Ritrovare il senso del mistero e recuperare la categoria del sacro

Non molti anni fa Giorgio Gaber cantava che «l’uomo non ha più il gusto del mistero»1, individuando nello smarrimento del senso del mistero e del sacro una cifra precipua del nostro tempo.

Osservando accuratamente molte manifestazioni umane, del mondo occidentale in particolare, si rileva come esse siano caratterizzate da superficialità e banalità che si palesano in un conformismo omologante e in un consumismo spersonalizzante. Una vera e propria mutazione antropologica, per servirci di una risoluta e profetica definizione pasoliniana2. Esseri umani che perdono la propria essenza di persone, abdicando al pensiero autonomo, alla riflessione, all’incontro autentico con tutto ciò che è altro da sé, in particolare l’altro uomo, il rapporto con il mondo della vita e con tutto quanto questo incontro può generare nell’interiorità del singolo.

Una delle peculiarità umane che, da diverso tempo a questa parte, stanno venendo meno è certamente il senso del mistero. Quella dimensione che si lega a tutto quanto non è spiegabile razionalmente, a ciò che “sfugge” ad ogni comprensione, a quanto emerge dal senso del limite. La condizione umana è quella di colui che non s’accontenta della propria connotazione finita ma è predisposto ad avvertire un senso di spaesamento, tremendo e al contempo affascinante, di fronte all’esistenza e a ciò che la trascende, a ciò che le è totalmente altro.

L’essenza della soggettività umana è predisposta ad avvertire il senso del mistero, che scaturisce proprio dalla continua relazione con l’indecifrabile complessità del mondo della vita e che conduce a percepire la dimensione infinitamente eccedente del senso della totalità. Quel senso che pur sfuggendo continua ad attrarre l’interiorità dell’uomo, poiché, come spiega il teologo e filosofo Rudolf Otto nell’opera Il sacro (Das Heilige, 1917), l’uomo oltre alle categorie della razionalità possiede pure la categoria del sacro, il cui dato originale è il numinoso, il razionalmente indeducibile, l’incomprensibile, l’indicibile, quanto è sovrabbondante rispetto alle proprie capacità intellettive. L’essere umano avverte, attraverso la categoria del sacro, la dimensione ineffabile, il mistero dell’esistenza, il suo carattere esorbitante rispetto alle categorie della ragione, mute dinanzi al mistero della Vita, al senso del limite, al senso ultimo. In proposito, così si esprimeva nel proprio testamento spirituale il filosofo Norberto Bobbio: «come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo e le varie religioni interpretano in vari modi»3.

La categoria del sacro permette di assaporare il mistero dell’esistenza, nel suo carattere terribile e affascinante al contempo. Il mistero, ciò che evade la prigione del concetto, è alcunché di sconosciuto, non manifesto, totalmente altro. L’essere umano è attratto esteriormente e attraversato interiormente dal mistero inesprimibile, tutt’al più avvicinabile con la parola poetica o l’esperienza mistica. In questo senso, come non ricordare l’esempio edificante, gli scritti e l’esperienza mistica della giovane ebrea olandese Etty Hillesum4, testimone di come il senso del mistero innalza l’uomo interiormente oltre la propria finitezza, lo attrae verso ciò che è altro, che sfugge, che è in-finito, avvicinabile solo asintoticamente, ma verso il quale l’uomo non è comunque propenso a rinunciare, perché tale attrazione, tale fascinazione che fa vibrare e suonare le fragili corde del suo spirito, è connaturata alla sua essenza.

Da qui, le religioni: tentativi per eccellenza, più o meno mirabili, di dare risposta al sacro. Invero, il senso del mistero e la categoria del sacro che ad esso si addice, appartengono alla complessa profondità di ogni spirito umano, teso per essenza a percepire, attraverso l’esperienza della vita, l’indicibile. Il sacro precede e può dunque fondare ogni religione, che solo su di esso può edificarsi. Diversamente, in assenza del sacro, di questo imprescindibile dato originale, il tempio, ogni tempio, di qualsivoglia religione, rimane una scatola vuota, il cui obiettivo non può coerentemente dirsi quello di dare risposta al numinoso e di configurarsi dunque come orizzonte di senso. È così comprensibile l’asserzione di Rudolf Otto quando scrive: «Ciò di cui parliamo – il sacro – […] costituisce l’intima essenza di ogni religione, senza la quale la religione non sarebbe»5.

Il sacro si configura dunque come una categoria a priori, non oltre quelle della ragione, ma in un certo modo al loro fianco. L’essere umano possiede entrambi questi a-priori per stare al mondo, l’utilizzo di uno solo dei due ne stralcia la sua essenza, ne elimina la complessa e straordinaria struttura interiore e le possibilità esteriori. L’una sostiene l’altra. Così come è importante educare la facoltà di pensare e ragionare criticamente6, altresì l’a-priori del sacro necessita oggi, con rinnovata urgenza, di essere riscoperto. Ma per riemergere, la categoria del sacro ha bisogno di essere risvegliata alla coscienza del singolo, ricondotta al centro dell’esperienza soggettiva e questo si può fare solo se si recupera il senso del mistero. Quest’ultimo abbisogna del silenzio, della riflessione, del raccoglimento interiore, lontani dal rumore delirante della quotidianità ipermoderna. Un frastuono contrassegnato da parole vuote, superficiali, che bombardano la nostra vita in una bulimia inarrestabile d’informazione. Invero, è solo dal silenzio e dalla contemplazione consapevole del reale che può ri-emergere nell’uomo la capacità di trascendere l’immanenza omologante nella quale è immerso, verso un’apertura e una consapevolezza del mistero che avvolge la vita. Anche questo qualifica un’esistenza umana completa: senza il senso del mistero, del sacro, l’uomo perde una dimensione centrale dalla propria essenza, verso una tragica mutazione antropologica. Diversamente, recuperando questa dimensione è possibile sperare in un nuovo umanesimo, una visione del mondo che abbia l’uomo al centro della vita. Un uomo nuovo che, evitando di adagiarsi al ristretto orizzonte del già dato, riconosca di poter oltrepassare la propria datità in favore di un contatto nutriente con il mistero dell’esistenza e della sua sacralità, sola fucina di slanci relazionali, artistici, intellettuali e spirituali.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. G. Gaber, E pensare che c’era il pensiero, GIOM, 1994.
2. Cfr. P. P. Pasolini, Lettere luterane, Garzanti, Milano 2009.
3. Vedi: http://www.repubblica.it/2004/a/sezioni/spettacoli_e_cultura/bobbio/volont/volont.html
4. Cfr., E. Hillesum, Diario, tr. it. Di C. Passanti , T. Montone e A. Vigliani, Adelphi, Milano, 20133.
5. R. Otto, Il sacro, tr. it di E. Bonaiuti, SE, Milano 2009, p. 21.
6. Su questi temi mi permetto di rimandare ad un mio precedente articolo sulla centralità dell’educazione al pensiero critico e autonomo: http://www.lachiavedisophia.com/blog/educhiamoci-a-pensare/

[Photo credits Lenka Sluneckova via Unsplash.com]

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Costruzioni e rivoluzioni: la scienza secondo Thomas Kuhn

Nella nostra epoca la scienza dà l’impressione di avanzare rapidamente, senza sosta e inarrestabilmente: essa riesce a spiegare sempre più aspetti della realtà e ci rende sempre più capaci di trasformare il mondo. O almeno, questa è l’immagine che i più hanno del progresso scientifico: uno sviluppo costante, progressivo, cumulativo, in cui le conoscenze già in nostro possesso ci consentono di pervenire a ulteriori nuove conoscenze dalle innumerevoli ricadute pratiche, e così via all’infinito.

