Scrittura di sé come cura di sé

In un libro di alcuni anni fa, che nulla ha perso della sua carica simbolica, dell’accuratezza intellettuale e del calore umano che lo caratterizzava, il filosofo Duccio Demetrio scriveva: «C’è un momento, nel corso della nostra vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito»1. Tale esigenza può affiorare in ciascuno di noi e assume i contorni di una sensazione, di un bisogno urgente, che emerge dall’interiorità e che ci invita a dare ascolto alla parte più profonda di noi stessi. È il bisogno umano di raccontarsi attraverso la scrittura, di accedere alla propria intimità più profonda e resistere strenuamente «all’oblio della memoria»2. Proprio in questo consiste il pensiero autobiografico, «quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e si è fatto, è quindi una presenza che da un certo momento in poi accompagna il resto della nostra vita»3. Il desiderio di raccontarsi, di narrarsi, di scrivere la propria storia assume i contorni di un’esperienza umana fra le più nobili ed esaltanti per il suo valore intrinseco di cura di sé.

Chi sono stato? Chi sono ora? Queste le domande di partenza di ogni racconto autobiografico, che è dunque l’inizio di un viaggio etico, psicologico, spirituale che non ha fra le sue motivazioni primarie quello di essere scritto per altri, ma anzitutto per se stessi. Il fine è dare unità alla propria frammentazione interiore per ritrovare il senso della propria storia di vita, spesso lacerata, sconnessa e scollegata nei suo connotati così articolati, umbratili e camaleontici.

Il desiderio di raccontarsi, lungi dall’essere un ripiegamento su se stessi e una chiusura solipsistica è il segno di una nuova tappa della maturità dell’anima e se, come sosteneva Shakespeare: «quando l’anima è pronta, allora anche le cose sono pronte», questo segnala che il tempo è maturo per ricomporre i tasselli, sparsi, della propria vita e ritrovarsi attraverso la scrittura. Narrare la propria storia di vita significa ripercorrerla, elaborarla, riconfigurarla donandole un senso, rilevando luci e ombre che l’hanno accompagnata e che altresì abitano nell’abisso arcano e misterioso di ciascuno di noi. Scrivere di sé implica riprendere contatto con se stessi e conduce a sentire di esserci, a ritrovare i propri confini, non solo fisici, ma soprattutto psicologici, che spesso si smarriscono nel flusso inarrestabile di vite trascorse ma vissute inconsapevolmente.

Fare autobiografia, implica fare silenzio in se stessi, astrarsi momentaneamente dal rumore del mondo, per ascoltare la melodia dell’anima, con le sue variegate tonalità affettive. Significa rimettere ordine nei ricordi, riannodarli coerentemente con la trama e l’ordito dell’interiorità, con la quale è necessario sintonizzarci per ogni esercizio di scrittura che voglia esprimere significati profondi che oscillano fra il visibile e l’invisibile, fra il dicibile e l’indicibile.

Stendere la propria autobiografia dà inoltre la possibilità di mettere ordine al caos che ci abita e che spesso è fonte di inquietudine, angoscia e talora disperazione. Scrivere infatti permette di verbalizzare pensieri e stati emotivi, estrapolarli, concedere loro una via d’uscita costruttiva, che consente di scorgere sempre bagliori di speranza e senso anche all’interno di esistenze lacerate che talvolta paiono avvolte nelle tenebre di una notte senza fine. Narrarsi è un conforto dell’anima, accompagna alla pace interiore, aiuta ad affrontare l’inquietudine e la nostalgia dei ricordi, induce a venire a patti con la propria storia di vita. Attraverso la scrittura di sé è possibile riconoscersi attori della propria biografia e non semplici spettatori passivi di un’esistenza che spesso non è andata o non è come si vorrebbe. Il valore della scrittura riposa anche in questo: ridare a colui che scrive quel sano ‘potere’ di dominare la propria storia, per lo meno scrivendola. La naturale conseguenza è quella di risignificare il passato, sentirsi maggiormente propensi ad affrontare il presente e progettare il futuro con serenità poiché in contatto con la sorgente interiore.

Lo spazio dell’autobiografia è apertura all’autoriflessività, al pensiero di sé che si rivela in tal modo dialogo personale, conversazione intima con la parte più celata di se stessi, colloquio interminabile. In questo senso la scrittura si configura come un vero e proprio medicamento dell’anima. È questa la tradizione che va dalle Confessioni e i Soliloqui di Agostino, passando per i Saggi di Montaigne sino agli scritti di Rousseau e più recentemente di Etty Hillesum, solo per citarne alcuni. In ciascuno di questi autori il pensiero autobiografico è primariamente un bisogno esistenziale, che solo in un secondo momento rivela le fertili conseguenze intellettuali di cui oggi godiamo. L’esigenza iniziale è quella di indagare se stessi, conoscersi, tenere insieme i pezzi della propria vita o meglio del proprio Io, così mutevole e così difficilmente decifrabile. Questi autori hanno inaugurato un genere letterario, filosofico e con esso hanno raggiunto profondità psicologiche e vette spirituali raramente avvicinabili. Tuttavia, il messaggio implicito che da essi abbiamo ereditato è il potere terapeutico della narrazione autobiografica. La forza insita nella scrittura di sé è la capacità di ri-orientarci nell’arcipelago dell’Io perché, come scriveva Herman Hesse: «come corpo ogni uomo è uno, come anima mai»4. Ecco che, astraendo dagli scritti degli autori citati, l’autobiografia non ha bisogno di cercare la forma migliore. In questo senso si addice a tutti e proprio per questo non abbiamo bisogno di inventare niente di ciò che scriviamo. La nostra storia di vita è la materia prima dalla quale partire e raccontarsi significa comprendere la struttura essenziale di questa materia che non è altro se non la nostra esistenza.

