Ecologia, arte contemporanea e filosofia del riciclo: RE.USE a Treviso

Finalmente a Treviso c’è una grande mostra di arte contemporanea che non vuole farsi bastare un grande nome per avere il suo perché, ma punta invece sui temi e sui valori.

Questa mostra, curata da Valerio Dehò, si chiama RE.USE. Scarti, oggetti, ecologia nell’arte contemporanea e ha inaugurato lo scorso 27 ottobre di quest’anno in ben tre sedi espositive: la sala ipogea del Museo di Santa Caterina, la sede espositiva di Casa Robegan e l’elegante sala di Ca’ dei Ricchi, sede dell’associazione ideatrice e organizzatrice della mostra TRA – Treviso Ricerca Arte.

I temi, dunque – il riciclo, la riflessione sullo scarto, l’attenzione per il quotidiano, uno sguardo accorto sulle cose che questo quotidiano lo riempiono – e anche i valori – la condivisione, il lavoro di squadra, la volontà di coinvolgimento – evidenti anche solo dalla scelta di realizzare una mostra dislocata che va a mettere in moto luoghi, attori, istituzioni, associazioni, ordini professionali ed esercizi commerciali di tutto il capoluogo veneto, finalmente libero da monoliti autoreferenziali. Non poteva del resto che venire da qui, dalla storica provincia più green friendly d’Italia, questa lunga immersione nel tema artistico del riutilizzo, che attraversa l’arte contemporanea a partire da inizio Novecento e che ancora fiorisce di spunti e riflessioni da parte degli artisti attualmente all’opera.

È un’arte che fa bene e che va nella direzione giusta quella che osa riflettere sull’assenza di riflessione. La riflessione, come hanno ben spiegato i filosofi della Scuola di Francoforte, è stata soppiantata dai bisogni indotti del Capitalismo e le cose – la merce, gli oggetti – ci sommergono, ci soffocano, e noi li lasciamo fare; come sostiene giustamente il curatore Valerio Dehò, sono loro che ci possiedono. Allora l’arte cerca di rovesciare questo paradigma e di riprendere il controllo sugli oggetti, esponendo allo sguardo il pericolo; spesso con grande ironia, a volte con austerità e monito, ma spesso entrambi tragicamente mai presi del tutto sul serio dalla Storia.

Le opere conservate al Museo di Santa Caterina sono come una lezione di storia dell’arte, da conservare come insegnamento prezioso per conoscere le opere di tutti gli artisti che sono venuti dopo i grandi maestri. Duchamp (il suo primo ready-made è del 1913 ed è stato il seme di un nuovo pensiero), Man Ray e Alberto Burri aprono la strada a un’arte della scelta (in luogo dell’esecuzione) e del contenuto (in luogo della cosiddetta, semplicemente, “estetica”): l’arte raggiunge una dimensione puramente intellettuale e gli oggetti, strappati dal banale e dal quotidiano ma ancora dichiaratamente oggetti, assumono significati nuovi. Seguono gli anni Sessanta, l’arte concettuale e il Nouveau Réalisme, che porta la riflessione sugli oggetti al problema dello spreco: l’arte si fa con oggetti di scarto, che nell’assemblage diventano qualcosa di nuovo e comunicano anche (più o meno velatamente) un messaggio di critica. Artisti del livello di Mimmo Rotella Tony Cragg e Christo sono fondamentali in questa fase. Da quel momento l’arte porta con sé la denuncia ecologica, il testimone passa ai nuovi giovani che cercano nuovi mezzi per esprimere questa presa di coscienza. Queste nuove riflessioni vengono accolte nelle sedi di Casa Robegan e Ca’ dei Ricchi, dove vengono esposti il neon fluo di Matteo Attruia, le intense fotografie tra natura e artificio di Giuseppe La Spada, gli scultorei plastiglomerati di The Cool Couple, l’enorme città distopica di Marco Bolognesi (solo per citarne alcuni). Vi invito a scoprire tutti gli altri e a sondare, attraverso le tre sedi espositive, la pluralità di tecniche artistiche e di visioni a confronto su questi temi. Le opere del gruppo Cracking Art, infine, che invadono la quotidianità del panorama cittadino trevigiano con i loro animali colorati, costringono a una riflessione in mezzo alla linearità delle nostre giornate a proposito della manipolazione dell’uomo sulla natura, continua e ancora troppo incapace di etica.

Una mostra da guardare per pensare. Guardare e non vedere. Non per nulla RE.USE non si limita alle opere esposte ma continua, spalanca i suoi confini spaziali, coinvolge anche le orecchie, perché tante sono le iniziative e gli incontri organizzati in questi quattro mesi di mostra (chiuderà i battenti i 10 febbraio) di cui anche noi de La chiave di Sophia faremo parte. Non limitatevi dunque a venirla a vedere: seguitela, ascoltatela, fatevi coinvolgere, portate la riflessione con voi al di là del museo e tenetela con voi, dentro la vostra testa, vicino al vostro animo.

 

Giorgia Favero

 

Abbiamo ospitato questa grande e lodevole iniziativa anche all’interno della nostra rivista cartacea La chiave di Sophia #7 – L’esperienza del bello con un articolo firmato da Marcello Libralato. Scopritelo a questo link!

[Photo credits Karen Barbieri]

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Banksy e l’opera che (non) svanisce

Se ne è parlato in tutte le salse; chiunque ha detto la sua, taluni elevando il gesto “distruttivo” del misterioso artista britannico ad autentico colpo di genio, altri smontando l’entusiasmo dei primi sostenendo la vuotezza e il carattere scarsamente innovativo della performance artistica.

A distanza di un po’ di tempo, analizzando con distacco ciò che è accaduto il 5 ottobre all’asta Sotheby’s tenuta a Londra, cercherò di tirare alcune conclusioni in merito alla tanto chiacchierata autodistruzione di un’opera del celebre street artist Banksy (una riproduzione del suo murales Balloon Girl del 2002), avvenuta immediatamente dopo l’aggiudicazione della stessa per la cifra di circa un milione di sterline (sottolineo che l’opera non è propriamente distrutta, bensì presenta circa mezzo foglio calato al di sotto della cornice e tagliuzzato da un tritadocumenti inserito nella medesima).

