L’arte non è solo Leonardo

Cosa non è ancora stato detto su Leonardo Da Vinci? O su Michelangelo Buonarroti? Artisti di tale fama rappresentano, almeno per noi italiani, non solo dei punti di riferimento imprescindibili nella storia dell’arte, ma anche dei veri e propri simboli dell’arte medesima, dei paladini della bellezza i cui nomi, tuttavia, sono eccessivamente sfruttati e abusati; sembra quasi che la storia dell’arte ruoti esclusivamente attorno a quei soliti cinque o sei nomi che tu leggi dalle pubblicazioni cartacee di ambito artistico o senti dai programmi televisivi di taglio culturale. In questa prospettiva si conoscono, dimenticando però altre figure chiave che talvolta hanno avuto ancor più peso nella storia rispetto ai “soliti noti”.

E così di libri sul geniale Leonardo, o sull’irruento Caravaggio, o sull’orgoglioso Michelangelo, per non parlare di quel donnaiolo di Picasso o di quell’altro pazzo di Van Gogh, ne escono a ritmi feroci, quasi come se chiunque voglia scrivere di arte si dirigesse a passo sicuro verso quelle mitologiche figure del nostro aureo passato per trovare chi solo possa garantirgli un qualche ritorno economico da una pubblicazione di argomento storico-artistico. Ma se a scrivere di Bernardino Luini non si guadagna nulla, non necessariamente bisogna perdere il proprio tempo a parlare del già abusato e sciupato Leonardo (con il quale comunque non si diventa ricchi, beninteso). Ma ovviamente moltissimi degli autori che pubblicano materiale su Leonardo probabilmente nemmeno sanno chi sia Luini e se lo conoscono, il più delle volte, è perché viene annoverato tra i “discepoli” del grande artista e “scienziato” toscano.

Con questo non si vuole, in questa sede, spronare il lettore ad approfondire artisti poco noti della nostra storia, bensì si intende rimproverare l’aspirante storico dell’arte che, per superficialità o mancanza di idee (e di coraggio), decidesse di pubblicare l’ennesimo capolavoro critico su Leonardo da Vinci o un inedito studio psicologico sul genio di Caravaggio. Mi scuso con il lettore se sto ripetendo all’infinito i nomi di Leonardo e Caravaggio, ma il mio intento è proprio quello di dimostrarvi quanto martellante e fastidioso possa risultare il dover vedere sempre i soliti titoli, sempre le solite immagini, sempre i soliti argomenti, sempre le solite riflessioni.

La storia dell’arte, fortunatamente, è molto più di così: essa è un viaggio infinito, una sorta di miniera inesauribile, composta da migliaia di figure di rilievo, artisti, architetti, artigiani, committenti, collezionisti, galleristi, accademici, letterati e filosofi, tutti tasselli di un enorme mosaico che restituisce un’immagine unica e inalterabile. È palese che, tra tutti i tasselli di questo immaginario mosaico, ve ne sono alcuni più importanti di altri ed è chiaro che Leonardo non è certo una tessera dello sfondo. Tuttavia sono moltissimi i personaggi di primissimo rilievo, e molti di questi, purtroppo, sono già finiti nel dimenticatoio.

Colpa, forse, anche di chi non sa promuovere adeguatamente molti capolavori che andrebbero rivalutati. Perché, per esempio, Alberto Angela continua a fare puntate su monumenti e artisti arcinoti? Con la conoscenza di cui è in possesso, potrebbe dedicarsi a fare degli speciali su opere ugualmente grandiose, ma meno celebri, e sono sicuro che la Rai non glielo negherebbe, perché gli spettatori al suo seguito sono sempre in gran numero. Così, invece, si continuerà all’infinito a lodare Michelangelo e a dimenticare che nella Sistina ci sono pure affreschi di “modesti” pittori di provincia, come Perugino, Botticelli, Ghirlandaio e Pinturicchio. Poi, chissà quali misteri e quanti tesori si nascondono nella Biblioteca Vaticana! Quasi come se non ci fossero altri archivi di massimo rispetto in Italia. Quanti sanno, per esempio, che il Codice Atlantico di Leonardo (giusto per insistere ancora un po’) si trova nella Biblioteca Ambrosiana di Milano? Eh sì, perché Milano, per fortuna, non ha solo il Duomo, lo stadio di San Siro e i negozi di via Montenapoleone.

So di essere stato un po’ acido, e non voglio che mi si fraintenda: non tutti sono storici dell’arte, non tutti sono interessati a diventarlo, ed è giusto così, altrimenti saremmo tutti uguali. Ma quel che è intollerabile è la banalità, perché denota pigrizia e la pigrizia intellettuale conduce inesorabilmente al sonno della mente. Quindi, per prima cosa, se ci si definisce appassionati di arte bisognerebbe non cadere nel facile tranello di individuare nella Gioconda o nella solita ragazza ritratta da Vermeer i punti più elevati della storia dell’arte, perché, per esempio, l’affresco di Correggio sulla cupola del Duomo di Parma lo è ben di più (e non solo in fatto di metri).

Curiosità, questa è la parola chiave: chi ama l’arte va a visitare i musei, entra nelle chiese, cammina tra i saloni dei palazzi storici, e così scopre si arricchisce, e si rende conto di quanto le arti figurative siano state e siano tuttora fondamentali nella storia del nostro Paese. Poi, chi volesse spingersi oltre e scrivere qualcosa per poterlo far leggere ad un pubblico perderebbe solo il proprio tempo se finisse per scrivere di Giotto o di Michelangelo: altri mille l’hanno fatto, e molti di loro l’hanno sicuramente fatto meglio. Trattare o quanto meno promuovere artisti e opere meno popolari, invece, è comunque più appagante, perché la gratitudine proveniente da chi legge un testo originale o non banale dà una soddisfazione di gran lunga maggiore. Purtroppo, però, è più comodo percorrere la strada con le gallerie per risparmiare mezz’ora, rinunciando d’altro canto a vedere il mondo alla luce del sole.

 

Luca Sperandio

 

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Nel regno della fantasia: Monica Monachesi sulla mostra di Sarmede

Anche quest’anno Sarmede, piccolo, piccolissimo comune della marca trevigiana, diventa per i mesi autunnali polo della fantasia, dell’illustrazione e dell’immaginazione, popolandosi di artisti internazionali, autori, poeti, atelieristi e narratori, ma anche di visitatori sognatori. Tutto questo grazie alla Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia Le immagini della Fantasia, giunta alla sua 35esima edizione.

Questa annuale magia è resa possibile dalla Fondazione Štěpán Zavřel e oggi chiediamo alla sua curatrice, la dottoressa Monica Monachesi, di condividere con noi alcune riflessioni da cui è scaturita questa mostra e tutte le attività che nei prossimi mesi coloreranno l’iniziativa.

 

La fantasia e l’immaginazione superano ogni confine geografico e storico, ma vanno anche oltre l’età anagrafica. Se questo ci unisce alle persone del presente, passato e futuro e di tutti i popoli, si riscontrano delle diversità culturali nella grammatica dell’illustrazione e del racconto nei vari paesi?

Le rispondo subito così: imprevedibile e stupefacente è l’esito dell’osservazione che ogni anno si conduce sul mondo dell’illustrazione. Questo mondo bellissimo, che ogni volta ci sorprende, è fatto di racconti, è fatto di parole che ci avvicinano, ci dispongono all’ascolto e fanno bene all’anima di grandi e piccoli, qualcosa di cui oggi abbiamo bisogno più che mai. Parole per stare bene dentro e con gli altri. Parole pacificatrici, anche quando generano piccole necessarie rivoluzioni. Io credo che sia proprio questa la chiave di tutto il lavoro che la Fondazione svolge ogni anno attraverso la Mostra: diffondere con gioia racconti dal mondo e per il mondo.
Dare spazio, dare voce a belle storie, far sapere e condividere che la bellezza esiste e fa bene, condividere la consapevolezza rasserenante che, su un foglio prima bianco, su un pezzetto di carta, l’uomo sa creare universi meravigliosi che prima non esistevano, l’uomo sa fare l’impossibile, sa realizzare anche l’utopia; questo si fa attraverso la Mostra.

