Dalla percezione al ragionamento

Chi vorrà aprire La valigia del filosofo1 da oggi troverà, insieme alle grandi carte da gioco, alla macchina della verità, alle sagome di lettere per comporre parole, insieme a ciò che c’era già, alcuni oggetti meno bizzarri, di cui non sarà così facile individuare subito un uso determinato e preciso: tanti fogli colorati di cartoncino non ancora disegnati, non ancora tagliati, e altri materiali neutri. Accuratamente divisi per tipo, in scatole tutte uguali: pezzetti di legno, cubetti di gommapiuma di varia morbidezza, semi di girasole, carta vetrata, fili di lana, sottili fogli di alluminio. Come mai proprio questi oggetti sono appena entrati in valigia, forse a prima vista così poco utili al lavoro di un vero filosofo?

A partire dall’anno scolastico che è appena iniziato La valigia del filosofo si è aperta alla progettazione e alla conduzione di laboratori rivolti ai più piccoli, di età compresa tra i tre e i cinque anni. A partire da qui, dunque, l’esigenza di trovare linguaggi adeguati all’età e di costruire il nuovo percorso didattico con attività volte ad ampliare la conoscenza del bambino di ciò che lo circonda, attraverso l’esperienza concreta e la sperimentazione diretta. Nella pedagogia di Bruno Munari abbiamo trovato i punti fermi teorici più convincenti e naturali, e da lì ci siamo mosse per pensare i giochi creativi che compongono il percorso di scoperta del segno e della forma. Emerge in modo evidente, in particolare dallo studio dei laboratori tattili di Bruno Munari dei primi anni ’80, la necessità di strutturare la comunicazione con il bambino non solo attraverso i consueti canali verbale e visivo. Se teniamo presente che “la conoscenza del mondo, per un bambino, è di tipo plurisensoriale”2, possiamo privilegiare modalità di apprendimento basate sull’uso della comunicazione tattile, olfattiva e uditiva in senso ampio. Giochi di “allenamento” della percezione, durante i quali i bambini siano liberi di sperimentare una grande quantità di contrasti, come pure di minime differenze tattili od olfattive, arricchiscono la loro esperienza. Nel momento in cui, poi, i bambini riflettono ed esprimono un pensiero in merito, stabiliscono relazioni tra le percezioni, le nominano e le raggruppano per somiglianza, il gioco diventa capace di stimolare la loro capacità critica. Ed è già propedeutico a un pensiero filosofico che in età più avanzata può attingere con agilità direttamente ai concetti. Se un bambino, di fronte a una serie di pezzetti di carta vetrata messi in ordine dal più liscio al più ruvido, cerca di immaginare un grado di ruvidezza intermedio tra quelli di due pezzetti realmente esistenti, sta già attivando un’operazione di astrazione. Sperimentando in modo diretto una scala di gradazioni, con le sue sfumature concrete, presto farà suo il concetto di gradualità e quello di successione.

C’è poi un secondo snodo teorico che riteniamo particolarmente interessante e funzionale al discorso di introduzione al ragionamento logico: la funzione delle regole nell’esercizio della creatività. Nella didattica di Bruno Munari la riflessione sul ruolo delle regole da inserire nell’esperienza laboratoriale si concentra spesso sulle modalità di intervento dell’adulto durante l’elaborazione di composizioni grafiche o materiche, che devono essere pensate per abituare il bambino a sentirsi il più possibile autonomo. L’adulto può indicare regole d’uso dei materiali, che ne evidenzino le caratteristiche tecniche e che diano la possibilità al bambino di dare forma in modo efficace a ciò che ha in mente. L’operatore o l’insegnante può “aiutare a fare, ma mai dare idee già fatte”3. L’introduzione di determinate regole nel gioco creativo rivela la sua importanza fondamentale quando si risolve in un metodo di lavoro e quando il bambino, rispettandole, scopre di agire e pensare liberamente a partire da alcuni punti fermi. La stabilità delle regole, oltre a dare sicurezza, abitua a familiarizzare con la presenza, in ogni composizione creativa, di una sua struttura interna. Lo sviluppo della capacità di individuare regole che strutturano la comunicazione verbale, visiva o tattile, introduce le basi per il ragionamento logico, al quale viene dedicato uno spazio specifico nei percorsi didattici della valigia rivolti ai bambini più grandi.

In uno degli incontri finali del laboratorio dedicato alla scoperta del segno e della forma, proponiamo ai bambini di comporre partiture, in un esercizio di avvicinamento alla scrittura. Al posto delle lettere e delle parole, per ora, ci sono i colori. Una striscia di biadesivo è il rigo sul quale “scrivere”, incollando frammenti di cartoncino blu, rosso e giallo. Le regole del gioco, poche e ben definite, consistono nel coprire tutta la striscia adesiva, senza lasciare spazi vuoti, e nel seguire il verso da sinistra a destra: lasciano grande libertà di espressione e corrispondono ad alcuni elementi costitutivi della scrittura, che vengono così assimilati giocando.

