Il dovere della memoria in un paese senza verità

La memoria di importanti avvenimenti passati rischia sempre in Italia di essere vista come un dovere vuoto, un obbligo stantio o un valore istituzionalizzato che però finisce col non avere più presa sulle persone e sul mondo di adesso. Anche perché se il ricordo è legato a fatti sui quali non si è fatta giustizia né si è arrivati a una verità, dopo molti anni di indagini, condanne, assoluzioni o depistaggi, può sopraggiungere una certa stanchezza anche nell’opinione pubblica, che il ricordo e la ricerca della verità dovrebbe sempre avere a cuore.

Durante la serata condotta da Fabio Fazio e trasmessa da Rai 1 in onore di Giovanni Flacone e Paolo Borsellino, i giudici uccisi dalla mafia a Palermo 25 anni fa, ho invece avuto la sensazione che il dovere della memoria sia veramente fondamentale per il nostro paese e per dei motivi anche incredibilmente pratici.

Questo me lo hanno fatto capire, come in un’epifania, un discorso ascoltato quella sera e dei fatti accaduti quasi due mesi dopo, arricchendo il significato che il termine memoria può avere per l’Italia in certi casi. A parlare con grande chiarezza durante quella trasmissione, ben fatta e con molte buone intenzioni ma inevitabilmente colma della retorica che accompagna sempre questi avvenimenti, è stata la figlia più giovane del giudice Borsellino, Fiammetta, che oggi ha 44 anni.

Una delle frasi che più mi ha colpito del ricordo di Fiammetta, che nel ’92 aveva solo 19 anni, è questa: «Il valore della memoria è necessario a proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato». Il ricordo inoltre è una presa di posizione per tutti noi anche adesso, dice la donna, per ribadire che stiamo dalla loro parte, quella dei magistrati, e dalla parte della legalità.

Insieme al dovere di ricordare, e inscindibile da esso, la Borsellino pone la ricerca della verità. Ricordare significa non arrendersi, ricordare deve significare pretendere una verità e, come ha sentenziato Fiammetta Borsellino, «non una verità qualsiasi», ma una verità che dopo 15 anni di false piste e 25 di processi stabilisca le responsabilità materiali e quelle delle menti raffinatissime, come le chiama la figlia del giudice, che hanno lavorato sia subito dopo la strage sia negli anni seguenti perché la verità non venisse a galla. La verità bisogna pretenderla, solo in questo modo il ricordo non sarà vuoto, fine a se stesso, o al massimo relegato a una serata di commemorazione.

Il 13 luglio si è conclusa la revisione del processo per 9 imputati condannati per la strage di via D’Amelio. Sono stati tutti assolti a 25 anni distanza dal fatto, dopo che le accuse del falso pentito Vincenzo Scarantino erano state smentite nel 2008 dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato del furto della Fiat 126 utilizzata come bomba. La storia giudiziaria di via D’Amelio comprende al momento quattro processi. Dopo il 2008 e le confessioni di Spatuzza si è giunti alla condanna di alcune persone, Spatuzza compreso, per la preparazione materiale della strage, ma molte verità sono ancora da stabilire, ivi comprese quelle sul depistaggio che ha indicato per più di un decennio un balordo (Scarantino) come uno degli artefici della strage. La sentenza del 13 luglio sancisce infatti che per almeno 15 anni abbiamo creduto a una versione falsa dell’accaduto, che magistrati e investigatori hanno avallato e difeso nella migliore delle ipotesi. Ce ne sono voluti 25 perché le persone che scontavano la pena per un fatto non commesso venissero scagionate.

Questo è l’altro pezzo di storia che, assieme ad alcune letture, mi ha fatto riflette sul valore e oserei dire sul dovere di ricordare, soprattutto in casi come questo. Dopo 25 cosa bisogna ricordare? Qual è la verità? Come si può onorare delle vittime della mafia se non si può garantire loro verità e giustizia?

Per via D’Amelio e per molti altri misteri d’Italia non ci si può limitare a ricordare passivamente. La verità giudiziaria deve andare di pari passo con quella storica, ma quando così non è non si può fare finta di niente. Bisogna porsi delle domande per aiutare la costruzione di una verità. L’opinione pubblica deve ricordare criticamente, non accogliere qualsiasi verità come LA verità, come per molto tempo (non da parte di tutti ovviamente) è stato fatto. La formula “un colpevole purché sia” non deve poter essere accettata mai, tantomeno quando si tratta di una delle stagioni più drammatiche della recente storia del nostro paese.

Laddove una verità certa e completa non è ancora stata rivelata è ancora più importante non perdere il ricordo. Come si può ricordare in maniera sincera e puntuale un avvenimento in cui sono morte una o più persone se non si conosce fino in fondo la dinamica del fatto, se non si conoscono le responsabilità ai più alti livelli e se non si è fatta abbastanza chiarezza intorno al contesto storico che ha portato al verificarsi di quell’evento.

In questa piccola riflessione, sia per la concomitanza con l’anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992), sia per le ultime notizie processuali, ho preso quel fatto e i non pochi misteri che ci sono ancora come paradigmi. Ce ne sono stati e ce ne sarebbero molti altri di fatti sui quali nel nostro paese non si è fatta ancora chiarezza, catalogati sotto l’obbrobriosa definizione di “misteri italiani”. Come se i responsabili fossero destinati a rimanere avvolti nell’ombra, con la speranza tutta italiana che un po’ alla volta che le vittime come la gente si stanchino di ricordare e di chiedere verità e giustizia. Per questo la voce forte ed emozionata della signora Fiammetta sono così importanti: sanciscono un punto di partenza e non di arrivo. La memoria di cui abbiamo bisogno è quella da cui scaturiscono domande, che non si accontenta, che se è necessario accusa le storture del nostro sistema e, cosa più importante, tende alla verità.

Tommaso Meo

 

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La neutralità del conflitto

In questi giorni il mondo ha di nuovo volto il suo sguardo verso il Medio Oriente, verso un conflitto che ancora non ha trovato pace: quello israelo-palestinese.

