Possibilità empirica e possibilità logica

– Che cosa… è… questa? – Domandò l’unicorno alla fine.
– È una bambina! – Rispose Caifa […].
– Ho sempre pensato che fossero mostri delle favole! – Disse l’unicorno […].
– Sapete – irruppe Alice – anche io ho sempre pensato che gli unicorni fossero mostri delle favole! Non ne avevo mai visto uno vivo, prima d’ora!
– Bene, ora che ci siamo visti a vicenda – disse l’unicorno – se tu crederai che io esisto, io crederò che tu esisti. D’accordo?1

Così Alice accetta di credere nella possibilità dell’esistenza di una creatura con la quale, prima di cadere al di là dello specchio, non avrebbe mai immaginato di poter interagire.

Questo Gennaio il progetto didattico La valigia del Filosofo è approdato per la prima volta in una Scuola Primaria di Secondo Grado, con il laboratorio di filosofia e narrazione Le meraviglie che Alice trovò. E proprio al tema della possibilità, introdotto dal racconto dell’accordo tra Alice e l’unicorno e della loro reciproca perplessità iniziale, è stato dedicato ampio spazio nell’ultimo incontro. Pur immersi nell’atmosfera surreale del paesaggio-scacchiera in cui prendono vita le avventure di Alice, i ragazzi della 1A rimangono con i piedi per terra. La loro risposta negativa alla domanda, apparentemente scontata “è possibile ascoltare la voce di un unicorno?” fornisce lo spunto per renderne esplicito il presupposto teorico e per iniziare a comprendere alcuni meccanismi del pensiero che restano inalterati nel passaggio dal mondo reale a mondi raggiungibili soltanto con la fantasia.

Rimanere con i piedi per terra significa considerare il concetto di possibilità come possibilità empirica. In questo caso, per tracciare la linea di confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è, dobbiamo tenere presente che le cose, nel mondo in cui viviamo, stanno in un certo modo. Per quanto ne sappiamo, nel nostro universo gli unicorni non esistono e sarebbe un errore ovvio affermare la possibilità di ascoltarne la voce. I ragazzi si sono mostrati più propensi a trovare esempi di possibilità e necessità empirica sull’esistenza, ma il dibattito ha compreso anche alcuni casi riguardanti fatti ed eventi: “è necessario respirare”, “è impossibile che un corpo entri in acqua senza bagnarsi”, oppure “è impossibile che un uomo cada dal sesto piano e non si faccia niente” sono state alcune delle loro frasi. “E se cade su tappeti morbidissimi?” è la pronta osservazione. Se ci limitiamo a considerare la nostra esperienza e le leggi di natura, il discorso si sposta inevitabilmente sulle condizioni fisiche di partenza della possibilità di un fatto o di un evento. La discussione diventa molto concreta e si trasforma in una lunga catena di “sì, ma se…?”, in cui ciò che conta è riuscire a esprimere le condizioni iniziali di possibilità in modo preciso.

A fare in modo che la riflessione torni ad essere un po’ più da filosofi che da fisici è il riferimento alla storia di Alice. Seguire il suo cammino ci ha fatto volare oltre i confini di ciò che riteniamo possibile nel nostro universo. Abbiamo creduto a fiori parlanti e assistito agli effetti di un fungo in grado di rimpicciolire o ingrandire chi lo assaggia. C’era un gatto su un albero che a poco a poco è svanito! Se, a partire dalle avventure di Alice, ma anche dei protagonisti di tantissime storie per bambini, osserviamo in che modo la fantasia ci permetta di ampliare i confini della possibilità empirica, emerge una questione importante: quanto l’immaginazione si può svincolare dalla nostra esperienza concreta? Perché, per esempio, gli animali fantastici della mitologia, come la chimera, sono la composizione bizzarra di parti di animali realmente esistenti?

Nel giocare a costruire mondi fantastici possiamo inventare regole che li caratterizzino in modo necessario, costitutivo, e che limitino il campo della possibilità, come la nostra esperienza limita il campo di ciò che, nel nostro mondo, accettiamo come possibile o come necessario. “È necessario che, per avanzare di una casella, Alice attraversi un ruscello, prima di diventare Regina” è una frase che rimane vera in ogni situazione in cui Alice si trova al di là dello specchio. E chissà quante altre regole ha scelto Lewis Carroll per dare coerenza al suo racconto.

