Punti su un cerchio. Il cammino comune di cristianesimo e islam

Negli ultimi decenni, l’area di Gaza, in Palestina, è diventata sinonimo di guerra, miseria, occupazione militare, terrorismo. Ovviamente non è sempre stato così: nei primi secoli dopo Cristo, infatti, la regione era uno dei centri culturali e spirituali più vivi, ferventi e innovativi del mondo, un punto di incontro di tradizioni, lingue e religioni, patria di santi, teologi, mistici e filosofi. Uno di questi, ingiustamente dimenticato, è S. Doroteo di Gaza, monaco a Abba Serid nel VI secolo d.C..

Innovativo sotto molti punti di vista, Doroteo è noto per gli insegnamenti impartiti ai compagni monaci raccolti in buona parte in Indicazioni per la formazione spirituale, testo che racchiude anche intuizioni sorprendenti su temi inaspettati, non ultimo la coabitazione e il reciproco rispetto tra fedi diverse. In una delle sue figure più efficaci, Doroteo immagina tutte le religioni come punti su una ruota, ognuno termine finale di uno dei raggi; il fulcro della ruota è Dio, l’Eterno che tutti cercano. La distanza dal centro della circonferenza è direttamente proporzionale a quella tra i punti sulla stessa: più questi sono distanti dal fulcro, più lontani sono anche l’uno dall’altro, mentre più si avvicinano al centro muovendosi lungo il raggio, maggiore sarà anche la vicinanza reciproca, indicando una ultima coincidenza dell’esperienza dell’Assoluto nella mistica. Il messaggio di Doroteo, però, si preoccupa di essere anche umanistico-sociale: più si tenterà di avvicinarsi ai fratelli di altre religioni (occupanti quindi gli altri punti dell’ideale circonferenza), più ci si farà prossimi, quasi automaticamente, a Dio.

Sono passati millecinquecento anni, ma il messaggio di Doroteo è più attuale che mai. È sotto il segno del dialogo, dell’accoglienza reciproca e dell’impegno comune che lo scorso 4 febbraio si sono incontrati ad Abu Dhabi Papa Francesco, capo della Chiesa cristiana cattolica, e Muhammad Ahmad Al-Tayyib, Grande Imam di al-Azhar e figura di riferimento per l’islam sunnita. Al termine dell’incontro, i due leader religiosi hanno redatto e firmato il Documento per la pace e mondiale e la convivenza comune (o Documento sulla fratellanza umana), un testo semplice e schietto che rifiuta la violenza e lo scontro come facenti parte della rivelazione cristiana e islamica, e che invita le due comunità religiose (che insieme comprendono quasi metà dell’attuale popolazione mondiale) a collaborare nelle sfide di giustizia sociale, di tutela dei deboli e degli ultimi, di difesa dell’ambiente e di costruzione della pace che le accomunano.

Non sono mancate reazioni ostili da esponenti di entrambe le comunità religiose: se i cattolici oltranzisti, che vedono nel confronto col mondo islamico la chiamata a una nuova Crociata in difesa della cristianità occidentale, hanno accusato il Papa di aver tradito la propria fede “arrendendosi” all’islam, musulmani altrettanto oltranzisti hanno invece rimproverato al Grande Imam di essersi “contaminato” stringendo accordi con gli infedeli imperialisti. Entrambe le voci hanno ampio sostegno nelle rispettive comunità, ma rimangono fortunatamente minoritarie, superate da una larga maggioranza di fedeli che non desidera che un percorso di pace – e, possibilmente, di amicizia – e soprattutto dalla Storia stessa che, al netto di corsi e ricorsi vichiani, non tollera di tornare sui propri passi.

Il cammino verso il centro della ruota, in un millennio e mezzo da quando scriveva Doroteo di Gaza, ha fatto molti passi avanti e altrettanti ne ha fatti indietro, in un assurdo balletto che non ha mai deciso fino in fondo quale direzione intraprendere. In anni di recrudescenza di antiche inimicizie, di violenza e di conflitti causati da un divario sempre più ampio tra classi sociali e regioni del mondo, un documento come quello firmato da Francesco e da Ahmad al-Tayyib parrebbe poca cosa, ma forse è proprio attraverso l’intuizione del monaco palestinese che può essere messo nella giusta prospettiva: se camminare insieme verso il centro si è rivelato troppo difficile, proviamo a camminare l’uno verso l’altro, a piccoli passi ma con costanza e fiducia. Il risultato sarà comunque lo stesso.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Averie Woodart via Unsplash]

Green book e gli idoli del linguaggio

Quest’anno, agli Academy Awards, è stato Green book ad aggiudicarsi l’Oscar come Miglior film. Diretto da Peter Farrelly, il film narra la storia (vera) di un’amicizia nata tra il rozzo italoamericano Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) e il raffinato musicista afroamericano Don Shirley (Mahershala Ali). Siamo nel 1962, in piena segregazione razziale. Shirley decide coraggiosamente di intraprendere una tourneé nel profondo sud degli Stati Uniti. Parliamo di Louisiana, Alabama, Georgia, stati in cui i neri sono visti come scarafaggi o, nel migliore dei casi, sotto-uomini sporchi e pericolosi. Quel green book, infatti, è una guida turistica per persone di colore: indica dove possono alloggiare e rifocillarsi in giro per l’America senza incorrere in “problemi” con i bianchi.
Shirley ha bisogno di un’autista che sia anche un po’ guardia del corpo, e Tony è perfetto: incline alla violenza e ad attacchi d’ira, sa certamente come difendere e come colpire. Vallelonga ha assoluto bisogno di un impiego (lavora al Copacabana come buttafuori, ma il locale ha chiuso per un po’) e il pianista paga bene.

Inizia così il loro viaggio on the road e la loro non facile conoscenza. I due uomini sono agli antipodi e parlano due lingue differenti. Tony è sboccato, impulsivo, spesso politicamente scorretto, e vive la vita assaporandola senza rimorsi: mangia senza sosta, fuma, beve, non si nega alcun piacere. Shirley è rigido, contenuto, fin troppo attento alle buone maniere ed omosessuale (perciò doppiamente discriminato); non è solo un artista, ma anche un fine intellettuale. È nero, ma della cultura “della sua gente” non sa quasi nulla: ha studiato la musica classica in un conservatorio in Russia e non conosce le tipiche sonorità nere che si suonano nei night clubs. Il modo in cui si veste, parla e si comporta è lontano anni luce dalle consuetudini nere dell’epoca. Emblematica la scena in cui la costosa vettura su cui viaggiano Don e Tony si ferma nel bel mezzo della campagna meridionale statunitense, e un gruppo di afroamericani intenti a lavorare nei campi fissa con sconcerto quest’uomo dalla pelle nera seduto sul sedile posteriore, comodo e al sicuro, mentre un bianco apre il cofano sudando e sbuffando, cercando di capire quale sia il problema.

Nonostante questo, però, per i bianchi Shirley resta un nero qualunque, che non merita di cenare nei loro ristoranti né di usare la loro toilette.

