“Non si è affamati soltanto di pane”: il mondo dei giovani visto da Viktor Frankl

«Non si è affamati soltanto di pane, ma anche di senso. Ci si preoccupa troppo poco di quest’aspetto nello stato sociale odierno» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima), così si era espresso lo psichiatra e filosofo Viktor Frankl in una conferenza al Politecnico di Vienna nel 1985. Queste parole risuonano con maggior intensità alla luce delle manifestazioni umane, giovanili in particolare, del tempo presente. Le cronache quotidiane riportano eventi che interessano adolescenti e giovani, i cui comportamenti sono espressione di un marcato vuoto interiore. Bullismo, sopraffazione reciproca, violenza reale e virtuale – quest’ultima ancor peggiore per la vastità della propria eco e delle proprie conseguenze psicologiche –, dipendenze tecnologiche, perversioni sessuali, depressione, omicidi e suicidi, sono cifre tragicamente ricorrenti che ritraggono una parte, malauguratamente crescente, della popolazione giovanile.

Nell’attuale mondo occidentale non si può certo affermare che gli stomaci siano vuoti, ma alla luce di questi indicatori certamente lo sono le esistenze, tormentate da un vuoto interiore senza precedenti. È possibile comprendere queste manifestazioni – il che non significa certamente giustificarle – soltanto se analizziamo il fenomeno in profondità, andando alla radice di quei comportamenti e del loro movente. Esse sono espressione della noia, che implica un’assenza di passioni e interessi per il mondo e dell’indifferenza che richiama ad una mancanza di iniziativa costruttiva e proattiva. La noia e l’indifferenza affiorano nel vuoto esistenziale che pervade le giovani generazioni, le quali sembrano aver smarrito compiti e impegni nobili che possono inondare di senso la propria esistenza.

Il senso dell’esistenza non è un concetto astratto, come spesso e banalmente si vuol far credere, ma è estremamente concreto, calato nell’esigenza dell’ora. Il significato riguarda quanto la vita si attende da noi, giorno per giorno, di ora in ora. Esso può essere scoperto soltanto interiormente, contattando l’organo esistenziale per eccellenza: la propria coscienza. Invero, attraverso essa scopriamo i valori che attendono di essere da noi realizzati ed è proprio tale concreta realizzazione che proiettandoci nel futuro, riempie di senso anche il nostro presente. Altresì, è nella coscienza che possiamo percepire e riconoscere la sottile ma fondamentale differenza fra valori, che promuovono la vita e la sua dignità, secondo libertà, responsabilità, solidarietà e dis-valori, tutto ciò che ergendosi sulla distruttività tende a negare il valore della vita, poiché esclude dal proprio agire i fondamenti dell’umanesimo.

L’isolamento, la depressione, la dipendenza e la violenza sono l’espressione di una generazione marcata da un abissale vuoto di senso. Un vuoto che esige, in ogni modo, di essere riempito. Proprio laddove la volontà di significato viene frustrata proliferano comportamenti distruttivi per sé e per gli altri, i quali contrastano la vita nella sua espressione umana più nobile. Per questo è necessario che la comunità educativa degli adulti riconosca anche in un giovane delinquente, in un tossicodipendente, in un depresso o in un dipendente patologico, la volontà di trovare uno scopo e dare un senso alla propria vita. I giovani d’oggi non sono senza valori, hanno bisogno che il mondo adulto ritorni ad adempiere al proprio compito educativo, sfidandoli a realizzare significati nella propria esistenza. Facendo sentire loro la responsabilità per la vita, che si configura come impegno concreto per un’opera da realizzare, per una causa, per un alto ideale civile, politico o religioso, o come amore per un altro essere umano. Solo riscoprendosi responsabile per qualcosa o per qualcuno, l’essere umano può sperimentare che la propria esistenza, unica e irripetibile, ha un significato altrettanto unico e irripetibile. Precisamente, scrive Frankl, «la ricerca di senso ha un orientamento […] è diretta verso quei valori che ogni singolo uomo ha da realizzare nell’unicità della propria esistenza e nella singolarità del proprio spazio vitale» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima).

Queste no future generation hanno bisogno di riconoscere che la vita si configura come un appello, un compito unico e irripetibile, al quale ciascun essere umano è invitato a rispondere personalmente. Riconoscendosi responsabile dinanzi a tale compito, il singolo individuo profonderà il proprio impegno fisico, psicologico e spirituale, per realizzarlo. Invero, sperimentare che vi è uno scopo nella vita, che vi è un obiettivo da perseguire, una causa da servire o una persona da amare, permette di superare anche le circostanze più arcane, senza precipitare nel nichilismo che induce a fare cose senza senso (dis-valori). Aiutare i giovani in questo difficile cammino di educazione esistenziale, implica invitarli a sentire interiormente il desiderio di significato, quel motore che aiuta a muoversi da obiettivi conseguiti a valori che ancora attendono di essere realizzati nel futuro, in una sana e necessaria tensione verso il significato che anima fattivamente l’esistenza.

 

Alessandro Tonon

 

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Inconcludenza come paradigma della complessità: il potere poetico

Si è detto, nell’ultimo episodio, che l’inconcludenza, connaturata alla nostra essenza vivente, ci impedisce di esser liberi perché garantisce continuamente questa stessa libertà. Formulata così la questione è sicuramente più chiara. In un universo assurdo dove vige la fatalità (l’esserci nonostante tutto), una creatura intelligente non può che esser libera nelle condizioni che questa stessa fatalità impone. Ma non è questo a far della mia libertà un miraggio lontano: è piuttosto la natura stessa della libertà e della mia azione, che è sempre inadeguata ad esprimerla, ed anzi, per far ciò, si trova costretta a mobilitare migliaia e migliaia di libri e filosofi differenti solo per provare a capire cosa sente precipuamente.

L’inconcludenza è lo scarto, il potenziale inespresso che avanza sempre. È una terra di fantasmi irredenti. Ne deriva che ogni mio atto sarà insufficiente, e questa è la condizione necessaria al mio movimento, ma ne deriva anche la necessità di incontrare prima o poi l’insoddisfazione. L’unico strumento abile nella cattura di tutto un mondo è la parola poetica, che lungi dal cercare di snocciolare analiticamente un concetto, un’espressione, una situazione o un sentimento, li rappresenta per immagini corali dall’ampio respiro, fregandosene delle convenzionalità, e accostando i significati per rendere onestamente il vivido1. Sono i profondissimi spazi tra le righe che rendono veritiera una poesia. Essi sono accorti dell’inconcludenza e per questo, invece di allontanarla o di schematizzarla in cerca di un verbo più rassicurante, intendono accoglierla, farne materia di discorso e di scienza. La poesia è eterna come i movimenti che contempla, lasciati alla loro avventura, perduti nel tempo immemore che incalza. La poesia, poiché trascende la categorizzazione familiare, è il linguaggio del disumano.

Significa che il dis-umano è lo spazio della conoscenza? In effetti, se la parola razionale, quella che indaga e scava la realtà dei fenomeni, finisce con l’aggrovigliarsi e col confondersi e con lo stabilire convenzioni che poi inevitabilmente vorrà superare (vedasi l’esempio del discorso scientifico), non è affidabile per poter cogliere una conoscenza attendibile. Devo limitare il suo campo d’azione a contesti specifici e molto stretti, perché più è complesso il campo più tempo ed energia si dovranno spendere per coglierne i traffici. È uno strumento efficace per il semplice e l’immediato, per i tempi lunghi diventa impresa o speculazione. È problematico anche il fatto che spesso molti degli elementi che dovrebbe considerare le restano invisibili, il che ne dimostra la fallibilità, e finisce col produrre sentenze sbagliate, concise, poco empatiche, spesso portatrici di dannose violenze. Ogni sistema filosofico prodotto ha sempre dapprima orientato la riflessione verso una certa stella, così ha sempre tralasciato un qualche elemento importante, alle volte di proposito, e il sistema, dalla pretesa di essere universale, ha nascosto la sua particolarità. Se si continua a filosofare, è perché il filosofo dà solo forma ai suoi sentimenti.

