Tra buddismo e meditazione: in dialogo con il maestro zen Tetsugen Serra

Ho contattato il maestro Tetsugen Serra a proposito della nostra rivista cartacea La chiave di Sophia #9 – Il paradosso della felicità, conscia del fatto che non fosse possibile creare uno spaccato ampio sul tema senza coinvolgere la prospettiva orientale. La nostra conversazione è stata molto pacata e piacevole, non priva di una certa emozione da parte mia nel ricevere le sue risposte.

Carlo Tetsugen Serra infatti ha compiuto i suoi studi monastici accademici buddhisti zen in Giappone nel Monastero zen Tosho-Ji e una volta tornato in Italia nel 1988, secondo la biografia ufficiale, apre il primo Monastero Zen nella città a Milano, Enso-Ji. Nel 1990 invece fonda la Scuola Zen di Shiatsu e i Centro Trattamenti zen per un educazione all’arte della salute e della pace e successivamente apre a Berceto, in provincia di Parma, il Monastero Zen di montagna Sanbo-Ji, luogo residenziale per monaci e laici. Nel 2013 mette a punto il programma Mindfulzen, che consiste nell’unione tra lo zen e la mindfulness, un percorso di crescita personale attraverso seminari e meditazioni.

Sulla Mindfulzen e il suo modo di avvicinarci alla felicità ci siamo confrontati nella nostra prima parte del dialogo, che trovate pubblicato nella rivista #9. Tanti altri però sono stati i temi che insieme abbiamo affrontato.

 

La sua Mindfulzen mi sembra un bell’esempio di dialogo tra le due grandi tradizioni orientale e occidentale. In Occidente tendiamo ad ignorare le tradizioni del Levante, per cui il nostro sistema scolastico (fino addirittura al livello universitario) e di conseguenza l’intero ventaglio delle nostre conoscenze si riduce al bacino nord-atlantico. Secondo lei una maggiore conoscenza interculturale potrebbe cambiare in meglio il nostro sguardo sul mondo?

Oggi molti studiosi si interessano del Buddhismo, dagli psicologi ai fisici quantistici. “Portare attenzione al momento presente in modo non giudicante”: così Kabat-Zinn, nel 1994, descrisse il concetto di Mindfulness, riallacciandolo ad una profonda consapevolezza ed accettazione del momento attuale. Sono infatti proprio la consapevolezza e l’attenzione i pilastri su cui si fonda l’etica della pratica Mindfulness, che fanno parte del Buddhismo e il cui fine ultimo coincide con l’eliminazione della sofferenza inutile, nonché la nascita di una “comprensione ed accettazione profonda di qualunque cosa accada attraverso un lavoro attivo con i propri stati mentali”. L’enfasi maggiore nella dottrina buddhista è infatti rivolta alla comprensione e al controllo della propria mente, e di conseguenza delle proprie azioni, e allo sviluppo della saggezza. Per questo motivo la filosofia buddhista comprende un vero e proprio sistema psicologico che, combinato con le tecniche di meditazione, forma quello che spesso viene chiamato “La Scienza della Mente Buddhista”.
La presenza mentale e consapevole osannata dalla pratica buddhista potrebbe infatti rompere le redini cognitive associative che guidano il nostro pensiero automatico; il tutto riducendo le inferenze di pensiero automatiche, aumentando il controllo cognitivo, facilitando una comprensione metacognitiva e riducendo la distorsione cognitiva, in poche parole il “Risveglio alla realtà”. L’illuminazione.

 

Uno degli insegnamenti che più apprezzo dello zen (ma anche del buddhismo in generale) è il concetto di vacuità. Ritiene che nel nostro mondo occidentale o occidentalizzato votato all’abbondanza e allo spreco potrebbe essere recuperato per migliorare il nostro stile di vita?

La vacuità è uno dei concetti cardine e più difficile da spiegare, ma soprattutto da farne esperienza, perché senza esperienza il buddhismo zen non esiste. Vacuità è ciò che ci permette di aprire gli occhi per vedere direttamente che cos’è l’essere. Dobbiamo assumerci la responsabilità dei risultati di ciò che abbiamo fatto, ma l’obiettivo finale è quello di non farci ossessionare dal risultato, che sia buono, cattivo o neutro. È questo che chiamiamo vacuità. Questo è il significato principale della vacuità.
Un aiuto all’uomo d’oggi: la cosa importante è non farci prendere dall’ossessione o dalla fissazione per i risultati che vediamo, sentiamo e sperimentiamo. Tutti i risultati, buoni, cattivi o neutri, vanno accettati fino in fondo. Non dobbiamo fare altro che seminare buoni semi giorno dopo giorno, senza lasciarne traccia, senza creare alcun attaccamento. Accade sempre qualcosa nella vita. L’importante è accettare fino in fondo le cose che accadono. Se vedete qualcosa che va corretta, correggetela. Se non c’è nulla da fare, limitatevi a non fare nulla. Qualunque cosa accada, dal principio alla fine, continuate semplicemente a fare del vostro meglio nella vita. Non dovete fare altro. Nella meditazione zen zazen la mente viene regolata; avere una mente regolata significa non avere alcun presagio di diventare un Buddha. Questa è la vacuità.
Se crediamo di comprendere noi stessi, già questo non è precisamente ‘ciò che semplicemente è’, o quiddità, ossia un “Essere come si è”. Questo qualcosa che semplicemente è, o quiddità, non è una condizione che possiamo conoscere attraverso la coscienza o la scienza.

Come possiamo conoscere il “ciò” che di una cosa semplicemente è?
Per noi praticanti zen Il modo migliore per compiere questa indagine è mettersi semplicemente seduti a fare zazen, lasciando che il fiore della forza vitale sbocci nella quiddità di ogni istante di vita.

 

Concluderei la nostra bella conversazione con una domanda che rivolgiamo spesso ai nostri intervistati: che cos’è per lei la filosofia?

Le rispondo con un celebre haiku del grande maestro Matsuo Bashō (1644-1694):

Separazione,
le spighe dell’orzo
tormentate fra le dita.

mugi no ho wo
chikara ni tsukamu
wakare kana

 

Giorgia Favero

 

Credits mindfulzen.it

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Le stelle di Talete: l’oroscopo filosofico per la vostra estate!

È tristemente noto l’aneddoto riguardante Talete che, mentre camminava guardando le stelle, cadde in una fossa e fu deriso da una servetta. Noi de La chiave di Sophia abbiamo deciso di correre lo stesso il rischio di osservare il firmamento per scorgervi il futuro e poter così dare ai nostri lettori alcuni consigli utili, e rigorosamente filosofici. Se credete che il nostro oroscopo di inizio anno ci abbia azzeccato, lasciatevi conquistare dalla nostra proposta estiva! E speriamo che anche questi consigli possano aiutarvi a passare un’estate serena.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-01ARIETE (21 marzo – 20 aprile): «Ciò che nell’uomo è immagine di Dio non è il fatto che egli sia una persona; ma qualcosa che è connesso con questo: è la facoltà di rinunciare a essere persona» scriveva Simone Weil. Nella de-creazione, ossia nella capacità di rinunciare alla centralità illusoria dell’ego, la filosofa francese vedeva la scelta etica più profonda che si possa effettuare, poiché in tal modo il mondo non è più valutato in base al piacere che dà all’Io, bensì vissuto in modo diretto e autentico, lasciando uno spazio per far emergere e ascoltare l’Altro. Voi Arieti dovreste imparare a “de-crearvi” ogni tanto: focalizzarvi su voi stessi spesso vi ha aiutato a raggiungere i vostri obiettivi ma non dimenticavi come si guarda con stupore ciò che vi circonda.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-02TORO (21 aprile – 20 maggio): «Né l’occhio, né l’immaginazione su questi massi informi trovano un punto su cui quello possa sostare con piacere o quella possa trovare un’occupazione o uno spunto per il suo libero gioco. Solo il mineralogista trova materia per rischiare avventate congetture circa le rivoluzioni di queste montagne. La ragione nel pensiero della durata di queste montagne, o nel tipo di sublimità che si ascrive loro, non trova nulla che le si imponga e strappi stupore e meraviglia. La vista di questi massi eternamente morti a me non ha offerto altro che la monotona rappresentazione, alla lunga noiosa, del: è così». Queste sono le considerazioni di Hegel dopo un viaggio tra le Alpi vicino a Berna. Per il filosofo tedesco insomma le istituzioni umane con le loro trasformazioni sono molto più affascinanti della monotona necessità naturale. Se siete d’accordo con queste righe, beh vi ho appena offerto una perfetta scusa intellettuale per risparmiarvi quest‘estate una passeggiata ad alta quota. Se invece leggendo queste righe vi siete indignati, vi invito a scrivere una vostra pagina di diario in cui contraddite Hegel; del resto anche i grandi filosofi ogni tanto sbagliano, no?