Il cuore di tutto il film è racchiuso in questa battuta di Shirley, che stanco di subire vessazioni, mette da parte la sua buona creanza ed esplode dicendo al suo nuovo amico: «Se non sono abbastanza nero, né abbastanza bianco, né abbastanza uomo, allora che cosa sono?».

È dura essere un outsider. Di certo esserlo ha portato Don a diventare un grande nel suo campo: ha seguito le sue inclinazioni musicali, non la strada fatta di soul, jazz e R&B, che ci si aspettava seguisse in quanto musicista di colore. E questo ha pagato, artisticamente parlando. Da un punto di vista umano, tuttavia, Shirley è solo e non si sente a casa da nessuna parte. Tony ha la sua chiassosa e numerosa famiglia, una moglie innamorata, dei figli, un posto cui fare ritorno. Don ha solo la sua musica, che non lo consola durante le sue tristi notti solitarie – a confortarlo è la bottiglia. Eppure, lentamente, prende forma una inaspettata quanto improbabile amicizia che si rivela provvidenziale.

Sia Don che Tony, in modalità diverse, imparano ad abbattere quelli che il filosofo Francesco Bacone chiamava idòla fori: i pregiudizi della pubblica piazza, derivanti dal linguaggio e da termini che usiamo senza pensarci troppo, ma che in realtà possono rivelarsi designazioni errate, viziate, distruttive. “Negro”, “mangia-spaghetti”, “finocchio”: sono solo parole, ma il foro e il popolo le fanno diventare mondi. Universi totalizzanti e fuorvianti che imprigionano.

Definire Green book un film incentrato solo sul razzismo è alquanto riduttivo e semplicistico.

Per Tony il razzismo è qualcosa di invisibile al quale, prima di conoscere Don, si adattava senza rifletterci. Una questione culturale: i suoi parenti e amici provavano un timore quasi istintivo per i neri e lui si uniformava. Anche Shirley, uomo di cultura dal quale ci si aspetterebbe grande apertura mentale, si lascia inizialmente andare ai pregiudizi: vede Tony come un sempliciotto volgare e ignorante, privo di sensibilità e preda di bassi istinti (istinti che, però, Don fatica a riconoscere in se stesso: vedi il suo alcolismo tenuto nascosto o le sue pulsioni sessuali). Green book è l’incontro/scontro di due mondi e dei rispettivi preconcetti.

Ci vuole sempre del tempo, per abbattere pregiudizi che si sono sedimentati nel nostro modo di parlare, ascoltare e pensare. Tony e Don hanno del tempo a loro disposizione, sono costretti a convivere e cominciano a parlare, discutere, confrontarsi. Aiutarsi.

Guardare questa storia sullo schermo fa venire a galla emozioni universali: il bisogno d’affetto, la necessità di abbattere muri che causano solitudine e segregazione.

Non sempre abbiamo tempo di conoscere il diverso, un diverso che già incaselliamo e inquadriamo col solo atto di chiamarlo così: “diverso”.

Faremmo un gran favore a noi stessi se questo tempo lo trovassimo, se lo spendessimo per buttare giù delle barriere, aprire le orecchie, dare una mano, osservare ribaltando le prospettive.

Potremmo in tal modo distruggere l’opinione della pubblica piazza – che generalizza, ferisce, mistifica.

 

Francesca Plesnizer

 

[immagine tratta da Unsplash]

 

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Il tempo delle cattedrali: nostra signora di Parigi

Con la sua prima pietra posata sull’Île de la Cité nel 1163, la cattedrale di Notre-Dame de Paris è stata per quasi un millennio testimone della storia di Parigi, della Francia e dell’Europa, ne ha accompagnato le figure storiche e ispirato gli artisti, si è fatta culla di bellezza e di spiritualità, ha accolto fra le sue mura sovrani e diseredati.

Dalla cattedrale ancora in lavorazione, nel 1185, Eraclio di Cesarea ha indetto la Terza Crociata, mentre San Luigi ne fece forziere della miracolosa Corona di Spine nel 1239; Filippo il Bello la scelse come sede della prima riunione degli Stati Generali nel 1302, mentre Enrico IV d’Inghilterra volle essere incoronato Re di Francia al cospetto delle maestose vetrate gotiche di Notre-Dame nel 1431, preferendola alla tradizionale sede delle incoronazioni, la Cattedrale di Reims, come avrebbe fatto nel 1804 anche il neo-imperatore Napoleone; devastata durante la Rivoluzione Francese, Notre-Dame divenne sede del Festival della Ragione nel 1793, mentre nel 1944 Parigi vi celebrò la propria liberazione con un Magnificat e una Messa in Te Deum. Victor Hugo, nel suo Notre Dame de Paris (1831), l’ha trasformata nella casa del campanaro gobbo Quasimodo, perdutamente innamorato della zingara Esmeralda, contesagli dal bel capitano della guardia cittadina Febo e dall’arciprete Claude Frollo; Honoré de Balzac ne ha fatto la silenziosa testimone di un’avventura parigina dell’esiliato Dante Alighieri in I proscritti (1831), mentre il poeta Gérard de Nerval nelle sue Odelettes (1832) l’ha descritta come eterna sentinella dei millenni che si succedono. È stata dipinta da Jaques-Louis David e da Honoré Daumier, da Henri Matisse e da Marc Chagall, è stata cantata da Édith Piaf e da Paul Burani, da Léo Ferré e da Riccardo Cocciante. Il cinema l’ha fotografata più volte, con Un americano a Parigi (1951) o i disneyani Il gobbo di Notre Dame (1996) e Ratatouille (2007), Midnight in Paris (2011) e Before Sunset – Prima del tramonto (2004). Perfino il mondo dei videogame ha prestato il proprio omaggio alla cattedrale, che irrompe nel mondo virtuale in titoli come TimeSplitters 2 (2002), Civilization IV (2005), Assassin’s Creed Unity (2014) o Forges of Empires (2012).

Mentre Parigi cresceva e diventava uno dei centri nevralgici della vita e della cultura europee e mondiali, Notre Dame era lì, ad accompagnare e ospitare la sua storia: ha ospitato matrimoni, come quello di Maria di Scozia o di Enrico di Navarra, e funerali, come quello del Generale Charles de Gaulle o del Presidente François Mitterand, celebrando la vita e la morte dei parigini, accompagnandone i trionfi e le sconfitte, attraversando momenti di prosperità e di povertà, pesti e battaglie, occupazione e guerra, feste e rivoluzioni.

Un edificio come Notre Dame non è “solo” un monumento: è lo spirito di un popolo fatto pietra, simbolo dell’identità più profonda di una città, un paese, un continente, testimonianza incrollabile del meglio di cui l’umanità è capace, una bellezza e una spiritualità che superano le contingenze storiche e geografiche per parlare tutte le generazioni e tutte le genti, testamento di un popolo che affida la propria voce a mura e statue che abiteranno un futuro che alla carne è precluso.