Narrarsi è un’opportunità a disposizione di chiunque desideri riprendere i fili della propria esistenza attraverso uno strumento benefico che si rivela essere un balsamo per le più diverse ferite dell’anima e una possibilità per sfuggire all’oblio sancito dal dio Chrònos. Invero, noi siamo una storia che può trascendere il tempo proprio perché può essere raccontata e scritta, prima di tutto a noi stessi e per noi stessi. E questo scrivere, questo raccontare, «ben lungi dall’appesantire il senso della vita, la alleggerisce; poiché ne mostra e dimostra di continuo l’imprendibilità»5. A ragione, è possibile asserire che la narrazione di sé è una delle espressioni più elevate dell’animo umano, un trionfo delle sue possibilità interiori, via verso la consapevolezza, cura di sé e maturazione di un’indelebile saggezza esistenziale.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
[1] D. DEMETRIO, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano, 1996, p. 9
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 10.
[4] H. HESSE, Il lupo della steppa, tr. it., Mondadori, Milano, 1978, p. 25.
[5] Ivi, p. 169.

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Le impronte di Socrate e Gesù sulla strada della conoscenza

Fin dalle sue origini, il cammino dell’uomo è stato segnato dalle impronte di grandi personaggi i quali, procedendo a passo più o meno veloce, hanno contribuito a plasmare la via, talvolta indirizzandone l’andamento, altre rivelando un senso nascosto.

Nel pensiero di alcuni di essi, pur essendo vissuti a distanza di secoli l’uno dall’altro, sono riconoscibili dei tratti universali, dei valori intramontabili dovuti alla capacità che solo i grandi maestri hanno, di essere fuori dal tempo e perciò accomunabili. Sto pensando a figure come Socrate e Gesù, personalità capaci di gettare i semi di un movimento d’uscita, un venir fuori da luoghi fisicamente chiusi, metafora di pensieri e ragionamenti autoreferenziali da abbattere per aprire la via alla conoscenza autentica.
Socrate è uscito dai luoghi accademici, ha fatto della strada lo scenario dei suoi dialoghi (anche il termine dia-logos indica un movimento) e, attraverso il metodo della maieutica, la stessa che la madre levatrice utilizzava con le partorienti, ha aiutato umili persone a partorire grandi ragionamenti.
Gesù è uscito dal tempio. Consapevole che il sabato aveva preso il sopravvento sull’uomo, ha preferito le strade, le piazze, i colli. Lungo la via ha trovato la gente vera; la strada non appartiene al ricco né al fariseo ed è proprio qui che l’uomo può spogliarsi di tutto ciò che lo imprigiona e ritrovare se stesso.

Ecco, ritrovare se stessi. Appare chiara la somiglianza fra il Conosci te stesso di Socrate e l’Ama il prossimo tuo come te stesso di Gesù. L’intento di entrambi è di invitare gli uomini a rivolgere lo sguardo alla propria interiorità, a comprendere che l’apertura verso l’altro e la conoscenza del mondo non possono prescindere dall’amore verso se stessi. Non in senso autocelebrativo, ma come presa di coscienza delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Stimarsi significa saper dare il giusto peso – la giusta stima, appunto – al proprio bagaglio interiore. Il Conosci te stesso socratico diventa allora un invito a svuotare la propria anima delle certezze sclerotizzanti, per ritrovare il desiderio della ricerca autentica. Nei dialoghi il saggio non impartisce lezioni, ma cammina fianco a fianco del servo e lo conduce alla conoscenza in modo naturale, direi necessario.

Anche Gesù rinuncia al pulpito e trasmette così un messaggio chiaro: non accumulate nozioni sull’uomo, siate uomini. È proprio trattenendo morbosamente i beni terreni, infatti, siano essi denaro o certezze, che gli uomini si allontanano dalla propria natura, da se stessi. Illudendosi di essere eternamente mortali, essi rinunciano all’autentica immortalità. «Beati i poveri in spirito», dice Gesù e con questa semplicità – perché spesso le cose importanti sono semplici – ci smuove, ci obbliga a spogliarci di tutto ciò che abbiamo costruito attorno a noi appositamente per non riconoscerci. Nudi davanti a noi stessi ci sfida a trovare il coraggio di sostenere lo sguardo e camminare dritti.

Cos’è, questa, se non una tacita presa di posizione? Non è forse un’irrinunciabile scelta di libertà? La stessa libertà che ha portato entrambi a confrontarsi con la morte. Nessun compromesso avrebbe potuto salvarli perché il compromesso era esso stesso morte. Gesù avrebbe dovuto rinnegare se stesso, Socrate la propria integrità morale.