Se dunque la parola razionale è ciò che contraddistingue l’essere umano, ne consegue che l’essere umano è un animale sempre in errore, obbligato a non imbroccarne mai una e a vivere nei suoi fallimenti. Ciò è in linea con la considerazione inconcludente, ma da un punto di vista limitato al negativo, il che ci porta subito a ripartire, dacché se si naviga nel mare inconcludente non ci si potrà attraccare fino a che non si saranno ammaestrati i suoi venti. I fallimenti sono fondamentali per le resurrezioni, le riprese, le invenzioni e i progressi; soprattutto sono essenziali ai cambiamenti di rotta. Che altra parola ci rimane? Forse non ci si deve imporre, forse si deve seguire. La parola deve essere eccezionale, garantire la sua natura miracolosa, sempre consapevole cioè dell’Imperio del silenzio. Se si ricorda che viene dal fango e dal sangue, saprà posizionarsi come conviene per incrociare i venti. Le più grandi filosofie sono quelle che spogliatesi dell’ego non mirano più a nulla, se non a una vita armonica, in accordo col grande universo che ospitano nello spazio dove un tempo c’era l’angoscia.

La parola poetica ha questo di grande – che rende la vita comprensibile. La ragione arriverà alla sua reale natura in secoli avveniristici, e forse nemmeno ci arriverà mai perché si spegnerà prima insieme alle civiltà che l’hanno accompagnata. Fino ad allora la poesia saprà sempre raccontare l’universo e la verità in maniera più esplicativa. Produrrà quelle conoscenze necessarie al trascorrimento di una vita felice, di una convivenza rispettosa, di un’umanità florida e disinteressata. La poesia è cosa del popolo, è volgare. La parola convenzionale, quella cioè che addita i fenomeni e ne approssima i contenuti per poterli nominare sotto il sole, contiene in sé più conoscenza di qualsiasi illustre tomo divulgativo. Solo, dovrebbe sempre restare vigile su quest’opera di approssimazione onde evitare rivalità, oppressioni, ignoranze pericolose; il suo principio è l’inconcludenza (poiché approssima o costruisce proprio la complessità per renderla comunicabile) e se dimentica i suoi influssi finisce con l’esasperarsi. Il conflitto sorge dall’arresto coatto dei movimenti inconcludenti, altrimenti è con-fusione e trasformazione. Vi è l’ego che torna a imporsi, la razionalità che riprende a discernere il bene dal male. Mentre gli spazi devono anche esser lasciati vuoti, perché la fertilità dei terreni permanga e la biodiversità possa esprimersi. L’incrocio dei cammini rende positivamente la desolazione che lascia la rivalutazione del proprio sogno2. È la reciprocità che lo fa vivere ancora – l’inconcludenza che tutti coinvolge e sprona a condividere le fantasie.

 

Leonardo Albano

 

NOTE:
1. Ci si ricorderà della parabola del Borges in cui un re accompagna un poeta a visitare le meraviglie del suo palazzo. Quando questi lo porta di fronte a un’imponente torre d’avorio e intarsiata di ricami dorati, il poeta si esprime, raccogliendo in questa espressione tutta la torre con tutti i suoi intarsi, le sue decorazioni, le fatiche che l’hanno costruita e i sentimenti sublimi che suscitava la sua altezza. Dopodiché la torre scomparve. Il re fece subito giustiziare il poeta accusandolo di avergli rubato il suo più grande tesoro (Parabola del palazzo, da L’artefice, Adelphi, 2016)
2. Si pensi a una coppia che si separa: i loro sogni d’amore sono stravolti. Se, dopo numerose trattative, ancora si cerca di trattenere quel che già se n’è andato, si genera il conflitto tra gli ego; se invece s’incrociano i propri cammini con quello della separazione e quindi della novità, potrà venirne a beneficio di entrambi.

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Linguaggio e realtà: due dimensioni, un unico significato

Soli tra tutti gli animali, gli esseri umani hanno la capacità di capire, di parlare e di servirsi del linguaggio in infiniti modi. Non ci stupisce quindi che l’esplorazione sistematica del linguaggio sia un’impresa a cui partecipa una moltitudine di studiosi – lessicografi, grammatici, glottologi, psicolinguistici, neuroscienziati – e di discipline: la fonetica, la fonologia, la filologia, la sociolinguistica, fino alla filosofia del linguaggio.

La riflessione filosofica riguardante il linguaggio percorre oramai duemila anni di storia: pensiamo al Logos (discorso), tema fondante nella ricerca fisico-speculativa, quando ancora la filosofia si esplicava in frammenti e trasmissioni orali. Termine che possiamo intendere come un contenitore di concetti dal linguaggio al ragionamento, dal pensiero al metodo.

In un passo famoso delle Confessioni, Agostino nel V sec d.C. espone, a differenza dei suoi precursori, un’immagine per quanto possibile sistematica del processo di apprendimento del linguaggio. Quando gli adulti “nominavano qualche oggetto e, proferendo quella voce, facevano un gesto verso qualcosa, li osservavano e ritenevano che la cosa si chiamasse con il nome che proferivano quando volevano indicarla1“.  Pur senza essere una vera e propria teoria del significato, questo passo delinea chiaramente una possibile soluzione al problema: le parole del linguaggio denotano oggetti e gli enunciati sono connessioni di tali denotazioni. Il significato di una parola è dunque l’oggetto per il quale la parola sta.

Per milletrecento anni la filosofia sembrò che avesse dimenticato la riflessione sul linguaggio, relegandola a discapito dell’essere, della teologia e nel Seicento del metodo scientifico. Solo a partire dall’Ottocento con il lavoro di Gottlob Frege, logico e matematico noto all’epoca, si inaugurò la filosofia del linguaggio contemporanea. Con il suo lavoro Agostino fu superato: se infatti il rapporto con l’oggetto denotato esaurisse il significato di una parola, allora non riusciremmo a spiegare certe differenze evidenti tra enunciati con diverso valore informativo. Di qui la necessità di riconoscere che le parole non hanno solo un rapporto di denotazione, denominazione e riferimento. Frege si chiederà se davvero il valore delle parole si riduca al loro significato, inteso come rapporto con l’oggetto denominato o se, al contrario, non sia indispensabile tenere conto anche del senso che esse esprimono.

La stessa concezione freghiana risulterà però non priva di problemi: da Russell a Quine, da Carnap a Wittgenstein, da Putnam a Kripke, essa sarà al centro di una serrata critica volta per alcuni a riconquistare la semplicità dell’immagine agostiniana, per altri a elaborare una visione nuova del rapporto tra linguaggio e realtà. Uno fra tutti fu Wittgenstein, presentato di solito come l’iniziatore di due importanti correnti della filosofia del Novecento: il Neopositivismo e la Filosofia del linguaggio ordinario. Ironia della sorte sia Wittgenstein che Agostino furono due figure di spicco della filosofia del linguaggio, senza definirsi tali.

L’obiettivo da Frege in avanti fu la ricerca di una teoria del significato che potesse allontanare l’uomo da errori e imperfezioni del linguaggio comune, cercando di unirlo alla realtà in un’unica dimensione. Così pure Russell, forte critico di Frege ma a lui legato dalla rinnegazione dell’immagine agostiniana del linguaggio.