L’intera umanità, non solo il popolo parigino o francese, ha rischiato di subire una ferita irrimediabile la sera del 15 aprile. Nostra Signora di Parigi è danneggiata, ma siede ancora sul suo trono, sull’Île de la Cité, dal quale veglia sulla città da novecento anni, testimone, protagonista e custode di una storia che le sarà affidata, si spera, per ancora molti, molti anni.

Giacomo Mininni

[foto di Stephanie LeBlanc tratta da Unsplah.com]

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (parte I)

Tra ragione e passione è il titolo di una conferenza organizzata dalla Chiave di Sophia lo scorso gennaio al museo di Asolo, in provincia di Treviso. Per chi non ha potuto esserci ma avrebbe voluto, abbiamo pensato di riportarvi gli interventi della conferenza dedicata ad alcune questioni legate alla differenza di genere in modo da trasformarli in articoli da leggere online.
Quella che vi proponiamo oggi è la prima parte: verrà introdotto un excursus storico della nascita delle prime forme di discriminazione di genere dal Paleolitico fino alla Mesopotamia.

La differenza di genere è quella differenza che più di tutte si radica come originaria, infatti, tra gli esseri umani è quella più trasversale, dicotomica e irrimediabile dal punto di vista biologico. L’umanità così, si spacca esattamente in due e non può essere diversamente, né nel tempo, né nello spazio. Questa spaccatura nasce nella notte dei tempi e da lì, seppur intralciati dalle tenebre più cupe, dobbiamo partire per osservare come la dicotomia da biologica si fa culturale.
Le origini
Gli esseri umani appartengono ai mammiferi, la cui caratteristica biologica cruciale è il fatto che le mamme partoriscono i neonati e li allattano. Nel caso degli umani, oltre al tempo di allattamento c’è ancora un lungo tempo di cure di cui il bambino necessita prima di diventare autonomo, ed è il più lungo in assoluto in natura. Questo lungo tempo aumenta la vulnerabilità della piccola creatura, che sopravvive meglio se sia la mamma che il papà si occupano di lui/lei. Vista la complessità della sopravvivenza, la strategia del gruppo deve essersi rivelata vincente, dato che le società umane sono andate crescendo. Le madri fin da giovani sono sempre state impegnate a partorire e crescere figli e, pur provvedendo loro stesse alla raccolta della maggior parte del cibo (nelle società di raccoglitori-cacciatori rimaste ancora oggi è così), avevano certamente bisogno di lasciare ai maschi altri ruoli. Per
gran parte del Paleolitico e oltre, fintanto che lo stile di vita era nomade, non esisteva la proprietà e il cibo si cercava in giro, le società umane si sono basate sulla cooperazione. Questo elemento fa credere a molti studiosi che tali società siano anche state piuttosto egalitarie. Con l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento si è abbandonato il nomadismo ed è iniziato quel lunghissimo processo che ha dato vita alle città prima e agli imperi poi. È in questa fase che si sono inseriti concetti come proprietà privata, surplus di produzione, ricchezza, dominio e subordinazione. Nel corso di questa lunga fase le donne si sono ritrovate, quasi ovunque, nella condizione di forte subordinazione al potere maschile. Non sapremo mai come è andata esattamente, possiamo ipotizzare che il fatto che le donne erano (e sono) risorse così fondamentali per la sopravvivenza della comunità, ad un certo punto e in concomitanza ai mutamenti sopraccitati, ciò le abbia fatte diventare oggetto di “attenzioni subordinanti”. Più donne voleva dire più bambini (non vale lo stesso con gli uomini) e dato che la mortalità per parto era alta, la numerosità delle donne era cruciale. È ritenuto ormai verosimile che la schiavitù sia iniziata con le donne, perché i prigionieri maschi più facilmente venivano uccisi, in quanto pericolosi, ma le donne e i bambini potevano arricchire i vincitori perché erano manodopera e/o futura prole. Uno dei metodi per assoggettare le donne era lo stupro e la minaccia alla vita dei figli, questi due elementi le rendevano vulnerabili e ricattabili. Solo in seguito la schiavitù divenne anche maschile. Parallelamente, sappiamo che nel Paleolitico e nel Neolitico erano diffusissime sculture,
dipinti e rappresentazioni varie di figure femminili (come quelle qui sotto) dai fianchi e seni molto accentuati: l’ampia diffusione e quantità di tali manufatti ci fa propendere per un’ampia diffusione del culto della fertilità e del riconoscimento di un sacro potere generativo femminile. Dopodiché, le cose sono andate lentamente cambiando.

