Master of None: il viaggio come scoperta di sé

Creata da Aziz Ansari e Alan Yang, Master of None è una serie televisiva firmata Netflix che racconta la storia di Dev, ragazzo indiano sulla trentina che fa l’attore, e della sua vita a New York. La serie non è il solito spaccato sulla società contemporanea, piuttosto mostra a tutti gli effetti uno dei mali atavici della nostra generazione: capaci di tutto, maestri di niente.
Dev è un Master of None, ma cerca di uscire dalla terra di mezzo in cui la sua condizione lo costringe. Alla fine della prima stagione decide di partire per dimenticare la sua ultima relazione fallimentare: prende il primo volo e va in Italia per apprendere i segreti della pasta.

«Quando Zarathustra ebbe trent’anni, lasciò il suo paese e il lago del suo paese e andò sui monti»1.

Spinto dalla forte esigenza di ricongiungersi con la propria soggettività, salpa. Si sposta dal luogo di origine scegliendo di portar con sé solo la sua più grande passione, si spoglia di tutto per assorbire il più possibile dalla nuova terra.
Diventa apprendista in un pastificio tradizionale, in cui riscopre l’autenticità della produzione manuale.

«C’è ancora un altro mondo da scoprire – e più d’uno! Alle navi, filosofi!»2.

Dev ha voglia di scoprire, imparare, e di domande ne ha. Anche troppe. Il problema è che non trova risposte, o non vuole ascoltarle. Come dice il claim della serie: “Lui è Dev: un uomo con tante domande e nessuna risposta”. Questo, però, non lo ferma. Anzi, è il motore del personaggio.

Nel primo episodio della seconda stagione gli rubano il cellulare. Lui va in giro per la città alla ricerca del colpevole. Il suo vagare, tra stereotipi e citazioni del cinema italiano in bianco e nero, si interrompe solo davanti alla realtà: scopre l’autore del furto, ma gli è impossibile ottenere giustizia. Dev ha compiuto un viaggio nel viaggio per tutta Modena e la sua ricerca non è stata vana: l’ha portato alla consapevolezza di sé e della sua solitudine.

Ma questo è solo l’inizio del viaggio di Dev.

Quando il suo migliore amico Arnold viene a trovarlo in Italia, parte di nuovo, con lui. Dev affronta un nuovo viaggio con il ruolo di “voce della coscienza” cercando di far entrare Arnold in contatto con il suo sé attraverso le nuove consapevolezze acquisite, mentre l’amico compie a sua volta un viaggio nei ricordi che lo mette a confronto con il suo Io passato.
La memoria lo trae in inganno e le sue illusioni amorose cedono.

Il viaggio, per Arnold, è una breve esperienza che lo riporta a New York e alla sua vita da single.
Anche Dev ripartirà presto, ma l’insaziabile viaggiatore non smette di scoprire: del viaggio fa parte anche il ritorno. Anzi, è il momento in cui lo spostamento trova un senso. Il suo rientro a New York è una scoperta nella scoperta, perché è tornato a casa arricchito dalle diversità con cui si è confrontato e che hanno dato un significato alla sua fuga dalla grande mela. Il viaggio in Italia gli ha dato nuovi occhi e questo gli permette di rivedere le precedenti abitudini newyorkesi e quelle acquisite in Italia in modo diverso. Ne rimane insoddisfatto.

«Ci vuole più coraggio e forza di carattere per fermarsi o addirittura per volgersi indietro che per andare avanti»3.

Il nostro umano, troppo umano vive un altro viaggio alla scoperta di se stesso nella sua città natale. L’Italia lo raggiunge anche oltre oceano, con l’arrivo di Francesca, la nipote della proprietaria del pastificio in cui ha lavorato.

Francesca nel “nuovo mondo” è finalmente libera dalle responsabilità che le pesavano nel suo paese, libera di capire cosa davvero vuole, libera, finalmente, di ricongiungersi con il proprio sé. Con Dev supera i confini che si era imposta. Insieme, vivono l’ebbrezza del perdersi e lo stupore di ritrovare con l’altro loro stessi.
Un nuovo viaggio, uno sguardo a New York dall’alto di un elicottero mette chiarezza nei loro sentimenti e trasforma la città nota in una nuova meta da esplorare.

«Conosci te stesso è tutta la scienza. Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l’uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell’uomo»4.

Se Arnold decide di tornare indietro e di sopire il suo desiderio di ricongiungersi con la donna che ha amato per una vita, rimanendo intrappolato nella realtà e nella negazione del ricordo, Francesca scopre a New York che ha rinunciato a se stessa per gli altri. Sarà capace di compiere il suo primo atto egoistico, scegliersi e reincontrare la propria soggettività?

E Dev sarà capace di costruire una vera relazione con Francesca, prendere delle decisioni e mettere in atto ciò che ha imparato dai numerosi viaggi fuori e dentro di sé, superando così la sua condizione di inettitudine, se pur con slancio superomistico?

«Per essere felici, quanto poco basta per essere felici!»5.

Probabilmente, progettare un nuovo viaggio.

 

Martina Crapanzano

Martina ama camminare, ma non ha una meta. Piano piano dalla Sicilia, terra in cui è nata, ha raggiunto Roma. Ha vissuto tre anni della sua vita tra metropolitana e università, ma ha ricominciato a camminare per dirigersi a Torino. Lì, tra una storia e un sorso di tè, ha viaggiato sull’autobus, perdendosi nei suoi sogni. Così è partita ancora: è andata a Treviso, dove nel weekend compie interminabili camminate lungo il Sile. Non sa ancora se si fermerà qui, ma adesso sa che può lasciar tutto e partire ancora. Camminando.
Scrive per Nuok da dicembre 2015, potendo unire le sue più grandi passioni: la scrittura e il viaggio.

 

NOTE:
1 F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Incipit;
2 F.W.Nietzsche, La Gaia scienza, aforisma 289;
3 F.W.Nietzsche, La volontà di Potenza, aforisma 80a;
4 F.W.Nietzsche, Aurora, aforisma 48.
5 F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Mezzogiorno.

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“La filosofia consiste nei fatti”: parola di Lucio Anneo Seneca

 

Anche oggi, come ogni anno, le pagine dei maggiori social network si sono riempite di notizie, articoli, commenti relativi alla seconda delle prove con cui i maturandi sono chiamati a confrontarsi al termine del quinto anno. La maggior parte delle parole dedicate alla prova di traduzione dal latino o dal greco antico viene spesa a proposito della difficoltà linguistica del testo somministrato. Non mancano mai indagini pseudo-statistiche sulla veridicità di previsioni e vaticini.