Ma è proprio così? Non tutti gli studiosi sarebbero d’accordo sull’esattezza di questa interpretazione dello sviluppo della scienza. Thomas Kuhn (1922-1996), un grande epistemologo del secolo scorso, per esempio, ha scritto alcune opere fondamentali per smentire (o meglio: per correggere quantomeno in parte) questa visione delle cose.

Secondo Kuhn, la scienza procede certamente per “accumulazione”, ma soltanto in certi periodi, dalla durata più o meno lunga. Poi, presto o tardi, nei dati sperimentali emergono delle “anomalie” che le teorie elaborate fino a quel momento non sono in grado di spiegare. Il presentarsi di “anomalie” e fenomeni inspiegabili non deve sorprendere: non va infatti dimenticato che la scienza costruisce sulla base dei dati che di volta in volta ha a disposizione, ipotesi smentibili e falsificabili, valide “fino a prova contraria”, e non verità innegabili e assolute. Fin dall’inizio dell’elaborazione di una teoria scientifica è perciò noto che essa, in quanto ipotesi, potrebbe venire, in un futuro più o meno lontano, smentita da nuove evidenze sperimentali e dall’evolversi degli eventi. Le teorie vengono pertanto tenute in vita solo finché si dimostrano in grado di interpretare il mondo e di trasformarlo in modo efficace.

Quando le teorie diventate “tradizionali” entrano in crisi a causa dell’impossibilità di dar ragione di determinati fenomeni, finisce il periodo della scienza normale (così la chiama Kuhn), ovverosia la fase in cui la scienza procede in modo cumulativo, e inizia il periodo rivoluzionario, in cui la comunità scientifica si mette alla ricerca di teorie innovative che siano in grado di spiegare i nuovi fenomeni osservati.

Le caratteristiche dei periodi in cui la scienza si sviluppa in modo “normale” le abbiamo in qualche modo già elencate. In tali fasi, la scienza riesce a dilatare progressivamente il sapere a propria disposizione, avanzando come se stesse salendo una scala, nel senso che le conoscenze già possedute sono come dei “gradini” che sorreggono e permettono di raggiungere altri gradini posti più in alto. O, utilizzando un’altra metafora, «la scienza normale è quella che produce i mattoni che la ricerca aggiunge in continuazione alla riserva crescente della conoscenza scientifica». In estrema sintesi, la scienza “normale” «porta a una crescita, a un aumento, a un’aggiunta che va adaccumularsi a ciò che era noto in precedenza». «Gran parte del processo scientifico è di questo tipo normale e cumulativo», puntualizza Kuhn.

Totalmente diversa è l’andatura della scienza nei periodi di mutamento rivoluzionario. In questa fase, il sapere viene completamente riorganizzato e in qualche modo “sconvolto”. Gli stessi identici fenomeni finiscono infatti per essere letti e interpretati in modo completamente differente da quanto accadeva in passato. Si pensi per esempio al passaggio dall’astronomia tolemaica a quella copernicana.

Ovviamente anche durante i periodi di scienza normale vengono effettuati aggiustamenti e apportate correzioni alle teorie vigenti e condivise. Durante i periodi rivoluzionari, però, non ci si limita a correggere singoli errori o a proporre modifiche o integrazioni di importanza più o meno secondaria, ma si decide di rivedere l’intero impianto concettuale che viene utilizzato per spiegare e dare senso al mondo che ci circonda.

Il mutamento rivoluzionario è quindi un cambiamento globale del sapere di cui disponiamo e, proprio per questo, non può avvenire “un po’ alla volta”, ma deve accadere “all’improvviso” e “tutto insieme”. Il cambiamento di paradigma, scrive Kuhn, «non può essere sperimentato a pezzetti, un passo alla volta. Al contrario, esso implica una qualche trasformazione improvvisa e non strutturata, nella quale una certa parte del flusso di esperienza si dispone in maniera diversa, e manifesta schemi ordinativi non visibili in precedenza».

Kuhn tiene infine a precisare che ogni rivoluzione scientifica è anche una rivoluzione linguistica, nel senso che gli “stessi” termini vengono ormai utilizzati per indicare fenomeni diversi. Kuhn arriva addirittura a sostenere che in assenza di mutamenti linguistici, il linguaggio stesso “fa resistenza” e impedisce l’avvento delle rivoluzioni scientifiche. Secondo Aristotele, per esempio, in natura non potevano esistere il vuoto o un moto rettilineo infinito: questo perché i concetti e le definizioni che Aristotele utilizzava per interpretare la natura rendevano impossibile parlare di “vuoto” o di “moto rettilineo infinito”. Per rendere concepibili e non contraddittorie tali nozioni era perciò necessaria una certa serie di mutamenti linguistici.

Il contributo dato da Kuhn all’epistemologia è quindi fondamentale, da un lato perché consente di sfatare il mito di una scienza caratterizzata da un andamento in costante ascesa, e dall’altro perché ci ricorda il ruolo decisivo che il linguaggio che parliamo ha sul nostro modo di comprendere il mondo. Come a dire che per vedere il mondo con occhi diversi non basta disporre di strumenti di osservazione prodigiosi: bisogna anche inventare parole nuove, o liberare le parole vecchie dalla ragnatela concettuale in cui sono state a lungo intrappolate. In altri termini, solo se accettiamo di mettere in gioco le abitudini linguistiche e mentali che riteniamo intoccabili e consolidate, l’universo potrà mostrare il proprio volto nascosto e rivelare panorami teorici inattesi e forse anche insperati.

 

Gianluca Venturini

 

BIBLIOGRAFIA
T.S. Kuhn, Le rivoluzioni scientifiche, Il Mulino, Bologna 2008 (1 a ed. orig. 1987).

[Photo credit Ramòn Salinero via Unsplash]

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Di punto in punto, di istante in istante. Il tempo visto da Aristotele

Uno dei misteri più grandi, che da sempre hanno affascinato e arrovellato la mente umana, è il mistero del tempo, di quel pozzo infinito di eventi che scorrono inesorabilmente, scindendosi in un prima e in un poi. E non a caso, se si volesse dibattere di questo tema, gli aforismi e le citazioni famose (una su tutte Carpe diem) non mancherebbero affatto. Per questa ragione non avrebbe alcun significato ripeterle per dare avvio a un piccolo articolo su un grande problema, il quale non necessitando di ulteriore presentazione aspetta solo il suo inizio.Cos’è essenzialmente il tempo? Qual è il senso di questo scorrere implacabile, che detta i ritmi della nostra esistenza? E soprattutto, cos’è il tempo al di là di un essere che lo vive e che vivendolo consapevolmente lo rende tempo?

È chiaro che da un certo (e alquanto semplicistico) punto di vista il tempo è ciò che ci permette di ordinare cronologicamente le nostre azioni individuali e sociali, secondo un’unità di misura definita dal “prima” e dal “poi”. La nostra vita è comunemente misurata da un tempo cronologico-ordinario e la tradizionale interpretazione di questo tempo trova la sua più canonica formulazione in Aristotele, secondo il quale, appunto, il tempo è definibile come “il numero del movimento”.

«Il tempo, dunque, non è movimento, se non in quanto il movimento ha un numero. Eccone una prova: noi giudichiamo il più e il meno secondo un numero, e il movimento maggiore o minore secondo il tempo: dunque il tempo è un numero»1.