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-03GEMELLI (21 maggio – 20 giugno): «Io amo sperdermi per lunghi tratti come in mare e nei boschi gli animali, rannicchiarmi in beate fantasie, poi attirarmi a casa da lontano, e sedurre me stesso – a ritrovarmi». In queste righe Nietzsche elogia la buona solitudine, la libera, coraggiosa, lieve solitudine, uno dei suoi temi di riflessione più frequente. Per il filosofo tedesco la solitudine non era solo una fuga da un mondo che non lo apprezzava né capiva ma anche un modo per rafforzarsi e ritrovarsi, un luogo sicuro dove essere libero e pienamente sé stesso. Imparare a sedurvi, senza però cadere in un nichilismo narcisistico, è la non facile missione che vi assegno, gemelli.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-04CANCRO (21 giugno – 22 luglio): Prima di paragonare non molto cavallerescamente il concetto di Assoluto di Schelling alla notte nera in cui tutte le vacche sono nere, Hegel non era stato solo amico di Schelling, ma suo coinquilino! I due avevano vissuto insieme nel collegio del seminario teologico di Tubinga. Sotto lo stesso tetto insieme a loro dormiva niente di meno che Hölderlin, che sarebbe diventato uno dei più grandi poeti della storia tedesca, nonché riferimento centrale per il concetto di pensiero poetante di Heidegger. Riesci ad immaginare te e i tuoi coinquilini universitari tra vent’anni diventare le menti più geniali della vostra generazione e plasmare la storia del pensiero occidentale? Forse voi cancri fate bene a non eccedere con manie di grandezza ma attenzione a farvi troppo scudo della vostra umiltà: senza pensare in grande è difficile raggiungere risultati importanti.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-12LEONE (23 luglio – 23 agosto): Nel 1980 Foucault concesse a Le Monde un’intervista, pubblicata anonima, in cui discuteva del ruolo degli intellettuali nella società moderna. La provocatoria proposta avanzata dal filosofo francese era di far uscire per un anno tutti i libri senza il nome dell’autore, per costringere pubblico e critica a leggere davvero e senza pregiudizi le opere. Giudicare un libro dalla copertina (o dall’autore) – e in senso più ampio guardare la realtà attraverso i propri pregiudizi invece di considerarla davvero – sono difetti che abbiamo tutti, ma le convinzioni di voi leoni sono spesso più ferree del normale. Vi invito invece ad abbandonare alcune delle vostre categorie interpretative e di prendervi il tempo di leggere davvero e con pazienza il libro della realtà. Farete sicuramente delle scoperte spiazzanti ma sono certo che ne uscirete arricchiti.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-11VERGINE (24 agosto – 22 settembre): Ernst Bloch rimproverava a Freud di aver descritto l’inconscio solo in termini di “non-più-conscio”, di ciò che è stato rimosso o dimenticato. Il filosofo tedesco suggerisce invece di concentrarsi sul “non-ancora-conscio”, ciò che giace nella nostra coscienza come possibilità non ancora esplorata, come talento non ancora portato alla luce e tradotto in realtà. Voi vergini siete dei maestri nell’esercizio di scandagliare il rimosso per spiegare i vostri atteggiamenti ma questo può condurvi a chiudervi in voi stessi, rimuginare in eterno e bloccare così qualsiasi sviluppo. Seguite il suggerimento di Bloch e ascoltate questa “voce del diverso, del migliore, del più bello” che parla dentro di voi di possibilità inattuate che vi aspettano.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-10BILANCIA (23 settembre – 22 ottobre): Hannah Arendt, filosofa del segno della bilancia, ebbe una relazione d’amore tormentata con il suo insegnante Martin Heidegger, all’epoca già sposato. Un rapporto che si interruppe anche perché Arendt, in quanto ebrea, fu costretta a scappare dalla Germania, mentre Heidegger aderì al nazismo. Malgrado tutto la filosofa alla pubblicazione di Vita Activa, uno dei suoi libri più importanti, scrisse ad Heidegger: «Noterai che il libro non reca nessuna dedica. Se le cose tra noi fossero andate per il verso giusto – intendo dire tra e non per me o per te – ti avrei chiesto di potertelo dedicare, ha cominciato a prendere forma fin dai primi tempi di Friburgo, e ti è debitore sotto ogni aspetto, di quasi tutto». Care bilance, imparate da Arendt a riconoscere i vostri debiti intellettuali ed emotivi, anche nei confronti di una persona che ormai vi è lontana e ha smesso di essere un modello.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-09SCORPIONE (23 ottobre – 22 novembre): «La chiacchiera è la possibilità di comprendere tutto senza alcuna appropriazione preliminare della cosa da comprendere. La chiacchiera garantisce già in partenza dal pericolo di fallire in questa appropriazione. La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime dal compito di una comprensione genuina, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di inaccessibile». Questa è la dura condanna che Martin Heidegger rivolse alla chiacchiera, forma dell’esistenza inautentica. Abbandonarsi a questo modo di discutere superficiale è una tentazione spesso irresistibile ma, miei cari scorpioni, ricercate una conversazione più attenta, precisa e fondata: potrete certamente imparare molto di più dal vostro interlocutore e da voi stessi. 

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-05SAGITTARIO (23 novembre – 21 dicembre): Jacques Derrida era solito raccontare sempre la stessa barzelletta ad amici e colleghi: alcuni animali si recano in campagna per fare un picnic, ma una volta trovato un bel prato ombroso si rendono conto di aver dimenticato il pane. L’unica ad offrirsi di tornare indietro a prenderlo è la tartaruga, che chiede però il favore di aspettarla prima di iniziare a mangiare. Dopo circa mezz’ora di attesa gli animali sono affamati e così il gatto propone di iniziare ad assaggiare qualche stuzzichino. Tuttavia, appena tira fuori il barattolo delle olive, da un albero poco lontano dalla radura si sente alzarsi la voce della tartaruga: “Guardate che se iniziate a mangiare senza di me io torno indietro eh!”. Il contenuto filosofico della barzelletta? Derrida non ce l’ha lasciato scritto, toccherà a voi sagittari trovarlo. O decidere di non interpretarla e ridere senza sentire l’esigenza di intellettualizzare ogni cosa.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-08CAPRICORNO (22 dicembre – 20 gennaio): Jacques Lacan avvertiva che nell’epoca del consumismo la struttura del Super Io è cambiata rispetto a quella descritta da Freud. Il Super Io non è cioè più un’istanza censoria severa che ci proibisce determinati piaceri; al contrario si configura come una forza che ci spinge al godimento continuo ed eccessivo, alla Juissance. Resistere a questa forza psicologica e sociale che ci obbliga a divertirci di continuo è più che legittimo; di conseguenza se quest’estate ogni tanto non avrete voglia di andare a ballare e ubriacarvi e preferirete al contrario trascorrere qualche momento solitario in tranquillità allontanate il senso di colpa socialmente imposto. Pensate invece che questo non solo è un vostro sacrosanto diritto ma un atto di resistenza.