Poi ognuno può leggerla a modo suo, e questo è l’altro aspetto che dà un risvolto universale e di grande libertà a questo lavoro. Come ogni volta capita per qualsiasi libro, anche la Mostra vive pienamente e in modo sempre diverso in relazione al suo lettore/visitatore. Si tratta di una passeggiata attraverso il libro illustrato, immancabilmente completata dall’interiorità di chi, passo dopo passo, osserva e legge.
Bellissimo, no?

Per questo motivo ogni scelta è fatta con grande attenzione, mettendosi in ascolto del lavoro sviluppato da autori e editori di tanti Paesi. Ascoltiamo e poi organizziamo i contenuti che riguardano l’illustrazione in tre modi diversi: una mostra personale per raccontare il lavoro di un ospite d’onore con cui lavoriamo per quasi un anno, una mostra collettiva per portare lo sguardo sull’editoria internazionale attraverso 30 libri, una mostra tematica, sulla cultura particolare di un Paese o di un’area geografica vista attraverso l’albo illustrato.

 

In particolare quest’anno proponete un’ “immersione” nel mondo un po’ strano ed estremamente interessante del Giappone. Che cosa ci può raccontare in proposito?

Al ritmo di parole come Mukashi Mukashi che vuol dire c’era una volta, nella musicale lingua giapponese e attraverso tre progetti  – anzi quattro – concepiti appositamente per la Mostra, Le immagini della fantasia apre percorsi dedicati all’immaginario di questa straordinaria cultura che ci ha investiti con tutto il suo fascino millenario.
Alla poesia Haiku, fiore della poesia giapponese è dedicata un’antologia di Bashō e Issa, illustrata dagli allievi della Scuola Internazionale di Illustrazione (con le docenti Mara Cozzolino e Linda Wolfsgruber);
alle fiabe tradizionali giapponesi è dedicato il 13° albo della collana Le immagini della fantasia che si intitola appunto Mukashi Mukashi, c’era una volta, in Giappone; alle più terrificanti figure dell’immaginario è infine dedicato un gioco, il Memory Yōkai, mostri e spiriti giapponesi.
Tutti questi progetti sono stati ideati e curati in modo da creare un dialogo genuino con la cultura giapponese, per sillabare assieme a Bashō e Issa immagini del trascendente percepito in attimi di contemplazione del mondo terreno; per rinarrare, attraverso la scrittura di una grande autrice come Giusi Quarenghi, le fiabe più amate dai bambini giapponesi, con piccoli eroi che cambiano il mondo; e per giocare a conoscere quali forme sono state date a paure ancestrali e recenti, disegnate per noi da sei artisti giapponesi, stampate in serigrafia in Italia, confezionate con grande cura e raccontate in un libriccino cucito a mano.

img-intervista-monica-monachesi_la-chiave-di-sophiaPerò ho scritto sopra: – anzi quattro – , perché raggiungiamo il Giappone anche passando attraverso uno specialissimo Torii (portale che si trova davanti ai tempi shintoisti) preparato dall’ospite d’onore Philip Giordano, che ha vissuto sette anni a Tokyo e anni fa passò da Sàrmede per frequentare i corsi estivi come allievo molto emergente. Varcata la soglia che separa il mondo reale da quello immaginario, nella sua mostra Storie dall’Arcipelago sottosopra, l’illustratore si racconta con testi inediti che collegano il bambino Philip al disegnatore/autore di oggi e che ci fanno conoscere alcune delle più belle fiabe giapponesi, come Oshirasama, Urashima Taro, La principessa splendente, confermandoci la passione di Giordano per i lungomentraggi di Miyazake (Nausicaa nella valle del vento, Principessa Mononoke e altri) e dando forti motivazioni alla presenza dell’elemento del viaggio nei suoi ultimi albi illustrati da lui firmati come autore unico.

Riguardo al Giappone c’è anche un quinto punto, anche se non nato appositamente per noi, ma presente nel Panorama dell’albo illustrato: sono presenti in Mostra, nella sezione collettiva, anche cinque illustratori a rappresentare questo ricchissimo mondo con albi tra di loro molto differenti: dagli esilaranti e deliziosi  menu di Yocci a due libri nati in Francia grazie ad un ‘crogiolo italo-nipponico’, come lo ha chiamato l’autore italiano Gabriele Rebagliati che ha visto pubblicati in Francia due suoi racconti illustrati di giapponesi Susumu Fujimoto e Michico Watanabe (Le panier à pique-nique e Tout une vie pour apprendre), fino ad un silent molto giapponese in cui il confine tra mondo animale/naturale e quello umano fluttua o neppure esiste: La visite di Junko Nakamura; e infine altro libro in cui si coglie tutta la speciale relazione con gli oggetti d’uso quotidiano sentita in Giappone: il delicatissimo e toccante  Botan –chan  di Chiaki Okada – lo sapete che per i giapponesi dopo 100 anni gli oggetti d’uso acquistano un’anima? Meglio trattarli bene!

 

In quale senso intendete il libro illustrato, che è uno dei protagonisti della vostra mostra, come “strumento di conoscenza e veicolo di bellezza”?

Forse in parte ho già risposto, ma bene riprendere questo punto. La letteratura è forma di meravigliosa conoscenza dell’umano, e un libro illustrato, nel suo specifico di piccolo grande spazio letterario con immagini rivolto soprattutto ai bambini, ha una valenza pedagogica che Stepan Zavrel vide chiaramente 35 anni fa e coinvolse altri entusiasti estimatori dell’illustrazione, oggi strutturati nella Fondazione Štěpán Zavřel, a costruire un appuntamento che sembrava impossibile, all’insegna della meraviglia. Che cosa voglio dire? Un libro illustrato ha molto a che fare con altre arti, ha molte similitudini con uno spettacolo teatrale, è in qualche modo come uno spazio scenico: davanti ai nostri occhi si muovono personaggi, entriamo in mondi anche lontanissimi lì raffigurati. Mentre guardiamo tutto è possibile e in quel momento siamo ben predisposti alla conoscenza, desideriamo ascoltare ancora e ancora, sono attimi bellissimi che spesso si svolgono anche consolidando relazioni preziose: tra genitori e figli, con altre persone care, a scuola, tra amici. E si diventa più capaci di esprimersi a propria volta frequentando il libro illustrato che ci offre linguaggi su linguaggi, e che cosa c’è di più importante al mondo della capacità di esprimere pienamente se stessi?  Si potrebbe rispondere: “ascoltare gli altri!” e leggendo avviene proprio tutto questo!

 

Altro tema indagato e che da sempre è un filo conduttore delle attività della Fondazione Štĕpán Zavřel e della mostra Le immagini della fantasia è quello della migrazione, un fenomeno quanto mai attuale e generatore di riflessioni. In che modo il vostro festival riflette su tale argomento?

L’immagine del viaggio è usata spesso per raccontare la mostra e a volte rischia di divenire scontata, un semplice ‘volo della fantasia’ di Paese in Paese.
Prendiamo però molto sul serio la fantasia, come risorsa irrinunciabile dell’essere umano, e l’immaginazione da tenere sempre allenata, per aprire strade inattese, e crediamo che nella conoscenza reciproca ci sia molta speranza. Ogni anno raccontiamo ai più piccoli le fiabe dal mondo, per la vocazione di scambio culturale che la mostra ha da sempre e sempre più cerchiamo il dialogo genuino con il Paese ospite, con la sua cultura e con chi la racconta.
Mai come quest’anno in questa edizione il viaggio è esperienza di vita che la letteratura e l’arte visiva trasformano e mettono a disposizione come esperienza estetica e, di conseguenza, etica. Anche nella personale dedicata a Philip Giordano, ospite d’onore dell’anno – di madre filippina che lasciò il suo Paese e padre svizzero – si può leggere il medesimo tema. Questo autore nato e cresciuto in Italia si muove tra Occidente e Oriente e pone nei suoi picture book una tensione serena, piena di speranza e il suo disegno è un mezzo per stare al mondo, per resistere, per rispecchiarsi.

img2-intervista-monica-monachesi_la-chiave-di-sophiaInoltre, in questa 35esima edizione, c’è un gruppo di cinque libri più una piccola esposizione che arriva dal Cile, un punto in cui fare una sosta di riflessione: Pianeta Migrante.
Il fenomeno della migrazione è planetario, non esiste un luogo della Terra che non ne sia interessato. Le illustrazioni di Amélie Fontaine raffigurano persone, cose, strade, recinzioni, muri, ma soprattutto il libro comincia con una domanda: Che cos’è un migrante?