Sicuramente la cosiddetta crisi della Spianata ha origini ben pregresse, ovvero non è iniziata quel fatidico giorno del 14 luglio scorso, bensì ben prima.

Il mondo, in tutto questo tempo, ha deciso di allontanarsi da quella crisi, quando forse si sentiva troppo stanco per poter trovare una via di fuga e una soluzione.

La crisi potrebbe essere identificata in quel processo di normalizzazione che porta all’abituarsi di una situazione che normale non è. La normalizzazione, infatti, può essere intesa come un processo in cui relazioni – politiche, economiche, sociali, culturali – assumono un carattere “normale” appunto.

La riflessione che voglio portare avanti coinvolge proprio il concetto di conflitto.

Quando si pensa ad esso le immagini che vengono a delinearsi nella nostra mente sono il più delle volte immagini negative: scontro, rottura, trauma, guerra, violenza. Consideriamo, pertanto, il conflitto come qualcosa da evitare. Eppure, il conflitto in sé è un qualcosa di neutrale e ciò che lo porta ad essere negativo o positivo sono i meccanismi e le forme che vengono usate per affrontarlo.

È inoltre importante tenere a mente che esso è parte inevitabile della vita sociale da un lato e della sfera individuale dall’altro. Quante volte siamo stati in conflitto con noi stessi? Non è stato forse un motivo di crescita?

Così, “prevenire i conflitti”, nel senso di non affrontarli ed evitarli, possiede connotazioni decisamente negative. Invece, se intendiamo il concetto di “prevenzione dei conflitti” come uno sviluppo di abilità, atteggiamenti e comportamenti indirizzati alla risoluzione di conflitti in modo costruttivo, la connotazione che assume è positiva. Questo significa che lo sviluppo delle capacità e strategie che consentono di affrontare il conflitto stesso e impedirgli di giungere alla sua fase critica siano estremamente utili e necessarie.

È possibile quasi individuarne una struttura, la quale si compone di tre elementi: le cause, i protagonisti e il processo.

Potremmo, infatti, attribuire alle cause di un conflitto: le ideologie e le credenze, le relazioni di potere, gli aspetti personali e i rapporti interpersonali. Gli attori in gioco il più delle volte sono minimo due. E poi arriviamo al processo che si riferisce al modo in cui si sviluppa e si porta a risoluzione.

Detto ciò, sarebbe bello avere la “ricetta” per risolvere ogni tipo di conflittualità, dal personale a quello tra Stati e organizzazioni, ma non può essere così.

Quel che conta è non eluderlo, affrontarlo è dunque il primo passo per poter arrivare ad una soluzione.

L’atteggiamento che il mondo ha assunto in questi ultimi anni nei confronti della crisi israelo-palestinese non è stata sicuramente quella di sviluppare strategie risolutive. Il togliere dall’agenda tale tematica, sostenendo l’idea che Gerusalemme non fosse un problema globale – probabilmente c’è chi lo pensa tuttora – ha fatto sì che la crisi si alimentasse. È importante ricordarsi che l’essere stanchi dei tentativi andati in fumo per la pace tra Israele e Palestina non è una giustificazione per non affrontare il conflitto, così come non rappresenterà mai una giustificazione per non prendere in esame le nostre conflittualità.

Jessica Genova

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Il sonno della ragione genera mostri

Incisione quanto mai attuale, quella di Francisco Goya, nel suo significato. Per rendersene conto basta riflettere su ciò che accade regolarmente nei nostri tempi, che esemplificherò tramite tre fatti − due di cronaca ed uno giudiziario − da poco successi.

Il primo è il caso di un uomo disabile annegato in un laghetto vicino alla cittadina di Cocoa, non distante da Orlando in Florida, il 9 luglio scorso. Il tutto è avvenuto sotto la luce di un gruppo di adolescenti, che lo filma ridendo ed aspettando che le sue disperate forze di sopravvivere terminino e scompaia sotto la superficie. In quello Stato non esiste il reato di omissione di soccorso: «“Ci abbiamo provato a cercare un modo per punirli, ma non esiste una legge nel nostro Stato che loro abbiano violato” ha spiegato Yvonne Martinez, portavoce della polizia. Jamel Dunn, la vittima di 31 anni padre e marito, ha gridato e chiesto aiuto […] Potevano chiamare il 911, sono invece rimasti a ridere tutto il tempo. Durante l’interrogatorio”, ha aggiunto Martinez, “in loro non c’era nessun rimorso, solo una risatina ironica”»1.
Queste parole fanno venire i brividi. Com’è possibile? Come si può non solo rimanere insensibili ma addirittura divertirsi alla vista di un uomo che affoga?

I prossimi due riguardano invece il nostro Paese.

Infatti, «Scadrà tra pochi giorni l’interdizione dai pubblici uffici scattata con le pene inflitte cinque anni fa ad alcuni poliziotti condannati dopo i fatti della scuola Diaz di Genova e la vicenda dell’introduzione nell’edificio delle false molotov durante il G8 del 2001. Alcuni sono già in età  pensionabile, mentre altri potranno essere reintegrati. Tra questi l’ex capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, l’ex dirigente della Digos genovese Spartaco Mortola e il funzionario di polizia Pietro Troiani mentre Massimo Nucera, il poliziotto che raccontò di aver ricevuto una coltellata, è già  stato reintegrato»2.
Questi fatti si commentano da soli. Come si fa ad avere fiducia nelle istituzioni se è permesso che chi si è macchiato di questi reati − per non parlare di tutte le incredibili assoluzioni − possa tornare per strada?

