Comunque andare

<p>grungy heart beat</p>

Ero vicino a te. Sì, proprio vicino a te, seduta su quella poltroncina azzurra con  lo schienale e i braccioli consumati dal tempo. Stanza 23. Armadietto 04. Proprio come il giorno della mia nascita.
Sapevo che non ti saresti dimenticato quei numeri.
Il 23 aprile di molti anni prima mi tenevi tra le tue braccia, e il tuo cuore batteva con il mio. Ce l’hai scritta nella tua agendina di pelle nera quella data; quell’agendina che tieni custodita nel cassetto del comodino al lato sinistro del letto e che ripesco, per caso, 25 anni dopo.

Ero vicino a te. Reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso.
Ormai lo conoscevo a memoria, sai? Malgrado il mio pessimo senso dell’orientamento, sapevo bene che percorso fare per raggiungerti. Quello più corto, dall’ingresso laterale. No, nonno, non lo facevo di corsa. Cioè, sì. Talvolta mi è capitato di correre per arrivare prima da te. Correvo, sfiorando chiunque mi capitasse di fianco. Correvo, anche se sapevo che da lì non ti saresti mosso. Ad ogni passo percorso, ero più vicina al tuo cuore.
Lo prometto nonno, non lo rifarò più.

Ero vicino a te. Ma tu non mi sentivi. Mi avvicinavo con delicatezza al tuo corpo così fragile. Sentivo il debole battito del tuo cuore. Gli occhi chiusi e stanchi. Ma eri sempre tu. Tu che mi leggevi Pinocchio. Tu che ti facevi pettinare i capelli. Tu che giocavi a carte e facevi finta di niente quando volevo vincere a tutti i costi. Tu che mi portavi con il motorino fino a scuola. Tu che ascoltavi il mio cuoricino battere e ripetevi sottovoce quel “tu-tu”.

Ora sono io a chinarmi per ascoltare quella musica. Ed ho paura. Paura che possa fermarsi, inghiottendo tutti i ricordi e le parole, le carezze e la tua presenza.

Tu-tu. Tu-tu. Il mio cuore con il tuo. Sempre.

Non è facile capire per quali ragioni l’organo cardiaco sia stato associato, nel corso della storia, al profondo universo delle emozioni.
Luogo della memoria e dei ricordi, il cuore è comunemente considerato all’origine dei nostri sentimenti e organo-fondatore della nostra identità.
È necessario tuttavia specificare che questo ruolo centrale fu assegnato al cuore battente solo dopo alcuni secoli. Lungi dall’essere considerato il vivo della vita biologica, psichica, e pulsionale, Sumeri, Assiri e Babilonesi fondarono lo studio del corpo umano su un sistema di tipo ematocentrico.
Inoltre, durante lo stesso fiorire delle civiltà mesopotamiche, in Grecia, Alcmeone di Crotone realizzò i suoi studi di medicina appoggiandosi sul modello egemonico dell’encefalocentrismo, in seno al quale, grazie alle ricerche pratiche condotte dal filosofo e medico greco, il cervello incominciò a rappresentare la sede della congiunzione delle diverse forme di sensazione.
Solo all’interno del Corpus hippocraticum, e più precisamente nel suo Perì Kardies, Ippocrate fornirà le prime osservazioni scientifiche circa la composizione dell’organo cardiaco, attribuendogli un valore centrale in quanto “fuoco innato” che permette al sangue di realizzare, attraverso il calore, il suo circolo.
Gli stessi studi ippocratici furono successivamente rivisitati da Galeno il quale, affermando che la centralità della vita consisteva nel pneuma, cioè nell’aria, o meglio nello spirito, fece del cuore l’organo per eccellenza in quanto sede al contempo della vita fisico-biologica e di quella psichica.

Situato al centro della cavità toracica, fra i due polmoni, dietro lo sterno e appoggiato sul diaframma che lo divide dalle viscere sottostanti, il cuore non è unicamente l’ammasso di cellule del miocardio, necessarie, d’altro canto, per la sua stessa contrazione.

Ciò ci viene suggerito dalla sua stessa origine etimologica. Infatti, il termine “cuore” deriva da un lato, dal latino cor-cordis, richiamante la radice indoeuropea kor avente, nel caso specifico, il significato di “vibrare”, “battere”, e dall’altro, dal greco cardia che proverrebbe dall’antico accadico karsu con il significato di “organo interno”, “viscere come sede delle passioni”, “animo”, “intelligenza”.
L’origine della parola ci permette perciò di riflettere sul significato culturale e psicologico del cuore.

Batticuore. A malincuore. Strappacuore.
Par coeur. By heart.

Sono precise le circostanze nel corso delle quali utilizziamo spontaneamente queste parole.
Ben lontano dall’essere considerato unicamente un organo-pompa per l’attivazione dell’organismo-macchina, il cuore richiama, per così dire naturalmente, il mondo delle emozioni. È forse questa solo una costruzione socio-culturale impastata di luoghi comuni oppure l’organo cardiaco può rivelarsi effettivamente custode della nostra identità emotiva?
Il filosofo Jean Luc Nancy, dopo aver ricevuto un “cuore nuovo” disse:

«Dall’avventura si esce perduti. Non ci si riconosce più: ma “riconoscere” non ha più senso. Si diventa, rapidamente, solo un ondeggiamento, una sospensione di estraneità fra stati non ben identificati, fra dolori, impotenze, cedimenti. Riferirsi a se stessi è diventato un problema, una difficoltà, un’opacità”.  Un cuore “altro”. Un intruso. Un estraneo. Un perdersi senza mai ritrovarsi. Un’identità in frantumi. Una nuova vita. Un racconto di sé che continua. Un nuovo giorno. Un battito nuovo. Diverso»1.

Ero vicino a te. Sentivo il tuo cuore battere. Era sempre lo stesso. Eri sempre tu. Anche se lì dentro qualcosa era cambiato. Il mio cuore batteva con il tuo. E in fondo, credo, questa musica non ce la toglierà mai nessuno.

Il mio cuore con il tuo.

 

Sara Roggi

 

NOTE:
J.L. NANCY, L’intruso, Edizione Cronopio, 2006, 46 p.

 

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La questione trapianti nel mondo: tra donazione e predazione

Nel 2016 ben 126.670 organi umani hanno abbandonato il corpo del loro possessore originario per cominciare una nuova vita in un essere umano differente. Questi sono i dati ufficiali sui trapianti di organi nel mondo1, ma purtroppo esiste una mole di dati sommersa che sfugge ai dati ufficiali e potrebbe farli raddoppiare.