Ho riflettuto spesso sul fatto che nessuno dei due abbia lasciato qualcosa di scritto. In realtà, non esistono neppure certezze definitive sulla loro esistenza storica. Nel suo libro Socrate, Gesù, Buddha Fréderic Lenoir afferma che «in assenza di ritrovamenti archeologici e testimonianze storiche concordi e provenienti da fonti diverse, gli storici non sono in grado di affermare con assoluta certezza l’esistenza di questi tre personaggi. Ciononostante tutti concordano nel ritenere “altamente probabile” che Socrate, Gesù e Buddha siano davvero esistiti, malgrado l’assenza di prove tangibili, come documenti firmati o tracce concrete direttamente trasmesse alla posterità. Per quale motivo?»
La risposta è fin troppo evidente. Se avvertiamo ancora il bisogno di dimostrare l’esistenza terrena di questi grandi maestri, se stiamo ancora rovistando tra le scartoffie alla ricerca di prove tangibili, significa che i rinchiusi siamo noi. Siamo noi incapaci di abbandonare i banchi accademici, di aprire le porte del tempio e uscire sulla strada. È lì che possiamo trovare le loro tracce.

Il pensiero, l’esempio, la forza delle idee, l’amore per la vita in tutte le sue sfaccettature hanno superato il personaggio storico e sono arrivati fino a noi. È questa la loro autentica grandezza.

 

Erica Pradal

 

[Photo credit Pierre Bamin via Unsplash]

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L’opinione pubblica oggi: una riflessione

Due dibattiti piuttosto recenti mi hanno portato a riflettere su questo argomento: quello che si è creato al ritorno di Silvia Romano e quello sulla persona di Indro Montanelli a seguito dell’imbrattamento della sua statua a Milano. Non affronterò le questioni entrando nello specifico delle polemiche; questa riflessione ha a che fare con una dimensione più profonda del fenomeno, che contiene quelle fattispecie: l’opinione pubblica.

Vorrei partire da una domanda: cosa pensiamo, al di là di ogni ironia, dei nostri tempi? Personalmente, mi colpisce in modo particolare il fatto che ogni evento venga enfatizzato oltre ogni limite, che venga esaltato e sollevato a Unica Questione del momento. Salvo esaurirne la potenza nell’arco di qualche giorno e passare al fatto successivo dimenticandosi di ciò che prima era l’Unicità di dibattito. Questo processo è esponenziale, sia verso il fatto determinato sia per il processo in sé, e si auto-alimenta in una curva sempre più ripida.

Un primo tentativo di “limare” questa questione potrebbe essere quello di sollevare il nostro sguardo dall’interno del sistema all’esterno, provando a leggerla attraverso il filtro del tempo storico. La digitalizzazione e, conseguentemente, il dilagare dei social network sono processi relativamente recenti; potremmo, allora, ritenere che questa esponenzialità derivi dal loro carattere di novità e tentare di prevederne una normalizzazione di qui a un futuro determinato, appunto confinandola nel suo tempo storico.

In realtà, questa possibilità potrebbe essere annullata dallo stesso processo di esponenzialità: la società contemporanea, infatti, è sempre più votata alla “velocità”. Una conseguenza è che i tempi storici si stanno sempre più riducendo e questo radicalizza il problema: da un lato, si impedisce la riflessione sui mezzi nei quali si verifica il processo; dall’altro, la normatività non riesce a trovare categorie adeguate a contenere il processo stesso. La combinazione dei due potrebbe portare a inficiare la normalizzazione prima evocata e ne abbiamo una prova attraverso ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni: uno scontro frontale tra i colossi dei social network e le realtà statali – scontro che avviene su tutti i fronti: da quello finanziario (lo scontro sulle imposte) a quello legale (lo scontro sulle sedi) passando per quello etico (fake news, cyberbullismo, suprematismo ecc.).

Come agisce tutto questo sulle opinioni degli individui? Questo è il punto nevralgico della questione: come si dovrebbe costituire un’opinione pubblica che sia realmente tale? Un buon punto per affrontare il dilemma può essere quello di considerare il termine opinione pubblica a partire dal fatto che essa non sia altro che un nome collettivo e, in quanto tale, deve contenere e non annullare o incanalare in percorsi precostituiti le singole opinioni che la costituiscono. La mia paura è che il processo di esponenzialità che prima ho tentato di descrivere stia impedendo radicalmente questo fenomeno. E lo fa in maniera subdola, ovvero mascherando la realtà e facendo sembrare che la sana dialettica che dovrebbe contraddistinguere l’opinione pubblica non sia scalfita. Se osserviamo il dibattito, infatti, esso appare assolutamente, per lo meno, polarizzato. Recuperando i fatti di apertura di questo articolo (e semplificando): pro e contro la persona di Montanelli; pro e contro il comportamento di Silvia Romano. Ma questa polarizzazione su quale terreno si costituisce? È questo ciò che intendevo inizialmente affermando di non interessarmi delle prese di posizione in sé ma di una dimensione più profonda. Perché l’opinione pubblica sia se stessa, le opinioni private che andranno a formare quella pubblica dovrebbero essersi già costruite (o almeno determinate) prima di entrare nella dialettica. E questo avviene se esiste un terreno pubblico su cui si innesti poi l’opinione pubblica. Ciò significa che, prima che una dialettica di opinioni, dovrebbe esistere una dialettica di sistemi, di categorie, di valori che costituiscono il terreno su cui radicheranno le opinioni private che poi, di nuovo dialetticamente, formeranno l’opinione pubblica. Ciò a cui assistiamo, invece, è una desertificazione di questo sostrato vitale che porta, di conseguenza, a un indirizzamento delle opinioni. Cioè: non opinioni private adeguatamente costruite ma preferenze a poli già preventivamente delimitati, che a quel punto non faranno altro che accogliere necessariamente le une o le altre.

Non si tratta, quindi, di evocare una sorta di “età dell’oro” in cui quanto descritto non si verificasse ma di riflettere adeguatamente sulla nostra realtà partendo dal chiederci: cosa pensiamo dei nostri tempi?