In mostra questo sfaccettato argomento prende luce in modi diversi per raggiungere lettori delle età più varie. Dal ritratto spietato di ciò che accade in mare, e in terra, dipinto da Armin Greder in Mediterraneo, alla rivisitazione moderna del classico di De Amicis Dagli Appennini alle Ande (illustrato da Francesco Chiacchio) che cambia la rotta e diventa Dall’Atlante agli Appennini, fino a Guridi che dall’Andalusia fa nascere un vero e proprio libro dalla suggestione del tema propostogli dalla Mostra e racconta la storia di un bambino che dovendo partire, non si rassegna a lasciare la sua balena rossa, vuole metterla in valigia (Como meter una ballena en la malleta). Il libro parla della forza delle risorse interiori, della creatività che diventa vitale, nella crisi, per la sopravvivenza.

E poi dal Cile arriva una processione di figurine in viaggio, anche loro in valigia, di Francisca Yañez. La parete è brulicante di piccole figure di carta, che sembrano volare, sono in cammino incessante, si muovono piedi, valigie, pensieri, ricordi. Ci sono sguardi da incrociare, vite da immaginare, occhi da ascoltare nel silenzio di un flusso che, mentre osserviamo la mostra, esiste davvero, in più di un luogo, nel nostro pianeta. Al centro ci sono pagine di passaporto che raccontano una storia: quella di Francisca esule dal Cile dittatoriale che con la sua famiglia scappa in Europa negli anni Settanta. Un racconto di chi al viaggio è costretto, di chi cerca di portare con sé un pezzetto di qualcosa, il sapore di un cibo, il profumo di un fiore, la gioia di un gioco.
Figurine di carta che, fatte quasi di niente, nella loro vulnerabilità insistono a raccontare le loro storie per creare empatia e consapevolezza, per cominciare a immaginare un pianeta solidale. Assieme ai Bambini Francisca parla e riflette e poi crea altre figurine: un laboratorio fatto di materiali semplici, ripetibile ovunque, con poco, come la mostra stessa, fatta per poter viaggiare più possibile.

 

Delle proposte culturali del festival ammiro molto i laboratori, che sono aperti a tutte le età: calligrafia, xilografia, acquerello. Quale valore hanno per voi questi laboratori? Per quale motivo la sola contemplazione di un’opera d’arte non è sufficiente?

La sola contemplazione è molto importante e non è affatto messa in discussione, ma semmai confermata da attività didattiche che creano esperienze attorno ai contenuti della mostra. 
Quest’anno abbiamo per esempio proposto la xilografia giapponese e credo che il corso abbia dato la possibilità di un’esperienza molto profonda, un vero viaggio nel tempo assieme a Mara Cozzolino che si reca continuamente in Giappone per specializzarsi sempre di più e per conoscere strumenti e materiali di antichissima tradizione che ancora oggi sopravvivono e danno nuovi frutti.

La parola contemplare che lei ha usato ci porta poi in qualche modo nella sfera dello spazio interiore, e questo mi piace molto. Si contempla per concentrarsi, per raggiungere… i bambini sanno farlo molto meglio di noi adulti ed è una forma di ascolto attento che va stimolata è una forma anche di nutrimento, nel nostro caso di contenuti visuali e narrativi, bene farne scorpacciate perché coltivare la bellezza nella vita è fondamentale non solo per il singolo ma per l’intera comunità.
Inoltre il disegno è strettamente collegato alla contemplazione, nel senso che le immagini che si possono contemplare in mostra derivano certamente a loro volta da numerose e attente contemplazioni da cui discende il fare artistico. Un collegamento necessario tra fare e vedere che mette in circolo energia creativa e fa anche incontrare tante persona che condividono passioni e desideri che a volte possono sembrare folli, visti uno ad uno, invece insieme si ritrova anche maggior determinazione a perseverare. I corsi possono essere vere fonti di nuove progettualità.

 

Che cosa sperate si portino a casa i bambini dall’esperienza delle vostre mostre, incontri, letture e laboratori? E gli adulti invece?

Curiosità, entusiasmo, immaginazione stuzzicata, pensiero portato lontano, la voglia incessante di scoprire che cosa c’è da ascoltare tra le pagine, la consapevolezza che ognuno di noi è speciale e può, con impegno, saper dire gran belle cose.
Amore per l’impegno, per l’applicarsi, per il riuscire a fare capolavori.
Amore per la poesia, per l’arte, per cose che se perdessero il loro valore, sarebbe perduto il mondo.
Vorremmo contagiare tutti, riempire le teste di bei pensieri, di sogni, di speranza, perché al mondo ci sono davvero molte belle umanità.

 

L’inaugurazione ha avuto luogo sabato 21 ottobre alla Casa della Fantasia a Sarmede e le attività arriveranno a conclusione il 28 gennaio 2018. Vi rimandiamo al sito della Mostra per maggiori informazioni, invitandovi caldamente a prendere parte a questa meravigliosa manifestazione.

Buona fantasia!

 

Giorgia Favero

La Terror Haza di Budapest: quando il terrore diventa realtà

Oggi, chi lavora nel campo museale o cura mostre d’arte si trova ad affrontare numerosi problemi di natura estetica e didattica: creare installazioni che valorizzino le opere esposte, rendere la struttura bella ma agevole al pubblico, istituire dei percorsi tematici che aiutino a comprendere gli autori e raggiungere l’osservatore medio, che intenditore d’arte non è. Purtroppo le scelte estetiche che vengono poste in atto, spesso non riescono ad avvicinarsi ai più, i quali, pur rimanendo colpiti sul momento, dimenticano dopo poco il fil rouge della mostra e, passate alcune settimane, non riescono a ricordare nemmeno le opere cardine delle collezioni che sono state esposte.

Un esempio  che contrasta con quest’ultima affermazione è facilmente riscontrabile in un noto museo di Budapest: si tratta della Terror Haza, una sorta di casa-museo nella quale vengono ricordati gli orrori e le vittime del regime comunista.

L’uomo medio che entra per la prima volta in questa struttura viene in primo luogo toccato dall’impianto stesso: una sorta di abitazione, quasi un ambiente familiare, costituito da più piani e diverse stanze. La sensazione che prevale non è quella di un classico museo, freddo e distaccato, istituzionale per così dire, ma di un ambiente raccolto, nel quale l’osservatore non si può perdere.

Il percorso che viene costruito è ad una via e ciò permette di seguire un filo logico, una strada ben definita. Il visitatore è dunque condotto in un’escalation di emozioni, ogni stanza ricorda un pezzo di storia ed è resa suggestiva sia nel gioco di luci, sia negli elementi che la compongono.

Quest’ultimi, in particolare, sono a loro volta disposti in modo da creare una sensazione tridimensionale: abiti d’epoca appesi su normali attaccapanni, scrivanie arricchite con telefoni datati, scartafacci o porta documenti del secolo scorso. L’assetto di questi elementi istituisce una sorta di processo d’inclusione, quasi l’osservatore fosse catapultato in un momento storico che non è il suo, in una realtà che riprende magicamente ad esistere e di cui si sente parte.

Tale idea è a sua volta consolidata da un espediente che rompe il gioco di ruoli: la possibilità di interagire con parte dei pezzi di storia che sono esposti, non solo di “guardare e non toccare”. Ecco che il visitatore comincia allora a giocare diversi ruoli: utilizza i telefoni per sentire la voce delle vittime, guarda filmati di testimonianze seduto tra i documenti dei condannati, osserva le minuscole celle nelle quali morivano i prigionieri. Colui che entra nella Terror Haza si sente in qualche modo parte di quel mondo, a sua volta vittima, prigioniero, perseguitato, quasi fosse stato risucchiato da una macchina del tempo.

Nel caso della Terror Haza di Budapest, dunque, l’installazione diventa in un certo senso parte di ciò che è esposto, la musica, i video, sia pure riprodotti con tecniche contemporanee, collaborano nell’impianto e anche il visitatore meno preparato comprende e viene mosso nell’animo da un groviglio di emozioni.