 

La valigia del filosofo

NOTE:
1. La valigia del filosofo è un progetto di logica e filosofia per bambini e ragazzi nato nel 2015, a cura di Elisa Dalla Battista e Francesca Lurci.
2. B. Munari, I laboratori tattili, collana Giocare con l’arte, Zanichelli, 1985.
3. B. Munari, I laboratori tattili, collana Giocare con l’arte, Zanichelli, 1985.

 

banner-pubblicitario-abbonamento-rivista-la-chiave-di-sophia-03-03

Tra parole e immagini

Grandi carte da gioco colorate ordinate sul pavimento della palestra e le espressioni concentrate dei bambini, attenti a non scivolare col pennarello mentre scrivono, o forse disegnano, i loro pensieri su fogli trasparenti. È questo uno dei momenti che compongono il percorso didattico Le meraviglie che Alice trovò, pensato per avvicinare i bambini alla lettura dei celebri romanzi carrolliani Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò e per introdurre, giocando, la riflessione su alcuni dei principali temi filosofici e logici in essi contenuti. Le carte da gioco nel Paese delle Meraviglie si muovono e interagiscono con Alice, animando il suo mondo. La Regina di Cuori ha un carattere davvero difficile, è così irascibile! Il Cinque e il Sette, invece, litigano sempre in un modo così buffo!

Le carte che escono dalla nostra valigia, per fortuna, riescono a stare decisamente più ferme. Prendono vita da ciò che dicono i bambini e ci aiutano a ricostruire la storia. Nel nostro mondo non possono essere diverse di carattere, ma hanno differenti funzioni: ci sono carte soltanto da leggere e carte da osservare, con le illustrazioni originali di John Tenniel. Ci sono, poi, carte che contengono il disegno di un oggetto e qualche parola, in alcuni casi una frase: sono le carte di picche, quelle che servono per costruire un ponte tra il nostro mondo e quello di Alice. Gli oggetti disegnati appartengono al vissuto di ciascun bambino. Un orologio, una tazza di tè, una rosa. Il modo in cui sono disegnati permette un confronto con le tavole di Tenniel, volto a mitigare gli aspetti di difficoltà nella lettura di immagini che possono sembrare ormai distanti dalla loro sensibilità.

È il Coniglio Bianco che, estraendo frettolosamente l’orologio dal taschino, dice tra sé «sono in ritardo!»: le parole o le frasi che accompagnano gli oggetti forniscono gli spunti per individuarne il legame rispetto a una situazione o a un personaggio incontrato da Alice. E, nel contempo, introducono un tema filosofico, come quello del tempo, sul quale i bambini sono invitati a sviluppare una riflessione personale, da condividere con gli altri. Cosa vuol dire essere in ritardo? Ci sono cose che per abitudine facciamo in fretta, ma che dovremmo fare con più calma? Di fronte al sei di picche, poi, possiamo chiederci se i discorsi strampalati del Cappellaio Matto, che confondono così tanto le idee ad Alice, siano davvero soltanto parole senza senso. Proviamo a riflettere, per esempio, sul significato di alcune inversioni: siamo proprio sicuri che il significato dell’affermazione «mi piace quello che ho» sia equivalente a quello di «ho quello che mi piace»?

I temi filosofici che emergono seguendo Alice nelle sue avventure sono molti e di varia natura. Alcuni, prettamente logici, introducono giochi linguistici, altri conducono all’approfondimento di questioni che riguardano il vissuto dei bambini, le loro emozioni e le loro esperienze quotidiane. Così, dopo una fase di scambio e di dialogo sui vari temi, ciascun bambino crea un calligramma, a partire dai disegni e dalle parole delle carte di picche. Attraverso il segno grafico viene consolidato il nesso tra oggetti e personaggi che popolano l’universo fantastico di Alice e il mondo reale della vita di ogni giorno, in modo libero e più o meno profondo. Le modalità di creazione di un calligramma sono descritte ai bambini in modo semplice, inizialmente senza riferimenti esterni alla storia di Alice: lo stesso Lewis Carroll dispone le parole che il Topo rivolge ad Alice a formare una coda lunga, tortuosa e via via sempre più sottile. Ed è questo il primo calligramma che presentiamo ai bambini: una poesia le cui parole sono stampate sulla pagina del libro in modo da creare graficamente l’immagine di un oggetto, la coda, che ha a che fare con il contenuto semantico della poesia stessa. Il nesso tra universo fantastico e realtà, ma anche la sensibilità filosofica dei bambini, emergono nei loro calligrammi in modo più o meno evidente e personale, perché viene lasciata loro la possibilità di scegliere tra due diverse modalità di elaborazione. Attraverso la prima, più tradizionale, “è la parola a disegnare se stessa”, denotando l’oggetto cui si riferisce a livello semantico e, nello stesso tempo, connotandolo visivamente1. In questo esercizio, solo apparentemente banale, il bambino potrà usare una quantità più o meno grande di parole: nel caso della rosa, per esempio, le potrà dare forma soltanto con la parola «rosa», o potrà introdurre anche le parole «petalo», «gambo», «spina». Con la seconda modalità, quella che auspichiamo sia scelta, le parole si legano ad esprimere un pensiero filosofico2. Speriamo che l’oggetto cui danno forma, che appartiene sia al mondo di Alice sia al vissuto dei bambini, da ora in poi porti con sé nuovi significati.

