Riscoprire il senso della cura

Come spesso mi capita in quest’ultimo periodo sono in videochiamata con un’infermiera – da oltre due mesi impegnata in un cosiddetto Covid-Hospital – alla quale chiedo puntualmente di condividere la propria esperienza in questo contesto di lavoro così complesso e così tragico, anche per una professionista esperta e competente qual è. Nel corso della narrazione – a tratti interrotta dalle lacrime che solcano il volto e che interrompono il flusso delle parole – rimango particolarmente colpito da un tema, fra i molti, del quale mi rende partecipe. Un aspetto che percepisce come particolarmente faticoso nei pazienti ricoverati in condizioni critiche presso il reparto in cui opera, è legato alla difficoltà che questi hanno nel riconoscere il volto di medici ed infermieri che, per ovvia necessità di tutela reciproca, sono costretti in una “bardatura” che ne maschera i lineamenti e le più autentiche espressioni. Mi confida quanto per lei questo aspetto renda il lavoro emotivamente ancora più difficile e, per i pazienti, il dolore ancor più straziante. Le persone malate, fiaccate nel corpo da un nemico invisibile, impossibilitate nel vedere i propri cari nel periodo di malattia e persino nell’ora ultima della vita, sono marchiate da un’ulteriore ferita, l’impossibilità di riconoscere il volto di coloro che, con paziente dedizione e professionalità di loro si occupano nel momento dell’estrema vulnerabilità, negli istanti in cui rimangono vestite, come ebbe a dire Etty Hillesum, “dell’ultima camicia della loro umanità”. L’infermiera prosegue riferendomi di un paziente, da tempo ricoverato, che pur non potendo distinguere l’aspetto celato dalla divisa, riconosce la sua voce nel momento in cui lei lo chiama dolcemente per nome per chiedergli come si senta. Mi racconta di come sul volto del paziente si dipinga un’espressione di serenità e dalle labbra emerga una luminosa espressione di sincera gratitudine.

L’esperienza che mi è stata narrata e che qui ho parzialmente riportato, fa emergere con forza il tema della cura in tempo di crisi. Indubitabilmente la necessità di una cura farmacologica il più possibile adatta ed efficace, ma pure l’esigenza del prendersi cura, in senso olistico, della sofferenza dell’altro che non è mai solo fisica, ma pure psicologica e spirituale. Aver cura dell’unicità e irripetibilità della persona vulnerabile, della singolarità umana che esige di essere riconosciuta, accolta, chiamata con il nome proprio. Così intesa, la cura richiama da vicino la capacità di fare spazio all’altro nella sua unicità ed è questa una caratteristica tipica della dimensione materna. Invero, se ci pensiamo – come sostiene Recalcati1 – per ogni madre, ogni figlio è sempre figlio unico e la cura che ha per lui è sempre cura della sua unicità, cura particolarizzata.

Nell’ora più buia della propria vita e spesso nei momenti che precedono la morte, sentirsi chiamare per nome significa avvertire che la propria esistenza ha valore per qualcun altro, ha senso anche nell’estrema fragilità e che l’amore, pur non potendo impedire la morte, consente di attutirne l’impatto angosciante avvolgendola in un abbraccio che impedisca il dilagare della disperazione. Per questo aver cura dell’altro ci chiama a coltivare in noi la speranza, a non lasciarla morire, poiché, come sosteneva Benjamin, soltanto per chi non ha più speranza ci è data la speranza. La cura è dunque la più alta forma di attenzione e s’innesta nel punto di incontro fra due fragilità che si riconoscono reciprocamente, si rispettano e si sostengono. È questo l’amore che sostiene e dà senso alla vita anche nei momenti nei quali essa sembra precipitare nella notte oscura del non senso.

Se c’è una lezione, non solo in ambito sanitario, ma a livello collettivo, che questa tragica pandemia può lasciarci è recuperare il senso della cura di sé e dell’altro. Di una possibilità che ci è stata affidata dalla vita come compito e opportunità di significato. La necessità della cura, come dimostra questo sventurato periodo, scardina ogni paradigma performativo, ogni delirio di efficienza, ogni spinta a consumare il tempo, a sfruttare l’altro da noi come mezzo per raggiungere scopi individuali in un’ottica utilitaristica. La cura esige un’interruzione della accelerazione maniacale che divora le nostre esistenze, consumandole senza portarle a compimento. Il senso della cura riposa infatti nel tempo, senza tempo, dell’interiorità, che nella relazione attenta espande la propria e l’altrui umanità. L’incontro intersoggettivo è la misura, senza misura, della cura. La speranza – come una fiamma fioca ma pur sempre ardente – è quella che questo virus sconosciuto e la sofferenza che ha causato siano occasione di maturazione, di sviluppo delle risorse individuali e relazionali. Che la nostra epoca, priva di attenzione per il particolare, riscopra il senso profondo e autentico della cura così ben rappresentata dall’amore materno che non è mai anonimo ma sempre riferito ad un nome proprio. Un amore generoso che solo è capace di sostenere, riparare e dare senso alla vita nella sua insondabile complessità e nel suo inesauribile mistero.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr. M. Recalcati, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Feltrinelli, Milano, 2015.

[Photo credits Lina Troches su unsplash.com]

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Pensare globale al tempo del Covid-19

La globalizzazione è un’impresa difficile e più si allargano le maglie che annettono tra loro i popoli del pianeta, più diventa arduo mantenere connessioni efficaci e sentirsi veramente parte di un unico sistema. La percezione di appartenenza a un’unica collettività di esseri umani connessi con il pianeta sarebbe di grande aiuto per gestire tutte le questioni urgenti del mondo, tra le quali spicca attualmente quella della gestione del COVID-19. Il potere di un virus contagioso come quello in corso è anche di illustrare bene la relazione tra la parte e il tutto, relazione che noi siamo piuttosto incapaci di vedere. Il virus è la più piccola espressione di materia quasi vivente; “quasi” perché per replicarsi necessita di organismi ospitanti, ciascuno dei quali fa da volano per la sua diffusione globale. Allora occorre che anche noi, piccoli umani, se presi singolarmente di fronte al sistema, diventiamo un grande organismo imparando a pensare in modo globale. Cosa significa? Come ci insegna Edgar Morin in tutta la sua opera magna, significa pensare la complessità che lega la parte al tutto. In questo frangente, significa anche evidenziare l’assurdità del motto populista “prima noi” (e anche del “come diciamo noi”), perché il virus attualmente al galoppo su tutta la popolazione mondiale può solo trarre giovamento dalla nostra disunità, che purtroppo è stata ancora una volta sostenuta dai vari governi di fronte all’emergenza. I problemi veri e gravi, siano essi virus o il surriscaldamento globale, toccano tutti. Proprio in questa luce è importante che cittadini e governi pensino globalmente. In termini fattuali, pensare globale significa innanzitutto condividere risorse e strategie per combattere il nemico comune, sia un virus pandemico o il cambiamento climatico. Tra le risorse ci sono ricerca scientifica e comunicazione delle condotte efficaci. Se tutti convergiamo gli sforzi di conoscenza e gestione del problema, la soluzione arriverà prima e sarà conseguentemente condiviso anche il beneficio.