Infine, leggendo il sito del Corriere della Sera, si scopre che una coppia omosessuale napoletana aveva prenotato on-line in un Bed&Breakfast calabrese ed inizialmente avevano concluso la prenotazione. In seguito avevano contattato tramite WhatsApp il proprietario per delle informazioni e ad un certo punto la risposta del titolare raggela chi la legge: “Non accettiamo gay e animali. Mi perdoni ancora”.
Delle tre quella che mi ha colpito più di tutte è stata forse quest’ultima, per un motivo ben preciso. Al tempo del Nazismo, in Germania, si era soliti leggere all’entrata dei negozi “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”. La somiglianza fa riflettere.

Nel contemporaneo gli spunti di riflessione che abbiamo a disposizione sono praticamente infiniti: media, blog, social network, convegni, conferenze, dibattiti, mostre, musei e chi più ne ha più ne metta; eppure, sembra che alla costante crescita di disponibilità si accompagni un sempre maggiore disinteresse delle potenzialità. Ci concentriamo solo sull’aspetto superficiale dei social, condividiamo principalmente le notizie divertenti o curiose, snobbiamo la cultura e la releghiamo all’interno delle università, dei musei o di materie cui gli studenti rivolgono sempre meno interesse e ci nascondiamo quando durante un dibattito viene chiesta la nostra opinione.
È come se rifiutassimo l’idea che la nostra ragione sia un vaso da riempire con conoscenze, esperienze ed interessi. Rifiuto categoricamente il pensiero che il raziocinio sia una caratteristica innata, che abbiamo a disposizione come già data e immobile.
Piuttosto, essa è una capacità la cui base è presente dentro di noi ma che, come ogni capacità, per esprimersi, ha bisogno di un allenamento costante e di un impegno faticoso. Faticoso sì, perché pensare non è facile: mettere in discussione se stessi, le proprie opinioni e sicurezze è un lavoro duro e che necessita di tempo per dare i suoi frutti.
Ma nonostante le sue difficoltà è la caratteristica che più ci rende umani secondo Aristotele e − possiamo aggiungere − anche più felici.
La sua mancata espressione porta − a mio modo di vedere − alla nascita di umani che tanto umani non sono.
Come possiamo chiamare umani quei ragazzi che lasciano affogare un − questo sì − uomo? Come possiamo chiamare umani individui che per liberare la loro violenza massacrarono dozzine di − loro sì − uomini, donne, vecchi e ragazzi totalmente disarmati e innocenti alla Diaz? Come possiamo chiamare umana una persona che associa una coppia di − loro sì − uomini ai cani e nega loro l’entrata come all’epoca del Nazismo? E noi − uomini veri − vogliamo continuare a subire la non-umanità di altri e a trasformarci in essi o vogliamo coltivare la razionalità, vivere la cultura e sperimentare la morale?

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE:
1. Il Messaggero.it, 22 luglio 2017
2. Il Mattino.it, 19 luglio 2017

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Immigrazione e disuguaglianze secondo la dialettica servo-padrone

Otto miliardari nel mondo hanno la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone. Il rapporto Oxfam ci informa di una dato impietoso, impossibile da concepire per la portata dello squilibrio. La bilancia pende drasticamente da un lato, riempiendo le tasche di un’esigua minoranza di miliardari della moneta attuale, il potere. Le disuguaglianze sociali sono la naturale conseguenza di tale disparità economica, riconsegnando dunque determinati ruoli sociali alla varie componenti. Solo attraverso ciò si delineano le figure in gioco, si determinano le persone in base al reddito, alla propria posizione da soggettività in mezzo ad altre soggettività  immerse in una logica competitiva.

La corsa al guadagno diventa ragione di vita e ragione dei popoli imponendosi come legge globale, interiorizzando la prospettiva capitalistica nell’ideale umano. L’ideale che diventa ossessione, il guadagno utile e necessario diventa desiderio e bramosia di qualcosa di più, sempre di più, guadagnare per guadagnare. Poste tali dinamiche economiche vanno considerate anche le differenti condizioni socio-culturali nel panorama mondiale. Difatti il capitale si centralizza, si accumula nei grandi centri, risucchiato dalle zone ricche di risorse da derubare e saccheggiare fin dai tempi delle prime colonie. Decentramento e creazione di disparità diventano una realtà sempre più evidente ed è la base della disparità data dalle otto persone in rapporto ai 3,6 miliardi citati ad inizio articolo.

La differenza di condizione sociale stabilisce ruoli, scrive copioni per i vari attori in scena. Servo e Padrone e non sono più delle fantasie letterarie o figure hegeliane de La fenomenologia dello spirito. Difatti la dialettica si instaura effettivamente, la condizione di sfruttamento è da identificarsi con chi è stato derubato, con chi si è ritrovato inferiore economicamente e socialmente a quelle otto persone che detengono il potere, ovvero la componente rappresentata dal Padrone. Le due figure sono assolutamente attuali anche in virtù delle condizioni lavorative che prevedono un lavoratore assoggettato ad un datore di lavoro. Proseguendo per questa linea, infatti, il rapporto dialettico tra le due figure che sono in contatto per uno scambio di servizi e benefici, si evidenzia la dipendenza che emerge da entrambe le fazioni. La dipendenza data da un servo che è pronto a compiere quel determinato lavoro poiché potrebbe trattarsi della sua unica possibilità rimasta. La dipendenza data da un padrone che, magari, non sa svolgere un lavoro e la possibilità economica lo rende assoggettato e sostenuto dal frutto del lavoro del suo sottoposto.

Disperazione e pigrizia agiata si equilibrano, trovano realtà e non solo teoresi nel fenomeno dell’immigrazione e della condizione di disoccupazione che attanaglia i vari paesi europei. La crisi economica, in molti casi, porta ad un abbassamento delle aspettative, ad un’accettazione di condizioni di sfruttamento e di inferiorizzazione e il farsi servo di migranti in fuga da un paese in guerra o privo di condizioni favorevoli e di giovani in seria difficoltà nell’approccio al mondo del lavoro. Dunque un semplice squilibrio dato da un’ambizione umana sempre crescente riesuma personaggi che pensavamo esistessero solo all’interno delle favole e dei racconti capaci di farci volare con la fantasia quali il “buono” ed il “cattivo”.