Soprattutto quest’anno però non è il caso di soffermarsi tanto sulle asperità o sulla linearità del latino di Seneca, quanto più sul senso di parole la cui misura risiede nella loro propria lapidarietà: la filosofia è un’indagine, una ricerca che si traduce nella prassi con cui l’essere umano abita il mondo. La speculazione attorno alle domande che custodiscono il fine ultimo dell’esistenza umana, i discorsi attorno a concetti come essere, bene, virtù, significato, senso (ma la serie potrebbe continuare ad libitum) sono in fondo una messa in forma dello stesso umano che li pratica. Ciò che la filosofia offre all’umano è una scansione ragionata della propria vita, cioè un’esistenza secondo ragione: essa permette alla persona umana di solcare il mare della vita, le cui acque non sono prive di insidie, confortati dal legno d’una barca piccioletta1 e al tempo stesso mirabile. Le parole di Seneca sembrano dunque accadere opportunamente, indicando la via verso una forma di vita consapevole: agli studenti che hanno dovuto tradurle, dicono che la loro maturità consisterà nel saper adottare una postura critica e autentica nei confronti del mondo; a chi ha già lasciato la scuola secondaria da qualche tempo, invece, ricorda che la conoscenza del mondo e del suo senso non può essere raggiunta se non vivendo in esso, ordinatamente, ovverosia secondo ragione.

Vi lasciamo a questo punto al testo di Seneca, tratto dalla lettera XVI delle Epistulae morales ad Lucilium: immergiamoci in quelle parole così significative che ci provengono da oltre due millenni di distanza, scritte da un grande mentore al suo amico. Per un momento diventiamo anche noi Lucilio.

«La filosofia non è un’arte che cerca il favore popolare e non è fatta per essere ostentata; non consiste nelle parole, ma nei fatti. Di essa non ci si vale per far trascorrere piacevolmente le giornate, per eliminare il disgusto che viene dall’ozio: educa e forma l’animo, regola la vita, governa le azioni, mostra ciò che si deve o non si deve fare, siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli di un mare agitato. Senza di lei nessuno può vivere tranquillo e sicuro; in ogni momento si presentano innumerevoli circostanze che esigono una direttiva, e questa bisogna cercarla nella filosofia.
Qualcuno dirà: “A che mi giova la filosofia, se esiste il fato? A che, se c’è un dio che ci governa? Ache, se il caso detta legge? Non si possono mutare gli eventi prestabiliti, né difendersi contro quelli incerti, ma o un dio è padrone delle mie decisioni e ha stabilito che cosa devo fare, o la sorte non mi concede nessuna decisione”.
Qualunque di queste forze esista, anche se esistono tutte, caro Lucilio, bisogna dedicarsi alla filosofia: sia che il destino ci vincoli con la sua legge inesorabile, sia che un dio, arbitro dell’universo, abbia disposto ogni cosa, sia che il caso sospinga e muova disordinatamente le vicende umane, deve proteggerci la filosofia. Ci esorterà a obbedire di buon grado a dio, e con fierezze alla sorte; ci insegnerà a seguire la volontà di dio, a sopportare il caso2».

Emanuele Lepore

NOTE:
1. L’espressione è dantesca: cfr. Paradiso, Canto II.
2. Riportiamo qui la traduzione di Caterina Barone, riportata dall’edizione che delle Lettere a Lucilio offre la Garzanti, Milano 2011.

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Mancanza, viaggio e verità

«“E allora perché vuoi imbarcarti? Non sarà mica per i soldi, no?”
[…] “Sì”, risposi cauto, “per i soldi che non ho”».
Björn Larsson, La vera storia del pirata John Long Silver

 

Mettersi in viaggio è, per certi versi, una delle esperienze più complesse della nostra esistenza: è un punto d’intersezione tra la naturalità dell’essere umano e la sua dimensione culturale, non immediatamente istintuale, non immediatamente riconducibile alla sua nuda vita. È naturale per l’essere vivente – almeno per le forme più evolute di vita – mettersi in cammino, esperire il movimento. Quel che per gli altri esseri viventi è un movimento lineare tra due punti, dettato dalle necessità della sopravvivenza o da altri fattori prettamente naturali, per l’essere umano è una pratica complessa in cui entra prepotentemente in gioco la dimensione simbolica: non è solo per sete che l’essere umano si muove, anche quando sembra stia solo cercando dell’acqua. Nell’esperienza del viaggio, s’intravvede la peculiarità dei bisogni umani rispetto a quelli delle altre forme di vita che popolano l’ecosistema. Per iniziare ad avvicinare questo tema, potremmo tentare di chiederci cosa cerchi l’essere umano quando si mette in viaggio, soprattutto in quella particolare forma di viaggio che è la ricerca del sapere. Meglio ancora: potremmo domandarci come sia possibile, per l’umano, mettersi in cammino lungo la via che conduce alla verità.

Se una persona ha sete, è capace di recarsi in cucina e di versarsi un bicchiere d’acqua solo nella misura in cui a) sa riconoscere il proprio bisogno come sete, b) sa che la sua domanda sarà soddisfatta dall’acqua nel frigorifero, c) sa come arrivare all’acqua e goderne nella fruizione. Si può spiegare questo fenomeno in maniera piuttosto semplice, dicendo che la persona assetata è stata addestrata in un certo modo a riconoscere i propri bisogni e sa che a quella particolare sensazione di mancanza si può rispondere beneficamente con quell’oggetto particolare denominato acqua1.

Nel caso in cui la mancanza in questione riguardi la conoscenza e, in particolare, quella certa forma di conoscenza che può essere identificata con la verità2, il gioco è intrinsecamente più complesso, in quanto si ha mancanza di conoscenza e si è dunque in una condizione di ignoranza: non si sa ciò che manca, in quanto ciò che manca è il sapere stesso. Com’è dunque possibile, per la persona alla quale manchino conoscenza e verità, avviare la sequenza prima descritta e mettersi in ricerca?

Dietro la paradossalità di questa situazione si cela il problema della precomprensione della verità, che è una delle formulazioni della più generale indagine sulla conoscenza umana. Soffermarsi su simili questioni permette di portare alla luce una delle peculiarità che la pratica umana del viaggio ha rispetto al modo in cui gli altri esseri viventi fanno esperienza del movimento, celata da una somiglianza soltanto fenomenologica. Il tratto distintivo qui messo in evidenza può essere espresso come segue: affinché sia possibile mettersi in cammino lungo la via del sapere, è necessario che si abbia già una qualche idea di esso; è necessario che, in qualche modo, si conosca ciò che non si conosce ancora. Affinché non si creda che si stia qui violando palesemente il principio di non contraddizione, bisogna far leva sull’espressione in qualche modo che compare poco sopra: per mettersi alla ricerca del sapere e della verità, bisogna conoscere la verità come ciò che manca; altrimenti non avremmo alcuna ragione per metterci in moto lungo la via della conoscenza.

