Siamo sempre gli stessi o cambiamo essenza nel tempo?

Alla ricerca di un filo rosso nella nostra mutevole esistenza

Rimane sempre il dubbio se quelli che eravamo anni fa, siamo sempre noi o se si tratta di una persona diversa, con un’essenza differente. Certo all’anagrafe abbiamo un profilo e uno soltanto, pure sui social, forse; ma viene da chiedersi se siamo sempre gli stessi o siamo cambiati così tanto da pensare che in fondo quella foto in cui quasi non ci riconosciamo, nasconda nell’ombra l’essenza di una persona che non c’è più.

Per la velocità di cambiamento in cui siamo immersi tra scoperte, progresso, tecnologia, ci risulta difficile pensare di non essere in costante evoluzione su un piano che coinvolge comportamenti, intenzioni, pensieri e non strettamente modifiche fisiche e biologiche. E per far incontrare la filosofia con le discipline scientifiche, possiamo prendere ispirazione da Kierkegaard, dalle sue riflessioni sugli stadi evolutivi, che sono fasi non continue né in ordine cronologico, ma pur sempre alternate durante la vita dell’esistenza umana.

Stadio estetico: si manifesta quando un uomo vive cercando di rendere unico il singolo attimo che sta vivendo. È legato al presente, al qui e ora, al piacere immediato senza “se” e senza “ma”. Ma ben presto sopraggiunge la noia per non riuscire a migliorare costantemente l’intensità del piacere.

Stadio etico: l’uomo etico sceglie prima ciò che vuole diventare ed essere, per poi crearsi il percorso per raggiungere un obiettivo. La sua vita diventa costruzione, progetto, dovere. Qui non si rischia tanto la noia, perché il progetto è sempre in divenire, quanto invece la mancanza di piacere, di godimento, di soddisfazione. Il senso della vita etica è sempre spostato in avanti, come un miraggio che si sposta man mano che si procede.

Stadio religioso: il culmine del percorso individuale. In questa fase l’uomo si avvicina a Dio e vive la propria esistenza tramite una relazione personale con l’assoluto. L’essere umano si trova a dare spiegazioni e significati in base al rapporto che crea con Dio.

Caliamo la riflessione di Kierkegaard nella nostra vita: sembrano tre fasi della vita di ogni uomo: la ricerca del piacere immediato del bambino, la progettualità e la costruzione di qualcosa di proprio nella fase adulta, e la ricerca di un significato che trascenda la nostra esistenza su questa terra dell’anziano. Ma anche passando dal macroscopico al microscopico, se prendiamo una stessa giornata di vita quotidiana troveremo tracce di azioni in cui stiamo “solo” cercando il piacere nel “qui e ora”, altre in cui pianifichiamo e ci impegniamo a raggiungere la gallina di domani senza divorare l’uovo di oggi, e momenti in cui ci affidiamo a significati sublimi, con lo sguardo verso l’alto cercando di intravedere un senso differente.

Nell’arco della vita diventiamo insomma qualcosa che non eravamo, qualcosa di completamente diverso da come stavamo vivendo fino a qualche anno prima. Tuttavia già nelle sfaccettature delle nostre giornate possiamo tenere uniti i pezzi di una vita, quelli che c’erano e che vorremmo creare.
Anche da un punto di vista biologico il nostro organismo si rinnova ed è sottoposto a stravolgimenti: ogni sette anni le nostre cellule, tranne quelle del sistema nervoso, sono totalmente rinnovate, non sono più le stesse di un tempo, c’è stato un completo ricambio generazionale interno.

Il ciclo di cambiamenti dei sette anni si ritrova anche altre tradizioni, come quella pitagorica, che descrive la Natura con cicli settenari (la legge dell’Ottava). Anche il fondatore della Medicina Antroposofica, Rudolf Steiner, ha evidenziato delle fasi di vita dell’individuo che ogni sette anni vive una ricostituzione psicofisica e comportamentale.
Una considerazione simile viene fatta dal padre della medicina moderna, Ippocrate (460 – 377 a.C.), che diceva:

«Nell’esistenza umana sono presenti sette tempi che chiamiamo “età”: lattante, bambino, adolescente, giovane, adulto, uomo maturo, anziano. Al periodo (mutevole) della Luna, durante la prima infanzia (fino ai sette anni) subentra quello di Mercurio, in cui si acquisiscono le prime conoscenze (7-14 anni), quindi quello di Venere, che rivela la sua forza nelle emozioni passionali dell’adolescenza (14-21 anni); giunge poi lo zenit (solare) della vita, i tre settenni della piena forza vitale e dei desideri d’espansione (21-42 anni). Il regno del malvagio Marte genera un improvviso mutamento e conduce alle lotte, le amarezze e le disillusioni di cui è ricca l’età adulta (42-49 anni). Poi, sotto lo scettro di Giove, si presenta ancora una volta un picco della vita, la maturità propriamente detta, la quale, saggia e serena, contempla le gioie e le sofferenze dell’esistenza, sempre contribuendovi con gaiezza (49-56 anni). Arriva infine, sotto la stella di Saturno, lenta e lontana dalla terra, la grande età in cui le forze vitali si raffreddano e pian piano si fermano».

Ritornano echi delle fasi di Kierkegaard, ritornano i settenni delle cellule che si rinnovano, e ritornano le fasi in cui per ogni fascia di età ci spettano comportamenti e atteggiamenti specifici. Ma con tutte queste riflessioni alla mano, per non cadere in nessuna forma di angoscia o per non finire schiavi di una fascia di vita priva di continuità con la nostra piena esistenza, possiamo prendere ispirazione da tutte le altre, quelle vissute e quelle ancora da vivere, per mescolare ingredienti diversi e trovare il filo rosso che definisce chi siamo. Chi siamo in ogni momento, nel passato, presente e futuro, nonostante cellule diverse e nonostante il costante cambiamento in cui siamo immersi.

C’è sempre qualcosa che si conserva nel nocciolo dell’essenza, qualcosa che ci accompagna e ci caratterizza in ogni fase di vita. La tua, qual è?

 

Giacomo Dall’Ava

 

[Photo credits: Vidar Nordli-Mathisen su Unsplash.com]

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Potrei ma non voglio. A colloquio con il nostro demone socratico

Eravamo quelli della meritocrazia, quelli che volevano che le cose fossero giuste e uguali, uguali per tutti; che tutti avessero gli stessi diritti degli altri, le stesse opportunità. Le abbiamo ottenute. L’istruzione è diventata accessibile a (quasi) tutti; con internet possiamo scoprire tutto quello che ci incuriosisce e le possibilità che sentiamo di maneggiare iniziano a diventare infinite. Infinite, questa non è detto sia una buona cosa, non è un aggettivo che si addice sempre all’essere umano. Sono caratteristiche di Dio, o dell’universo, o dell’immaginazione. Ma mai di qualcosa che si sia concretizzato tra le nostre mani. Nei meccanismi di uno smartphone, nelle effettive possibilità che abbiamo a portata di mano.