La donna in Mesopotamia nell’antico regno ebraico
Dall’età del Bronzo in poi abbiamo vario materiale che ci narra di una dea madre o grande dea, a capo di svariate altre divinità e con nomi variabili da un popolo all’altro. Abbiamo documentazione della sua presenza innanzitutto in Mesopotamia, ma proprio qui, man mano che si sviluppano le città-stato e il potere si consolida nelle mani dei re, si deteriora la condizione della donna, che diventa sempre più subordinata al padre e al marito. Il Codice di Hammurabi (1750 a.C.) ben testimonia la condizione delle donne dell’epoca: i loro ruoli sociali erano limitati e le punizioni più severe che nei maschi. Moglie e figli potevano essere venduti o ceduti in pegno per debiti, le figlie date in spose ancora bambine. La prostituzione era regolamentata ed era la minaccia in cui ricadeva una donna che non aveva un marito.
Sul fronte religioso, la dea principale dei Sumeri era Inanna, che assieme al suo consorte governava il mondo e dava a costui la possibilità di comandare. L’influenza della dea fertile, potente e generativa è ancora alta all’inizio della storia mesopotamica, nei suoi templi sono presenti molte sacerdotesse; ne conosciamo una famosa, poetessa, figlia del re Sargon, che dedicò a Inanna un magnifico inno, del 2300 a.C., in lingua sumera. Il grande potere delle dee madri si andò deteriorando più lentamente della condizione della donna mesopotamica, ma le sacerdotesse divennero sempre meno e un codice successivo a quello di Hammurabi, del regno medio Assiro, enuncia leggi ancora più restrittive e violente per le donne; ad esempio, la punizione per l’adulterio femminile diventa la mutilazione della donna eseguita in pubblico. Gradualmente il controllo della donna passa dal capofamiglia fino a includere lo stato. La donna è proprietà di un uomo, la sua condizione sociale è dipendente dalla classe sociale dell’uomo con cui ha la relazione sessuale e questo legame deve essere riconoscibile, infatti
viene reso obbligatorio il velo per le donne coniugate, proprio per distinguerle dalle schiave e dalle prostitute. Tutta la società doveva sapere quali erano le donne per bene e quali no. Una donna legata a un uomo di alto rango poteva avere proprietà e schiavi, nonché potere decisionale, ma fintanto che il marito le accordava tali possibilità. Man mano che muta la condizione sociale femminile, muta, seppur più lentamente, il mondo religioso e simbolico a cui gli umani fanno riferimento.
In Mesopotamia le dee scendono dal pantheon delle divinità ma non scompaiono, come testimonia la dea Ishtar, ancora così importante per i Babilonesi che le dedicarono il nome di una delle porte di Babilonia (foto qui accanto della porta di Ishtar, museo di Pergamo, Berlino). Se le dee perdono potere, anche le sacerdotesse hanno vita più difficile, ma ancora resistono. Accanto alla Mesopotamia c’era un altro regno, il quale trasse ispirazione dai miti mesopotamici per elaborare un’innovativa religione e dei testi scritti che diedero vita all’antico testamento. La stesura del libro della Genesi, scritto a più mani, potrebbe aver avuto luogo dal X al V sec. a.C., rifacendosi ad avvenimenti che potevano risalire fino al XV sec. a.C. L’innovazione dell’Ebraismo è l’assoluto monoteismo, Jaweh è il solo dio, non ha un tempio ma i suoi fedeli si riuniscono in sinagoghe discutendo senza la necessità di un sacerdote. Questa flessibilità sarà decisiva nella sopravvivenza dell’Ebraismo, nonostante la sua storia di conflitti e sconfitte. Lo statuto patriarcale è assimilabile a quello mesopotamico, ma dal periodo monarchico in poi le donne ebree non possono essere ridotte in schiavitù, soltanto quelle straniere (che devono essere liberate al settimo anno, come gli schiavi maschi). La legge ebraica prevedeva che l’adulterio tra coniugi fosse punito con la morte, ma le donne avevano meno possibilità di difendersi dalle false accuse, inoltre, lo stupratore doveva sposare la sua vittima. Se la donna era sterile, una schiava la rimpiazzava nella questione riproduttiva col marito. Le donne non possedevano né gestivano beni su concessione del marito, ma vi era una forte enfasi al ruolo dei genitori: i figli dovevano onorare padre e madre. Il libro della Genesi elabora i simboli delle culture precedenti e adiacenti verso un totale predomini del dio come padre e scompare la figura femminile come simbolo creativo, semmai la sessualità femminile viene sancita come origine del male (tranne quella esclusivamente dedita alla procreazione). Il patto avviene tra Dio e Abramo, nessuna donna è inclusa. Il Dio Padre, creatore unico, si è definitivamente appropriato della potenza generatrice del femminile eliminando per sempre il millenario ruolo della Dea Madre e autorizzando l’uomo a dominare su tutto.
La storia prosegue, nel prossimo articolo, focalizzandosi su quella cultura storica che più di tutte ha plasmato la società occidentale: quella greca.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
G. Lerner, The Creation of Patriarchy, Oxford University Press, 1986.

 

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Breve storia del dualismo per principianti

Vi siete mai chiesti in che relazione siano anima e corpo? Oppure, per dirla in termini più “scientifici” e attuali, mente e cervello? Esistono davvero entrambi, oppure tutto ciò che pensiamo, proviamo, facciamo è riducibile alla materialità della nostra corporeità?
I discepoli scientisti del “se non vedo, non credo”, ritengono che tutto ciò che esiste realmente sia solo fisico e tangibile.
Secondo me, invece, in questa prospettiva completamente materialista, c’è una riduzione ingiusta della natura e dell’uomo alla sua sola cosalità.
Niente di male, ci mancherebbe, nel vivere secondo materia: tutto ha un corpo e la corporeità è il nostro unico modo d’esistere, il corpo permette di relazionarci con il mondo. Ma se mancasse qualcosa, non necessariamente migliore, superiore o più sacro del corpo e della materia, ma che li completi? Spirito, anima, forma, mente, date all’invisibile il nome che più vi piace.

Ammettendo l’esistenza di questo non tangibile, in che rapporti sarebbe con il tangibile? La maggior parte, scommesse aperte, risponderebbe affermando due principi separati, anima da un lato e corpo dall’altro.
Persino molti cristiani – cattolici e non – che credono, in teoria, nella resurrezione della carne, in cuor loro immaginano l’anima immortale in Paradiso e il corpo dimenticato sottoterra chissà dove.
E la colpa, se consapevoli o ignari, pensiamo dualizzando è della filosofia. O meglio, di alcuni grandi filosofi.

Da Platone in poi, tutto fu due.
È dal più brillante dei discepoli di Socrate che per la prima volta, nella storia della filosofia, entra di gran carriera l’idea dell’esistenza di due mondi separati, il primo, per origine ed importanza, eterno, immobile, incorruttibile; l’altro, transeunte, in continuo divenire, sottoposto a generazione e corruzione.
Nessun vento contrario poté opporsi alla forza della navigazione portata avanti dalle braccia del filosofo, che avrebbe pronunciato la sentenza secondo la quale materia e spirito, sensibile e sovrasensibile, sarebbero ontologicamente differenti e l’uno subordinato all’altro.

Aristotele tentò di porre rimedio alla divergenza abissale tra materia e forma inserendo il concetto di sostanza, ma non bastò a risolvere la questione.
Sulla scia del neoplatonismo e del manicheismo, Agostino perpetuò l’idea di corpo impuro e materia malvagia, assunti che Tommaso rivide dicendo che l’anima, la carne e le ossa appartengono alla struttura stessa dell’uomo (d’altro canto Gesù diceva che il corpo è tempio dello Spirito!).

Ma la modernità s’affacciò prepotente e matematica sul pensiero medioevale al tramonto, fiduciosa dei suoi alambicchi  e certa delle sue equazioni.
Cartesio, con la sua celebre massima “Cogito ergo sum, pose la pietra tombale sulla possibilità di riunire anima e corpo nei secoli filosofici a venire. Res cogitans e res exstensa, pensiero e materia, nell’uomo così maldestramente collegate da una qualche ghiandola, costituirono la base della sua riflessione e di problemi che tutt’oggi non riusciamo a scrollarci di dosso. La materia, operante secondo leggi fisiche determinate, altro non era se non un guazzabuglio di qualità miste ad estensione e, nel caso del corpo umano o animale, le parti costituivano una macchina in tutto e per tutto insensibile di per sé, animata da un io pensante, una coscienza sicura solo della propria esistenza grazie a un percorso che parte dal dubbio iperbolico per approdare a una verità propria dell’attività noetica. Solo all’anima spettavano le sensazioni, le esperienze, la ricerca della verità.

Kant, sicuramente uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi, riuscì solo a spostare il problema che, dall’ambito ontologico – ossia dell’essere – passò a quello conoscitivo (possiamo conoscere solamente i fenomeni, ma non potremo mai arrivare all’essenza delle cose!); e anche lo Spirito di Hegel, benché non immediatamente, si rivelò un buco nell’acqua ai fini della risoluzione del problema, che tutt’ora perdura se non proprio a livello accademico (un particolare tipo di approccio fenomenologico pare abbia tentato di sciogliere i principali nodi), almeno per il senso comune.