La verità ultima è che siamo ancora immersi in logiche infantili biunivoche basate sul conflitto tra il bene ed il male e forse è quello che la gente, il popolo brama di più, ne è quasi assuefatto. Il tema dell’immigrazione come tanti altri trattati nei quotidiani e nella vita pubblica e sociale riesce a soddisfare quel bisogno di conflitto che l’uomo infelice, l’uomo insoddisfatto e magari proveniente da un ambiente subculturale richiede per potersi sentire padrone della scena, della discussione e della ormai svalorizzata “cosa pubblica”.

Il capro espiatorio è servito attraverso una comodità di accusa e scelta che si copre gli occhi davanti a discorsi più complicati preferendo la soluzione semplice, la scorciatoia mentale destinata a non risolvere le questioni, bensì accentuarle e incriminarle sempre più per scaricare odio ed insoddisfazione. Tale condizione persevera e viene tutelata dalle molte piccole coscienze che credono di essere in una condizione privilegiata, da tutti quelli che credono di essere i padroni e quindi di dover recitare tale ruolo non curandosi empaticamente della situazione di chi invece risulta essere meno agiato e fortunato, come si suol dire “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Eppure in un panorama del genere chiederei a chi è, o almeno si sente, padrone se egli o ella si senta sicuro/a di quella condizione, se si senta tutelato dal momento che senza un adeguato servo si ritroverebbe incapace di auto-sussistere. Chiederei se il servo rimarrà sempre servo perché, può darsi, che esso possa essere già altro da sé e se ragioniamo nella cara logica biunivoca…

Alvise Gasparini

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Antropocene: una via da intraprendere

Come umanità, di fronte alla sconfinata vastità dell’essere e della sua sovrabbondanza muta di significato, ci siamo, dalla notte dei tempi, protetti da questa tempesta del senso con l’uso della parola per-formatrice di mondi.
Introdurre un neologismo in un sistema di riferimento linguistico-culturale, perciò, non significa addizionare tout court un nuovo termine ad una sommatoria di vocaboli, bensì disvelare le proprietà emergenti correlate a tale voce.

Così, ora che anche in Italia si sentono le prime timide avvisaglie di un serio dibattito sul concetto di Antropocene, occorre spazzare via l’impasse di chi ritiene questo neologismo una mera licenza poetica per meglio reiterare l’idea di crisi ecologica.

Alcune parole sono destinate a scuotere profondamente le fondamenta del pensiero a causa di una loro intrinseca, ma anche contingente, capacità di fungere da iper-medium: “volano veloci di bocca in bocca” sino a sedimentarsi nel background culturale di una società.
Così Antropocene, assieme a numerosi vocaboli epigoni (Eremocene e Capitalocene per citarne due particolarmente significativi), è diventato un veicolo culturale e topic di ampio dibattito ancor prima di essere validato in quanto realtà geologica.

Attualmente la scienza ha più interrogativi che certezze sul passaggio da Olocene a Antropocene e questa era (o epoca?) resta sospesa in un limbo: da un lato sia la International Union of Geological Sciences sia la International Commission of Stratigraphy rifiutano di accettare questa nozione e, per contro, un gruppo di ricercatori, guidati da Jan Zalasiewicz, premono per la sua ufficializzazione. Se ad un tempo profondo geologico corrispondono i tempi lunghi dei geologi nel trovare fondamento a questo breaking point, nell’ambito delle humanities Antropocene è divenuto, con crescita esponenziale, una semiosfera in grado di avvolgere ogni seria discussione circa il ruolo ed il destino dell’uomo contemporaneo e futuro.

Guardando attentamente all’etimo di questo vocabolo possiamo notare come ambedue i termini coinvolti nella composizione ἄνθρωπος (uomo) e καινός (nuovo) siano estremamente problematici e ambigui.
Se si vuole denotare un’era con l’appellativo di “uomo-nuovo” bisogna tenere presente di quale umanità si sta parlando e cosa la renda differente.

Generalmente gran parte del dibattito antropologico-filosofico si è speso per dare un identikit a questo anthropos. Da qui l’idea di Jason W. Moore di utilizzare il termine Capitalocene onde mostrare come il vero responsabile “celato” dietro al generico “uomo” sia l’Homo oeconomicus capitalocentrato1.

Mettendo tra parentesi questa problematica “etnografica”,  in certo senso, voglio qui suggerire un’altra strada per il pensiero, un percorso di possibilità che guardi all’anthropos come ad una entità liquida e capace di un polimorfismo inaudito rispecchiato da un fenotipo estremamente plastico. È l’assoluta policromia dell’umano nei suoi modi di manifestazione, sperimentati nel corso dei suoi 200 mila anni di specie, a lasciarci intravedere, oltre l’opaca coltre dell’uomo moderno globalizzato e capitalista, la possibilità di un approdo etico-antropologico. La domanda da porsi, forse, non è cosa vi sia di nuovo in questo “uomo-nuovo”, ma cosa vi debba essere di nuovo.

Preso atto dell’attuale stato di crisi ecologica, di cui il termine Antropocene funge da cornice di senso e da collante teoretico, occorre cogliere l’istanza di cambiamento che ogni crisi-trauma porta seco. Siamo di fronte ad un punto di svolta, l’Antropocene come insieme degli effetti antropici su Gaia suona il monito della fine dell’uomo. Occorre un differente modus vivendi per abitare questo luogo cangiato non più la “gentile” Terra dell’Olocene, ma Terraa un pianeta più ostile per colpa dei sapiens.

La storia e l’antropologia culturale ci insegnano che l’umano si è saputo incarnare in esseri-nel-mondo biologicamente affini, ma cognitivamente molto distanti. Questo fatto può farci sperare che dalle ceneri di una catastrofe (capovolgimento-rovesciamento) cognitiva possa emergere una consapevolezza etica capace a guidare le nostre prassi in un mondo ecologicamente più ostile e fragile.