Se poi decidiamo di escludere qualsiasi tipo di legge nel dare vita a uno scenario fantastico, ai massimi livelli di astrazione restano le leggi che definiscono la possibilità logica. Se a è una proposizione dichiarativa qualsiasi, il significato della proposizione “è possibile a” equivale a quello di “non è necessario non a”; viceversa, affermare “è necessario che a”, equivale ad asserire “non è possibile non a”. Il concetto di possibilità logica, così definito, è più ampio di quello di possibilità empirica. E la sua natura astratta fa sì che rimanga valido anche quando, con la fantasia, ci allontaniamo tanto dai meccanismi del nostro universo. Così i ragazzi vengono introdotti, nella prima parte dell’incontro di laboratorio, alle tematiche della possibilità empirica e della possibilità logica.

 

La valigia del filosofo

NOTE
1. L. Carroll, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, in D’Amico, M. (a cura di), Il mondo di Alice, BUR, Milano, 2006, pp. 177-178 (trad. lievemente modificata).

 

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Dalla percezione al ragionamento

Chi vorrà aprire La valigia del filosofo1 da oggi troverà, insieme alle grandi carte da gioco, alla macchina della verità, alle sagome di lettere per comporre parole, insieme a ciò che c’era già, alcuni oggetti meno bizzarri, di cui non sarà così facile individuare subito un uso determinato e preciso: tanti fogli colorati di cartoncino non ancora disegnati, non ancora tagliati, e altri materiali neutri. Accuratamente divisi per tipo, in scatole tutte uguali: pezzetti di legno, cubetti di gommapiuma di varia morbidezza, semi di girasole, carta vetrata, fili di lana, sottili fogli di alluminio. Come mai proprio questi oggetti sono appena entrati in valigia, forse a prima vista così poco utili al lavoro di un vero filosofo?

A partire dall’anno scolastico che è appena iniziato La valigia del filosofo si è aperta alla progettazione e alla conduzione di laboratori rivolti ai più piccoli, di età compresa tra i tre e i cinque anni. A partire da qui, dunque, l’esigenza di trovare linguaggi adeguati all’età e di costruire il nuovo percorso didattico con attività volte ad ampliare la conoscenza del bambino di ciò che lo circonda, attraverso l’esperienza concreta e la sperimentazione diretta. Nella pedagogia di Bruno Munari abbiamo trovato i punti fermi teorici più convincenti e naturali, e da lì ci siamo mosse per pensare i giochi creativi che compongono il percorso di scoperta del segno e della forma. Emerge in modo evidente, in particolare dallo studio dei laboratori tattili di Bruno Munari dei primi anni ’80, la necessità di strutturare la comunicazione con il bambino non solo attraverso i consueti canali verbale e visivo. Se teniamo presente che “la conoscenza del mondo, per un bambino, è di tipo plurisensoriale”2, possiamo privilegiare modalità di apprendimento basate sull’uso della comunicazione tattile, olfattiva e uditiva in senso ampio. Giochi di “allenamento” della percezione, durante i quali i bambini siano liberi di sperimentare una grande quantità di contrasti, come pure di minime differenze tattili od olfattive, arricchiscono la loro esperienza. Nel momento in cui, poi, i bambini riflettono ed esprimono un pensiero in merito, stabiliscono relazioni tra le percezioni, le nominano e le raggruppano per somiglianza, il gioco diventa capace di stimolare la loro capacità critica. Ed è già propedeutico a un pensiero filosofico che in età più avanzata può attingere con agilità direttamente ai concetti. Se un bambino, di fronte a una serie di pezzetti di carta vetrata messi in ordine dal più liscio al più ruvido, cerca di immaginare un grado di ruvidezza intermedio tra quelli di due pezzetti realmente esistenti, sta già attivando un’operazione di astrazione. Sperimentando in modo diretto una scala di gradazioni, con le sue sfumature concrete, presto farà suo il concetto di gradualità e quello di successione.