La Cina ha dimostrato, con la sua iniziale politica di occultamento del problema dell’epidemia, che la democrazia liberale che essa non permette è invece fondamentale per non rischiare di occultare la verità scientifica, medica in questo caso, e gli allarmi a essa collegata. La libertà di espressione, d’altro canto, deve accompagnarsi a un’etica della comunicazione, invece da noi piuttosto carente. Infatti, se le fake news ci contaminano ormai da un po’, questo frangente storico ci sta dando prova di una diffusione inaccettabile e dannosa di disinformazione. Per gestire la differenza tra vero e falso dobbiamo tutti orientarci umilmente alla conoscenza come sforzo quotidiano di connessione e selezione dei fatti che la realtà ci offre. Saper pensare globalmente, inoltre, significa prendere atto che lo sforzo di imparare non termina mai, ma questo aiuta a non cadere vittime del contagio dei creduloni, o almeno a esercitare un sano scetticismo. Ad aggravare la nostra capacità di comprendere e agire in un’ottica condivisa si aggiunge l’eccessiva velocità con cui produciamo dati e il rischio di errori e fraintendimenti ad essa collegata. Pensieri complessi aiutano anche a dominare le passioni che negativamente scompigliano il nostro agire, come queste settimane di diffusa paura ci dimostrano. Fuggire in massa dalle città del Nord Italia per il terrore del contagio ha soltanto giovato alla diffusione del virus, complice della sempre più efficiente capacità umana di spostarsi. Le epidemie viaggiavano anche quando il mondo non era globalizzato come ora, lo facevano soltanto più lentamente. Si ricordi che l’influenza spagnola fece più vittime delle due guerre mondiali e anche la peste nera nel Medioevo falciò parecchi milioni di persone, ignare del perché morivano.

L’aver condiviso la conoscenza delle modalità del contagio è stato fondamentale nell’approccio alla complessità del problema. Oggi noi possiamo isolarci temporaneamente come singoli, restando uniti come pensatori globali. Non ci resta che l’attesa speranzosa che gli scienziati rendano tempestivamente fruibili cure e vaccino per tutta l’umanità e che i governi provino a coordinarsi a livello internazionale affinché le decisioni siano costruttive per tutti, nella fiducia reciproca. Se risolveremo l’emergenza del virus attraverso politiche di condivisione del sapere e approccio complesso alla gestione dei problemi globali, scopriremo forse di avere sviluppato gli anticorpi per affrontare globalmente molte delle tremende questioni che affliggono il pianeta. Non da ultimo, in un panorama internazionale in cui i paesi economicamente più potenti sono carenti o di liberalismo o di leadership filantropica, potremmo anche scoprire che un piccolo paese come l’Italia può dimostrare, con il suo esempio nella gestione dell’emergenza, di avere i requisiti per dimostrare come la cooperazione e la fiducia siano ingredienti essenziali nelle sfide complesse.

 

Pamela Boldrin

 

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“Mamma, il mio compagno di banco è strano”

Quando qualche anno fa accettai una breve supplenza come docente di sostegno, riconosco che nutrivo qualche dubbio sull’utilità di far frequentare la scuola superiore ad alunni con disabilità gravissime insieme ai loro coetanei normodotati. Che cosa potevano imparare in classe? Che tipo di relazione poteva instaurarsi tra loro e gli altri ragazzi? Giorno dopo giorno ho trovato risposte sorprendenti a tutte le mie domande.

Nella routine scolastica ciascuno dei compagni di classe metteva in atto meccanismi diversi nel relazionarsi con il compagno disabile. Tali comportamenti spaziavano dall’ignorare o escludere il compagno, fino a schernirlo. Ben presto ho compreso che l’atteggiamento dei compagni era il frutto di un grosso sbaglio: nessuno dei ragazzi aveva gli strumenti per imparare a leggere e decifrare ciò che a prima vista appariva talmente diverso, da essere insignificante o addirittura oggetto di derisione.

Molti anni dopo, il mio bambino tornando da scuola mi disse: “Mamma, il mio compagno di banco è strano… non sa parlare, non cammina, fatica a muoversi e se si muove, fa gesti senza senso… a volte ho anche un po’ paura”. Ho deciso quindi di fornire a mio figlio gli strumenti per aiutarlo a conoscere e a confrontarsi in maniera attiva, dinamica e propositiva con quella stranezza. Non è necessario fornire complesse spiegazioni di carattere clinico, l’importante è non nascondere la diversità, non occultarla per pudore o per compassione.

Se scegliamo l’espediente dell’omissione, se decidiamo quindi di celare per non turbare la sensibilità altrui, la paura prenderà il sopravvento: il compagno disabile resterà “strano” per sempre e l’integrazione con la classe diventerà una chimera. È esattamente qui che la bioetica mi viene in aiuto, perché soltanto sul terreno etico posso e devo individuare l’esistenza di un medesimo referente ontologico tra mio figlio, “normodotato”, e il suo compagno “strano”, disabile: sono entrambi portatori della stessa dignità di persona umana. Infatti, la non attuazione di determinate capacità o atti non implica l’annullamento ontologico della persona: puoi impoverire esteriormente o fenomenicamente l’essere, ma non modifica la sua natura sostanziale. La persona portatrice di handicap va considerata nella sua peculiare individualità e valorizzata nella società secondo quelli che sono i suoi talenti e le sue possibilità.

Lo stesso modello bio-psico-sociale, affermatosi negli ultimi anni, proietta la disabilità oltre il singolo richiedendo il coinvolgimento attivo non solo della famiglia, ma anche delle istituzioni (scuola) e della società, in una relazione dinamica che possa aprire ad un mondo nel quale il disabile sia al centro di una rete relazionale e sinergica. L’etica suggerisce di operare attraverso un processo di normalizzazione, che rifiuta una passiva accettazione dell’handicap, un passivo assistenzialismo, e che punta a superare le barriere fisiche e psicologiche per compensare quel margine che rimane insuperabile della personalità integrale. Ovvero, laddove non si potrà rieducare pienamente il corpo, sarà doveroso cooperare per cercare di riabilitare la persona nella sua globalità funzionale, psicologica e affettiva. Tale orientamento richiede un modello d’azione che renda capace il disabile di recuperare la gestione di se è il proprio inserimento globale nella società. Quindi, autonomia diventa la parola chiave, autonomia diventa una meta da raggiungere ma anche un metodo da applicare.