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

[Photo credit roya ann miller via Unsplash]

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Scienze (Post)umane Ambientali: prospettive su una disciplina emergente

Dal prossimo anno accademico all’Università Ca’ Foscari di Venezia parte, primo in Italia, un nuovo corso di laurea in Environmental Humanities, ovvero Scienze Umane Ambientali. Ma di cosa si tratta?

Diverse discipline convergono in questo innovativo campo di studi, modificandolo ma al contempo trasformando se stesse mentre si fondono. Per fare un esempio, l’emergere dell’ecocritica ha modificato il modo in cui la critica letteraria guarda a se stessa1. È però mia intenzione, in questa sede, concentrarmi sull’aspetto filosofico delle Scienze Umane Ambientali. Infatti, la maggior parte dei principali concetti di questa disciplina può trovare un terreno comune nella Filosofia, la cui caratteristica è sempre stata quella di voler abbracciare i vari aspetti del reale. Tuttavia, deve essere una nuova Filosofia, altrimenti rischiamo di ricadere in quei pregiudizi che hanno caratterizzato il pensiero occidentale per secoli, e che hanno portato ai problemi ambientali che affrontiamo oggi. Voglio perciò concentrarmi su una corrente di pensiero che si è sviluppata negli ultimi anni: il postumanesimo. In particolare, la “svolta postumana” è stata definita come «la convergenza del postumanesimo con il postantropocentrismo» (S. Bignall e R. Braidotti, Posthuman ecologies, 2019).

Al fine di costruire una base per una Filosofia innovativa, è necessario volgere lo sguardo alla Storia della Filosofia occidentale e analizzare ciò che ha portato agli attuali problemi sociali e ambientali. «Mentre le critiche all’antropocentrismo denunciano la gerarchia delle specie che culmina nell’eccezionalità e nel privilegio umani, il postumanesimo impegna più specificamente una critica dell’ideale umanista di “Uomo”» (ivi). In questo modo Rosi Braidotti e Simone Bignall presentano la raccolta Posthuman ecologies, che colleziona opere di diversi autori provenienti dalle più svariate discipline.

Secondo gli autori della “svolta postumana”, tutti i diversi atti di violenza si intrecciano. Perciò, nel momento in cui proviamo a trovare, dal punto di vista delle discipline umanistiche, soluzioni ai problemi ambientali che affrontiamo oggigiorno, non possiamo superare il pregiudizio antropocentrico senza sconfiggere quelli patriarcale, eurocentrico e universalistico. Per questo motivo, le nuove discipline umanistiche non possono non prendere in considerazione i movimenti indigeni e le teorie eco-femministe. Potrebbe sembrare infatti che, una volta superato (anche se ancora in forma solo concettuale) il pregiudizio antropocentrico, gli altri tipi di violenza svanirebbero con esso. Ovviamente, assumere un punto di vista ambientalista può aiutare, ma non penso sia così meccanico. Ad esempio, dobbiamo considerare che la ricchezza su cui stiamo basando le nostre nuove “economie verdi”, la nostra innovazione tecnologica verde, è ancora basata sullo sfruttamento di altre popolazioni, come i movimenti indigeni cercano costantemente di ricordarci. Allo stesso tempo, nei nostri paesi democratici e “sviluppati”, il patriarcato è ancora pervasivo: la violenza epistemica è difficile da combattere, e il primo passo è non dimenticare che la vera uguaglianza è ancora lontana dall’essere raggiunta. Il termine stesso antropocene, a indicare l’epoca geologica in cui viviamo, è stato oggetto di contestazioni: oltre al fatto che non è ancora pienamente accettato dalla comunità scientifica dei geologi, molti pensatori stanno criticando l’estensione di questa operazione concettuale: chi è il soggetto dei problemi che stiamo affrontando oggi? La specie umana nella sua interezza? O solo una parte di essa, la più forte? Braidotti risponderebbe con una sola parola: l’Uomo, dove la lettera maiuscola evidenzia l’idea dominante dell’uomo maschio, occidentale, adulto, bianco, eterosessuale e ricco.

Il pensiero ecologico è caratterizzato dalla volontà di trovare le interdipendenze e le connessioni tra gli elementi di un ecosistema. Quindi, dando ascolto alla premonizione di Felix Guattari, che, ancora nel 1991, pubblicò Le tre ecologie, non dovremmo mai dimenticare gli aspetti sociali e persino psicologici del vasto ecosistema in cui viviamo.

Le Scienze Umane Ambientali hanno l’opportunità di affrontare la crisi ecologica da un nuovo punto di vista. Tuttavia, se tale disciplina emergente vuole sfruttare al massimo le proprie basi di sapere e i propri strumenti, deve rinnovare le discipline umanistiche tradizionali da cui è nata. In questo processo, una radicale trasformazione dall’interno della disciplina più ambigua, la Filosofia, può aiutare molto. Infatti, se le Scienze Umane Ambientali vogliono affrontare in modo davvero rivoluzionario le sfide più urgenti della contemporaneità, devono diventare, almeno in parte, Scienze Postumane Ambientali.

 

Petra Codato

 

NOTE
1. Estremamente interessante su questo tema è la seguente raccolta: C. Salabè (a cura di), Ecocritica: la letteratura e la crisi del pianeta, Donzelli editore, Roma 2013.