Forse questo esempio dovrebbe spingere a riflettere sulle scelte che vengono effettuate in diversi musei italiani. Talvolta, pur alla presenza di collezioni o manufatti di valore inestimabile, dimentichiamo di costruire un contorno che possa renderli vivi, che riesca a dialogare con chiunque e, di conseguenza, che faccia realmente apprezzare le opere.

Spesso si dice che l’arte è superata, che gli interessi contemporanei ricadono ormai su altri svaghi, dimentichi delle epoche passate. In realtà bisognerebbe chiedersi se ad essere superato non sia il modo di trattare l’opera più che l’opera in sé, il modo con cui un oggetto viene reso fruibile al grande pubblico e a colui che è davvero l’ultimo interlocutore del nostro patrimonio culturale.

 

Anna Tieppo

 

[immagine tratta da google immagini]

 

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Essere nell’acqua. Per una filosofia dello stato liquido

Nelle ultime settimane ho avuto il piacere di leggere un prezioso libricino, Piccola filosofia del mare, della filosofa Cecile Guérard, nel quale l’autrice illustra come il mare, e più in generale l’elemento acqua, abbia influenzato l’evolversi del pensiero umano, soprattutto in relazione alla coscienza introspettiva. La domanda centrale del saggio (e che prendo come spunto per questo articolo) è quanto questo elemento possa essere fonte d’ispirazione per una riflessione di carattere filosofico. Perché l’acqua non è solo un ingrediente prezioso per la nostra esistenza, nel corso della storia della civiltà occidentale essa ha assunto un significato profondamente simbolico, donando una consistenza e uno stato al nostro essere e alle sue mutazioni, diventando fonte d’ispirazione per l’arte e la filosofia.

La Guérard inizia parlandoci dello sguardo dei primi pensatori, che si rivolge infatti verso il mare: nell’acqua essi cercano le prime risposte. Dall’evaporazione degli oceani nascono le nuvole, le piogge, i venti e non è un caso che Afrodite, dea greca della bellezza, dell’amore e della fertilità, nasca proprio dalla spuma del mare, la sua genesi rappresenta l’essenza della vita stessa.

Il mare è stato anche metafora degli smarrimenti della ragione quando questa abbandona il terreno dell’esperienza, già per Platone i riflessi cangianti dell’acqua sono l’immagine delle apparenze sensibili, e per Kant il paese delle verità è un’isola circondata da un tumultuoso oceano, sede dell’illusione.

Se pensiamo alla letteratura, anch’essa alle sue origini presenta una metafora acquatica: i viaggi di Odisseo sono infatti il simbolo della ricerca e dell’errare dell’umanità.

Attraverso la storia dell’arte, si assiste poi ad un’interessante trasformazione dei significati dell’elemento acqua, che si fa specchio di valori identitari.

Nell’iconografia antica l’acqua si associa sempre ad una divinità, per poi assumere nell’arte cristiana un valore principalmente simbolico, identificandosi con l’atto battesimale e  diventando così elemento per eccellenza di purezza.

Con l’evolversi della coscienza individuale all’interno della società la sua simbologia  si fa più complessa. Il passaggio alla modernità, in cui l’individuo diventa protagonista, può, a mio parere, essere addirittura rappresentato da tre dipinti del XVI secolo, che hanno come elemento centrale proprio l’acqua: il Concerto campestre di Tiziano/Giorgione, L’Amor sacro e amor profano di Tiziano, infine il Narciso di Caravaggio.

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concerto campestre, Tiziano/ Giorgione

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Amor sacro e amor profano, Tiziano

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Narciso, Caravaggio

 

Nel primo dipinto l’acqua raccolta dalla musa è elemento di armonia, di temperanza e purezza in un’ottica neoplatonica. Nell’Amor sacro e profano il significato della vasca-sarcofago non è più così chiaro. Metafora di un’unione coniugale certo, con il piccolo cupido che mescola le acque, ma anche specchio della dualità delle due figure femminili in primo piano, un simbolo di vita e fertilità dato dall’acqua, ma anche di morte, essendo questa contenuta in un sarcofago. Le interpretazioni su questo dipinto sono diverse, secondo Erwin Panofsky, le due donne rappresentano la contrapposizione tra l’amore terreno e quello celeste, mentre il cupido mescola le acque per temperare la relazione tra queste due tendenze. Una fluidità che indica dunque due tensioni contrapposte dell’animo umano, sebbene la rappresentazione sia comunque mediata dalla volontà allegorica tipica dell’epoca. Nel Narciso di Caravaggio emerge infine l’Io, solo di fronte al suo riflesso. Ma concentrarsi troppo sull’ego e scrutare troppo a fondo nella propria interiorità è pericoloso, sappiamo infatti come va a finire per Narciso.

Questa trasmutazione del nostro essere, dall’intangibile allo stato liquido, parallela all’evolversi della storia, è stata ampiamente teorizzata dal sociologo Zigmunt Bauman, parlando del carattere “liquido” dell’esistenza contemporanea:

La vita liquida come la società liquido-moderna non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo.

Ciò che Bauman risalta di questa manifestazione liquida dell’essere è la caratteristica della velocità e del continuo cambiamento, così come l’acqua che scorre non è mai la stessa. E così anche le relazioni diventano liquide: vanno diluite per risultare sopportabili, l’impegno va fluidificato e la stabilità frazionata.

Tornando a Cécile Guérard, emerge nel suo libro una tesi che non si discosta poi tanto da quella di Bauman, nel considerare la “liquefazione dell’essere” una forte tentazione. L’autrice parla di un Io «solubile nell’acqua di mare», una sensazione che è facile provare quando contempliamo le grandi distese d’acqua, e restiamo in ascolto del ritmo ipnotico delle onde.

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Frederick Judd Waugh

 

La filosofia del mare è quindi una filosofia improntata alla leggerezza, e per questo vivificante e seducente.

Come ha detto la stessa Guérard, in un’interessante intervista:

Dal mare abbiamo molto da apprendere: il mare, vasta distesa di libertà, dove s’inscrivono tutte le possibilità, ci invita al sogno, un ottimo inizio per la meditazione. Il mare, che è sempre in movimento, ci offre un modello di creatività. Il mare ingoia il nostro ego adorato e ci mostra come agire e nutrire la nostra anima, che, in fin dei conti, è la cosa più interessante. Viaggiare per imparare a diventare se stessi è di gran lunga più interessante che limitarsi a riflettere la propria immagine. E quando non si è più inchiodati al proprio io, il mondo si alleggerisce, le difficoltà si districano, le strade si delineano.

 

Claudia Carbonari

 

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Treviso Comic Book Festival: edizione 2017

Anche quest’anno ritorna l’attesissimo Treviso Comic Book Festival (o TCBF), con una nuova edizione 2017 ricca di iniziative – tra mostre, conferenze e workshop – portando così un bel po’ di colore a questi primi giorni d’autunno.

A partire dall’ormai consolidato progetto 100 vetrine, che coinvolge diversi disegnatori impegnati, in questi giorni, a dipingere le vetrine dei negozi del centro storico e non solo. La fama di urbs picta di cui Treviso si è vantata in passato ha ragion d’essere tutt’oggi.

Un allestimento diffuso che evidenzia la stretta relazione tra il festival e la cittadinanza, dimostrando la volontà di coinvolgere e accogliere chiunque passeggi per le strade del centro. Lo spazio museo e lo spazio urbano partecipano a un dialogo condiviso che vede come protagonisti creativi, illustratori, appassionati di fumetto e di editoria indipendente.

treviso-comic-book- festival_vetrineL’illustratore Bruttomesso all’opera su una vetrina

 

Senza dimenticare la calorosa e attiva partecipazione dei tanti volontari, che permettono al festival di evolversi e crescere, a dimostrare che la passione è fondamentale perché le cose funzionino.

Ed è proprio l’entusiasmo dei più giovani, affiancato dall’esperienza dei veterani, la ricetta perfetta per un’organizzazione di successo, due punti di forza che vengono celebrati in questa edizione 2017: il tema centrale è infatti GENERAZIONI. Una tematica che invita al confronto, intenzione che si manifesterà concretamente con la conferenza Generazioni, (sabato 23 settembre, ore 10, Fondazione Benetton), attraverso il dialogo tra due grandi illustratori: Alex Giorgini, direttore dell’Illustri festival di Vicenza, e Guido Scarabottolo, firma del Sole24ore e art director di Guanda (una mostra a lui dedicata sarà allestita a Palazzo Manin da venerdì 22). Riflessione che pare molto azzeccata in un contesto come quello attuale, nel quale emergono chiaramente le differenze tra un passato e un presente del fare creativo.