Uno dei drammi che l’umanità era abituata a vivere era quello della mancanza delle possibilità, che era certamente legata alla mancanza di soldi, o quantomeno al fatto di avere opportunità direttamente proporzionali al proprio reddito. Oggi la situazione è cambiata: non dico che ogni tipo di possibilità sia nelle mani di tutti, ma poco ci manca. Se desideriamo intraprendere una strada, il modo di realizzarla è accessibile alla maggior parte delle persone. E le strade sono tante, le possibilità pressoché infinite.

Non ci si chiede più quindi quale scuola ci potrà maggiormente garantire un lavoro, ora possiamo permetterci di scegliere, di far venire a galla il nostro gusto, il nostro talento e i desideri più reconditi di realizzazione personale.
Si pone però il problema centrale della confusione dei nostri giorni: sappiamo riconoscere queste tre cose? I nostri gusti, i talenti che abbiamo e i nostri desideri? Dagli incontri che svolgo nelle scuole, con genitori, con ragazzi iscritti da anni o che stanno per iscriversi all’università, mi viene da dire di no. No, dopo le medie è spesso troppo presto. Dopo le superiori anche. Dopo l’università non ne parliamo: con la testa sulle nuvole della teoria senza saper come declinare le nostre conoscenze. Ma anche dopo anni e anni di lavoro quando vogliamo reinventare la nostra carriera non sappiamo dove andare. Eppure è tutto a nostra disposizione, abbiamo possibili orizzonti infiniti davanti a noi, davanti allo schermo di un computer o del telefono.

Internet ci costringe a fare i conti con tutto quello che non stiamo facendo e che vediamo in real time che gli altri stanno realizzando. Studio, serate con gli amici, corsi di aggiornamento, risultati e celebrazioni. Tutti gli aspetti positivi che vengono pompati sui social e che ci fanno rendere conto che noi siamo dall’altra parte dello schermo a guardare, senza poter buttare in risposta qualcosa di simile.

E vorremmo essere al posto di ognuno di questi, fare le loro cose, le loro carriere, le loro esperienze e ci chiediamo da dove cominciare. Tutto questo perché non ci conosciamo abbastanza. Perché non siamo partiti dal “conosci te stesso” del tempio di Apollo a Delfi.

Non ci resta che metterci offline e dedicarci all’interiorità, agli input interni, alla nostra voce interiore che ci può indicare una strada senza vederla già segnata. Possiamo fare appello al daimon (demone) di cui parlava Socrate: una sorta di divinità privata e interiore. L’angioletto sulla spalla che si contrappone alle scelte sbagliate di una persona. Non indicava infatti la strada da seguire, ma dissuadeva dal compiere certe scelte.

Guido Calogero lo descrive così: «Si tratta di una voce della coscienza alquanto strana, poiché il demone distoglie ma non invita, si limita cioè a proibire di fare qualcosa, ma non stimola a determinate azioni»1.

Oggi il daimon – o qualsiasi altra voce interiore – l’abbiamo sostituita perlopiù con la voce di nostra madre che ci dice cosa è giusto per noi, senza neanche dissuaderci dalle scelte sbagliate, perché le sue sono sempre giuste. Non siamo più abituati ad ascoltarci, ma a cedere alle pressioni esterne e alle aspettative degli altri. Il daimon socratico invece ci spinge a discutere con noi stessi. Ad argomentare quando sentiamo venire a galla un desiderio, a domandarci perché e in che modo possiamo realizzare qualcosa.

Il demone ci spinge a scegliere senza essere trainati dalle possibilità (infinite) che abbiamo davanti, ma facendo i conti con il nostro passato e le nostre abilità, ci costringe a scegliere dopo averci dissuaso da decisioni sbagliate. Scegliere, nella prospettiva platonica, significa infatti prendere possesso criticamente del proprio passato per migliorare il presente.

Il demone ci spinge a realizzare la nostra eudaimonìa, ovvero il nostro “spirito buono” (letteralmente), cioè posseduto da buon demone, da quel demone che ci permette di realizzare la felicità che sgomita per farci creare un percorso su misura. Sulla misura di chi siamo e non delle opportunità che altrimenti passeremmo la vita a osservare e invidiare da dietro uno schermo.

 

Giacomo Dall’Ava

 

NOTE
1. G. Calogero, Erasmo, Socrate e il Nuovo Testamento, Accademia Naz. dei Lincei, 1972

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Manuale di sopravvivenza all’apocalisse robot

Domanda a bruciapelo:

“Chi sei?”

Non vale rispondere con nome e cognome.
Né per automatismo, né per tentare di delegare la risposta al proprio profilo Facebook,  scansando lo sforzo di pensarci e distraendoci con le foto della Tailandia in bacheca.

Per rispondere prova a cercare qualcosa in più:
Cosa sceglieresti per rappresentare quello che fa di te ciò che sei?

Se incontri una persona mai vista prima, è dura non notare prima di tutto i dettagli più superficiali. Allo stesso modo potresti fare tu mentre ti muovi verso “te stesso”. Soffermarti sulle caratteristiche della tua figura, il tuo stile nel vestirti. O andare un poco oltre: potresti descrivere le peculiarità dei tuoi movimenti. Sei vittima della goffaggine oppure agile, elegante? I tuoi gesti affermano un certa fiducia e sicurezza, o tradiscono la tua timidezza? E via continuando verso dettagli meno evidenti al primo sguardo. Potresti raccontare il tuo carattere. O le tue abitudini. I tuoi pregi o le tue nevrosi. La tua storia, passata e progettata, ricordi e sogni.
Pezzo dopo pezzo si costruisce una tua immagine, una tua rappresentazione, che cerca di essere autentica e aderente al reale. A quello che sei, ma che magari non sai, che non è facile raggiungere fino in fondo, completamente. Un figura in cui specchiarsi, rigirando e rivoltando il proprio profilo, cercando di capire come siamo e appariamo, possibilmente trovando il lato migliore.
Non è facile scegliere se tra queste c’è qualcosa che ci rappresenti in modo essenziale. Forse in misura diversa tutte insieme collaborano a renderci quella creatura che spesso frettolosamente etichettiamo e riconosciamo grazie a un nome e un cognome.

A volte finiamo per conoscerci meglio se abbiamo la possibilità di riconoscerci negli altri. Individuando qualcosa che ci risuona in coloro che appaiono simili a noi per questa o quella caratteristica.

Ci rispecchiamo in “qualcuno”, e ci rivediamo attraverso di lui.

Ma se invece cominciassimo a trovare ulteriori e sempre più frequenti similitudini con “qualcosa”?