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-06ACQUARIO (21 gennaio – 19 febbraio): Tertulliano è passato alla storia della filosofia per la citazione Credo quia absurdum (credo perché è assurdo). Probabilmente non pronunciò mai davvero questa frase, che però condensa efficacemente il suo pensiero, espresso anche nella citazione Et sepultus resurrexit; certum est, quia impossibile (una volta sepolto risorse; è certo, perché è impossibile). Miei cari acquari, non voglio avventurarmi a indagare il mistero della fede ma invitarvi a considerare il paradosso non soltanto di credere a qualcosa che va oltre alla logica, ma di crederci perché è assurdo. Si tratta in fondo dello stesso aspetto paradossale sottolineato da Kierkegaard quando parla di fede come “salto” e “scandalo”. Prescindendo dall’aspetto puramente religioso, invito voi acquari ad assecondare la vostra curiosità ed essere pronti nei prossimi tempi a saltare oltre la logica. 

 

oroscopo-filosofico_la-chiave-di-sophia_estate-07PESCI (20 febbraio – 20 marzo): Il filosofo tedesco Günther Stern era solito scrivere articoli per un giornale berlinese, finché il suo editore non lo convocò e un po’ imbarazzato gli chiese di scegliersi un cognome diverso, poiché Stern suonava “troppo ebreo”, fatto ormai inaccettabile nella Germania nazista. L’autore scelse quindi provocatoriamente lo pseudonimo Anders (“diverso” in tedesco), e con questo è passato alla storia. Miei cari pesci, seguite l’esempio del filosofo tedesco, esibite la vostra diversità, non nascondetela ma al contrario portatela in alto come una bandiera di cui andare fieri.

 

Lorenzo Gineprini

 

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Inconcludenza come amore della condizione: un assaggio

L’inconcludenza è sostanzialmente il fastidio di essere infinito. Io mi rendo conto di essere in-finito, e per questo mi infastidisco. Non concluderò mai nulla perché la mia natura me lo impedisce. Essendo io libero nella mia essenza, non lo sarò mai per davvero.

Se esuliamo dalla libertà civile e legale, la libertà diventa qualcosa di etereo, perché respira. La mia libertà è la libertà di essere nel mondo, che per quanto mi ponga dei limiti dettati dalla biologia e dall’ecosistema, mi permette di fare della mia presenza qualche cosa. E questo è già di per sé fondamentale e fondante per essere libero, perché quel “qualche cosa” non ha dovere di esistere, ma solo diritto – e il diritto è qualcosa che l’universo, come grande sistema naturale vincolato a se stesso, non può conoscere. Dunque la libertà dell’essere è già nella fatalità della sua esistenza.

Questa libertà non può essere però soddisfatta, giacché se lo fosse non si potrebbe più parlare di essere vivente e quella libertà diverrebbe anonimia, cioè universalità, formula compiuta e a-diplomatica. Partecipare alla vita invece significa passare sempre attraverso il particolare, dove scorre il tempo, in virtù di un principio che risiede al di fuori del sé. Ciò che mi completerebbe è ciò che distruggerebbe la condizione in cui sono e mi conosco – l’unica, perché fatale.

Si capisce allora come io, quale essere vivente, sia destinato a non concludere nulla; la conclusione è una giustificazione, che riduce il nome e le parole alla chiarezza di senso, all’impersonalità. Semplicemente si potrebbe dire che una volta raggiunta la cima devo scendere la china, o affrontare chissà cos’altro, ma in un senso più profondo l’inconcludenza rappresenta il consolidamento della mia assurdità e una rivelazione traumatica per la ragione stessa. La ragione scopre, sgranando gli occhi, che quanto ha edificato è relativo a chi edificava, che gli ordini da essa disposti hanno il carattere della convenienza e della convenzione, e che dunque non ha fatto altro che servirsi dell’immaginazione fino ad immedesimarsi totalmente con essa. Sotto la prospettiva inconcludente, la ragione scopre di inventare mondi.

L’universo e il mio rapporto con esso inizia a disilludersi. Si manifesta invece una circolazione indifferente che coinvolge ogni fenomeno senza privilegiarne nessuno. L’inconcludenza comincia così, nella delusione di essere se stessi, quindi nella stizza di non poter comprendere nulla, che infine può sfociare nella pura angoscia. L’inconcludenza non scompare nemmeno quando mi concentro su un contesto specifico che richiede determinate competenze: retrospettivamente mi sarò ingannato per potermi concentrare, avrò cioè ignorato le mie ridondanze per esser libero di immaginare, e quindi avrò affermato la stessa inconcludenza da cui volevo fuggire. Prima del lavoro c’è l’immaginarsi che quel lavoro abbia valore per un altro scopo immaginato. E se invece mi limito a cercare di soddisfare la mia fame, cioè i miei vincoli biologici, senza perdermi nella riflessione infinita, mi sarò totalmente calato nella cosmologia inconcludente, perché sarò divenuto creatura che esiste senza fine assorbita nel mare magno della materia che semplicemente si trasforma e fa.

La ragione del mondo non esiste. Il suo unico principio è l’elevatissima improbabilità di essere così com’è. Ma questa stessa inconcludenza, essendo appunto indefinibile e leggerissima, non può soffermarsi a lungo; deve presto ripartire. Se io sono inconcludente, sono subito rimesso al mondo. Se io sono inconcludente, l’esistenza che interpreto è ontologicamente innocente. La metafisica è la dimensione cosmica che giustifica tutto senza impedire alcunché. All’orizzonte di un lungo inverno, sembra scorgersi un fievole bagliore: la vita può ritrovare la sua primavera. Se non sarà mai libera, lo sarà sempre, forse anche dopo l’ultimo dei suoi giorni. La sua realtà è quella immaginativa, che contenta di rinunciare è contenta di accogliere. La ragione, si dice, con tutte le sue impalcature, è il vero gioco sociale. Esagerando ed estendendosi dove non dovrebbe, l’inconcludenza diventa Agape, e allora diventa anche una profonda lezione politica.

Non si deve pensare che l’inconcludenza sia un incitamento alla sregolatezza. Piuttosto è un incitamento a comprendere quella sregolatezza, a comprenderne le ragioni (!) per poterla avvicinare. La rinuncia precede l’ascolto, e ciò a cui rinuncio è la testardaggine dell’Io, che coincide col dovere di esistere, con la sua imposizione che cerca un Uomo universale. Ma l’individuo in realtà è Caos. Io non devo esistere, io posso esistere, ed è a partire da questa consapevolezza che aspiro alla pace. Per altro, nel potere di essere, posso poi anche trovare il mio dovere, subordinato una volta per tutte. Un mondo inconcludente non è allora un inferno di pigrizia, ma un mondo saggissimo in cui l’individuo è acquietato e il bisognoso è ascoltato in virtù del suo disagio. Esagerando ed estendendosi dove non dovrebbe, l’inconcludenza diventa Agape1, e allora diventa anche una profonda lezione politica.

Utopie, certo, perché l’inconcludenza è anche questo, il progettare mondi che non esistono, ma che dimostrano quanto sia reale il ritorno alla pratica nel mondo nonostante abbia scoperto l’inconcludenza di ogni cosa. L’inconcludenza non mi vuole inerte; l’inconcludenza è una sfida, che sprona le coscienze avvelenate a cambiare direzione, cioè a perderle tutte per assumere la propria. Non sarò mai rinchiuso in me, perché ricorderò l’inconcludenza e allora mi ammorbidirò. L’inconcludenza è la categoria della gioia. Sapendo di non poter più conoscere, sarò comunque sempre consapevole.

 

Leonardo Albano

 

NOTE
1. È l’amore conviviale, capace di avvicinare ogni essere umano allo stesso focolare, annunciato dal cristianesimo che fu in vista della venuta celeste.