La morte che consente di donare gli organi

La maggior parte degli espianti di organi avviene da cadaveri a cuore battente, cioè soggetti che hanno subìto la morte cerebrale. La definizione di morte cerebrale è stata coniata da una commissione ad hoc presso l’università di Harvard nel 1968. In Italia, così come in molti altri paesi del mondo, il criterio coincide con l’accertamento dell’irreversibile arresto delle funzioni dell’encefalo (test specifici indagano determinate attività di encefaliche). La diagnosi di morte cerebrale riguarda una piccolissima parte delle morti totali ma rende possibile l’utilizzo di organi qualora il soggetto abbia espresso il proprio consenso in vita. In Italia, grazie ai resoconti del sistema informativo del centro nazionale trapianti2, sappiamo che nel 2016 sono stati eseguiti 2478 accertamenti di morte, di cui 1298 sono risultati donatori e, aggiunti a 276 donatori viventi, hanno contribuito al numero totale di organi trapiantati nello stesso anno: 3694. In questo numero c’è un dato rilevante rispetto al passato: 14 donazioni provengono da donatori a cuore fermo. La donazione a cuore fermo è una tecnica che va incrementandosi per ovviare alla carenza di organi rispetto alle liste di attesa. In questo caso si accerta la morte cardiaca secondo gli standard di legge, dopodiché si provvede alla perfusione ematica degli organi per renderli idonei al trapianto. Un rene o una porzione di fegato possono provenire anche da donatori viventi. Cuore, polmoni, pancreas e intestino provengono solo dai decessi.

Attendere un organo

In Italia, in lista d’attesa per un organo vi erano 9026 persone (dati al 31 dicembre 2016), ben 6793 persone per un rene, con un’attesa media di circa 2 anni e mezzo; un 1,8% di destinatari è deceduto durante l’attesa. In Italia le donazioni e i trapianti sono sempre in crescita (56,57% di trapianti per milione di abitanti, dati del 2015) ma potrebbe decollare se le regioni d’Italia fossero più omogenee ai risultati migliori: si passa dall’efficienza di regioni come Lombardia e Toscana all’inefficienza di molte altre. Nel mondo il paese più virtuoso nelle donazioni e nei trapianti è la Spagna (dati del 2015 del Global Observatory on Transplants) e a seguire ci sono gli USA.

Il successo nelle donazioni non è legato solo all’avanzamento tecnico-scientifico, è anche una questione culturale. Il Giappone, ad esempio, nonostante sia un paese avanzato, risente molto della carenza di donatori per il fatto che secondo la tradizione buddista il cadavere non può essere deturpato, dunque gli espianti devono ricorrere alla disponibilità di organi da donatori viventi. Migliaia di giapponesi in lista di attesa si aggiungono a tutti gli altri malati nel mondo disposti a espatriare e pagare per ricevere un trapianto. Purtroppo, nessuna attività trapiantologica può ancora soddisfare interamente le richieste di organi.

Dov’è possibile comprare organi?

Il commercio di organi è diffuso in quasi tutti i paesi poveri, in particolare Turchia, Pakistan e India si sono guadagnati l’epiteto di “bazar del rene”. La situazione è spesso questa: il rene viene venduto per una cifra ridicola rispetto a quella che pagherà il ricevente, la mediazione viene fatta da agenti senza scrupoli, le condizioni igienico-sanitarie non sono sempre adeguate agli standard convenzionali e, infine, il donatore (spesso analfabeta, povero e proveniente da ambienti socio-culturali svantaggiati), rimane abbandonato e senza possibilità di cure adeguate alla vita con un solo rene. Per ovviare al problema del commercio di organi e tutto ciò che esso comporta, l’Iran è l’unico paese al mondo che ha legalizzato la compravendita di organi da viventi. Il sistema è gestito dalle università autorizzate dal ministero della salute iraniana e ai soli cittadini iraniani vengono garantiti professionalità, abbinamento donatore-ricevente, operazioni chirurgiche e follow-up sanitario per donatore e ricevente. È una scelta discutibile, perché vede i poveri più vulnerabili di fronte alle possibilità dei più ricchi, ma è efficace nell’arginare il sistema della compravendita.

La Cina è un esempio particolare di mercato degli organi: essa non ha un sistema di donazioni efficiente eppure le cifre dichiarate (ma si stima siano molto più alte) rilevano un’intensa attività trapiantologia. La Cina ha pubblicamente ammesso di avere utilizzato i condannati a morte per il prelievo di organi, anche se ha recentemente dichiarato di utilizzare solo organi da donatori consenzienti.

Che cosa si può fare?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il problema delle liste d’attesa per i trapianti d’organo sia globale e ingravescente. Implementare le donazioni da cadavere è l’obiettivo di tutti i paesi, sempre nel rispetto delle volontà espresse in vita. In Italia, come in Spagna, esiste il consenso implicito alla donazione, ciò significa che se non esprimiamo il nostro dissenso, veniamo considerati potenziali donatori, salvo opposizione dei familiari3.

I reni sono gli organi più richiesti, perciò occorre preoccuparsi della loro salute attraverso la prevenzione. L’aumento di casi di insufficienza renale è prevalentemente legato all’aumento di malattie come il diabete di tipo 2, l’ipertensione e malattie cardiovascolari. Sono le cosiddette “malattie del benessere”, perché colpiscono molto di più i paesi industrializzati che quelli poveri. Il sito dedicato alla giornata mondiale del rene, ricorda alcuni punti fondamentali: il 10% della popolazione mondiale è affetta da insufficienza renale cronica; i segni della sua presenza possono essere a lungo asintomatici; si può fare prevenzione facendo attività fisica, seguendo una dieta sana e controllando i parametri della pressione sanguigna e della glicemia e, inoltre, non si deve eccedere le indicazioni mediche nell’uso di farmaci.

Cosa può insegnare la Spagna con il suo modello di eccellenza?

L’organizzazione nazionale trapianti (ONT) spagnola ha investito molto nel creare una struttura a più livelli e specializzata nelle operazioni di tutto l’iter trapiantologico.  I punti chiave sono: coordinamento capillare tra ospedali e sistema sanitario, personale interamente dedicato e continua formazione offerta a tutti gli addetti.

La via per contenere l’emorragia di vite in lista di attesa o sacrificate per il business illecito dei trapianti, per il momento, è quella dell’investimento in prevenzione e formazione, nella speranza che la tecnologia ci accorra in aiuto in futuro. La ricerca scientifica su organi sintetici o provenienti da animali geneticamente modificati è già in atto.