[Photo credit Giuillaume de Germain via Unsplash]

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Quel tesoro nascosto nella paura: tra euristica e rivoluzione

Alcuni la chiamano ripartenza, altri fase 2. Qualsiasi sia il termine utilizzato, è evidente ai più quanto questo periodo si avvicini ad una sorta di riabilitazione esistenziale, emotiva, professionale… Tra ferite e risorse, con Timore e tremore – per dirla alla Kierkegaard – di cosa ha davvero bisogno la gente, oggi?

Affetti, serenità, sicurezze, abbracci, speranza. Per ciascuno è fondamentale tornare ad avere un cuore che non si isoli a causa della paura, ma che in essa sappia trovare l’occasione per riscoprire la bellezza dell’essere insieme. Spesso, quando ci apprestiamo a ricominciare, cerchiamo di partire dalle nostre volontà, dai nostri sogni e progetti. La verità, però, è che in alcuni momenti il cammino non appare per niente chiaro e sembra crearsi un distacco tra la necessità di orientare il nostro agire nell’imminente e, allo stesso tempo, la difficoltà nell’avere dei piani più o meno certi. Il tempo della scelta risulta così percepito come troppo breve rispetto al tempo della vita.

Dunque, cosa fare? Una delle strategie particolarmente valide dall’antichità ad oggi è, in questi casi, quella di mettere a fuoco ciò che non vogliamo prima ancora di ciò che vogliamoC’è un detto che recita “Non conosci mai l’importanza di qualcosa, fino a quando non la perdi”. Opinabile, poiché alcune cose è necessario perderle per capire quanto ci facevano male. Per altre, invece, è proprio così. In questi lunghi mesi abbiamo momentaneamente perso quelle piccole grandi libertà quotidiane di cui abbiamo continuamente goduto e che, per questo, ci sono sempre sembrate scontate, banali. Esse sono piuttosto la sostanza del nostro vivere, nel senso proprio del termine, ovvero il substratum che regge la nostra vita e da cui nessuna ripartenza può prescindere. Sono una delle componenti fondamentali della nostra qualità di vita. Perderle di nuovo, sarebbe deleterio, a più livelli: psicologico, economico, sociale…

Hans Jonas, fautore de Il Principio Responsabilità, sostiene saggiamente che «c’è da dubitare che qualcuno avrebbe mai tessuto le lodi della salute senza perlomeno la vista della malattia, le lodi dell’onestà senza la vista della frode e quelle della pace senza conoscere la miseria della guerra»1. Egli afferma che uno dei principi guida della filosofia morale dovrebbe essere l’euristica della paura2: ogni singola azione deve avere come faro guida il timore di poter perdere ciò che abbiamo di più caro. La prima domanda da porsi valutando gli effetti dell’agire, secondo Jonas, non sarà “Cosa ci guadagno?”, bensì “C’è il rischio di perdere qualcosa di fondamentale?”.

Illudendosi di avere eternamente tutto sotto controllo, l’uomo ha trasformato i beni primari in conquiste eterne, non più degne di cure, attenzione, salvaguardia. Tuttavia, questi mesi ci hanno dimostrato che non è affatto così e che, seppur nei limiti della nostra condizione umana, sarebbe bene concentrarsi più su ciò che è davvero in nostro potere anziché su ciò che vorremmo controllare ma che, in realtà, sfuggirà incessantemente dal nostro comando.

Di conseguenza, non si può pensare di ripartire mettendo da parte tutto questo. È necessario, sì, puntare alla responsabilità civica e sociale di ogni individuo, ma non è sufficiente. Bisognerebbe guardare a quelle che Marx ha storicamente denominato “strutture” ma che noi sappiamo essere tra le basi di un vero welfare state: i sistemi sanitari pubblici, ad esempio. E questo non tanto e non solo a fronte del Covid-19, virus che ha messo a dura prova anche Stati fortemente preparati a fronteggiare emergenze di vasta portata, ma in quanto necessità ontologica e giuridica di ogni realtà politica. «Il bene può passare inosservato e, senza l’ausilio di una riflessione (per la quale dobbiamo avere un motivo particolare), può non essere riconosciuto»3. Solo quando riusciremo ad investire veramente nelle strutture, intercettando quel bene che tendiamo a non vedere più ma di cui abbiamo estremo bisogno, potremo poi pensare a tutte quelle sovrastrutture che non sono assolutamente accessorie e che contribuiscono alla vita del singolo nella comunità sociale. Perché «soltanto il previsto stravolgimento dell’uomo ci aiuta a formulare il relativo concetto di umanità da salvaguardare»4 e la paura, lungi da strumento di manipolazione di massa, deve divenire un principio regolatore per ogni azione governativa, collettiva ed individuale. Non basta delegare tale euristica alla volontarietà degli individui, né attraverso un’app per il contact tracing né, agli antipodi, al gossip mediatico a cui siamo quotidianamente sottoposti.

Come ha detto Papa Francesco nelle scorse settimane, «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi»5. Cerchiamo, allora, di fare tesoro della nostra paura, perché in essa è nascosta la possibilità di rivoluzionare in meglio le nostre vite.

 

Agnese Giannino

 

NOTE:
1. H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Torino, Einaudi, 1990, p. 35.
2. Ivi, p. 34.
3. Ivi, p. 35.
4. Ibidem.
5. Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 Maggio 2020.