Le immagini dell’artista inglese, di grande efficacia comunicativa, sono popolari in tutto il mondo grazie alla loro semplicità disarmante e al costante riferimento all’attualità socio-politica. Ogni opera parla un linguaggio comprensibile da tutti, e la grande abilità figurativa del loro creatore viene largamente apprezzata dal pubblico. Sono ovviamente i contenuti a dare maggior lustro alle sue invenzioni artistiche: la sua esplicita critica al sistema capitalista, al consumismo e alla violenza è senz’altro il punto cardine dei suoi lavori. Grazie a questo carattere “mainstream” (ma non banale) del suo operare, Banksy è attualmente lo street artist più famoso al mondo.

Merito di ciò, tuttavia, è anche il fatto che il nostro personaggio non abbia un volto. Un po’ come succede in Italia con la scrittrice (o scrittore?) Elena Ferrante, Banksy è la firma di un artista (o forse più di uno) operante nell’ombra, del quale non si conosce l’identità. Questo fatto ovviamente aumenta a dismisura l’interesse generale su di lui, perché, si sa, il mistero da svelare affascina chiunque. Tuttavia appare piuttosto evidente che non conoscere l’identità di una persona preclude necessariamente la comprensione dei suoi movimenti e dei suoi gesti. E se ciò, da un lato, risulta intrigante, dall’altro può risultare anche ambiguo, specie quando succedono fatti rilevanti come quello del 5 ottobre scorso avvenuto presso la casa d’aste Sotheby’s.

Poste queste premesse, è necessario elencare tutte le cose di cui non siamo a conoscenza all’interno della vicenda in questione: il precedente proprietario dell’opera; l’attuale acquirente; le possibili relazioni tra l’artista e l’ex proprietario del pezzo; le possibili relazioni tra l’artista e l’attuale proprietario; l’identità dell’artista (sì, lo ripeto, perché questo crea ancora maggiori difficoltà a trovare delle risposte ai punti appena elencati). Lasciando ora da parte questi quesiti, che vanno però tenuti bene a mente, mi concentrerò sulla valenza artistica e quella socio-economica del gesto di Banksy.

Sì, innanzitutto la performance di autodistruzione dell’opera, avvenuta mediante l’attivazione di un trita documenti inserito nella cornice, è senz’altro stata architettata dallo stesso Banksy, che sul suo profilo Instagram ha postato il video amatoriale del misfatto citando Picasso: “The urge to destroy is also a creative urge”.

Ma che significato ha un’azione di questo tipo? Senza dubbio si tratta di un atto artistico memorabile, che ha sorpreso chiunque e che, per come è stato concepito, non ha precedenti nella storia. Moltissimi vi hanno ravvisato sin da subito una critica tagliente alle logiche di mercato che regolano il mondo dell’arte contemporanea. Ma a questo va sicuramente aggiunta la volontà, confermata dalla citazione di Picasso, di modificare di proposito l’opera, mettendo in atto una vera e propria performance artistica svoltasi in significativa concomitanza con l’aggiudicazione all’asta, quasi a voler suggerire l’aspetto effimero e talvolta illusorio del possedere l’arte. L’opera, così, ha già cambiato nome: ora si intitola Love is in the bin, ed è il risultato di questa straordinaria invenzione dell’artista. L’opera d’arte non è dunque svanita, ma è rinata, con un significato tutto nuovo.

Così considerata, però, l’azione geniale di Banksy appare sotto una luce in parte fuorviante, sicuramente troppo disincantata e, ancor di più, ingannevole nei confronti di chi, quasi gioendo, vi ha ingenuamente letto una spietata condanna al concetto di arte come investimento. In realtà i fatti stanno diversamente, e per capirlo è sufficiente riflettere sulle dinamiche dell’accaduto e sul riscontro mediatico che ha avuto.

Il fattore che più di tutti mi colpisce, all’interno di questa vicenda, è il contesto in cui essa è avvenuta: un artista di strada come Banksy, noto per l’amara critica costantemente rivolta alle classi dirigenti e alla mercificazione dell’arte, decide di compiere la performance artistica destinata a renderlo memorabile all’interno di una nota casa d’aste, in uno spazio dunque estremamente elitario, nell’ambito di un giro d’affari di milioni di euro. Forse il gesto avrebbe assunto quella sfumatura di pesante critica se il quadro fosse stato totalmente distrutto. Ma, visto come stanne le cose, questa critica diviene effimera, se non totalmente inesistente. Infatti, appurato il fatto che l’artista non è certo uno sciocco, è altrettanto certo che egli fosse ben consapevole delle conseguenze della sua azione, prima di tutto dell’enorme impatto a livello mediatico, che rappresenta probabilmente l’obiettivo primario da lui ricercato (e chi non vuole far parlare di sé?), e in secondo luogo dell’immenso valore che la nuova opera avrebbe acquisito (e di fatto ha acquisito realmente) in seguito alla tanto discussa vicenda. Non è forse un caso che la fortunata collezionista che ha vinto l’asta abbia comunque deciso di tenere l’opera. E ti credo!  

È chiaro, alla luce di ciò, che l’atto teatrale messo in scena da Banksy non è per nulla ingenuo, e nemmeno innocente. Per quanto mi riguarda, anche la credibilità stessa dell’artista andrebbe discussa. Nonostante le sue numerose prediche a un Occidente malato di capitalismo, lo abbiamo visto, questa volta, fare il gioco dei leoni, essere non solo complice, ma addirittura fautore e protagonista assoluto di dinamiche di mercato già ben stabilite e irremovibili. Specie se si considera il fatto che, come già accennato in precedenza, non sappiamo chi sia l’acquirente e nemmeno chi sia l’artista, cosa che favorisce la possibilità di sodalizi segreti assolutamente leciti ma astuti, che mal si sposerebbero con la filosofia di chi si è sempre rifiutato ufficialmente di commercializzare la propria arte.  