L’avanzamento delle tecnologie robotiche prosegue senza sosta, e i suoi prodotti si rinnovano, si aggiornano e progrediscono.
Gli automi rinascimentali suggestionavano le corti mimando l’apparenza umana. Cavalieri meccanici che riproducevano i movimenti dell’uomo. Meraviglia in chi li osservava e stava al gioco dell’artificio teatrale. Ma poco più di una marionetta per chi riusciva a guardare al di là dell’armatura e scorgeva nell’ingegno del meccanismo un guscio vuoto d’anima.

Da allora robot e androidi si sono evoluti in molte forme, emulando caratteristiche umane, spesso migliorandole. Si pensi a tutti i compiti che richiedono un movimento ripetitivo e programmabile: più forti, più precisi, più rapidi.
Una somiglianza superficiale, che ci fa comodo e ancora non disturba. Anzi. Avere un doppio che ci sostituisce è intrigante. Il termine robot deriva proprio dal termine ceco robota, che significa lavoro pesante o lavoro forzato.

L’evoluzione scientifica è continuata, e a diventare meccanica è stata l’intelligenza. Qualcosa che è di consuetudine attribuito alla sfera dell’interiorità e della soggettività.
Intelligenza artificiale.
E le sue possibilità forse complicano le cose.

Macchine che parlano, reti neurali artificiali che elaborano informazioni, parole e immagini sino ad arrivare a riprodurre facoltà di stampo creativo. Le macchine, le “cose”, invadono il nostro territorio insomma, il campo di quelle possibilità una volta ritenute esclusiva dell’homo sapiens.
E che ne è dunque di quella marionetta vuota?
Impara a muoversi, a percepire l’ambiente circostante, a parlare il mio linguaggio e comprendermi. Si relaziona con me in modo sempre più realistico, analogico, umano. Mi somiglia sempre di più. Portandosi dietro quel vuoto di macchina, vuoto che rischia di risucchiarmi.
L’immaginario della fantascienza spesso ci ha raccontato un futuro apocalittico di terminator robotici che porteranno la distruzione per il nostro mondo di persone. Ma più che una battaglia campale tra agguerrite IA e soldati in carne ed ossa parrebbe che lo scontro avvenga sul piano concettuale. Più etereo, subdolo, inconsapevole.

Gli oggetti diventano riflesso dei soggetti, privandoli poco a poco dell’unicità rispetto a ciò che tradizionalmente li caratterizza. E lasciano ben poco in cui riconoscerci, conservando una sostanziale diversità dai macchinari. Cosa ci caratterizza in quanto umani? Cosa mi differenzia da quella marionetta vuota di coscienza?

“Chi sei?”

Sicuramente qualcuno che ha molto in comune con quella marionetta. E osservandola potrei addirittura imparare qualcosa di più su come “funziono”. E utilizzare quelle nuove conoscenze come base per costruire nuove domande. Senza esaurire la ricerca, per scoprire qualcosa di più.

“Chi sei?”

La tua apparenza, i tuoi pensieri. La tua capacità di imparare, ricordare. Il modo in cui ti relazioni con gli altri. I tuoi gesti, il tuo lavoro. E anche qualcosa di più.

Qualcosa di più.
È questo lo spazio in cui andare a cercare, per salvarsi dall’invasione dei robot.

 

Matteo Villa

P.s.: nel frattempo possiamo rassicurarci con qualche esempio di “stupidità artificiale”

 

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Non dovremmo essere fedeli come i cani

Dovremmo imparare a essere fedeli come le arvicole della prateria, non come i cani. I cani amano un padrone per abitudine: se lo ritrovano in custodia e guarda caso questo padrone è anche un distributore automatico e gratuito di cibo. E così diventano fedeli. Stanno al suo capezzale se sta male, lo riconoscono e lo cercano con devozione, certo, ma sotto sotto c’è un po’ di opportunismo evoluzionista.

Ma cosa sono invece queste arvicole della prateria? Dei roditori, dei piccoli criceti che si amano alla follia e praticano la monogamia più dei cristiani.

Secondo uno studio pubblicato su Nature, condotto presso la Emory University ad Atlanta, in Georgia, il desiderio di fedeltà e della classica “relazione stabile” deriva da un collegamento nervoso, che rafforza gli scambi tra l’area decisionale e quelle della gratificazione e del piacere. Ho scritto “desiderio di”! Non “obbligo di una relazione stabile”. Perché ormai la stabilità è vista come una gabbia, un matrimonio che ci costringe alla fedeltà (almeno a quella manifesta e dichiarata).

Invece questi piccoli roditori − e anche qualche sporadico caso nel mondo − sentono proprio il desiderio di stare con un loro simile, e uno soltanto. Di amare quello e basta.

In questo caso il cuore non c’entra niente: l’amore non sta lì dove passa il sangue che viene pompato nel resto del corpo. Quello batte, continua a battere e al massimo cambia ritmo. Ma è un ritmo dettato dal cervello, dai nostri condizionamenti e da quel flusso più o meno inconscio di pensieri che ci accompagnano in ogni istante della giornata.

Quando un pensiero è piacevole, l’area del cervello della gratificazione si accende, lavora, intensifica le trasmissioni tra neuroni. Cresce.

I ricercatori statunitensi hanno analizzato le connessioni nervose degli esemplari femmina di quei criceti, in particolare tra la corteccia prefrontale (che riguarda la sfera decisionale) e il “nucleo accumbens” (ovvero il centro della gratificazione e del piacere). Dai risultati di questo studio è emerso che più le due aree comunicavano tra loro, più la femmina desiderava una relazione duratura con il maschio.
E quindi? Quindi più le scelte che si prendono portano anche piacere e gratificazione, più la relazione sarà duratura. Non è scontato. C’è di mezzo una stretta connessione tra le scelte che si fanno per se stessi e il relativo benessere che ci portano. Se scegliamo per noi e questo ci porta un grande piacere, di conseguenza aumentano le probabilità di una relazione monogama, e per di più felice.

Poi bisogna vedere se il cervello delle arvicole della prateria funziona come quello degli esseri umani.

Dai test su questi roditori è comunque emerso che la base fisiologica dell’amore e della fedeltà si trovano nel cervello. Quindi è un amore che passa per la decisione, per la scelta. Non una fedeltà da cani, legata all’abitudine e alla ricerca di un padrone. No, niente di tutto ciò, nessun padrone in amore, ma solo decisioni rafforzate dal piacere.

Questa potrebbe essere insomma una delle chiavi per risolvere i problemi di coppia. Smetterla con ‘sta cosa della monogamia per forza, per promessa o per morale. Quella non porta alcun legame con la gratificazione. Buttiamoci invece nelle scelte personali, consapevoli, libere e assaporiamo il piacere che ne deriva.