Il problema epistemologico ha delle ricadute pratiche estremamente rilevanti, in quanto insegna che ciascuno deve imparare ad avere a che fare con la propria mancanza, con la condizione deficitaria che contrassegna l’esistenza umana. Il viaggio, come pratica del mondo, ovverosia come pratica in cui si esperisce la realtà, è un articolato e complesso modo per incontrare la propria finitudine, la mancanza che ciascuno ha di qualche cosa, la necessità di procedere un passo dopo l’altro verso la scoperta di ciò che è già da sempre dinnanzi ai nostri occhi e che, sulle prime, si fa conoscere a ciascuno di noi sotto le spoglie dell’assenza.

Ma se la verità è già dinnanzi ai nostri occhi come ciò che manca, cioè appare a ciascuno in una certa forma, perché mettersi in cammino e non arrestarsi alla situazione iniziale in cui almeno si sa cosa manca? Perché arrischiarsi lungo le vie della ricerca, talvolta impervie, per mettersi in cerca di qualcosa il cui ottenimento non è affatto scontato? Per vivere, si potrebbe rispondere molto semplicemente.

La presa di coscienza della mancanza di qualcosa come la conoscenza permette di adottare una certa postura adeguata all’oggetto che si vuole mettere a tema e di riconoscere le condizioni di possibilità di mettersi in cammino, lungo tutta una vita, alla ricerca di ciò che per un verso è già da sempre parte di noi e di cui, per altro verso, siamo vocati a riappropriarci: il senso, la verità, noi stessi.

Emanuele Lepore

 

NOTE:
1. Il meccanismo qui all’opera, genericamente wittgensteiniano, è uno dei modi per spiegare la sequenza di azioni qui sommariamente descritta.
2. Si intenda qui verità come epistéme, come sapere stabile e capace di mostrare la propria tenuta.

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Un inevitabile atto di generosità: Schopenhauer interpreta la morte

Che cosa accadrà al momento della morte, quando i nostri occhi si chiuderanno per sempre sugli spettacoli di questa vita? Precipiteremo in uno stato di ottenebramento assoluto, nel quale non vedremo né sentiremo più nulla? Oppure accederemo all’aldilà, magari dopo essere fuoriusciti dal nostro corpo e aver contemplato dall’alto il nostro cadavere, come testimoniano alcune near-death experiences? E se invece diventassimo degli spettri alla continua ricerca di vecchie e scricchiolanti dimore da infestare, come narrano certe paurose storie di fantasmi?

Sono, tutte queste, domande che tormentano l’uomo da millenni. Era inevitabile, dunque, che anche un grande filosofo come Schopenhauer si confrontasse con esse, e va riconosciuto che egli ha senz’altro le idee molto chiare su quali siano le conseguenze della morte per noi uomini. Secondo Schopenhauer, infatti, «la [nostra] coscienza si fonda prima di tutto sul­l’in­tel­­­let­­­to», e que­st’ul­timo è «evi­dentemente [una] funzione del cervello, […] che è nutrito, animato e continuamente vivificato dal cuore». Poste queste premesse, ne risulta inevitabilmente che, quando il corpo si disfa al momento della morte, della nostra coscienza individuale non rimane più nulla. Essendo que­st’ul­tima un prodotto del­­­l’at­­tività del corpo, essa non può infatti che cessare di esistere quando esso smette di funzionare. «Non c’è alcun dubbio», scrive Schopenhauer, «sul fatto che la coscienza svanisca con la morte, come d’altronde accade già durante il sonno o un semplice svenimento».

Sembra una conclusione sconsolante, ma Schopenhauer stesso afferma: «non perdiamoci d’ani­mo!». Anche se l’anima individuale non è immortale, resta infatti fermo che in ogni essere vivente vi è effettivamente qualcosa di eterno e immutabile, che pertanto non è travolto dalla morte. Per Schopenhauer, infatti, ogni ente di questo mondo è la manifestazione temporanea e “su piccola scala” di un Essere supremo che sta oltre il tempo e lo spazio, e che pertanto, a differenza delle varie forme di vita in cui si esprime e si incarna, non può essere né distrutto né intaccato da alcun tipo di trasformazione. Schopenhauer annota che «è possibile considerare ogni essere umano da due punti di vista opposti: da una parte, c’è l’in­di­vi­duo che ha un inizio e una fine nel tempo, e che trascorre fugacemente, […] con il suo pesante fardello di errori e di dolori; dal­l’al­tra c’è l’es­se­re originario indistruttibile che si oggettiva in ogni fenomeno esistente, e che in tale veste ha il diritto di dire, come la statua di Iside a Sais: “Io sono tutto ciò che è stato, che è, e che sarà”».

Non bisogna però fraintendere Schopenhauer su questo punto: l’“Essere eterno” che sta a fondamento dell’esistenza e che permane incorruttibile in una regione sicura posta al di sopra dello scorrere del tempo non è affatto il Dio delle religioni monoteistiche, ma qualcosa di completamente diverso: la suprema Volontà di vivere che anima tutta la Natura.

Per dimostrare l’esistenza di tale entità “metafisica” (cioè non appartenente all’orizzonte delle cose direttamente sperimentabili), Schopenhauer analizza quello che è il desiderio proprio di ogni essere vivente, cioè continuare a esistere per sempre. Ai singoli viventi, egli dice, va posta questa semplice domanda: «Chi grida: “Io, io, io voglio esistere”[?], Non […] solamente tu, ma tutto, assolutamente tutto ciò che ha anche solo un barlume di coscienza. Questo desiderio è [dunque] precisamente la parte di te che non è individuale, bensì comune a tutti, senza distinzione».

Il filosofo ne deduce che «ciò che reclama in modo così impetuoso l’esi­sten­za è, indirettamente, il singolo individuo; ma direttamente e realmente, è la Volontà di vivere, che in tutti gli esseri è una e sempre uguale a se stessa». Sulla base di questa consapevolezza, Schopenhauer, tornando a rivolgersi al singolo vivente, può allora dirgli: «se fossi in grado di conoscere fino in fondo la tua essenza, e di vedervi riflesso ciò che veramente sei, [scorgeresti questo:] la Volontà universale di vivere», di cui tutti gli esseri mondani sono solo epifenomeni limitati e temporanei.

Una volta che l’individuo ha cessato di esistere e ha perso coscienza di sé e del mondo, ciò che rimane di lui è appunto questo “torsolo” universale e impersonale, la Volontà di vivere, che subito si ricopre di nuova “polpa”, dando origine a qualche altro essere. È quindi tale Volontà, e non le varie coscienze in cui essa si incarna simultaneamente o in tempi diversi, a essere immortale.

Pur affermando che la coscienza è generata dall’attività del cervello, e pur sostenendo dunque che essa è destinata a condividere con il corpo a cui è connessa il destino di una morte definitiva, Schopenhauer può quindi comunque dichiarare che almeno questa dimensione dell’essere vivente – la Volontà di esistere – non va dispersa al momento del trapasso, dato che essa da un lato si conserva nelle forme di vita sopravvissute, e dall’altro viene trasmessa agli organismi che stanno incominciando a esistere.