[Photo credit Lucas Ludwig via Unsplash]

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (Parte III)

Nei miei precedenti due articoli (parte I e parte II) è stata proposta, in sintesi, una narrazione storica della differenza di genere nell’ottica di spiegare come ancora oggi siano presenti iniquità in molti aspetti della vita delle donne. Uno di questi è quello della posizione delle donne nella scienza, che, come vedremo, è nata in un contesto storico già pienamente sfavorevole a una manifestazione emancipata del femminile.
L’estrema fiducia nella ragione come strumento della conoscenza, di matrice greca, accanto alla missione di governo e disposizione di tutte le cose della natura, secondo l’idea cristiana, si amalgamano come ingredienti che confluiranno, alla fine del Medioevo, nella rivoluzione scientifica. Mentre Galileo Galilei elevava la matematica a strumento principe e determinante dell’indagine scientifica, Francesco Bacone si distingueva come quel filosofo e teorico che diede indirizzo e forma alla nascente impresa scientifica. La sua idea di scienza si esprime molto chiaramente nella metafora della mente maschile che si appropria della natura, femmina da conquistare ed esplorare a piacimento, anzi, per Bacone è la natura stessa che abbisogna di essere domata, plasmata e soggiogata dall’intelletto scientifico.

Nel 1600 l’istruzione è ancora una prerogativa dei maschi, per quelli che se la possono permettere; le donne, se riescono a studiare, comunque non possono insegnare, come ben ci dimostra Elena Cornaro Piscopia, prima
laureata al mondo, a Padova nel 1678. Se le donne non possono studiare o insegnare, chi si occupa degli interessi e delle inclinazioni del 50% dell’umanità? Quasi nessuno. Infatti, solo per fare un esempio, tutti gli argomenti della medicina al femminile sono stati molto trascurati. L’apparato riproduttivo femminile ha sofferto a lungo della visione di mero substrato, tanto che solo verso la fine del 1600 viene ipotizzata l’esistenza degli ovuli. Addirittura, la tesi viene avversata in vari modi perché per secoli si era detto che la madre era solo una specie di forno di lievitazione, e solo a metà del 1800 si capì meglio la fisiologia del concepimento. Ancora oggi disconosciamo molti aspetti della riproduzione, soprattutto femminile.
Mentre Bacone e Galilei gettano le fondamenta della nascente scienza, l’Inquisizione si occupa di mettere in atto la più grande opera di persecuzione dell’eresia, in cui verranno messe al rogo migliaia di donne accusate di essere streghe, su istruzione del Malleus malleficarum (di Sprenger e Heinrich, 1487), che spiegava come ogni stregoneria nascesse dalla lussuria insaziabile delle donne.

Nel XVII secolo le donne erano ormai state allontanate da molti lavori e occupavano esclusivamente lo spazio della casa, concretizzando sempre più l’immagine borghese della donna dedita alla vita domestica e lontana dagli spazi pubblici. Le donne sono apparse in massa sulla scena pubblica solo recentemente, e ancora troppo parzialmente. Il contributo delle donne al mondo del sapere si sta facendo sentire in molti settori, tra i quali anche l’antropologia e l’archeologia, consentendo di svelare il contributo femminile nella storia delle società, che fino a prima era stato omesso. Infatti, fintanto che in tutte le discipline gli studiosi erano uomini, il risultato delle loro ricerche non poteva essere altrimenti che imperniato di un’ottica esclusivamente maschile. Ad esempio, il paradigma del primitivo uomo cacciatore è stato così a lungo enfatizzato da venire declinato come spiegazione di molti fenomeni squisitamente umani, come le abilità di pensiero logico-simbolico o il linguaggio, non tenendo conto del fondamentale contributo femminile all’economia di sussistenza familiare e dell’imprescindibile apporto della cura delle madri nel plasmare l’educazione e la cultura umana.

A proposito di negligenza dello sguardo maschile, nel campo della medicina è particolarmente importante la questione di quanto siano state trascurate le diversità sia anatomiche che fisiologiche del corpo femminile, e questo ha avuto ovvie implicazioni di salute. Finalmente, nel corso del ‘900, la possibilità di accesso alle aule universitarie per le donne, sia come studentesse che come docenti, ha permesso di costruire i presupposti per comprendere molte questioni che si caratterizzano diversamente in base al sesso. Ma non è ancora finita con le discriminazioni, perché ancora oggi la ricerca scientifica continua a privilegiare cavie animali maschi, sia per sperimentare farmaci sia per capire le malattie, ma farmaci e malattie non si comportano ugualmente nei maschi e nelle femmine. Su questo argomento è molto apprezzabile il contributo della rivista scientifica più prestigiosa al mondo, Nature, che più volte ha dato spazio a voci di denuncia alla gender inequality.

La scienza, così come il resto delle discipline, deve fare spazio anche alle donne, sia come oggetti di studio che come soggetti della ricerca, affinché entrino in gioco, perché è ormai evidente che possono e devono dare contributi brillanti e imprescindibili. A tale proposito ricordiamo che la prima persona a vincere due Nobel nella vita fu una donna (Marie Curie). Le donne possono contribuire enormemente alla conoscenza, mettendo in luce come spesso tutto il sapere che le riguarda, che è anche quello del 50% dell’umanità, è stato trascurato o mutilato. La subordinazione della donna è una condizione storica, dunque conoscerne la storia è la precondizione per cambiare il futuro, come già abbiamo iniziato un po’ a fare. È importante anche realizzare che il sistema patriarcale è così penetrato nelle nostre menti che, per imparare a pensare più equamente, abbiamo bisogno innanzitutto di riconoscere gli errori concettuali, distruggere gli stereotipi e costruire nuove mappe di navigazione, assieme, maschi e femmine.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
E. Fox Keller, Sul genere e la scienza, Garzanti, 1987.

 

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Informare a tutti i costi? I confini etici dell’informazione mediatica

Nel 2000 il telegiornale nazionale israeliano (Israeli Broadcasting Authority) trasmise in prima serata un video, in cui venne mostrato integralmente lo stupro di una donna al fine di sensibilizzare il pubblico ad un fenomeno allora sempre più diffuso nella società israeliana. Una tale scelta è lecita, oppure avrebbe dovuto essere censurata? Quali sono i limiti della libertà di espressione?

Gli argomenti a favore della trasmissione del video sono molteplici. In primis, per dirla con le parole di un grande difensore ottocentesco della libertà, John Stuart Mill, «il divieto pubblico di esprimere un’opinione è un delitto contro l’intera umanità». Il comportamento della tv israeliana potrebbe essere poi giustificato sostenendo l’importanza di informare il pubblico su un fatto accaduto. I cittadini hanno il diritto di essere messi al corrente di ciò che succede intorno a loro così da diventare consapevoli dei pericoli che li circondano. Inoltre tale visione, secondo l’emittente, dovrebbe avere un valore pedagogico, utile per far riflettere gli spettatori sulla gravità dell’evento.

È evidente che un video, così come un’immagine, ha un impatto emotivo sulle coscienze più forte del semplice linguaggio verbale. L’altra faccia della medaglia, d’altronde, è che un certo tipo di filmato potrebbe ledere la sensibilità dei telespettatori, in modo particolare dei minori (ricordiamoci che siamo in prima serata!). Inoltre, teniamo conto del fatto che questa donna, prima ancora di essere la vittima di atroci violenze, è una persona, la cui dignità viene lesa riducendola ad un mero strumento di comunicazione. Rispetto a ciò dovremmo forse prestare ascolto a Immanuel Kant e alla sua celebre formulazione dell’imperativo categorico: «Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche al tempo stesso come scopo, e mai semplicemente come mezzo».

Bisogna oltretutto tener presente il fatto che episodi di violenza di questo tipo, mostrati ad un largo pubblico, potrebbero generare un effetto contrario come l’emulazione (per così dire “la violenza genera violenza”). In merito a ciò, parafrasando Hannah Arendt, non rischieremmo forse di giungere a “banalizzare il male”? Essendo sottoposti continuamente a immagini di un certo tipo la violenza rischia di diventare routine. E allora l’indignazione, a cui mira l’emittente, non verrebbe compromessa?