Wittgenstein invece provò un’altra via: senza rifiuto o accettazione mise Agostino come sfondo e non cercò una teoria del significato bensì un metodo d’indagine (anche se non sempre la pensò così). Possiamo infatti parlare di due Wittgenstein: uno del Tractatus Logico Philosoficus (1921) e un secondo delle Ricerche filosofiche (1956). Quest’ultima opera rappresenta la summa dei concetti qui esposti.

Nelle Ricerche filosofiche cercherà di mettere in discussione certe assunzioni generali che, a suo giudizio sottostanno a un’unica famiglia di teorie di significato. Nel linguaggio esistono diverse funzioni delle parole, svariati modi d’impiego delle espressioni, e mostra come esse non possono essere classificabili sotto un’unica rubrica onnicomprensiva. Nel tentativo di dissipare queste tendenze generalizzanti, Wittgenstein conia l’espressione gioco linguistico e forma di vita. Esistono molteplici impieghi delle frasi, ossia varietà di atti linguistici.

Una volta affrontato il tema del proferimento, discusso da molteplici pensatori nei modi più svariati, è importante anche chiedersi come possa avvenire la comprensione del linguaggio e come essa dovrebbe essere descritta. Il comprendere andrebbe concepito – secondo Wittgenstein – come un’abilità, un saper fare, la padronanza di una tecnica che presupponga l’esistenza di una pratica sociale, addestramento ed esercizio. Ha in sé dunque il suo funzionamento.

Wittgenstein cercherà quindi, tramite una contorta rete di somiglianze, di individuare l’elemento di identicità nella differenza all’interno dell’atto linguistico. Ad esempio, tanti sono i giochi con diverse regole e funzioni, ma cos’è che li rendono giochi? Qual è il loro rapporto di condivisione? Bisogna, sostiene Wittgenstein, stabilire un equilibrio nel funzionamento della lingua, verificare con il mondo la veridicità del riferimento e dell’uso dell’atto linguistico così che possano andare assieme.

Siamo distanti dalle posizioni di Frege o di Russel, abbiamo come sfondo Agostino ma siamo ancora lontani da una teoria o esplicazione di che cosa sia il linguaggio e di quale possa essere la sua funzione e condizione di verità. Gli oppositori allo stesso Wittgenstein saranno molti, primo tra tutti Chomsky.

Quello che a noi rimane è la tendenza contemporanea a unire gli sforzi, tramite la specializzazione del sapere: neurobiologia, filosofia, psicologia, sociolinguistica – tutte discipline orientate allo studio di componenti diverse, ma con un unico obiettivo: c’è unità tra realtà e linguaggio, tra l’umano e il mondo? Siamo nel vero o nel fittizio? Siamo noi a determinare le cose e non le cose a plasmare noi?

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1. Agostino d’Ippona, Confessioni, BUR, Roma, 2006, p.58

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“Donazione assoluta”. La trinità secondo Raimon Panikkar

Può il mistero centrale del Cristianesimo, la Trinità, essere letto in modo innovativo, con categorie “orientali”, che divergono da quelle dogmatiche classiche, senza per questo necessariamente contraddire o smentire queste ultime? Il filosofo e teologo Raimon Panikkar (1918-2010) pensa di sì. Le pagine centrali di uno dei suoi libri più noti, Visione trinitaria e cosmoteandrica: Dio-Uomo-Cosmo, sono per l’appunto dedicate a un’originale rilettura in chiave buddhista e induista del mistero trinitario.

Per Panikkar «la Trinità non è solamente la pietra miliare del cristianesimo da un punto di vista teorico, ma anche la base esistenziale, pratica e corretta della vita cristiana». Ma è altrettanto vero che «l’interpretazione classica della Trinità non è l’unica possibile», e questo perché il mistero trinitario è presente non solo nel Cristianesimo, ma anche in altre religioni. La Trinità, tiene a chiarire Panikkar, «non [è] un monopolio cristiano», ma piuttosto «una specie di “invariante” [= una “costante”, un “archetipo”] culturale e pertanto umano. […] Nella Trinità», continua il filosofo e teologo spagnolo, «si realizza un vero incontro delle religioni, che equivale non a una fusione vaga o a una mutua diluizione, ma a un’autentica promozione di tutti gli elementi religiosi e anche culturali contenuti in ciascuna di esse».

Com’è possibile concepire un Dio che è contemporaneamente uno e trino? L’«inadeguatezza» della logica di cui noi occidentali usualmente ci serviamo quando ragioniamo, ammette Panikkar, mai si rende evidente come in questo caso. La teologia “classica” ha cercato di risolvere questo problema distinguendo i concetti di “natura” e “persona”: in Dio non esistono tre “nature” o tre “sostanze”, cioè tre “dèi”; una sola è la “natura” divina (uno solo è Dio), ma l’unica sostanza divina è comune a più persone (“una sostanza in tre persone”, dice il dogma). Una soluzione senz’altro interessante, ma che ha fatto e tutt’ora fa molto discutere. D’altronde già Dante, nella Divina Commedia, scriveva che «Matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita via / che tiene una sustanza in tre persone» (Purgatorio, canto III, vv. 34-36).

Paradossalmente, un aiuto per comprendere il mistero trinitario può giungere proprio dalle religioni orientali. «Forse le profonde intuizioni dell’induismo e del buddhismo, che procedono da un universo di discorso differente da quello greco, ci possono aiutare a penetrare più profondamente il mistero trinitario», scrive Panikkar, che tuttavia incomincia le proprie riflessioni proprio partendo da ciò che la «tradizione patristica greca» e «la scolastica latina di San Bonaventura» dicono sulla Trinità, e cioè che «tutto ciò che il Padre è lo trasmette al Figlio». Il Padre è «donazione assoluta», che «non lascia niente dentro di sé».

Ma se il Padre «ha dato tutto, per così dire, nel generare il Figlio», e si è dunque “spogliato” di tutto ciò che lo costituiva per darlo in dono al Figlio fino ad annichilire se stesso, come non vedere in questo “svuotamento” (κένωσις, kénōsis), in questo “auto-annientamento”, in questa «immolazione integrale» di Dio Padre qualcosa di simile all’«esperienza buddhista del nirvāna» e del «sūnyatā (vacuità)»?

Osserviamo ora meglio la seconda persona della Trinità. Per Panikkar è senz’altro vero che Gesù è il Figlio, il Cristo, l’“Unto del Signore”, il Mediatore fra Cielo e Terra. Ma se vale questa prima equazione, non vale però la seconda: Cristo infatti, per Panikkar, non è (solo) Gesù, e questo perché Cristo è anche Gesù, ma non si esaurisce in Gesù. Secondo Panikkar, «i cristiani non hanno nessun diritto di monopolizzare» la figura di Cristo, dato che essa è presente anche «in altre tradizioni religiose», sebbene «con diversi nomi e titoli», come Iśvara nell’induismo e Tathāgata nel buddhismo. Fenomenologicamente, anche Iśvara e Tathāgata presentano infatti, proprio come Cristo (e Gesù) «le caratteristiche fondamentali di mediatore fra divino e cosmico, fra eterno e temporale, ecc.».