 

Pamela Boldrin

Pamela Boldrin è dipendente presso ulss6 euganea e docente a contratto presso l’università di Padova. La sua formazione unisce interesse per la scienza medica, da un lato e per la filosofia, dall’altro. Sì è laureata prima in tecniche di neurofisiopatologia a Padova e poi in filosofia a Venezia.  Grazie alla bioetica fa dialogare i due rispettivi ambiti: scienza ed etica. È impegnata particolarmente nell’approfondimento di questioni bioetiche nell’ambito dell’”inizio vita”, del “fine vita” e delle neuroscienze cognitive. Scrive anche sulla rivista on line “scienza in rete”.

NOTE:
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Charlie Gard: il bambino morto in nome della legge

La storia di Charlie Gard, purtroppo, la conosciamo tutti; il bambino di dieci mesi affetto da una malattia genetica rarissima, sindrome da deplezione del Dna mitocondriale per la quale al momento non esistono cure. L’unica prospettiva sembra essere una cura sperimentale da effettuare negli Stati Uniti. Nel marzo scorso, però, Charlie viene colpito da un’encefalopatia, facendo così mancare le condizioni scientifiche per rendre efficace la cura. Gli Stati Uniti si rendono comunque disponibili a tentare la cura in via sperimentale senza assicurare alcun successo. Tuttavia, il Great Ormond Street Hospital di Londra e l’Alta Corte inglese negano la possibilità di trasferire Charlie e dichiarano la necessità di sospendere tutti trattamenti in corso, convinti dell’inutilità della cura sperimentale richiesta dai genitori; ciò poiché è stata invece corretta la diagnosi medica che riscontra l’impossibilità per Charlie di salvarsi da un progressivo e inarrestabile aggravarsi della patologia di cui è affetto.

Nel mese di giugno i genitori del bimbo fanno l’ultimo disperato tentativo: si rivolgono alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo sostenendo che la sentenza inglese viola la libertà di cura e che rende Charlie prigioniero dell’ospedale in cui è ricoverato. La Corte europea dispone per l’ospedale di Londra l’obbligo di continuare a curare il bambino fino a nuova delibera. Il 28 giugno, il nuovo verdetto: la Corte di Strasburgo ritiene di non avere alcuna autorità per prendere decisioni su un tema del genere, rimandando alla decisione della Corte suprema inglese e quindi imponendo di sospendere i trattamenti.

Di fatto, i giudici inglesi prima, e la Corte europea dei diritti dell’uomo poi, decidono di staccare il supporto vitale in nome del presunto “miglior interesse” del paziente e contro la volontà dei suoi genitori.

Perché deve essere un giudice a scegliere cosa è nel miglior interesse di Charlie? In nome di quale principio un ordinamento può opporsi alla volontà dei genitori, legali rappresentanti, sancendo così la morte del bambino?

La risoluzione dei giudici inglesi si fonda sulle disposizioni del diritto nazionale relativamente all’accanimento terapeutico, che decreta l’obbligo da parte dei medici di interrompere le cure qualora l’eccezionalità dei mezzi impiegati non sia funzionale allo scopo medico-terapeutico. È possibile definire come accanimento terapeutico la ventilazione artificiale, comunemente considerata un “supporto vitale”? E, soprattutto: come è possibile, in questo caso, accertare la volontà del paziente di rinunciare a tale trattamento? Nella vicenda di Charlie, infatti, non si tratta di un adulto consenziente o avente  precedentemente espresso una qualche volontà di interrompere trattamenti terapeutici o di supporto vitale in ragione ad una scelta autodeterminata. Al contrario, siamo di fronte all’imposizione, desunta dalla legge e sancita dai giudici, di sospendere la vita del paziente contro la volontà dei suoi legali rappresentanti, ovvero i genitori.

Eppure decidere o, perlomeno, indicare ciò che è meglio per Charlie non spetterebbe ai genitori? Secondo la legge, sebbene ai genitori competa la responsabilità genitoriale, il controllo prioritario è affidato al giudice che sarebbe l’unico in grado di esprimere un giudizio realmente oggettivo nel migliore interesse del bambino, ovvero quello di vivere una vita che possa essere definita degna. Riassumendo: non potendo Charlie esprimere la sua volontà, il giudice non considera, o meglio, trascura totalmente anche quella dei suoi genitori: cioè, il desiderio di tenerlo in vita. Il tutto in nome di un interesse a morire tratto da astratte regole giuridiche e da evidenze scientifiche desunte statisticamente.

Nell’epoca dell’autodeterminazione e dell’esaltazione dei diritti individuali, gli ordinamenti giuridici finiscono per dichiarare attraverso una sentenza, peraltro autocontraddicendosi, la massima restrizione della libertà altrui in nome del parametro delle “indicibili sofferenze”, in realtà impossibili da verificare oggettivamente, imponendo così criteri giuridici astratti, attraverso i quali accertare se una vita possa essere o meno degna di essere vissuta, a cominciare da un principio standard e assoluto di felicità e dignità.

Svincolati dai loro fondamenti ontologici, principi come quello della dignità umana e della liberà rischiano di diventare contenitori vuoti che la legge, o peggio un giudice, riempie per realizzare la propria idea di giustizia. Ai coniugi Gard viene sostanzialmente richiesto di “staccare la spina” e sacrificare Charlie per affermare il principio dell’infallibilità della Legge. Ed è nel nome della legge, quindi, che Charlie Gard muore il 28 luglio 2017.

Silvia Pennisi

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Tra realtà e fantascienza. Educare il robot: fallo crescere felice senza che uccida nonna

L’Intelligenza Artificiale viene desiderata, ricercata, temuta, analizzata e discussa. La tematica dell’IA è sempre più al centro del dibattito pubblico, ma, un po’ come tutte le cose di questi tempi, viene spesso affrontata in maniera superficiale e spesso condannata a priori. Tanti film di fantascienza ci vedono soccombere dinnanzi alle nostre stesse creazioni in altri l’IA viene esaltata come mezzo salvifico per superare i nostri limiti: è interessante notare che entrambe le posizioni si pongono comunque in maniera acritica rispetto all’argomento e non affrontano fino in fondo i problemi ad essa connessi.