Considerando il singolo essere vivente, la nascita appare come «una sorta di uscita dal nulla» e la morte come un «passaggio al nulla». Ma se «la morte si annuncia chiaramente come la fine dell’individuo», è anche vero che «in questo individuo è [pur sempre] presente il germe [indistruttibile] di un nuovo essere». Schopenhauer descrive così il processo di formazione di nuovi esseri a partire dalla morte dei precedenti: «ciò che muore svanisce; ma permane un seme, da cui sorge una nuova vita […]. [La morte] consiste [per l’appunto] nella disgregazione […] dell’individuo, […] [di cui] persiste, [sebbene in modo del tutto impersonale,] solo la sua volontà, la quale, sotto forma di un nuovo essere, riceve un nuovo intelletto. L’individuo si decompone quindi come un sale neutro, la cui base si combina in seguito con un altro acido per formare un nuovo sale».

Questo processo non va sottovalutato, perché significa che solo la morte degli organismi attualmente esistenti permette ad altri esseri viventi di nascere e prendere il loro posto. Schopenhauer infatti scrive che, a chi considera negativamente il fenomeno della morte, qualsiasi animale potrebbe replicare quanto segue: «Perché ti lamenti della caducità dei viventi? Come potrei esistere io, se tutti gli esseri della mia specie che mi hanno preceduto non fossero morti?». Da questo punto di vista, che è biologico, ma anche profondamente metafisico, appare che la morte è in qualche modo un involontario atto di generosità che i morenti attuano in favore di coloro che verranno dopo di loro. Essa non va dunque né temuta né debellata, se davvero desideriamo che la vita esplori nuove possibilità e prosegua, come è giusto, anche oltre il piccolo io di ognuno di noi.

Gianluca Venturini

Bibliografia:
1. Schopenhauer, Il nulla della vita, a cura di F. Chiossone, Il melangolo, Genova 2012

 

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Cannabis: una libera scelta che non possiamo compiere

A mio parere, per quanto riguarda il dibattito sulla Cannabis in Italia, mancano − o quantomeno dovrebbero essere più presenti − la conoscenza e la consapevolezza. Conoscenza di ciò di cui si sta parlando e consapevolezza degli effetti che i nostri discorsi avranno per le altre persone. E ciò a cui stiamo assistendo è paradossale ed imbarazzante: più “aumenta” l’influenza socio-politica di chi sta parlando tanto più diminuisce la competenza necessaria e la volontà di risolvere la situazione creatasi in Italia una volta per tutte. Parliamoci chiaro: non sto dicendo che non ci siano personalità di spicco che possano trattare il tema essendo preparati, anzi, ma il problema è che la maggioranza di chi ha il compito di legiferare in merito non ha le idee ben chiare (per non dire che non ne ha affatto).
Prendiamo un semplice esempio: la legge vigente in Italia per quanto riguarda le sostanze stupefacenti, dopo la dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi attesa per ben otto anni, è la 309/90. Essa stabilisce chiaramente come ogni anno vi sia un obbligo di informazione in materia tramite una “Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia” che dovrebbe incentrarsi «sui dati relativi allo stato delle tossicodipendenze in Italia, sulle strategie e sugli obiettivi raggiunti, sugli indirizzi che saranno seguiti». Dal 2009, la Relazione è un compito del Dipartimento delle Politiche Antidroga. Qual è il problema? Il problema è che quando andiamo a leggere queste Relazioni − se arrivano − sono totalmente prive di fondamento, di informazione e di sistematicità. Solamente quella del 2015 ha presupposti scientifici validi, ma è l’unica luce in un mare di ombre.

Qui non si tratta tanto di essere favorevoli o meno al proibizionismo: basta analizzare dati oggettivi, che non scelgono di favorire una fazione, ma ci mostrano la situazione reale.
Visto che ormai sembra che il denaro sia l’unica leva per catturare l’attenzione e spingere a riflettere, partiamo dai numeri che lo riguardano. In Italia, dal 2011 al 2013, la stima del guadagno per quanto riguarda la Cannabis è aumentata del 18%, passando da 3,4 a 4 miliardi di euro. In generale, l’aumento del guadagno per le sostanze stupefacenti è aumentato del 10% arrivando al traguardo di 14 miliardi di euro. E chi ha guadagnato questi soldi? La risposta è sicura: non lo Stato; e buona parte, se non tutti, la Mafia.
La Direzione Nazionale Antimafia è molto chiara per quanto riguarda il suo giudizio sul proibizionismo: nel gennaio 2015 riferisce «senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente, e nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva»; inoltre sottolinea gli effetti che «la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle forze dell’ordine e magistratura per il contrasto dei fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite».
E pensare che di esempi virtuosi ce ne sono, come il caso del Colorado che ha liberalizzato la Marijuana nel 2014 e, tra le altre cose, ha fatturato solo nel primo anno circa 700 milioni di dollari e ha diminuito il costo penitenziario. Gli economisti Ofria e David, basandosi sul Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, hanno stimato che in Italia si potrebbero tenere in cassa quasi 575 milioni di euro. Aggiungendovi i guadagni derivanti da un’imposta sulla Cannabis pari a quella che pesa sui tabacchi (tra i 5,2 e 7,9 miliardi di euro in base alle stime sui consumatori) si perverrebbe alla strabiliante oscillazione tra 5,8 e 8,5 miliardi di euro che lo Stato Italiano potrebbe guadagnare in un solo anno!
Ci tengo a sottolineare che mi discosto da una scelta per la legalizzazione o liberalizzazione basata su presupposti meramente economici per motivi che ora − però − non abbiamo lo spazio per discutere ma che non influiscono su questa breve analisi.

Parliamo ora di salute. Per decenni la Marijuana è stata descritta come una sostanza quasi diabolica (basta cercare qualche locandina americana degli anni ’30-’40 per rendersene conto). Innumerevoli studi autorevoli di altrettanto vari Ministeri, enti, Università, Dipartimenti, ricercatori e dottori hanno dimostrato come la Cannabis intervenga positivamente nel nostro organismo. In particolare due dei suoi principi attivi, il THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo), sono relazionati alla soluzione o attenuazione di varie patologie come sclerosi multipla, lesioni del midollo spinale, nausea causata da varie terapie come chemioterapia e radioterapia, mancanza di appetito nella cachessia, anoressia o nei pazienti oncologici, effetto ipotensivo nel glaucoma, sindrome di Gilles de la Tourette e molti altri, come è visibile anche nel sito del Ministero della Salute italiano.
Nonostante ciò, ogni volta che un dibattito pubblico o parlamentare prende vita, ci si scontra contro un muro di inesperienza, ignoranza e scherno; e l’effetto sulle risorse informative dei cittadini è angosciante.