Resta da analizzare la figura dello “Spirito Santo”. Per Panikkar «il Padre può “continuare” a generare il Figlio, poiché egli “riceve indietro” la Divinità che gli ha dato». Proprio questo “dare e ricevere indietro” è lo Spirito Santo, che spira dal Padre al Figlio e dal Figlio al Padre. Spiega Panikkar: «proprio come il Padre non trattiene niente nella comunicazione che di sé fa al Figlio, così il Figlio non trattiene niente per sé di ciò che il Padre gli ha dato. Non vi è nulla che egli non restituisca al Padre». Ebbene, secondo Panikkar, «non vi è dubbio che il pensiero hindū sia particolarmente preparato a contribuire all’elaborazione di una più profonda “teosofia” dello Spirito». Infatti, «che cosa è lo Spirito se non l’ātman delle Upaniṣad, che è detto identico a Brahman […]“In principio era il Logos”, afferma il Nuovo Testamento. “Alla fine sarà l’ātman”, aggiunge la saggezza di questo testamento cosmico, il cui canone non è ancora stato chiuso».

Panikkar offre ulteriori spunti di riflessione quando afferma che se il Cristianesimo può essere illuminato dal Buddhismo e dall’Induismo, è d’altronde vero anche il contrario. La sentenza che afferma che “alla fine di tutto vi è l’ātman”, ad esempio, dopo che sia stata posta l’equivalenza tra l’ātman delle Upaniad e lo Spirito Santo di cui parlano i Vangeli, può essere letta così: «lo Spirito viene dopo la Croce, dopo la Morte. Opera in noi la resurrezione e ci fa passare all’altra riva» – alla riva in cui risiede quel porto accogliente costituito dal “Noi” trinitario, una comunione d’amore che «abbraccia anche la totalità dell’universo in modo peculiare».

In definitiva, possiamo dire che in queste importanti pagine di Visione trinitaria e cosmoteandrica – a cui peraltro abbiamo dato solo una rapidissima occhiata – Panikkar offra un esempio altissimo della “mutua fecondazione” che secondo lui è possibile instaurare tra le varie tradizioni religiose. Il tentativo da lui compiuto è senz’altro un’operazione intelligente: al posto di contrapporre le diverse religioni, sottolineandone le incompatibilità, le mette in dialogo, aprendo sentieri che a prima vista potevano sembrare impercorribili.
Si può credere o meno al contenuto rivelato dalle religioni a cui Panikkar si rivolge, ma bisogna senz’altro riconoscere a questo filosofo e teologo di essere stato un maestro del dialogo interculturale e interreligioso. Il nostro tempo, che molto spesso tende a demonizzare il “diverso” e a innalzare muri e barriere per evitare di accogliere l’alterità o confrontarsi con essa, ha senz’altro bisogno di pensatori che sappiano mostrare che le differenze non devono necessariamente essere fonti di conflitto: il loro incontro può infatti dare luogo al reciproco arricchimento e a una grande armonia. In fin dei conti, solo note musicali diverse possono dare luogo, unendosi insieme, a una meravigliosa sinfonia.

 

Gianluca Venturini

 

[Photo credit Karl Fredrickson via Unsplash]

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Imparare a vivere dalle piante per arginare l’emergenza ambientale

Sapete cos’è l’EOD? Oppure è la prima volta che vedete e leggete questa sigla?
EOD significa Earth Overshoot Day ed è conosciuto anche come il “giorno del debito ecologico”. Viene calcolato ogni anno dal Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale no-profit con sedi in Svizzera e Stati Uniti. L’Italia e l’Europa hanno già superato per il 2019 il “punto di non ritorno”: è stato esattamente lo scorso 10 maggio. Fino al 2020, allora, noi consumeremo risorse del pianeta non rinnovabili.

Cosa significa? Per capirsi: che tagliamo gli alberi prima che diventino adulti; che emettiamo più carbonio nell’atmosfera di quanto le foreste siano in grado di assorbire; che peschiamo più pesce di quanto gli ecosistemi siano in grado di rigenerare.

Negli ultimi tempi l’emergenza climatica ha cominciato a diventare notizia. Sulla stampa, nei tg, sui social media si parla finalmente di cambiamento climatico, di quanto stia mutando il nostro pianeta, del rischio di estinzione che minaccia specie viventi e veri e propri ecosistemi. Tuttavia ancora in molti, per ignoranza, per superficialità o per la smania di una crescita che non è più sostenibile, non comprendono la portata drammatica e micidiale di questo fenomeno, di cui è proprio l’uomo la causa principale e che mette a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

«Attraverso la sua storia la Terra ha subito cinque estinzioni di massa ed un certo numero di estinzioni minori. […] Adesso siamo nel bel mezzo della sesta estinzione di massa. Un evento di una portata tale che percepirne le conseguenze non è per niente facile. […] Le passate estinzioni di massa di cui si ha conoscenza, sebbene veloci, si sono sempre manifestate lungo un arco di milioni di anni. L’attività umana al contrario sta concentrando la sua letale influenza sulle altre specie viventi in una manciata di anni»1. Essere consapevoli del disastro che i nostri consumi stanno creando, sottolinea Stefano Mancuso nel suo libro, dovrebbe renderci tutti più attenti ai nostri comportamenti individuali, ma anche arrabbiati verso un modello di sviluppo che per premiare pochissimi, distrugge la nostra casa comune.

Mettiamocelo in testa: il nostro pianeta ha risorse limitate. Mi sembra più che normale, essendo un pianeta finito. Non occorre essere dei geni della scienza per capire che il modo di agire e di vivere che l’umanità ha avuto e ha tutt’ora è totalmente insensato, a meno che l’obiettivo finale non sia l’estinzione. E se non invertiamo la rotta è molto probabile che ci arriveremo.

«Risorse limitate non possono sostenere una crescita illimitata. E badate bene: quando parlo di crescita illimitata, non intendo parlare di crescita della popolazione – tutt’altro – ma di crescita dei consumi. Il pianeta potrebbe tranquillamente ospitare una popolazione umana molto più numerosa di quanto non sia oggi, e anche ampiamente superiore ai 10 miliardi di persone che si prevedono per il 2050 o giù di lì. Potrebbe, appunto. Ma soltanto qualora l’umanità cambiasse radicalmente il proprio stile di vita, riducendo drasticamente l’uso di risorse non rinnovabili»2.

Esiste, quindi, una soluzione al problema? Un modello virtuoso da poter seguire? La risposta è sì ed è da sempre sotto i nostri occhi. Secondo Mancuso, infatti, dovremo semplicemente imparare dalle piante. Nel suo libro, lo scienziato ribalta completamente la prospettiva e per una volta, invece di essere l’uomo al centro di tutto, sono le piante ad esserlo: le piante, con il loro sistema di sviluppo, la loro organizzazione, le loro regole, che sono ovviamente completamente diverse dalle nostre, eppure, fa notare Mancuso, molto più funzionali:

«Il mondo vegetale segue la semplice regola di crescere fin che è possibile farlo, in accordo con la quantità di risorse disponibili. In altre parole quando i mezzi cominciano a scarseggiare , la crescita si riduce. L’insana idea che si possa crescere all’infinito con risorse finite è solamente umana. Il resto della vita segue modelli realistici. […] Non potendosene andare in giro, come fanno gli animali, alla ricerca di nuovi territori da sfruttare quando il cibo scarseggia, le piante hanno imparato a convivere con la finitezza delle risorse e a modulare lo sviluppo»3.

Le piante, quando necessario, riducono la loro taglia, si assottigliano, si avvolgono, si curvano, interrompono la loro crescita, «fanno tutto ciò che è necessario, perchè il loro equilibrio con l’ambiente sia il più stabile possibile»4. Non solo, c’è un’altra caratteristica che la “nazione delle piante” possiede, di cui lo scienziato mette in luce l’efficienza: la cooperazione. «Non potendosene andare in giro a cercare ambienti o compagni migliori, una pianta deve per forza imparare ad ottenere il massimo dalla convivenza con i suoi vicini. Quest’arte della convivenza la ritroviamo nella maggior parte delle relazioni vegetali»5.