Come sarà dunque la prossima sorprendente performance di Banksy? Certamente qualcosa di nuovo e mai visto. Qualcosa di artisticamente geniale, ma anche estremamente ed inequivocabilmente furbo.  Molto furbo.

 

Luca Sperandio

 

[Photo Credits: Dominic Robinson su flickr.com]

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L’amica geniale: una ricerca tra immagini e parole

La prima miniserie tratta dall’omonimo bestseller di Elena Ferrante porta lo spettatore a riflettere sul rapporto, spesso conflittuale, tra testo scritto e messa in scena 

 

«Le parole sono importanti» urlava Nanni Moretti in una celeberrima scena di Palombella rossa. Impossibile dargli torto, soprattutto quando si parla di trasposizioni cinematografiche tratte da romanzi di fama internazionale. Dare vita a un testo scritto attraverso le immagini significa spesso dover sacrificare espressioni, situazioni e dettagli che il cinema fatica a mettere in scena nella breve durata di un film. Non è raro, dunque, che i lettori restino delusi avvicinandosi agli adattamenti cinematografici dei loro libri preferiti. La trasposizione televisiva de L’amica geniale sceglie però di utilizzare le immagini non per rielaborare il senso del testo scritto da cui è tratta ma per riaffermarne il valore, esaltando la centralità della parola scritta.
Diretta da Saverio Costanzo, già autore dell’adattamento cinematografico de La solitudine dei numeri primi, questa miniserie in otto episodi stupisce soprattutto per la sua incredibile aderenza al libro di Elena Ferrante. Non a caso la misteriosa scrittrice è una delle sceneggiatrici principali della fiction targata Hbo in onda su Rai 1 da novembre. In quest’ottica la scena d’apertura del primo episodio della serie è a dir poco emblematica: nel buio di una stanza, in piena notte, un telefono squilla e chi risponde inizia a parlare senza nemmeno accendere la luce. Prima le parole, poi le immagini: il messaggio è chiaro fin da subito. I dialoghi in dialetto napoletano, sottotitolati in italiano, marchiano lo schermo del televisore come se le parole del libro si sdoppiassero per aumentare ancor di più il loro peso nella costruzione della storia. In una narrazione scenica dove il testo ha un valore assoluto, lo spazio artistico del regista rischia di ridursi enormemente. La bravura di Costanzo sta però nell’introdurre un tono onirico e spesso surreale (tipico del suo cinema) a molte sequenze della miniserie, evitando che la storia si limiti a essere una piatta copia-carbone della pagina scritta.

Lila e Lenù, le due amiche protagoniste della miniserie, sono due personaggi agli antipodi ma che, nel corso di una vita, avranno il tempo per conoscersi e scoprire di avere molto più in comune di quanto potessero pensare. Idealizzandole, una delle due potrebbe somigliare a un testo scritto mentre l’altra al suo adattamento cinematografico. Parole e immagini che s’inseguono di continuo, tentano di imitarsi e alla fine giungono a una sintesi, magari imperfetta, ma consapevole che l’unione tra due espressioni artistiche può portare alla creazione di storie destinate a lasciare un segno.

 

Alvise Wollner

 

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Marguerite Gautier: la critica alla morale borghese di una mantenuta

Marguerite Gautier non esiste, è solo un tratto di penna di Alexandre Dumas figlio. Però, e forse proprio dal momento che non esiste, Marguerite Gautier è anche allo stesso tempo concreta. Ma non perché il suo personaggio – protagonista del romanzo La signora delle camelie (1848) – è in realtà l’alter-ego cartaceo di Marie Duplessis, celebre mantenuta parigina del XIX secolo, quanto più che altro è reale la tensione critica nel suo stesso personaggio, tensione che si può pensare come ad un’onda la quale, biancheggiando, travolga ciò che incontri sul suo percorso – le ubiquità e le ipocrisie della morale borghese del XIX secolo.

Ma chi è Marguerite Gautier? Innanzitutto, è una mantenuta – un aggettivo socialmente accettabile per identificare una virago d’alto borgo. Socialmente accettabile, appunto: in ossequio a tutte le convezioni borghesi, la signora delle camelie (chiamata in tal modo per via della sua abitudine di portare con sé bouquets di camelie bianche e rosse1) interpreta il ruolo che la Parigi di inizio Ottocento ha già sancito per lei e per tutte le donne in condizioni simili alla sua con dovizia, si potrebbe dire, perché è nota nel “bel mondo” non solo per il numero e per la condizione sociale degli amanti che ella ha “accettato”, ma anche per il suo amore per l’agio. Prostituta come mantenuta, mantenuta come donna incontinente nella passione amorosa e sregolata nel lusso, quindi: ecco come la società borghese pensa alle donne che sono costrette dalle contingenze materiali a diventare “pubbliche”, ossia come a meri gusci di carne incapaci di esperire veramente l’amore, ma solo di godere degli erotici furori, in grado tutt’al più di capire come spendere al meglio, in «mobili di legno di rosa e di Boule»2 o in «vasi di Sèvres o della Cina»3, i franchi richiesti ai propri amanti.

E all’inizio del romanzo Marguerite sembra non dolersi affatto del ruolo impostole dalla società, perfino inconsapevole che quest’ultima sembri negare in lei qualsiasi dignità. Tuttavia, presto qualcosa cambia nella sua esistenza, e muta nel momento in cui il ventiquattrenne Armand Duval la sfiora per la prima volta con i suoi occhi, innamorandosene poi profondamente. Perché in Marguerite avviene, a poco a poco, un mutamento inaspettato: si innamorerà a sua volta totalmente del giovane Duval. Al punto da scegliere di tagliare il legame che la univa, gravandola, al suo passato di mantenuta. Al punto da vagheggiare una vera nuova esistenza, nella campagna ai sobborghi di Parigi, con Armand. Un cambiamento assolutamente imprevisto, questo, un fenomeno nuovo che permette di comprendere appieno le ubiquità, le ipocrisie, la generale stolidità delle categorie della morale borghese.