Ecco la risposta a tutte le mie domande, ecco la “chiave di volta” per aiutare mio figlio ad approcciarsi al compagno di banco “strano”. Impareranno l’uno dall’altro cose diverse, ma altrettanto importanti. I nostri figli e i nostri alunni comprenderanno che, in una società nella quale si avverte sempre più la pressione verso una civiltà del fare e produrre, è importante prendere atto che nella vita delle persone portatrici di handicap, come in quella delle persone normodotate, le proprietà e le qualità superiori dell’uomo non sono sempre presenti, vanno e vengono, possono essere ostacolate e modificate in qualsiasi momento da fattori interni o esterni all’uomo stesso.

Impareranno che è necessario mettere un po’ da parte quella ricerca spasmodica di perfezione, efficienza e tecnocrazia che attanaglia il nostro vivere. Avvertiranno la necessità di propendere verso una civiltà dell’essere e del donare che sono esigenza reale e urgente di ogni essere umano in quanto persona.

 

Silvia Pennisi

 

[Photo credits youssef naddam su unsplash.com]

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8 brevissime lezioni di etica dalle piante, maestre di sostenibilità

«Andai per i boschi perché desideravo vivere con saggezza» scriveva Henry David Thoreau nel 1854. La natura è certamente maestra di saggezza, ma come possiamo cogliere i suoi insegnamenti noi che frequentiamo così poco i boschi? In questo ci viene in aiuto chi ha studiato a lungo le piante, come uno dei più autorevoli studiosi di neurobiologia vegetale: Stefano Mancuso, direttore del LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale). Le sue appassionanti opere divulgative sono un’occasione per svelare come le piante possano essere un modello di ispirazione per i principi dell’etica e della bioetica. Infatti, mai come ora abbiamo bisogno di sensibilizzarci alla cura dell’ecosistema “Terra”, la nostra casa, dove tutto è intimamente connesso. Eppure, sentire la Natura come un sistema di interconnessione tra tutte le forme di vita diventa sempre più difficile, se dalla natura viviamo distanti; ripromettendoci di passare più tempo immersi nel verde, possiamo subito iniziare a rimediare con gli strumenti che ci offre la conoscenza.

Cosa possono insegnarci le piante? Ecco otto brevissime lezioni di etica1:

1. Le piante non possono scappare di fronte a una minaccia ma se vogliono sopravvivere devono trovare una soluzione, per questo si sono ingegnate in una varietà di risposte tra le più originali e diversificate. Hanno solo bisogno di tempo, perché la velocità non è il loro forte. Forse anche per questo ci sfuggono le loro strabilianti performance. Noi, invece, fuggiamo facilmente ma, al momento, da questo pianeta non ce ne possiamo andare. Dovremmo sforzarci di essere più originali.

2. Non potendo scappare, le piante hanno fatto della cooperazione il loro successo. Ad esempio, attraverso le radici e i funghi possono inviare nutrimento a piante più piccole, oppure, grazie agli animali, al vento o altri espedienti più bizzarri attuano lo spargimento dei loro semi affidando alla buona sorte il futuro della loro prole. In natura il “mutuo appoggio” (teorizzato da Kropotkin2) è la strategia più diffusa di proliferazione della vita. Anche Darwin aveva visto nella cooperazione il punto focale dell’evoluzione.

3. Le piante consumano pochissimo e producono tantissimo. Ricordiamo che il nostro pianeta sarebbe senza la vita che vediamo se non fosse che pazientemente le piante hanno preso luce e anidride carbonica, loro nutrimento, restituendo al mondo ossigeno prezioso. Noi, invece, prendiamo di tutto restituendo perlopiù montagne di rifiuti.

4. Le piante sfruttano il fatto di essere mangiate: sembrano sacrificarsi ma questo consente, in vari modi, di garantire la sopravvivenza della loro specie. Soltanto gli umani tendono a mettere in crisi questo ciclo, ad esempio: impoverendo la diversità genetica mediante produzione di frutta senza semi; concentrando le coltivazioni in poche culture (mangiamo meno varietà di vegetali, soprattutto cereali, rispetto a tutta la nostra storia passata); cementificando il suolo e attraverso altri diabolici espedienti.

5. Le piante non conoscono le gerarchie, sono le paladine dell’uguaglianza. Primo, perché non hanno un corpo specializzato in organi, ma hanno una struttura modulare. Secondo, non avendo un apparato peculiare decisionale (come per noi è il cervello), realizzano le loro scelte olisticamente, grazie anche a una fitta rete di relazioni con l’ecosistema. I sistemi decisionali decentrati sono più diffusi in natura di quanto pensiamo e, in caso di minaccia, garantiscono più probabilità di successo. Le gerarchie, invece, tendono a produrre effetti dannosi come l’incompetenza e il declino di responsabilità (si pensi alla formula “ho soltanto eseguito gli ordini”, il cui scenario più tremendo è quello emerso durante il processo del nazista Eichmann).

6. Le piante modulano la loro crescita in base alle risorse presenti di volta in volta, mentre noi umani mangiamo anche a scapito di tutto.

7. Le piante sanno aspettare pazientemente il momento buono per farsi vive. Vi siete mai chiesti quanto possono sopravvivere dei semi? Finora, si è riusciti a far germogliare semi vecchi di circa duemila anni!

8. Le piante sono maestre di resilienza, di fronte alle difficoltà dimostrano una forza impensata, mai brutale e prevaricatrice (di cui siamo spesso protagonisti noi). Ne sono testimonianza la rigogliosa vegetazione che, nonostante le radiazioni, invade Cernobyl da quando gli umani sono scappati o gli alberi sopravvissuti a pochi metri dall’impatto della bomba a Hiroshima, onorati dai giapponesi col nome speciale di Hibakujumoku.

Insomma, questi e altri aspetti della vita delle piante ci invitano a considerarle molto di più di quanto facciamo quotidianamente, sia per promuovere la loro presenza, sia per emulare le loro virtù! Appena possibile allora, cerchiamo di allungare lo sguardo esplorando parchi o boschi, quando invece stiamo ricurvi su libri e cellulari, proviamo a sfruttare l’accesso alla conoscenza che essi offrono. Scienza ed etica sono due pianeti della conoscenza che non sempre dialogano in sintonia, ma in questo caso la scienza delle piante ci può fare da guida per ripensare un‘esistenza umana più etica, perché anche noi, come le piante, non possiamo vivere senza Terra.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:

1. Alcuni dei suoi libri, utilizzati qui, sono: L’incredibile viaggio delle piante, Laterza, 2018; Plant Revolution, Giunti, 2017, La nazione delle piante, Laterza, 2019.
2. L’opera Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione di P.A. Kropotkin, è scaricabile gratuitamente qui.