La nostra idea di come funzionino le relazioni naturali è basata sulla semplicistica e arcaica nozione che in natura valga la legge del più forte. Una visione della natura come di un’arena, che Mancuso considera figlia di una grande ignoranza sui meccanismi che denotano il funzionamento delle comunità naturali. Le piante invece, collaborano tra di loro, vivono in simbiosi, uniscono i propri destini, cooperano per mantenersi in vita, evolversi, crescere e prosperare.
Anche con noi uomini hanno questo comportamento. Le piante che circondano le nostre case, i parchi, gli orti, hanno stabilito con noi un rapporto di cooperazione e domesticazione: una lunga relazione durante la quale due specie imparano a stare bene insieme e a trarre l’una dall’altra dei vantaggi. La cooperazione è la forza attraverso la quale la vita prospera e per la “nazione delle piante” è il primo strumento di progresso delle comunità.

Pensare che il problema ambientale sia qualcosa di lontano dalle nostre vite quotidiane, di cui non vediamo gli effetti sotto i nostri occhi, non ci dà più il diritto di pensare che non sia un nostro problema. Nel nostro piccolo, nella nostra vita, ogni gesto è importante per dare una mano al nostro pianeta e concedere a noi stessi e ai nostri figli di poter ancora godere della sue bellezze: cercare di sprecare meno acqua, farne un uso moderato, scegliere di bandire la plastica monouso dalle nostre tavole, andare a lavoro in bici invece che in auto, o magari utilizzare i mezzi pubblici, sono tutti piccoli gesti che ognuno di noi può introdurre nella sua quotidianità. Pensate alla potenza che potrebbero avere se tutti, tutti noi, tutta l’umanità andasse in questa direzione!

Come diceva Madre Teresa di Calcutta: «Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe. Importate non è ciò che facciamo, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo; bisogna fare piccole cose con grande amore».

 

Martina Notari

 

NOTE
1. S. Mancuso, La nazione delle piante, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 78.

2. Ivi, pp. 100-101.
3. Ivi, pp. 108-109.
4. Ivi, p. 109.
5. Ivi, p. 138.

[Photo credit Noah Buscher  via Unsplash]

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“Io sono nulla”: il discorso emozionale del corpo

Negli ultimi mesi sono stata impegnata da tante cose che mi hanno visto coinvolta in primo piano e queste mi hanno portato a trascurarne delle altre, senza rendermene conto. Da poco mi sono accorta che una persona a me cara è dimagrita velocemente, senza un’apparente ragione. Sul momento ho fatto finta di niente, non gli ho dato importanza, ma, dopo aver passato del tempo con lei, mi sono accorta di un particolare dettaglio: la maggior parte del tempo il suo sguardo era rivolto nel vuoto. Allora ho compreso che c’era di più in quel suo silenzio. Nei suoi occhi non ho più visto il de-siderio di partecipare veramente alla vita, di un suo interesse in prima persona ad agire e neanche (cambiare con: o) l’impulso di esprimere il suo disagio interiore.

«La tristezza, che è lo stato d’animo (la Stimmung) a cui si collega ogni depressione (neurotica o psicotica), trascina con sé livelli diversi di sofferenza e angoscia che, nella misura in cui dilagano e si accentuano, si accompagnano a una crescente compromissione del desiderio e della possibilità di una comunicazione con gli altri-da-sé e con il mond1.

In questo estratto Eugenio Borgna2 spiega come si annulli anche la comunicazione con il mondo esterno, che viene pertanto frammentata e dunque compromessa. Il rapporto dell’Io con il mondo è in crisi: la realtà è distorta, ci sono delle ombre davanti agli occhi, visibili solo dall’interno, che appiattiscono il reale, vissuto come ripetizione e monotonia. È facile da qui cadere in una sorta di oblio e “scomparire” dal mondo, in questo caso dimagrendo drasticamente. Borgna parla di un “silenzio della parola”, capace di comunicare attraverso il corpo un disperato aiuto con il volto, con lo sguardo, con il mezzo sorriso, che chiede di essere ascoltato. Se non il linguaggio delle parole, è allora quello del corpo ad esprimersi e continua a mantenere un incessante dialogo con il mondo. Il corpo diventa quindi portatore di significati a cui è necessario porre attenzione. Entra così in gioco il discorso ermeneutico nella quotidianità: l’essere in continuo contatto con l’altro e l’interpretazione derivata dal confronto con esso. Ritengo che il problema si ponga proprio qui infatti, perché il singolo, in questo suo cieco vagare in silenzio, crede che non ci siano più sguardi che lo facciano essere nel mondo e tra gli altri. Inconsciamente diventa prigioniero di sé stesso, avendo creato un muro di silenzio che non gli permette più di relazionarsi con tutto ciò che lo circonda. Ma quest’anima (dal greco psyché – ψυχή: soffio, respiro) che vivifica nel pensiero aristotelico questo corpo che sta scomparendo e che è imprigionata nello stesso per Platone, si vuole esprimere.

«Il linguaggio dell’anima tende a nascondersi, a sottrarsi agli sguardi avidi e agli sguardi rapaci dell’indifferenza e dell’apatia, dell’ebbrezza e della gelidità del cuore, della geometria delle lacerazioni e della crudeltà»3.

Ecco quindi i segnali che bisogna cogliere, anche se intermittenti. Chiedono attenzione e che gli sia data importanza. Ma per accogliere questa richiesta di aiuto bisogna avere occhi per vedere, non solo osservare, e, forse, un cuore caldo per comprendere oltre l’evidenza. Empatia, sensibilità e presenza possono aiutare con il tempo a riportare nel mondo un’anima smarrita.

In questo promemoria filosofico, mi appello ora a te che leggi: fai più attenzione alle persone che hai accanto, cerca di averne cura. Il tempo passa, non torna più indietro, non puoi più recuperarlo, soprattutto quello che non hai passato con i tuoi cari. Ritagliatene dei frammenti da dedicare alle persone alle quali vuoi bene e non rinviare a domani anche questo impegno. Se puoi migliorare la vita di una persona solo standole più vicino, perché non farlo? È un gesto che fa bene ad entrambi. Un gesto d’affetto di reciproca risonanza. Mi ricordo spesso a riguardo questa piccola verità: ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.
Esserci può fare la differenza.

Al prossimo promemoria filosofico.

 

Azzurra Gianotto

 

NOTE
1. E. Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli Editore, Milano 2012, pp. 103-104.

2. Eugenio Borgna è primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano.
3. E. Borgna, op.cit., p. 94.

[Photo credit lamenteesmaravillosa.com]

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Imprigionati in un like alla ricerca di riconoscimento

Il tempo ipermoderno è connotato dalla presenza e dall’utilizzo massificato dei social network che, per molti abitatori di quest’epoca, si configurano come una sorta di palcoscenico nel quale esporsi, postare contenuti e immagini, che spesso testimoniano il desiderio di mostrare che si esiste e che non si è da meno di quanto gli altri esibiscono e condividono. La cifra inconscia e pertanto inconsapevole di questi gesti quotidiani è il bisogno, precipuamente umano, di essere riconosciuti.

Il bisogno di riconoscimento – come sostengono gli studiosi di psicologia dello sviluppo – è una necessità per la formazione integrata ed equilibrata della propria identità e conseguentemente della propria personalità. Laddove questo bisogno primario, fortemente presente sin dalla nascita, non venga soddisfatto, la vita si ammala, prendendo deviazioni disfunzionali che ostacolano l’espressione della propria autenticità, spontaneità e intimità, fino a minare l’autorealizzazione del singolo.