C’è poi un secondo snodo teorico che riteniamo particolarmente interessante e funzionale al discorso di introduzione al ragionamento logico: la funzione delle regole nell’esercizio della creatività. Nella didattica di Bruno Munari la riflessione sul ruolo delle regole da inserire nell’esperienza laboratoriale si concentra spesso sulle modalità di intervento dell’adulto durante l’elaborazione di composizioni grafiche o materiche, che devono essere pensate per abituare il bambino a sentirsi il più possibile autonomo. L’adulto può indicare regole d’uso dei materiali, che ne evidenzino le caratteristiche tecniche e che diano la possibilità al bambino di dare forma in modo efficace a ciò che ha in mente. L’operatore o l’insegnante può “aiutare a fare, ma mai dare idee già fatte”3. L’introduzione di determinate regole nel gioco creativo rivela la sua importanza fondamentale quando si risolve in un metodo di lavoro e quando il bambino, rispettandole, scopre di agire e pensare liberamente a partire da alcuni punti fermi. La stabilità delle regole, oltre a dare sicurezza, abitua a familiarizzare con la presenza, in ogni composizione creativa, di una sua struttura interna. Lo sviluppo della capacità di individuare regole che strutturano la comunicazione verbale, visiva o tattile, introduce le basi per il ragionamento logico, al quale viene dedicato uno spazio specifico nei percorsi didattici della valigia rivolti ai bambini più grandi.

In uno degli incontri finali del laboratorio dedicato alla scoperta del segno e della forma, proponiamo ai bambini di comporre partiture, in un esercizio di avvicinamento alla scrittura. Al posto delle lettere e delle parole, per ora, ci sono i colori. Una striscia di biadesivo è il rigo sul quale “scrivere”, incollando frammenti di cartoncino blu, rosso e giallo. Le regole del gioco, poche e ben definite, consistono nel coprire tutta la striscia adesiva, senza lasciare spazi vuoti, e nel seguire il verso da sinistra a destra: lasciano grande libertà di espressione e corrispondono ad alcuni elementi costitutivi della scrittura, che vengono così assimilati giocando.

 

La valigia del filosofo

NOTE:
1. La valigia del filosofo è un progetto di logica e filosofia per bambini e ragazzi nato nel 2015, a cura di Elisa Dalla Battista e Francesca Lurci.
2. B. Munari, I laboratori tattili, collana Giocare con l’arte, Zanichelli, 1985.
3. B. Munari, I laboratori tattili, collana Giocare con l’arte, Zanichelli, 1985.

 

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Tra parole e immagini

Grandi carte da gioco colorate ordinate sul pavimento della palestra e le espressioni concentrate dei bambini, attenti a non scivolare col pennarello mentre scrivono, o forse disegnano, i loro pensieri su fogli trasparenti. È questo uno dei momenti che compongono il percorso didattico Le meraviglie che Alice trovò, pensato per avvicinare i bambini alla lettura dei celebri romanzi carrolliani Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò e per introdurre, giocando, la riflessione su alcuni dei principali temi filosofici e logici in essi contenuti. Le carte da gioco nel Paese delle Meraviglie si muovono e interagiscono con Alice, animando il suo mondo. La Regina di Cuori ha un carattere davvero difficile, è così irascibile! Il Cinque e il Sette, invece, litigano sempre in un modo così buffo!

Le carte che escono dalla nostra valigia, per fortuna, riescono a stare decisamente più ferme. Prendono vita da ciò che dicono i bambini e ci aiutano a ricostruire la storia. Nel nostro mondo non possono essere diverse di carattere, ma hanno differenti funzioni: ci sono carte soltanto da leggere e carte da osservare, con le illustrazioni originali di John Tenniel. Ci sono, poi, carte che contengono il disegno di un oggetto e qualche parola, in alcuni casi una frase: sono le carte di picche, quelle che servono per costruire un ponte tra il nostro mondo e quello di Alice. Gli oggetti disegnati appartengono al vissuto di ciascun bambino. Un orologio, una tazza di tè, una rosa. Il modo in cui sono disegnati permette un confronto con le tavole di Tenniel, volto a mitigare gli aspetti di difficoltà nella lettura di immagini che possono sembrare ormai distanti dalla loro sensibilità.