La scienza contemporanea, infatti, confonde ulteriormente le acque, tentando di mostrare come tutte le attività che prima attribuivamo all’anima o alla mente, non siano altro che particolari legami tra neuroni: questo non solo è improbabile da affermare alla luce delle attuali conoscenze, ma condiziona il senso comune già accennato: quanti agiscono come se avessero un’anima, ma, se viene chiesto loro cosa ne pensano a riguardo – si sa che con l’internet tutte le discipline sono diventate democratiche (ma giuste?) piazze di dibattito – , rispondono riponendo piena e totale fiducia nella ricerca scientifica che un giorno arriverà a dirci come il nostro cervello produca pure emozioni e coscienza e pensiero.

Come risolvere, dunque, la questione? Accogliendo a braccia aperte i grandi traguardi delle scienze naturali, per poi ritornare, con questi nuovi tesori tra le mani, alla filosofia, dove tutto ha avuto inizio. Troppo spesso l’approccio scientifico riduce e riduce, fino a conglomerare l’uomo e il mondo in una capocchia di spillo, come se potesse davvero esaurirsi tutto fisico, tutto lì.
Ed è qui che rientra in gioco la filosofia, come via preferenziale per capire l’uomo e non solo: essa è l’unico modo possibile per imparare a vedere il mondo nella sua interezza, è un esercizio faticoso ma che permette di conoscere il senso d’essere del mondo e di collocare le cose stesse all’interno di un orizzonte di senso.

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

24 anni, studentessa magistrale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, s’interessa particolarmente di Filosofia Teoretica e Bioetica.
Convita sostenitrice della dell’utilità pratica e quotidiana della Filosofia, s’impegna nella divulgazione di vario genere.
S’approccia allo studio della percezione, attraverso gli scritti di Maurice Merleau-Ponty, e a quello che ne consegue: filosofia della mente, estetica, psicologia e – soprattutto – lingua francese.

 

[Photo credits Cody Davis on unsplash.com]

L’egoista cosciente. Leggere oggi L’Unico di Max Stirner

Diciamolo pure, Marx si sbagliava: la coscienza di classe e la rivoluzione del proletariato non hanno condotto alla democrazia operaia, al sogno allucinato di una società comunista senza classi né padroni. Anche Nietzsche, dal canto suo, prese un abbaglio: l’alleggerimento psichico conseguente alla morte di Dio avrebbe dovuto condurre all’Oltreuomo, non di certo alle peggiori nefandezze del Novecento. Col senno del poi, per noi che abitiamo nel presente il futuro immaginato da Marx e da Nietzsche, ad aver avuto ragione è stato piuttosto Max Stirner, rizoma comune di cui entrambi sono efflorescenze. Marx, infatti, reagirà a Stirner per avversione, Nietzsche lo affiancherà invece con inevitabile propensione alla sperimentazione.

Nell’accompagnamento alla lettura che correda l’edizione Adelphi de L’unico e la sua proprietà – l’opera somma di Stirner, data alle stampe nel 1844 – Roberto Calasso nota come l’autore di Bayreuth abbia per primo innescato la miccia di una parola-bomba, “nichilismo”, che nell’Ottocento era oramai giunta a completa maturazione. Nonostante le evidentissime implicazioni che lo legano a Stirner, Nietzsche sceglierà la via della dissimulazione, fingendosi irrelato al «grumo purissimo di nichilismo» lasciato in eredità ne L’unico, di cui egli stesso rappresenta il più naturale e il meglio riuscito tra gli esecutori. «La massima affinità con Stirner si avverte [proprio] nei lettori che non lo nominano mai», chiosa Calasso nella sua postfazione.

In una lettera a Marx del 1844, Engels osservava come Stirner avesse fondato la sua teoria dell’Unico sull’egoismo utilitarista di Bentham, piegato però alla distruzione della società, non alla sua rifondazione. Quella teoria oscena e indicibile, esortava Engels al compagno Marx, «non dobbiamo accantonarla, bensì sfruttarla proprio in quanto perfetta espressione della pazzia corrente e, operando in essa un ribaltamento, continuare a costruirci sopra». L’«egoismo criminale» predicato da Stirner era la prova più evidente della necessità del comunismo: Marx ed Engels rovesciarono L’unico commentandolo riga per riga, in quell’enorme glossa a Stirner che è l’Ideologia tedesca, uscita postuma nel 1932.

In maniera analoga a quanto fecero nella Miseria della filosofia (1847) per annerire la stella di Proudhon, spiega Calasso, ne L’ideologia tedesca «le affermazioni di Stirner vengono isolate, aggredite, malmenate», in un’opera distruttiva e spossante che è l’«archetipo di ogni futura estirpazione di anarchici e individualisti piccolo-borghesi». Sarà Bakunin il primo invasato a correre l’azzardo di ripescare dal fondale della filosofia il cadavere vilipeso e decomposto di Stirner: ne imbalsamerà le spoglie cucendole assieme a quelle dell’anarchismo di Proudhon, e immettendo così nel mondo una creatura amorfa, un ibrido incapace di riprodursi e di sostenersi a lungo termine nell’arena della Storia.

«La mia causa non è né il divino né l’umano», precisa subito Stirner in apertura de L’unico e la sua proprietà. «Non è ciò che è vero, buono, giusto o libero, bensì solo ciò che è mio, e non è una causa generale, ma – unica, così come io stesso sono unico. Non c’è nulla che m’importi più di me stesso!». Sotto la scorza liscia e appartata della sua vita da professore in una scuola per fanciulle di buona famiglia, Stirner coltivò per tutta la vita una sola, immensa pretesa: «quella di seppellire la filosofia» e i suoi falsi idealismi. Il primo delitto filosofico che commise fu quello di Socrate, fondatore dell’etica, ovvero dell’uomo che per vivere e agire deve eleggere a propria missione un’idea – «qualcosa di generale e di astratto, cioè un concetto vuoto e senza vita», per cui non vale certo la pena sacrificarsi in quanto Unico.

Ma a quale idea si riferisce, Stirner? Sulle prime fu quella di Dio, per cui troppo a lungo gli esseri umani votati al cristianesimo si sono condotti all’autoconsumo. Poi, con la Riforma, che per Stirner è «l’attuazione completa del regno dello Spirito», venne santificato tutto ciò che era rimasto sino ad allora profano – Legge, Umanità, Libertà – estendendo all’immanente la prigione di deferenza e ossequio che incatenava gli antichi al trascendente. L’illuminismo suggerì una nuova causa per cui valesse la pena sacrificarsi, la Verità: per l’individuo proprietario, ennesimo principio «sovramio». Venne in seguito la borghesia, per la quale «servire lo Stato […] diventò l’ideale supremo», e il comunismo, che come ultima causa della storia indicò la Società.

Tutte queste, argomenta Stirner, sono idee fisse, «fissazioni», cause che la società ci impone di servire con reverenza sin dalla scuola, dove impariamo ad apporre loro l’iniziale in maiuscolo. Per Stirner ognuna di queste idee deve piuttosto diventare niente, deve perdere il potere che esercita sulla coscienza. Operando laggiù, nel sottosuolo del pensiero filosofico, Stirner straccia così in un colpo solo l’impianto etico del cristianesimo, della scienza, del comunismo e della filosofia tutta, suggerendo come, portata al suo estremo, l’autocoscienza del soggetto non diventi spirito sublime, ma egoismo più abietto.