Il bisogno di riconoscimento è fondamentale per l’uomo e si declina secondo sfumature di rara profondità. Lungi dall’essere collegato solamente con la soddisfazione delle esigenze primarie (alimentazione, pulizia, accudimento), esso si configura per l’uomo come una necessità psicologica ed esistenziale, altrettanto determinante rispetto alle soddisfazioni primarie. È questa la fame di stimoli, così come l’aveva definita lo psichiatra canadese Eric Berne1, che rinvia al desiderio profondamente umano di essere riconosciuti come viventi degni d’amore, di rispetto, per ciò che si è, per come si è, ontologicamente dotati di valore incondizionato come esseri umani.

In questo senso è possibile comprendere i risultati degli studi condotti, alla metà del secolo scorso, dallo psicoanalista austriaco Rene Spitz2 sui bambini di alcuni brefotrofi che, ricevendo solamente cure materiali sviluppavano svariati problemi fisici e psicologici, che li conducevano a un marasma psicotico e persino alla morte. La conclusione di Spitz fu che, a questi bambini, mancava proprio di essere soddisfatti nel bisogno più profondo del loro essere: il bisogno esistenziale di essere riconosciuti. Comprendendo così che la loro vita non era legata solamente a un tubo digerente ma era degna di cura, d’amore, di valore e che pertanto meritava di essere riconosciuta nella sua singolarità, unicità e irripetibilità. Ecco che la “fame” di riconoscimento, lungi dall’essere solamente una fame di cibo, si configura piuttosto come una fame di stimoli esistenziali. Per un neonato, questi stimoli sono la presenza affettiva della madre e i riconoscimenti, non solamente materiali ma soprattutto psicologici, forniti dai diversi care givers. Riconoscimenti dall’alto valore simbolico che comunicano implicitamente il valore intrinseco della vita di quel singolo, di quel nome proprio, che sentendosi amato si sente riconosciuto il permesso d’esistere, crescere e realizzarsi. Questi stimoli esistenziali occupano una quota centrale in tutto l’arco della vita e senza di essi la vita, ogni vita, appassisce.

Anche nella vita adulta questo tipo di soddisfazione è fondamentale, proprio perché connaturato alla nostra essenza. In questa direzione, la quotidiana azione di interfacciarsi con altri utenti3 è per molti frequentatori della rete, ricerca di riconoscimento esistenziale e apprezzamento. Il tentativo, per lo più inconscio, è quello di colmare vuoti di riconoscimento che hanno origini antiche e rimandano a bisogni non soddisfatti nella propria infanzia. I social network s’inseriscono nel solco di questa carenza esistenziale. Ne sono testimonianza la condivisione di stati emotivi, fotografie che ritraggono la propria immagine o momenti salienti della propria quotidianità e talvolta persino della propria intimità. Ecco dunque che molti utenti vanno alla ricerca di riconoscimenti esistenziali presso altri utenti. Ma si può parlare di riconoscimento solamente se vi è reciprocità. In proposito lo psicoterapeuta Alessi scrive: «sin dall’infanzia, l’essere umano afferra il significato di sé solo con l’implicarsi affettivamente con l’altro»4. Dunque, per essere riconosciuti dobbiamo a nostra volta riconoscere. Diversamente, i social network possono offrire tutt’al più un effimero “apprezzamento” non appartenente al reale, unica dimensione nella quale può realizzarsi il vero riconoscimento umano. Inoltre, se il bisogno reale è quello di riconoscimento esistenziale, esso rimanda a una profonda insoddisfazione affettiva e relazionale, che non può certo essere placata da un like o da un cuoricino che, oltre ad essere costruiti secondo una logica binaria, hanno una struttura autoreferenziale e monodirezionale, per definizione contraddittoria rispetto alla reciprocità che connota il riconoscimento intersoggettivo.

Per questo l’“approvazione” virtuale è destinata allo scacco, poiché la sua natura non è sostanziale e non vi è reciprocità. Diversamente, il riconoscimento reale è fatto di incontro autentico fra esseri umani e questa dialettica, fragile ma fondamentale, di riconoscere ed essere riconosciuti, ha un valore maggiore proprio in quanto incarnata. Di fatto, il riconoscimento intersoggettivo, si deposita e si sedimenta nella nostra memoria psicologica e spirituale: sorgente reale e non virtuale, concreta e non transitoria, alla quale sempre possiamo e potremo attingere per la percezione veritiera di noi stessi e dell’altro. E dopo aver preso consapevolezza della fame di riconoscimento che in origine non ha ricevuto soddisfazione, è alla relazione reale che dobbiamo fare ritorno, nel qui e ora dell’età adulta, per soddisfare e placare la sete di “carezze” esistenziali. Invero, non sarà certamente l’illusione virtuale e quantitativa fornita da un pollice verso o da un cuoricino, destinati a dissolversi entro il vortice travolgente ed effimero dei social network, a compensare il profondo bisogno qualitativo di riconoscimento che necessita di soggettività umane, di anime incarnate e non di una manciata di like fornita da utenti virtuali.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. I. Stewart e V. Joines,
L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, tr. it. di S. Maddaloni,  Garzanti, Milano, 2014, pp. 101-118.

2. Cfr. R. Spitz, Hospitalism: genesis of psychiatric conditions in early childhood, in Psychoanalitic studies of the child 1, 1945, pp. 53-74.
3. Mi si perdoni, ma mi riesce difficile chiamarli amici o seguaci, termini dal significato storico e culturale molto più nobile e complesso di quello che intendono veicolare i social network.
4. A. Alessi, Noi due. Istruzioni per una sana vita di coppia, Roma, Città Nuova, 2018, p. 5

[Photo credits Prateek Katyal su unsplash.com]

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Trucco e parrucco nell’era tecnologica: la macchificazione di Anders

S’è vero che l’abito non fa il monaco, è altrettanto vero che il priore del tuo convento potrebbe avere qualcosa da ridire al riguardo.

Spesso mi chiedo quanto davvero conti l’aspetto esteriore di un individuo e se influisce così tanto nel costituire la percezione che gli altri hanno di lui. Ma soprattutto, da quando è diventato importante apparire? È sempre stato così sin dall’inizio della storia dell’uomo?

Günther Anders, filosofo tedesco e autore de L’uomo è antiquato (opera del 1956), ritiene che le cose in fatto di cura della propria immagine abbiano preso una piega diversa con l’avvento della Seconda Rivoluzione Industriale. Tra un aneddoto e l’altro, Anders racconta di come abbia notato crescere, di pari passo allo sviluppo tecnico della macchina, un certo stato di soggezione inquieta dell’uomo nei confronti delle cose da egli stesso fatte: una vergogna prometeica, dice. In soldoni, il creatore di tutto il panorama artificiale terrestre, in grado di sviluppare macchine complesse e intelligenti in continuo e instancabile miglioramento, l’uomo moderno che può innalzare città, sorvolare oceani e bucare l’atmosfera alla volta della Luna, arrossirebbe di fronte alle macchine e ai computer prodotti dalle sue stesse mani e che gli permettono di fare tutto ciò che fa?

Ebbene, sì.

L’uomo è a disagio perché non è macchina: è nato da donna, è mortale e sostituibile nel ruolo che occupa nel mondo (ma non nella sua unicità di individuo), è poco resistente, reattivo, agile e mal verniciato, se messo a confronto con i congegni di ultimissima generazione. L’uomo è uomo e ne soffre.