La valigia del Filosofo

 

NOTE:
1. L’artista svedese Thomas Broomé usa le parole come texture per disegnare gli oggetti da esse denotati, ottenendo effetti visivi davvero sorprendenti.
2. In questo caso il riferimento è al poeta francese Guillaume Apollinaire, uno dei più conosciuti autori di calligrammi, ma anche a Lewis Carroll e alla sua coda del Topo.

 

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

 

Tra lonfi e bacche rosse

Era arrivata l’ora di tornare a casa. Salutammo tutti e, valigia alla mano, lasciammo la locanda. La bambina ancora una volta si offrì come nostra guida e prendemmo a est, verso il faggeto.

Dentro il bosco tirava un filo di vento e sul terriccio tremolavano macchie di luce. Passammo buona parte del cammino a osservarle mentre cambiavano forma e dimensione. A mano a mano che procedevamo, si facevano più rade perché il bosco diventava più fitto. D’intorno, gli alberi divenivano più alti e sottili.

Nel cuore del faggeto c’erano alcuni cespugli con bacche rosse o blu, e qualche animaletto che correva qua e là. Ad un certo punto sentii un verso grave e furibondo e domandai cosa fosse. La mia amica disse che sembrava un barrito, ma la bambina la corresse: è un barigatto1!

Che animale è il barigatto? Chiesi.

Non è un animale, è un verso! Mi rispose. Il verso del lonfo. D’estate i lonfi vengono qui, nel faggeto, per rifugiarsi dal caldo. È normare quindi sentirne i barigatti.

Ah i lonfi certo, capisco, rispose la mia amica. E che cosa sono?

Guarda laggù, quello è un lonfo! E se guardate bene, ci disse, davanti al lonfo c’è un cespuglio pieno di bacche rosse.

Le mangia? La interruppi.

No, ma d’estate il bosco si riempie di queste bacche rosse, e ogni volta che si riempie di bacche rosse arrivano anche i lonfi.

Quindi il profumo o il colore delle bacche attira i lonfi? Chiese la mia amica.

No, diciamo che è più una coincidenza che un rapporto causale. Cioè, non è che la comparsa di quei frutti sui cespugli comporti l’arrivo di lonfi. Piuttosto, si può dire che i due eventi abbiano una causa simile per la quale si ritrovano a essere nello stesso luogo nello stesso periodo dell’anno. Le bacche rosse maturano in estate e proprio in quel periodo dell’anno i lonfi arrivano al faggeto, per ripararsi dal caldo torrido.

Ci avvicinammo al lonfo con cautela: la bambina ci aveva detto di evitare cionfi o lugri, altrimenti il lonfo ci avrebbe sicuramente sbidugliate e arrapignate, o, che era molto peggio, botaliate e criventate. Comunque aveva proprio un’aria buffa, questo lonfo.

Dopo un po’ salutammo il curioso animale e continuammo per la nostra strada. Quando uscimmo dal faggeto ci ritrovammo dove la nostra avventura era iniziata, nel largo prato della città senza nome2. Era passata già una giornata.

Che bella giornata! Disse la mia amica.

Posammo la valigia sul prato, quella valigia che ci eravamo portate alla locanda, la valigia del filosofo.

Chissà, continuò lei, cosa sarebbe successo se avessimo preso con noi un’altra valigia, ad esempio la valigia degli oggetti all’incontrario.

Sarebbe stata ben più strana! Te lo immagini un mondo all’incontrario? Disse la bambina. La gente che cammina nel cielo, le nuvole nel mare a nuotare… Nel mondo all’incontrario, poi, io non sarei più una bambina, anzi forse è meglio dire che non sarei ancora una bambina, dato che tutti nascerebbero anziani e morirebbero neonati.

E altro che valigia del filosofo! Irruppe una voce che subito continuò: lì ci sarebbe stata una aigilav led ofosolif!

Scoppiammo a ridere alle parole di quel bambino che avevamo incontrato il pomeriggio del giorno prima, proprio lì, nella città senza nome.

La valigia del filosofo

 

NOTE:

1 Cfr. Il Lonfo in Fosco Maraini, Gnosi delle fanfole (1978)

Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa legica busia, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui, zuto
t’ alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

2 Cfr. Dove trovammo la valigia del filosofo.

Crostate rubate

Era tarda sera e ci fermammo a dormire alla locanda. Saremmo rientrate a casa l’indomani.

Non c’erano tende né persiane e la luce ci svegliò molto presto. Quando arrivò l’ora della colazione, ci presentammo nella sala. La bambina, che era solita frequentare la locanda, si accorse subito che al menù della colazione mancava la cosa più importante: le crostate!