È veramente possibile approdare ad un ἄνθρωπος-καινός che sappia ergersi, con forza ma modestia, di fronte alle sfide di un futuro non più promessa?

Non lo sappiamo, ma si tratta di un rischio che non può non valere la pena correre.
Come insegna la biologia evolutiva, se non si può più migrare l’unica alternativa all’estinzione è il cambiamento adattativo.
Così, tenendo in conto il rischio di un possibile naufragio, urge salpare per nuove rotte dell’ethos, poiché volendo o nolendo dietro di noi non resteranno che macerie.

Non ci resta che imboccare la via dell’Antropocene con coraggio e audacia del pensiero.

Natan Feltrin

NOTE:

1. J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, trad. it. Barbero A. e Leonardi E., Ombre corte edizione, Verona, 2017.

 

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La resilienza: uno strumento contro il terrorismo

Dopo un attacco terroristico si parla spesso di resilienza. La resilienza (ing., resilience) indica la capacità delle persone di superare un evento traumatico e continuare la propria vita, adattandosi alle nuove circostanze. Il concetto di resilienza è chiamato in causa da alcuni esperti di terrorismo, secondo cui preparare la popolazione civile ad essere resiliente, rimanere compatta e non cedere alla paura non è solo un concetto nobile, ma uno dei migliori strumenti nella lotta al terrorismo1. Una lotta con un margine di errore intrinseco, perché garantire la sicurezza al 100% di fronte alla minaccia terroristica è impossibile.

Pur non essendo stati preparati da alcun corso sulla resilienza, ad oggi siamo in molti in Europa ad aver provato sulla nostra pelle che cosa significhi essere resilienti in seguito ad un attacco terroristico. Al concerto di Manchester di Ariana Grande, tornata sul palco solo una decina di giorni dopo l’attacco del 22 maggio, si sono presentati in 50,000: 50,000 persone che, nonostante la paura e con il pensiero che il terrorismo colpisce, ma non si sa né quando né dove, hanno dimostrato la resilienza di una città intera.

Anche la resilienza di Bruxelles è stata messa a dura prova tra il 2015 e il 2016. A seguito degli attentati di Parigi, la capitale Europea, considerata la base degli attentatori, è stata costretta ad un rigido lockdown2: per una settimana ha vissuto in una situazione surreale, con sistemi di trasporto chiusi, eventi sociali annullati e militari in assetto da guerra ad ogni angolo della città; l’unico modo per proteggere la popolazione pareva essere quello di far stare le persone a casa (ma lontano dalle finestre!)3. Non è facile dimostrare la propria resilienza quando le occasioni di socialità vengono ridotte al minimo indispensabile. Una strategia che si rivela ben presto non sostenibile. Non appena le autorità lo permettono, Bruxelles torna a vivere esattamente come prima, nonostante il pericolo non fosse diminuito: Salah Abdeslam, la mente degli attacchi di Parigi, era ancora super ricercato in tutta Europa, e in particolare a Bruxelles. I militari in assetto da guerra rimanevano e rimangono tutt’oggi a vigilare ogni obiettivo sensibile4. A riprova che il pericolo era latente, gli attacchi che pochi giorni dopo la cattura di Salah colpiscono l’aeroporto di Bruxelles Zaventem e la fermata metro di Maalbeek. Nessun lockdown questa volta: ognuno si misura con il proprio grado di resilienza, senza costrizioni.

La resilienza è una caratteristica naturale dell’essere umano: va però ottimizzata. Alla luce dei continui attacchi in Europa, la strategia della resilienza dovrebbe trovare più spazio nella comunicazione delle autorità con i cittadini. Essere resilienti non significa solo continuare le proprie attività quotidiane nonostante il pericolo: significa anche non cedere al panico e all’allarmismo. Nel periodo storico in cui viviamo, il pericolo esiste perché alla luce della natura della minaccia, la sicurezza totale non può essere garantita neanche dal migliore dei servizi segreti. Con questo presupposto, una persona educata alla resilienza contiene meglio la paura: a sua volta evita di contribuire alla sensazione di insicurezza, alimentata invece dal volume di notizie che ci bombardano ininterrottamente. Infatti, comunicare ossessivamente informazioni non necessarie su certi accadimenti contribuisce alla diffusione del panico (spesso anche a portata di click) e non favorisce un atteggiamento resiliente.

All’indomani degli attacchi di Bruxelles, una psicoterapeuta specializzata nell’aiutare vittime a superare lo stress post-traumatico, suggeriva, per esempio, di non ascoltare né leggere notiziari a meno che non comunicassero effettivamente notizie aggiuntive rispetto a quelle comunicate in precedenza. Ascoltare molte volte la stessa notizia ingigantisce la sensazione di insicurezza, senza veramente comunicare alcuna informazione: evitandolo, invece, si aiuta ad arginare l’allarmismo, sia a livello individuale che di comunità.

La resilienza va spiegata ed insegnata ai cittadini: molti stati europei hanno infatti un livello di minaccia terroristica significativo. Essere resilienti non significa minimizzare il pericolo, piuttosto adottare un atteggiamento razionale.

Le misure di sicurezza aggiuntive, i continui falsi allarmi bomba che interrompono le attività giornaliere e richiedono evacuazioni, i pacchi sospetti abbandonati e fatti brillare per sicurezza, i militari con armi pesanti a vista in strade, aeroporti, stazioni, metropolitane, palestre, hotel, centri commerciali, non aiutano di certo a placare la sensazione di insicurezza, e possibilmente la aggravano. Tuttavia, una preparazione adeguata della popolazione permette la razionalizzazione di queste misure in quanto parte di un determinato contesto conosciuto (quello della minaccia esistente) ed evita inutili allarmismi.