[Immagine tratta da unsplash.com]

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Manuale per genitori cercasi? No grazie! Riflessioni di una futura mamma

«Essere informati ci rende più forti, ma di tutti gli strumenti che posso darvi, la fiducia in voi stessi in quanto genitori sarà quello più utile. Ogni bambino è un individuo, e così ogni mamma e ogni papà. Perciò ogni famiglia è diversa. Più vi accorgerete che siete in grado di capire e soddisfare i bisogni di vostro figlio, più migliorerete in questo senso. E vi assicuro, sarà sempre più facile».

T. Hogg, Il linguaggio dei neonati

Sono ormai otto mesi che io e mio marito Antonino viviamo l’attesa della nostra bimba Diana. Un cammino costellato di tante emozioni, sensazioni nuove, talvolta paure e insicurezze, che ha portato in me, come donna in primis e ora come futura madre, ma anche in noi come coppia, già grandi cambiamenti.

Manca pochissimo all’arrivo della piccola, e dopo questo primo viaggio di nove mesi, la sua presenza nella nostra vita sarà sicuramente l’inizio di una nuova, straordinaria avventura.

I mesi di gravidanza rappresentano un tempo prezioso per i genitori, per la mamma in particolare, da investire nell’ascolto di se stessi, in esercizi di consapevolezza corporea e rilassamento. Occorre però fare molta attenzione a tutto quello che viene proposto: oggi in commercio esiste una miriade di libri, manuali, corsi, associazioni, siti web, format televisivi, che ti insegnano a fare il genitore.

Peccato che nessuno può insegnarti questo! E meno male, sottolineo io!

Ogni famiglia è unica, ogni mamma e papà sono unici, come il loro bambino. Non può esistere un protocollo uguale per tutti. I consigli, che così facilmente vengono dispensati, possono essere validi per un bambino, ma non per l’altro, per una famiglia, ma magari non per la tua tua. Mi sono piano piano resa conto che la normalità, oggi, è quella di ricorrere all’esperto per qualsiasi cosa riguardi i bambini, o comunque di ascoltare più gli altri che noi stessi. Come se il rapporto tra genitori e figlio dovesse essere mediato sempre da qualcuno di più autorevole e più competente di loro stessi.

In questo cammino che mi condurrà alla nascita di mia figlia, mi sono dedicata alla lettura di due libri molto diversi tra loro, ma concordanti su un punto: recuperare l’unicità e l’individualità di ogni famiglia, per contrastare la tendenza dei genitori a delegare il proprio ruolo agli esperti e diventarne quindi dipendenti.

I due testi sono Il linguaggio dei neonati della puericultrice inglese Tracy Hogg, e E se poi prende il vizio? della psicologa perinatale Alessandra Bortolotti. Se è vero che i due volumi discordano profondamente su come crescere il neonato (ad esempio sull’allattamento a richiesta) entrambe le autrici sottolineano già nelle prime pagine l’importanza di rispettare il proprio bambino come individuo.

«Considerare il bambino come una persona fin dal suo concepimento e sua madre tale già dai primi istanti di gravidanza può, a mio avviso, restituire dignità a entrambi fin dall’inizio e facilitare l’elaborazione della perdita o della nascita prematura nel caso in cui queste purtroppo avvengano».

A. Bortolotti, E se poi prende il vizio?, 2010

Dall’altro lato:

«Se vi ricorderete di pensare al vostro bambino come a una persona sarà facile avere per lui il rispetto che merita. Sul vocabolario la definizione del verbo rispettare è evitare violazioni o interferenze. Come vi sentireste se qualcuno parlasse mentre voi parlate o vi toccasse senza il vostro permesso? […] I bambini i cui genitori fanno del loro meglio per riconoscerne e rispettarne i bisogni crescono sicuri: non piangono quando vengono messi giù, perché si sentono tranquilli anche da soli».

T. Hogg, Il linguaggio segreto dei neonati, 2004

Questo aspetto, per quanto possa sembrare scontato, non lo è affatto nella nostra società. Noi neo genitori veniamo inondati di continuo da messaggi promozionali che insistono nel dire che un bambino non può nascere e crescere senza pappe pronte, biberon, ciucci, sdraiette e contenitori vari. Si pensa che il neonato sia un piccolo consumatore di gadget indispensabili, quando invece, i suoi veri bisogni sono ignorati dalla maggior parte delle persone e, per interesse, dal mercato. Ci si dimentica facilmente, che in realtà, è appena nato un mammifero che necessita soltanto di latte, calore e amore.

Come spiegava Maria Montessori servono davvero poche cose ad un bambino, a partire dai mobili della cameretta fino ai giochi: oggetti semplicissimi, fatti in casa, che aiutano il neonato a sviluppare i suoi sensi in maniera graduale e soprattutto evitano di stimolarlo eccessivamente e nel modo sbagliato. Il bambino non ha necessità di girelli, sdraiette, ninnoli e chi più ne ha più ne metta, chiede semplicemente, come Maria Montessori scrive più volte di essere guardato, ascoltato, capito, di sentirsi al sicuro tra le braccia di noi genitori, di sentirsi rispettato e accompagnato nella sua crescita con gradualità, delicatezza e attenzione.

 

Martina Notari

 

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Intrudere ed estrudere: l’inaccettabile opposizione di Jean-Luc Nancy

Nel 1992 il filosofo francese contemporaneo Jean-Luc Nancy ha subito un trapianto di cuore.

Ha raccontato questa estenuante esperienza nel libro L’intruso, edito da Cronopio e uscito nel 2000. Nancy basa la sua riflessione, breve ma densa, sulla coppia di sostantivi intrusione/estrusione, due termini che si oppongono ma che al contempo si richiamano cercandosi, abbinandosi, dandosi reciprocamente un senso. Non potrebbe esserci estrusione senza intrusione: quando, infatti, scegliamo di estrudere qualcosa, ossia di eliminarla, allontanarla, è perché essa viene percepita da noi come un intruso da scacciare, come un estraneo che ci crea problemi, ci invade o richiede troppo da noi – magari un impossibile che non possiamo o non vogliamo dare.

Il cuore di Nancy, quello con il quale è venuto al mondo, diventa l’organo da estrudere: appare come un intruso all’interno del suo stesso sistema corporeo, un intruso che non è più in grado di svolgere il suo compito e che mette a rischio la salute del filosofo. Si rende quindi necessario un trapianto: un altro cuore, un cuore che si attende come un libro fuori catalogo ordinato in libreria. Il cuore di un altro, capace di salvare la vita di Nancy, ma solo dopo un’intrusione violenta, fantascientifica, quasi impossibile da immaginare.