Quasi l’avesse letta nel pensiero, la locandiera entrò nella sala insieme alla cuoca e gridò. Chi ha rubato le crostate?.

Forse non c’era bisogno di gridare, pensai, dato che non c’era per nulla confusione ed eravamo, in sala, soltanto quattro: al nostro tavolo io, la bambina e la mia amica, e nel tavolo in fondo quel bambino che avevamo incontrato il giorno prima nella città senza nome1. Ad ogni modo, ci voltammo verso la locandiera con aria curiosa. Il bambino fu il primo ad avanzare un’ipotesi, e lo fece con un tono che rispondeva alla gentilezza della cuoca.

Forse ti sei dimenticata di essere una cuoca, stamattina, e ti sei scordata di prepararle, le crostate.

Ma la cuoca non soffriva di amnesie, quindi l’ipotesi era da escludere. E aveva usato una marmellata di ribes rossi che sarebbe scaduta il tredici novembre del duemiladiciotto, gracchiò.

Risolverò questo caso! Continuò il bambino. Forse allora le ha mangiate la cuoca, le crostate. Sì, magari stamattina non voleva soltanto cucinare cose buone e mangiare, come fanno i cuochi, gli avanzi dei pasti. Probabilmente stamattina aveva molta fame e si era pappata tutto!

Non è possibile, gli ricordò la bambina, ineccepibile. La cuoca è celiaca e quelle crostate contengono glutine.

Mmm… Forse oggi è il Giudigiugno?

Cos’è il Giudigiugno? Intervenne la mia amica.

È un giorno di giugno in cui le persone lanciano le torte giù dalle finestre e dai balconi per centrare i passanti, spiegò la bambina.

No comunque, oggi non è il Giudigiugno, rispose la bambina. E poi, puntualizzò, le torte che si lanciano il Giudigiugno devono contenere la panna montata. Non mi risulta che le crostate abbiano la panna!

Forse, allora, qualcuno ci ha fatto uno scherzo e ha nascosto le crostate ai ribes rossi nella cassaforte dietro al quadro dell’anatra2!

Veramente quell’anatra è un coniglio, comunque no, è impossibile: qui non ci sono passaggi segreti, disse la bambina dopo aver scostato il quadro.

Allora qualcuno per dispetto deve averle dipinte di… di… verde, e averle messe su quella lunga tovaglia verde con la quale adesso si mimetizzano!

Scrutammo la tavola e spostammo la tovaglia: era leggera e non vi era nulla su di essa.

Ho capito! Si fece serio. Ci dev’essere stato un equivoco. La donna delle pulizie ha scambiato il cestino delle crostate con quello del bucato e le crostate sono finite in lavatrice. Mamma mia, speriamo di no!

Tranquillo, neanche questo è possibile perché la lavatrice è vuota. Hai comunque tantissima fantasia, dissi io.

A volte riesco a credere a sei cose impossibili, prima di fare colazione3.

Invece, irruppe la mia amica, è possibile che manchi qualcuno, tra noi?

C’era effettivamente un ospite ancora, tra coloro che non si erano già svegliati. Era uscito senza fare colazione, o così ci aveva detto. La locandiera insinuò che doveva essere stato lui, anche perché ogni volta che alla locanda si sforna una torta, lui non si tira mai indietro. Come aveva fatto a non pensarci prima e com’era lampante questa prova, esclamò rimproverandosi.

Sembravano non esserci dubbi, ma la bambina osservò: non siamo un po’ troppo frettolosi? Non è detto che, se finora è sempre accaduto così, anche stavolta non faccia eccezione. Non c’era scritto da nessuna parte, dopotutto.

L’osservazione della bambina non faceva una piega e fu molto apprezzata. Ma ancora di più fu apprezzata la cuoca, che era già tornata in cucina a imbastire una nuova pasta frolla.

La valigia del filosofo

 

NOTE:

1 Cfr. Dove trovammo la valigia del filosofo.

2 Cfr. Zuppe larghe un metro.

3 Cfr. L. Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, cap. V.

 

banner-pubblicita-rivista2_la-chiave-di-sophia

Zuppe larghe un metro

Arrivammo finalmente alla locanda: il gioco1 l’aveva vinto la bambina, seconda la mia amica e io ultima. La locanda aveva un’insegna triangolare e si chiamava “I tre piatti”. Dentro c’erano tre sale, oltre alla cucina, s’intende. Ci accomodammo nella prima, nel tavolo a sinistra, che era di forma triangolare.

Arrivò il cameriere e, senza nemmeno salutare, ci disse che il coperto sarebbe venuto a costare più dei piatti e che questi, come già avevamo intuito, erano tre. La bambina rispose che non c’era problema e anzi, avremmo potuto farne anche a meno, dato che l’avevamo portato con noi, il coperto2. Tirammo fuori la tovaglia da picnic ricamata a mano, tre calici di cristallo, un mucchio di forchette di plastica, qualche piatto e anche la bottiglia di aranciata. Ordinammo una zuppa, una pizza e un piatto del giorno.