Sì: legandosi con amore sincero ad Armand, Marguerite rivela alla Parigi inizio-ottocentesca che anche le mantenute sono esseri umani capaci di provare vero amore oltre le simulazioni che di esso possono offrire sotto le lenzuola, e di provare un amore tale da scegliere anche di compiere il sacrificio estremo della propria personale felicità in cambio della felicità e della libertà del proprio amato. La signora delle camelie insegna, insomma, che le donne cosiddette “pubbliche” abbiano la medesima dignità ontologica delle donne “private”, ossia sposate. E che il loro valore ontologico è umiliato ed offeso dai preconcetti borghesi proprio come quello delle signore “perbene” di Parigi. Umiliato ed offeso, per la precisione, dalle ipocrisie e dalle ubiquità. Perché, da un lato, la morale del tempo considera le mantenute niente più che “peccatrici”, ma allo stesso tempo approva che i giovani nobili ne cerchino i favori – in quanto ciò rende più prestigioso il nome di questi ultimi. Perché poi, da un lato, l’etica borghese afferma di onorare come il patto umano più inviolabile il vincolo del matrimonio, mentre poi sembra allo stesso tempo “chiudere un occhio” quando le infedeltà coniugali sono perpetrate dal marito. Perché, infine, la morale borghese pretende, da un lato, di essere la concrezione delle idee illuministe di valorizzazione di ogni essere umano nella sua unicità, mentre poi segretamente considera tanto le mantenute come le mogli nulla più che oggetti – le une per il divertimento, le altre per la procreazione.

Sopra tutto ciò passa l’onda della figura di Marguerite Gautier, un’onda di piena che travolge nel suo impeto i disvalori borghesi, lasciando dietro di sé quel terreno fertile, ricco di limo, perché nuovi contenuti assiologici post-borghesi possano crescere – orientati al rispetto dell’irripetibilità di ogni persona vivente.

 

Riccardo Coppola

 

NOTE
1. Cfr. A. Dumas (figlio), La signora delle camelie, in I 7 magnifici capolavori della letteratura francese. Stendhal, La certosa di Parma; Balzac, Eugénie Grandet; Hugo, Notre-Dame de Paris; Flaubert, Madame Bovary; Dumas (figlio), La signora delle camelie; Zola, Thérèse Raquin; Maupassant, Bel-Ami, a cura di L. Collodi, Newton Compton Editori, Roma 2018, p. 1038.
2. Ivi, p. 1034.
3. Ibidem.

 

[immagine tratta da Google Immagini]

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Siamo sempre gli stessi o cambiamo essenza nel tempo?

Alla ricerca di un filo rosso nella nostra mutevole esistenza

Rimane sempre il dubbio se quelli che eravamo anni fa, siamo sempre noi o se si tratta di una persona diversa, con un’essenza differente. Certo all’anagrafe abbiamo un profilo e uno soltanto, pure sui social, forse; ma viene da chiedersi se siamo sempre gli stessi o siamo cambiati così tanto da pensare che in fondo quella foto in cui quasi non ci riconosciamo, nasconda nell’ombra l’essenza di una persona che non c’è più.

Per la velocità di cambiamento in cui siamo immersi tra scoperte, progresso, tecnologia, ci risulta difficile pensare di non essere in costante evoluzione su un piano che coinvolge comportamenti, intenzioni, pensieri e non strettamente modifiche fisiche e biologiche. E per far incontrare la filosofia con le discipline scientifiche, possiamo prendere ispirazione da Kierkegaard, dalle sue riflessioni sugli stadi evolutivi, che sono fasi non continue né in ordine cronologico, ma pur sempre alternate durante la vita dell’esistenza umana.

Stadio estetico: si manifesta quando un uomo vive cercando di rendere unico il singolo attimo che sta vivendo. È legato al presente, al qui e ora, al piacere immediato senza “se” e senza “ma”. Ma ben presto sopraggiunge la noia per non riuscire a migliorare costantemente l’intensità del piacere.

Stadio etico: l’uomo etico sceglie prima ciò che vuole diventare ed essere, per poi crearsi il percorso per raggiungere un obiettivo. La sua vita diventa costruzione, progetto, dovere. Qui non si rischia tanto la noia, perché il progetto è sempre in divenire, quanto invece la mancanza di piacere, di godimento, di soddisfazione. Il senso della vita etica è sempre spostato in avanti, come un miraggio che si sposta man mano che si procede.

Stadio religioso: il culmine del percorso individuale. In questa fase l’uomo si avvicina a Dio e vive la propria esistenza tramite una relazione personale con l’assoluto. L’essere umano si trova a dare spiegazioni e significati in base al rapporto che crea con Dio.

Caliamo la riflessione di Kierkegaard nella nostra vita: sembrano tre fasi della vita di ogni uomo: la ricerca del piacere immediato del bambino, la progettualità e la costruzione di qualcosa di proprio nella fase adulta, e la ricerca di un significato che trascenda la nostra esistenza su questa terra dell’anziano. Ma anche passando dal macroscopico al microscopico, se prendiamo una stessa giornata di vita quotidiana troveremo tracce di azioni in cui stiamo “solo” cercando il piacere nel “qui e ora”, altre in cui pianifichiamo e ci impegniamo a raggiungere la gallina di domani senza divorare l’uovo di oggi, e momenti in cui ci affidiamo a significati sublimi, con lo sguardo verso l’alto cercando di intravedere un senso differente.

Nell’arco della vita diventiamo insomma qualcosa che non eravamo, qualcosa di completamente diverso da come stavamo vivendo fino a qualche anno prima. Tuttavia già nelle sfaccettature delle nostre giornate possiamo tenere uniti i pezzi di una vita, quelli che c’erano e che vorremmo creare.
Anche da un punto di vista biologico il nostro organismo si rinnova ed è sottoposto a stravolgimenti: ogni sette anni le nostre cellule, tranne quelle del sistema nervoso, sono totalmente rinnovate, non sono più le stesse di un tempo, c’è stato un completo ricambio generazionale interno.