«Dal momento in cui mi fu detto che era necessario un trapianto, tutti i segni parvero vacillare, tutti i riferimenti capovolgersi»1 scrive Nancy. Il suo cuore, che gli «saliva alla gola come un cibo indigerito», lo stava abbandonando. Per sopravvivere, avrebbe dovuto ospitare in sé qualcosa di estraneo.

Ma come si fa ad accogliere un intruso, che per sua stessa definizione giunge imperioso e si introduce in un ambiente familiare con aggressività e potenza, con scaltrezza e imprevedibilità? L’intruso arriva «senza permesso e senza essere invitato. Bisogna che vi sia un che di intruso nello straniero che, altrimenti, perderebbe la sua estraneità»2. Bisogna accettare un’inaccettabile.

I medici devono estrudere per poi includere.

Di fronte a questa scomoda e temibile realtà, Nancy si sdoppia, così come doppio si fa il senso della sua stessa esistenza. La sua vita sarà la morte di un altro essere umano. Ciò che sente è «di essere caduto in mare pur restando ancora sul ponte»3. Egli è in due luoghi contemporaneamente: in balia della morte che incombe, della quale il suo cuore malandato si fa messaggero; in balia della vita che ancora lo trattiene a sé con la promessa di una speranza, di una soluzione. Nancy è al di qua e al di là, così come sarà e resterà se stesso con in petto l’organo di un altro.

Il filosofo capisce anche che se si vuole sopravvivere bisogna prima diventare estranei a se stessi. Prima dell’arrivo dell’intruso il suo sistema immunitario viene preventivamente preparato a essere neutro, ossia inutile, per facilitare la sua venuta. Esso viene quasi cancellato, per minimizzare il rischio di un rigetto. «L’intruso è in me e io divento estraneo a me stesso»4 spiega Nancy. L’estraneità si moltiplica e i farmaci anti-rigetto gli causano un abbassamento delle difese immunitarie che sfocia in cancro. Questa nuova malattia lo costringe a ulteriori sofferenze che paiono infinite e che sbalzano ancora e ancora la bussola della sua identità.

Ma egli sopravvive. E lo fa perché l’uomo ha imparato a superare se stesso divenendo «colui che snatura e rifà la natura, colui che ricrea la creazione»5.

Per sopravvivere dobbiamo continuamente estrudere qualcosa e includere qualcos’altro di nuovo. Lo facciamo con il nostro organismo – le unghie troppo lunghe o i capelli, che vanno tagliati ma che poi ricrescono. Lo facciamo con persone e situazioni che, come il vecchio cuore di Nancy, ci divengono indigeste. Il ciclo della vita esclude per accogliere e accoglie sapendo a priori che quella venuta resterà, come dice Nancy, scomoda e dal sapore straniero fino a che seguiterà a venire, fino a che non sarà divenuta qualcosa di familiare – ma quella familiarità durerà sempre e soltanto per un tempo determinato, sfociando poi in una nuova estrusione che sa di auto-defezione.

«L’intruso non è nessun altro se non me stesso e l’uomo stesso. Non è nessun altro se non lo stesso che non smette di alterarsi […] intruso nel mondo come in se stesso»6.

Un paradosso che va accettato, compreso, abbracciato.

 

Francesca Plesnizer 

 

NOTE
1. Jean-Luc Nancy, L’intruso, Cronopio, Napoli, 2000, p. 14.
2. Ivi, p. 11
3. Ivi, p. 14
4. Ivi, p. 25
5. Ivi, p. 36
6. Ivi, p. 37

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“Perché il papà ha ucciso la mamma?”

“Perché il papà ha ucciso la mamma?”
Può essere solo questa domanda a scandire ogni singola giornata dei figli sopravvissuti alla morte delle loro mamme, uccise dai loro padri.

Questa società sarà anche stata protagonista della liberazione sessuale, del riconoscimento (almeno formale) di pari diritti, dell’avanzata del femminismo, ma i femminicidi, frutto di ideologie non troppo remote, non ancora sradicate, quelle antiche idee di onore legato alla proprietà del corpo femminile e all’affermazione della potestà maschile, sono ancora presenti. Nel femminicidio riaffiora ancora l’archetipo dell’ordine patriarcale violato.

Dei figli che restano si parla e si scrive poco. Se da un lato c’è l’intento di tutelarli, essendo nella maggior parte dei casi ancora minorenni al momento dell’assassinio della madre, dall’altro, nei confronti di questi orfani sussiste una negligenza colpevole, palesemente dimostrata dal fatto che i primi studi sul dramma vissuto da questi bambini e sulle conseguenti ripercussioni emotive risalgono a meno di una decina di anni fa.

È infatti nell’anno 2011 che, la psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry avvia il progetto europeo Switch Off del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli con il supporto dell’associazione nazionale D.i.RE (Donne in rete contro la violenza) e in collaborazione con le Università di Cipro e della Lituania, ponendo al centro dei suoi studi concernenti il femminicidio le vittime collaterali, ovvero i bambini sopravvissuti che hanno perso entrambi i genitori: la mamma vittima di femminicidio e il padre, autore dell’omicidio, rinchiuso in carcere o spesso morto suicida.

Nel 2016, le prime Linee guida di intervento per quelli che vengono definiti “orfani speciali”1: un sussidio a disposizione dei servizi sociali, dei magistrati, degli insegnanti, delle forze dell’ordine il cui obiettivo è utilizzare un protocollo di azione omogeneo e tempestivo perché queste vittime secondarie necessitano di sostegno concreto e cura. Diritti imprescindibili che le istituzioni non possono continuare ad eludere.

Questi bambini, che sono costretti a vagare da un’istituzione all’altra, nella maggior parte dei casi e nel tentativo di preservarne la continuità affettiva, vengono affidati ai parenti più stretti che faticano a far fronte alle innumerevoli esigenze psicologiche e materiali.

Gli “orfani speciali” si trovano a dover avanzare nella strada della vita nonostante il carico sconvolgente di un legame familiare che ha dato loro vita e morte, protagonisti di un’atrocità indescrivibile a parole, privati di quella base vitale e certa su cui fondare la propria forza psichica ed il proprio equilibrio. È innegabile l’obbligo dello Stato e di quella stessa società che si definisce civile provvedere a questi orfani, vittime non solo di un padre violento ma anche di Istituzioni che, in molti casi, non hanno saputo proteggere le loro madri che avevano già subito violenza e avevano più volte denunciato i loro partner o ex partner.