Mentre aspettavamo la cena, la mia amica fece un commento sul quadro appeso alla parete. Che bell’anatra, disse.

Io guardai il coniglio nel dipinto e corressi la mia amica: che bel coniglio, volevi forse dire!

Ma scusa, dove lo vedi il coniglio? Rispose lei. Capisco tu abbia fame, ma quello un coniglio proprio non è!

Mi aveva fatto quel commento perché il piatto del giorno, che avevo ordinato io, prevedeva le tagliatelle al ragù di coniglio.

La bambina si mise a ridere e noi la guardammo perplesse.

È una figura ambigua, un’immagine cioè che può essere interpretata in due modi alternativi: come un’anatra, disse rivolgendosi a lei, o come un coniglio, disse guardando me.

Arrivarono finalmente i tre piatti. La bambina, fissando la zuppa della mia amica, tirò fuori la lingua e storse il naso.

Che c’è? Le chiese la mia amica.

Perché prendi la zuppa se non è buona? Chiese la bambina.

Certo che è buona.

Non può esserlo, è una zuppa!

Ma certo che può esserlo: è una di quelle cose che funzionano col metro!

Col metro? Intervenni io.

La mia amica fece cenno di sì con la testa e continuò, sicura di sé: per esprimere un giudizio su certi tipi di situazioni, usiamo il metro.

Continuavo a non capire, dunque la mia amica fu costretta a spiegarsi meglio:

Pensa al metro che srotoli ogni volta che devi aggiustare dei calzini. Devi metterci sopra una toppa e per capire quanto lunga serve prendi le misure col tuo metro, no? Ecco, è come se ogni uomo avesse un metro, per misurare alcune cose, un proprio metro personale che è diverso dai metri degli altri. In questo modo il risultato delle mie misure può essere diverso da quello che ottenete voi con le vostre misure.

Se ci pensi, disse allora rivolgendosi alla bambina, è come se io misurassi la bontà della zuppa con un metro diverso da quello che usi tu. Il mio metro dice che è un piatto che mi piace mangiare, mentre il tuo metro dice il contrario.

Ma ci sono delle situazioni per le quali non usiamo metri? Chiese la bambina.

Beh, se prendessi la frase «I lati di un quadrato sono uguali tra loro», è chiaro che nessuno la metterebbe in dubbio: tutti, ma proprio tutti, penserebbero sia una proposizione incontestabilmente vera.

Ho capito! Esclamò la bambina. Come la pizza, che piace proprio a tutti!

La valigia del filosofo

NOTE:

1 Cfr. Scelte obbligate, strade possibili.

2 Ivi.

Dove trovammo la valigia del filosofo

C’era un tempo una città senza nome, senza vie e senza case, ma piena di valigie. Gli abitanti del posto non cucinavano in cucina né facevano pipì in bagno, i nonni non riposavano sulle poltrone e i bambini non giocavano sui tappeti. Non essendoci case, infatti, non c’erano bagni né cucine, tappeti né poltrone, nella città senza nome. Ma alla gente questo non pesava perché, più che restare, preferiva spostarsi. Viaggiavano alla ricerca di nuovi alberi da frutto per la colazione, larghi prati per giocare a pallone e robusti tronchi su cui riposare.
Per avere con sé quegli oggetti che nella vita possono tornare utili, gli abitanti del posto si servivano delle numerose valigie sparse per la città. C’erano valigiotte e valigine, con rotelle o con bretelle, resistenti o un poco mosce, poste dritte o un po’ rovesce.

Alcune di queste valigie erano così scomode da trasportare che un giorno un tale suggerì l’acquisto di pratici zaini. Malgrado il diffuso entusiasmo iniziale, la proposta fu bocciata: dare indicazioni sul negozio sarebbe stato davvero complicato, non potendocisi riferire ad alcuna via. Poi, a pensarci bene, sarebbe stato difficile recarsi in negozio se di case, nella città senza nome, non ce n’erano. La gente dovette dunque rassegnarsi a quell’abitudine un tantino scomoda, o espatriare.

Un arioso pomeriggio d’estate capitai nella città senza nome. Passeggiavo in compagnia di una cara amica finché, su in cima alla collina, intravidi qualcosa. Cosa fosse questo qualcosa forse si intuisce già, ma noi che in quella città non avevamo mai messo piede, pensavamo a chissà quale arnese. Una corsa fino in cima e la trovammo, e la aprimmo. Sarà stata degli anni quaranta, fatta di cartone rivestito di una tela marrone.
Sopraggiunse un bambino del posto e ci spiegò che nella sua città non c’erano vie né case, soltanto valigie. Ogni valigia, ci informava, contiene oggetti diversi. Ci sono le valigie dei giochi, che sono le più belle, le valigie dei piatti e delle forchette, che servono quando si ha fame, le valigie delle giacche, per ora impolverate, eccetera eccetera. Potete prenderla, ci aveva detto gentile.
La nostra era la valigia del filosofo. Non è che dentro ci fossero davvero i filosofi, poverini. Però, diciamo, c’erano oggetti che ricordavano cose che non si vedono e non si toccano, i concetti. Notammo che non si trattava di concetti qualsiasi, ma di concetti molto antichi e, come dire, senza scadenza. Molti, ci informò il bambino, scambiano la valigia del filosofo per la valigia dell’antiquario.