Il ciclo di cambiamenti dei sette anni si ritrova anche altre tradizioni, come quella pitagorica, che descrive la Natura con cicli settenari (la legge dell’Ottava). Anche il fondatore della Medicina Antroposofica, Rudolf Steiner, ha evidenziato delle fasi di vita dell’individuo che ogni sette anni vive una ricostituzione psicofisica e comportamentale.
Una considerazione simile viene fatta dal padre della medicina moderna, Ippocrate (460 – 377 a.C.), che diceva:

«Nell’esistenza umana sono presenti sette tempi che chiamiamo “età”: lattante, bambino, adolescente, giovane, adulto, uomo maturo, anziano. Al periodo (mutevole) della Luna, durante la prima infanzia (fino ai sette anni) subentra quello di Mercurio, in cui si acquisiscono le prime conoscenze (7-14 anni), quindi quello di Venere, che rivela la sua forza nelle emozioni passionali dell’adolescenza (14-21 anni); giunge poi lo zenit (solare) della vita, i tre settenni della piena forza vitale e dei desideri d’espansione (21-42 anni). Il regno del malvagio Marte genera un improvviso mutamento e conduce alle lotte, le amarezze e le disillusioni di cui è ricca l’età adulta (42-49 anni). Poi, sotto lo scettro di Giove, si presenta ancora una volta un picco della vita, la maturità propriamente detta, la quale, saggia e serena, contempla le gioie e le sofferenze dell’esistenza, sempre contribuendovi con gaiezza (49-56 anni). Arriva infine, sotto la stella di Saturno, lenta e lontana dalla terra, la grande età in cui le forze vitali si raffreddano e pian piano si fermano».

Ritornano echi delle fasi di Kierkegaard, ritornano i settenni delle cellule che si rinnovano, e ritornano le fasi in cui per ogni fascia di età ci spettano comportamenti e atteggiamenti specifici. Ma con tutte queste riflessioni alla mano, per non cadere in nessuna forma di angoscia o per non finire schiavi di una fascia di vita priva di continuità con la nostra piena esistenza, possiamo prendere ispirazione da tutte le altre, quelle vissute e quelle ancora da vivere, per mescolare ingredienti diversi e trovare il filo rosso che definisce chi siamo. Chi siamo in ogni momento, nel passato, presente e futuro, nonostante cellule diverse e nonostante il costante cambiamento in cui siamo immersi.

C’è sempre qualcosa che si conserva nel nocciolo dell’essenza, qualcosa che ci accompagna e ci caratterizza in ogni fase di vita. La tua, qual è?

 

Giacomo Dall’Ava

 

[Photo credits: Vidar Nordli-Mathisen su Unsplash.com]

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Di cosa parliamo quando parliamo di amore?

Agàpe, eros, filìa, stèrgo: quando gli antichi Greci parlavano di “amore” distinguevano, attraverso l’uso di diversi termini, l’amore come scelta e dono, l’amore come attrazione sensibile e intellettuale, l’amore come amicizia e l’amore come affetto domestico e stima.

What we talk about when we talk about love? è il titolo della raccolta di racconti di Raymond Carver, pubblicata nel 1981, tradotta in Italia per Garzanti nel 1987 e nel 2009 per Einaudi con il titolo originario di Principianti senza i numerosi interventi di taglio dell’editor della casa editrice Knopf, Gordon Lish, a metà tra legittima revisione editoriale e efferato delitto letterario.

Diciassette racconti brevi, emblemi dell’essenzialità e del cosiddetto stile minimalista e stilizzato di Carver che esplorano con un linguaggio asciutto, scabro, cinematografico e ordinario l’amore nella grigia quotidianità.

Vibra nelle centotrentaquattro pagine un senso di angoscia e di inquietudine, quella suspense del nonsense della banalità della routine in cui non accade nulla eppure qualcosa sembra che stia per accadere imminente. Una chiaroscurale epica del quotidiano da cui emana la grazia della vita in sé e forse quando parliamo di amore parliamo di questo perché Carver non affronta il tema dell’amore ma ci gira intorno davanti a un bicchiere di gin come nel racconto, omonimo della raccolta, dove due coppie – forse di attori – chiacchierano attorno al tavolo della cucina e si domandano se forse l’amore è quello in nome del quale l’ex compagno di una delle due donne la picchiava fino a tentare di ammazzarla e poi di ammazzarsi mentre le dichiarava di amarla, o raccontano di un vecchietto scampato a un incidente che si dispera perché non riesce a vedere sua moglie attraverso le fessure degli occhi del gesso che gli ricopre il volto.

«In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? – ha proseguito Mel – Secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore»: nella postmodernità liquida – per citare Bauman – consumistica, frenetica e omologante di fronte al motore della vita, l’amore appunto, l’uomo non può che dichiararsi principiante e sperimentare, cioè immergersi da spettatore ed emergere da spettatore; voglio dire che, secondo me, è venuta meno la preliminare, o anche posteriore, capacità di indagine o di empatia per cui sembra che quando parliamo di amore parliamo dell’apeiron di Anassimandro, un nauseante o insapore frullato cosmico con l’etichetta “amore” svuotato di sostanza. Gli antichi Greci invece distinguevano, riflettevano, volevano capire di cosa parlavano, erano assettati del mot juste e un termine solo per ciò «che move il sole e l’altre stelle» per gli antichi Greci, ignari della grazia cristiana, non poteva bastare. E se l’amore è un gioco non si può essere sempre principianti: troppo facile questo gioco e poco stimolante! La vita moderna, quella ad esempio dei due personaggi in copertina in una cucina a bere caffè e lavare le stoviglie, quella dei Nottambuli di Hopper per intenderci, è così: frenetica e senza senso, apparentemente dinamica e veloce ma spaventosamente vuota per cui quando si tenta la definizione di “amore” ci si limita a una descrizione di quadretti di non sense. L’uomo moderno ha ancora forse le domande ma la pretesa della risposta è troppo: la capacità di analisi era dei Greci, la grazia senza ragione dei Cristiani, e la postmodernità è una sorta di caos primigenio, condizione, a mio avviso, ideale, perché senza ideali e senza morali, una principiante tabula rasa baconiana in cui i punti interrogativi sono tanti e le risposte individuali.