È il Coniglio Bianco che, estraendo frettolosamente l’orologio dal taschino, dice tra sé «sono in ritardo!»: le parole o le frasi che accompagnano gli oggetti forniscono gli spunti per individuarne il legame rispetto a una situazione o a un personaggio incontrato da Alice. E, nel contempo, introducono un tema filosofico, come quello del tempo, sul quale i bambini sono invitati a sviluppare una riflessione personale, da condividere con gli altri. Cosa vuol dire essere in ritardo? Ci sono cose che per abitudine facciamo in fretta, ma che dovremmo fare con più calma? Di fronte al sei di picche, poi, possiamo chiederci se i discorsi strampalati del Cappellaio Matto, che confondono così tanto le idee ad Alice, siano davvero soltanto parole senza senso. Proviamo a riflettere, per esempio, sul significato di alcune inversioni: siamo proprio sicuri che il significato dell’affermazione «mi piace quello che ho» sia equivalente a quello di «ho quello che mi piace»?

I temi filosofici che emergono seguendo Alice nelle sue avventure sono molti e di varia natura. Alcuni, prettamente logici, introducono giochi linguistici, altri conducono all’approfondimento di questioni che riguardano il vissuto dei bambini, le loro emozioni e le loro esperienze quotidiane. Così, dopo una fase di scambio e di dialogo sui vari temi, ciascun bambino crea un calligramma, a partire dai disegni e dalle parole delle carte di picche. Attraverso il segno grafico viene consolidato il nesso tra oggetti e personaggi che popolano l’universo fantastico di Alice e il mondo reale della vita di ogni giorno, in modo libero e più o meno profondo. Le modalità di creazione di un calligramma sono descritte ai bambini in modo semplice, inizialmente senza riferimenti esterni alla storia di Alice: lo stesso Lewis Carroll dispone le parole che il Topo rivolge ad Alice a formare una coda lunga, tortuosa e via via sempre più sottile. Ed è questo il primo calligramma che presentiamo ai bambini: una poesia le cui parole sono stampate sulla pagina del libro in modo da creare graficamente l’immagine di un oggetto, la coda, che ha a che fare con il contenuto semantico della poesia stessa. Il nesso tra universo fantastico e realtà, ma anche la sensibilità filosofica dei bambini, emergono nei loro calligrammi in modo più o meno evidente e personale, perché viene lasciata loro la possibilità di scegliere tra due diverse modalità di elaborazione. Attraverso la prima, più tradizionale, “è la parola a disegnare se stessa”, denotando l’oggetto cui si riferisce a livello semantico e, nello stesso tempo, connotandolo visivamente1. In questo esercizio, solo apparentemente banale, il bambino potrà usare una quantità più o meno grande di parole: nel caso della rosa, per esempio, le potrà dare forma soltanto con la parola «rosa», o potrà introdurre anche le parole «petalo», «gambo», «spina». Con la seconda modalità, quella che auspichiamo sia scelta, le parole si legano ad esprimere un pensiero filosofico2. Speriamo che l’oggetto cui danno forma, che appartiene sia al mondo di Alice sia al vissuto dei bambini, da ora in poi porti con sé nuovi significati.

La valigia del Filosofo

 

NOTE:
1. L’artista svedese Thomas Broomé usa le parole come texture per disegnare gli oggetti da esse denotati, ottenendo effetti visivi davvero sorprendenti.
2. In questo caso il riferimento è al poeta francese Guillaume Apollinaire, uno dei più conosciuti autori di calligrammi, ma anche a Lewis Carroll e alla sua coda del Topo.

 

 

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Tra lonfi e bacche rosse

Era arrivata l’ora di tornare a casa. Salutammo tutti e, valigia alla mano, lasciammo la locanda. La bambina ancora una volta si offrì come nostra guida e prendemmo a est, verso il faggeto.

Dentro il bosco tirava un filo di vento e sul terriccio tremolavano macchie di luce. Passammo buona parte del cammino a osservarle mentre cambiavano forma e dimensione. A mano a mano che procedevamo, si facevano più rade perché il bosco diventava più fitto. D’intorno, gli alberi divenivano più alti e sottili.