 «Millenni di civiltà hanno oscurato ai vostri occhi ciò che voi siete», individui egoisti, chiamati a nulla di assoluto, privi di alcuna particolare vocazione. L’egoista cosciente «non appartiene ad alcuna potenza del mondo», avverte Stirner, poiché «niente gli è sacro»: egli «vuole sviluppare solo se stesso, non l’idea dell’umanità, non il piano di Dio, non le intenzioni della provvidenza, non la libertà o simili». Egli ha fondato la sua causa sul nulla. Il catechismo eretico di Stirner viola l’antica certezza secondo cui per vivere e rimanere assieme gli esseri umani abbiano bisogno di un’idea condivisa e sovraordinata. In questa certezza riposa l’ipocrisia di chi non sa spingere fino in fondo l’egoismo, ma continua a inibirlo con i freni della morale, religiosa o laica che sia.

Quando l’Unico irruppe nel campo della speculazione filosofia, fu subito chiaro a tutti che il nichilismo di Stirner andasse inabissato prima che la coscienza del nulla in cui si svolge la nostra vita quotidiana arrivasse a diffondersi. Troppo grande la «verità dell’egoismo», come avrà a dire Feuerbach, perché i due teorici del comunismo, Marx ed Engels, non s’adoperassero per seppellirla. Così, per oltre centocinquant’anni, le sferzate scandalose dell’Unico sono rimaste un tabù, un’enorme voragine nella storia della filosofia. Oggi che tutte le ideologie sono cadute, oggi che l’egoismo è diventato la forma del mondo, leggere L’unico di Stirner è come immergersi nel buco nero della propria coscienza, che risucchia e annienta ogni nostra illusione sulla colossale menzogna della vita in società.

 

Alessio Giacometti

 

BIBLIOGRAFIA
M. Stirner, L’unico e la sua proprietà, Adelphi, Milano 1979.
R. Calasso, Accompagnamento alla lettura di Stirner, in M. Stirner, op. cit.
K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 2018.

[Photo credit Shot by Cerqueira via Unsplash]

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“Black Mirror”: la rivoluzione di “Bandersnatch”

Alla fine dell’anno scorso è cominciata una piccola rivoluzione nel mondo della cultura e dell’intrattenimento. Perché “piccola”? Perché ognuno di noi è talmente subissato di contenuti – dai post nei social media alle serie tivù nelle piattaforme di streaming -, che facciamo perfino fatica ad accorgerci di prodotti che cambiano il mondo.

Questa rivoluzione si chiama Bandersnatch e, a proposito di serialità, è il film di Black Mirror, serie che parla degli effetti distopici della tecnologia. Il protagonista è Stefan Butler, un giovane programmatore che vuole creare un videogioco il cui svolgimento dipenda dalle scelte fatte dal giocatore. Quest’ultimo, però, non è l’unico che deve scegliere, poiché allo spettatore di Bandersnatch è chiesto di decidere quali azioni debba compiere Stefan: cereali Sugar Puffs o Frosties? Assumere gli psicofarmaci o buttarli via?

Al lettore che non ha visto il film, il consiglio è di interrompere la lettura, guardarlo, infine tornare a questo articolo, così da confrontare il suo punto di vista con le prossime righe.

L’effetto matrioska non è l’aspetto più dirompente di Bandersnatch. Il film, infatti, è rivoluzionario innanzitutto come prodotto culturale perché estremizza le dinamiche su cui si basa l’ambito cinematografico, cioè l’immedesimarsi del pubblico con il lungometraggio. Il neuroscienziato Vittorio Gallese e il docente Michele Guerra definiscono queste dinamiche simulazione incarnata1 e dimostrano che quando guardiamo un film non ci lasciamo catturare solo in modo astratto, ma riproduciamo le scene all’interno del nostro corpo, come se fossimo coinvolti immediatamente, ossia senza il filtro del medium, dello schermo.

Sarebbe interessante estendere le ricerche di Gallese e Guerra a Bandersnatch e a prodotti culturali simili, che molto probabilmente saranno distribuiti nei prossimi anni e concretizzeranno sempre di più la partecipazione dello spettatore al film.

Nell’attesa che ciò avvenga possiamo affermare che il film di Black Mirror non sarebbe così rivoluzionario se non avesse solide fondamenta filosofiche. Tornando brevemente alla simulazione incarnata, la filosofia di Bandersnatch può essere definita “esperienziale”, poiché non viene dissertata da un filosofo ma vissuta direttamente dal pubblico, strizzando l’occhio al Friedrich Nietzsche di Ecce Homo, che invita a «non prestar fede a nessun pensiero […] nel quale anche i muscoli non abbiano la loro festa».

Al di là della modalità con cui il messaggio filosofico viene comunicato, la tesi del film può essere sintetizzata in un’affermazione di Colin Ritman, idolo di Stefan Butler e programmatore di famosi videogame: «La fine di un percorso è irrilevante. Quel che conta è come le nostre decisioni su quel percorso influenzano il tutto». La frase di Ritman porta in secondo piano la dicotomia riguardante l’importanza del viaggio o della meta, così da dare centralità al momento determinante della scelta. Ascoltare i Thompson Twins o i Now 2? Lanciarsi dal balcone o far lanciare Colin? In Bandersnatch sottrarsi a queste decisioni significa lasciare che il film scelga per lo spettatore secondo meccanismi casuali, ma la stessa dinamica si verifica nella nostra esistenza, come ci ricorda Søren Kierkegaard nell’opera Aut-Aut«Quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze».

La medesima considerazione può essere fatta per la portata rivoluzionaria di Bandersnatch: possiamo scegliere di non tenerne conto e convincerci che questo film sia un banale esperimento, oppure possiamo constatare che la sua distribuzione sta già cambiando profondamente il mondo della cultura e dell’intrattenimento. A noi la scelta.

 

Stefano Cazzaro

 

NOTE
1. V. Gallese, M. Guerra, Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze, Cortina Raffaello, 2015

[Photo Credits 4usky.com]

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Woodstock tra ieri e oggi: dalla mostra del Museo di Asolo al 15 marzo

Tre settimane fa migliaia di persone, ma soprattutto di giovani, in tutto il mondo, sono scesi in piazza per il clima.
Cinquant’anni fa, nel 1969, migliaia di giovani in tutto il mondo scendevano in piazza contro la guerra in Vietnam, contro una società chiusa e retrograda, cantando e dialogando in favore della pace, delle libertà e dei diritti. Quello è stato l’anno di splendore di una cultura nuova sotto il profilo sociale, artistico, letterario: ci si augura che lo sciopero del 15 marzo 2019 possa essere lo stesso, prima scintilla di un’inversione di rotta di un popolo di giovani che si ribellano alla noncuranza degli adulti, i quali continuano imperterriti a ignorare le ferite di un pianeta che sarà sempre più inospitale per le generazioni future.