Credo quindi che leggere questo Carver in una prospettiva verticale – per citare l’altra sua opera di successo – possa essere un’operazione degna di essere intrapresa: farsi assorbire dal vuoto e uscirne non svuotati e sonnambuli ma affascinati dalla grazia della vita.

 

Rossella Farnese

 

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Quando meno te lo aspetti: i due miracoli di Frida Kahlo

C’era un saggio che diceva di prepararsi a tutto nella vita perché è come essere in mare aperto, poco prima è sereno, e poco dopo è tempesta. Spesso provo a dare dei consigli su come affrontare questo mare, mi rifugio tra i grandi autori per cercare consiglio. Questo perché neanche io so come affrontare il tutto, chi sa come procedere senza cadere?

Forse ce lo può descrivere chi ha davvero sofferto, chi ha avuto una vita piena di dolore e arte, come Frida Kahlo. Magdalena Carmen Frida Kahlo Calderon nasce a Coyocan nel 1907, in concomitanza della Rivoluzione Messicana. È la prima donna che ha avuto il coraggio di essere quello che è nella vita e nell’arte, nonostante le gravi ferite nel corpo e nell’anima e le sofferenze patite. Chi meglio di lei con una vita così piena e travagliata può essere esempio della forza stessa della vita?

Frida è stata la prima donna a fare del proprio corpo il manifesto della propria femminilità in maniera diretta, esplicita e violenta, a volte, rivoluzionandone il ruolo. Si mostra solo per ciò che è, nonostante tutto e tutti, lei e la sua messicanità.

Ciò che si porterà dietro per tutta la vita saranno i danni alla colonna vertebrale e alla perdita della gamba destra causati dal grave incidente avvenuto nel 1925 quando fu travolta dallo scontro tra un tram e autobus. L’opera dipinta all’età di 33 anni, La colonna spezza del 1944, esprime lo stato d’animo di Frida: «Non sono malata, ma sono spezzata. Ma sono contenta di essere viva perché posso dipingere». La forza vitale di Frida si fa spazio nel colore, nelle forme, nelle linee spezzate, come se la tela fosse il suo diario intimo che le può alleggerire l’anima, così che possa restare in equilibrio in quel frangente con il pennello in mano. È ciò che la tiene in vita.

E poi c’è Diego Rivera. Un amore tortuoso, sconvolgente e passionale. Lo sposa due volte e lo ama per una vita intera. Lei stessa lo descrive così in un frammento del suo diario:

«Diego è inizio.
Diego è costruttore.
Diego è mio fidanzato.
Diego è mio ragazzo.
Diego è pittore.
Diego è mio amante.
Diego è “mio marito”.
Diego è mio amico.
Diego è mia madre.
Diego sono io.
Diego è Universo
Diversità nell’unità.
Perché lo chiamo il Mio Diego?
Io voglio il mio Diego perché io lo amo. Non è mai stato mio e mai lo sarà. Non mi appartiene, appartiene solo a se stesso».

Qualcosa l’ha salvata – che sia la pittura o l’amore. Libertà, sofferenza e passione: ecco cosa posso dire di aver visto in questa artista, ecco cosa mi potrà aiutare in questo mare. Abbiate il coraggio di affrontare ciò che viene, vi potrà spezzare, ma se vi ancorate a ciò che sapete vi potrà salvare, allora, avrete trovato il vostro piccolo miracolo.

Infine per voi il mio promemoria è questo: siate grati e abbiate cura di quella cosa o di quella persona che vi fa brillare gli occhi. Un giorno vi salverà.

Al prossimo promemoria filosofico.

A presto.

 

Azzurra Gianotto

 

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L’urgenza del vivere da Paul Valéry a Hayao Miyazaki

Ho sempre avuto un certo feeling con il Giappone e tutte le sue follie, dai Kit-Kat al tè macha alla loro incapacità di dirsi “ti amo”, e sebbene in questo ultimo periodo io mi sia appassionata alle teorie dello zen e alla loro estetica precisa ed essenziale, credo che nulla mi abbia ancora affascinato quanto i mondi creati da uno dei più importanti autori di film d’animazione del mondo: il maestro Hayao Miyazaki.

Se non è così difficile farsi trascinare nel mondo fatato degli spiriti de La città incantata né rimanere affascinati dalla porta magica di Howl o desiderare di poter abbracciare il morbido orso/gatto Totoro, meno immediato è forse cogliere la critica di Miyazaki nei confronti di ogni forma di guerra e avvertire le ombre scure da lui gettate sul tema della tecnica e del progresso. Sono tuttavia temi che attraversano tutta la filmografia del maestro, a partire da Conan il ragazzo del futuro (1978) fino all’ultimo capolavoro, del 2013, Si alza il vento. Miyazaki, che in gioventù aveva partecipato attivamente ai movimenti pacifisti e alle proteste che attraversarono il Giappone dagli anni Cinquanta fino almeno al Sessantotto, si interroga senza lasciare vera risposta sugli effetti del progresso tecnologico sul corso della storia e dunque sull’umanità. Le ambientazioni futuristiche di opere come Nausicaä della Valle del Vento e Laputa – Castello nel cielo puntano il dito contro un uomo del presente (ma anche dell’immediato passato) incapace di resistere all’avidità di denaro e potere, che si traduce in maniera immediata in un totale disinteresse per l’ambiente e la Natura. L’uomo insomma, come spiega chiaramente Marco Casolino, «non sarebbe in grado di gestire i cambiamenti sociali e culturali che l’uomo porta con sé»1 e quello che Miyazaki si auspica è un’educazione che sappia pensare insieme la Storia e la tecnica.