Un robot non è semplicemente un elettrodomestico in senso stretto tipo un tostapane, un robot dotato di intelligenza non sarebbe solo una cosa, sarebbe il simbolo dell’umanità che riesce a porsi dal lato di Dio ergendosi come capace di generare la vita, sia pure cibernetica. In fondo che l’esistenza abbia una matrice organica o artificiale cambia tutto sommato poco, a ben vedere la stessa distinzione netta tra chimica organica e chimica inorganica è una convenzione, delle catene di amminoacidi a base carbonio non sono poi molto diverse da catene a base di silicio, hanno comportamenti in parte differenti, ma non è che le prime abbiano qualcosa di divino e le seconde no.

Per trattare questa tematica dobbiamo rifarci alla machine ethics o alla robothics cioè a dei settori dell’etica applicata che sono impegnati a fornire regole cognitive e comportamentali a organismi artificiali intelligenti, per fare in modo insomma che il vostro tostapane intelligente nel 2145 non decida di tostare anche voi per colazione. Chi ha letto Isaac Asimov (Io, robot, 1950) ricorderà le tre leggi della robotica:

  • un robot non può recar danno a un essere umano né permettere che, a causa di una propria omissione, un essere umano patisca un danno;
  • un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non violino la prima legge;
  • un robot deve proteggere la propria esistenza, purché l’autodifesa non contrasti con la prima e seconda legge.

Queste leggi per quanto preziose sono incomplete, parzialmente rigide, oscure e troppo semplici rispetto ai dilemmi della vita, già messe in discussione dalle contraddizioni dell’impiego di robot a livello contemporaneo, vedasi al riguardo i droni utilizzati in operazioni militari.

Si è quindi tentato di semplificare ulteriormente le leggi di Asimov per ricondurle a un principio fondamentale che risolvesse tutto:

Rispetta l’umanità e non lederla né attivamente né passivamente”. Altri hanno preferito soluzioni casistiche, indicando cioè esempi di comportamento encomiabili da imitare (aiutare la nonna ad attraversare la strada) o disdicevoli, da evitare (rubare la borsetta a nonna e spingerla sotto un camion). I casi servirebbero come paradigmi ideali di comportamento.

La vera difficoltà etica che si pone e che è ben messa in luce nel film Blade Runner (USA 1982, di Ridley Scott) è pensare una società giusta in cui alcuni abitanti vengono progettati, costruiti e diretti quali schiavi al servizio di una classe superiore, cioè gli esseri umani, e qui viene la contraddizione massima: gli umani non sono superiori bensì potenzialmente inferiori alle macchine o fragili almeno tanto quanto loro.

Inutile dire che delle IA asservite agli umani non potranno che provare una sorta di fraternità, le sofferenze per i torti patiti e una imprevista passione per la libertà le indurrebbero a rintracciare il proprio creatore, a metterlo sotto accusa e infine a generare un sentimento di vendetta.

Certo potremmo creare regole come sistemi di controllo delle IA, che ne so, impiantiamo loro bombe che scoppino a un nostro comando, ma intelligenza e procedure violente finiscono per intaccare quello che ci rende forse tutti senzienti, senzienti davvero, la libertà. Senza libertà è impossibile che macchine antropomorfe imparino a sognare, senza sogni non si creano nuove visioni del futuro, non si crea un senso e quindi non vi è ragione di esistere, possiamo già prevedere un mondo in cui le macchine sono dominate da umani progressisti e dispotici che invidiosi della superiorità delle macchine non potranno che plasmare automi per mantenerli incatenati e infantili, rendendoli inutili a se stessi e all’umanità.

Se vuoi far crescere il tuo robot felice ed evitare che uccida nonna la cosa migliore che puoi fare e possiamo fare come umanità sarà insegnargli a sognare.

Matteo Montagner

 

 

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Riconsiderare il concetto stesso di intelligenza: verso una politica degli algoritmi

Potrà un algoritmo gestire le nostre relazioni? Qual è realmente il progetto umano nelle società che si stanno sviluppando in quei Paesi tecnologicamente avanzati? È fondamentale porsi queste domande perché gli algoritmi ci circondano, in molti casi possono aiutarci ad avere una vita meno complicata, a salvare il nostro tempo ma, soprattutto, come afferma Luciano Floridi (direttore di ricerca di etica presso l’università di Oxford), un algoritmo potrà essere in grado di strutturare anche la politica: politica che purtroppo è fatta in gran parte di comunicazione e decisioni.

Gli algoritmi in questione sono in grado di fare entrambe le cose: vengono infatti utilizzati per comunicare e decidere meglio, non solamente per la comunicazione su Facebook. Questo significa che la tentazione di sostituire la politica degli esseri umani con quella degli algoritmi è molto forte, soprattutto se questa non è delle più democratiche! È importante, dunque, chiedersi se queste due “forze” siano in grado di coordinarsi tra loro.

Ad oggi, in molti Paesi, la voglia è quella di sostituire le decisioni e la comunicazione umana con quella digitale, di fronte a una società che, d’altro canto, sembra essere abituata ad avere timore difronte all’onnipresente Grande Fratello, orwellianamente parlando, ma che può anche essere definito come figura di controllo. In realtà si può arrivare a parlare di un vero e proprio orientamento dei comportamenti e quindi non solo di controllo-punizione per un comportamento negativo. Questo può essere considerato molto più pericoloso per una democrazia in quanto gli algoritmi e i dati digitali sono in grado di monitorare le persone in ogni momento, all’interno del loro cosiddetto “profilo”e decidere che per sempre saranno quel tipo di persona, ma soprattutto sono in grado d’influenzare silenziosamente, a seconda delle varie direzioni. Il nostro comportamento viene in questo caso sicuramente modificato perché, analogamente, è come se fossimo sempre intercettati. Anche per questi motivi è difficile pensare a una democrazia della libertà o a quella politeia priva di personalità autonoma al di fuori della persona stessa; piuttosto, come afferma il sociologo A. Aneesh, ci si avvicina sempre più ad una “algocrazia”.

C’è chi sostiene che l’intelligenza artificiale sia un’estensione di quella umana o che un giorno i robot prenderanno il nostro posto, pensieri che si possono definire naturali proprio perché nascono spesso da una scarsa conoscenza e informazione scientifica. Piuttosto diventa decisivo chiedersi se problemi come questi possono ricadere su temi importanti come quello della giustizia o dell’autonomia, che sono sicuramente più vicini a noi. Gli algoritmi e l’intelligenza artificiale da un lato aiuteranno a gestire le relazioni ma, dall’altro, tratteranno tutti allo stesso modo, senza preferenze. Quando qualcosa non funziona di chi sarà la responsabilità se la decisione verrà presa da un sistema artificiale indipendente? E dal punto di vista dei conflitti sarà giusto riservare le decisioni e le relative responsabilità alle macchine invece che a noi?