Certi oggetti, in particolare, ci suscitarono grande curiosità, così li tirammo fuori dalla valigia e li esplorammo. Alcuni parlavano di sé, altri di metafisica, altri ancora di linguaggio. Dato che nella maggior parte degli oggetti c’era almeno un pizzico di logica, ce ne chiedemmo il motivo. Ci spiegò il bambino che per filosofare bene, indipendentemente dall’argomento, servono buone argomentazioni. Serve sapere, insomma, che se le valigie di piatti sono pesanti e io sto sollevando una valigia leggera, allora è sicuro che questa non contiene piatti. Certo, per imparare a ragionare correttamente bisogna stare attenti a non scivolare nella trappola delle fallacie, a evitare alcuni errori impertinenti che si nascondono in certi ragionamenti. Non si può dire che la giustizia impone che nessuno nella città senza nome possa costruire una casa perché non è giusto che nella città senza nome si possano costruire case. Questo ragionamento è circolare, presuppone che sia vero quel che si vuole dimostrare e quindi non è valido farne uso. In definitiva, per filosofare bene è d’aiuto il buon ragionamento, per capirsi al meglio è necessaria una comunicazione chiara e corretta. Questa ci sembrava una buona via per addentrarsi, insieme a quel bambino, in quella terra apparentemente così astratta e perdigiorno della filosofia.

Passammo un po’ di tempo col naso tra gli oggetti, dopodiché ci addormentammo, in assenza di divani, su un largo prato verde. E sognammo di passeggiare tra i banconi di un antiquario.

Valigia del filosofo

Logo valigia del filosofo-01

La parola creatrice di realtà

<p>Abstract speaker silhouette with letters on a white background</p>

La parola crea, perché parlando non ripetiamo; imita, perché parlando non inventiamo […]; traduce, perché trasporta in un luogo nuovo la situazione presente di chi parla e i materiali di cui dispone.1

La parola è un dono.
È la capacità di comunicare e comunicarsi al mondo come nessun altro essere vivente può fare.
La parola permette all’uomo di relazionarsi in modo logico e razionale con i suoi simili, è la capacità di riflettere ed elaborare pensieri che portino allo scandaglio di sé, del senso della realtà e della propria esistenza.
Con le parole noi siamo in grado di costruire la nostra vita, la nostra cultura oltrepassando anche i limiti che la società via via che si cresce impone, raggiungendo luoghi fino a prima sconosciuti.

La parola ha potere, senso, corposità ma, paradossalmente, tutto questo valore viene perso quando ci si inserisce all’interno della società come soggetti attivi, a partire dalla scuola; è proprio a partire dai contesti chiusi e imposti che la parola perde il suo vero potenziale, cioè quello di creare e costruire, perché non porta più con sé l’effetto sorpresa, ognuno sa esattamente che detta in quel determinato contesto la parola significa solo e soltanto quella cosa.

L’uso e l’abitudine deteriorano la magia racchiusa nella parola, svuotandola di senso.

Ecco la crisi del linguaggio!

Il problema non risiede nel bambino che legge poco, risiede nel bambino che ha dei limiti linguistici impostigli e che non può sperimentare la sua fantasia attraverso l’uso delle parole.

Ogni parola, come ogni bambino, è un microcosmo che

porta con sé un universo che, liberato, rivela l’intero mondo contenuto implicitamente in essa2

Dunque la parola non è fine a se stessa, non è sola, è qualcosa che svela e rivela l’universo che racchiude dentro e si rende, per questo, misteriosa perché ‘dice’ un universo; eppure questo mistero permane solo se la parola viene lasciata libera di dire e non dire tutto ciò che racchiude, di essere presente in più contesti e di pronunciarsi in modi differenti.

Se ciò non accade vi è l’ovvio e l’oblìo della bellezza della parola in sé.

La bellezza dei bambini risiede nel fatto di essere liberi e di avere una creatività linguistica che non li fa essere imbrigliati in significati inflessibili, potendo, così andare alla ricerca di altri mondi e differenti modi di descrivere la realtà che li circonda e, spesso, di crearla, perché l’essere umano è la sua parola3  e il bambino ne è l’esempio.

Quando ascoltiamo i bambini raccontare un fatto, pensiamo che stiano inventando il racconto o che abbiano visto troppa televisione e non siano in grado di distinguere la realtà dalla finzione: niente di più sbagliato. Quando un bambino ci descrive un fatto realmente accaduto le parole non sono scelte a caso, come a noi può sembrare, perché vengono pescate da tutti i contesti possibili immaginabili, che loro hanno vissuto, senza porsi limiti, dimostrando una capacità linguistica ben superiore alla nostra.