Perché non è detto che funzioni come sosteneva Goethe: «La fedeltà è lo sforzo di un’anima nobile per uguagliare un’altra più grande di lei.» La scienza alcune volte spazza via anche le frasi più romantiche, i racconti a cui era bello credere. Non ci sono anime di serie A e di serie B. Ci sono decisioni e responsabilità da cui derivano emozioni e sentimenti. E pure il battito del cuore a cui siamo tanto legati in amore.

Giacomo Dall’Ava

[Immagine tratta da Google immagini]

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Onniscienza portatile, istruzioni per l’uso

Hai mai voluto essere Dio?
Onnisciente e ubiquo.
In un mondo in cui siamo tutti umani, a volte anche troppo, la filosofia, la più grande fabbrica di frasi a effetto della storia, suggerisce un’idea di saggezza distante dall’immagine di colui che tutto sa: “so di non sapere” è piuttosto l’ammissione di umiltà che apre la via per la conoscenza.

Ok, Socrate, io so di non sapere, ma Google lo sa. Le risposte che cerco sgorgano dal palmo della mia mano attraverso il mio smartphone, che quando ha la batteria carica ed è ben aggrappato a un segnale Wi-Fi mi offre tutto il sapere condiviso dall’umanità sul web. Posso sapere tutto. Sono connesso con tutti.
Onnisciente e ubiquo.

So che posso sapere.

Gli antichi non si sarebbero sconvolti più di tanto vedendo bruciare la biblioteca di Alessandria, la più grande e ricca dell’epoca ellenistica, se avessero potuto tenere tra le dita uno smartphone. Nelle nostre tasche, di biblioteche di Alessandria ne abbiamo a milioni.

Una vera libidine per il filosofo, che prende il suo titolo in quanto “amante della conoscenza”.
Il filosofo dell’era moderna ha a disposizione un campo senza confini dove ammirare le meraviglie prodotte dallo spirito umano.
E poter imparare di tutto: quali sono le città del pianeta che ospitano più abitantiCome appare il cielo notturno, visto dal polo sud? Quanti elastici ci vogliono per stringere un’anguria fino a spezzarla in due?

Attento, goloso di conoscenza. Davanti a questo buffet sterminato di nuove informazioni, la distanza che separa la ricerca della verità dal cazzeggio asistematico è breve.

Se ti è capito di voler essere Dio, o perlomeno di avere qualcuno dei suoi poteri, probabilmente significa che non lo sei. Che il tuo cervello, come quello dei tuoi simili, è capace di processare in maniera funzionale una quantità limitata di informazioni.

La quantità di conoscenza disponibile in modo tanto rapido e accessibile può essere fruita armoniosamente solo se accompagnata da una consapevolezza qualitativa. Non è superfluo soffermarsi su come organizziamo e gestiamo le informazioni che acquisiamo, non è superfluo cominciare un discorso sul metodo, perlomeno fino a che rimaniamo umani, troppo umani.

So che posso sapere, ma forse so anche di non sapere quello che voglio sapere.

Google sa un mucchio di cose, ma continua a presentarsi come un foglio bianco. Un saggio onnisciente ma muto, pronto a darci tutte le risposte, a patto che siamo noi a fare il primo passo scegliendo una domanda.
L’apertura verso possibilità indefinite può lasciare spiazzati. Basta ricordare quando il professore iniziava l’interrogazione dicendo: “prego, mi parli di un argomento a suo piacimento”. Senza la consapevolezza dei punti di forza e di debolezza, la libertà può risultare fatale.

Tutto il sapere del mondo vale poco, se non si è addestrati a porre delle buone domande. Nell’epoca della connessione, non sono solo i dispositivi elettronici e le strutture informatiche che possono essere collegate in una rete grande come il mondo: anche noi abbiamo la possibilità di connettere la marea di informazioni in cui siamo immersi con le nostre vite, sfruttando le possibilità delle tecnologie digitali per i nostri obiettivi e le nostre motivazioni.

Se potessi entrare oggi nella biblioteca di Alessandria, quale sezione visiteresti per prima? La risposta a questa domanda potrebbe dirti qualcosa di più su come sei.
Ogni giorno, quali sono le cose che chiedi ad internet, che tutto sa? Quale immagine di te riflette?

Quale può essere quindi la domanda degna delle possibilità che abbiamo oggi?

 

Matteo Villa

 

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Sindrome di Homer Simpson: cambiare fa schifo

Diciamoci la verità, cambiare fa schifo e non ce ne importa nulla dell’evoluzione umana né, tantomeno, di quella personale. Ci interessa soltanto “stare bene”, ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Badate bene, non il “massimo risultato” e basta, né mettere in atto uno sforzo sufficiente per il massimo risultato. Vogliamo ottenere quel che si può con questi minimi sforzi.

Lo chiamano anche principio dell’omeostasi: tendiamo a conservare le nostre caratteristiche al variare delle condizioni esterne. Una persona in equilibrio cercherà di mantenere quel prezioso equilibrio, non cercherà in alcun modo di migliorarlo. Sia mai, quanta fatica per niente.

E se stiamo leggendo un articolo di una rivista filosofica, tramite un dispositivo tecnologico e grazie a una rete internet, probabilmente non ci sta andando proprio malaccio. Possiamo anche continuare su questo binario. Certo ognuno con le proprie nevrosi e i propri grattacapi quotidiani, ma ce la stiamo cavando. Pacca sulla spalla e ci riassettiamo sulla poltrona che ci ospita, comodamente.

Chi ce lo fa fare  questo ulteriore sforzo per cambiare?

Nelle sessioni di coaching che mi capita di fare – in ambiti che spaziano dal mondo del lavoro all’intimità della famiglia – mi sono reso conto che le principali situazioni che ci fanno muovere il culo dalla condizione in cui ci troviamo sono tre:

  • Lo schiaffone in faccia
  • Il colpo di culo
  • La lenta e graduale ricerca del miglioramento

Il primo è il classico esempio di cambio del proprio stile di vita dopo un infarto. La morte viene a bussarti alla porta, con tanto di falce alla mano. Poi l’angelo della vita ti prende per i capelli e ti riporta sulla terra. Personalmente, spero non mi capiti mai, altrimenti la calvizie potrebbe rappresentare un problema non più estetico.

In queste circostanze si cambia per forza di cose, lo scossone ricevuto crea un “trauma” (parola che in origine aveva anche il significato di “muovere”, “passare al di là”). Ormai sei passato al di là di una soglia, il dado è tratto.

 

Nel secondo caso si cambia a caso, non sai bene cosa ti abbia fatto cambiare, né perché la situazione ad un certo punto sia mutata. Ti sei trovato al momento giusto nel posto giusto. Eppure non accade quasi mai a te, ma agli altri. E in molti casi la persona in questione non si è nemmeno sforzata troppo per far accadere questa circostanza. Non ce ne vogliano gli amanti della legge dell’attrazione: si tratta di culo (fortuna, in gergo). Non serve alcuna aneddotica, abbiamo tutti assistito a colpi di fortuna (sempre altrui) che ci pare di meritarci ma che a noi non arrivano mai.