Anders, a questo punto, rincara la dose: siamo talmente sopraffatti dall’inadeguatezza di questo tipo d’esistenza troppo umana che facciamo di tutto per autoridurci a cosa e, a suo avviso, make-up, trattamenti estetici e nascita di mode kitsch sempre più spinte ne sono l’esempio. La vergogna effettiva dell’homo artifex non sta tanto nell’apparire disadorni o sciatti, quanto nel non sembrare lavorati e rifiniti. Pelle perfetta, muscolatura scolpita, unghia laccata come l’hardware del cellulare che sfiora: vogliamo essere alla pari degli arnesi che dobbiamo maneggiare, delle macchine con cui dobbiamo interagire, della vita soda e levigata della plastica con cui abbiamo a che fare. Il vero corpo nudo non è più quello svestito, ma quello non lavorato e che non contiene indizi di una riduzione a cosa: quando sarà privo di peli superflui e grasso in punti non strategici, allora sì che potrà mostrarsi senza vergogna e senza veli.

La carne è un vezzo vintage, il corpo umano dev’essere superato.

Insomma, Anders ci offre un buffet di spunti notevoli su come sia cambiata la cura del sé carnale nel corso di una certa parte di modernità, ma manca d’analizzare molti aspetti: non si trovano, infatti, riflessioni sull’industria (piuttosto che la singola macchina) della moda e del make-up all’interno di un sistema consumista e volto a influenzare l’utente con massiccia pubblicità; nessun cenno alla massificazione dell’estetica quale disciplina non più legata a doppio filo con l’arte colta, ma materia giornaliera a cui si richiedono canoni di bellezza da suggerire; infine neanche una parola sulle cause-conseguenze psicosociologiche di tutto questo enorme sistema aggrovigliato. Insomma, per quanto interessante possa essere il suggerimento di riflessione, Anders parla da miope: trucco e parrucco sono stati fondamentali sin dopo la preistoria dove, finita la necessità del mero coprirsi, abiti e polveri colorate iniziarono a segnare dei distinguo tra classi sociali, mansioni sacerdotali e militari.

Allora il fulcro del pensiero di Anders potrebbe essere un altro: ci sta dicendo del desiderio dell’uomo di superare e superarsi, d’essere oltre. E non si tratterebbe di un oltreuomo solo in senso morale, ma di un vero e proprio ente ibridato con la macchina, potenziato dal punto di vista fisico e intellettuale, un post-uomo. Appare quindi evidente il motivo del nostro volerci ridurre a cosa: non perché invidiosi della perfezione estetica della macchina, ne bramiamo invece la freddezza razionale, l’infinita memoria, il talento nel di far di conto, l’incapacità di soffrire per il vuoto essenziale che ci riempie e l’inettitudine alla libertà. Credete siano ragioni sufficienti per voler diventare macchina?

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

[Photo gradits Ekaterina Kuznetsova su Unsplash.com]

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Un tempo tutto da vivere: una prospettiva a partire da Henri Bergson

Nell’episodio precedente era stata presa in considerazione la concezione più comune dell’esperienza umana dello scorrere temporale. Quell’analisi mirava a portare alla luce la dipendenza della nostra visione ordinaria del tempo da un tempo prettamente fisico o scientifico, che si rappresentava come spazializzato e formato da unità di misura (gli istanti) tutte identiche tra loro. Siffatta modalità temporale era però astratta, giacché non era altro che un espediente epistemologico per facilitare le nostre misurazioni in relazione ai fatti che ci accadono. Seppur assolutamente necessario per lo svolgersi della vita quotidiana, questo tempo fisico non poteva tuttavia essere considerato l’unico tempo di cui abbiamo sentore. Come potrebbe esserlo, dal momento che non possiede alcun valore di verità per la nostra vita fenomenica, soggetta a uno scorrere ininterrotto di eventi e a continui mutamenti impercettibili? L’articolo precedente, invero, si concludeva ponendo la domanda sulla possibilità di un tempo da intendere e da vivere diversamente, un tempo per cui passato, presente e futuro non costituiscono rigidi spazi recintati ma zone di confine labile, in cui la determinazione dell’uno sfuma in quella dell’altro e grazie a cui si producono delle corrispondenze parallele. Questo nuovo tempo possibile, o forse il più vecchio di tutti i tempi possibili, è il tempo qualitativo della vita che viene vissuta al di là dei rigidi schemi cronologico-meccanici utilizzati per regolare le azione di uno “stare comune”.

Tra le tante proposte filosofiche dedicate a quest’esperienza alternativa del tempo, quella di Bergson è una tra le più significative e innovative. La ragione di ciò è che Bergson riesce a mostrare chiaramente come il tempo che viviamo sia una durata reale, un fluire interiore ininterrotto, che non è possibile tagliare in secondi o minuti o ore, perché per natura è una trasformazione indissolubile dei nostri stati psichici.

«La durata assolutamente pura è la forma assoluta della successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una separazione fra lo stato presente e quello anteriore»1.

Quando parliamo del tempo e dell’esperienza che su di esso facciamo, non abbiamo quindi a che fare con un oggetto, una cosa “astratta”; al contrario il tempo è processo, una molteplicità di stati qualitativi che costituiscono un’unità indivisibile.

Come fa, però, questa nuova “vera” natura del tempo a rivoluzionare la nostra esperienza concreta del vivere il (e nel) tempo, suddiviso tra le tre dimensioni temporali di passato, presente e futuro? Per rispondere a questo problema è necessario partire dal passato e dall’atto della memoria: essi, infatti, non possono essere pensati come un contenitore pieno di morte informazioni che a nostro piacere utilizziamo per le azioni quotidiane. Se così fosse, allora significherebbe che la memoria e il passato si costituirebbero solamente come conseguenza del passare di ogni momento presente e che solamente dopo questo passare si potrebbe incominciare a riempire il contenitore prima vuoto della nostra memoria. Eppure, la memoria è molto di più di questa falsa profondità che si limita alla superficie. La memoria (e il passato) è una virtualità, che esiste e insiste sulla nostra vita; essa precede ogni presente e determina il venire alla luce di ogni evento attuale, di tutte le azioni concrete che noi compiamo attraverso il ricordo di fatti utili. Allora, si può dire che il passato è come l’ombra che ci segue ovunque e da cui non possiamo staccarci. L’ombra è la memoria nella sua virtualità più ampia, tutto il passato nella sua forma più vaga e indeterminata; noi invece, che siamo a lei incollati, siamo la forma determinata, l’attualizzazione presente e momentanea di uno dei suoi più intimi ricordi.

Questa nuova visione della memoria è importante perché permette di comprendere come il tempo possa diventare un’esperienza qualitativa e al contempo paradossale, giacché tutto il passato è ora contemporaneo e coesistente con il presente stesso. Ciò significa che il passato non è più fisso ma si muove costantemente in se stesso e nel presente che lo attualizza. E il presente ci incalza e ci scalza accollandoci continue nuove “forme”; ma in quest’incalzare esso rappresenta l’apertura di un vuoto di relazione tra passato e futuro. E il futuro, infine, non è più l’attesa angosciosa e colma di paura per un avvenire ignoto; esso diventa il destino della nostra vita spirituale, in cui è ripreso e ripetuto il livello del passato che abbiamo saputo scegliere e realizzare.

In conclusione, abbiamo a disposizione almeno due diversi modi di intendere e vivere il tempo, quello quantitativo della scienza e quello qualitativo del nostro flusso interiore. Se vogliamo vivere in un meccanismo la scienza può darci il suo tempo, scandendo a ritmo di secondi, minuti e ore la nostra quotidianità. Ma se vogliamo vivere il tempo intensamente abbiamo bisogno di un tempo diverso. C’è quindi un tempo nuovo ma antichissimo, che aspetta il nostro consenso per poter essere vissuto e per farci accedere a una regione più autentica dell’essere. Tutto ciò che dobbiamo fare è creare in noi quel vuoto necessario per la sua infiltrazione.