Se la parola parla, come potrebbe essere falsa?4

E l’adulto, invece, cosa fa?
Li corregge, spiega loro che quella parola non va bene per quel determinato contesto e li sprona ad essere il più coerenti possibili con la realtà; ecco i limiti, le gabbie, l’imbrigliamento della fantasia che portano inevitabilmente all’impoverimento del linguaggio e, in seguito, alla scarsa capacità di pensiero critico, perché subentra la paura di sbagliare che di conseguenza inibisce la creatività e porta insicurezza verso se stessi.
Alla domanda “cos’è un cucchiaio?” solo un bambino può davvero sorprendere rispondendo con estrema naturalezza “È se stesso!”, sapendo esattamente cosa sta dicendo perché ogni parola esiste in quanto in relazione a un pensiero o ad una riflessione.5

Una risposta per i più banale e scontata oppure copiata, ripetuta, sempre per lo stesso problema, ossia l’incapacità di noi adulti di trascendere il contesto in cui stiamo parlando e l’ossessiva ricerca di una perfezione linguistica che porta alla morte reale della parola e del suo senso profondo.
La parola ha e deve mantenere la sua forza creatrice di realtà e di mondi possibili e questo potere le è conferito dalla sua incapacità di essere ripetuta, perché ogni volta è parola nuova, e dalla capacità di imitare dunque di non inventare.6 Dovremmo, quindi, essere in grado di capire che la parola deriva dal silenzio, dal sacrificio di avere saputo ascoltare, ciò che il bambino fa da quando nasce, e per questo è necessario non limitarlo continuando a stimolare il suo linguaggio attraverso il gioco e la filosofia pratica che sono in grado di allenare l’immaginazione e alimentare l’infinità dei mondi possibili.
Proprio attraverso la filosofia e i suoi allenamenti linguistici si può percepire la componente ludica del linguaggio, dove il gioco è da intendersi come una funzione dell’ingegno dell’uomo e non della ragione perché il linguaggio ricopre proprio il ruolo di gioco di ingenium per eccellenza visto che parlare non significa informare ma vivere ed esprimere la vita stessa e di crearla.7

La comprensione di tutto questo porta alla capacità di percepire il linguaggio come atto di libertà, se viene a mancare proprio la consapevolezza di questa funzione liberatoria si sarà sempre incapaci di creare il proprio mondo e quello possibile.8

Valeria Genova

Note
1- Panikkar R., Lo spirito della parola, Bollati Boringhieri Editore, Torino 2007, cit pag 50 2- Ibidem, cit pag 11
3- Parets Serra M., Els pobres i la Trinitat, Abbazia, Montserrat 1991, pag 17
4- Sabara Bhasya, I, I, 5 cit
5- Panikkar R., Lo spirito della parola, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2007, cfr pag 50 6- Ibidem, cfr
7- Ibidem, cfr pag 87
8- Ibidem, cfr pp 88-89

Felicità…#100!

Si legge da un frammento di T. S. Eliot da quattro quartetti:

“I momenti di felicità…

ne abbiamo avuto esperienza, ma ci è sfuggito il significato”.

Che cosa voglia dire essere felici è una questione che vanta secoli di riflessioni filosofiche; vari modelli di eu̯dai̯monía si sono susseguiti per capire quale fosse la vera vita felice. La felicità viene collocata da molti filosofi come il fine ultimo di ogni uomo, ma la querelle su cosa voglia dire essere davvero felici sembra senza fine.

Cos’è che ci rende felici? E cosa ci svela la semantica della parola “felicità”? Essa è un accadere o un attendere? È qualcosa che va perseguito o ci imbattiamo in essa per puro caso? È qualcosa che esiste per sé, o non è altro che il piacere provato dalla cessazione del dolore?

Stando al modello tragico, il capriccio divino sembra essere l’unico responsabile (e garante) della felicità umana e quest’ultima, così come ci mostra Sofocle nella tragedia dell’Edipo re, non è altro che immagine fragile di “un’ombra che subito precipita”. Tale angoscia sull’instabilità cessa quando iniziamo a concepire la felicità non solo come “fortuna”, indipendente dal libero arbitrio, ma come qualcosa che l’uomo deve coltivare da sé. Scopriamo che l’anima, per il filosofo, può divenire dimora della felicità, quale benessere, cura di sé e assenza da turbamenti. Ma felicità è ancora tanto altro: è l’equilibrio del giusto mezzo, o all’opposto, è edonismo espansivo senza limiti. L’infelicità, perciò, non è altro che il prezzo da pagare da parte della stupidità umana, la quale, cieca difronte ai bisogni veri dell’anima, si imbatte in cose inutili o peggio ancora dannose.

Anche filosofiacoibambini s’interroga su questo e cerca di farlo cambiando prospettiva; ci sediamo in cerchio accanto ai bambini e ne parliamo con loro: la domanda che ci interessa non è “che cos’è la felicità?”, ma piuttosto “quali sono le cose che rendono felici?”. Una lunga freccia verticale viene così tracciata su un foglio: più si sale e più la felicità aumenta, più si scende più diminuisce trasformandosi nel suo opposto, la tristezza.