 

Il terzo caso è l’unico su cui possiamo esercitare un minimo di progettualità e di forza di volontà. L’unico meccanismo con cui possiamo contrastare una cattiva abitudine, quel sassolino nella scarpa che non è che ci impedisca proprio di camminare, ma ci impedisce di farlo serenamente e a pieno regime.

 

Si tratta di abitudini. Le abitudini rappresentano il 45% di tutte le azioni che svolgiamo ogni giorno. E l’unico modo per contrastare un’abitudine è costruirci sopra un’altra abitudine. Ovviamente, per farlo, occorre un lavoro di lenta e graduale ricerca del miglioramento. In soldoni? Fatica e impegno.

Ma l’economia cognitiva del nostro pensiero ci trattiene dal farlo. Il cervello cerca di confrontare ogni novità con qualcosa di già conosciuto, prova prima di tutto a incastrarla in qualche categoria già creata. Il nuovo gli dà fastidio, e cerca in tutti i modi di ricondurlo a qualcosa di già noto per fare meno sforzi e non dover cambiare idea sul mondo.

Per questo in pochi, pochissimi, scelgono questa terza via. Gli altri aspettano speranzosi il bacio della dea bendata, o attendono a dita incrociate uno schiaffo da cui rialzarsi.

Ma d’altronde nessuno è da biasimare. Cambiare fa schifo. Quando scopriamo che con il minimo sforzo possiamo ottenere un minimo risultato soddisfacente, ci fermiamo lì. Zoppichiamo con il sassolino piuttosto. Piuttosto che levarlo e iniziare a camminare, a sudare, a marciare con la piena responsabilità della nostra andatura.

Insomma l’homo sapiens sapiens, che tanto si vanta della supremazia della sua specie, procede per un banale meccanismo di scelta: l’euristica del soddisfacimento. Si tratta di considerare un’opzione per volta e se ne esaminano le caratteristiche importanti. La prima opzione accettabile sarà la nostra.
Alla faccia del progresso della specie e del miglioramento personale.

 

Giacomo Dall’Ava

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Creare con il pensiero: la scienza per realizzare i sogni

Finalmente posso dormire! Lontano da tutto il resto, rifugiarmi sotto le coperte, e lasciare che la coscienza si assopisca lentamente sprofondando nel silenzio dei sensi. E sognare, se capita.

Molti concludono la giornata con un pensiero simile, prima di abbandonarsi al riposo. Eppure non è sempre così semplice. A qualcheduno, in qualche rara occasione, può essere capitato durante il sonno di sperimentare quello stravagante fenomeno chiamato sogno lucido: uno stato mentale ossimorico, che unisce un senso di presenza a sé stessi mentre la coscienza dorme. Quando sogniamo normalmente, la realtà non si impone più rigida sulla nostra percezione. Lascia che la nostra mente proietti e immediatamente sperimenti quanto crea lei stessa. Il risultato consueto: situazioni che si compongono in modo apparentemente casuale (psicanalisi e smorfia napoletana a parte). Tuttavia in quello stato fortunato del sogno lucido si aggiunge un altro elemento: nel sogno ci ricordiamo che stiamo dormendo e ci accorgiamo che stiamo sognando. Questa presa di consapevolezza ha come conseguenza un effetto particolare: le immagini non sono più subite, dettate dalla profondità del subconscio o da associazioni bizzarre, ma diventano il prodotto della nostra volontà, che ha acquisito lucidità nella dimensione onirica.

Vuoi volare? Puoi. Basta pensarlo.

Immaginazione e percezione della realtà diventano eco l’una dell’altra, come due specchi che vicendevolmente si riflettono. Non c’è una realtà “esterna” che definisce l’esperienza mentale di un soggetto interiore, perché pensato e percepito sono una cosa sola. Risuonano le parole di Aristotele quando descrive l’intelligenza divina:

 

«Dunque, non essendo diversi il pensiero e l’oggetto del pensiero, per queste cose che non hanno materia, coincideranno, e l’Intelligenza divina sarà una cosa sola con l’oggetto del suo pensare».
Aristotele, Metafisica

Un po’ come dice Guccini nella sua Genesi, ma senza “r” moscia.

Nella vita di tutti giorni, vissuta normalmente da svegli alla luce del sole, è meno immediata l’associazione tra quanto si sogna e la sua concretizzazione davanti ai nostri occhi, tra aspirazione e realizzazione. Realizzare i sogni diventa l’espressione che descrive l’azione di chi, aiutato dalla sorte o grazie al duro lavoro, riesce con il tempo a rendere vive nel mondo le sue aspirazioni.
Ma proprio mentre siamo impegnati a realizzare i nostri personali propositi, scienza e tecnologia continuano instancabilmente a lavorare per i propri. E quello che stanno producendo in questi ultimi anni potrebbe servire ad accorciare sempre di più questa distanza. Compaiono uno dopo l’altro strumenti e tecniche che servono a rafforzare e rendere più vividi i prodotti della nostra immaginazione, che creano la possibilità di sperimentare i nostri progetti mentali con i 5 sensi. Di renderli appunto “reali”.

Pensiamo alla stampante 3D: simbolo del mondo del making e dei fablab (assieme a taglierine laser e macchine fresatrici), è quello strumento che materializza in volumi tangibili forme prima digitali. Rendendo quasi immediato il processo di costruzione, lascia spazio al gioco delle forme e alla creatività per la progettazione delle cose.
Oppure prendiamo in considerazione un altro ambito, un ambito che oramai potrebbe aver perso l’aura della novità, e che potrebbe passare inosservato perché associato all’intrattenimento e al contesto ludico: quello della computer grafica. Processori sempre più potenti e una risoluzione identica a quella della vista umana (se non maggiore) servono a rendere verosimili le visioni degli artisti digitali, proponendo al pubblico opere che senza limiti possono sfidare il sublime.
E la CGI si sposa con la tecnologia dei visori di realtà virtuale, inaugurando nuove possibilità espressive e di sperimentazione. Parallelamente alla capacità di costruire mondi fittizi sempre più complessi e percettivamente credibili, si sta sviluppando la tecnologia per rendere la fruizione immersiva. Tutto questo grazie ad occhiali che proiettano panorami artificiali includendo tutto il campo visivo, esplorabili a 360 gradi. E non solo: gli strumenti di interazione con i mondi digitali non si limitano alla vista, ma includono il movimento corporeo.
E ancora: la ricerca si sta occupando dell’interazione diretta mente-macchina, sulla possibilità di interagire e dirigere mentalmente le operazioni dei computer. Dovremo aspettare molto prima controllare i nostri smartphone tramite i nostri pensieri?