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Guido Scarabottolo

La fitta programmazione di inaugurazioni, che conta 25 mostre allestite in sedi differenti, inizia già oggi giovedì 21 e prosegue fino alla chiusura del festival domenica 24 settembre. Mentre la grande mostra mercato – 40 espositori tra negozianti e case editrici – aprirà le porte sabato 23, in due distinte sedi, l’ex-ISRAA in Borgo Mazzini e la tensostruttura in Piazza Matteotti.

La scelta di spazi espositivi molto diversi – da quelli più istituzionali ai luoghi meno convenzionali – indica la necessità dell’arte di trovare nelle città un tessuto integrato, in grado di sostenerla e promuoverla, rifiutando qualsiasi esclusivismo. Lo spazio urbano è a disposizione del cittadino e della cultura, in cambio, l’arte si dimostra perfettamente adattabile, cogliendo l’occasione di diventare uno stimolo sociale.

Un festival che, sebbene profondamente radicato nella realtà locale, manifesta inoltre una forte sensibilità alle influenze globali. Quest’anno, per esempio, la grande mostra antologica è dedicata ai paesi baltici, con autori da Estonia, Lettonia, Lituania, protagonisti di una scena indipendente tutta nuova. Sempre in riferimento al contesto internazionale, ricordiamo alcuni degli ospiti più riconosciuti, come Andy Rementer, Nina Bunjevac, Jesse Jacobs, Thomas Gilbert. Quattro artisti caratterizzati da uno stile fortemente personale e innovativo.

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Andy Rementer

Infine, una vera chicca per i bibliofili: la mostra che verrà inaugurata a Ca’ dei Ricchi (sabato 23 settembre, ore 18.30) presenterà un corpus di oltre 50 tavole dell’artista Luigi Serafini. Le illustrazioni sono tratte dal libro di culto Codex Seraphinianus, un dizionario fantastico, tra la scienza e l’irrazionale, che già in passato ha affascinato figure di rilievo come Roland Barthes, Italo Calvino e Tim Burton.

Ma questo è solo un assaggio, le proposte infatti sono numerose: da studiare con attenzione il nutrito programma.

Che sia attraverso un confronto generazionale o una contrapposizione di poetiche e stili personali, emerge in ogni caso la necessità di ritrovare nella differenza uno stimolo per il dialogo, lo scambio e la ricerca. Nella grande varietà di spunti creativi offerti dall’edizione TCBF 2017, si definisce una sorta di enciclopedia dell’immaginario visivo, che va aldilà di qualsiasi confine geografico e temporale, invitando a riflettere sui diversi linguaggi dell’arte grafica, tra cultura pop e sperimentazione.

treviso comic book festival_warholDal libro “Warhol:l’intervista”, di Officina Infernale

Claudia Carbonari

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Dove vanno i morti?

Dove vanno i morti? Rimangono sottoterra o ascendono al cielo, magari tra le stelle? Scendono nel triste e tenebroso Ade con una moneta sotto la lingua per pagare il traghetto di Caronte? Li aspetta la prateria degli Asfodeli, dove le anime degli ignavi subiscono un tedio senza fine, o il Tartaro, in cui i dannati, come scriveva Omero, perseguitati da mostri infernali che rimproverano loro le colpe commesse in vita stridono di terrore come uccelli fuggenti? O, se giusti e virtuosi, i Campi Elisi? O ancora, dopo l’Elisio, le isole beate tra i cui boschi si trovano le anime di coloro che nacquero tre volte e ogni volta vissero virtuosamente? Oppure, una volta compiuto il rituale della pesa del cuore, li attendono i Campi Iaru, ricchi di giunchi e segnati da ruscelli?

E se dinanzi ai morti si estendesse solo il grande nulla?

Andando oltre ciò in cui ognuno crede o vorrebbe credere, vi è un luogo che ispira profonda serenità e dolcezza in relazione alla morte e al dopo. Si tratta del mausoleo di Galla Placidia, un piccolo edificio che si erge timido a fianco dell’imponente chiesa di San Vitale a Ravenna. Galla Placidia (386-450), sorella dell’imperatore Onorio, artefice del trasferimento della capitale dell’Impero romano d’Occidente a Ravenna nel 402 d.C, fece costruire per sé tra il 425 e il 450 un mausoleo a croce greca. In verità, secondo ricerche effettuate, il suo corpo non riposa in esso, bensì a Roma dove la morte la colse nel 450. La pianta e l’esterno sono piuttosto semplici e modesti, soprattutto se paragonati allo splendore musivo che accoglie il visitatore non appena varca la soglia. Infatti, il livello superiore delle pareti è interamente ricoperto di mosaici, i quali decorano anche archi, lunette e cupola. Il mausoleo assume la connotazione di un luogo di transito dalla vita nel tempo all’esistenza nell’eterno.

Entrando si prova la sensazione di trovarsi in un luogo magico e, al contempo, irreale, simile a uno spazio di sospensione. A nutrire questa impressione è soprattutto il color blu della cupola, una tonalità profonda ed intensa dotata di una propria luminosità. Il cielo notturno è ricamato con cerchi concentrici di stelle d’oro a richiamare la conformazione dell’universo. Il colore non è uniforme e piatto, piuttosto può contare su sfumature differenti, grazie all’accostamento di tessere tra loro peculiari che contribuiscono a creare una profondità indefinita. I cerchi concentrici assomigliano a delle apparizioni luminose, altrettanto irreali come il manto blu che vi si stende al di sotto. Avanzando gli occhi incontrano Dio, raffigurato simbolicamente da una croce d’oro e circondato da altre stelle, le quali, per la loro vicinanza, emanano una luminosità soffusa e dorata. Lateralmente, vicino alle immagini degli apostoli, compaiono alcuni animali, tra cui colombe e cervi, la cui presenza contribuisce a rendere l’atmosfera notturna ancora più dolce e rasserenante. Ovunque l’alabastro diffonde una luce calda e si assicura che le tessere musive, con le loro diverse inclinazioni, producano innumerevoli riflessi. L’immagine della morte e dell’aldilà che emerge da ogni parete ispira un mondo assolutamente altro rispetto a quello reale, uno spazio dove sopravvive lo spirito, dove la materia perde le sue connotazioni terrestri e si abbandona alla leggerezza del puro spirito.

Una simile consolazione si avverte ammirando L’isola dei morti di Arnold Böcklin, olio su tela (111 x 155 cm) conservato al Kunstmuseum di Basilea. Fin dalla sua realizzazione nella primavera del 1880 per una giovane donna che aveva da poco perso il marito, il dipinto esercitò un fascino ipnotico e inimitato dalle quattro varianti successive. Si è al crepuscolo: una strana luce si estende fino a definire l’orizzonte. Non è né giorno né notte. Il silenzio trova una raffigurazione vera e propria grazie alla barca a remi che occupa discretamente la parte centrale del dipinto. I remi non toccano l’acqua, non la muovono: essa rimane immobile e calma nella sua oscurità. Sulla barca è adagiata una bara coperta da un drappo bianco e dietro ad essa compare una figura ritta, fasciata di veli bianchi, quasi a richiamare una mummia. La barca sta impercettibilmente approdando a un’isola, la quale si compone di elementi naturalistici pur emanando un’aura di irrealtà. Sembra una creazione onirica. Il bosco di cipressi, collocato nel mezzo della composizione, è circondato da falesie scoscese e brunastre. L’isola è un cimitero. A suggerire questa idea vi sono le numerose tombe scavate nella roccia, ancora vuote. La figura bianca che sta ritta a prua, per quanto ancora illuminata, sembra ormai pronta a ricevere l’abbraccio del buio. Tutto accade al di fuori del tempo. Non c’è né un tempo né uno spazio specifici. È l’ovunque e il sempre. Il dipinto combina armonicamente paesaggi, stili e culture diverse. Böcklin fonde il mito classico con il romanticismo nordico e il paesaggio mediterraneo. Si richiama alla barca di Caronte, alle tombe etrusche, alle rupi svizzere e ai cipressi della Toscana.