Seguendo alla lettera questa visione della natura del tempo, si evince che esso è sostanzialmente paragonabile ad un linea retta divisibile in segmenti di egual grandezza, rappresentanti i diversi istanti che si succedono alternativamente affinché il tempo sia. Ogni istante viene superato dall’istante successivo, giacché lo contraddice, essendo il suo non essere più, ovvero il suo essere divenuto qualcos’altro (così come ogni nuovo punto è il superamento del punto che lo aveva preceduto). Il tempo è quindi l’unità di misura di ogni cambiamento e per esserlo deve essere pensato come composto da una serie infinita di istanti, i quali sono i punti al limite della retta temporale delimitata da un punto-passato e da un punto-futuro.

Tuttavia, perché la misurazione del tempo sia resa possibile, è chiaro che sono necessari almeno due punti (ovvero due istanti), perché solamente due distinti punti liminari possono determinare la lunghezza effettiva di una certa retta (così come solo due istanti possono contrassegnare lo scorrere di un determinato tempo). Questa concezione del tempo come unità misurabile del divenire delle cose ha trovato come sua massima espressione l’invenzione dell’orologio, ovvero di quello strumento meccanico tramite cui il tempo è segmentato in istanti di egual durata ed è facilmente calcolabile nel suo fluire attraverso precise operazioni aritmetiche.

Ecco qual è fondamentalmente il nostro approccio e il nostro modo di considerare il tempo; un approccio e un modo che hanno delle conseguenze importanti sulla nostra percezione del suo scorrere. Invero, questa determinata visione rende implicitamente prioritaria una sola dimensione temporale, essendo essa “genitrice” delle altre due. Tale dimensione è chiaramente la dimensione del presente, che costituisce il magico vaso a partire da cui si potranno generare per sudditanza il passato e il futuro. In effetti, il passato è qualcosa di totalmente inesistente prima che un presente attuale sia passato e sostituito da un altro-nuovo presente. Il passato è quindi pensato alla stregua di un bagaglio in sé totalmente vuoto e perciò da riempire, gettandogli dentro l’ammasso delle esperienze di un intero viaggio. Allo stesso modo il futuro è reso possibile solamente dal sopravanzare di un nuovo presente su un vecchio presente, poiché solo nel “tra” di questi due attimi si aprono le porte al futuro, come l’altro o l’aperto verso cui ogni presente deve tendere, se non vuole immobilizzarsi e così negare il tempo stesso.

Così ci appare, in maniera alquanto ovvia, il tempo e da questo apparire deriviamo il suo funzionamento: guardare al passato ormai fisso, vivere il presente che incalza e aspettare il futuro sempre incerto. E se invece il tempo fosse altro da ciò che ci appare? E se esistesse una diversa possibile percezione di ciò che è tempo, del fluire inesorabile degli eventi, in modo che il tempo non sia suddiviso in istanti successivi, ma che esso sia come un cratere vulcanico sempre pronto ad eruttare il vecchio che ritorna? Potrebbe essere che sia possibile vivere il tempo non più come insieme di segmenti da sommare, ma come un magma di eventi che si attualizzano a partire da un immenso pozzo di virtualità infinite. Non è il presente allora che crea il passato ma il passato che produce eventi che balenano nell’orizzonte dell’ora per poi ritornare nel pozzo dell’allora.

Ma questa è tutta un’altra storia da raccontare…
TO BE CONTINUED…

 

Gaia Ferrari

 

NOTE
1. Aristotele, Fisica, IV, 11, 219b b, 2.

[Photo credit Bradley Ziffer via Unsplash]

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Punti su un cerchio. Il cammino comune di cristianesimo e islam

Negli ultimi decenni, l’area di Gaza, in Palestina, è diventata sinonimo di guerra, miseria, occupazione militare, terrorismo. Ovviamente non è sempre stato così: nei primi secoli dopo Cristo, infatti, la regione era uno dei centri culturali e spirituali più vivi, ferventi e innovativi del mondo, un punto di incontro di tradizioni, lingue e religioni, patria di santi, teologi, mistici e filosofi. Uno di questi, ingiustamente dimenticato, è S. Doroteo di Gaza, monaco a Abba Serid nel VI secolo d.C..

Innovativo sotto molti punti di vista, Doroteo è noto per gli insegnamenti impartiti ai compagni monaci raccolti in buona parte in Indicazioni per la formazione spirituale, testo che racchiude anche intuizioni sorprendenti su temi inaspettati, non ultimo la coabitazione e il reciproco rispetto tra fedi diverse. In una delle sue figure più efficaci, Doroteo immagina tutte le religioni come punti su una ruota, ognuno termine finale di uno dei raggi; il fulcro della ruota è Dio, l’Eterno che tutti cercano. La distanza dal centro della circonferenza è direttamente proporzionale a quella tra i punti sulla stessa: più questi sono distanti dal fulcro, più lontani sono anche l’uno dall’altro, mentre più si avvicinano al centro muovendosi lungo il raggio, maggiore sarà anche la vicinanza reciproca, indicando una ultima coincidenza dell’esperienza dell’Assoluto nella mistica. Il messaggio di Doroteo, però, si preoccupa di essere anche umanistico-sociale: più si tenterà di avvicinarsi ai fratelli di altre religioni (occupanti quindi gli altri punti dell’ideale circonferenza), più ci si farà prossimi, quasi automaticamente, a Dio.

Sono passati millecinquecento anni, ma il messaggio di Doroteo è più attuale che mai. È sotto il segno del dialogo, dell’accoglienza reciproca e dell’impegno comune che lo scorso 4 febbraio si sono incontrati ad Abu Dhabi Papa Francesco, capo della Chiesa cristiana cattolica, e Muhammad Ahmad Al-Tayyib, Grande Imam di al-Azhar e figura di riferimento per l’islam sunnita. Al termine dell’incontro, i due leader religiosi hanno redatto e firmato il Documento per la pace e mondiale e la convivenza comune (o Documento sulla fratellanza umana), un testo semplice e schietto che rifiuta la violenza e lo scontro come facenti parte della rivelazione cristiana e islamica, e che invita le due comunità religiose (che insieme comprendono quasi metà dell’attuale popolazione mondiale) a collaborare nelle sfide di giustizia sociale, di tutela dei deboli e degli ultimi, di difesa dell’ambiente e di costruzione della pace che le accomunano.

Non sono mancate reazioni ostili da esponenti di entrambe le comunità religiose: se i cattolici oltranzisti, che vedono nel confronto col mondo islamico la chiamata a una nuova Crociata in difesa della cristianità occidentale, hanno accusato il Papa di aver tradito la propria fede “arrendendosi” all’islam, musulmani altrettanto oltranzisti hanno invece rimproverato al Grande Imam di essersi “contaminato” stringendo accordi con gli infedeli imperialisti. Entrambe le voci hanno ampio sostegno nelle rispettive comunità, ma rimangono fortunatamente minoritarie, superate da una larga maggioranza di fedeli che non desidera che un percorso di pace – e, possibilmente, di amicizia – e soprattutto dalla Storia stessa che, al netto di corsi e ricorsi vichiani, non tollera di tornare sui propri passi.