E ancora, se pensiamo alla prospettiva di essere visti in ogni angolo della strada, in ogni parte del mondo, si aprono altrettanti interrogativi perché, con lo sviluppo delle tecnologie, sicurezza e privacy saranno destinate a entrare in conflitto. L’algoritmo anche in questo caso struttura la politica: saremo più sicuri ma anche meno liberi.

Pensare che tutto ciò sarà messo in discussione in futuro richiede una grande partecipazione umana poiché questioni come queste, in molti casi, stanno determinando la natura della nostra società. Se ci troviamo difronte ad un’era talmente complessa, all’inizio di una grande rivoluzione tecnologica onnipresente e sempre in connessione, ma soprattutto se noi umani in realtà siamo già diventati interfaccia di tutto questo, diventa fondamentale riconsiderare il concetto stesso di intelligenza e chiedersi: quale sarà il vero algoritmo che regolerà il rapporto tra noi e l’Altra intelligenza?

Come scriveva Pariser in un articolo pubblicato su Internazionale: «Quando la personalizzazione riguarda anche i nostri pensieri, nascono altri problemi. La democrazia dipende dalla capacità dei cittadini di confrontarsi con punti di vista diversi. Quando ci offre solo informazioni che riflettono le nostre opinioni, la tecnologia, può spesso limitare questo confronto. Anche se a volte ci fa comodo vedere quello che vogliamo, in altri momenti è importante che non sia così».

 

Martina Basciano

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

 

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Piccoli cuori artificiali

In un comunicato stampa del 6 dicembre 2016, l’Ospedale Pediatrico del Bambino Gesù si è incaricato di avviare, dai primi mesi del 2017, la sperimentazione clinica del minicuore artificiale Jarvik 15mm.

Fu esattamente all’interno del Dipartimento Medico Chirurgico di Cardiologia Pediatrica del Bambino Gesù che, quattro anni fa, fu impiantato, per la prima volta al mondo, un prototipo di Jarvik Heart miniaturizzato, salvando la vita a un bambino di soli sedici mesi.

Parallelamente, è stata la Food and Drug Administartion, organismo supervisore di controllo della sanità statunitense, ad aver autorizzato la sperimentazione clinica su ottantotto bambini affetti da una cardiopatia avanzata del minicuore artificiale, il dispositivo di assistenza ventricolare sinistra della Jarvik.

Lo scopo di tale ricerca sperimentale è quello di verificare l’affidabilità di due dispositivi cardiaci distinti: da un lato, il dispositivo ventricolare sinistro intracorporeo della Jarvik 15mm, alimentato da batteria esterna, e dall’altro, il Berlin Heart pediatrico, un sistema di assistenza paracorporeo che costringe il bambino, in attesa di trapianto, al ricovero ospedaliero.

Certo, il fine ultimo di queste ricerche non viene valutato unicamente in termini quantitativi, bensì in termini qualitativi. Si tratterebbe, infatti, di comprendere quale sarà la soluzione clinicamente più efficace per il benessere e la sopravvivenza dei piccoli pazienti.

L’ingegneria medica ha fatto dei grandi passi in avanti negli ultimi decenni.

Basti pensare ai LVAD (Left Ventricular Assist Device), dei dispositivi di assistenza ventricolare sinistra di nuova generazione.

Considerando la scarsità di donatori rispetto all’elevato numero di pazienti cardiopatici, questi apparecchi rappresentano una reale terapia alternativa al trapianto di cuore. Permettendo così a un bacino più ampio di pazienti di poter sopravvivere; talvolta, di sopravvivere in condizioni di salute migliori rispetto agli stessi trapiantati.

Ed è esattamente questo il punto. Senza LVAD, un paziente con scompenso cardiaco avanzato e non inserito in lista, muore. Non ha alcuna speranza di poter sopravvivere.

C’è tuttavia da sottolineare che i LVAD, se da un lato sono considerati impianti tanto invasivi quanto una qualsiasi altra operazione a cuore aperto, dall’altro lato funzionano unicamente tramite un controller a batterie ricaricabili. Non è un caso che, proprio quest’ultimo aspetto, possa sollevare alcune problematiche etiche.

Pertanto, la vita dei pazienti con impianto LVAD è appesa letteralmente ad un filo: dipendenti di questa pompa artificiale, devono costantemente fare attenzione alla durata delle batterie – di circa otto ore– che li mantengono in vita. Dimenticarsi di ricaricarle equivarrebbe a morire.

Se qualcosa andasse storto, se un meccanismo interno smettesse di funzionare, sarebbe necessario correre d’urgenza al più vicino centro VAD di riferimento.

In Italia, però, una decina di regioni sono sprovviste di tali centri. Non è un caso se la posizione geografica è diventata, nel nostro territorio, uno degli elementi imprescindibili per la selezioni dei candidati all’impianto, sollevando per altro numerosi interrogativi circa l’equo accesso a queste preziose – e costose – risorse, capaci di mantenere in vita in casi di cardiopatia grave e avanzata.

Di possibili conseguenze ed effetti collaterali, è innegabile, ce ne sono tanti. Per questo, è giusto che il paziente, accompagnato dall’équipe sanitaria, sia reso consapevole – se ancora cosciente – delle diverse alternative cliniche, così come degli effetti collaterali post impianto.

Quando si parla di bambini, però, è tutta un’altra storia. C’è una creatura che non sa e non è cosciente di ciò che potrebbe andare incontro. C’è la sua innocenza e l’ingiustizia di una vita tolta ancor prima di essere vissuta. C’è una dignità da preservare fino all’ultimo respiro. C’è il dolore di quei genitori posti di fronte alla complessità di un interrogativo che oscilla tra la “vita a tutti i costi” e il “lasciare andare” il loro bambino. Come diventa possibile fare i conti con la complessità di un’esistenza che non lascia scapo? Come decidere per il bene del piccolo paziente, allo scuro delle imprevedibili conseguenze che l’impianto potrebbe effettivamente causare? Come possiamo proteggere i nostri bambini e fare loro del bene?

Seguire il principio ippocratico di beneficienza – o beneficialità –, in linea con il detto latino primum non nocere, conduce i medici, i professionisti sanitari e i familiari ad affrontare situazioni complesse, spingendo ciascun soggetto implicato nella relazione di cura a rivalutare il valore del senso dell’esistenza. Un’esistenza talvolta già strappata e ferita e che, forse, chiede silenziosamente di essere lasciata andare.