Ognuno può fare la sua scelta, ma deve avere i mezzi per compierla in maniera consapevole invece di poche frasi fatte e malsani luoghi comuni che purtroppo sono difficili da debellare. Basti pensare alla polemica legata ai vaccini.
Negli ultimi tempi osserviamo la totale perdita di fiducia nella comunità scientifica e non sappiamo dove questa situazione potrebbe portarci, ma qualche domanda dobbiamo porcela. Un buon inizio sarebbe produrre − finalmente − una legislazione coerente e completa in materia di Cannabis, che lasci spazio alla libera scelta invece che impedire a prescindere e senza fondamento alcuno il consumo di una sostanza che l’umanità utilizza dall’alba dei tempi.
Sono consapevole che ci sarebbe molto altro da dire e da analizzare, ma ho preferito approfondire solamente due aspetti − economico e salutare − che sono solitamente i più dibattuti.

Massimiliano Mattiuzzo

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Hikikomori: l’universo in una stanza

Un ritiro dalla vita sociale e da tutto ciò che la caratterizza. Ogni forma di comunicazione con l’esterno viene interrotta, la stessa identità inizia a vacillare sotto il peso del silenzio che l’isolamento porta con sé. Questi sembrano essere i denominatori comuni dell’hikikomori, fenomeno dilagante in Giappone che sembra stia assumendo i contorni di una vera e propria “piaga sociale” e le cui vittime sono soprattutto i giovani.

Hikikomori, espressione formata dalle parole hiku (tirare) e komoru (ritirarsi), fu coniato dallo psichiatra Saito Tamaki per definire l’autoisolamento tipico di un giovane che sceglie un luogo sicuro come la stanza della propria abitazione per fuggire dalla società e da tutto ciò che essa rappresenta, ma che con il passare del tempo diventa una vera e propria prigione di solitudine. Un esilio volontario che può durare mesi o in alcuni casi anche molti anni, un allontanamento da tutto ciò che costituisce e scandisce la nostra quotidianità: la scuola, il lavoro e le interazioni con gli altri e che spesso comprende anche la totale mancanza di comunicazione e relazione con gli stessi membri del nucleo familiare. Un allontanamento che rappresenta e la paura del confronto con tutto ciò che costituisce l’altro da sé, che si ritiene in quel preciso momento pericoloso per la propria psiche e che dà vita a una forma di fobia sociale. È possibile rintracciare i fattori determinanti che spingono un giovane nel pieno della sua forza fisica e psicologica a isolarsi tra le mura di casa, riducendo al minimo lo scambio con il mondo esterno? Un fenomeno come quello dell’hikikomori non può essere semplicemente associato a una comune forma depressiva, dal momento che ha delle specificità che lo rendono un fenomeno complesso dal punto di vista clinico e sociale.

L’aspetto sociale, sottolineato da molti sociologi e antropologi, riveste un’ importanza fondamentale e può essere delineato nelle sue forme generali. La cultura tradizionale nipponica è costituita al suo interno da gerarchie, ruoli sociali e familiari molto ben delineati che impediscono una mobilità sociale libera da vincoli. Il conformismo e l’omologazione sembrano i caratteri dominanti, dal momento che nella società giapponese l’individualità assume valore solo in rapporto alla collettività e al gruppo di appartenenza. Da questo punto di vista l’identità del singolo dipende ed è vincolata per tutto il corso dell’esistenza all’identità sociale e al riconoscimento all’interno della scala sociale. Il confucianesimo, dove il modello di società è rappresentato dalla famiglia, fa sentire senza dubbio la sua influenza. In tal senso, lo stato si configura come una grande famiglia, dove i singoli devono adempiere ai loro compiti solo rispetto al grande meccanismo sociale.

Il ruolo che riveste la famiglia è un altro tassello importante da considerare se si vuole indagare il fenomeno dell’hikikomori. Le famiglie di origine, infatti, soprattutto nei confronti dei giovani di sesso maschile, riversano grandi aspettative in termini di progettualità futura e realizzazione professionale: lo studio e il lavoro sono aspetti determinanti nella vita di un giapponese di classe sociale medio-alta. È proprio per cercare di sfuggire alle pressioni sociali che l’hikikomori cerca di preservare la propria integrità psicologica scegliendo l’isolamento. La perdita del proprio ruolo all’interno della società e della famiglia sgretola l’identità generando ansia, stress e senso di colpa. Proprio per questo la famiglia e le mura domestiche vengono viste dall’hikikomori come un vero e proprio rifugio. Sono le stesse famiglie che spesso, a causa della vergogna generata dal bisogno di salvare a tutti i costi le apparenze e dalla paura del giudizio altrui, non chiedono aiuto, minimizzando e nascondendosi dietro a una passiva indifferenza: «Il ragazzo in hikikomori rimane in famiglia, sta uchi (dentro), dove non è mai rifiutato, dove può provare vergogna senza essere biasimato, dove la sua rabbia è consentita e persino la violenza è accettata»1.

Solo costruendosi una realtà alternativa, il giovane che ha fatto della solitudine e del silenzio la sua scelta esistenziale riesce a sfuggire allo sguardo dell’altro e alla perdita totale della propria identità che quello sguardo rappresenta. Ecco allora che l’ “altro”, da occasione di dialogo, confronto e ricchezza per lo sviluppo della personalità, diventa una minaccia da cui fuggire.

Il fenomeno dell’hikikomori getta luce sui limiti di una società che ha fatto dell’economia e del prestigio sociale fattori determinanti per lo sviluppo del singolo, in cui, tuttavia, le attitudini e i desideri dell’individuo sfumano, schiacciate da un senso di appartenenza invalidante e dal peso dell’omologazione.

Greta Esposito

NOTE:
1. C. Ricci, Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, p. 41-42

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<p>Immagina tratta da Google Immagini</p>

La psichedelia propone un gioco, le cui regole sono tanto nette quanto imprevedibili; getta i giocatori in un paradosso esistenziale che coinvolge ogni singolo aspetto della realtà. Quest’ultima viene sgretolata, dispiegata, derisa crudelmente, vi si rinuncia in virtù di una scoperta sinestetica dove ogni punto, ogni atomo, ogni fosfeno assume il significato di un’apocalisse o di un’origine primordiale. La vita prorompe aggressiva da ogni dove, in ogni tempo. Gli altri e l’altro diventano coacervo di una pluralità semantica di dimensioni, che se da una parte si differenzia radicalmente dal proprio sentire, dall’altra ci coinvolge direttamente nel suo sviluppo perché come noi partecipa delle medesime intuizioni; e ciò può tanto spaventare nell’imponderabile quantità di suggestioni che fa emergere, quanto affascinare all’inverosimile per la multivocità incalcolabile della vita attorno a noi.