Non si può non considerare che un video di questo tipo potrebbe essere scambiato per mero intrattenimento. L’emittente potrebbe sostenere che sia il pubblico stesso a richiedere la trasmissione del filmato; ma sono davvero gli spettatori a scegliere cosa guardare oppure sono i media stessi a influenzare le nostre preferenze? La tv potrebbe ribattere che si è pur sempre liberi di cambiare canale. Tuttavia il problema resta: di chi è la responsabilità della trasmissione? Del pubblico stesso, che attraverso lo share manifesta l’interesse, o dell’emittente che la manda in onda? E se a prevalere fosse l’interesse economico?

In fondo il pubblico è un’entità eterogenea e variegata; da un lato ci sono persone già sensibili a questo tema, a cui la visione non recherebbe alcun giovamento, dall’altro chi è già tendente a comportamenti violenti potrebbe prenderne esempio o entusiasmarsi.

Pur salvaguardando la libertà di espressione, temi sensibili come lo stupro, potrebbero essere trattati in altri modi come, ad esempio, promuovendo anche mediaticamente dei dibattiti e delle testimonianze per sensibilizzare le persone in tal senso. In sintesi, il focus della questione sembrerebbe essere il confine tra la libertà di informazione – che ha anche carattere pedagogico – e la censura di contenuti violenti. Pertanto è auspicabile proporre possibili modelli di intervento, tenendo in mente «una regola fondamentale: attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, e nello stesso tempo contribuire alla realizzazione del meglio».

Innanzitutto, il problema della censura potrebbe essere ovviato attraverso l’autodisciplinamento dei media stessi. Riguardo a ciò, sarebbe importante attuare una rilettura dei codici deontologici di chi si occupa di informazione, che spesso non vengono considerati con sufficiente attenzione. Sarebbe consigliabile inoltre potenziare, o eventualmente istituire, degli enti nazionali o internazionali super partes – sul modello dei comitati bioetici – composti da diverse figure professionali (filosofi, sociologi, esperti di etica della comunicazione, psicologi, etc.).

Naturalmente, le precedenti misure non potranno essere del tutto efficaci senza l’introduzione, nel percorso di formazione dei cittadini, di un’educazione all’utilizzo delle tecnologie e dei media. Tali problemi, tra l’altro, non sono estranei al nostro quotidiano: siamo al centro di questo dibattito, sia da spettatori che da attori. Non siamo forse responsabili a nostra volta della visualizzazione e condivisione di certi contenuti, che ogni giorno incontriamo sui social media?

“Mi piace”, “Condividi”, “Blocca”, “Segnala”: non sono forse queste le azioni da non sottovalutare? In fondo basta un click. La scelta è nostra.
Elena Soppelsa, Ludovica Algeri, Francesca Steffenino, Stefano Strusi, Lorenzo Milano e Leonardo Diddi
Corso Etica Applicate – Università di Pisa 

 

Bibliografia:
– O. Ezra, Freedom of Expression in Academia and Media, in Moral Dilemmas in Real Life, Law and Philosophy Library, vol. 74. Spriger, Dordecht 2006.
– M. Horkeimer, Eclissi della ragione. Critica della ragione strumentale, tr. it. a cura di E. Vaccari Spagnol, Biblioteca Einaudi, Torino 2000.
– I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, a cura di V. Mathieu, Bompiani, Milano 2017.
– J. S. Mill, Sulla libertà, a cura di G. Mollica, Bompiani, Milano 2000.

Sul tema dell’informazione si è confrontato anche un altro gruppo di studenti dell’Università di Pisa in questo articolo.

Lo Stato perfetto in Psycho-Pass

Rispetto ad opere di ingegno come i romanzi, o d’arte come i film, gli anime talvolta possono far storcere alquanto il naso, considerati come sono dai più (in Occidente) come “cose da bambini”, quasi non possano avere la stessa “dignità” dei romanzi o dei film. A ben considerare, questo giudizio non è però del tutto errato: gli anime, le trasposizioni animate dei manga (ossia dei fumetti nipponici) sono effettivamente anche “cose da bambini”, nella misura in cui i contenuti in essi espressi possono avere come target di riferimento i fanciulli – come non citare in proposito, ad esempio, Captain Tsubasa (1983-1986), noto in Italia con il titolo di Holly & Benji, i due fuoriclasse, oppure Sailor Moon (1993-1997)? Ma, appunto, quel giudizio è anche erroneo, perché gli anime possono veicolare messaggi “da bambini”, oppure “da adulti”. E quest’ultimo è appunto il caso di Psycho-Pass (2012-2014).

Psycho-Pass: in questa sede non ci si occuperà di evidenziare tutti i temi “adulti” (pure, molteplici) affrontati dalla serie ma di analizzare il concetto di Stato che essa mostra, un’analisi che culminerà con la questione concernente la perfezione o l’imperfezione di quell’ordinamento giuridico che pur, e sin dal primo episodio dell’anime, pretende di essere senza criticità di sorta.

L’anno è il 2112. La tecnologia ha raggiunto vette sì remote da permettere agli esseri umani di delegare totalmente alle macchine attività fondamentali per la sopravvivenza come l’agricoltura – ciò che ha permesso al Giappone di raggiungere l’autosufficienza alimentare, che a sua volta ha condotto a una politica estera isolazionista. La tecnologia, ancora, ha raggiunto vette sì remote da permettere agli esseri umani di delegare alle macchine la salvaguardia della propria specie – mediante il cosiddetto Sybil System. Il nome è evocativo e niente affatto “casuale”: così come, nell’età classica, la Sibilla Cumana tentava di predire gli eventi interpretando la volontà del dio Apollo, allo stesso modo molti secoli dopo un sistema neurale predice se il carattere di un individuo sia tale da condurlo a compiere crimini che possano infrangere l’equilibrio sociale.

Questo insomma il Giappone del futuro raccontato dall’anime: una società perfetta nella quale vi è completo ordine sociale grazie al totale controllo esercitato dal Sybil System, che, attraverso la polizia, provvede a reprimere i cittadini il cui carattere presenti un coefficiente di criminalità oltre i limiti consentiti, e a reprimerli in due modi, o rinchiudendoli in centri di terapie comportamentali dai quali solo difficilmente potranno uscire, oppure, se il loro coefficiente di criminalità è troppo alto, uccidendoli.

È davvero una società perfetta, questa? Sembra piuttosto discutibile. Discutibile perché perfezione non è sinonimo soltanto di ordine, in primo luogo. Uno stato totalitario è, ad esempio, totalmente ordinato, ma forse che per questo si possa dire sia anche perfetto? No, certo che no. Un ordinamento giuridico può essere pensato come ideale se, in esso, ai cittadini è garantita la libertà di essere pienamente fini-a-sé, e se ad ognuno di essi le politiche statuali garantiscono le medesime possibilità di essere scopi in se stessi, in piena giustizia – l’assenza di conflitti che da ciò consegue è dunque solo uno degli elementi che contraddistinguono una società perfetta, che primariamente è tale perché è etica. Ma, e nonostante tutta la sua avanzatezza tecnologica, quest’ultima è una considerazione che non è sviluppata dal Sybil System, da tale elaboratore dati che sfrutta la sinergia simultanea di cervelli umani per agire – in effetti, è una sorta di biocomputer. Che, al contrario, ritiene di aver dato i natali ad una società perfetta – secondo la tesi, tanto logicamente corretta quanto moralmente riduttiva, che uno Stato sia ideale se nessun cittadino infrange la legge. Quando in realtà la Tokyo del 2112 da esso retta è solo una società perfettamente disumana.

 

Riccardo Coppola

 

[Immagine tratta da Unsplash]

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La politica incontra il male per il bene: Machiavelli e il Divo di Sorrentino

“Lei ha sei mesi di vita”, mi disse l’ufficiale sanitario alla visita di leva. Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto. Ma era morto lui. È andata sempre così: mi pronosticavano la fine, io sopravvivevo; sono morti loro.