Francesca Capano

NOTE:
1. Psychological Resilience to Terrorism.
2. Il lockdown è definito come una situazione d’isolamento e blocco, in cui le normali attività e gli spostamenti sono ridotti al minimo o vietati.
3. Più volte durante il lockdown della città le autorità chiedevano ai cittadini di allontanarsi dalle finestre in aree in cui era in corso un’operazione antiterrorismo.
4. Non era inusuale, per esempio, andare in palestra e trovare militari con le loro armi pesanti passeggiare tra le persone che si allenavano.

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Sul detto comune “Forse non tutti i musulmani sono terroristi…”

L’aveva capito Immanuel Kant quando, nel 1793, pubblicò il saggio Sul detto comune “Questo può valere in teoria, ma non vale per la pratica”: i proverbi, i modi di dire, i “detti comuni” appunto, sono più di semplici espressioni idiomatiche e di costume, sono vere e proprie cartine al tornasole del sentire comune, della mentalità collettiva. Possono quindi creare una specifica forma mentis e le basi di un sistema di pensiero, quando non ne siano già indicatori.

È questo il caso, oggi, di un detto che sentiamo fin troppo spesso, attribuito a Oriana Fallaci e diffusosi in maniera endemica dai bar ai social network ai talk show: “Forse non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”, un brillante sunto di teologia, analisi sociopolitica e psicologia che non lascia troppi dubbi in quanto a letture della crescente instabilità che affligge ormai ogni parte del mondo. Peccato che, come sottolineò lo stesso Kant, spesso questi detti siano pure idiozie glorificate da una facile retorica. L’attentato a Londra del 19 giugno e quello a Parigi del 29 giugno dovrebbero già essere valide confutazioni del detto preso in esame, ma lasciando da parte gli attacchi ad opera di singoli, prendiamo in considerazione invece alcuni gruppi terroristici organizzati non islamici.

In Israele, un numero crescente di nuovi coloni, ebrei sionisti, ha compiuto decine di attentati ai danni della popolazione civile palestinese (il più delle volte: nel 2015, l’attentatore scambiò un ragazzo ebreo per un arabo e lo uccise con un coltello), omicidi tesi a rivendicare la totale sovranità ebraica della Terra Santa.

In Birmania, l’etnia rohingya, di religione islamica, è sistematicamente vittima di attentati ad opera di gruppi paramilitari che si dichiarano seguaci del buddhismo theravāda, che agiscono su base nazionalista e razzista. Il tutto, peraltro, avviene con il complice silenzio del Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, ora alla guida del Paese.

Nella Repubblica Centrafricana, le milizie cristiane degli anti-balaka compiono stragi coordinate e brutali ai danni della popolazione musulmana (lo stesso termine “anti-balaka” rimanda ad una contrapposizione religiosa, e può essere tradotto con “anti-musulmano”), con attacchi mirati ai civili.

In India, estremisti indù afferenti al partito del Primo Ministro Narendra Modi, il BJP, organizzano repressioni violente nei confronti delle minoranze non induiste del Paese, arrivando a imporre in alcune regioni (anche popolose e rilevanti come lo stato del Gujarat) una legge ispirata ai precetti indù, una vera e propria “shari’a induista” che punisce con l’ergastolo chi uccide una mucca.

Esisterebbero molti altri esempi anche al di fuori dell’ambito religioso e confessionale, come i movimenti del suprematismo bianco negli Stati Uniti o i rinati movimenti anarchici in Italia. Come accennato, il numero aumenta al momento in cui si aggiungono al novero anche i “lupi solitari” come Darren Osborne, Anders Breivik o perfino il nostrano Gianluca Casseri.

Espressioni come “Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” sono, a proprio modo, consolanti: ci portano a pensare che esiste una singola ideologia, religione o dottrina (o comune ridotte in numero e chiaramente identificabili) che è all’origine del male e della violenza, e che una volta eliminata questa, si potrà finalmente vivere tranquillamente, in pace, in armonia. L’alternativa sarebbe angosciante: riconoscere che la violenza ha sempre accompagnato la storia umana, e che individui, popoli e gruppi hanno utilizzato ogni tipo di religione o ideologia per darle una giustificazione ed una legittimazione. Certo, questo presupporrebbe anche un impegno personale e quotidiano nell’eradicazione della violenza, a partire dall’ambito individuale e educativo: fortuna che biasimare l’islam e qualunque altro capro espiatorio lo seguirà sollevi tutti da ogni responsabilità personale.

Giacomo Mininni

[Immagine tratta dalla campagna pubblicitaria Anche le parole possono uccidere realizzata da Armando Testa]

 

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Anima gemella e matematica

Chi non ha mai fantasticato sull’anima gemella? Esiste? Chi sarà? Sarà mai possibile trovarla? Insieme ad altre varie domanducce.

Ovviamente non possiamo dire di conoscere un modo per poterla trovare in anticipo (o addirittura in assoluto), diremmo noi, ma c’è chi cerca di attivarsi in senso contrario e di abbozzare diversi metodi per trovarla. L’ultimo esempio è di quella ragazza che ha messo un annuncio con un’espressione matematica e il cui risultato sarebbe stato il suo numero di telefono. Chi l’avrebbe risolta sarebbe stato, secondo la ragazza, abbastanza intelligente da poter meritare di essere il suo ragazzo.

Lasciamo che alla ragazza tocchi il suo destino tranquillamente e auguriamole il meglio, ma facciamo una piccola considerazione: per quanto ancora l’ideale medio di intelligenza dovrà essere accostato all’intelligenza logico-matematica?

La ragazza evidentemente pare cadere nel tranello per cui intelligente è chi innanzitutto di matematica ne sa. Ma come, solo questo richiedi al ragazzo con cui vorresti passare la vita? Non pensi in questo modo di trovare un ragazzo abile, competente, capace, ma non per forza intelligente? Non credo ancora di essere l’unico a credere che questa idea di intelligenza sia un po’ riduttiva: il modo umano di comprendere, interpretare, risolvere, pensare, contiene sì il linguaggio logico matematico – linguaggio per altro estremamente antico, direi originario, e che comunque non trova esempio solo in un’espressione algebrica – ma non ne è esaurito completamente. E sembrerà sì banale come pensiero, anzi lo è e basta, ma è così che ancora vengono formulati e proposti molti test, quiz, valutazioni personali più o meno spicce. Persino i bambini nei loro giochi amano porre domande matematiche per capire quanto sveglio è il proprio amichetto (quante volte ho miseramente toppato quelle domande…).