Artifici computerizzati che interagiscono con il nostro tatto, con la percezione del nostro corpo e degli oggetti, con le immagini visive davanti a noi. Con quelle facoltà cognitive che contribuiscono a definire quello a cui normalmente attribuiamo un’esistenza concreta. Considerando queste tecnologie nella loro singolarità, può sembrare esagerato accostarle ad un aumento illimitato delle potenzialità della creatività umana e della sua realizzazione. Ma consideriamole tutte insieme, per osservare se disegnano una direzione, una tendenza verso cui ci stiamo muovendo. E ricordiamoci quanto la tecnologia è mutata nei secoli, in modi inimmaginabili per ogni epoca. Apparirà allora più lecito fantasticare su un futuro sorprendente.

Un ultimo azzardo: accogliamo in pieno questo scenario, immaginiamo un presente in cui ogni cosa che l’immaginazione umana può figurarsi si realizza immediatamente. Una volta che la domanda non è più come realizzare quello che sogni, perché tutto quello che immagini si può concretizzare, allora che cosa oserai immaginare?

Matteo Villa

 

P.S.:

Fai volare l’immaginazione mentre guardi questo video:

volo in realtà virtuale


 

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Non illudiamoci di essere indispensabili

Ma cerchiamo almeno di risolvere problemi

Qualche settimana fa stavo parlando con due clienti, marito e moglie. «Di professione faccio il filosofo», spiego a loro. Ma vedo che i loro quarant’anni di matrimonio li riportano a un’epoca in cui la filosofia ancora non esisteva. Eppure avevo letto che si era diffusa già più di 2500 anni fa.

Allora continuo con una spiegazione più dettagliata su quello che faccio, e i due coniugi (proprietari di un’azienda veneta) iniziano a rasserenarsi perché inizio a parlare di efficienza, marginalità, fatturato. Dovevamo solo trovare una lingua comune.

«Quindi tu sei una sorta di lubrificante» se ne esce il marito, destando scompiglio e imbarazzo tra i presenti. E fortunatamente la moglie cerca di chiarire all’istante: «Aiuti le persone a relazionarsi tra di loro per produrre di più e lavorare meglio». Sì, indicativamente.
«Beh», continua la moglie, sperando che il marito non faccia altri riferimenti a lei poco graditi, «Qui da noi nessuno è indispensabile. Se qualcuno non lavora bene cerchiamo di rimpiazzarlo e di ripartire con qualcun altro. Abbiamo bisogno di persone che ci risolvano problemi, che li anticipino.»

Fortunatamente è nata una sincera amicizia lavorativa tra di noi, che mi ha portato a riflettere con loro su questo principio. Un modus operandi condiviso anche da altre realtà, da altre aziende. Forse è un po’ frutto dell’attuale cultura lavorativa: molto più mobile e flessibile, in cui nessuno (si dice) è indispensabile. L’azienda prima di tutto. Poi le persone. L’azienda c’era ancor prima che arrivassero la maggior parte di queste persone, e continuerà anche dopo. In un modo o nell’altro.

Il nostro ruolo sulla terra è insomma contingente, nulla di essenziale, di determinato, di indispensabile agli altri. Ma senza spingerci all’interno dell’esistenzialismo, rimaniamo in azienda. Il ruolo dei dipendenti, ma anche dei manager, sembra costantemente appeso a un filo (un fil di ferro forse, ma pur sempre un filo). In bilico tra l’incremento del fatturato e la sostanziale capacità di non creare problemi, ma risolverli.

A questo siamo chiamati. A risolvere problemi. A rimanere in costante stato d’allerta, con una spada di Damocle posizionata sulla testa, pronti a non dare fastidio e a ridurre il fastidio.

Non basta “essere” in azienda. Non basta essere presenti. L’Esserci di Heidegger non trova spazio. Non siamo su questa terra (ma abbiamo detto di star lontani dall’esistenzialismo, limitiamoci a parlare di azienda!), non siamo in quest’azienda soltanto per confermare la nostra presenza, per affermarci, per far emergere la nostra umanità. Né siamo qui soltanto per obbedire agli ordini. Ormai è troppo poco. Siamo chiamati a risolvere problemi. Altrimenti, avanti un altro.

Sembra una guerra, una lotta perpetua in cui non si può stare un attimo con le mani in mano in stato di quiete.

E Herbert Spencer (filosofo inglese, esponente del darwinismo sociale) ci direbbe questo:

«Pur concedendo che senza queste lotte perpetue le società civili non sarebbero sorte, ed era necessario vi concorresse una forma idonea di carattere umano, feroce e intelligente, possiamo nel tempo stesso ritenere che, formatesi tali società, sparisce la brutalità del carattere degli individui, resa necessaria dal processo produttivo, ma non più necessaria dopo che il processo è compiuto».

(Herbert Spencer, Principi di Sociologia, 1967, II, pp. 22-23)

Spencer pensa quindi che questa brutalità non sia più necessaria ora che le società sono formate, e che quindi possiamo tranquillizzarci e vivere senza il pensiero che il nostro vicino di casa ci potrebbe invadere da un momento all’altro.

Vero. Ma l’azienda è come se fosse una società non ancora formata. Perché non si forma mai, non arriva mai ad uno stato di “arrivo”, di compiutezza. È un’entità in continuo divenire, per cui c’è bisogno di persone che continuamente risolvano i problemi. E, se non ottengono il risultato, la brutalità è lì pronta ad uscire dal covo. Pronta a soppiantarci per qualcuno di più flessibile, o per una macchina robotizzata che non si rivolge nemmeno ai sindacati.

Non che quello dell’avanzamento della tecnologia sia un problema. Non rientra nemmeno in un dilemma morale. Le macchine si occupano, per ora, problemi semplici, meccanici, per l’appunto. Quelli per cui non si è indispensabili in nessun caso.

Per far contenti i due coniugi veneti dovremmo riuscire a risolvere problemi ben più complessi. Come ad esempio la relazione tra le persone, i flussi di scambio di idee, comunicazioni, conflitti. Qualcosa di impalpabile, di utile e complesso. Con la genialità e con quel valore umano che − ancora − le macchine non riescono a riprodurre.

Giacomo Dall’Ava

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Pornografia tecnologica: meccanismi a nudo

Un’antica storia racconta di un tempo in cui i primi uomini, ancora innocenti e liberi dal peccato, vivevano in una terra dalle sembianze di un paradiso: senza sforzo o lavoro alcuno potevano godere di ogni frutto, senza conoscere fatica.
In molti, dopo una giornata di lavoro, con la schiena dolorante per la cattiva postura sulle sedie dell’ufficio o con la testa ancora pesante per lo studio, avranno fatto fatica a non pensare a questa storia come a una bella favola, un mito lontano. Ma forse questo stesso travaglio quotidiano, l’essere distratti dai piccoli grandi problemi di ogni giorno, li sta distogliendo dal notare che la nostra realtà concreta, apparentemente tanto lontana da quell’ideale paradiso terrestre, lo rievoca invece in alcuni tratti.