Cose che rendono felici: i piccoli, ad alzata di mano, elencano una svariata quantità di cose che li rendono tali. I bambini non si chiedono se quelle “cose” fanno felici tutte le persone in generale o solo loro individualmente, ma questo poco importa, rendono felici e basta.

La sensazione che si percepisce immediatamente è la semplicità con cui i bambini vivono il presente. Senza pensarci troppo, per loro felicità è qualcosa che, anche avendola provata una sola volta, li ha fatti stare bene. Le parole dette sono varie, ma tutte riflettono il loro punto di vista in una determinata situazione.

Se fuori è iniziata la primavera, felicità sono “i fiori rosa che si vedono sugli alberi”, felicità è “la sorpresa che trovo dentro l’uovo di Pasqua”, oppure “le vacanze di Pasqua” che la primavera porta con sé.

Felicità, per i bambini, è un giusto equilibrio fra il dare e prendere qualcosa di bello: “ricevere un regalo”, “dare un bacio a un amico”, “regalare dei mazzi di fiori o una collana a qualcuno”, oppure “prestare un giocattolo a un bambino”. Felicità sono i luoghi con le persone che li fanno stare bene: “la mia casa”, “la scuola con i miei amici”, “quando vado a casa della nonna” o il “parco giochi quando festeggio il compleanno”. Felicità è il bello estetico che la natura gli offre, “un’ape su un fiore”, “i colori di una farfalla”; oppure, sono le singole cose che arrivano alle loro menti in maniera intuitiva ed immediata: “le campane che suonano”, “un gelato”, “un biliardino”, “una torta con le candeline”, o “un fiume che vedi scorrere”. Felicità sono le emozioni e le relazioni che instaurano con persone ed animali. Ricorre spesso l’immagine dei cuori che simbolicamente rimanda a diversi riferimenti: “amore per la mamma e il papà”, “un cucciolo da tenere in braccio”, due amici che insieme fanno “tutto, tutto, ma proprio tutto!”. Ci sono poi cose che, dette con entusiasmo massimo, sono così rare e stravaganti da conquistarsi le posizioni più alte nella scala della felicità. “Vedere cosa c’è sulla luna”, “andare nello spazio”, “trovare una perla vera dentro la conchiglia in fondo al mare” sarebbero per i bambini felicità… cento!

Come piccoli filosofi -con sofisticati ragionamenti e dettagliate parole- i bambini sono in grado di capire la diversa importanza delle cose che rendono felici. Per esempio, “l’anello al dito di due persone che si sposano” rende più felice di “avere tanti regali per il compleanno”. “Non avere nessuno con cui giocare” è di certo molto più triste del “dover mangiare il minestrone con le verdure” o ancora, che “la noia” è più triste di un “gioco rotto”, ma molto meno triste del “dover andare all’ospedale”.

Le cose tristi, si sa, rendono tristi; ma perché fissarsi su di esse quando una cosa felice può risolvere tranquillamente una che non lo è?

Sono stupita nel vedere la creatività e la dinamicità di pensiero con cui, trovando molte alternative e soluzioni, riescono a reinterpretare cose spiacevoli in chiave piacevole. Ecco che un cucciolo può aiutare a risolvere la tristezza dell’ospedale: “se tu lo tieni in braccio, questo ti fa passare la voglia di essere disperata!”. E come può la primavera risolvere la tristezza del gioco rotto? È facile: “in primavera c’è Pasqua e quindi le uova potranno avere dentro un gioco uguale a quello rotto!”. E un disegno, come può risolvermi il fastidio dato dal quel qualcuno che ti spegne la tv sul più bello? “Beh, faccio una televisione di carta, mi metto dentro e gli altri mi devono guardare!”.

Così pensando e ragionando, ogni apparente problema ha svariate possibilità di soluzione. Finito il laboratorio esco e penso.

Penso che molte persone, soprattutto noi adulti, ritengano che la felicità sia qualcosa di estremamente complesso, che occorra guadagnarsela con molta fatica, che sia un investimento di tempo o la ricompensa a una giusta causa. Molti, ragionando così, seguono la massima del “Se sei felice, non gridare troppo: la tristezza ha il sonno leggero”.

Le cose però non stanno proprio così. Dopo aver parlato e ascoltato le idee e i pensieri dei bambini in classe, mi sento più leggera. Dopotutto capisco che mi piace (molto) di più pensare alla felicità come tanti piccoli cambiamenti che ognuno di noi, con serenità, dovrebbe mettere in atto per vivere bene gli eventi che puntualmente accadono. Per questo le parole di Seneca mi sembrano più che mai vere e pertinenti: “La felicità è un bene vicinissimo, alla portata di tutti: basta fermarsi e raccoglierla.”

Giorgia Aldrighetti -filosofiacoibambini-

www.filosofiacoibambini.net/it/