La complessità e in parte l’ineffabilità delle questioni numeriche affascina nella loro astrattezza e in qualche modo si pone come base per la misura dell’uomo: fino a dove si può elevare la tua mente?

Fin qui tutto giusto, ma pensavo che con l’età adulta i presupposti e i metodi di giudizio si ampliassero un po’, giusto quanto basterebbe per comprendere la vastità e la difficoltà di avvicinarsi al senso della capacità mentale di un uomo. La matematica resta appunto un linguaggio. Chi ne richiede la padronanza per il supposto valore intellettivo è come se richiedesse la conoscenza del francese per potersi dire intelligente. La questione va affrontata a livello culturale, cioè quasi a livello ultrasottile, nei modi in cui quasi ci si scambia battute o si giudica a pelle qualcuno. Una missione impossibile?

Quanto a te, cara ragazza anonima, per me resterai tale. Non so risolvere quell’espressione. Dopo sei anni di liceo scientifico le mie già precarie conoscenze matematiche non me lo consentono comunque. O forse non ho la voglia di sbatterci la testa e perderci tempo, sono pigro. Se non stupido, come insinui tu. In ogni caso spero tu abbia avuto fortuna e abbia trovato non solo un buon contabile ma anche un buon fidanzato, che non ti sottoporrebbe mai a un test simile.

Luca Mauceri

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

 

Cannabis: una libera scelta che non possiamo compiere

A mio parere, per quanto riguarda il dibattito sulla Cannabis in Italia, mancano − o quantomeno dovrebbero essere più presenti − la conoscenza e la consapevolezza. Conoscenza di ciò di cui si sta parlando e consapevolezza degli effetti che i nostri discorsi avranno per le altre persone. E ciò a cui stiamo assistendo è paradossale ed imbarazzante: più “aumenta” l’influenza socio-politica di chi sta parlando tanto più diminuisce la competenza necessaria e la volontà di risolvere la situazione creatasi in Italia una volta per tutte. Parliamoci chiaro: non sto dicendo che non ci siano personalità di spicco che possano trattare il tema essendo preparati, anzi, ma il problema è che la maggioranza di chi ha il compito di legiferare in merito non ha le idee ben chiare (per non dire che non ne ha affatto).
Prendiamo un semplice esempio: la legge vigente in Italia per quanto riguarda le sostanze stupefacenti, dopo la dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi attesa per ben otto anni, è la 309/90. Essa stabilisce chiaramente come ogni anno vi sia un obbligo di informazione in materia tramite una “Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia” che dovrebbe incentrarsi «sui dati relativi allo stato delle tossicodipendenze in Italia, sulle strategie e sugli obiettivi raggiunti, sugli indirizzi che saranno seguiti». Dal 2009, la Relazione è un compito del Dipartimento delle Politiche Antidroga. Qual è il problema? Il problema è che quando andiamo a leggere queste Relazioni − se arrivano − sono totalmente prive di fondamento, di informazione e di sistematicità. Solamente quella del 2015 ha presupposti scientifici validi, ma è l’unica luce in un mare di ombre.

Qui non si tratta tanto di essere favorevoli o meno al proibizionismo: basta analizzare dati oggettivi, che non scelgono di favorire una fazione, ma ci mostrano la situazione reale.
Visto che ormai sembra che il denaro sia l’unica leva per catturare l’attenzione e spingere a riflettere, partiamo dai numeri che lo riguardano. In Italia, dal 2011 al 2013, la stima del guadagno per quanto riguarda la Cannabis è aumentata del 18%, passando da 3,4 a 4 miliardi di euro. In generale, l’aumento del guadagno per le sostanze stupefacenti è aumentato del 10% arrivando al traguardo di 14 miliardi di euro. E chi ha guadagnato questi soldi? La risposta è sicura: non lo Stato; e buona parte, se non tutti, la Mafia.
La Direzione Nazionale Antimafia è molto chiara per quanto riguarda il suo giudizio sul proibizionismo: nel gennaio 2015 riferisce «senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente, e nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva»; inoltre sottolinea gli effetti che «la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle forze dell’ordine e magistratura per il contrasto dei fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite».
E pensare che di esempi virtuosi ce ne sono, come il caso del Colorado che ha liberalizzato la Marijuana nel 2014 e, tra le altre cose, ha fatturato solo nel primo anno circa 700 milioni di dollari e ha diminuito il costo penitenziario. Gli economisti Ofria e David, basandosi sul Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, hanno stimato che in Italia si potrebbero tenere in cassa quasi 575 milioni di euro. Aggiungendovi i guadagni derivanti da un’imposta sulla Cannabis pari a quella che pesa sui tabacchi (tra i 5,2 e 7,9 miliardi di euro in base alle stime sui consumatori) si perverrebbe alla strabiliante oscillazione tra 5,8 e 8,5 miliardi di euro che lo Stato Italiano potrebbe guadagnare in un solo anno!
Ci tengo a sottolineare che mi discosto da una scelta per la legalizzazione o liberalizzazione basata su presupposti meramente economici per motivi che ora − però − non abbiamo lo spazio per discutere ma che non influiscono su questa breve analisi.