Anche se non ha l’aspetto di un giardino, in un certo senso siamo ancora immersi nell’Eden. Un Eden artificiale.

Tra i ripiani di un supermercato, conservati al fresco da luminosi marchingegni frigoriferi, possiamo trovare ortaggi e frutti provenienti dai raccolti di ogni parte del mondo, trasportati su ruote, ali meccaniche o scafi metallici, giunti fino a noi. Non dobbiamo far altro che allungare la mano, per coglierli. Nelle nostre case: tiriamo una leva, e immediatamente scorre acqua fresca. Per dissetarsi o lavarsi. Azioniamo un’altra leva e quei rifiuti sgradevoli alla vista e soprattutto all’olfatto che il corpo produce con naturale regolarità vengono risucchiati via, risparmiando la vista e la nostra delicata sensibilità, e scompaiono senza lasciare traccia.
Un bottone, musica. Un bottone, risaliamo 10 piani di un edificio alto 100 metri. Un altro bottone, per parlare con una persona dall’altra parte del mondo. Siamo alla distanza di un bottone dalla maggior parte degli effetti che inneschiamo ogni giorno. Prima il televisore, poi i computer, e alla fine (fine?) gli smartphone. Nel palmo della mano effetti mirabolanti sono messi in atto da gesti molto semplici. E la fruizione è sempre più raffinata, meno grezza. Non tiro leve, né giro manopole. Basta accarezzare delicatamente con un dito.
A volte neanche è necessario scomodare l’uso degli arti: è sufficiente il comando della voce, e la tecnologia pensa al resto.

Comodità quasi miracolose. Eppure tutti quanti ci ricordiamo che il paradiso è ancora lontano, che niente è veramente gratuito. Ci si potrebbe chiedere allora quale sia il prezzo di questa delega a meccanismi invisibili. Nulla ci dice che sia sbagliato pagarlo, ma forse può essere interessante sapere che lo stiamo facendo.

A differenza dell’Eden biblico, i cui abitanti privi di malizia mostravano le proprie nudità, privi dell’urgenza di nascondere alcunché, il nostro paradiso tecnologico cela i suoi segreti dietro foglie di fico di design fatte di materiali scintillanti. Il meccanismo che collega la causa all’effetto rimane celato agli occhi, e solamente lo specialista conosce il trucco segreto che si nasconde dietro a questa miracolo apparente. La tecnologia che utilizziamo si copre con grande pudore, avvolta in involucri seducenti ed appaganti, che celano la complessità, rilassano la contemplazione estetica dell’oggetto e facilitano l’utilizzo privo di distrazioni, essenziale.

Questo approccio bigotto alla tecnologia rischia di ridursi ad una fruizione superficiale, o di sublimare la goduria dell’utilizzo dei prodotti artificiali in un esercizio di vanità. E rischia di portare con sé un altro messaggio, implicitamente: se ti nascondo, significa che l’importante non è capire, non c’è bisogno che tu sappia come funziona. L’importante è che tu utilizzi, o godi nel possedere.

Come si può accogliere questo messaggio?

Una possibilità è quella di mangiare deliberatamente il frutto proibito dell’albero della conoscenza, per ricadere nella realtà, per riappropriarsene, e allargare il senso dei nostri gesti. Al fine di riuscire a dare valore allo sforzo che la tecnologia svolge al posto nostro, provare a immaginare come si starebbe senza. Capire iTunes, dopo aver messo in moto un giradischi meccanico. Capire un calorifero solo se di notte in una foresta ci siamo riscaldati con un falò. Capire la luce elettrica se con il sole oltre l’orizzonte non abbiamo visto altro che oscurità per una notte intera. Scoprendo la catena dei meccanismi che arrivano a costruire le nostre abitudini, e dare spessore all’immediatezza dei nostri gesti.

E senza fermarsi, perseverare nel peccato, peccare una seconda volta, peccare di lussuria, consumando pornografia. Una pornografia tecnologica per smanettoni. Che metta a nudo quello che c’è sotto, quello che c’è dietro, quello che c’è dentro. Per riparare, modificare, hackerare, riimmaginare nuove combinazioni e possibilità.
Con questo atteggiamento ribadire che se qualcosa non ci è dato nell’immediato, non ci viene posto a facile presa, o non è di facile comprensione, non significa che non sia alla nostra portata. La distanza è sempre colmabile, osservando un meccanismo dopo l’altro, smontando, fino a rompere se necessario, per praticare un’attiva comprensione, al posto di un passivo utilizzo.

Ugualmente degna è la scelta di conferire delega completa alla tecnologia. Non lasciarci distrarre dal meccanismo, impegnandoci a ricostruire nella nostra comprensione quello che ci è stato consegnato come già montato. A questo punto però la domanda diventa un’altra: come vogliamo investire diversamente la nostra attenzione? Se non ci interessa considerare i vecchi problemi per riuscire ad apprezzare le soluzioni contemporanee, quali sono i nuovi problemi con cui decidiamo di avere a che fare?

Matteo Villa

P.S.: A volte ci vuole un’artista per ricordarci la bellezza del meccanismo. Goditi questo video.

 

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Giacomo Rizzolatti: intervista alla mente dei Neuroni Specchio

Quello che distingueva l’essere umano da tutte le altre specie viventi (e soprattutto da quelle animali), era la grande abilità cognitiva. Un cervello più grande degli altri, più sviluppato. Ma non siamo stati neurologi per secoli interi, comunque abbiamo potuto vedere la nostra superiorità da semplici dati di fatto: contare, ragionare, progettare, realizzare, inventare. Tutte azioni precluse al resto dei viventi.

Oggi tutto questo idillio di razza superiore è finito.

Non siamo più primi, forse nemmeno secondi. Siamo guardati dall’alto al basso dalle macchine, dagli algoritmi, dalla tecnologia. Contare, ragionare, progettare, realizzare, inventare. Tutte azioni che una macchina sa fare meglio di noi, molto meglio. E più velocemente.

Eppure siamo ancora aggrappati a un filo, a una caratteristica che ci posiziona (per ora) ancora al di sopra delle macchine e dei robot. I sentimenti. L’empatia. Le emozioni.

Dobbiamo smetterla con questa corsa alla bravura: ci sarà comunque una macchina più brava e veloce di noi. Possiamo però fare la differenza con una relazione nuova, di valore, profonda sentimentalmente.

Allora chiediamolo alla neurologia, alle neuroscienze, cosa dobbiamo fare. Su cosa possiamo fare la differenza.

I neuroni specchio sono una risposta. A tratti sono “La Risposta”. E sono stati scoperti in casa nostra, grazie all’eccellenza italiana, dal professor Giacomo Rizzolatti a cui abbiamo fatto questa intervista.