Inizia così Il Divo, film del regista Paolo Sorrentino su la vita di Giulio Andreotti.
Giulio Andreotti non era solo un politico, il Divo così soprannominato, fu l’immortale uomo di Stato, tra i maggiori esponenti della Democrazia Cristiana nel lasso 1948-1993 e pilastro indiscusso della Prima Repubblica, conclusasi in merito allo scandalo Tangentopoli.
Un uomo che ci viene raccontato magistralmente dal regista napoletano Paolo Sorrentino, in quello che lui stesso definisce il proprio capolavoro cinematografico, facendosi beffe del premio Oscar La grande bellezza.
Una pellicola dirompente tra realtà e menzogna perché tutto si è scritto sul Gobbo, ma nulla si è veramente compreso. Tutto nascosto dalla sua criptica mimetica, dall’impassibilità nel volto e dell’impenetrabilità della prassi politica. Non è bastata neppure la nota pop voluta nel film, per rendercelo familiare e neanche la maschera di Toni Servillo come interprete. Ma nei dialoghi e nelle citazioni desideranti di immedesimare l’ironia cronica del Senatore, è possibile delineare le dinamiche che lo hanno reso tale nella storia e la formazione politica che lo ha introdotto nelle istituzioni repubblicane.

Il film è ambientato tra il 1991 e il 1993, quando Giulio ancora occupava la vita politica nel Paese. Diventato per la settima volta presidente del Consiglio è in corsa per la successione a Cossiga al Quirinale. Gli ultimi ruggiti pacati del democristiano prima degli scandali giudiziari che lo videro imputato per presunte collisioni con la mafia.
Scene arricchite dai palazzi di potere, dalle correnti di partito, dalle cene e dai festini nelle più celebri palazzine di Roma. Tutto contrapposto alla perenne solitudine nella quale riversava e alle frequenti emicranie che gli impedivano lunghi periodi di lavoro.
Due soli anni per poter delineare, quello che oggi viene definito il politico di professione.
Tralasciando le sue peculiarità fisiche e intellettuali, è doveroso indagarne la formazione politica in termini di opere nelle quali è possibile collocarlo.
Uno di questi è Il Principe1 scritto da Machiavelli nel 1513 trattato di dottrina politica. Fu dedicato a Lorenzo de’ Medici, nipote del Magnifico e duca di Urbino, allo scopo di educare il giovane esuberante e ambizioso alla vita politica, che richiedeva non solo abilità intellettuali ma astuzia, scaltrezza, virtù e resistenza. Tutto per il bene della Repubblica seppur i mezzi da utilizzare possano essere definiti poco benevoli e dall’esito incerto.
Andreotti quest’opera la conosceva bene come la maggior parte della classe dirigente non solo della Democrazia Cristiana ma di tutto il mondo politico. L’ambiente d’allora lo esigeva. Infatti nella Prima Repubblica veniva attuata una democrazia puramente rappresentativa, ancora poco soggetta alle trasformazioni odierne di sistema e ad un’opinione pubblica onnipresente.

La sezione diciottesima intitolata Quomodo fides a principibus sit servanda2, ovvero in che misura i principi debbano mantenere la parola data, è uno dei capitoli più controversi del Principe, in cui Machiavelli affronta la delicata questione della possibilità o meno per il sovrano di comportarsi con astuzia e venir meno agli impegni sottoscritti ufficialmente.
Viene descritto come il principe d’allora potesse governare servendosi della forza e come dovesse essere per metà uomo e per l’altro bestia.
Una bestialità divisa tra volpe (astuzia) e leone (violenza), entrambe necessarie all’azione di governo. L’astuzia si manifesta soprattutto nella capacità di venir meno agli impegni presi e nel non mantenere la parola data, quando ciò è necessario per conservare lo Stato. Tema che si lega strettamente a quanto affermato nel capitolo XV relativamente alla necessità per il principe di comportarsi in modo non etico perché lo Stato è un valore assoluto da preservare a ogni costo, baluardo contro il disordine e l’anarchia.
Inoltre il concetto della simulazione e della dissimulazione rappresentano i mezzi utili al sovrano per, non avendo tutte le buone qualità che ci si aspetta da lui, parere di averle. Ciò non significa che il sovrano debba necessariamente compiere il male ma non deve rifuggire dal compiere azioni delittuose se necessitato e, al contempo, badare che non gli esca mai di bocca qualcosa che contraddica le migliori qualità che normalmente ci si attende dall’uomo di governo, per cui egli deve apparire pietoso, fedele, umano, leale, religioso. Un’immagine che identifica Andreotti con tutti i suoi segreti e ben è stata rappresentata nel monologo finale del film di Sorrentino.

“(…)Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute (…) Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. (…) Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta.”

La politica così rappresentata deve includere dentro di sé il male – nella simulazione e dissimulazione – per il bene. Il fine che giustifica i mezzi3 riutilizzando le parole di Machiavelli così che il Principe possa conservare lo Stato nei momenti di crisi.
L’epoca odierna della politica al cui centro risiede la trasparenza incondizionata, ostacola tutto ciò considerando il bene per il bene. C’è da chiedersi dove stia la verità e il buon ordine di governo. Comunque sia, il primo passo è prendere consapevolezza della realtà, agendo di conseguenza, senza dimenticare che la politica prima delle sue correnti è partecipazione.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE:
1. Il Principe, Niccolò Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti
2. Quomodo fides a principibus sit servanda, capitolo diciottesimo del Il Principe, N. Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti p.154
3. Il Principe, Niccolò Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti, cap. XVIII p.155

Immagine di copertina tratta da una scena del film.

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L’imprescindibilità dell’essere donne

Nel momento in cui penso a me stessa, cercando di definirmi, sento di dover anzitutto registrare che sono una donna. Probabilmente un uomo, quando riflette su se stesso, non comincia classificandosi come un individuo di un certo sesso: lui è un essere umano. Nel suo rapportarsi al mondo, può dimenticare la propria particolare anatomia. La donna, invece, sente incessantemente il peso del proprio corpo sessuato, che risulta costantemente implicato in ogni sua relazione con il mondo.

Aristotele diceva: «La femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità. Dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole»1; San Tommaso, riprendendo Aristotele, considerava la donna «un uomo mancato, un essere occasionale»2. Sembrerebbe che il corpo dell’uomo abbia un senso autonomo, indipendente, mentre quello femminile non avrebbe alcun senso se non rapportato a quello del maschio. In quest’ottica, è l’uomo a decidere ciò che la donna dev’essere. Appare al maschio immediatamente come un individuo sessuato, per lui ella rappresenta l’Altro.

Nelle società primitive si trova sempre una dualità: quella dell’Uno e dell’Altro (Zeus-Urano, Sole-Luna, Bene-Male, Dio-Lucifero). L’alterità si manifesta come una categoria costitutiva del pensiero umano. Hegel comprende la violenta importanza di tale categoria: il soggetto è capace di scoprirsi solo opponendosi a ogni altra coscienza, esso vuole affermarsi come essenziale e rendere l’Altro un inessenziale. La coscienza dell’altro, tuttavia, gli oppone a sua volta la stessa pretesa, rendendo obbligatorio il riconoscimento della reciprocità del loro rapporto. Nello scontro tra i sessi, invece, solo uno dei due termini si è affermato: l’uomo. Quest’ultimo, abolendo ogni relatività, ha definito la donna come pura alterità. Sorge spontaneo chiedersi perché la donna si dimostra così passiva, così incline a piegarsi, perché si fa porre come l’Altro, senza rinfacciarsi a sua volta come Uno?

I due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali; ancora oggi, nonostante la situazione sia nettamente migliorata, la donna versa in una condizione di inferiorità: anche se le sono stati riconosciuti dei diritti, una lunga abitudine sembra ancora impedire che trovino nel costume la loro espressione concreta. Economicamente uomini e donne costituiscono due caste distinte: i primi solitamente godono di condizioni più favorevoli; inoltre, sono ancora loro a detenere la maggioranza delle cariche socialmente più importanti. Ormai è più che risaputo: la storia è stata fatta dai maschi, per questo le donne faticano ancora a partecipare alla costruzione dei fatti umani nel mondo.