 

Gaia Ferrari

 

NOTE
1. H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, in Opere 1889-1896, Mondadori, p. 59.

[Photo credit Ben White via Unsplash]

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Uomini camaleontici: uno sguardo sul cambiamento

Capita spesso che nelle storie venga usata la fenice come metafora del cambiamento e della rinascita personale: giunta alla fine della propria esistenza, essa muore in un turbinio fiammeggiante lasciando nient’altro che cenere, dalla quale risorge come un piccolo pulcino pronto a nuova vita. In tutto questo, con pronta polemica, voglio spezzare una lancia a favore di un altro esempio assai più realistico; un esempio di rinnovamento continuo, momento dopo momento: il camaleonte.
Questa piccola bestiola, citata dallo stesso Aristotele nella propria Historia animalium, è un animale estremamente filosofico. La sua esistenza, infatti, pare voler rispondere al celebre interrogativo: è possibile cambiare ed essere contemporaneamente se stessi?

La storia di questa domanda è molto lunga, parte da Parmenide e giunge fino ai giorni nostri con le più recenti teorie pedagogiche e formative; il nostro amico Camaleonte tuttavia, rimanendo fuori dal “coro degli umani” e per semplice statuto di esistenza, risponde “Si!”.

Noi sappiamo bene quanto i cambiamenti, piccoli e grandi, possano essere traumatici: richiedono quella che noi solitamente definiamo “mentalità flessibile”, capace di adattarsi al contesto e alle persone. Più riusciamo a combattere la cementificazione del nostro pensiero, più riusciamo ad essere, come precisava Bruce Lee, “acqua che si adegua alle cose, che può fluire o spezzare”. Una delle nostre resistenze più frequenti è imposta dalla paura di snaturalizzarci: ognuno di noi teme di perdere letteralmente pezzi di sé, della propria identità, un prezzo che non si è disposti a pagare per adattarsi alle situazioni e alle persone. Le emozioni giocano palesemente un ruolo fondamentale poiché si manifestano a tutti gli effetti come dei pensieri/giudizi che influenzano (o traducono) il Mondo che viviamo: esse sono capaci di rinchiuderci dentro un autarchico immobilismo o di gettarci in un mondo complesso fatto di relazioni e mutamenti. Il nostro camaleontico amico, famoso per le sue tecniche di variazione cromatica e avvezzo tanto quanto noi all’utilizzo dei colori per rappresentare il proprio stato d’animo, ci ricorda quanto sia perfettamente naturale mettersi in gioco: un diritto che Madre Natura ha dato a lui tanto quanto a noi e che non andrebbe mai tradito.

Aristotele, in fondo, sbagliava nel definirlo un animale timoroso: è vero, lui non ha certo il dono della parola, ma ha un modo fin troppo chiaro di comunicare e relazionarsi. Già, comunicare: è proprio questo il nostro problema. A volte noi scegliamo di non farlo, anzi, nascondiamo alcune nostre emozioni e giudizi dietro veli di forzata nonchalance un po’ come se volessimo “eliminare alcuni nostri colori”. Domandiamoci un attimo: possiamo davvero farlo? Possiamo diventare invisibili? Senza voler entrare nel merito della psicologia, dovremmo ricordarci semplicemente che evitare un problema significa non affrontarlo1. Aspirare a non vivere le emozioni è come cercare di capire quale sia veramente il colore del Camaleonte. Ahimè, non è dato saperlo! Tutto ciò che noi vediamo è il continuo adattamento di questo piccolo animale a ciò che gli sta intorno, grazie alla stimolazione cerebrale dei cromatofori e dell’incidenza dei raggi solari sugli iridofori sottocutanei: cambiamento che, come abbiamo già detto, non è limitato al solo fine della difesa. La cromaticità del camaleonte è rivolta a ciò che viene attenzionato in quel preciso istante, esattamente come noi manifestiamo un flusso costante di emotività che si manifesta come un giudizio (cioè un atto di pensiero) verso il mondo. Noi non siamo una semplice tela bianca dove gettare ogni tanto le nostre secchiate di vernice emotiva: siamo un continuo riflesso del mondo circostante, un filtro emotivo.

Esclusi alcuni casi psicologicamente rilevanti, non possiamo essere privi di emozioni: ricordate che il Camaleonte diventa nero, il “colore che assorbe tutti i colori”, solo con la propria morte. Come lui, accettiamo quindi di essere vivi e “colorati”, impariamo a relazionarci con più naturalezza possibile: ricordiamoci che il mondo dove viviamo non è come la foresta pluviale, dove ogni errore costa caro. Certo, non è facile, ma il guadagno della società civile sta nel fatto che tutto sommato possiamo (e dobbiamo) sbagliare2. Al contrario del nostro Leone Nano3, infatti, a noi sono concesse numerose possibilità di adattamento senza il rischio di essere mangiati, o essere banditi per sempre dal nostro territorio né tantomeno essere privati del cibo. La Ragionevolezza di cui ci facciamo portatori ci consente di percorrere una strada decisamente più ampia rispetto alla semplice Legge della Giungla. Anche se le relazioni umane possono essere estremamente più complesse, se mai ci arrendessimo all’angoscia e alla nostra temporanea incapacità di metterci in gioco ci priveremmo da soli del nostro autentico benessere, il cibo della nostra mente.

Gli uomini camaleontici, quindi, non sono quelli che si adattano solo per paura ma, al contrario, sono piccoli “grandi leoni” che si muovono in una giungla fatta di persone, fatti e avvenimenti che suscitano paura, rabbia, felicità, tristezza, ansia, e quindi si nascondono, litigano, si innamorano e si disperano. Gli uomini camaleontici si guardano perennemente intorno muovendosi tra le foglie con la calma di un guerriero preparato alla battaglia: usano i propri “colori” per ottenere i propri scopi e vivere le proprie esperienze. A volte perdono, a volte vincono, cambiano la propria strada e le proprie strategie.
E godono nel saper cambiare e generare se stessi, rimanendo se stessi.4

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. La pratica e l’esperienza sono il nodo centrale di noi stessi. Nel Libro del fuoco (M. Musashi, Il libro dei cinque anelli, Ubaldini 2004) viene descritta la tecnica nota come “Rinnovarsi”, il modo per uscire da una situazione in cui siamo ingarbugliati senza rimedio. Rinnovarsi significa non modificare le circostanze, bensì il nostro spirito, e vincere adottando una tecnica diversa.

2. «Senza toccare con mano l’acqua e il fuoco, non si può dire di conoscerli davvero. Anche il fatto di spiegare un libro no può fa sì che so venga compreso. Il cibo può essere minuziosamente definito, ma non è così che si sazia la fame. […] Molti studiano, ma non comprendono la mente. Essi non possiedono una buona disposizione d’animo.»  Takuan Soho, La mente senza catene, Edizioni Mediterranee 2010, p. 35.
3. Chamaeleonidae, dal greco χαμαιλέων.
4. «[…] il sistema è un processo generativo continuo; […] l’attenzione va concentrata sugli effetti che il movimento evolutivo produce sulle sue stesse componenti. Il nuovo, cioè, è sempre altro dagli elementi che l’hanno generato, per questo la continuità va ricercata in quella di sistema. […] il processo generativo non coinvolge soltanto i vari elementi e le forze del sistema, ma il sistema stessoche, ad un certo punto, collassando, genera a sua volta una nuova matrice da cui scaturisce un nuovo sistema.» da Luca Toschi, La comunicazione generativa, Apogeo 2011, pp. 133-138.

[Photo credit Gareth Newstead  via Unsplash]

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