In Italia, da poco più di un anno, è in vigore la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 che, modificando il codice civile, il codice penale e di procedura penale e prevedendo altre singole disposizioni, introduce strumenti di tutela legale ed economica dei figli (di qualunque genere di unione, coniugale o equiparata), minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, rimasti orfani di un genitore a causa di un crimine commesso dall’altro genitore. Ma, come spesso accade nel nostro paese, la normativa approvata manca di adeguati fondi economici.

Questi “orfani speciali”, figli del ventunesimo secolo, sono nati in una società che si definisce inclusiva, liberale, emancipata e civile ma che sopporta che i bambini siano spettatori involontari di crimini efferati, violenza inaudita. Questi bambini in realtà non sono altro che figli di una società liquida in cui, per dirla con le parole del sociologo polacco Zygmunt Bauman, è protagonista «la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza».

A nulla serve introdurre nelle scuole un’educazione finalizzata al riequilibrio di genere se il legislatore non interviene in maniera urgente e decisa con leggi severe che sanciscano la gravità assoluta e la certezza della pena di un crimine che offende la nostra coscienza civile, riportandoci ad una barbarie già vissuta nel passato e ridestando un problema che credevamo di aver superato ma che in realtà l’umanità non ha ancora elaborato.

La donna, ancora e troppo spesso è considerata di “seconda classe”… poi, si arriva ai femminicidi e a non essere in grado di tutelare chi per tutta la vita, inevitabilmente, porterà le conseguenze del terrore, del sangue e del silenzio di quando quel maledetto giorno, in quell’istante tutto è finito.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE:
1. Il documento relativo alle “Linee guida di intervento per gli special orphans” è consultabile nel sito dedicato: www.switch-off.eu.

[Photo credits Tam Wai su unsplash.com]

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Dizionario portatile di ecologia: la sempreverde attualità di Thoreau

È del 28 luglio 2019 l’istantanea1 scattata dai satelliti Copernicus Sentinel-3. Una prospettiva aerea che ha dato un nuovo volto agli incendi che stanno divorando milioni di ettari di distese verdi. Il soggetto di questa fotografia è la taiga siberiana. Eppure, la ribellione ecosistemica di oggi sta coinvolgendo anche Groenlandia, Canada e Alaska. Qui, il 4 luglio la temperatura ha toccato i 32°, ma è da giugno che l’estremo nord dell’emisfero boreale sta bruciando. L’Artide si sta riscaldando a un temperatura doppia rispetto al resto del pianeta. Il paesaggio si è seccato e, con l’aiuto di fulmini, le foreste del Nord hanno iniziato ad ardere, liberando nell’aria la quantità di biossido di carbonio che il Belgio immette in un anno: si parla di oltre 100 milioni di tonnellate. Il carbone, da secoli imprigionato nella torba, così come gli altri gas serra immagazzinati nel permafrost pronto al disgelo, sono ora i veri protagonisti di questo scontro tra l’uomo e la natura. 

«Terra. La terra non è un semplice frammento di storia morta, strato su strato simile ai fogli di un libro, ma poesia vivente come le foglie di un albero, che producono fiori e frutti […]»2.

Tessitore di un lessico della natura fatto di suoni e immagini, Henry David Thoreau è stato un camminatore instancabile. «Camminare. Camminando, ci dirigiamo naturalmente verso i campi ed i boschi: cosa sarebbe di noi se ci fosse dato camminare unicamente in un giardino o lungo un viale?»3

Cittadino di una giovane America nord-orientale di metà Ottocento, questo giovane letterato (morto a soli 45 anni) ha saputo pensare il mondo che lo circondava raccontandolo per analogie. Ma anche per metafore, descrizioni fattuali e meditazioni intime, che descrivono figure tra loro diverse ma in continua comunicazione, ognuna portatrice di un significato specifico. Thoreau, così, ha esplorato l’infinito intorno a lui parlando di formiche, zucche, ginepri, querce, laghi e boschi. Ma anche di grilli e gufi che cantano il futuro.

«Gufi. Sono felice che esistano i gufi. Rappresentano il severo crepuscolo e i pensieri insoddisfatti che tutti hanno […] Per tutta la giornata il sole splende sulla superficie di una selvaggia palude, e una diversa razza di creature si sveglia per esprimere il significato della Natura»4.

Il Dizionario portatile di ecologia5, concepito in occasione del bicentenario della nascita del poeta di Concord (1817 – 2017), può diventare un nuovo lessico del nostro presente, della relazione tra l’ambiente e chi lo abita, della fluidità della natura che interagisce con una umanità in difficoltà. Una umanità che sembra essersi dimenticata che quella stessa natura non è un’entità astratta ma, anzi, una presenza che fa sentire sempre più la sua voce. Una voce che annulla il finto senso di onnipotenza dell’io.

A Ginevra, lo scorso 8 agosto, è stato diffuso il rapporto Cambiamento climatico e territorio del comitato scientifico dell’Onu sul clima (l’Ipcc). Stilato da 66 ricercatori provenienti da tutto il mondo, il documento, nero su bianco, ha posto (per nell’ennesima volta) all’attenzione della comunità internazionale gli effetti del riscaldamento globale. Ne è emerso che la desertificazione sta avanzando, divorando fette sempre più ampie di Africa, Medio Oriente, Asia e America latina. E la siccità, che accentua il rischio incendi, sta mettendo a rischio ettari di copertura verde in Nord e Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale. Ad oggi la temperatura del pianeta è aumentata di 1,5° rispetto all’età preindustriale; parallelamente, le precipitazioni annuali continuano a diminuire e, concentrate, a farsi più intense e estreme. In questo quadro poco rassicurante, sono le piante ad avere un ruolo chiave. Infatti, oltre a essere il “polmone” del Pianeta, tramite l’afforestazione6 possono immagazzinare anidride carbonica (CO2), sottraendola all’atmosfera, fino a un terzo delle emissioni totali. Ma, anche se scontato da dire, ovviamente non possono fare tutto da sole. 

«Natura. È più facile scoprire un nuovo mondo, come ha fatto Colombo, che entrare in una piega di questo […]; si perde di vista la terra, la bussola di sposta e l’umanità di ammutina; e la storia immobile si accumula come immondizia davanti ai cancelli della natura […]»7.

Thoreau ha aperto la strada ai pionieri dell’ecologia nordamericana. Ogni declinazione dell’ambientalismo contemporaneo (letterario, filosofico e politico) è in debito con lui. Il suo progetto era di conciliare individuo e natura, in una coesistenza fatta di incontri negli scontri.