Il cammino verso il centro della ruota, in un millennio e mezzo da quando scriveva Doroteo di Gaza, ha fatto molti passi avanti e altrettanti ne ha fatti indietro, in un assurdo balletto che non ha mai deciso fino in fondo quale direzione intraprendere. In anni di recrudescenza di antiche inimicizie, di violenza e di conflitti causati da un divario sempre più ampio tra classi sociali e regioni del mondo, un documento come quello firmato da Francesco e da Ahmad al-Tayyib parrebbe poca cosa, ma forse è proprio attraverso l’intuizione del monaco palestinese che può essere messo nella giusta prospettiva: se camminare insieme verso il centro si è rivelato troppo difficile, proviamo a camminare l’uno verso l’altro, a piccoli passi ma con costanza e fiducia. Il risultato sarà comunque lo stesso.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Averie Woodart via Unsplash]

Breve storia del dualismo per principianti

Vi siete mai chiesti in che relazione siano anima e corpo? Oppure, per dirla in termini più “scientifici” e attuali, mente e cervello? Esistono davvero entrambi, oppure tutto ciò che pensiamo, proviamo, facciamo è riducibile alla materialità della nostra corporeità?
I discepoli scientisti del “se non vedo, non credo”, ritengono che tutto ciò che esiste realmente sia solo fisico e tangibile.
Secondo me, invece, in questa prospettiva completamente materialista, c’è una riduzione ingiusta della natura e dell’uomo alla sua sola cosalità.
Niente di male, ci mancherebbe, nel vivere secondo materia: tutto ha un corpo e la corporeità è il nostro unico modo d’esistere, il corpo permette di relazionarci con il mondo. Ma se mancasse qualcosa, non necessariamente migliore, superiore o più sacro del corpo e della materia, ma che li completi? Spirito, anima, forma, mente, date all’invisibile il nome che più vi piace.

Ammettendo l’esistenza di questo non tangibile, in che rapporti sarebbe con il tangibile? La maggior parte, scommesse aperte, risponderebbe affermando due principi separati, anima da un lato e corpo dall’altro.
Persino molti cristiani – cattolici e non – che credono, in teoria, nella resurrezione della carne, in cuor loro immaginano l’anima immortale in Paradiso e il corpo dimenticato sottoterra chissà dove.
E la colpa, se consapevoli o ignari, pensiamo dualizzando è della filosofia. O meglio, di alcuni grandi filosofi.

Da Platone in poi, tutto fu due.
È dal più brillante dei discepoli di Socrate che per la prima volta, nella storia della filosofia, entra di gran carriera l’idea dell’esistenza di due mondi separati, il primo, per origine ed importanza, eterno, immobile, incorruttibile; l’altro, transeunte, in continuo divenire, sottoposto a generazione e corruzione.
Nessun vento contrario poté opporsi alla forza della navigazione portata avanti dalle braccia del filosofo, che avrebbe pronunciato la sentenza secondo la quale materia e spirito, sensibile e sovrasensibile, sarebbero ontologicamente differenti e l’uno subordinato all’altro.

Aristotele tentò di porre rimedio alla divergenza abissale tra materia e forma inserendo il concetto di sostanza, ma non bastò a risolvere la questione.
Sulla scia del neoplatonismo e del manicheismo, Agostino perpetuò l’idea di corpo impuro e materia malvagia, assunti che Tommaso rivide dicendo che l’anima, la carne e le ossa appartengono alla struttura stessa dell’uomo (d’altro canto Gesù diceva che il corpo è tempio dello Spirito!).

Ma la modernità s’affacciò prepotente e matematica sul pensiero medioevale al tramonto, fiduciosa dei suoi alambicchi  e certa delle sue equazioni.
Cartesio, con la sua celebre massima “Cogito ergo sum, pose la pietra tombale sulla possibilità di riunire anima e corpo nei secoli filosofici a venire. Res cogitans e res exstensa, pensiero e materia, nell’uomo così maldestramente collegate da una qualche ghiandola, costituirono la base della sua riflessione e di problemi che tutt’oggi non riusciamo a scrollarci di dosso. La materia, operante secondo leggi fisiche determinate, altro non era se non un guazzabuglio di qualità miste ad estensione e, nel caso del corpo umano o animale, le parti costituivano una macchina in tutto e per tutto insensibile di per sé, animata da un io pensante, una coscienza sicura solo della propria esistenza grazie a un percorso che parte dal dubbio iperbolico per approdare a una verità propria dell’attività noetica. Solo all’anima spettavano le sensazioni, le esperienze, la ricerca della verità.

Kant, sicuramente uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi, riuscì solo a spostare il problema che, dall’ambito ontologico – ossia dell’essere – passò a quello conoscitivo (possiamo conoscere solamente i fenomeni, ma non potremo mai arrivare all’essenza delle cose!); e anche lo Spirito di Hegel, benché non immediatamente, si rivelò un buco nell’acqua ai fini della risoluzione del problema, che tutt’ora perdura se non proprio a livello accademico (un particolare tipo di approccio fenomenologico pare abbia tentato di sciogliere i principali nodi), almeno per il senso comune.

La scienza contemporanea, infatti, confonde ulteriormente le acque, tentando di mostrare come tutte le attività che prima attribuivamo all’anima o alla mente, non siano altro che particolari legami tra neuroni: questo non solo è improbabile da affermare alla luce delle attuali conoscenze, ma condiziona il senso comune già accennato: quanti agiscono come se avessero un’anima, ma, se viene chiesto loro cosa ne pensano a riguardo – si sa che con l’internet tutte le discipline sono diventate democratiche (ma giuste?) piazze di dibattito – , rispondono riponendo piena e totale fiducia nella ricerca scientifica che un giorno arriverà a dirci come il nostro cervello produca pure emozioni e coscienza e pensiero.

Come risolvere, dunque, la questione? Accogliendo a braccia aperte i grandi traguardi delle scienze naturali, per poi ritornare, con questi nuovi tesori tra le mani, alla filosofia, dove tutto ha avuto inizio. Troppo spesso l’approccio scientifico riduce e riduce, fino a conglomerare l’uomo e il mondo in una capocchia di spillo, come se potesse davvero esaurirsi tutto fisico, tutto lì.
Ed è qui che rientra in gioco la filosofia, come via preferenziale per capire l’uomo e non solo: essa è l’unico modo possibile per imparare a vedere il mondo nella sua interezza, è un esercizio faticoso ma che permette di conoscere il senso d’essere del mondo e di collocare le cose stesse all’interno di un orizzonte di senso.

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

24 anni, studentessa magistrale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, s’interessa particolarmente di Filosofia Teoretica e Bioetica.
Convita sostenitrice della dell’utilità pratica e quotidiana della Filosofia, s’impegna nella divulgazione di vario genere.
S’approccia allo studio della percezione, attraverso gli scritti di Maurice Merleau-Ponty, e a quello che ne consegue: filosofia della mente, estetica, psicologia e – soprattutto – lingua francese.

 

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L’egoista cosciente. Leggere oggi L’Unico di Max Stirner

Diciamolo pure, Marx si sbagliava: la coscienza di classe e la rivoluzione del proletariato non hanno condotto alla democrazia operaia, al sogno allucinato di una società comunista senza classi né padroni. Anche Nietzsche, dal canto suo, prese un abbaglio: l’alleggerimento psichico conseguente alla morte di Dio avrebbe dovuto condurre all’Oltreuomo, non di certo alle peggiori nefandezze del Novecento. Col senno del poi, per noi che abitiamo nel presente il futuro immaginato da Marx e da Nietzsche, ad aver avuto ragione è stato piuttosto Max Stirner, rizoma comune di cui entrambi sono efflorescenze. Marx, infatti, reagirà a Stirner per avversione, Nietzsche lo affiancherà invece con inevitabile propensione alla sperimentazione.