Fin dall’antichità, legislatori, preti, letterati e filosofi si sono dilettati a descrivere la debolezza della donna e a dimostrare che la sua condizione subordinata è un dato naturale, voluta da Dio e utile per la terra. Tuttavia, alcuni punti di rottura si registrano con Montaigne, che sembra intuire l’ingiustizia del destino femminile, ma afferma contraddittoriamente che «è contro ragione e contro natura che le donne siano padrone in casa propria. Non lo è che governino un impero»3.  Solo durante l’Illuminismo si comincia a considerare lucidamente la questione. Diderot riconosce che le donne in ogni società «sono state trattate come esseri inferiori»4, perciò si adopera a mostrare che sono esseri umani come l’uomo. Poco dopo è la volta di Stuart Mill, che le difende con estremo ardore fino a sostenere «che la carriera delle donne debba rendere giustizia alle loro facoltà»5.
Ciononostante, il mito dell’Altro era ed è ancora caro a tanti, del resto come biasimarli se non lo sacrificano volentieri! Occorre, infatti, molta abnegazione per cessare di considerarsi il Soggetto assoluto e unico.

La maggioranza degli uomini oggi non afferma apertamente questa presunzione, non afferma l’inferiorità della donna. Probabilmente sono troppo «democratici» per non riconoscere astrattamente in tutti gli esseri umani degli uguali. Tuttavia, si sente spesso pronunciare che le donne sono in condizione di uguaglianza di fronte agli uomini e che non hanno quindi più niente da rivendicare, e contemporaneamente si sente dire che le donne non saranno mai in condizione di uguaglianza, per cui le loro rivendicazioni sono vane. Ciò perché l’uomo oscilla passando facilmente dalla semplice constatazione dell’inuguaglianza concreta e la tematizzazione dell’uguaglianza astratta, alla tematizzazione dell’ineguaglianza concreta e la tentazione di abolire l’uguaglianza astratta. Risulta ancora difficile misurare l’estrema importanza di certe discriminazioni sociali, che sono presentate come insignificanti, ma le cui ripercussioni sono così tanto profonde nella donna da farle credere che siano determinate dalla natura.

Dunque, cosa vuol dire percepire di essere donne? Molto si è detto e scritto e molto io stessa ho appreso vivendo, eppure la questione non è affatto giunta al capolinea, e probabilmente il suo scopo ultimo è non raggiungerlo mai. Non dobbiamo ignorare il fatto che sentiamo di non poter prescindere dal nostro corpo femminile per valutare la nostra esistenza; questo fatto così immediato può sembrarci ovvio e quindi aggirabile. Tuttavia, bisogna problematizzarlo costantemente, perché condiziona il nostro modo di vivere il mondo.

 

Giulia Castagliuolo

 

NOTE
1. Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol. V.
2. T. d’Aquino, Summa Theologica, parte I questioni 92 e 99.
3. M. de Montaigne, Saggi, libro III, Milano, Bompiani, 2012.
4. D. Diderot, Sur les femmes, Paris, Gallimard, 2013.
5. S. Mill, la servitù delle donne, Roma, Savelli, 1977.

 

Giulia Castagliuolo, studentessa al terzo anno di filosofia presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Abbraccia l’idea di una filosofia come creazione che spinge a credere nella vita e ad agire nel mondo.

Ritrovare il senso del mistero e recuperare la categoria del sacro

Non molti anni fa Giorgio Gaber cantava che «l’uomo non ha più il gusto del mistero»1, individuando nello smarrimento del senso del mistero e del sacro una cifra precipua del nostro tempo.

Osservando accuratamente molte manifestazioni umane, del mondo occidentale in particolare, si rileva come esse siano caratterizzate da superficialità e banalità che si palesano in un conformismo omologante e in un consumismo spersonalizzante. Una vera e propria mutazione antropologica, per servirci di una risoluta e profetica definizione pasoliniana2. Esseri umani che perdono la propria essenza di persone, abdicando al pensiero autonomo, alla riflessione, all’incontro autentico con tutto ciò che è altro da sé, in particolare l’altro uomo, il rapporto con il mondo della vita e con tutto quanto questo incontro può generare nell’interiorità del singolo.

Una delle peculiarità umane che, da diverso tempo a questa parte, stanno venendo meno è certamente il senso del mistero. Quella dimensione che si lega a tutto quanto non è spiegabile razionalmente, a ciò che “sfugge” ad ogni comprensione, a quanto emerge dal senso del limite. La condizione umana è quella di colui che non s’accontenta della propria connotazione finita ma è predisposto ad avvertire un senso di spaesamento, tremendo e al contempo affascinante, di fronte all’esistenza e a ciò che la trascende, a ciò che le è totalmente altro.

L’essenza della soggettività umana è predisposta ad avvertire il senso del mistero, che scaturisce proprio dalla continua relazione con l’indecifrabile complessità del mondo della vita e che conduce a percepire la dimensione infinitamente eccedente del senso della totalità. Quel senso che pur sfuggendo continua ad attrarre l’interiorità dell’uomo, poiché, come spiega il teologo e filosofo Rudolf Otto nell’opera Il sacro (Das Heilige, 1917), l’uomo oltre alle categorie della razionalità possiede pure la categoria del sacro, il cui dato originale è il numinoso, il razionalmente indeducibile, l’incomprensibile, l’indicibile, quanto è sovrabbondante rispetto alle proprie capacità intellettive. L’essere umano avverte, attraverso la categoria del sacro, la dimensione ineffabile, il mistero dell’esistenza, il suo carattere esorbitante rispetto alle categorie della ragione, mute dinanzi al mistero della Vita, al senso del limite, al senso ultimo. In proposito, così si esprimeva nel proprio testamento spirituale il filosofo Norberto Bobbio: «come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo e le varie religioni interpretano in vari modi»3.

La categoria del sacro permette di assaporare il mistero dell’esistenza, nel suo carattere terribile e affascinante al contempo. Il mistero, ciò che evade la prigione del concetto, è alcunché di sconosciuto, non manifesto, totalmente altro. L’essere umano è attratto esteriormente e attraversato interiormente dal mistero inesprimibile, tutt’al più avvicinabile con la parola poetica o l’esperienza mistica. In questo senso, come non ricordare l’esempio edificante, gli scritti e l’esperienza mistica della giovane ebrea olandese Etty Hillesum4, testimone di come il senso del mistero innalza l’uomo interiormente oltre la propria finitezza, lo attrae verso ciò che è altro, che sfugge, che è in-finito, avvicinabile solo asintoticamente, ma verso il quale l’uomo non è comunque propenso a rinunciare, perché tale attrazione, tale fascinazione che fa vibrare e suonare le fragili corde del suo spirito, è connaturata alla sua essenza.

Da qui, le religioni: tentativi per eccellenza, più o meno mirabili, di dare risposta al sacro. Invero, il senso del mistero e la categoria del sacro che ad esso si addice, appartengono alla complessa profondità di ogni spirito umano, teso per essenza a percepire, attraverso l’esperienza della vita, l’indicibile. Il sacro precede e può dunque fondare ogni religione, che solo su di esso può edificarsi. Diversamente, in assenza del sacro, di questo imprescindibile dato originale, il tempio, ogni tempio, di qualsivoglia religione, rimane una scatola vuota, il cui obiettivo non può coerentemente dirsi quello di dare risposta al numinoso e di configurarsi dunque come orizzonte di senso. È così comprensibile l’asserzione di Rudolf Otto quando scrive: «Ciò di cui parliamo – il sacro – […] costituisce l’intima essenza di ogni religione, senza la quale la religione non sarebbe»5.