Per tutto il viaggio non si comprende nulla di quel che viene detto e ci si perde nel tentativo inutile di spiegare quel che al Sé, oltre ogni altra cosa, sta accadendo. Si vuole analizzare la propria psicologia, valorizzare la propria esperienza, ma la psichedelia lo impedisce, e anzi costringe a cercare un accordo, a stipulare un contratto, a riconoscersi nell’altro e a permettere all’altro di riconoscersi nel Sé; il gioco di specchi e riflessi ininterrotti che rende evanescente ogni presunta priorità sostanziale. Quel che simula è un momento di destabilità mentale in cui ogni coordinata allude a qualsiasi altra dimensione immaginabile; si assiste alla più totale sconfitta della razionalizzazione e ci si perde in un caos magniloquente che può evocare infinite suggestioni. Nulla è più fondato, ogni oggetto è dubitabile, si vive nel costante sospetto di venir presi in giro. La psichedelia esagera ogni cosa, la eleva oltre l’assurdo, la svela in ogni verità che può rappresentare. Si continua a vagare per le stanze a caccia di fantasie, incoraggiando i fantasmi a farsi vedere, e nel frattempo tutto si distorce, si piega fino al ridicolo, al grottesco, gli oggetti assumono una configurazione caricaturale, priva di confini, di bordi, di limiti che ne chiudano il senso; anzi questo straripa da ogni dove, si diffonde come un oceano, allaga, livella e confonde, rende liquida ogni certezza, persino camminare diventa sospettoso. Sembra di vivere all’interno di un cartone animato; la casa respira, ride assieme ai viaggiatori, insiste a solleticarli, ama le loro risate sguaiate, incoscienti, folli. Uno afferra una nocciolina, la sbuccia e gli sembra di sventrare lo scafo di una nave in legno. L’altro osserva le vene del braccio, rapito dalla bellezza anatomica del corpo, e queste sbucano fuori dalle dita come un intreccio di liane che si aggrappano e si radicano negli oggetti tutt’attorno. Sovraccarico di significato, assenza di fondamenta, queste sono le regole del gioco; chi accetta la sfida viene invitato a visitare un castello delle streghe, una casa di specchi, una dimora incantata. Non gli viene detto cosa lo aspetta all’interno, e non lo saprà finché non affronta l’ignoto.

La psichedelia è un po’ come la lettura; scombussola la coscienza, le sfila via le lenzuola con prepotenza, le canta una canzone per farla alzare dal letto, che il sole splende ed è ora di sgranchirsi le ossa. Psichedelia e lettura sono entrambe psicotropie; abbattono i confini, ne ridono, ne fanno una satira, dialogano e interrogano perché cercano delle risposte, perché cercano quel barlume opalescente che rifulge tra le tenebre occulte delle nostre viscere, e così facendo nutrono un’anima che langue e deperisce. Qualcuno può dire che è tutta una finzione ma cosa non lo è a questo mondo? Se è finzione la coscienza che palpita, allora tutta la vita è una colossale perdita di tempo. Certo però è che ci vuole profondità di spirito e un certo vigore psichico per poter discernere il senso intrinseco alle infiorescenze psichedeliche della propria anima. L’inconscio viene estratto dai recessi della mente e posizionato tutt’attorno nel mondo con una irruenza selvaggia, irrefrenabile. Eppure quella stessa ombra che si ingigantisce e prende l’aspetto di un demone è in realtà un segno, un’indicazione, un’ancora o una boa che sta illuminando un itinerario salvifico. Per scorgere questo percorso occorre accettare la consapevolezza di quel che si è, interiorizzando come nuovo carattere l’aspetto traumatico che si è appena palesato. È facile finire ingarbugliati in sensazioni sgradevoli e paranoie alienanti, terribilmente confuse, e spesso ciò che ne consegue è una profonda vergogna che rischia di minare l’intero assetto della propria persona. Ma ciò accade perché la psichedelia, e quindi anche la lettura, risvegliando la vivacità dell’anima, illumina l’egoismo che albergava latente nel nostro cuore e il tono esasperato con cui indica quel cancro è un invito, non un rimprovero, a far qualcosa per debellarlo. La psichedelia è un esercizio che pone la persona di fronte a un amore indifferenziato; se non si è capaci di sincerità, se ne avrà solo che male.

Per salvarsi dai cavalloni surreali e dal marasma oceanico che ci travolge, occorre gettare ponti, sancire legami, confidenze, rapporti, ancorarsi a qualcuno, a uno sguardo, a un contatto umano che rivalorizzi un fondamento; la psichedelia distrugge ogni vanità per costringere noi in primis a fondare una sicurezza. Non dice la verità, ma ne invoca una possibile, e in tal modo incoraggia la poietica dell’immaginazione, della ricerca, del domandare, che in ultima analisi, sono le istanze principali della vita stessa. Come se facesse terra bruciata per riconsegnarci alla fine un nuovo spazio del creabile, un nuovo itinerario possibile di scrittura, spronando la vita a riconoscere i suoi difetti e a migliorarsi. L’esperienza psichedelica non ha mai senso prima del suo esaurirsi. È solo allora infatti che i fili si riannodano, che i colori recuperano chiarezza, e i significati strisciano entro i confini degli oggetti che gli sono propri. L’esistenza poi torna a tacere e ci riporta sul nostro pianeta per lasciarci il tempo di capire cosa stiamo covando dentro di noi.

Leonardo Albano

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Se non fossimo liberi: l’assurdità della necessità

Che senso ha pensare fino in fondo che tutto ciò che si è, che si pensa e che si fa, sia in qualche modo già deciso? Può qualcuno conciliare una credenza simile con la vita quotidiana?

Premetto subito per evitare confusioni che qui intendo la libertà in senso ontologico: cioè come libero arbitrio, non come libertà fattuale, come quando si dice ‘Spartaco si è liberato dalle catene’. In questo secondo senso gli uomini sono un miscuglio, in diverse misure, di libertà e condizionatezza; nel senso del libero arbitrio la questione è invece a dir poco controversa da qualsiasi punto di vista la si tratti.

In ambito filosofico le opinioni si muovono in uno spettro compreso tra: ‘Siamo assolutamente liberi (e condannati ad esserlo)’ e ‘Il libero arbitrio è semplice illusione’. Tra questi due poli si inseriscono poi infinite sfumature e compromessi.

Abbozzato velocemente lo sfondo, entriamo nel vivo dell’argomentazione. Lo scopo di questo articolo, sulla scorta di argomentazioni antiche, è mostrare che, quantomeno da un punto di vista esistenziale, la negazione del libero arbitrio sfocia in una sorta di contraddizione. Un tal tipo di contraddizione, largamente intesa, è uno iato, uno sfasamento tra ciò che uno dice e ciò che uno fa.

Nei suoi effetti psicologici essa è pensabile come dissonanza cognitiva: qualcosa in me stride, una dimensione del mio essere non è in accordo con un’altra. Questa situazione deve trovare riappacificazione altrimenti, secondo alcuni, a lungo andare si rischierebbe l’insorgere di disturbi psichici.

Siamo partiti dalla fine, dando per scontato che negare il libero arbitrio risulti effettivamente in un tale tipo di contraddizione. Vediamo perché ciò accade.