Nell’accompagnamento alla lettura che correda l’edizione Adelphi de L’unico e la sua proprietà – l’opera somma di Stirner, data alle stampe nel 1844 – Roberto Calasso nota come l’autore di Bayreuth abbia per primo innescato la miccia di una parola-bomba, “nichilismo”, che nell’Ottocento era oramai giunta a completa maturazione. Nonostante le evidentissime implicazioni che lo legano a Stirner, Nietzsche sceglierà la via della dissimulazione, fingendosi irrelato al «grumo purissimo di nichilismo» lasciato in eredità ne L’unico, di cui egli stesso rappresenta il più naturale e il meglio riuscito tra gli esecutori. «La massima affinità con Stirner si avverte [proprio] nei lettori che non lo nominano mai», chiosa Calasso nella sua postfazione.

In una lettera a Marx del 1844, Engels osservava come Stirner avesse fondato la sua teoria dell’Unico sull’egoismo utilitarista di Bentham, piegato però alla distruzione della società, non alla sua rifondazione. Quella teoria oscena e indicibile, esortava Engels al compagno Marx, «non dobbiamo accantonarla, bensì sfruttarla proprio in quanto perfetta espressione della pazzia corrente e, operando in essa un ribaltamento, continuare a costruirci sopra». L’«egoismo criminale» predicato da Stirner era la prova più evidente della necessità del comunismo: Marx ed Engels rovesciarono L’unico commentandolo riga per riga, in quell’enorme glossa a Stirner che è l’Ideologia tedesca, uscita postuma nel 1932.

In maniera analoga a quanto fecero nella Miseria della filosofia (1847) per annerire la stella di Proudhon, spiega Calasso, ne L’ideologia tedesca «le affermazioni di Stirner vengono isolate, aggredite, malmenate», in un’opera distruttiva e spossante che è l’«archetipo di ogni futura estirpazione di anarchici e individualisti piccolo-borghesi». Sarà Bakunin il primo invasato a correre l’azzardo di ripescare dal fondale della filosofia il cadavere vilipeso e decomposto di Stirner: ne imbalsamerà le spoglie cucendole assieme a quelle dell’anarchismo di Proudhon, e immettendo così nel mondo una creatura amorfa, un ibrido incapace di riprodursi e di sostenersi a lungo termine nell’arena della Storia.

«La mia causa non è né il divino né l’umano», precisa subito Stirner in apertura de L’unico e la sua proprietà. «Non è ciò che è vero, buono, giusto o libero, bensì solo ciò che è mio, e non è una causa generale, ma – unica, così come io stesso sono unico. Non c’è nulla che m’importi più di me stesso!». Sotto la scorza liscia e appartata della sua vita da professore in una scuola per fanciulle di buona famiglia, Stirner coltivò per tutta la vita una sola, immensa pretesa: «quella di seppellire la filosofia» e i suoi falsi idealismi. Il primo delitto filosofico che commise fu quello di Socrate, fondatore dell’etica, ovvero dell’uomo che per vivere e agire deve eleggere a propria missione un’idea – «qualcosa di generale e di astratto, cioè un concetto vuoto e senza vita», per cui non vale certo la pena sacrificarsi in quanto Unico.

Ma a quale idea si riferisce, Stirner? Sulle prime fu quella di Dio, per cui troppo a lungo gli esseri umani votati al cristianesimo si sono condotti all’autoconsumo. Poi, con la Riforma, che per Stirner è «l’attuazione completa del regno dello Spirito», venne santificato tutto ciò che era rimasto sino ad allora profano – Legge, Umanità, Libertà – estendendo all’immanente la prigione di deferenza e ossequio che incatenava gli antichi al trascendente. L’illuminismo suggerì una nuova causa per cui valesse la pena sacrificarsi, la Verità: per l’individuo proprietario, ennesimo principio «sovramio». Venne in seguito la borghesia, per la quale «servire lo Stato […] diventò l’ideale supremo», e il comunismo, che come ultima causa della storia indicò la Società.

Tutte queste, argomenta Stirner, sono idee fisse, «fissazioni», cause che la società ci impone di servire con reverenza sin dalla scuola, dove impariamo ad apporre loro l’iniziale in maiuscolo. Per Stirner ognuna di queste idee deve piuttosto diventare niente, deve perdere il potere che esercita sulla coscienza. Operando laggiù, nel sottosuolo del pensiero filosofico, Stirner straccia così in un colpo solo l’impianto etico del cristianesimo, della scienza, del comunismo e della filosofia tutta, suggerendo come, portata al suo estremo, l’autocoscienza del soggetto non diventi spirito sublime, ma egoismo più abietto.

 «Millenni di civiltà hanno oscurato ai vostri occhi ciò che voi siete», individui egoisti, chiamati a nulla di assoluto, privi di alcuna particolare vocazione. L’egoista cosciente «non appartiene ad alcuna potenza del mondo», avverte Stirner, poiché «niente gli è sacro»: egli «vuole sviluppare solo se stesso, non l’idea dell’umanità, non il piano di Dio, non le intenzioni della provvidenza, non la libertà o simili». Egli ha fondato la sua causa sul nulla. Il catechismo eretico di Stirner viola l’antica certezza secondo cui per vivere e rimanere assieme gli esseri umani abbiano bisogno di un’idea condivisa e sovraordinata. In questa certezza riposa l’ipocrisia di chi non sa spingere fino in fondo l’egoismo, ma continua a inibirlo con i freni della morale, religiosa o laica che sia.

Quando l’Unico irruppe nel campo della speculazione filosofia, fu subito chiaro a tutti che il nichilismo di Stirner andasse inabissato prima che la coscienza del nulla in cui si svolge la nostra vita quotidiana arrivasse a diffondersi. Troppo grande la «verità dell’egoismo», come avrà a dire Feuerbach, perché i due teorici del comunismo, Marx ed Engels, non s’adoperassero per seppellirla. Così, per oltre centocinquant’anni, le sferzate scandalose dell’Unico sono rimaste un tabù, un’enorme voragine nella storia della filosofia. Oggi che tutte le ideologie sono cadute, oggi che l’egoismo è diventato la forma del mondo, leggere L’unico di Stirner è come immergersi nel buco nero della propria coscienza, che risucchia e annienta ogni nostra illusione sulla colossale menzogna della vita in società.

 

Alessio Giacometti

 

BIBLIOGRAFIA
M. Stirner, L’unico e la sua proprietà, Adelphi, Milano 1979.
R. Calasso, Accompagnamento alla lettura di Stirner, in M. Stirner, op. cit.
K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 2018.

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Il mondo sottosopra: i filosofi e gli altri

Un interessante fraintendimento mostra in che mondo viva un filosofo rispetto a un non filosofo.

Mi sono di recente imbattuto in diverse persone per cui, nell’ambito di una discussione, si dice che un tema è stato affrontato a un “livello alto” o che nella discussione si è “rimasti alti”, se chi parla vuole far intendere che il confronto o l’argomento è rimasto generale, astratto, non è sceso nel dettaglio o nella situazione particolare.

Questa espressione sarebbe in effetti coerente con altri modi di dire usati per indicare una situazione che invece si prospetta concreta o realistica: “avere i piedi per terra”, “non volare alto”, “toccare con mano”, ecc. Tutte espressioni che rimandano al toccare e al poggiare, in antitesi a tutto ciò che ricordi, appunto, il livello più alto (la “testa fra le nuvole”, per capirci).