[Credit Tim Trad su unsplash.com]

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Il respiro dell’immateriale: il cittadino-paziente e l’isolamento

Nel mondo globalizzato dal virus la biopolitica prende il sopravvento. Il cittadino-paziente è impossibilitato ad uscire di casa, se non per comprovate esigenze lavorative o di salute.
La politica sbadatamente si dimentica che il distanziamento sociale tra anima e corpo è oramai superato. Il diritto alla salute, di cui tanto si è parlato, non può prescindere dal precedente assunto. L’Uomo, connubio di anima e corpo, è un essere-nel-mondo e in quanto tale include tra i suoi determinanti di salute anche l’ambiente esterno in senso lato.

Rinchiuso nelle quattro mura domestiche il cittadino-paziente sente l’esigenza dell’immateriale: il contatto con la natura, le relazioni interpersonali, la cultura.
La biopolitica, preoccupata molto del corpo e dei possibili effetti su di esso, ha prestato ben poca attenzione agli effetti sulla psyché e alle possibili ripercussioni nella sfera delle relazioni con l’Altro.

Cresce – in isolamento – il bisogno di alterità: di altro e di altri. La solitudine infatti se imposta si trasforma in isolamento. E l’isolamento pandemico rivela la spietatezza del capitalismo. Al cittadino-paziente è permesso di uscire per andare a lavorare, ma non gli è concesso oziare su un prato o su una spiaggia. Non gli è permesso trarre godimento dalle bellezze naturali e dall’incontro con l’Altro.

Cresce – in isolamento – il bisogno di complessità. L’esistenza dell’individuo si alimenta attraverso l’interconnessione di esperienze, situazioni, contesti, idee, parole, emozioni e sensazioni. Nell’apatia e nell’omogeneità dell’isolamento pandemico il cittadino-paziente esaurisce la sua alterità. Soffoca.

Ma il cittadino pazienta e attende il viaggio al di là dei propri confini domestici, con o senza passaporto immunitario. L’apprendere un nuovo valore di spazio-tempo conduce il cittadino post emergenza pandemica a viaggiare a rallentatore. Godersi ogni attimo e riappropriarsi dell’interazione con la natura, in cui – come dimostrato da studi scientifici – l’attività cerebrale è più efficiente e lo stato psicologico ne trae vantaggio. L’irregolarità del paesaggio naturale ridonano la complessità e l’alterità. Il solo osservare l’eterogeneità delle forme della natura origina uno stato di rilassamento e benessere generale.

Il cittadino pazienta e attende l’amico, la cui amicizia rappresenta il dialogo delle diversità. Non statica, bensì in movimento, l’amicizia unisce il molteplice e consente di scoprire ed esaltare la propria unicità.

Il cittadino pazienta e attende la cultura, di cui la psyché si nutre e attraverso cui la comunità prospera. Ora più consapevole dell’utilità dell’inutile abbandona il culto dell’utilità, che inaridisce lo spirito. L’arte non più confinata entro le mura dell’isolamento pandemico, torna ad essere espressione libera e condivisione.

Il virus soffoca il respiro, ma il cittadino pazienta e ritorna a respirare l’immateriale.

 

Jessica Genova

 

[Photo credit Marc-Olivier Jodoin via Unsplash]

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Dietro a ogni giardino c’è un’utopia

Nel libro intitolato Giardinosofia. Una storia filosofica del giardino, pubblicato nel 2018, Santiago Beruete, antropologo e filosofo spagnolo, si interroga attraverso una lunga e approfondita analisi sul perché gli uomini nella storia hanno sentito la necessità di costruire e coltivare giardini. Beruete avanza l’ipotesi che riflettere sull’essenza dei giardini e del giardinaggio sia anche un modo per comprendere come gli individui abitino i luoghi e diano significato ai loro spazi di vita. Per questo motivo, le oltre quattrocento pagine del testo non si limitano solo a riportare una cronaca di come, in diverse epoche, siano stati costruiti e pensati gli spazi verdi artificiali, ma scavano e vangano l’impervio terreno attorno ai concetti che rappresentano i semi da cui si generano le visioni del mondo e si progettano gli ambienti di vita.

Seguendo questo punto di vista, uno dei passaggi fondamentali nel libro è costituito dal saldo legame che Beruete pone tra giardino e utopia, tra giardinaggio e pensiero utopico, tra «costruzione materiale e esercizio mentale». L’autore insiste più volte sulla simmetria tra l’esperimento intellettuale di immaginare un buon-luogo e l’attività di cura e di gestione del verde attorno a noi, suggerendo che entrambe affondano le radici nel desiderio di pensare, rappresentare e vivere un mondo migliore. Propriamente l’autore afferma che il giardino
gode di una dimensione utopica, realizzando gli ideali e idealizzando la realtà: come in ogni epoca esiste una città ideale, ogni società dà alla luce un’idea di giardino che le è confacente.

Durante questo lungo periodo di sospensione dei rapporti sociali, chi ha avuto la fortuna di abitare in una casa con un orto o con un giardino ha potuto trascorrere la giornata all’aria aperta dedicandosi alla cura delle piante e all’abbellimento degli spazi. Strappare le erbacce, dissodare il terreno, sistemare i vasi, piantare gli ortaggi e innaffiare i fiori sono lavori impegnativi che richiedono un’intensa attività manuale e non concedono molto tempo per grandi riflessioni filosofiche. Eppure la motivazione che spinge a faticare sotto il sole e a sporcarsi le mani con la terra deriva da come le persone vorrebbero idealmente che fosse il luogo in cui allontanarsi dal resto del mondo e dove trascorrere parte del loro tempo libero. In altre parole nella testa di ogni giardiniere esiste un giardino ideale frutto di un esercizio mentale attraverso il quale viene proiettata una serie di valori legati al senso estetico, al benessere e al modo di intendere il rapporto con la natura.