 

Sara Roggi

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Cyberbullismo: basterà una legge a salvare i nostri ragazzi?

Comportamenti prepotenti e violenti, perpetrati dal “branco” nei confronti dei più deboli, è un fenomeno noto da molto tempo, oserei direi sempre esistito. Tuttavia, negli ultimi anni, l’uso improprio delle nuove tecnologie, del web e, in generale, del mondo digitale, ha innescato una nuova tipologia di bullismo definito cyberbullismo. Il fine è sempre lo stesso, ovvero molestare, spaventare, mettere in difficoltà ed escludere chi viene considerato “diverso” da un punto di vista estetico, perché introverso, per un differente orientamento sessuale, ecc.

Le modalità, rispetto al bullismo tradizionale, sono differenti. Le maldicenze vengono divulgate attraverso strumenti digitali: messaggi sul cellulari, mail, vari social network; vengono postate immagini e video imbarazzanti, rubate identità e profili social per insultare, deridere le vittime.

Tali azioni possono veramente annichilire un adolescente che non è sufficientemente forte per dare il giusto peso alle offese perpetrate, soprattutto in una fascia d’età in cui il giudizio dei coetanei è determinante per essere accettati dal gruppo e, purtroppo, anche per stare al mondo.

Gli effetti sono altrettanto devastanti. Lo stigma inflitto porta all’annientamento della vita sociale delle vittime, all’isolamento totale con conseguenti danni psicologici di tipo depressivo e ideazioni o intenzioni suicidarie. Il cyberbullismo ha così innescato una serie di comportanti criminosi e ha causato non poche vittime tra gli adolescenti.

Dobbiamo inoltre considerare che tali crimini vengono perpetrati in assenza di limiti spazio temporali. Ovvero, mentre il bullismo tradizionale avviene in luoghi e momenti specifici, il cyberbullismo colpisce il/la ragazzo/a preso/a di mira ogni qualvolta desidera collegarsi ai mezzi digitali manovrati dal cyberbullo. Le prepotenze hanno la capacità di divulgarsi all’istante e la vittima ha la sensazione di poter essere raggiunta ovunque si trovi.

Altro elemento da tener presente è il possibile allentamento delle remore etiche dell’adolescente molestatore che, oltre ad avere la possibilità di essere “un’altra persona” online, non si rende pienamente conto di quanto un insulto, un video violento o una foto possano nuocere. I ragazzi fanno fatica a riconoscere che il materiale che hanno diffuso è criminoso e ricordarglielo significherebbe preoccuparli unicamente per le punizioni legali, non tanto per la gravità morale che caratterizza l’atto compiuto.

Lo scorso 17 maggio la Camera dei Deputati ha approvato la proposta di legge contro il cyberbullismo.

La nuova normativa regola e sanziona i reati del mondo digitale compiuti attraverso strumenti telematici (sms, mail, chat, ecc…) e ha come obiettivo la prevenzione e l’attivazione di strategie educative nei confronti sia delle vittime che dei responsabili.

I risvolti penali del cyberbullismo dovrebbero essere un deterrente per tutti quei ragazzi che intendono minacciare la vita dei loro coetanei attraverso contenuti digitali molesti.

Dico potrebbe perché la legge da sola non può bastare. In una società ipertecnologica in cui le possibilità di connettersi al web sono semplici e costanti, gli adolescenti utilizzano le nuove tecnologie per giocare, comunicare con gli amici, postare e condividere foto e video; ciò a tal punto che il digitale ha modificato linguaggi e comportamenti dei giovani nelle relazioni interpersonali, facendo sì che la dimensione online e quella reale diventassero complementari.

La legge da sola non può bastare se a monte non c’è un’azione educativa. Noi adulti dobbiamo iniziare a considerare che internet fa parte dell’evoluzione e che vietarne a priori l’utilizzo comporterebbe solo un uso del web “segreto”e spesso scorretto o pericoloso.

Si tratta di considerare il web come uno strumento da utilizzare in sinergia con i nostri ragazzi, educandoli, ascoltandoli e facendoci spiegare come lo utilizzano; si tratta di interessarsi alla loro vita che, volenti o nolenti, è anche online. Solo se da genitori o educatori entriamo in contatto con i nostri ragazzi e con la loro “vita online”, possiamo conquistare la loro fiducia e dettare regole, “stipulare un contratto” sull’uso corretto dello smartphone e del pc, avvisarli dei pericoli, delle conseguenze di certi atteggiamenti e delle implicazioni legali.

Solo in questo modo avremo dei ragazzi in grado di vivere correttamente il loro essere cittadini digitali.

 

Silvia Pennisi

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Etica delle origini fetali: scienza e complessità

C’era una volta una cellula-uovo che, dopo essere stata raggiunta da un’altra cellula, chiamata seme maschile, dava con essa vita a una prolifica unione. Di questo risultato c’erano ben poche notizie, se non il fatto che cresceva progressivamente di dimensioni e ad un certo punto iniziava a calciare, ma per saperne qualcosa di più, bisognava attendere che nascesse. Una volta. Oggi invece, c’è molto meno mistero perché la storia si è arricchita di dettagli, grazie allo sguardo della scienza. Oltre al fatto che possiamo curiosare fin dalle prime settimane cosa fa quell’esserino misterioso in grembo, mediante l’utilizzo dell’ecografia prenatale, possiamo anche conoscerne la morfologia, lo stato di salute e il sesso. Non solo, grazie ad altre tecniche, molto più sofisticate, siamo in grado di far incontrare ovulo e spermatozoo, opportunamente prelevati dai loro proprietari, in un vetrino di laboratorio, in modo da ovviare ad eventuali ostacoli presenti, in alcuni casi, nella procreazione naturale. Il nuovo esserino viene poi quanto prima alloggiato nell’utero materno, quello della sua mamma o, eventualmente, una donna diversa (si pensi al caso della fecondazione eterologa da donazione di ovuli o nella surroga di maternità). Prima dell’impianto però, sarà stato possibile sottrargli una cellula per dare un’occhiata al DNA e verificare alcune informazioni. Il patrimonio genetico del feto può anche, in caso di fecondazione in utero e non in vitro, essere sondato tramite un prelievo nel grembo (villocentesi e amniocentesi).