L’etica, come sa chiunque si sia addentrato nei suoi meandri, è pensabile come teoria della decisione. Essa riguarda le scelte e le loro destinazioni, cioè i fini. Le scelte, che siano reali o illusorie, innervano la vita di chiunque di noi. Alcune decisioni che prendiamo hanno grande importanza nel decidere chi saremo domani, e come importanti le considera la maggior parte di noi. Pensare che la storia della vita di ognuno sia già scritta rende insignificante l’attività di decidere, rende indifferente di intraprendere una via e non un’altra, e rende quindi impossibile scegliere.

Le teorie deterministiche cercano di affermare proprio questo: non essendo io libero, quando valuto due opzioni sono simile ad una pietra sospesa in aria prima della caduta che ‘decide’ in che direzione rotolare, ossia sto sprecando tempo.

A questo punto chi si ostina a negare la libertà ha due opzioni: (1) coerentizzare ciò che fa a ciò che pensa e dice e quindi cercare inutilmente di vivere come se le sue scelte fossero illusorie, scorrendo attraverso la vita, negando le responsabilità, convivendo con i problemi non solo pratici ma anche teorici che la scelta di una vita del genere comporta. Oppure, per evitare (1), deve (2) vivere una vita scissa tra ciò che dice di credere e ciò che le sue azioni dicono che egli crede fino a diventare due persone diverse: io che penso e io che agisco. Inutile dirlo, in entrambi i casi le conseguenze sono disastrose.

Quello qui formulato è uno sviluppo del cosiddetto ‘argomento pigro’, conosciuto già dai pensatori di epoca greco-romana. Con esso si vuole mostrare che, pur non essendo immediatamente squalificabile, la posizione deterministica stessa è incompatibile con la morale − e quindi infondo con la vita −, sia da un punto di vista teorico che pratico.

Tornando alla domanda iniziale, diremo quindi che uno è certamente libero di negare la libertà, basta che ne accetti le conseguenze.

Francesco Fanti Rovetta

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Karl Marx scienziato cognitivo

<p>Portrait of Karl Marx, date unknown. (AP Photo/Kurt Strumpf)</p>

Nella prefazione a Per la critica dell’economia politica (1859) Karl Marx esprime uno dei concetti più determinanti e rivoluzionari della sua intera opera filosofica. Il riferimento è alla distinzione tra struttura e sovrastruttura come sistemi regolatori della società: la struttura è «il vero fondamento su cui sorge una sovrastruttura […] non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza». Per Marx ogni ipotesi di modifica dei dati sovrastrutturali sarebbe illusoria ed improduttiva in assenza di un profondo rivolgimento della struttura. Le rivoluzioni si compiono modificando la struttura e non la sovrastruttura. Nella filosofia marxiana la struttura è insita nei rapporti economici di una realtà sociale e la sovrastruttura dall’apparato ideologico utile al consolidamento della struttura di riferimento. «La cornice giuridica […] codificata e formalmente egualitaria» è stata l’espressione sovrastrutturale con cui è stato eretta l’ideologia dello Stato fondato sui rapporti economici egemonici della borghesia (Michel Foucault).

La vera e grande provocazione è rivedere Marx in chiave di filosofo della mente ed alla luce delle scienze cognitive. Marx filosofo cognitivo è realmente rivoluzionario. Per le scienze cognitive “noi siamo il nostro cervello” e dunque, ciascun essere umano, al di là di illusorie utopie sovrastrutturali fondate sul libero arbitrio assoluto ed incondizionato, non è altro che un intricato gomitolo di neuroni, sinapsi, neurotrasmettitori ed epigenetica; quando l’individuo deve scegliere, il cervello “pesca” le mosse da intraprendere da quanto ha stampato in questo apparato biologico che costituisce la propria personalissima libreria, senza possibilità alcuna di uscire dal proprio gomitolo biologico. In questo modo relegando l’idea di libero arbitrio “uguale per tutti” al libro dei sogni e delle ideologie più fantasiose. Il libero arbitrio non è impedito da psicologismi ed impalpabili devianze della personalità ma è dettato dai timbri cerebrali che hanno impresso nei componenti del cervello il loro disegno. La psicologia e la legge sono le grandi mistificanti ideologie volte a sorreggere l’utopia del libero arbitrio assoluto; sono l’espressione massima della dottrina sul feticismo delle merci, questa volta al servizio dell’ideologia del libero arbitrio.

Legge e psicologia sono i servi sciocchi di questa ideologia sovrastrutturale dominante, dall’Illuminismo sino ai giorni nostri. Una rilettura della dottrina marxiana di struttura e sovrastruttura, ideologia e merce  in chiave neuroscientifica rende il grande filosofo un vero rivoluzionario. La struttura e la sovrastruttura marxiana rappresentano un modello cognitivo dell’io agente. Esattamente come accade nella società, anche nel cervello si può individuare una struttura più profonda, ancestrale, che caratterizza ed influenza tutto l’io cerebrale (la struttura) ed una sovrastruttura “neurale-ideologica” rappresentata dall’impianto cerebrale e comportamentale meno profondo ancorché, all’apparenza, più visibile e vistoso (si pensi, banalmente, ai ruoli sovrastrutturali di medico, giudice, avvocato, pubblicitario, musicista, marito, moglie, amante, ecc. Tutte condizioni portatrici di propri statuti cognitivi sovrastrutturali). Per Marx la sovrastruttura è l’ideologia mistificante volta solo a consolidare la struttura economica; per la filosofia della mente è, a sua volta, un’ideologia mistificante, costituita dal sistema appreso nel corso degli anni che svanisce e si dissolve dinnanzi alla necessità di salvaguardare la struttura. Come già sostenuto sul coté letterario da Giovanni Verga (Fantasticheria e I Malavoglia), ciascuno rimane legato a poche ma decisive tradizioni ataviche che fanno sentire l’ostrica (di qui il suo concetto letterario-filosofico-cognitivo) al sicuro dai pesci feroci del mare. Motivo per cui l’ostrica può anche ipotizzare e convincersi di voler tentare determinate strade che la sua sovrastruttura cognitiva ha conosciuto e appreso, ma la struttura atavica del mondo cognitivo dell’ostrica (secondo la metafora verghiana) relegherà tali conoscenze a sovrastruttura, a pura ideologia incapace di modificare realmente la struttura (neurale) e dettare le scelte dell’io. Con buona pace per il libero arbitrio kantiano che ci vorrebbe pronti e razionali, al momento dell’agire, per essere, addirittura, con le proprie scelte, giudici universali di se stessi e dell’umanità intera (Critica della ragion pratica). Marx in chiave cognitiva è ancor più stupefacente che in chiave politico-economica.