«Umano. Se vogliamo veramente vedere la Natura, dovremo vederla in termini umani […]. Essa appare tanto più densa di significato a chi l’ama. Chi ama la Natura, ama in particolare l’uomo»8

Quella con l’ambiente è una interazione che non riguarda solo l’agricoltore, il poeta, il filosofo o lo scienziato. Anzi, la sua presenza forte e prepotente si rivolge a tutti quelli disposti a percepirlo. A testimoniarlo sono gli stravolgimenti naturali che da diversi anni, anche se solo per piccoli istanti, compaiono sui rotocalchi. Forse, però, il problema è che non riescono a raggiungere la coscienza umana. Non riescono ancora a farla vibrare. Sono suoni, immagini e parole che, come fumo, inizialmente la accecano ma, poco dopo, diventano evanescenti e finiscono per nascondersi tra nuvole di parole vuote. Svanendo in deboli echi.

 

Riccardo Liguori 

 
NOTE:
1. È possibile vedere l’istantanea in questione a questo link.
2. H. D. Thoreau, Walden. Vita nel bosco, Donzelli, Roma, 2005, p. 89.
3. H. D. Thoreau, Camminare, a cura di Franco Meli, SE, Milano, 1989, p. 19. 
4. H. D. Thoreau, Walden… op.cit, p. 228. 
5. H. D. Thoreau, Dizionario portatile di ecologia, Donzelli Editore, Roma, 2017.
6. Si tratta della conversione (realizzata per mezzo di piantagione, semina o intervento antropico) in foresta di un’area che non sia stata foresta per almeno 50 anni. Con l’adozione del protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’afforestazione è stata riconosciuta strumento indispensabile tanto per la rimozione del diossido di carbonio dall’atmosfera quanto per il relativo assorbimento di carbonio nella biomassa vegetale. 
7. A Week on the Concord and Merrimack Rivers, 1849 (a cura di Carl F. Hovde e altri, Princeton University Press, Princeton, 1980), p. 383.
8. Diario, 1852, in “Vita di uno scrittore”, Neri Pozza, Vicenza 1963, pp. 142-3.
 
[photo credits Steven Kamenar su unsplash.com]
 
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La notte eterna di Noa: per una società della cura e del non abbandono

Noa aveva solo diciassette anni quando prese la decisione definitiva di morire, come aveva riportato nel suo ultimo post del suo profilo Instagram.

Per Noa quell’esistenza non rappresentava nemmeno più una mera sopravvivenza. La vita le era diventata tanto pesante da non poter più trovare la forza, da sola, di sostenere quel macigno che, anno dopo anno, la stava schiacciando. “Ho deciso di lasciarmi andare perché la mia sofferenza è insopportabile. Respiro, ma non vivo più”. Queste le parole che quasi tutti i quotidiani hanno riportato e che si fanno portavoce della lacerazione interiore, della profonda sofferenza che Noa si portava dentro e con cui non riusciva più a vivere.

“Respiro ma non vivo”. Un respiro dopo l’altro, nel suo processo naturale di inspirazione e espirazione. Solo ossigeno che riempie i polmoni. Un’esistenza delimitata dal suo mero decorso biologistico. Un decorso che è proseguito fino al momento in cui Noa annunciò la decisione definitiva di lasciarsi morire, rinunciando a nutrirsi ed idratarsi. Per porre fine a quell’atto respiratorio che costituiva ormai l’unico elemento che la teneva in vita. 

Aggredita a soli undici anni e successivamente violentata a quattordici, non riusciva a sopportare tutto quel dolore che, ancora bambina, aveva travolto il suo corpo e la sua identità all’improvviso. “Mi sento ancora sporca”, diceva. Impossibile mettere un punto e ricominciare da capo. Prima la depressione. Poi l’anoressia, quel mostro che l’aveva costretta a vivere con un sondino nasogastrico durante ogni singolo giorno del suo ultimo anno di vita. Continue ricadute. Un tentativo di suicidio. Così come continui i tentativi di rivolgersi a delle strutture in grado di seguirla e di aiutarla a convivere con quell’incubo che da anni ormai non le permetteva di vivere un’adolescenza normale, fatta della spensieratezza dei ragazzi della sua età.

Molteplici le richieste di aiuto, sia da parte di Noa che da parte dei genitori. Troppe poche, forse, le risposte da parte di un entourage capace di convincerla che la vita poteva prendere una direzione diversa, che non sarebbe mai stata abbandonata, che ci sarebbe sempre stato qualcuno lì ad accarezzarla, a farle capire che era una ragazza unica, insostituibile, che la sua vita aveva una valore. Che dietro a quei respiri c’era un senso profondo. 

Da sola Noa non sarebbe mai potuta uscire da quella notte senza fine che è la vita quando viene attraversata da un dolore che frantuma in mille pezzi. Non è possibile vedere il bello in completa autonomia quando il cielo si tinge prima di grigio perla, poi fumo, tortora, ardesia, antracite; e, in fondo, quando lo sguardo si copre di grigio antracite non ha già perso quella capacità di distinguere e di discernere un punto di luce dal resto? Quando il cielo diventa come il cemento, non ha già perso tutte le sfumature del grigio? Il cielo non è forse nero?
Nessun orizzonte di luce. Nessuna sfumatura. Solo nero intenso. 

Dall’oscurità più profonda non ci si può salvare da soli, certo. Per questo abbiamo bisogno dell’altro per sopravvivere, l’altro lì a ricordarci che il nero può sbiadire, sfumare, tornare ad essere grigio, e poi bianco, e celeste. Il cielo di Noa era immerso nell’oscurità e in quello stesso cielo nero l’hanno lasciata addormentarsi.  

Dopo la morte di Noa, i giornali italiani hanno inveito contro eutanasia e suicidio assistito, focalizzando l’attenzione su una questione che con Noa c’entrava ben poco. Non solo la richiesta della ragazza di far ricorso all’eutanasia era stata rifiutata dalla clinica cui lei e i suoi genitori si erano rivolti qualche anno fa; ma un tale dibattito decentrerebbe lo sguardo pubblico dall’unica cosa che Noa voleva urlare al mondo: l’inspiegabile vuoto di senso della propria vita, l’abbandono che provava e la sostanziale incapacità – sociale e sanitaria- di aiutarla efficacemente in percorso di cura continuativo ed adeguato. Non un percorso di “guarigione”, dunque; la depressione non è come un’influenza, non c’è niente da guarire, nessuna funzione da “ripristinare”. Una ferita come quella di Noa aveva però bisogno della presenza di una cura. Un “io ci sono, tu sei qui con me?”. 

Non è forse questa la più intensa e bella pratica di cura? Una presenza insostituibile, una stretta di mano che trasmette coraggio, una spinta a  cogliere la bellezza della vita, malgrado le difficoltà, le crisi, le insicurezze; il coraggio di intravedere l’azzurro del cielo attraverso le molteplici sfumature del grigio. 