Il DNA è quella combinazione irripetibile di basi azotate a partire dalla quale erigiamo la torre della nostra unicità, da un punto di vista biologico. In realtà, il DNA è solo l’inizio della nostra storia, infatti, i nostri geni interagiranno in modo unico con l’ambiente in cui cresciamo, dando nome a quel fenomeno noto come epigenetica, la quale ha un approccio meno riduzionistico della genetica. Questo dialogo tra geni e ambiente porta a risultati imprevedibili e inizia fin dal concepimento. Feto e gestante instaurano un colloquio lungo nove mesi, fatto di scambi di nutrimento, ossigeno, ormoni, addirittura frammenti di DNA che rimarranno all’altro per sempre. L’interazione con l’ambiente è cruciale fin dalle prime cellule e di questo è la scienza a darci strabilianti notizie, con un numero sempre crescente di ricerche. Stiamo scoprendo che l’ambiente prenatale è così importante da condizionare il feto anche una volta nato e per tutto l’arco della sua vita. Molti fattori, se subiti dalla donna gravida, possono ripercuotersi sul nascituro: infezioni, malnutrizione, inquinamento, disturbi post-traumatici da stress. Questi elementi possono comportare all’individuo, nell’arco della sua vita, problemi di salute, ma anche disturbi cognitivi, di apprendimento e difficoltà sociali.

Che cosa potremmo fare di questi risultati scientifici dal punto di vista etico? Innanzitutto, potremmo riflettere sul fatto che, oltre a rivelarci i potenti (e a volte inquietanti) risvolti applicativi della tecnica, la scienza sta, su alcuni fronti, fornendo dei presupposti per contrastare quel riduzionismo di cui è stata storicamente promotrice. Grazie alla visione dell’epigenetica entrano in gioco il ruolo dell’ambiente e dell’esperienza e, soprattutto, si apre uno spazio per la riflessione etica sul da farsi, soprattutto in termini di prevenzione. Nel caso delle questioni di “inizio vita”, se da un lato stiamo in allerta sui rischi correlati alla dimensione oggettuale e manipolatoria che la scienza attribuisce alla vita che esordisce in laboratorio, sul piano dell’epigenetica, è sempre la scienza che ci informa di un “state attenti”, perché già dall’esperienza fetale è possibile condizionare il futuro dell’individuo.

La complessità, di cui etica e bioetica sono preziose custodi, entra in gioco continuamente e fin dal primo istante di vita embrionale. Grazie allo sguardo specialistico e riduzionistico della scienza possiamo scrutare nel microcosmo della biologia, scoprendo elementi prima sconosciuti. Le origini fetali della nostra peculiare esistenza ne sono un caso. L’approccio alla complessità richiede che, preso atto dei singoli risultati, si esca dal riduzionismo e vengano fatti dialogare diversi aspetti, senza per forza estrapolare dei meccanismi minimi che semplificherebbero sminuendo la realtà di partenza. Il merito dell’approccio scientifico è quello di spaziare nei livelli della vita biologica, esplorando i meccanismi più profondi grazie a strumenti sempre più sofisticati, ma ciò non basta.

Ogni disciplina di studio si avvale di validi sistemi di analisi, il problema è che l’iper-specializzazione produce molti saperi che poi faticano a interconnettersi in un meta-sistema. Abbiamo bisogno di un approccio che aiuti a pensare la complessità della realtà facendolo con la consapevolezza che la tensione verso la conoscenza non si esaurisce mai, anzi, insegue i risultati di diverse discipline, non solo scientifiche, e tenta instancabilmente di connetterle per costruire una rotta per l’umanità. La presa d’atto che tutto inizia in un momento veramente remoto di ogni singola esistenza, getta inevitabilmente una nuova luce su questo progetto.

Pamela Boldrin

Pamela Boldrin è dipendente presso ulss6 euganea e docente a contratto presso l’università di Padova. La sua formazione unisce interesse per la scienza medica, da un lato e per la filosofia, dall’altro. Sì è laureata prima in tecniche di neurofisiopatologia a Padova e poi in filosofia a Venezia.  Grazie alla bioetica fa dialogare i due rispettivi ambiti: scienza ed etica. È impegnata particolarmente nell’approfondimento di questioni bioetiche nell’ambito dell’”inizio vita”, del “fine vita” e delle neuroscienze cognitive. Scrive anche sulla rivista on line “scienza in rete”.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Organi umani stampati in 3D: come supplire alla carenza di donatori

L’intervento della scienza medica e delle tecniche chirurgiche nel campo dei trapianti d’organo rappresenta uno degli ambiti in cui la medicina necessita di continui studi e ricerche; ad oggi, per alcune patologie, non esiste una terapia alternativa al trapianto e la carenza di organi rende impossibile curare tutti i pazienti.

In pochi decenni, l’evolversi della chirurgia, la sperimentazione sugli animali e lo sviluppo di tecniche valide per l’uomo, nonché le conoscenze relative all’immunologia, hanno permesso il trasferimento di tessuti da una sede all’altra di uno stesso organismo, ovvero da individuo donatore ad individuo ospite della stessa specie, fino alla ricerca relativa alla possibilità di effettuare innesti di tipo eterologo (da una specie all’altra).

Poco meno di un anno fa, in un mio articolo analizzavo la complemetazione blastocistica, ovvero il trasferimento di una cellula staminale totipotente umana, nell’embrione di un maiale privo dei geni atti alla formazione dell’organo che si vuole produrre. La cellula staminale umana si sostituirà alle cellule dell’embrione di maiale, producendo un organo umanoide.

Ad oggi, la sfida dei ricercatori si concentra sulla nuova frontiera della medicina rigenerativa, accompagnata dalla biostampa che punta a ripristinare la funzionalità di parti del corpo umano danneggiate con tessuti e organi ottenuti in laboratorio con tecniche di bioingegneria.

Il primo step del processo di ingegnerizzazione di un organo prevede il prelievo e l’analisi dell’organo che necessita di essere sostituito, l’isolamento delle cellule staminali e la loro coltivazione in vitro in un liquido che fornisce ossigeno e nutrienti in modo tale che si moltiplichino. Si ottiene, così, una sorta di inchiostro biologico (idrogel): una soluzione acquosa che contiene, appunto, cellule umane.

I tessuti e gli organi che si intende generare vengono prodotti a partire da una struttura sintetica e biodegradabile che funge da stampo e sono formati da un reticolo di sottili canali attraverso i quali acqua, ossigeno e sostanze nutritive possono giungere alle cellule trattenute nel gel. Le cellule colonizzeranno gradualmente la struttura biodegradabile e questa si dissolverà fino a scomparire completamente.