Nel cuore del faggeto c’erano alcuni cespugli con bacche rosse o blu, e qualche animaletto che correva qua e là. Ad un certo punto sentii un verso grave e furibondo e domandai cosa fosse. La mia amica disse che sembrava un barrito, ma la bambina la corresse: è un barigatto1!

Che animale è il barigatto? Chiesi.

Non è un animale, è un verso! Mi rispose. Il verso del lonfo. D’estate i lonfi vengono qui, nel faggeto, per rifugiarsi dal caldo. È normare quindi sentirne i barigatti.

Ah i lonfi certo, capisco, rispose la mia amica. E che cosa sono?

Guarda laggù, quello è un lonfo! E se guardate bene, ci disse, davanti al lonfo c’è un cespuglio pieno di bacche rosse.

Le mangia? La interruppi.

No, ma d’estate il bosco si riempie di queste bacche rosse, e ogni volta che si riempie di bacche rosse arrivano anche i lonfi.

Quindi il profumo o il colore delle bacche attira i lonfi? Chiese la mia amica.

No, diciamo che è più una coincidenza che un rapporto causale. Cioè, non è che la comparsa di quei frutti sui cespugli comporti l’arrivo di lonfi. Piuttosto, si può dire che i due eventi abbiano una causa simile per la quale si ritrovano a essere nello stesso luogo nello stesso periodo dell’anno. Le bacche rosse maturano in estate e proprio in quel periodo dell’anno i lonfi arrivano al faggeto, per ripararsi dal caldo torrido.

Ci avvicinammo al lonfo con cautela: la bambina ci aveva detto di evitare cionfi o lugri, altrimenti il lonfo ci avrebbe sicuramente sbidugliate e arrapignate, o, che era molto peggio, botaliate e criventate. Comunque aveva proprio un’aria buffa, questo lonfo.

Dopo un po’ salutammo il curioso animale e continuammo per la nostra strada. Quando uscimmo dal faggeto ci ritrovammo dove la nostra avventura era iniziata, nel largo prato della città senza nome2. Era passata già una giornata.

Che bella giornata! Disse la mia amica.

Posammo la valigia sul prato, quella valigia che ci eravamo portate alla locanda, la valigia del filosofo.

Chissà, continuò lei, cosa sarebbe successo se avessimo preso con noi un’altra valigia, ad esempio la valigia degli oggetti all’incontrario.

Sarebbe stata ben più strana! Te lo immagini un mondo all’incontrario? Disse la bambina. La gente che cammina nel cielo, le nuvole nel mare a nuotare… Nel mondo all’incontrario, poi, io non sarei più una bambina, anzi forse è meglio dire che non sarei ancora una bambina, dato che tutti nascerebbero anziani e morirebbero neonati.

E altro che valigia del filosofo! Irruppe una voce che subito continuò: lì ci sarebbe stata una aigilav led ofosolif!

Scoppiammo a ridere alle parole di quel bambino che avevamo incontrato il pomeriggio del giorno prima, proprio lì, nella città senza nome.

La valigia del filosofo

 

NOTE:

1 Cfr. Il Lonfo in Fosco Maraini, Gnosi delle fanfole (1978)

Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa legica busia, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui, zuto
t’ alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

2 Cfr. Dove trovammo la valigia del filosofo.

Crostate rubate

Era tarda sera e ci fermammo a dormire alla locanda. Saremmo rientrate a casa l’indomani.

Non c’erano tende né persiane e la luce ci svegliò molto presto. Quando arrivò l’ora della colazione, ci presentammo nella sala. La bambina, che era solita frequentare la locanda, si accorse subito che al menù della colazione mancava la cosa più importante: le crostate!

Quasi l’avesse letta nel pensiero, la locandiera entrò nella sala insieme alla cuoca e gridò. Chi ha rubato le crostate?.

Forse non c’era bisogno di gridare, pensai, dato che non c’era per nulla confusione ed eravamo, in sala, soltanto quattro: al nostro tavolo io, la bambina e la mia amica, e nel tavolo in fondo quel bambino che avevamo incontrato il giorno prima nella città senza nome1. Ad ogni modo, ci voltammo verso la locandiera con aria curiosa. Il bambino fu il primo ad avanzare un’ipotesi, e lo fece con un tono che rispondeva alla gentilezza della cuoca.