Il sacro si configura dunque come una categoria a priori, non oltre quelle della ragione, ma in un certo modo al loro fianco. L’essere umano possiede entrambi questi a-priori per stare al mondo, l’utilizzo di uno solo dei due ne stralcia la sua essenza, ne elimina la complessa e straordinaria struttura interiore e le possibilità esteriori. L’una sostiene l’altra. Così come è importante educare la facoltà di pensare e ragionare criticamente6, altresì l’a-priori del sacro necessita oggi, con rinnovata urgenza, di essere riscoperto. Ma per riemergere, la categoria del sacro ha bisogno di essere risvegliata alla coscienza del singolo, ricondotta al centro dell’esperienza soggettiva e questo si può fare solo se si recupera il senso del mistero. Quest’ultimo abbisogna del silenzio, della riflessione, del raccoglimento interiore, lontani dal rumore delirante della quotidianità ipermoderna. Un frastuono contrassegnato da parole vuote, superficiali, che bombardano la nostra vita in una bulimia inarrestabile d’informazione. Invero, è solo dal silenzio e dalla contemplazione consapevole del reale che può ri-emergere nell’uomo la capacità di trascendere l’immanenza omologante nella quale è immerso, verso un’apertura e una consapevolezza del mistero che avvolge la vita. Anche questo qualifica un’esistenza umana completa: senza il senso del mistero, del sacro, l’uomo perde una dimensione centrale dalla propria essenza, verso una tragica mutazione antropologica. Diversamente, recuperando questa dimensione è possibile sperare in un nuovo umanesimo, una visione del mondo che abbia l’uomo al centro della vita. Un uomo nuovo che, evitando di adagiarsi al ristretto orizzonte del già dato, riconosca di poter oltrepassare la propria datità in favore di un contatto nutriente con il mistero dell’esistenza e della sua sacralità, sola fucina di slanci relazionali, artistici, intellettuali e spirituali.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. G. Gaber, E pensare che c’era il pensiero, GIOM, 1994.
2. Cfr. P. P. Pasolini, Lettere luterane, Garzanti, Milano 2009.
3. Vedi: http://www.repubblica.it/2004/a/sezioni/spettacoli_e_cultura/bobbio/volont/volont.html
4. Cfr., E. Hillesum, Diario, tr. it. Di C. Passanti , T. Montone e A. Vigliani, Adelphi, Milano, 20133.
5. R. Otto, Il sacro, tr. it di E. Bonaiuti, SE, Milano 2009, p. 21.
6. Su questi temi mi permetto di rimandare ad un mio precedente articolo sulla centralità dell’educazione al pensiero critico e autonomo: http://www.lachiavedisophia.com/blog/educhiamoci-a-pensare/

[Photo credits Lenka Sluneckova via Unsplash.com]

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L’impressionismo prima degli impressionisti

Esiste una pur remota possibilità che uno o più artisti abbiano anticipato, nelle forme e nei contenuti, i caratteri fondanti, e spesso inconfondibili, di una corrente artistica di molto successiva? Come già ho avuto modo di dimostrare in un mio vecchio articolo dedicato al pittore genovese Luca Cambiaso, in rarissime occasioni questo può accadere, anche se, di fatto, non si può certo parlare di vera e propria anticipazione, ma, piuttosto, di casuale coincidenza formale, talvolta sorprendente ma comunque destinata a rimanere tale, non potendo essa colmare le abissali distanze concettuali e contestuali che intercorrono tra un dato movimento artistico (o ancor meglio un’Avanguardia) e il suo fantomatico precursore.

Quando si viene a prendere in considerazione la poetica dell’Impressionismo, tuttavia, le cose cambiano radicalmente. Infatti, se da un lato le grandi Avanguardie di inizio Novecento presentano delle caratteristiche ben definite e marcate e, spesso, fanno perno su un manifesto che ne illustra i propositi, l’Impressionismo francese è una corrente dalle basi teoriche meno solide, fondata su assunti semplici e su un’eccezionale immediatezza visiva. L’obiettivo principale dell’arte portata avanti da Monet, Cézanne, Renoir e compagnia è quello di catturare un’immagine della realtà quotidiana così come la si percepisce a un primo e fugace sguardo, e di rielaborarla in pittura con un tocco rapido e brillante. Ciò significa che l’arte di questi maestri presenta un caos di pennellate dense e talvolta grossolane che, una volta viste da lontano, si ricompongono in un magnifico ordine che ci mostra una qualche veduta della Senna o un affollato locale alla moda parigino.

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Ecco che queste caratteristiche generali, e a dire il vero piuttosto generiche, hanno alimentato osservazioni su osservazioni da parte della critica, che presto ha saputo individuare modelli e precursori di questo tipo di pittura. Cosa che, in fin dei conti, non è poi così difficile, visto che la sua qualità fondante è essenzialmente quella pennellata spessa e veloce che si vede soprattutto in Monet e Sisley. È in particolare il cadorino Tiziano Vecellio a essere indicato come il primo grande precursore dell’Impressionismo. Nelle sue opere tarde, vale a dire quelle databili dal 1560 fino all’anno della morte (1576), il grande maestro veneto porta lo sviluppo della pittura tonale a estreme conseguenze, raggiungendo risultati che esteticamente si discostano molto dalla pittura coeva: la Punizione di Marsia di Kromeritz o il Ratto d’Europa di Boston ne sono due ottimi esempi. Questa fase della produzione di Tiziano fu molto apprezzata da numerosi pittori francesi dell’Ottocento, in particolare da Delacroix, artista molto noto agli impressionisti e che in qualche modo può rappresentare il trait d’union tra il maestro veneto e quelli d’oltralpe. Tuttavia, nonostante Tiziano fosse studiato e ampiamente apprezzato nella Parigi di quegli anni, la sua arte è troppo distante sia storicamente sia culturalmente dai risvolti del secondo Ottocento parigino per poter figurare come anticipatrice della corrente impressionista: le basi comuni, che si limitano a una vaga somiglianza stilistica nella stesura del colore, sono davvero troppo deboli.

Tuttavia, alcuni decenni prima, ci fu un altro grande ammiratore della pittura di Tiziano dall’altra parte della Manica, il quale va considerato a mio parere il vero e forse unico grande precursore dell’Impressionismo, l’inglese William Turner. A partire dal 1820 egli adottò un’impronta stilistica sempre più moderna, che giunse progressivamente a quelli che, negli anni ’40 dell’Ottocento, furono dei veri e propri colpi di genio, dipinti al limite dell’astrazione, come dimostra il capolavoro Rain, steam, speed della National Gallery di Londra. Risultati di questo calibro furono raggiunti oltre trent’anni prima rispetto ai capolavori di Monet e Renoir, in un contesto storico, quello contingente alla rivoluzione industriale, del tutto simile: così come in Francia si sentiva il bisogno di un cambiamento, così in Inghilterra Turner lo ha sentito parecchi anni prima, non limitandosi a un approccio di stampo romantico verso i paesaggi inglesi, ben esemplificato dalla pittura di Constable, ma adottando un linguaggio formale che superasse l’immagine oggettiva, pur filtrata da sentimenti personali, e che giungesse alla rappresentazione di una realtà veloce, in continua evoluzione, che l’occhio non fa più in tempo a descrivere con attenzione.

constable-hadleigh-castleQuesto approccio moderno fu adottato in realtà anche dallo stesso John Constable, che in alcuni suoi studi preparatori ha ottenuto delle immagini che, per modernità, non temono il confronto con Turner: basti pensare allo studio a grandezza naturale per Hadleigh Castle, alla Tate Gallery di Londra, per rendersene conto. Tuttavia questi magnifici dipinti, concepiti con grande cura dall’autore (e sicuramente da lui molto amati), non erano destinati ad essere visti pubblicamente nelle esposizioni della Royal Academy, ma restavano un lavoro privato di Constable, che, mosso da impulsi e idee simili a quelli di Turner, non ha però potuto azzardare un passo così audace, che solo qualche anno dopo avrebbe trovato invece terra fertile negli occhi di chi, ormai immerso in un mondo cambiato, avrebbe compreso quell’evoluzione. Ecco quindi che, forse, i primi veri impressionisti non furono francesi, ma britannici, un po’ meno consapevoli del loro essere tali ma certamente altrettanto moderni e innovativi.

 

Luca Sperandio

 

NOTE
Immagine di copertina: opera di William Turner
Immagine 1: Tiziano, Ratto di Europa
Immagine 2: John Constable, Hadleigh Castle

 

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