Lo spirito della mostra “Woodstock: Freedom” organizzata al Museo Civico di Asolo da MV Eventi vuole essere anche questo. Gli intenti degli organizzatori vanno nella direzione di una mostra esperienziale in cui i visitatori si possono immergere con i sensi nel clima della fine degli anni Sessanta, orientandosi liberamente tra espressioni di Pop Art, musica rock, film e musical. Il percorso storico ci porta dai telegiornali d’epoca alle testimonianze della guerra in Vietnam, con il ritornello penetrante e quasi ossessivo del musical Hair, un vero e proprio inno che recita “Let the sunshine / Let the sunshine in / The sunshine in”; la musica cambia quando si approda nella sala dedicata alle contestazioni giovanili con opere e testimonianze di una gioventù che lotta per farsi ascoltare. Il grido di speranza di Hair lo si sente in quel cartello sollevato da un manifestante e fotografato per i posteri che recita “Vogliamo pensare”. Noi, i posteri, lo guardiamo e sentiamo (o meglio dovremmo sentire) scattare dentro qualcosa. In un momento in cui il clima politico spinge (soprattutto noi giovani) all’omologazione, propinando gli stessi temi e prodotti pseudo-culturali, è forse giunto il momento di dimostrare che non siamo affatto i bamboccioni choosy con un problema di dipendenza da genitori e smartphone. I giovani alla fine degli anni Sessanta sono riusciti a cambiare qualcosa, quindi possiamo farlo anche noi oggi: il fatto che certi adulti abbiano snobbato o ignorato il messaggio del 15 marzo forse significa che se la ricordano la fine degli anni Sessanta, e che magari un po’ di paura la facciamo.

Ma la mostra intanto prosegue raccontandoci le conquiste sociali e culturali del periodo: la voce di John Lennon, la beat generation descritta nell’iconico On the road di Jack Kerouack e (perché no) l’utilizzo sempre più diffuso della minigonna. Con questo spirito si approda in Sala della Ragione, che custodisce le opere d’arte più significative e sintonizza i nostri pensieri sulle note dei più grandi artisti che hanno suonato a Woodstock. Per qualche istante è possibile sedersi su quel fazzoletto d’erba sintetica e provare ad immaginare quello che dev’essere stato. 500.000 ragazzi per tre giorni di musica. Una grande operazione di marketing, quella, che però mette il cappello a uno slancio interno umano verso la libertà che ha caratterizzato mesi e anni.

Il 15 marzo ha coinvolto centinaia di migliaia di giovani in circa 1325 piazze di oltre 98 Paesi nel mondo, e pare esserci già la data del prossimo appuntamento: il 24 maggio 2019. In pochi mesi sono sorte decine di pagine Facebook con lo slogan “Friday For Future” in cui i giovani hanno cominciato ad organizzarsi, a condividere, ad invitare gli amici; lo stesso avviene sugli altri social e c’è dibattito anche alla vecchia maniera, cioè a voce. Di certo i mezzi sono cambiati, ma chissà che questo 2019, proprio cinquant’anni dopo Woodstock, non sia l’anno decisivo di rinascita del movimento dei giovani? Anche le sfide sono nuove: i cambiamenti climatici e l’ecologia trainano la protesta e da quel futuro rubato (già rubato, già perso, irrecuperabile) nasce la voglia di prendere il controllo, riappropriarsi del proprio destino.

FREEDOM!

 

Giorgia Favero

 

locandina-woodstock-freedom“Woodstock: Freedom”, dal 23 febbraio al 12 maggio 2019 al Museo Civico di Asolo e alla Torre Civica di Asolo
Orari: venerdì ore 15-19, sabato e domenica ore 10-19. I medesimi orari valgono per la Torre Civica.
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto. Comprende anche l’ingresso alla Torre Civica.
Visite guidate: ogni sabato alle ore 15 e ogni domenica alle ore 11 (fatta eccezione del giorno di Pasqua) con un supplemento di 5€ al prezzo del biglietto.
Per info sulla mostra e sulle visite: info@museoasolo.it o 347 5735246

 

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Una parola per voi: rinascita. Aprile 2019!

«Fanny calò davanti a Silente, spalancò il becco e inghiottì lo zampillo verde: esplose in fiamme e cadde a terra, implume e raggrinzita. […] e Fanny, fenice neonata, […] cinguettava piano sul pavimento…»

Harry Potter e l’Ordine della Fenice, J.K. Rowling

Il 21 aprile quest’anno si celebra la Pasqua, festività cristiana che ricorda la resurrezione di Cristo. Esulando dalle implicazioni religiose, noi de La Chiave di Sophia abbiamo voluto riflettere sul concetto di rinascita a partire da questa citazione tratta dal quinto libro della saga di Harry Potter. La protagonista è Fanny, la fedele fenice del mago Albus Silente, preside di Hogwarts e personaggio centrale – sia nella saga che nella vita di Harry. In questa scena Fanny si sacrifica per difendere Silente inghiottendo quello “zampillo verde”, incantesimo mortale scagliato da Voldemort. La fenice però, come da leggenda, perisce tra le fiamme per poi risorgere dalle sue stesse ceneri: dopo quel suo sacrificio la ritroviamo infatti neonata e cinguettante. Una rigenerazione magica e fantastica, certo, ma non dobbiamo dimenticare che tutti noi, in svariati modi diversi, possiamo reinventarci, azzerare tutto e rinascere a nuova vita. Siete curiosi di scoprire quali film, romanzi, canzoni e opere d’arte trattano il tema della rinascita? Ecco cosa abbiamo selezionato per voi questo mese – buona Pasqua e rinascita a tutti!

 

UN LIBRO

mangia-prega-ama-chiave-di-sophiaMangia prega ama – Elizabeth Gilbert

La Liz delle prime pagine sembra godere di una vita piena, desiderabile dai più, ma vede ben presto la sua esistenza sgretolarsi sotto le pieghe di una depressione galoppante e di un rapporto matrimoniale al tramonto. Sceglie così di dare inizio a una nuova narrazione di sé, intraprendendo un lungo cammino che la porterà in Italia, in India e in Bali. Un viaggio alla riscoperta del piacere dei sensi, della bellezza, del valore dell’elevazione spirituale e di quel puro amore che non vuole il sacrificio bensì la fioritura del proprio io.

 

 

 

UN LIBRO JUNIOR

meravigliosa-criniera-di-monty-la-chiave-di-sophiaLa meravigliosa criniera di Monty – Gemma O’ Neill

Protagonista di questo veloce album dalle grandi e colorate illustrazioni è un leone dalla folta criniera. Parecchio vanitoso, Monty a volte trascura gli amici passando il tempo a specchiarsi, finché una spiacevole disavventura lo farà “rinascere”,  aiutandolo a capire l’importanza dell’ascolto del suo prossimo. Un libro per bambini piccoli, dai 2 ai 4 anni circa.