Forse ti sei dimenticata di essere una cuoca, stamattina, e ti sei scordata di prepararle, le crostate.

Ma la cuoca non soffriva di amnesie, quindi l’ipotesi era da escludere. E aveva usato una marmellata di ribes rossi che sarebbe scaduta il tredici novembre del duemiladiciotto, gracchiò.

Risolverò questo caso! Continuò il bambino. Forse allora le ha mangiate la cuoca, le crostate. Sì, magari stamattina non voleva soltanto cucinare cose buone e mangiare, come fanno i cuochi, gli avanzi dei pasti. Probabilmente stamattina aveva molta fame e si era pappata tutto!

Non è possibile, gli ricordò la bambina, ineccepibile. La cuoca è celiaca e quelle crostate contengono glutine.

Mmm… Forse oggi è il Giudigiugno?

Cos’è il Giudigiugno? Intervenne la mia amica.

È un giorno di giugno in cui le persone lanciano le torte giù dalle finestre e dai balconi per centrare i passanti, spiegò la bambina.

No comunque, oggi non è il Giudigiugno, rispose la bambina. E poi, puntualizzò, le torte che si lanciano il Giudigiugno devono contenere la panna montata. Non mi risulta che le crostate abbiano la panna!

Forse, allora, qualcuno ci ha fatto uno scherzo e ha nascosto le crostate ai ribes rossi nella cassaforte dietro al quadro dell’anatra2!

Veramente quell’anatra è un coniglio, comunque no, è impossibile: qui non ci sono passaggi segreti, disse la bambina dopo aver scostato il quadro.

Allora qualcuno per dispetto deve averle dipinte di… di… verde, e averle messe su quella lunga tovaglia verde con la quale adesso si mimetizzano!

Scrutammo la tavola e spostammo la tovaglia: era leggera e non vi era nulla su di essa.

Ho capito! Si fece serio. Ci dev’essere stato un equivoco. La donna delle pulizie ha scambiato il cestino delle crostate con quello del bucato e le crostate sono finite in lavatrice. Mamma mia, speriamo di no!

Tranquillo, neanche questo è possibile perché la lavatrice è vuota. Hai comunque tantissima fantasia, dissi io.

A volte riesco a credere a sei cose impossibili, prima di fare colazione3.

Invece, irruppe la mia amica, è possibile che manchi qualcuno, tra noi?

C’era effettivamente un ospite ancora, tra coloro che non si erano già svegliati. Era uscito senza fare colazione, o così ci aveva detto. La locandiera insinuò che doveva essere stato lui, anche perché ogni volta che alla locanda si sforna una torta, lui non si tira mai indietro. Come aveva fatto a non pensarci prima e com’era lampante questa prova, esclamò rimproverandosi.

Sembravano non esserci dubbi, ma la bambina osservò: non siamo un po’ troppo frettolosi? Non è detto che, se finora è sempre accaduto così, anche stavolta non faccia eccezione. Non c’era scritto da nessuna parte, dopotutto.

L’osservazione della bambina non faceva una piega e fu molto apprezzata. Ma ancora di più fu apprezzata la cuoca, che era già tornata in cucina a imbastire una nuova pasta frolla.

La valigia del filosofo

 

NOTE:

1 Cfr. Dove trovammo la valigia del filosofo.

2 Cfr. Zuppe larghe un metro.

3 Cfr. L. Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, cap. V.

 

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Zuppe larghe un metro

Arrivammo finalmente alla locanda: il gioco1 l’aveva vinto la bambina, seconda la mia amica e io ultima. La locanda aveva un’insegna triangolare e si chiamava “I tre piatti”. Dentro c’erano tre sale, oltre alla cucina, s’intende. Ci accomodammo nella prima, nel tavolo a sinistra, che era di forma triangolare.

Arrivò il cameriere e, senza nemmeno salutare, ci disse che il coperto sarebbe venuto a costare più dei piatti e che questi, come già avevamo intuito, erano tre. La bambina rispose che non c’era problema e anzi, avremmo potuto farne anche a meno, dato che l’avevamo portato con noi, il coperto2. Tirammo fuori la tovaglia da picnic ricamata a mano, tre calici di cristallo, un mucchio di forchette di plastica, qualche piatto e anche la bottiglia di aranciata. Ordinammo una zuppa, una pizza e un piatto del giorno.