Ad esempio, si può scegliere di ricreare uno spazio verde dominato dalla misura e dal rispetto delle simmetrie in cui le aiuole, le singole piante, i fiori, i vasi e le decorazioni vengono posizionati formando rapporti costanti e regolari tra loro. Oppure si può cedere al desiderio di ricreare un ambiente primitivo e selvaggio in cui regna la natura incontaminata, lasciando che i vegetali prendano il sopravvento sui laterizi. Anche la scelta di quali concimi e di quali diserbanti utilizzare può essere dettata da una visione etica ed ecologica dell’ambiente che si vuole realizzare all’interno della recinzione. I tipi di ortaggi seminati, invece, possono derivare dal gusto o dal desiderio di sfruttare la naturale fertilità del suolo promuovendo la biodiversità delle specie domestiche.

Pertanto il giardinaggio, anche se a un primo sguardo appare come un’attività principalmente manuale, mostra degli aspetti che si prestano a riflessioni e ad alcuni ragionamenti che permettono di cogliere come, in generale, gli uomini diano significato e valore ai propri spazi di vita, partendo da visioni e da proiezioni del pensiero che vorrebbero realizzare concretamente. Si può affermare quindi che ogni giardino tende a un’utopia nel duplice senso di un non-luogo (οὐ τόπος, u topos), che non si trova da nessuna altra parte, e di un buon luogo (εὖ τόπος, eu topos) in cui vivere.

Se dietro a ogni giardino si nasconde un’utopia, ossia un modello ideale da realizzare, allora nella cura degli spazi verdi possiamo ritrovare una ricerca della qualità della vita e dell’ambiente in cui vorremmo abitare. Quando questa ricerca oltrepassa i confini del giardino, non riguarda più solo il singolo ma l’intera comunità e il suo territorio.

 

Umberto Anesi

 

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La provvisorietà delle nostre impalcature

Nella maratona Prendiamola con Filosofia, trasmessa in streaming il 20 Marzo scorso e coordinata dai fondatori del progetto Tlon, Andrea Colamedici e Maura Gangitano, molte personalità del mondo letterario, filosofico, economico, musicale si sono avvicendate con brevi interventi e riflessioni su alcuni temi fondamentali, diventati urgenti e quasi necessari nell’anomala pausa esistenziale causata dal Coronavirus.

Dalle dieci di mattina alla mezzanotte, un vero e proprio carosello di idee è entrato nelle nostre case regalando momenti di assoluta straordinarietà in un contesto fortemente ordinario. Gli utenti eravamo noi, persone del tutto normali, chiuse in casa a preparare dolci, a litigare col coniuge o a pulire l’ennesimo strato di polvere. Eppure, come succede spesso in questi casi, a permanere nella mente, a tormentarmi con la tenacia di un tarlo affamato  non è stato il ragionamento illuminante di un filosofo o la teoria economica più in voga, ma l’accidente, l’evento singolo, una parola alla quale non avevo fatto troppo caso fino a quel momento.

Impalcatura

A dirla un cantautore. Un certo Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che esordisce ammettendo di essere imbarazzato, di aver accettato l’invito con sospetto perché restio a mostrare l’impalcatura. Nel vocabolario italiano, il termine impalcatura è definito come la struttura provvisoria destinata a sostenere gli operai e i materiali occorrenti per l’esecuzione di un’operaÈ la provvisorietà, dunque, la sua caratteristica fondamentale; nella costruzione di un edificio essa ha senso solo nel processo in fieri, non deve rimanere anche dopo perché sarebbe di intralcio, servirebbe solo a nascondere il risultato, l’opera realizzata con tanta fatica e impegno.

Secondo il cantautore, dunque, essere ospiti a una maratona filosofica, prendere parte alla discussione poteva  voler dire dover “mostrare l’impalcatura”. C’era, secondo le sue previsioni, il pericolo di trovarsi in mezzo a persone che fanno dell’impalcatura la propria ragione d’essere.

Ma di quale impalcatura stava parlando? Jovanotti non lo dice, ma l’evolversi dell’intervista non lascia dubbi. L’impalcatura di ognuno di noi è la struttura provvisoria che ci ha sostenuto nel corso degli anni perché arrivassimo ad essere ciò che siamo, a edificare il nostro personale edificio. Se ci siamo dedicati alla filosofia, è fuor di dubbio che a sostenerci siano stati  anni di studi, corsi frequentati, discussioni, convegni; per dirla con un’immagine, i libri che molti mettono in bella mostra nello sfondo, quando vengono intervistati.

Impalcature

La persona preoccupata di trattenere l’impalcatura, forse sta confondendo il mezzo con lo scopo e qualsiasi osservatore, anche il meno accorto, sarebbe pronto a giurare che l’edificio si apprezza di più senza di essa.  Scrive Gilles Deleuze, parlando del rapporto tra pensiero e vita in Nietzsche e la filosofia (1962): «Nietzsche rimprovera spesso alla conoscenza la pretesa di opporsi alla vita, di misurarla e giudicarla, di proporre se stessa come scopo […] Nietzsche non si stancherà di ripetere che la conoscenza, da semplice strumento subordinato alla vita, si è arrogata il ruolo di fine, di giudice, di istanza suprema».

E non è un caso che proprio un cantautore abbia posto la questione. La musica tende a sfuggire alle impalcature perché attinge alla vita, perché per sua natura è essa stessa vita. Anche per il filosofo tedesco la musica è la vera filosofia, è lo spirito dionisiaco che si ribella all’apollineo, la vita che si riprende il suo posto.