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Nel complesso il dipinto trasmette un’idea di solitudine e nostalgia: il mondo antico è morto e certi miti sembrano ormai anacronistici. Forse, nell’animo dell’artista, l’isola poteva ancora rappresentare un ingresso per l’oscura discesa al Tartaro o per la luminosa ascesa ai Campi Elisi. È il crepuscolo: forse l’isola è l’ultimo ingresso. Rispetto al mausoleo di Galla Placidia non si avverte la certezza di un aldilà di pace e serenità: la figura velata di bianco potrebbe pure discendere al Tartaro. Nonostante questa possibilità, che getta un’ombra di inquietudine sull’intera composizione, predomina un’aura di conforto e quiete che sembra appartenere a un mondo altro rispetto a quello terreno.

Forse l’inquietudine di fondo di Böcklin era legata alla possibilità di trovare (o ritrovare) l’isola dei beati. Forse si estende oltre questo cimitero. Forse è l’isola che non c’è.

 

Sonia Cominassi
[In copertina: Particolare della volta d’ingresso del mausoleo di Galla Placidia, Ravenna;
Nel testo: Arnold Böcklin, L’isola dei morti, olio su tela, 1880. Basilea, Kunstmuseum.
Immagini tratte da Google Immagini]

 

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L’arte ridotta in polvere: rifare oppure no?

È da ormai molto tempo che vorrei portare all’attenzione comune una tematica particolarmente delicata e discutibile, sulla quale cercherò, per quanto le mie conoscenze storiche me lo possano permettere, di avanzare una riflessione personale. La tematica in questione è quella delle ricostruzioni e dei rifacimenti di edifici e di manufatti artistici distrutti da guerre, terremoti, incendi o qualsiasi altra calamità di cui possano essere stati vittime. Un argomento su cui certo si è già dibattuto molto in passato e ancor oggi si continua a discutere, ma sul quale non c’è una linea d’azione valida per tutti, e pertanto non vi è una verità assoluta, con la conseguenza che non c’è nemmeno chi agisce giustamente e chi sbaglia.

Sì, perché qualsiasi tema delicato che si rispetti fa convergere su di sé una moltitudine di punti di vista che variano soprattutto a seconda della cultura, e dunque spesso della nazionalità, di chi avanza le tesi. In Italia la scuola di pensiero più condivisa e ormai universalmente accettata è quella secondo la quale l’opera architettonica, in caso di danno alla struttura o di distruzione con crolli diffusi, va reintegrata o ricostruita come appariva prima del danno, seguendo quindi scrupolosamente i progetti originari con le eventuali modifiche che vi erano state apportate in fase di realizzazione. Differentemente, la distruzione irrimediabile di un dipinto o di una scultura di grande valore, in quanto opere create dall’abilità manuale di uno specifico maestro del passato più o meno recente, non vanno assolutamente ricreati, a meno di non riuscire a recuperare frammenti originali e ricomporli. Quest’ultima considerazione, ovviamente, vale per qualsiasi manufatto di alta qualità, ivi compresi affreschi ed elaborati pezzi di arredo.

Tuttavia c’è da sottolineare come questo approccio al problema, per altri Paesi, è sensibilmente diverso dal nostro. Emblematico è il caso della Germania, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si è ritrovata con una quantità enorme di macerie di edifici storici da ricostruire. Quello che si è fatto, però, va oltre la ricostruzione architettonica, perché in molti casi, come quello della chiesa di Sant’Anna im Lehel presso Monaco o del Castello di Bruchsal, sono stati totalmente ridipinti gli affreschi che decoravano gli interni delle costruzioni (creando di fatto dei falsi), basandosi sui documenti fotografici che li testimoniavano. Questo, ovviamente, in Italia non accade se non in rarissime, e spesso criticatissime, occasioni, come quella del Teatro La Fenice di Venezia, ricostruito dopo il devastante incendio del 1996 esattamente come appariva in precedenza. Quest’ultimo esempio, tuttavia, fa riferimento a un evento accidentale, quale potrebbe essere anche un terremoto. Quello che si è fatto in Germania (e in molti casi anche in Russia) è invece riproporre gli edifici nella loro interezza architettonica e decorativa dopo la loro distruzione causata dalla guerra.

Quello che sembra dunque emergere da quest’ultimo atteggiamento è una sorta di rifiuto di una parentesi storica difficilmente accettabile per recuperare la magnificenza del passato senza scontare il prezzo che la memoria dovrebbe imporre (anche se vi sono le rare e dovute eccezioni). Al contrario, in Italia non solo si paga il giusto tributo alla storia e alle guerre che hanno martoriato il territorio, ma si giunge persino a rifiutare un qualsiasi rifacimento delle grandi decorazioni pittoriche anche nel caso di eventi di tipo accidentale. È possibile, per esempio, che con le attuali tecnologie digitali non si possa riprodurre in modo esatto l’affresco di Cimabue crollato dalla volta della Basilica di San Francesco ad Assisi con il terremoto del 1997? Ma poi sarebbe giusto creare un affresco che, de facto, sarebbe falso? E, dall’altra parte, è giusto rifare per intero complessi decorativi che erano finiti completamente sbriciolati per mano dell’uomo?

Non credo ci sia una risposta esatta o una sbagliata a queste domande, e di conseguenza da parte mia eviterò di prendere una posizione, lasciando aperta la discussione (e la riflessione). Quello che posso limitarmi ad affermare è che da un lato, da buon italiano, l’essere a conoscenza che un affresco o un complesso decorativo è “falso” mi influenzerebbe parecchio nella sua valutazione (in senso negativo ovviamente); dall’altro lato, però, trovo antiestetico e quasi sgradevole vedere interni di chiese o palazzi storici “rattoppati” qua e là con il bianco del recente intonaco che va a coprire le ferite di opere d’arte che credo sarebbe meglio curare piuttosto che amputare.

Cosa fare dunque? La risposta dipende più dalla mentalità di una popolazione che da regole preconfezionate, e una data scelta, in opposizione a un’altra completamente diversa, può essere più o meno condivisibile, ma rispecchierà comunque un preciso modo di affrontare la dura verità della distruzione, che, nel caso tedesco, risulta tanto “vincente” quanto la mentalità stessa che ha permesso all’intera nazione di tornare ai vertici economici in Europa appena qualche decennio dopo la dura sconfitta subita nel 1945.

Luca Sperandio

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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L’arte è morta, viva l’arte! La nuova Biennale di Christine Macel

La Biennale d’arte di Venezia giunge quest’anno alla sua 57° edizione, proponendosi da più di un secolo come piattaforma – più o meno riuscita – di riflessione e di indagine, lasciando spazio all’arte di farsi linguaggio di ricerca e critica costruttiva del reale. Chiarisco subito che questo articolo non è una recensione alla Mostra, dato che non ho ancora avuto l’occasione di visitarla, ma vuole offrire una chiave di lettura e spunto di pensiero per chi poi deciderà di recarsi alla Biennale e farsi un’opinione propria.

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La mia riflessione ha inizio dalle parole di Christine Macel (a partire dall’interessante intervista su Artribune), che ha curato la Mostra Internazionale di quest’anno con il titolo Viva Arte Viva. All’esposizione internazionale si accompagnano poi le 68 partecipazioni nazionali, ognuna con la propria curatela indipendente.

Christine Macel ha voluto in primo luogo centrare l’attenzione sull’atto creativo dell’artista, un po’ demiurgo, un po’ alchimista della materia. Isolando l’arte da una finalità sociale e politica, l’accento è stato posto sul suo valore assoluto. Insomma, un ritorno all’arte per l’arte, per una Biennale quest’anno meno sperimentale o politica, e più filosofica.

Può essere difficile comprendere il valore d’indagine di un progetto estetico se questo appare nell’immediato come autoreferenziale: l’artista che parla di se stesso, la forma come linguaggio puro, la materia come soglia di analisi del sensibile.

Eppure è proprio nella quotidianità e nei valori collettivi che la dimensione d’indagine portata avanti da Christine Macel cerca il suo spazio, rivalutando il ruolo del pensiero e della progettazione, ma anche dell’istinto, come parti di un sistema di lettura del contingente. L’arte assume così il ruolo fondamentale di strumento d’immaginazione, perché, citando la curatrice, «per costruire il domani esso deve essere innanzitutto immaginato».