Questa ambiguità della tecnica è mirabilmente espressa anche nella storia di Jirō, ingegnere aeronautico protagonista di Si alza il vento, un sognatore che cerca nelle spine di sgombro la curva perfetta per le sue ali, costruttore di un aereo che verrà poi tristemente utilizzato dall’aviazione giapponese nelle missioni cosiddette “kamikaze” della seconda guerra mondiale. La purezza delle intenzioni di Jirō, la sua dedizione sincera verso i suoi ideali e i suoi sogni, incontrano una Storia che invece soffia in modo furibondo verso un’altra direzione. Il vento e l’aria, la leggerezza e gli aeroplani che attraversano con minore o maggiore discrezione tutta la filmografia di Miyazaki, si traducono qui nell’afflato esistenziale dell’individuo (in particolare dei protagonisti Jirō e Nahoko) e nel vento della Storia che avanza e che lo ostacola: l’unica risposta a questo vento contrario, per il maestro giapponese, è esistere. Mentre qualcosa di spaventoso, enorme e impellente domina la Storia, qualcosa di ancora più urgente guida i protagonisti – un po’ come avveniva, secondo Deleuze, ad alcuni personaggi di Dostoevskij: un’urgenza interiore ancora più impellente costituita dall’adesione, sempre e comunque, al proprio progetto di vita. Quel soffio personale del nostro esistere non può sottrarsi al tifone della storia, ma può continuare ad esistervi all’interno se si agisce con dedizione e purezza, senza rischiare di smarrirsi.

È qui che arriviamo a Paul Valéry e a quel verso de Il cimitero marino (1920) che dà senso al titolo del film: «Le vent se lève!… Il faut tenter de vivre», “si alza il vento, bisogna sforzarsi di vivere” (“kaze tachinu, iza ikimeyamo”, se volete scoprire come suona in giapponese). Nel fluire del vento, ovvero il tempo della Storia, bisogna trovare il proprio spazio esistenziale, come Jirō e Nahoko, «testimonianze vibranti di un impegno etico a vivere appieno il presente, ad essere nel proprio tempo fino in fondo senza però identificarsi del tutto con esso, senza appiattirsi su di esso»2. La lunga poesia di Valéry, ricca di analogie non sempre comprensibili e lasciate alla sensibilità di ciascun lettore, termina con questo grido di adesione alla vita, questo tentativo del poeta di non farsi vincere dal cupo Nulla e dalla Morte e di adagiarsi invece al fluire (a volte turbinoso ma naturale) del mondo, della natura che sta ammirando dalla cima della collina affacciata sul mare. La volontà di parteciparvi in qualche modo, di esistere, è anticipato da quell’ ek- che dà il senso della spinta verso l’esterno, verso quel mondo che è in grado di ferirci ma anche di regalarci doni preziosi, bellezza, scoperta.

Trovare il proprio respiro sul soffio del vento.

 

Giorgia Favero

 

NOTE
1. M. Casolino, Scienza, tecnologia e natura in Miyazaki, in M. Boscariol (a cura d), I mondi di Miyazaki. Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese, Mimesis Edizioni, Milano 2016, p. 58.
2. M. Ghilardi, Tempo, tecnica, esistenza nell’ultimo Miyazaki, in M. Boscariol (a cura di), op.cit., p. 38.

[Photo Credit: Andrea Junqueira]

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«Chiamami col tuo nome», ma anche no. Il legame tra nome e identità

Chiamami col tuo nome: un film che, anche sulle pagine online di questa rivista (questo è l’articolo) è stato definito: “Un inno alla bellezza”. Può darsi.
Non mi interessa commentare la pellicola, ma mi si consenta di prender spunto da essa per una riflessione. Spostiamo direttamente la nostra attenzione sulla frase eponima che, è noto, recita: “Chiamami col tuo nome ed io ti chiamerò col mio”.
Credo che la maggioranza degli spettatori abbia visto in questa dichiarazione di Oliver a Elio un’espressione d’un amore talmente profondo da culminare addirittura nella perdita della singolarità a favore dell’alterità.
Che bello: io sono te, tu sei me…

A me si gela, francamente, il sangue nelle vene: una battuta del genere, da sola, riassume tutti i pregiudizi, e i malgiudizi, ruotanti attorno la comprensione dei rapporti umani, specialmente quelli implicanti un dispendio sentimentale.
Certo non ho nulla contro il film di Guadagnino o il libro di Aciman: mi oppongo, però, al messaggio sotteso. Ritengo non sia accettabile, neppure come trasposizione estetica, che l’amore sia dipinto come appiattimento di due creature l’una sull’altra, un reciproco scambio d’esistenze o identità.

Dietro alla dichiarazione di Oliver v’è una visione distruttiva dei rapporti interpersonali spacciata per amore; in realtà, è la narrazione d’un suicidio della seità che, generalizzato, porta all’atomizzazione della società: un così subdolo, tornante verso il baratro di una società totalitaria che neppure Orwell avrebbe mai osato immaginare.
Senza nome, o col nome d’altri, siamo non bestie, ma cose, e le cose non si rapportano tra loro, neppure amano.

La cessione a terzi del proprio nome è un gran rifiuto fatto per viltade che, in nessuna maniera, neppure con l’amore, può esser compensato. Cambiare il proprio nome con quello d’un altro non è un dono, ma al contrario è un autostupro, la distruzione d’un dono: il più sommo, quello della singolarità. E senza di essa, c’è il nulla.
Il nome è tutto ciò che io sono, e sono solo io.
Il nome è la mia “etichetta”, il termine a cui referente semantico sono io in quanto concreta incarnazione della mia storia e del mio futuro, la designazione di qualcuno in quanto quell’uno; è l’unica parola della lingua che designa solamente me, non altri. È sano egoismo messo in una catena fonica fatta di storia, possibilità e psicologia; ciò che mi salva dalla massa e fa di me non carne, ma concettualità.
Regalandolo o cambiandolo, io non regalo o cambio me qui e ora, ma metto all’asta la rete di rapporti, di pensieri, di azioni che ho intessuto, e intesserò, lungo l’asse del tempo; mi sono ucciso al mondo e al tempo.