 

Se dovesse spiegare a un ragazzino cosa siano i neuroni specchio, senza banalizzare questa straordinaria scoperta, ma facendola comprendere ai non addetti ai lavori, come li descriverebbe?

Ci sono dei neuroni, sia nella scimmia che nell’uomo, posti nella corteccia motoria, che rispondono sorprendentemente non solo al movimento, infatti la corteccia motoria è connessa al movimento, ma anche alla visione di azioni fatte da un’altra persona. Una nota importante è che la stessa azione che quel neurone fa fare alla scimmia ad esempio, è quello che eccita il neurone quando la scimmia vede farlo da una persona.

Dato che ha collaborato e discusso anche con filosofi sulle tematiche dei neuroni specchio, in che modo pensa che la filosofia possa aiutare la ricerca e le riflessioni nelle neuroscienze e negli ambiti scientifici?

Il mio team era fatto tutto da medici e un biologo (quello che ha scoperto i neuroni specchio), successivamente i neuroni specchio hanno suscitato molto interesse nell’ambito della filosofia, in particolare di quella fenomenologica. Giordano Giorello un giorno mi ha invitato a tenere un seminario a Milano e lì ho conosciuto Corrado Sinigaglia, il quale ha avuto un training specifico proprio in fenomenologia, in quanto ha fatto un lungo periodo a Lovanio a studiare gli archivi Husserl.
A questo punto abbiamo deciso di scrivere questo libro che ha avuto molto successo. Prima di questo contatto milanese sono stato invitato alla Sorbona per discutere ancora con filosofi fenomenologi, riguardo la nostra scoperta.

La capacità del filosofo è quella di andare a fondo delle definizioni, di trovare delle definizioni anche quelle degli scienziati, che pure sono attenti, per vedere se ci sono degli errori logici, delle contraddizioni con altre cose. Poi, nel caso di Sinigaglia, con cui collaboro già da diversi anni, lui ha imparato molto in neuroscienze, quindi è in grado di discutere con competenza e questo è molto importante perché i filosofi spesso – i grandi filosofi – hanno anche conoscenze in qualcos’altro come fisica, matematica, biologia, per cui quando fanno filosofia hanno anche una parte scientifica.

Con tutto questo interesse per il cervello, è esplosa una “neuromania” che ha coinvolto anche chi – a differenza sua – non dovrebbe essere stato interessato così tanto alla scienza e alle dinamiche del cervello. In che modo le neuroscienze possono dare un valore aggiunto anche alle altre discipline, come ad esempio alla psicologia?

La psicologia in generale descrive i fenomeni, se questi fenomeni poi possono essere descritti in modo più approfondito immettendoci i meccanismi, non toglie niente alla descrizione psicologica. Per esempio sull’attenzione ci sono dei lavori di Michael Posner, che ha inventato un paradigma che dimostra che l’attenzione c’è, è un fatto vero e non è solo una speculazione. Bene, molte cose che abbiamo fatto noi ed altri, mostrano quali sono i meccanismi alla base dell’attenzione. Quindi dirigiamo lo sguardo su cose interessanti o meno. Io direi dunque che c’è un arricchimento. Certo, poi ci sono delle esagerazioni, se uno pensa che può spiegare le religioni guardando il cervello, allora è semplicemente uno stupido.

Se i neuroni specchio sono neuroni sensorimotori che si attivano osservando un’azione senza compierla e senza aver avuto intenzione di farlo, quando vediamo un’azione che rientra nel nostro bagaglio di potenzialità attuabili, significa dunque che il nostro cervello ne sta facendo esperienza? Se vedo un padre che dà uno schiaffo ad un figlio, è come se il mio cervello abbia fatto esperienza dell’azione violenta? O forse del gesto subìto?

Qui è vera l’interpretazione. Nel caso specifico che ha citato c’è anche una componente emozionale, comunque quando io vedo un atto come quello che dice lei, capisco l’azione mediante un certo circuito dei neuroni specchio e capisco anche l’aspetto emozionale che ci sta dietro, cioè la violenza fatta sul bambino e li comprendo entrambi automaticamente. Poi quello che faccio dipende dalla mia cultura, la mia volontà, i miei rapporti con questa coppia, ci sono molti fattori. Se vedo che è un papà buono, che semplicemente dà uno schiaffetto al bambino, non agisco; ma se vedo che è un criminale che dà un schiaffo ad una signora, allora se sono una persona per bene intervengo.

Si sente spesso collegare il concetto di empatia con quello di neuroni specchio: è possibile che la ricerca futura possa direzionarsi verso scoperte utili all’essere all’uomo nel mondo delle relazioni con il prossimo? Si può intervenire o educare il cervello abituandolo con la sola vista e contaminandolo quindi con caratteristiche e situazioni vitali e positive?

Innanzitutto l’empatia, come la usiamo noi scienziati o perlomeno nel mio gruppo, è semplicemente la capacità di capire mediante un meccanismo fenomenologico, quindi automaticamente, senza ragionamenti, l’azione ed emozione altrui. Quindi l’empatia è un meccanismo di comprensione. Poi come si possa gestire, io non l’ho studiato, ma penso che sicuramente ci siano dei meccanismi di controllo. Ad esempio un chirurgo quando opera vede sangue, ma non gli suscita l’emozione che porterebbe ad una persona non abituata. Di conseguenza ci sono certamente dei meccanismi di controllo, ma ancora non è conosciuto come questi meccanismi si possono sviluppare: sentire di meno le emozioni oppure per potenziare la capacità empatica. Alcuni hanno provato dei farmaci come l’ossitocina, che sugli animali effettivamente migliora il rapporto tra esseri. Nonostante ciò, siamo ancora lontani da una soluzione e l’utilizzo di farmaci rimane pericoloso.

In che modo il mondo virtuale può sfruttare il meccanismo dei neuroni specchio e aumentare le potenzialità di un essere umano?

Se per realtà aumentata intende internet, è molto preoccupante. Internet è splendido come fonte di conoscenza: se non ricordo quando è nato il ministro Richelieu in pochi istanti posso sapere tutto su di lui; ma per quanto riguarda i rapporti interpersonali, è un grosso problema. Non c’è più quel rapporto corporeo e immediato che ci dicono le neuroscienze essere fondamentale. Una volta, 30 anni fa, quando si pensava che fossimo semplicemente elaboratori e computer, non c’era un’attenzione a questi dettagli. Invece oggi sappiamo che il rapporto corporeo, umano, tra persone è fondamentale per lo sviluppo della personalità.

Ad esempio, una persona, un genitore, che invece di parlare col bambino parla al telefono, trascura il bambino e anche lei si inaridisce. Quindi c’è un notevole rischio che questa realtà estesa diventi un pericolo per i rapporti sociali, per creare rapporti sani, tra individui o tra genitori e figli.

Giacomo Dall’Ava

[Immagine tratta da Google Immagini]