Parliamo ora di salute. Per decenni la Marijuana è stata descritta come una sostanza quasi diabolica (basta cercare qualche locandina americana degli anni ’30-’40 per rendersene conto). Innumerevoli studi autorevoli di altrettanto vari Ministeri, enti, Università, Dipartimenti, ricercatori e dottori hanno dimostrato come la Cannabis intervenga positivamente nel nostro organismo. In particolare due dei suoi principi attivi, il THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo), sono relazionati alla soluzione o attenuazione di varie patologie come sclerosi multipla, lesioni del midollo spinale, nausea causata da varie terapie come chemioterapia e radioterapia, mancanza di appetito nella cachessia, anoressia o nei pazienti oncologici, effetto ipotensivo nel glaucoma, sindrome di Gilles de la Tourette e molti altri, come è visibile anche nel sito del Ministero della Salute italiano.
Nonostante ciò, ogni volta che un dibattito pubblico o parlamentare prende vita, ci si scontra contro un muro di inesperienza, ignoranza e scherno; e l’effetto sulle risorse informative dei cittadini è angosciante.

Ognuno può fare la sua scelta, ma deve avere i mezzi per compierla in maniera consapevole invece di poche frasi fatte e malsani luoghi comuni che purtroppo sono difficili da debellare. Basti pensare alla polemica legata ai vaccini.
Negli ultimi tempi osserviamo la totale perdita di fiducia nella comunità scientifica e non sappiamo dove questa situazione potrebbe portarci, ma qualche domanda dobbiamo porcela. Un buon inizio sarebbe produrre − finalmente − una legislazione coerente e completa in materia di Cannabis, che lasci spazio alla libera scelta invece che impedire a prescindere e senza fondamento alcuno il consumo di una sostanza che l’umanità utilizza dall’alba dei tempi.
Sono consapevole che ci sarebbe molto altro da dire e da analizzare, ma ho preferito approfondire solamente due aspetti − economico e salutare − che sono solitamente i più dibattuti.

Massimiliano Mattiuzzo

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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Libano, Wonder Woman censurata: la nuova campagna BDS

L’atteso film in solitaria di Wonder Woman arriva nelle sale cinematografiche, in tutte, ma non in quelle libanesi. A far discutere è la nazionalità israeliana dell’attrice Gal Gadot.

Il Ministro dell’Economia e del Commercio del Libano, Raed Khoury, ritorna alla carica con i suoi tentativi di censurare i film in cui recita l’attrice, questa volta riuscendo a raggiungere il risultato sperato. Dopo un primo rinvio dell’uscita della pellicola, il film è stato ufficialmente censurato.

Non è la prima volta che il Ministro si schiera a favore della battaglia di boicottaggio economico nei confronti dei prodotti isreaeliani. I gruppi che appoggiano la campagna riportano alla luce il passato di Gal Gadot, che la vede indossare un’altra uniforme: quella dell’esercito di Israele. Ma quel che più genera un conflitto morale sono stati gli elogi senza remore all’Isreal Defence Forces e alle sue operazioni contro Hamas e i civili di Gaza nel 2014. Così si torna inevitabilmente a discutere della campagna globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele.

Ma in che cosa consiste la campagna BDS?

Il movimento BDS nasce nel 2005 da un’iniziativa di una coalizione di gruppi palestinesi. Essi si appellarono «alla gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all’epoca dell’apartheid»1. Il movimento rappresenta una forma di protesta riguardo all’occupazione dei territori confiscati durante la guerra araba-israeliana del 1967.

La situazione israelo-palestinese è decisamente complessa. E inevitabilmente complesso risulta il dibattito sulla questione della politica israeliana, condizionato inoltre da un fattore: la memoria della Shoah. Il nazismo come rappresentazione del male assoluto fa sì che la memoria della Shoah pesi come un macigno sulla nostra coscienza. L’esperienza del trauma viene compresa come un processo sociologico che delinea vittime, responsabilità e conseguenze. Da qui l’identità collettiva viene plasmata in maniera significativa. Questo comporta una presa di posizione critica nei confronti di tutte quelle azioni che si scontrano con il sionismo.

L’Olacausto ha sicuramente insegnato qualcosa. Da allora identifichiamo il male assoluto, come sostiene Jeffrey Alexander nel suo libro Trauma: A social Theory, nelle azioni sistematiche e strutturali di violenza contro i membri di un particolare gruppo.

Quel che sconvolge sono le gravissime violazioni dei diritti umani che Israele compie ogni giorno. Come è possibile che un popolo che ha subito persecuzioni agisca a sua volta nella direzione di un regime di apartheid?

Il parallelismo tra la situazione della Palestina e quella del Sudafrica apre forse un barlume di speranza. Proprio in Sudafrica è stato possibile constatare i benefici del boicottaggio economico. Costituì infatti un fattore decisivo nel passaggio dal regime di apartheid ad una democrazia interetnica.

Sicuramente quella del boicottaggio delle merci è un’iniziativa semplice ed è facilmente comprensibile dall’opinione pubblica. E, in un contesto come quello di Israele, così dipendente dal commercio, potrebbe funzionare.

Probabilmente la campagna per il boicottaggio, essendo identificabile in un movimento di resistenza nonviolenta, si è ispirata a La disobbedienza civile di Henry David Thoreau.

«La realtà è che di disobbedienti civili la società avrà sempre urgente bisogno: in primo perché il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente; e seguendo Hume, per la ragione che la libertà non si perde tutta in una volta, e quel che vale per la libertà vale anche per la dignità e la giustizia. E siccome il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per le denunce dell’immondizia della politica fatta da gente a caccia di prebende e privilegi, rappresentano il sale della terra. E, a differenza degli utopisti, ma anche di tutti quei riformisti che, pensando a tempi migliori, chiudono gli occhi sugli orrori del presente, il disobbediente civile non violento agisce subito, qui e ora», scrive il filosofo Dario Antiseri.

Così il Libano, con la decisione di censurare il film Wonder Woman, ha confermato la sua scelta di sostenere il boicottaggio economico contro Israele. Il Paese ha scelto di dare una risposta immediata, qui ed ora, all’eterno dilemma di cosa fare quando ci si trova, in questo caso letteralmente, fianco a fianco con la sofferenza e l’ingiustizia.

Jessica Genova

NOTE:
1. Tratto da OsservatorioIraq. Medioriente e Nordafrica, articolo.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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