Mentre aspettavamo la cena, la mia amica fece un commento sul quadro appeso alla parete. Che bell’anatra, disse.

Io guardai il coniglio nel dipinto e corressi la mia amica: che bel coniglio, volevi forse dire!

Ma scusa, dove lo vedi il coniglio? Rispose lei. Capisco tu abbia fame, ma quello un coniglio proprio non è!

Mi aveva fatto quel commento perché il piatto del giorno, che avevo ordinato io, prevedeva le tagliatelle al ragù di coniglio.

La bambina si mise a ridere e noi la guardammo perplesse.

È una figura ambigua, un’immagine cioè che può essere interpretata in due modi alternativi: come un’anatra, disse rivolgendosi a lei, o come un coniglio, disse guardando me.

Arrivarono finalmente i tre piatti. La bambina, fissando la zuppa della mia amica, tirò fuori la lingua e storse il naso.

Che c’è? Le chiese la mia amica.

Perché prendi la zuppa se non è buona? Chiese la bambina.

Certo che è buona.

Non può esserlo, è una zuppa!

Ma certo che può esserlo: è una di quelle cose che funzionano col metro!

Col metro? Intervenni io.

La mia amica fece cenno di sì con la testa e continuò, sicura di sé: per esprimere un giudizio su certi tipi di situazioni, usiamo il metro.

Continuavo a non capire, dunque la mia amica fu costretta a spiegarsi meglio:

Pensa al metro che srotoli ogni volta che devi aggiustare dei calzini. Devi metterci sopra una toppa e per capire quanto lunga serve prendi le misure col tuo metro, no? Ecco, è come se ogni uomo avesse un metro, per misurare alcune cose, un proprio metro personale che è diverso dai metri degli altri. In questo modo il risultato delle mie misure può essere diverso da quello che ottenete voi con le vostre misure.

Se ci pensi, disse allora rivolgendosi alla bambina, è come se io misurassi la bontà della zuppa con un metro diverso da quello che usi tu. Il mio metro dice che è un piatto che mi piace mangiare, mentre il tuo metro dice il contrario.

Ma ci sono delle situazioni per le quali non usiamo metri? Chiese la bambina.

Beh, se prendessi la frase «I lati di un quadrato sono uguali tra loro», è chiaro che nessuno la metterebbe in dubbio: tutti, ma proprio tutti, penserebbero sia una proposizione incontestabilmente vera.

Ho capito! Esclamò la bambina. Come la pizza, che piace proprio a tutti!

La valigia del filosofo

NOTE:

1 Cfr. Scelte obbligate, strade possibili.

2 Ivi.

Selezionati per voi junior: Natale 2016!

Dicembre ha bussato alle nostre porte, il freddo la fa ormai da padrone, e Natale pian piano si avvicina. Per molti bambini questo periodo di giornate corte e gelide, di nasi rossi e mani congelate malgrado sciarpe e guanti di lana, di alberi addobbati e profumo di dolci e biscotti, è il periodo più bello dell’anno. In effetti, possiamo dargli torto? Forse per gli adulti con il passare degli anni la magia del periodo natalizio si fa sempre più debole; ma poterlo rivivere negli occhi dei figli o dei nipotini ha una magia ancor più speciale!

Siccome ogni Natale ‘ben riuscito’ deve assolutamente offrire un pacchetto scintillante da trovare sotto l’albero e da scartare alla velocità della luce, noi de La Chiave di Sophia facciamo i ‘guastafeste’, e anziché giocattoli, proponiamo a voi genitori a voi zii o a voi nonni Babbi Natale di acquistare qualche libro! Non preoccupatevi, tra i nostri selezionati di oggi, nessun libro grosso o impolverato e nessun libro di filosofia. Vi proponiamo alcuni must-have della letteratura per l’infanzia, che potrete trovare anche in versione album illustrato. Abbiamo infatti scelto per voi una piccola selezione di libri famosissimi e amatissimi, che potrebbero dunque piacere con molte probabilità anche ai vostri bambini ed ai vostri ragazzi, soprattutto se glieli proponete con una bella lettura animata fatta apposta per loro!