Pensare che i rapporti siano una sorta di adæquatio me ad alteritatem così profonda da sfociare nell’equazione Io = Tu = Me, all’interno della quale, evidentemente, nomi e storie singole sono perfettamente inutili, significa non avere rispetto né di sé, né del prossimo.
Per aver rapporti umani occorre essere in due; come possiamo credere ch’essi possano darsi, se noi in quanto singoli semplicemente diventiamo (l’)altro? Sono le sostanze chimiche a unirsi tra loro per formare un composto nuovo, perdendo le caratteristiche iniziali.
Ma noi siamo esseri umani. Esistiamo. E, soprattutto, abbiamo una dignità.

Diffidate di chi dice che rapportar-si agli altri è sinonimo di perder-sé. Ogni rapporto positivo è esaltazione della propria ipseità nell’alterità, non annullamento o fusione.
Ogni sentimento buono, principalmente l’amore, è uno sguardo gettato verso un Non-noi che ci piace e senza il quale, pur restando Noi, risultiamo tuttavia un po’ peggiori; perché si realizzi tale sguardo, però, io devo essere ciò che sono, con il mio nome e la mia personalità: se mi svendo non sto amando, sto praticando masochismo.

Se dunque Chiamami col tuo nome ci insegna qualcosa, è esattamente come non ci si deve rapportare agli altri, cioè sostituendosi-a e facendosi-sostituire-da loro.
L’invito è di non dare mai per scontata la propria seità e i modi attraverso cui si manifesta: amici miei, avete un passato e un avvenire riassunti nel vostro nome: non cedetelo, mai.
È l’unica cosa che resterà di voi, incisa, un dì, s’una lapide di marmo e s’una targhetta d’ottone sopra una bella cassa di acero.

 

David Casagrande

 

[Photo Credit: Unsplash.com]

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In contatto con il proprio io e con la natura: I Canti Orfici di Dino Campana

Noto come il “poeta visionario”, teso tra una vita errabonda e gli eccessi psichiatrici, Dino Campana è tra i più singolari letterati del primo Novecento, produttore di opere dal sapore simbolista, che si distinguono per gli aspetti evocativi e per le atmosfere. Sebbene in un secolo sanguinoso la sua poesia possa risultare per certi versi anacronistica, tanto si staglia in un panorama che canta l’uomo in preda alle incertezze esistenziali, essa ha ancora molto da insegnare, specialmente a chi si pone con attenzione in ascolto.

«Ascolta: la luce del crepuscolo attenua/ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:/ascolta: ti ha vinto la sorte»1 afferma il poeta nel Canto della tenebra, invitando il lettore a porsi in contatto con se stesso, nel momento della giornata in cui le tenebre iniziano a salire e l’uomo è più incline alla riflessione. Solo chi dedica un po’ di tempo ad ascoltarsi, può infatti «intendere» la voce interiore, che in fondo si accorda con la natura e il resto del creato, almeno per i brevi istanti in cui questo legame viene stabilito.

Si tratta di un nesso profondo ma difficile da far affiorare alla percezione cosciente, per la maggior parte del tempo impegnata ad occuparsi di altro: «non so se tra roccie il tuo pallido/ viso m’apparve, o sorriso/ di lontananze ignote»; «non so se la fiamma pallida/ fu dei capelli il vivente/ pallore»2, difficile dunque abbracciare davvero queste “visioni”, l’io è sempre incerto su ciò che vede, sente e percepisce, in una realtà che conferisce sempre meno valore a ciò che l’uomo prova.

Si tratta di un sentimento, quello della crisi, che spesso ritorna alla luce nella letteratura del periodo, sebbene non tutti gli autori lo affrontino allo stesso modo: c’è chi, come Pirandello, mostra un mondo in cui non esiste più alcuna integrità dell’io; chi, come Ungaretti, ci immerge nella realtà cruda e sanguinosa della guerra, mostrando un uomo che non è più uomo; chi, infine, pur vivendo fortemente la caduta delle certezze, come Dino Campana, propone una realtà altra dove rifugiarsi, un mondo affettato, nato dalla propria mente.

Ciò non significa che tutto quello che propone Campana sia una sorta di deviazione alla vera realtà, ma in qualche modo esso rappresenta un “recupero”, un “ripescaggio” di alcuni elementi che vengono riportati alla coscienza e proiettati all’esterno, fatti vivere davvero, per ricreare il puzzle scomposto, che il secolo corrente ha frantumato.

«Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita […] sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane […] anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente»3. Questo sentimento del lontano, come già affermava Leopardi, permette di fermare per brevi istanti il mondo, di distanziarsi per un momento dai consueti rumori quotidiani, per porci nell’atteggiamento giusto della riflessione e dell’ascolto.

Solo allora, quando il nostro animo è davvero ben disposto, quando abbiamo in un certo senso abbandonato gli schemi mentali della nostra vita, possiamo percepire le melodie che ci legano alla natura e a noi stessi: «era una melodia, era un alito? Qualche cosa era fuori dei vetri. Aprii la finestra: era lo Scirocco»4, afferma il poeta in Scirocco, lasciando intendere che, se l’uomo è ben disposto può sentire la voce della natura, in un gioco di scambio reciproco con il creato.

In sostanza, quello che ci vuole dire Campana è che nell’uomo permane sempre qualcosa di profondo, non in contrasto ma in accordo con gli altri, con sé e con la realtà, basta lasciarlo emergere e non aver paura di farlo parlare.

In questo modo, possiamo anche noi fermarci per un attimo «al porto», con il nostro battello che «si posa nel crepuscolo che brilla»5, e sentire quel soffio che ci rende parte dell’infinito creato.

 

Anna Tieppo

 

NOTE:
1. D. Campana, Canti Orfici e altre poesie, Einaudi, Torino 2014, p. 30, da Il canto della tenebra.
2. Ivi, p. 25, da La Chimera.
3Ivi, p. 9 da La Notte.
4. Ivi, p. 113 da Scirocco.
5Ivi, p.132, da Genova.

 

[Photo credits via Unsplash.com]

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