Dopo aver usato a sproposito la frase ed essermi procurato non pochi fraintendimenti – pensando che “rimanere alto” indicasse invece la maggior precisione di qualcosa – ho sentito che ciò che stavo pagando non era un banale errore ma un percorso logico ben preciso seppur di senso opposto, segnato dall’atteggiamento filosofico al mondo. In filosofia, o presso chiunque contempli in genere, lo sguardo rivolto in alto, ai livelli più elevati, eterei, apparentemente astratti, non è sinonimo di generalità e vaghezza, ma al contrario completezza, precisione, padronanza e dunque concretezza e realismo massimi. Affrontare un discorso al livello più alto significa potersi destreggiare nei suoi meandri, nei suoi dettagli, nelle sue sfumature e dunque conoscerlo molto bene, vederlo nella sua totalità, allo stesso modo di chi guardando una città dall’alto sa scorgerne ogni meandro senza perdersi. Solo conoscere qualcosa permette di astrarci sopra. “Volare alto” sarà allora segno che qualcosa è ben conosciuto, in caso contrario staremmo nella sua parte più concreta e visibile. Ulteriormente a mia discolpa, la mia mente azzardava un inconscio parallelismo tra la concretezza del toccar con mano e dell’aver i piedi per terra, con espressioni tipo “essere terra terra”, che vogliono solitamente disprezzare e allontanarsi da un atteggiamento sempliciotto e ottuso. A maggior ragione il “restare alto” rappresentava un traguardo dignitoso ed elevato.

Tutt’oggi resta celebre l’aneddoto dell’ancella che derise Talete per essere inciampato in una pozza d’acqua mentre osservava il cielo. Ancora poco si pensa che tra i due era Talete a conoscere il cielo, a volare alto su di esso, cioè a comprenderlo nella sua essenza. Con lo sguardo rivolto in basso, anziché al livello più alto, avrebbe evitato una presa in giro, ma non avrebbe conosciuto nulla.

Senza sospendere la mente e il pensiero in modo da mescolarli all’aria, che è della stessa leggerezza, non avrei mai potuto fare scoperte esatte sui fenomeni celesti. Se me ne fossi stato a terra a osservare da laggiù le cose di lassù, non ci sarei mai arrivato1.

Questo dice il Socrate ironicamente ritratto da Aristofane, che nonostante la presa in giro, trasmette l’atteggiamento che il pensatore deve per forza assumere per poter raggiungere certe cose. Questo modo di approcciarsi al mondo – identico a quello di Talete e di molti altri ancora – è ciò che segna i filosofi nella loro quotidianità e che, in una sorta di inversione vitale, rende il loro atteggiamento eccentrico e apparentemente sconnesso dagli altri.

Certamente alla fine sono stato io ad aver aggiustato il tiro delle frasi che utilizzo e le ho adeguate per come le usano in quel contesto. Nonostante questo, non posso però che rivendicare i motivi per cui ho potuto usare un’espressione nel suo senso contrario: perché contrario è spesso percepito il mondo di regole che fanno parte del filosofo.

 

Luca Mauceri

 

NOTE:
1. Aristofane, Le nuvole, Rizzoli, 2001, p. 135.

[Photo credits istockphoto]

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Filosofia per la disabilità

Giorno 22 ottobre 2018. Un importante personaggio politico ha dichiarato, in merito a noi italiani, che «siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autismi. L’autismo è la malattia del secolo, signori, e l’autismo non lo riconosci. Per esempio, la sindrome di Asperger: è pieno di questi filosofi in televisione che hanno la sindrome di Asperger che è quella sindrome di quelli che parlano in un modo e non capiscono che l’altro non sta capendo […]»1.

Tale affermazione ha scatenato l’indignazione di chi, di autismo e disabilità in generale, ne capisce un po’ di più o ne ha avuto esperienza diretta, per diverse ragioni: non solo perché quanto dichiarato non rispecchia affatto la realtà dell’autismo o del disagio che in questo momento si vive in Italia, ma anche perché affermazioni di questo genere non sono vantaggiose al potere politico.
La disabilità è un elemento presente e diffuso sul tessuto sociale, è nella realtà di numerose famiglie, molto più di quanto si pensi, e, per tale ragione, la politica non può più permettersi di relegarla in un angolo nel quale nessuno possa vederla. Attraverso la sopracitata dichiarazione, il potere politico ha di nuovo confermato questa linea d’azione, e vi ha aggiunto informazioni scorrette e per nulla scientifiche.

Ciò che il potere politico non riesce a comprendere è che, con il giusto approccio, e in base alle possibilità di ciascuno, chi è disabile possa essere incluso nella società e realizzarsi come persona. In questo senso, il potere politico ha un ruolo ben preciso.

Nel passato, le teorie filosofico-politiche hanno inteso i soggetti di potere come indipendenti e autonomi. In sostanza, gli individui che avevano diritto di partecipare alla vita sociale e politica erano coloro che, in nome della loro razionalità, erano considerati i soli capaci di prendere decisioni. Chi restava fuori, non solo non aveva la possibilità di dirigere la propria esistenza, ma veniva anche privato della dignità. Donne, stranieri e disabili sono ancora considerati incapaci di essere protagonisti del tessuto sociale in moltissime parti del mondo, ma ciò che il potere politico deve ammettere a se stesso è che l’inclusione e la promozione dei diritti umani è un vantaggio per il potere politico stesso.

Esistono delle teorie di giustizia che permettono di intravedere queste nuove prospettive.
Martha C. Nussbaum è una filosofa statunitense che si è occupata di etica e filosofia politica; inoltre, ha

elaborato teorie politiche che prevedono non solo l’inclusione di categorie più fragili, fra cui quella dei disabili, ma che affermano la possibilità per quest’ultimi di realizzarsi come individui. Nussbaum ha elaborato la teoria delle capacità, ovvero una teoria che considera ciò che le persone sono in grado di fare e di essere in una società, considerando inoltre che ognuna di queste ha il diritto di esprimere tali capacità secondo il proprio arbitrio o facoltà.
Nussbaum stila un elenco di capacità comuni a tutti gli individui, da quella della vita al gioco, all’espressione e alla partecipazione politica, individuando elementi che vadano oltre le abilità o disabilità fisiche e mentali o le differenze culturali.

A uno stato politico che punti alla circolazione delle ricchezze e in cui si cerchi il reciproco vantaggio, la Nussbaum oppone una teoria politica che mira invece alla cooperazione, in cui ogni individuo è soggetto di diritti e dignità. Ignorando cittadini come i disabili, in realtà, il potere politico dimentica un’importante fetta di soggetti di diritto e menoma se stesso.

«Le persone con menomazioni di questo tipo possono di solito essere membri della società altamente produttivi nel senso economico usuale, […] se solo la società modifica le sue condizioni di base al fine di includerli. La loro relativa mancanza di produttività alle condizioni attuali non è “naturale”: è il prodotto di misure sociali discriminatorie»2.

Le persone con disabilità, in modo diverso, sono sì dipendenti da chi si prende cura di loro ma ciò, dice la Nussbaum, non deve stupire. Più della metà della vita di un individuo è trascorsa all’insegna della dipendenza, sia se consideriamo l’infanzia e la prima giovinezza che la vecchiaia. Gli esseri umani sono esseri che necessitano di cure, e il periodo in cui si è in grado di avere un pensiero autonomo e indipendente è, in realtà, molto breve e non sempre pienamente sfruttato. Il potere politico deve farsi carico di questa considerazione e agire di conseguenza.

