nella forma delle possibilità sempre presenti, al di qua della morte. All’uomo resta dunque la libera possibilità di «trasmutare il materiale che il destino gli fornisce, in parte con il proprio lavoro, in parte sperimentando o soffrendo: di ‘sbozzarne fuori’ quanto più può valori creativi, di esperienza e di atteggiamento»5.

Lo scultore ha a disposizione un tempo limitato per realizzare il suo lavoro e di questo tempo non conosce la scadenza. Il tempo a disposizione può essere molto come poco, persino pochissimo. Non sapendolo, tuttavia, lo scultore è chiamato dalla vita a utilizzare il proprio tempo in modo pieno e completo per portare a termine la propria opera unica e irripetibile. E «l’eventualità che egli non riesca a compierla non la destituisce di valore»6. Nessuna esistenza può essere dunque valutata in base alla sua lunghezza, ma in base alla ricchezza dei suoi contenuti, dei valori che è riuscita a realizzare nel tempo che le stato concesso. «Nella limitatezza del tempo e dello spazio terreno l’uomo deve compiere qualcosa, conscio sempre di essere mortale e tenendo ben presente la propria immancabile fine»7.

La vita e la morte costituiscono dunque un unico grande insieme, avvolto nel mistero (che concerne tutto ciò che sfugge alla comprensione razionale). Ma questo mistero non è mai destituito del proprio senso, a condizione che l’uomo prenda consapevolezza di essere «attaccato sul vuoto al suo filo di ragno»8, come recita un celebre verso di Ungaretti. Una condizione esistenziale che scorge il limite invalicabile della morte e che proprio per questo riconosce la propria responsabilità di fronte alla vita. Responsabilità che chiama in causa la libertà dell’uomo di prendere posizione nei confronti del proprio destino (il materiale grezzo dell’esistenza) per realizzare valori che concernono ciò che l’uomo riesce a creare, quanto riesce ad amare e sperimentare, come riesce a soffrire e persino a morire. Motivazioni che trascendono la vita e che in una certa misura la rendono eterna. Risultano nuovamente chiarificatrici e parenetiche le parole di Frankl, il quale afferma: «la responsabilità dell’uomo […] è rapportata alla singolarità e all’irripetibilità della sua particolare esistenza. L’esistenza umana è infatti un essere responsabile di fronte alla propria finitezza. Questa temporalità della vita non la rende […] senza senso: al contrario, è proprio la morte a renderla significativa»9. Seguendo le intuizioni frankliane è dunque verosimile rispondere alla domanda posta in esergo sostenendo, seppur con parola fragile e tremante, che è proprio l’orizzonte della morte a dischiudere il senso alla vita.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. V. E. Frankl, Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana, Brescia 20056, p. 108.
2. Ivi, p. 108.
3. M. Heidegger, Essere e Tempo, UTET, Torino 1969, p. 239.
4. V. E. Frankl, Logoterapia e analisi esistenziale, op. cit., p. 108.
5. Ivi, p. 109
6. Ibidem.
7. Ibidem.
8. G. Ungaretti, La pietà, in Sentimento del tempo, in Giuseppe Ungaretti. Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 19693, p. 171.
9. V. E. Frankl, Logoterapia e analisi esistenziale, op. cit., p. 116.

 

[Photo credits: Matt su Unsplash.com]

Cieca fede: la sua bellezza e la sua sfida

Quella vecchietta cieca, che incontrai

la notte che me spersi in mezzo ar bosco,

me disse: – Se la strada nun la sai,

te ciaccompagno io, ché la conosco.

Se ciai la forza de venimme appresso,

de tanto in tanto te darò ‘na voce,

fino là in fonno, dove c’è un cipresso,

fino là in cima, dove c’è la Croce… –

Io risposi: – Sarà… ma trovo strano

che me possa guidà chi nun ce vede… –

La cieca allora me pijò la mano

e sospirò: – Cammina! – Era la Fede.

 

Le parole de La guida di Trilussa sono tra le più belle mai scritte per rendere chiaro un concetto che il più delle volte sfugge ad ogni classificazione. Difficile, effettivamente, inquadrare cosa sia la fede. Un sentimento? Non renderebbe giustizia ai momenti di buio, quegli attimi, a volte anni secondo mistici del calibro di Giovanni della Croce o Teresa d’Avila, in cui non c’è alcun sentire, quell’abisso ontologico definito da Kierkegaard “il silenzio di Dio”. Un’aderenza più o meno consuetudinaria ad un sistema di norme etiche, liturgie e credenze mitiche? Anche qui si verrebbe a perdere un aspetto fondamentale dell’esperienza fideistica, che trascende qualsiasi abitudinarietà o routine, lo slancio passionale sì, ma non solo, che in ogni religione crea santi, asceti e martiri. Una consapevole scelta di vita, quindi, una sorta di scuola filosofica? Pure in questo caso la categorizzazione non copre che un infinitesimo della complessità dell’esperienza, che attraverso il linguaggio poetico Trilussa riassume in uno splendido “Cammina!”: un salto nel buio, per dirla ancora una volta con Kierkegaard, che coinvolge il proprio intero essere, rivolto e proteso verso un Infinito che ha un nome e che per nome chiama, un desiderio radicato nell’essenza del cuore dell’uomo che, se accolto, si rivela come struggente nostalgia.

Entrando nella cattedrale gotica di Notre Dame, a Chartres, le guglie e le vetrate attirano magneticamente lo sguardo verso l’alto, ma è abbassandolo sul pavimento della navata centrale che si scorge un’altra allegoria della fede, anche questa espressa in un linguaggio altro da quello parlato, e forse per questo infinitamente più efficace. Ricoprendo un’area pari a quella del rosone centrale, da cui riceve luce, si dipana circolarmente per più di duecento metri un labirinto, impresso nel pavimento come se fosse tatuato sulla terra stessa. Il labirinto è particolare: non presenta bivi né deviazioni, è un cammino tortuoso e pieno di curve, sì, ma unico e senza possibilità di errore, che conduce fino al centro, e poi da lì riconduce fuori. Se con gli occhi della mente provassimo a trasformarne i contorni in mura, alte abbastanza da non poter vedere oltre, il labirinto diventerebbe un percorso virtualmente sicuro, a meno che le continue curve, la sensazione di disorientamento derivante dalla sensazione di girare in tondo e i dubbi di chi lo percorre non facciano perdere coraggio e non convincano il pellegrino a tornare sui propri passi, alla ricerca di una strada più dritta e sicura, o addirittura convinto di aver intrapreso un sentiero senza uscita né destinazione.

Questa è la fede, la sua bellezza e la sua sfida: un cammino concentrico, che conduce al centro (di sé, dell’essere, del cosmo), e che richiede “solo” la determinazione, la fedeltà e la fiducia di chi lo intraprende, un sentiero su cui è possibile perdersi soltanto nello scoramento e nella stanchezza, nella tentazione di fermarsi o tornare indietro. Secondo l’autore della Lettera agli Ebrei, la fede è «certezza delle cose che si sperano, prova di quelle che non si vedono» (Eb. 11,1): fede e speranza sono intrinsecamente legate, e si sostengono l’una l’altra.

Neanche la speranza, però, basta a spiegare cosa sia davvero la fede. Per capirlo, pare si possa solo lasciarsi prendere per mano dalla “vecchietta cieca”, abbandonarsi alla sua guida, e camminare. Fino al centro del labirinto.

Giacomo Mininni

[immagine tratta da Google Immagini]

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