Anche se pensate di non essere portati o se vi imbarazzate facilmente, provate a lasciarvi andare ad una lettura ad alta voce, ed improvvisate un momento di divertimento e convivialità che coinvolga tutta la vostra famiglia. Non ve ne pentirete!

 

bastoncino_cover_la-chiave-di-sophiaJulia Donaldson, Axel Scheffler − Bastoncino
Emme Edizioni, 12€, età di lettura 2-5 anni

Il primo libro che vi proponiamo è rigorosamente in tema natalizio. Protagonista è il Signor Bastoncino, un pezzettino di legno che lontano dalla sua famiglia ne dovrà affrontare davvero delle belle. Riuscirà a fare ritorno dai suoi cari? Questa storia in rima è particolarmente adatta per i bambini della fascia d’età della scuola dell’infanzia; le rime infatti sono un elemento particolarmente utile alla memorizzazione della storia e di conseguenza ne facilitano anche la comprensione.

a-caccia-dellorso_cover_la-chiave-di-sophiaMichael Rosen – Helen Oxenbury − A caccia dell’orso
Mondadori, 12€, età 2-5 anni

Un album illustrato famosissimo e amatissimo dai più piccoli. Chi non ha mai desiderato di andare con mamma, papà, fratelli e sorelle, a caccia dell’orso? Gli ostacoli da attraversare saranno tanti: prati, paludi, fiumi… I nostri protagonisti riusciranno a trovare la caverna dell’orso? Questo libro si presta benissimo ad una coinvolgente lettura animata! Se volete trarre qualche spunto per prepararvi alla vostra performance, date un’occhiata ai numerosi video YouTube: noi vi proponiamo questo (in lingua originale).

il-mostro-peloso_cover_la-chiave-di-sophiaHenriette Bichonnier – Pef − Il mostro peloso
Emme Edizioni, 14€, età 4-8 anni

Una storia che è un vero cult della letteratura per l’infanzia, visto il successo che ha ottenuto nel corso degli anni. Questo racconto esilarante non mancherà di divertire appieno anche i vostri bambini. Il mostro peloso, come tutti i mostri, è davvero orripilante: i peli che cospargono il suo corpo tutto intero, poi, non fanno altro che aggravare la sua situazione. Ebbene, il povero malcapitato è così brutto che non riesce affatto a spaventare la piccola Lucilla. Che fine farà allora il mostriciattolo? Se i vostri bambini dovettero affezionarsi a questa storia, leggete loro anche il seguito: “Il ritorno del mostro peloso”.

il-vaso-vuoto_cover_la-chiave-di-sophiaDemi − Il vaso vuoto
Rizzoli, 16€, età di lettura 6-10 anni

Una storia che giunge da mooolto lontano, che vi farà immergere nella Cina imperiale. L’imperatore in carica decide di scegliere il proprio successore mettendo alla prova i bambini del regno con un’abile (e ingannevole) astuzia. Quali saranno le doti che egli considera come le più importanti per diventare sovrani di un impero? Non vorrei svelarvi di più per lasciarvi tutta la sorpresa, ma devo proprio lasciarmi sfuggire un piccolo indizio.. Questo libro è perfetto se cercate un modo per insegnare ai vostri piccoli l’importanza dell’onestà!

lautobus-del-brivido_cover_la-chiave-di-sophiaPaul Van Loon − L’autobus del brivido
Salani, età di lettura 9-12 anni

Per i più grandicelli consigliamo un libro in tema horror, che riuscirà ad avvicinare alla lettura anche quei ragazzi che con i libri non vanno molto d’accordo. I racconti di paura, infatti, possiedono un fascino a cui è davvero difficile resistere. Cari genitori, non vi sarete mica preoccupando? Vi rassicuro: queste storie tenebrose non deluderanno i vostri ragazzi, tutt’altro! Sono sicura che non vedono l’ora di dimostrare il proprio coraggio.

 

Allora, cosa aspettate? Tuffatevi nel vasto e colorato mondo della letteratura per bambini e ragazzi. Chissà, magari ne rimarrete stupiti e affascinati, come è stato per me. Buone letture!

Federica Bonisiol

[Tutte le immagini sono tratte da Google Immagini]