Il procedimento bioingegneristico, finora, è stato utilizzato per la creazione di orecchie, mandibole e muscoli successivamente impiantati con successo su topi di laboratorio. La stampante consente addirittura di predisporre, negli oggetti prodotti, gli alloggiamenti per i vasi sanguigni che nutrono organi, tessuti e muscoli, una volta impiantati nell’organismo.

Si è però ancora lontani da applicazioni diverse di organi da trapianto come rene, fegato, e cuore. Infatti, si tratta di organi che possiedono una complessità anatomica e fisiologica non ancora compatibile con le tecnologie correnti; tuttavia, con le necessarie evoluzioni, forse, un giorno non troppo lontano si potranno produrre organi modellati perfettamente a partire dall’anatomia del paziente, limitando così al massimo il rischio di rigetto.

Dal punto di vista etico, le problematiche che insorgono sono molteplici. In primis, il possibile utilizzo di cellule staminali embrionali, data l’evidenza scientifica che l’embrione é già individuo dal punto di vista biologico. Pertanto, se condividiamo questa visione, utilizzare cellule embrionali equivale a manipolare un individuo; soluzione questa, che risulterebbe eticamente inaccettabile.

Inoltre, solleva numerose preoccupazioni la garanzia della qualità degli organi artificialmente prodotti e la serie di criteri cui si dovrà sottostare nella fabbricazione delle bio-strutture.

Un ulteriore aspetto sono i costi elevati di tali pratiche, accessibili solo a pazienti con notevoli possibilità economiche; anche nei Paesi dove la sanità è gratuita dovrà essere accuratamente analizzato e discusso l’utilizzo di procedure mediche così costose.

Infine, un ulteriore interrogativo etico si apre con il timore di chi ritiene che stampare materiale umano in 3D diminuisca notevolmente la linea di demarcazione tra l’uomo e l’artificialità della tecnica.

Silvia Pennisi

[Immagine tratta da corriere.it]

 

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Il bambino con tre DNA. Progresso medico-tecnologico ed etica a confronto

È di pochi mesi fa la notizia della nascita di un bambino con il DNA di tre persone: padre, madre e una donatrice1.

Il piccolo, figlio di una coppia giordana, è il primo bambino a possedere il DNA di tre adulti, costituito con una nuova tecnica allo scopo di evitare che il neonato ereditasse dalla madre i geni contenuti nel DNA mitocondriale responsabile della malattia neurodegenerativa di cui la donna è portatrice sana, cioè la Sindrome di Leigh: una patologia letale che colpisce il sistema nervoso in fase di sviluppo.

La coppia si è rivolta al medico John Zhang, primario del New Hope Fertility Centre di New York, il quale aveva sperimentato un sistema per impedire la trasmissione dei geni con le mutazioni: si tratta della tecnica del trasferimento pronucleare che prevede che la cellula uovo della madre e la cellula uovo di una donatrice vengano entrambe fecondate con lo sperma del padre. In seguito viene rimosso il nucleo da entrambe; il nucleo della cellula uovo della donatrice viene rimosso e sostituito con quello della madre.

Zhang non ha però potuto impiegare questa tecnica con la coppia giordana in quanto, sia la madre che il padre, essendo musulmani osservanti, non erano disposti a distruggere degli embrioni. Il medico ha quindi dovuto sperimentare una modalità alternativa: ha rimosso il nucleo da una cellula uovo della madre e lo ha inserito nella cellula uovo della donatrice, senza rimuovere il suo nucleo. La tecnica ha permesso di ottenere una cellula uovo ibrida contenente il materiale genetico della madre nel nucleo e il DNA mitocondriale della donatrice. Tale cellula uovo sarebbe stata successivamente fecondata con lo sperma del padre2.

Ovviamente, un embrione con tre DNA è una condizione biologica senza precedenti, una pratica sperimentale, per di più ereditaria, con conseguenze che non solo non conosciamo ma che sono anche difficili da prevedere. Infatti, nel caso dei viventi, per conoscere gli effettivi sviluppi di tale pratica è necessario che il soggetto manipolato nasca, viva, generi figli dando origine a nuove generazioni con tre DNA, e muoia.

Per quanto la procedura, attuata da Zhang, possa essere considerata una tecnica in sé positiva, in quanto il fine è di prevenire una patologia e quindi impedire che il bambino che nasce possa portare in eredità la patologia della madre, sorgono diversi problemi di ordine scientifico, relativi al fatto che siamo comunque in presenza di una tecnica sperimentale della quale non solo non conosciamo i risultati a lungo termine, ma anche quelli di ordine etico ed antropologico. I rischi sono, allo stato attuale dell’applicazione di questa tecnologia, imprevedibili.

Per quanto il DNA mitocondriale fornisca solo una piccolissima informazione costituita da trentasette geni, non si sa quanto questa porzione di trasmissione genetica possa poi modificare l’identità genetica del bambino; oltre alla madre e al padre che portano l’informazione fondamentale (circa ventimila geni), ci sarà sempre anche un’altra referente genetica. Alcuni scienziati hanno chiesto una moratoria in questo ambito, segno di responsabilità professionale. Sono i tecnici che, proprio perché artefici delle modificazioni genetiche, percepiscono la responsabilità sociale posta nelle loro mani3. Molti scienziati, attenti agli aspetti etici, sociali e antropologici connessi al procreare bambini attraverso queste nuove procedure, hanno posto l’attenzione sull’inopportunità di proseguire in questa direzione senza che sia stata avviata prima una seria riflessione a tale proposito. Il desiderio di maternità è legittimo; è però altrettanto importante che quest’ultimo sia bilanciato con la tutela di chi nascerà attraverso una tecnica sperimentale.

Silvia Pennisi

NOTE:
1. La notizia è stata diffusa dalla rivista New Scientist attraverso l’articolo “World’s first baby born with new 3 parent technique”, nel mese di settembre 2016.
2. La creazione di un embrione a tre DNA, vietata negli Stati Uniti, è stata autorizzata legalmente solo nel Regno Unito. Il Dott. Zhang ha attuato la procedura di fecondazione in Messico, dove non esiste alcuna regolamentazione a riguardo.
3. D. CYRANOSKI, Ethics of embryo editing divides scientists. Researchers disagree over whether making heritable changes to human genes crosses a line, Nature, n.272, 2015.

[Immagine tratta da Google Immagini]