Le teorie politiche della Nussbaum prendono quindi in esame le condizioni di tutte quelle categorie estromesse in nome di una sorta di inadeguatezza politica. Fra queste non ci sono solo i disabili ma anche chi si prende cura di loro, soprattutto le donne, che per questo, dice la Nussbaum, sono costrette a un doppio carico di lavoro, fra lavoro e famiglia. Si tratta di un’esclusione che prevede la sottrazione della dignità e dell’umanità, a cui alla fine si crede e si giustifica. Creare dei percorsi e delle strutture adeguate affinché gli individui, con le loro particolarità, possano esercitare le loro capacità, non è solo possibile ma è anche dovere del potere politico. Il ruolo di quest’ultimo, infatti, non è quello di aizzare una categoria di persone contro l’altra, ma di creare armonie, in modo che tutte le persone, nelle loro differenze, abbiano libertà di scelta.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. Il video qui.
2. M.C. Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia: disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Il mulino, Bologna, 2007, p. 13.

[Photo credit Josh Appel]

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La rivolta mancata: io censuro, dunque sono

Penso che nel nostro passato recente dovesse esserci una rivoluzione, e che invece non ci sia stata. Questo, ritengo, per via di una contraddizione radicata, che impedisce ogni soluzione. La contraddizione consiste nell’accettazione passiva di quello che normalmente condanniamo. Uno dei suoi aspetti più lampanti poggia sul fatto che, nonostante si deprechi l’omicidio e si elogi invece la libertà espressiva dell’individuo umano, si continui a violentare il mondo e a godere dei prodotti che questo sfruttamento porta nelle nostre case. La sovrastruttura democratica persevera nel macinamento di vite.

La questione viene tendenzialmente affrontata con sufficienza, al punto che è lecito aspettarsi dalla comunità un disinteresse nei suoi confronti, piuttosto che una consapevole attività. L’uomo moderno che si dice ragionevole deve asserire l’intrinseca apatia degli individui, e non la loro benigna volontà. Ma l’umano è «l’unica creatura che rifiuti di essere ciò che è»1, la rivolta, in lui, è costitutiva, perché allora non ci siamo più ribellati? Perché lasciamo che la contraddizione stagni? La società contemporanea, si diceva prima, cerca, almeno a parole, di garantire libertà di essere ad ogni individuo e quindi si presenta come uno spazio in cui tutto è concesso. Ma se il mondo mi dice che posso essere chi voglio, perché mai dovrei ribellarmi? Ecco allora il ragionamento dell’umano moderno: poiché posso vivere come voglio, non ho nulla da combattere. Anzi: trovo io stesso le mie lotte ma non le giudico più grandi di tutte le altre. Tendo ad arrendermi al fatto che il mondo è invaso dalle voci.

La ribellione si è compiuta, il vecchio ordine è stato spodestato e uno nuovo è stato istituito. Ci si prepara a riorganizzare ogni cosa in seno a inedite idee di libertà. Sostenere questo, però, e fermarsi – qui sta il vero crimine. Significa infatti cristallizzare il pensiero, renderlo tanto bello quanto intoccabile. Io limito l’uomo, gli pongo di fronte un limite, alle sue idee e alla sua storia, giustificando quanto è stato fatto e quanto ancora s’ha da fare attraverso i soli filtri della rivolta compiuta. Limitarsi a giustificare significa prepararsi a giustiziare. Quello che assumo di fronte al mondo, in realtà, è la resa, perché dichiaro in partenza di non poter comprendere le ragioni di chi critica il nuovo percorso. Io blocco la rivolta per affermare che la storia ha trovato il suo senso e dunque mi appresto a negare tutti gli altri. Oppure, ancora peggio, la proseguo imperterrito e senza diplomazia, perché la storia continui, ossessivamente, ad avere il senso che intendo darle con la mia rivolta.

La rivolta moderna voleva trovare una nuova metafisica cui l’uomo potesse ispirarsi. Senza Dio che giustificava la presenza e l’azione umana, e con i padroni-sovrani che tradivano il popolo, restava solo la storia a fungere da faro. Riadattando allora una vecchia tendenza, le rivolte moderne, o millenariste, come quella proletaria o, perché no, fascista, hanno cercato di ridurre il senso dell’uomo a un unico idolo, quello della storia, che poteva promettere un avvenire dorato a mo’ di regno celeste. La storia doveva finire, e sarebbe finita con la società senza classi o con la società del superuomo. Ogni dolore (e ogni imperfezione) sarebbe stato eliminato in virtù di un’era restaurata. La rivolta allora, per quanto appassionata, non faceva altro che riportare l’uomo a prostrarsi di fronte a Dio, e dunque a fallire.

Lo stesso destino è occorso alla democrazia moderna. La sua apertura formale ha sedotto gli spiriti, e nel mentre che questi si sperimentavano nel nuovo mondo, ha allargato il suo dominio e si è imposta come struttura universale. Le successive generazioni sono allora nate in un mondo preparato. La libertà intrinseca dell’individuo non aveva più i confini dell’universo, ma della ideologia nazionale ed economica. Accade allora che non viviamo più attraverso il sistema, facendocene carico e partecipando alla sua crescita, ma al di sotto del sistema. Non siamo più attori, ma prodotti. Il mondo addomestica noi, non il contrario. Alla logica della considerazione abbiamo sostituito la logica del consumo, che promettendo una materialità infinita riesce a contenere la ribellione degli individui, e così li addomestica.

Abbiamo condonato la nostra più ima natura, ecco la contraddizione. Anche gli sprazzi di polemica si reinseriscono poi nella logica imperante del moderno, perché sono insufficienti. Mi preoccupo di quello, ma tutto il resto lo accetto perché non so contenerlo. Oppure: mi preoccupo di quello, ma per tornare nel mio mondo sociale in una maniera che viene accettata. La nostra società, nata dalla rivoluzione, ha finito con il lobotomizzare la stessa, riducendola a una contraddizione senza appeal. Il rapporto che oggi sussiste tra Io e Mondo è determinato dalla censura. E poiché questo rapporto estende la sua considerazione fino ai limiti estremi del globo, pochissimi se ne vogliono prender cura. Io censuro il Mondo perché non riesco a capirlo.

Come potrebbe rinascere, allora, lo spirito ribelle? Non seguendo una storia globale, che sarebbe pura ideologia, né smorzando ogni selvatichezza con gli ossi di gomma. La rivolta, oggi, deve partire dalla ricerca interiore e dalla responsabilizzazione della persona. Poiché l’individuo è più o meno libero, ma vive sul sangue degli altri, e ritiene comunque sbagliato soggiogare le genti, ormai tutte suoi simili, esso solo può produrre il cambiamento. La sovranità appartiene al popolo. L’individuo deve riscattare la sua dignità, cioè diventare pensatore, insieme a tutti gli altri. E l’unica universalità sensata sarà quella della fratellanza, dove ogni singolo cuore è ascoltato nella sua particolarità, in barba ad ogni Signore Iddio e a tutte le Magnae Historiae.

 

Leonardo Albano

 

NOTE
1. A. Camus, L’uomo in rivolta, Milano, Bompiani, 2017, p.13.

[Photo credit Isis França]

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Il bisogno umano di silenzio

«Viviamo nel tempo del rumore. Il silenzio è sotto attacco»1, così scrive Erling Kagge, esploratore e scrittore norvegese nel suo ultimo lavoro intitolato Il silenzio. Uno spazio dell’anima (Einaudi, 2017). Ed è proprio questa una descrizione che tristemente si addice al tempo presente. Cifra fondamentale del nostro tempo è infatti il rumore assordante che circonda la nostra frenetica quotidianità. Un frastuono che sia fa via via insostenibile per la mente e il cuore di ciascuno. Persino quei pochi attimi di silenzio e introspezione personale che sino a qualche tempo fa erano possibili nell’arco di una giornata, negli ultimi anni vengono occupati da quei prolungamenti bionici dei nostri arti che prendono il nome di tablet e smartphone e che non abbandoniamo nemmeno ai sevizi igienici o mentre “dormiamo”. Una vera e propria dipendenza tecnologica dettata dalla paura incontrollata di rimanere sconnessi (nomofobia).