La madre della ragazza comunicò inoltre la complessità di entrare in cliniche psichiatriche specializzate, le liste d’attesa infinite, l’assenza di strutture per i disturbi alimentari. La figlia passava costantemente da un ospedale all’altro, più volte indotta al coma al fine di poterla nutrire artificialmente con una sonda. 

Noa si è spenta piano piano. Forse, attraversata da un profondo senso di abbandono. 

L’hanno “lasciata andare”, senza prendersi cura di lei. Una resa sociale, confermata dalla resa personale di chi non ce la fa più e, nella disperazione, non vede altra soluzione proprio perché nessun altro riesce a farle scorgere alternative possibili, colori diversi dal nero. 

Quando in realtà, anche se talvolta è difficile ammetterlo, è solo chi resta a poter dare un senso all’esistenza di chi, quella vita, la vuole lasciare. 

 

Sara Roggi

 

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (Parte III)

Nei miei precedenti due articoli (parte I e parte II) è stata proposta, in sintesi, una narrazione storica della differenza di genere nell’ottica di spiegare come ancora oggi siano presenti iniquità in molti aspetti della vita delle donne. Uno di questi è quello della posizione delle donne nella scienza, che, come vedremo, è nata in un contesto storico già pienamente sfavorevole a una manifestazione emancipata del femminile.
L’estrema fiducia nella ragione come strumento della conoscenza, di matrice greca, accanto alla missione di governo e disposizione di tutte le cose della natura, secondo l’idea cristiana, si amalgamano come ingredienti che confluiranno, alla fine del Medioevo, nella rivoluzione scientifica. Mentre Galileo Galilei elevava la matematica a strumento principe e determinante dell’indagine scientifica, Francesco Bacone si distingueva come quel filosofo e teorico che diede indirizzo e forma alla nascente impresa scientifica. La sua idea di scienza si esprime molto chiaramente nella metafora della mente maschile che si appropria della natura, femmina da conquistare ed esplorare a piacimento, anzi, per Bacone è la natura stessa che abbisogna di essere domata, plasmata e soggiogata dall’intelletto scientifico.

Nel 1600 l’istruzione è ancora una prerogativa dei maschi, per quelli che se la possono permettere; le donne, se riescono a studiare, comunque non possono insegnare, come ben ci dimostra Elena Cornaro Piscopia, prima
laureata al mondo, a Padova nel 1678. Se le donne non possono studiare o insegnare, chi si occupa degli interessi e delle inclinazioni del 50% dell’umanità? Quasi nessuno. Infatti, solo per fare un esempio, tutti gli argomenti della medicina al femminile sono stati molto trascurati. L’apparato riproduttivo femminile ha sofferto a lungo della visione di mero substrato, tanto che solo verso la fine del 1600 viene ipotizzata l’esistenza degli ovuli. Addirittura, la tesi viene avversata in vari modi perché per secoli si era detto che la madre era solo una specie di forno di lievitazione, e solo a metà del 1800 si capì meglio la fisiologia del concepimento. Ancora oggi disconosciamo molti aspetti della riproduzione, soprattutto femminile.
Mentre Bacone e Galilei gettano le fondamenta della nascente scienza, l’Inquisizione si occupa di mettere in atto la più grande opera di persecuzione dell’eresia, in cui verranno messe al rogo migliaia di donne accusate di essere streghe, su istruzione del Malleus malleficarum (di Sprenger e Heinrich, 1487), che spiegava come ogni stregoneria nascesse dalla lussuria insaziabile delle donne.

Nel XVII secolo le donne erano ormai state allontanate da molti lavori e occupavano esclusivamente lo spazio della casa, concretizzando sempre più l’immagine borghese della donna dedita alla vita domestica e lontana dagli spazi pubblici. Le donne sono apparse in massa sulla scena pubblica solo recentemente, e ancora troppo parzialmente. Il contributo delle donne al mondo del sapere si sta facendo sentire in molti settori, tra i quali anche l’antropologia e l’archeologia, consentendo di svelare il contributo femminile nella storia delle società, che fino a prima era stato omesso. Infatti, fintanto che in tutte le discipline gli studiosi erano uomini, il risultato delle loro ricerche non poteva essere altrimenti che imperniato di un’ottica esclusivamente maschile. Ad esempio, il paradigma del primitivo uomo cacciatore è stato così a lungo enfatizzato da venire declinato come spiegazione di molti fenomeni squisitamente umani, come le abilità di pensiero logico-simbolico o il linguaggio, non tenendo conto del fondamentale contributo femminile all’economia di sussistenza familiare e dell’imprescindibile apporto della cura delle madri nel plasmare l’educazione e la cultura umana.

A proposito di negligenza dello sguardo maschile, nel campo della medicina è particolarmente importante la questione di quanto siano state trascurate le diversità sia anatomiche che fisiologiche del corpo femminile, e questo ha avuto ovvie implicazioni di salute. Finalmente, nel corso del ‘900, la possibilità di accesso alle aule universitarie per le donne, sia come studentesse che come docenti, ha permesso di costruire i presupposti per comprendere molte questioni che si caratterizzano diversamente in base al sesso. Ma non è ancora finita con le discriminazioni, perché ancora oggi la ricerca scientifica continua a privilegiare cavie animali maschi, sia per sperimentare farmaci sia per capire le malattie, ma farmaci e malattie non si comportano ugualmente nei maschi e nelle femmine. Su questo argomento è molto apprezzabile il contributo della rivista scientifica più prestigiosa al mondo, Nature, che più volte ha dato spazio a voci di denuncia alla gender inequality.

La scienza, così come il resto delle discipline, deve fare spazio anche alle donne, sia come oggetti di studio che come soggetti della ricerca, affinché entrino in gioco, perché è ormai evidente che possono e devono dare contributi brillanti e imprescindibili. A tale proposito ricordiamo che la prima persona a vincere due Nobel nella vita fu una donna (Marie Curie). Le donne possono contribuire enormemente alla conoscenza, mettendo in luce come spesso tutto il sapere che le riguarda, che è anche quello del 50% dell’umanità, è stato trascurato o mutilato. La subordinazione della donna è una condizione storica, dunque conoscerne la storia è la precondizione per cambiare il futuro, come già abbiamo iniziato un po’ a fare. È importante anche realizzare che il sistema patriarcale è così penetrato nelle nostre menti che, per imparare a pensare più equamente, abbiamo bisogno innanzitutto di riconoscere gli errori concettuali, distruggere gli stereotipi e costruire nuove mappe di navigazione, assieme, maschi e femmine.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
E. Fox Keller, Sul genere e la scienza, Garzanti, 1987.

 

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