Cosa resta allora della grande dottrina del libero arbitrio, della possibilità per l’uomo di indirizzarsi razionalmente e di decidere in nome delle regole, della legge e dei costumi morali e sociali in essere? Insomma: cosa resta dell’Età dei Lumi su cui è stato costruito il nostro mondo contemporaneo, le nostre leggi, i nostri sistemi di responsabilità giuridica, morale e sociale? Una merce da vendere nel mercato ideologico delle mistificazioni. Solamente la convinzione che l’essere umano ricade sempre nel peccato originale, nel volersi erigere a Dio terreno, ad essere superiore e razionale, esattamente come il Dio in cui vuole credere. Rimane la vanità delle vanità: il libero arbitrio assoluto ed incondizionato.

Luca D’Auria

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Ascoltiamo il grido dell’uomo alla ricerca di senso

L’uomo del tempo presente è attraversato da un abissale sentimento di vuoto interiore, da un’angosciante mancanza di significato della propria vita. L’insorgere del vuoto esistenziale è dovuto, come spiega lo psichiatra e filosofo Viktor Frankl, al fatto che:

«diversamente dall’animale, l’uomo non ha impulsi e istinti che gli dicano automaticamente tutto ciò che deve fare; inoltre, contrariamente all’uomo di ieri, l’uomo di oggi non ha più tradizioni che gli indichino ciò che dovrebbe fare. Orbene, non sapendo ciò che deve e tantomeno ciò che dovrebbe fare, molto spesso non saprà più neanche ciò che in fondo vuole»1.

L’assenza di tali punti di riferimento conduce l’uomo a fare, volere e desiderare ciò che fanno, vogliono o desiderano gli altri. Il conformismo, l’omogeneizzazione e al contempo l’isolamento si manifestano nei più disparati tentativi di riempire il vuoto interiore. È sufficiente osservare la contemporaneità e rilevare come siano in aumento le diverse forme di dipendenze da alcool, droghe, gioco e internet (Internet Addiction Disorder), passando per i crescenti e cruenti fenomeni di criminalità, per giungere alla reificazione della sessualità che si sta spersonalizzando e sta via via perdendo la propria finalità (il proprio senso!) squisitamente relazionale, perché piegata sotto la spinta del godimento immediato e feticistico, dei corpi.

Sono solo alcune delle espressioni dell’uomo contemporaneo che possono essere lette alla luce del tentativo estremo di riempire l’abissale vuoto interiore. Purtroppo però queste modalità non fanno altro che deviare e soffocare il grido dell’uomo alla ricerca del significato della propria esistenza. A ragione Frankl afferma che «noi oggi non siamo più confrontati come ai tempi di Freud, con una frustrazione sessuale, quanto piuttosto con una frustrazione esistenziale»2. E, contrariamente a quanto affermato da Maslow nella celebre piramide dei bisogni, il desiderio, profondamente umano, di inondare di senso la propria esistenza, prescinde dall’autorealizzazione personale e dal soddisfacimento dei bisogni elementari, in quanto emerge sempre prima di essi (primum philosophari), anche e soprattutto quando l’esistenza è attraversata dalla sofferenza. Ne danno testimonianza i malati terminali e i sopravvissuti ai campi di prigionia e concentramento, alla ricerca del senso della propria esistenza e della propria sofferenza sino all’ultimo istante. Il bisogno di senso, precede dunque i bisogni fisiologici primari, li anticipa, per questo «l’uomo che in misura tanto rilevante cerca il piacere ed il godimento alla fin fine risulta essere uno che, nei confronti della sua volontà di significato, quindi […] nella sua motivazione ‘primaria’ è rimasto frustrato»3.

Il desiderio profondo che la propria vita sia animata da un senso è una peculiarità che, coloro che si occupano di esseri umani, non possono trascurare. Infatti, spesso è proprio la frustrazione della volontà di significato che genera altre problematiche, come quelle precedentemente citate e non viceversa. Per questo Frankl ha individuato una nuova tipologia di nevrosi, tipiche del tempo ipermoderno, le nevrosi noogene. Esse emergono precipuamente, quando la tensione per la ricerca del proprio senso viene frustrata e per questo può ripercuotersi o manifestarsi in sintomi nevrotici.

Se Freud scriveva che «nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati»4, Frankl invita a riflettere sul fatto che non si ammala tanto colui che s’interroga sul senso della propria vita, quanto piuttosto colui che frustra questa domanda, che la aggira, che tenta di soffocarla dirigendo il proprio desiderio di senso verso mete che non possono soddisfarlo pienamente. Dunque è possibile affermare che il riduzionismo freudiano non rende ragione dell’essenza ultima dell’uomo, come essere pensante che sin da quando ha sviluppato l’intelletto si è posto la domanda circa il senso della propria esistenza. Finché nell’uomo è presente questa domanda, è possibile vivere con pienezza anche gli ultimi istanti dell’esistenza. Nella misura in cui ci lasciamo attraversare dall’invocazione esistenziale del senso, ci possiamo sentire interpellati dalla vita, chiamati a risponderle restando fedeli al nostro compito, al nostro desiderio, anche quando le circostanze sono avverse e faticose.

La filosofia sin dalle origini nasce come fame di senso, come ricerca di significato, come interrogativo circa la possibilità di condurre la propria esistenza scoprendone il valore. Le parole e la vita dello psichiatra e filosofo Frankl, richiamano da vicino la mission esistenziale della filosofia, che ancora una volta può venire in soccorso alle nostre esistenze lacerate e attraversate dalla fatica esistenziale, suggerendo che il significato può essere trovato sempre, a condizione che lo si ricerchi instancabilmente. Esso è sempre concreto e si riferisce alla concreta esigenza del momento. «Ogni giorno, ogni ora – scrive Frankl – si presentano con un nuovo significato, e per ogni uomo c’è un diverso significato che lo attende. Ciò vuol dire che esiste un significato per ognuno, e per ognuno un significato tutto particolare»5. E l’uomo può scorgere il proprio senso solo nella misura in cui trascende se stesso, andando verso qualcosa o qualcuno che non è se stesso, «un significato da realizzare, o un altro essere umano da incontrare nell’amore»6. Pertanto, l’uomo coglie il proprio senso e si realizza quando ‘dimentica’ se stesso per amore di qualcosa o di qualcuno, per la quale o per i quali vale davvero la pena di vivere.

Per far fronte al vuoto esistenziale che lacera noi, uomini del tempo presente, è fondamentale riscoprire la volontà di significato che ci attraversa, lasciarci animare da essa in quanto motivazione primaria e possibilità insostituibile per inondare di senso il nostro cammino dilatando l’orizzonte della nostra vita.

Alessandro Tonon

NOTE:
1. V. E. FRANKL, La sofferenza di una vita senza senso, tr. it di E. Fizzotti, Milano, Mursia, 2013, pp. 29-30.
2. Ivi, p. 27.
3. Ivi, p. 36.
4. S. FREUD, Lettere 1873-1939, Torino, Bollati Boringhieri, 1960, p. 402.
5. V. E. FRANKL, La sofferenza di una vita senza senso, op. cit., p. 50.
6. Ivi, p. 35.

 

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