Il mito tecnologico e performativo impera sulle esistenze degli abitatori di quest’epoca ipermoderna costringendoli a ritmi serrati, frequentazioni sempre più disturbanti e scelte di massa contraddistinte da voci, parole, chiacchiere, musica rintronante, in una bulimia di rumore che spesso ha l’inconsapevole obiettivo di mettere a tacere il vuoto interiore e di aggirare il timore di accedere alla propria interiorità più intima e vulnerabile. Ecco perché l’uomo contemporaneo, occidentale in particolare, oppresso dal rumore, pur sentendolo come insostenibile continua a preferirlo al silenzio.

Nondimeno, il silenzio è un bisogno precipuamente umano che necessita di essere soddisfatto ma che per realizzarsi richiede impegno, costanza e il coraggio di scendere in se stessi, prendendo contatto con la propria interiorità, i propri pensieri, le proprie emozioni. Diversamente dalla società del consumo, dell’illusoria allegrezza, della vita ipermondana, l’uomo ha bisogno di chiudere il rumore fuori di sé, di riscoprire dunque la possibilità di fare silenzio e incontrare se stesso, nient’altro che se stesso.

I luoghi dove è possibile sperimentare il silenzio sono molteplici, montagna incontaminata, mare lontano dalle stagioni della confusione balneare, eremi, monasteri ed ora persino luoghi creati appositamente secondo i principi fisici dell’insonorizzazione. Tuttavia, il silenzio è possibile ritrovarlo in ogni momento, proprio lì dove siamo, dove ci troviamo, dentro di noi. Questo richiede la volontà di assentarsi temporaneamente, di concedersi la possibilità di una pausa dal frastuono quotidiano, immergendosi in se stessi. Fare silenzio è dunque un esercizio di ascolto interiore, dal quale possono emergere più nitidamente i contorni della nostra anima. Ecco dunque che dal silenzio può affiorare lo stupore, origine di ogni filosofare, di ogni slancio creativo e di ogni vetta dello spirito. Una volta immersi nel silenzio, che ci confronta con noi stessi, è possibile ritornare rinnovati a dialogare con l’esterno, con la natura con la quale è possibile riassaporare un’originaria comunione, simbolo di una fratellanza generatrice di inesauribile ricchezza simbolica e interiore. In questo senso l’esperienza del silenzio è del tutto personale e in quanto tale non può essere che intima e profonda. Pertanto, una volta riscoperto, il silenzio diventa una forza, un’opportunità inalienabile di rientrare in se stessi come in una fortezza inespugnabile.

Condizione essenziale per il silenzio è la solitudine. Da non confondersi con l’isolamento che chiude la soggettività in un deserto emozionale e intellettuale, la solitudine è la necessaria capacità per poter trovare il silenzio e farne esperienza. Purtroppo, la capacità di stare soli è da sempre un problema per gli esseri umani, come aveva ben intuito Blaise Pascal in uno dei suoi celebri pensieri: «ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una sola cosa: dal non saper restare tranquilli in una camera»2. La solitudine, specialmente oggigiorno, appare come un disagio da evitare e non come l’opportunità per ritrovare se stessi nel silenzio, nella benefica assenza di rumori e parole inflazionate. È proprio nella solitudine e nel silenzio che sono custoditi i più preziosi valori umani, la propria essenza di esseri finiti, perennemente attratti dall’infinito e dalla sete di senso.

Il silenzio, che emerge nella solitudine creatrice, si stacca nettamente dalla mentalità dominante, dallo status quo della superficialità poiché richiama la nostra attenzione a quanto stiamo facendo. Il silenzio ci aiuta a riportare concentrazione ad ogni piccolo gesto, ad ogni singola azione che compiamo, anche nelle più consuete e apparentemente banali pratiche quotidiane. Il silenzio ci invita ad entrarci dentro alle cose, a farne esperienza consapevole: richiama l’attenzione all’attimo, al presente, al qui e ora, libero dal rimorso del passato e dall’angoscia del futuro. Il silenzio svela in questo senso tutto il suo potenziale educativo e terapeutico, poiché per fare silenzio è necessario disinserire il pilota automatico che guida le nostre giornate scandite dal tempo finito dell’orologio (chrònos) che divora le esistenze, per prendere contatto con il tempo, eterno, dell’istante, dell’interiorità.

Il silenzio è un esercizio difficile, insidiato dal rumore che infrange le nostre esistenze facendole piombare nel conformismo consumistico dove esse stesse diventano vittime di modalità annichilenti. Altresì è l’antidoto più efficace per “chiudere momentaneamente fuori il mondo”, così da poterlo osservare e capire con maggior lucidità, consapevolezza e spirito critico. Se dunque il rumore riduce significativamente la qualità della nostra vita, il silenzio è una possibilità di recuperare il rispetto per se stessi e la cura di una vita autentica.

Al silenzio bisogna anche educarsi, in particolare nelle relazioni intersoggettive. La comunicazione satura di parole, non necessariamente risulta efficace, spesso è un ostacolo al raggiungimento dell’intimità dell’incontro. Ecco perché le pause e i silenzi che connotano la comunicazione empatica fra esseri umani, sono ricchi di significati esistenziali che possiamo cogliere solo se siamo educati e abituati a far spazio al silenzio, in noi e nell’altro. Per questo, spesso il silenzio avvicina molto di più due persone che non fiumi di parole. Queste ultime possono distruggere l’incanto dell’incontro, poiché insufficienti per esprimere l’enigmatica profondità della nostra e dell’altrui interiorità.

Le parole devono dunque arrestarsi di fronte alla presenza del mistero inesprimibile dell’esistenza, al suo senso e a quello del mondo. In questa direzione, come non ricordare le parole arcane e al contempo sfavillanti che ha scritto il filosofo Ludwig Wittgenstein, nella prefazione al proprio Tractatus logico-philosophicus: «tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere»3. Il linguaggio infatti configura «come il mondo è» ma non «che esso è»4. Il che significa che il linguaggio rappresenta la totalità di ciò che accade, dei fatti del mondo, costituisce l’immagine della realtà, ma non può configurare il senso (inesprimibile) del mondo. Invero, il senso del mondo e della vita non si possono raffigurare come fatti, non sono enunciabili con il linguaggio. In quanto realtà trascendenti il linguaggio stesso, costituiscono l’ineffabile, il mistico (dal greco myein, “esser muto”). A questo s’addice il silenzio: condizione unica per pensare, sentire e sperimentare intensamente, attraverso scintillanti risonanze interiori, ciò che non si può dire, ma solamente mostrare («esso mostra sé, è il Mistico»5), ciò su cui si deve tacere: il regno dell’indicibile.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. E. Kagge, Il silenzio. Uno spazio dell’anima, Einaudi, Torino 2017, p. 27.
2. B. Pascal, Pensieri e altri scritti, Edizioni San Paolo, Milano, 198712, p. 167.
3. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di A. G. Conte, Einaudi, Torino 2009, p. 23.
4 Ivi, p.108.
5. Ivi, p. 109.
[Photo credits Patrick Schneider su unsplash.com]

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