Durante tutta l’intervista Jovanotti non ha sullo sfondo la sua libreria, ma un muro dove sono stati dipinti fenicotteri rosa e piante tropicali. Dal momento che la filosofia ha l’inesauribile compito di esplorare la vita, allora è sulla rimozione delle impalcature che dobbiamo lavorare. Non sono i libri da esporre, ma ciò che essi hanno contribuito a realizzare. Se poi un giorno mi capitasse di incontrare Jovanotti, credo che non esiterei a chiedergli: C’è un momento in cui anche le piante tropicali e i fenicotteri rosa rischiano di diventare delle impalcature?

 

Erica Pradal

 

[Photo credit Stephane YAICH su unsplash.com]

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I mercanti di Agrabah: verità e falsità nella relazione con l’altro

Si dice che il commercio e la vendita rappresentino per il popolo arabo una vera e propria arte e non un semplice mestiere: generazioni di mercanti si sono succedute dall’epoca delle carovane a quella di Amazon, ma passando dai cammelli ai droni è rimasto immutato il loro caratteristico atteggiamento, quello che rende un venditore “un bravo venditore”: lo abbiamo visto tante volte, senza rendercene conto, in film come The Wolf of Wall Street e noi occidentali l’abbiamo preso in prestito al Medio-Oriente alla faccia dei porti chiusi.

Quello dei popoli arabi è un approccio fatto di svelamenti e nascondimenti, di ammissioni e sottintesi, nel quale i concetti di verità e bugia si diluiscono fino a sparire. Il loro modo di mercanteggiare, infatti, altro non è se non un complesso esercizio di dialettica – che Aristotele presentava come il metodo che consente di sostenere vittoriosamente la discussione con un avversario1 – dal quale il cliente cerca solitamente di difendersi; il venditore, dal canto suo, cerca invece di creare una sintonia fatta di soluzioni alle obiezioni che gli vengono poste. L’obiettivo è infatti duplice: adattare il proprio prodotto ai bisogni dei clienti – latenti nel loro stesso modo di essere (o apparire?) – ma soprattutto modellare i bisogni dei clienti al proprio prodotto.
Questo particolare gioco linguistico ha lo scopo di abbattere ogni tipo di struttura della comune vendita, piegando a piacere la verità e la falsità2 delle premesse – cioè la loro aderenza alla realtà delle cose – in modo da scardinare la prospettiva dualistica “lo compro/non lo compro”; per fare questo e ottenere dei ragionamenti ritenuti validi è necessario agire nel campo dell’emozione e dell’empatia, non solo sul piano logico formale. Il bravo mercante è colui che entra in contatto con il cliente, il quale per evitare di sentirsi “violato” e circuito, tende solitamente a innalzare grossi muri di difesa.

Essere positivi in questo incontro-scontro è la chiave per far aprire gli interlocutori alla validità dei nostri ragionamenti; in questo modo si veicola un messaggio risolutore, non ostacolante, che crea nelle persone un senso di rispettosa riverenza, come insegna Liang Shiqiu nella sua opera La nobile arte dell’Insulto3. Questo modo di fare così “entrante” ci spiazza inesorabilmente: noi occidentali siamo abituati ad avere la merce a portata della nostra mano e, conseguentemente, a un atteggiamento più discreto da parte di coloro che dovrebbero invogliarci a comprare i loro prodotti.

Nei mercati di Istanbul, Cartagine o del Cairo invece, i mercanti sono in prima linea per attrarre le persone e diventarne improvvisati confidenti e consiglieri, pronti a intavolare con loro una stretta relazione fatta di saluti, inviti, strette di mano e bicchierini di tè per accompagnare la contrattazione o festeggiare la conclusione di un affare. Assistiamo ad una vera e propria personalizzazione dell’attività – il mio prodotto è buono, io ti faccio fare un grande affare. Ma se questi uomini plasmano la verità e la falsità dei fatti sul modo di essere del proprio interlocutore, creando un equilibrio tra il contatto umano e atto di vendita, è pur vero che i clienti possono rendersi consci dell’ambiguità della situazione e, vista la propensione degli arabi a mercanteggiare, rispondere con la stessa moneta. Questa è la difficoltà della contrattazione: richiede il coraggio di mettersi in gioco su un terreno non del tutto stabile come vorremmo4. Il confronto tende a minare i solidi criteri con cui affrontiamo la nostra quotidianità ma allo stesso tempo ci consente di evolverci e rafforzarci.

Questo piccolo e complesso gioco comunicativo dei “mercanti di Agrabah” trae origine dalla nostra natura di esseri viventi comunicativi e al di là delle questioni morali è rappresentativo di quanto il gap tra la nostra prospettiva e la realtà garantisca un’evidente e inoppugnabile libertà di pensiero che si manifesta col nostro linguaggio. L’atto della vendita si muove in questa ambigua libertà dove non conta cosa sia esattamente vero o falso ma piuttosto godersela e viversela nella relazione con l’altro. Non è un caso che una trattativa andata male provochi un profondo senso di disagio in queste persone, quasi abbiano perso un caro compagno di giochi.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE:
1. Cfr. Aristotele, Topici
2. Secondo la terminologia aristotelica.
3. Liang Shiqiu, La nobile arte dell’insulto, 2011
4. O come vorremmo essere: cerchiamo costantemente una stabilità interiore che non vorremmo fosse mai messa in discussione.

[Photo credit Sergei Solovev su Unsplash]

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