La Mostra si sviluppa dunque intorno ad una visione umanistica, intendendo con questo termine la capacità di riconciliare le diverse dimensioni dell’uomo e riconoscendo alle emozioni un ruolo fondamentale. Così la ragione è il processo mentale che deve seguire all’esperienza fisica ed emotiva.

Per Christine Macel l’arte è lo strumento più indicato per vivere la realtà in modo globale, secondo un’estetica idealista vicina al pensiero di Schelling, per cui l’esperienza artistica avvicina l’uomo all’assoluto. Dove il sentimento insieme all’immaginazione offrono un’alternativa al quotidiano e segnano la direzione per reinventare le nostre vite. L’arte diventa così «atto di resistenza, di liberazione e di generosità».

Riprendendo le parole della curatrice:

«L’arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umanità, in un momento in cui l’umanesimo è messo in pericolo […] È l’ultimo baluardo, un giardino da coltivare al di là delle mode e degli interessi specifici e rappresenta anche un’alternativa all’individualismo e all’indifferenza».

L’emozione va svelata e lasciata libera di esprimersi, diventando così un modo di conoscere alternativo alla mimesi. Si tratta di un ritorno all’istinto, perché nel mondo attuale, a quanto pare, l’atteggiamento puramente razionale non è più in grado di trovare le risposte e di proporre soluzioni. L’artista deve invece essere capace di reinventare la vita tutti i giorni.

Questa posizione tende però spesso a dimenticare un livello molto importante del fare artistico, ovvero quello di lettura. Nel processo creativo centrato sul soggettivismo, il più delle volte si offre al pubblico un messaggio criptico e di difficile comprensione. È pur vero che secondo un’estetica dell’idealismo la comunicazione è subordinata all’energia creativa, e l’opera d’arte assume valore per la sua stessa essenza, mentre la riflessione è solo una conseguenza accidentale. Bisogna poi vedere se un discorso di questo tipo funziona in relazione ad un evento come quello della Biennale, ricordiamo che la Macel per formazione professionale è infatti legata allo spazio museale (come prima curatrice del Centre Pompidou di Parigi).

Si può spostare l’analisi sul piano prettamente formale, per cui i diversi linguaggi artistici vengono indagati nella loro evoluzione storica, tra potenzialità e limiti. Un livello di lettura senz’altro interessante, che soddisferebbe soprattutto chi dell’arte ne ha fatto un mestiere, ma anche gli appassionati più attenti. Nel caso di questa Biennale tale direzione forse non è stata approfondita abbastanza, mancando, per esempio, una riflessione sul ritorno di questi tempi al pittorico e alla figurazione.

Christine Macel ha invece preferito un approccio più didattico creando un percorso narrativo attraverso i nove trans-padiglioni (e qui forse emerge un’eccessiva intenzione didascalica), che guidano il visitatore in un vero e proprio viaggio nel fare artistico. Ma la curatrice ha reso ben evidente la sua volontà di instaurare un dialogo costruttivo tra artisti e pubblico, attraverso due progetti del tutto innovativi in Biennale: il primo, Tavola aperta, prevede due volte a settimana la possibilità per il pubblico di partecipare ad un pranzo con un artista ospite (il tutto trasmesso in streaming sul sito della Biennale); il secondo, Pratiche d’artista, raccoglie una serie di brevi video realizzati dagli artisti per scoprire al pubblico la loro poetica e metodologia di lavoro.

Una scelta che trovo molto interessante e che rappresenta un passo avanti verso un’estetica dell’emozione – se così si può dire – più concreta e attiva, aperta alla partecipazione.

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Forse oggi mancano le avanguardie, i movimenti più politici e concettuali, che sebbene non siano stati in grado di cambiare il mondo, avevano comunque qualcosa da dire. E si assiste invece ad uno stato di apatia e dormiveglia nel mondo dell’arte. Ma l’arte non è morta, è solo giunto il momento per lei di riflettere su se stessa e capire come instaurare una maggior complicità con il pubblico. E forse è proprio quest’ultimo attore il potenziale fautore del cambiamento, in grado con la sua partecipazione di dare nuova vita all’arte, di stimolarla alla creazione e all’immaginazione di nuovi mondi, in una funzione più sociale e innovativa. Questo credo sia il punto centrale della riflessione della Macel, che propone una Mostra più laboratoriale. Insomma, nello stato caotico dell’arte contemporanea, credo debba essere comunque premiata la coerenza programmatica e di pensiero.

Poi, se l’arte è ancora in grado di dirci – e darci – qualcosa, resta certamente una domanda aperta, anche in questa Biennale. A ognuno la libertà di cercare le sue risposte.

Claudia Carbonari

[Immagini Courtesy of La Biennale]

 

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Tracce di natura e ambiente nella VII Rassegna di Arte Contemporanea di Treviso

La trevigiana Rassegna di Arte Contemporanea si è conclusa questa domenica ma fortunatamente ho avuto modo di visitarla ad un passo dalla chiusura, approfittando di una visita guidata con lo stesso curatore, Daniel Buso.

Quest’anno siamo giunti alla settima edizione: rincuora ed entusiasma il fatto che anche la piccola Treviso offra annualmente ai suoi abitanti e visitatori un tuffo nelle ricerche e nella creatività dei nostri giorni. Ca’ dei Carraresi, grazie all’organizzazione progettuale di Artika Eventi, ha raccolto ed accolto per una settimana (dal 17 al 25 giugno) le opere di ottantotto artisti, prevalentemente italiani, che attraverso diverse tecniche e modalità e secondo le più personali ed intime sensibilità interpretano con l’arte la visione e le tematiche dell’oggi. Molte sono infatti le questioni che emergono durante la visita, che si snoda in un percorso di sedici sale pensate per accogliere opere che riflettono, seppur in modi diversi, su tematiche comuni: dai migranti agli enigmi, dalle vedute urbane al packaging.

La mia sensibilità ed interesse hanno fatto emergere però un aspetto che non è stato scelto di riunire in un’unica sala – cosa che ho apprezzato perché penso che questa riflessione possa costituire un fil rouge che unisce diversi autori senza bisogno di essere esplicitato, come se fosse una loro caratteristica propria ed intrinseca riscontrabile più o meno apertamente nelle loro produzioni artistiche. Parlo delle tracce di una sensibilità nei confronti dell’ambiente naturale e dell’ambiente Terra più in generale. Alcune opere sono più esplicite di altre, altre si soffermano su un livello apparentemente superficiale di rappresentazione dell’ambiente naturale, come la laguna quasi eterea di Sabrina Grossi, ma la riflessione si svolge su più fronti.

Rino dal Pos ritrae un volto su una tela sulla cui superficie compone materiali creati dall’uomo ed impropriamente dispersi nella natura, per esempio gli ormai inutili oggetti di plastica gettati negli oceani; in quanto biologo il suo trarre dal mare materiali che non gli appartengono e riportarli proprio in un ritratto l’ho trovato un atto velato di denuncia di un atteggiamento che ormai ci è proprio come esseri umani, tristemente disattenti ed incuranti nei confronti di ciò che vive attorno a noi. Diversi altri artisti in effetti utilizzano nelle loro opere dei materiali di scarto: è il caso per esempio delle composizioni di Lili Mascio, in cui questi materiali si fondono in un vorticoso fluire per veicolare sensazioni di bellezza e leggerezza.

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Rino dal Pos, 2015

La riflessione attenta sull’ambiente però si riscontra anche attraverso l’umano costruire ed una lettura che viene fatta di esso. Ne riscontro una traccia nelle opere di Gemma Zoppitelli che attraverso una tecnica di foto trasferimento riporta le fotografie dei porti di Palermo e Genova su assi o scarti di legno trovati proprio in quei luoghi: il loro recupero e il riportarli ad una nuova vita, che è tuttavia profondamente legata alla precedente, li rende idoli di memoria, simboli apparentemente nostalgici di un mondo in continua corsa e progresso. Così come la monumentale archeologia industriale di Walter Marin, relitto abbandonato di un passato che sembra schiacciato dalla smania del nuovo.

L’azione incurante dell’uomo è anche violentemente denunciata, in particolare attraverso l’opera scultorea di Ralph Hall, simbolo oltretutto di questa rassegna: Rabbits. È ben esplicito il significato di quel tubo al neon, violentemente acceso e quasi fastidioso, che trafigge una coppia di conigli dall’aspetto del tutto adorabile, con le lunghe orecchie dall’aria apparentemente morbida e persino delle gorgiere secentesche che avvolgono i loro colli, una bellezza estetica che ne rappresenta l’innocenza. La denuncia è infatti proprio di quell’azione violenta e noncurante dell’uomo perpetrata su creature innocenti ma anche “vicine” (quasi addomesticate) all’uomo.

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Chiara Lorenzetto, 2016

Ci sono infine opere che sottolineano il completo fluire delle cose della natura, all’interno del quale l’uomo convive con tutto ciò che vive, e il suo essere si trova in piena connessione con la natura. Il Pensiero fluttuante di Monica Sarandrea per esempio è nato da un sasso gettato nello stagno: i colori, i movimenti ed i disegni della natura si ricollegano anche attraverso l’arte nel nostro vivere più profondo e che (anch’esso) ci è proprio, dal limite fluido della tangibilità dell’acqua alla fuggevolezza del pensiero. È di fatto nella dimensione spirituale che si apre il dialogo. Da questo punto di vista, concluderei con le opere che più di tutte sono riuscite a raggiungermi: quelle di Chiara Lorenzetto. Attraverso la tecnica del frottage l’artista riporta il disegno ciclico e sinuoso di un tronco tagliato: con la matita su di una carta molto leggera racchiude l’anima dei tronchi di tiglio di un viale in cui, a seguito di un programma di abbattimento, tali alberi sono stati tagliati. La forma che viene riportata sul supporto ricorda molto da vicino le impronte digitali di una mano umana, manifestando in modo delicato ma palese l’assoluta comunanza tra uomo e albero, e dunque l’appartenenza dell’uomo ad  un contesto di connessioni naturali in cui non può esistere, a livello profondo, una vera gerarchia. Ogni singolo albero, in questa lunga serie di tele di cui sono due quelle scelte per questa esposizione, ha una sua individualità ed è portatore di una sua storia di vita e cultura, così come ogni essere umano è un individuo unico ed irripetibile, ed in quanto tale degno di vivere la propria vita.

 

Giorgia Favero

Riferimenti più approfonditi alla mostra qui.

Arte dalle mille forme

Quando si parla di uno specifico artista o di un intero movimento artistico, è facile notare che la tendenza è troppo spesso quella di imprigionare una data personalità all’interno di una categoria preconfezionata coincidente con la forma artistica maggiormente praticata dal soggetto, categoria che, tuttavia, nella maggior parte dei casi veste davvero troppo stretta. Infatti, se un personaggio si può definire “artista” è perché nella sua vita ha saputo produrre o ideare dei manufatti in cui materia e concetto (o idea) coesistono per dare un risultato finale leggibile e appagante, a livello estetico e/o intellettivo. È ovvio che la materia può presentarsi di molti tipi differenti, e ancor più ovvio è, dunque, che un artista, in quanto tale, sa estrapolare opere belle (o, meglio, appaganti) da qualsiasi tipo di supporto e con qualsiasi materiale. Perché, in fin dei conti, è l’idea quello che conta, e la capacità di spiegarla con una o più immagini.

Ciò che connota l’attività di un artista è dunque la creatività e la capacità di comunicare mediante manufatti con specifiche qualità tecniche. In questo senso, etichettare Degas come pittore è limitativo, perché così escluderemmo la sua meno conosciuta ma altrettanto interessante attività di scultore. Allo stesso modo, risulterebbe insufficiente limitare l’attività di Bernini alle discipline della scultura e dell’architettura, poiché egli si dimostrò in più occasioni anche un abile pittore, specie nei numerosi autoritratti che ancor oggi si possono ammirare. Questo dimostra che moltissimi artisti del passato e altrettanti odierni possiedono abilità che esulano dalla scelta di un singolo materiale o di una singola tecnica formale, e che li pongono quindi come artisti polivalenti, capaci di ottenere risultati d’eccellenza in diverse discipline artistiche. A partire dal disegno, o da un progetto, o comunque da una ideazione che rappresenti la base su cui fondare poi l’esecuzione materiale, la mente di un grande artista saprà sempre trovare soluzioni che, talvolta pur con qualche compromesso, risulteranno uniche, e pertanto inscindibili dal contesto in cui vengono create e dall’animo stesso dell’artista che le ha ideate.

Per comprendere in modo pratico quello che è stato detto fin qui, credo possa essere utile fare riferimento a due grandi artisti italiani del passato, i quali, inizialmente formatisi in bottega imparando una data disciplina artistica, hanno poi espresso il meglio della loro creatività in un’altra. Il primo caso è quello del celebre Filippo Brunelleschi, da tutti noto come grandissimo architetto e autore dell’opera edilizia più ardita di tutto il Quattrocento, la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Ebbene, va ricordato che egli praticò inizialmente l’attività di scultore, nella quale seppe peraltro dare dimostrazione di ottime doti, come ancora visibile nel suo crocifisso oggi a Santa Maria Novella. Solo successivamente egli abbandonò la scultura per dedicarsi all’architettura, arte che lo consegnò definitivamente alla storia.

Quello che porto come secondo esempio vede invece protagonista un artista molto meno noto di Brunelleschi e vissuto circa due secoli più tardi. Si tratta di Antonio Gherardi, figura artistica molto interessante attiva soprattutto a Roma nella seconda metà del Seicento. Raggiunta la notorietà come pittore, egli ebbe solo successivamente modo di confrontarsi, grazie ad alcune “indovinate” commissioni, con la disciplina dell’architettura, nella quale, a mio parere, dimostra qualità creative eccezionali, non riscontrabili nelle sue opere pittoriche e paragonabili a quelle dei più grandi architetti attivi a Roma nel Seicento, Bernini e Borromini. D’altronde, nella mia ultima visita alla città di Roma non sono riuscito a trovare il ciclo decorativo della volta della chiesa di Santa Maria in Trivio, suo capolavoro pittorico, tanto geniale e sbalorditivo quanto la complessa struttura prospettica della Cappella Avila nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, dove ha saputo inserire in pochi metri di superficie un numero di soluzioni ingegnose da far impallidire perfino i più noti architetti della storia.

Questi due casi, per quanto apparentemente banali, dimostrano quanto un artista riesca, in molti casi, a sfruttare qualsiasi situazione spaziale e materiale a favore suo e dei committenti, compiacenti fautori di tali capolavori, per ottenere soluzioni che, grazie alla capacità dell’invenzione (nel senso della parola latina inventio), riescono a stupire l’osservatore, spesso ignaro che tali opere non sono frutto dell’ingegno di un professionista di una o di un’altra disciplina (come oggi potrebbe essere concepito), ma di personalità che sanno immaginare qualcosa di bello o ricco di significato in relazione a un blocco di marmo non lavorato, a una tela non preparata, a uno spazio vuoto, a un libro dalle pagine vuote o a qualsiasi altro oggetto al quale si possa applicare una lavorazione che lo renda non più una semplice tela o un banale blocco di marmo grezzo.

La trasformazione della materia in arte presuppone creatività, e la creatività non conosce limiti, ma solo obiettivi. E questo concetto non può esprimersi meglio che nell’arte contemporanea, nel cui ambito molti artisti hanno sentito la necessità di esplorare sempre nuovi orizzonti utilizzando mezzi diversissimi che mai hanno impedito loro di ottenere quello che la loro intuizione voleva. Non deve dunque meravigliare vedere i tagli di Lucio Fontana applicati anche a piccoli fogli di carta e persino a piatti di ceramica, così come non deve necessariamente apparire folle che Duchamp, in un preciso contesto storico e culturale, sia addirittura giunto a rendere un orinatoio un’opera d’arte, con un’azione che in senso tradizionale va definita anti-artistica ma che, dal punto di vista creativo, rappresenta un perfetto esempio di come la geniale mente di un artista possa ricoprire di significato qualsiasi oggetto, il quale rimane così testimonianza tangibile di un’azione essa stessa densa di significato e, di conseguenza, reputabile essa medesima opera d’arte.

Luca Sperandio

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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