 

UN FILM

apropositodihenry-chiave-di-sophiaA proposito di Henry – Mike Nichols

La natura ci insegna che ad ogni morte corrisponde una rinascita, che all’inverno segue immancabilmente la primavera, ma per l’animo umano una simile resurrezione non è altrettanto automatica: spesso, infatti, neanche ci si accorge di essere morti. In A proposito di Henry di Mike Nichols, del 1991, il protagonista ha tutto: un lavoro prestigioso, un bel conto in banca, una bella famiglia-trofeo, molti amici. Accecato da ciò che ha, Henry dovrà perdere tutto per capire di non avere in realtà niente, e sarà un’amnesia in seguito a un tragico incidente a permettergli di ripartire da zero, finalmente rinascendo a una vita più densa e significativa della precedente. Paradossalmente, solo vedere e accettare la propria “morte” ci permette di rinascere a nuova vita.

 

UNA CANZONE

shake-it-ou-florence-machine-chiave-sophiaShake it out – Florence + The Machine

Questa canzone narra di come i demoni del passato possono perseguitarci: «every demon wants his pound of flesh», ogni demone vuole la sua libbra di carne, canta Florence Welch. Ma, come dice il ritornello: «it’s hard to dance with a devil on your back/so shake him off!». Tornare a danzare liberi, senza quel fardello, è possibile: bisogna però scuoterlo via, «shake it out». Senza temere l’oscurità, perché è sempre più buio prima dell’alba («it’s always darkest before the dawn») – prima della rinascita. E anche un cuore privo di grazia può essere strappato via dal petto per permetterci di ricominciare pieni di nuove prospettive («I am done with my graceless heart/so tonight I’m gonna cut it out and then restart»).

 

UN’OPERA D’ARTE

chiave-sophiaMarcanciel Stuprò ha fatto l’uovo  Marcanciel Stuprò

Claudio Cintoli (1935-1978), noto con la firma-anagramma di Marcanciel Stuprò – così spiegata in una lettera a Marcel Proust del 1974: «Caro Marcel, c’è stupore e stupro nel tuo nome… forse per me i giuochi di parole sono come le ciliegie, uno tira l’altro. Così ho continuato a giocare attorno al nome Marcel: L’arc en ciel, i sette colori della recherche…» ‒ si confronta con il tema della nascita, della morte e della rinascita, unendo provocatoriamente citazioni dalle Sacre Scritture alla ritualità della vita, segnata dallo spirito e dal sangue. È il caso di Aceldama (dall’aramaico “campo di sangue”), una serie di dittici di immagini ritraenti l’artista imbrattato dal sangue mestruale, una via crucis pagana, simbolo della negazione della vita. Emblema della sua produzione è l’uovo, figura della rigenerazione e metafora della creatività, come emerge nel suo manifesto, la dadaistica sequenza fotografica in quadricromia, affissa per le strade di Roma e Milano nel maggio 1976, Marcanciel Stuprò ha fatto l’uovo, e nella performance Crisalide, dodici minuti di attesa e di angoscia dilatati, durante i quali Cintoli si dibatte in posizione fetale in un sacco, lancia a terra e rompe un uovo da un varco creato da una lama, fino al momento in cui il suo corpo, libero dal sacco, scivola sul pavimento. (Foto scattata da Rossella Farnese durante la mostra On the road, allestita presso la Galleria d’Arte Contemporanea Pio Monti di Roma in Piazza Mattei nell’estate 2017).

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Federica Bonisiol, Giacomo Mininni, Rossella Farnese

 

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Il mondo sottosopra: i filosofi e gli altri

Un interessante fraintendimento mostra in che mondo viva un filosofo rispetto a un non filosofo.

Mi sono di recente imbattuto in diverse persone per cui, nell’ambito di una discussione, si dice che un tema è stato affrontato a un “livello alto” o che nella discussione si è “rimasti alti”, se chi parla vuole far intendere che il confronto o l’argomento è rimasto generale, astratto, non è sceso nel dettaglio o nella situazione particolare.

Questa espressione sarebbe in effetti coerente con altri modi di dire usati per indicare una situazione che invece si prospetta concreta o realistica: “avere i piedi per terra”, “non volare alto”, “toccare con mano”, ecc. Tutte espressioni che rimandano al toccare e al poggiare, in antitesi a tutto ciò che ricordi, appunto, il livello più alto (la “testa fra le nuvole”, per capirci).

Dopo aver usato a sproposito la frase ed essermi procurato non pochi fraintendimenti – pensando che “rimanere alto” indicasse invece la maggior precisione di qualcosa – ho sentito che ciò che stavo pagando non era un banale errore ma un percorso logico ben preciso seppur di senso opposto, segnato dall’atteggiamento filosofico al mondo. In filosofia, o presso chiunque contempli in genere, lo sguardo rivolto in alto, ai livelli più elevati, eterei, apparentemente astratti, non è sinonimo di generalità e vaghezza, ma al contrario completezza, precisione, padronanza e dunque concretezza e realismo massimi. Affrontare un discorso al livello più alto significa potersi destreggiare nei suoi meandri, nei suoi dettagli, nelle sue sfumature e dunque conoscerlo molto bene, vederlo nella sua totalità, allo stesso modo di chi guardando una città dall’alto sa scorgerne ogni meandro senza perdersi. Solo conoscere qualcosa permette di astrarci sopra. “Volare alto” sarà allora segno che qualcosa è ben conosciuto, in caso contrario staremmo nella sua parte più concreta e visibile. Ulteriormente a mia discolpa, la mia mente azzardava un inconscio parallelismo tra la concretezza del toccar con mano e dell’aver i piedi per terra, con espressioni tipo “essere terra terra”, che vogliono solitamente disprezzare e allontanarsi da un atteggiamento sempliciotto e ottuso. A maggior ragione il “restare alto” rappresentava un traguardo dignitoso ed elevato.

Tutt’oggi resta celebre l’aneddoto dell’ancella che derise Talete per essere inciampato in una pozza d’acqua mentre osservava il cielo. Ancora poco si pensa che tra i due era Talete a conoscere il cielo, a volare alto su di esso, cioè a comprenderlo nella sua essenza. Con lo sguardo rivolto in basso, anziché al livello più alto, avrebbe evitato una presa in giro, ma non avrebbe conosciuto nulla.

Senza sospendere la mente e il pensiero in modo da mescolarli all’aria, che è della stessa leggerezza, non avrei mai potuto fare scoperte esatte sui fenomeni celesti. Se me ne fossi stato a terra a osservare da laggiù le cose di lassù, non ci sarei mai arrivato1.

Questo dice il Socrate ironicamente ritratto da Aristofane, che nonostante la presa in giro, trasmette l’atteggiamento che il pensatore deve per forza assumere per poter raggiungere certe cose. Questo modo di approcciarsi al mondo – identico a quello di Talete e di molti altri ancora – è ciò che segna i filosofi nella loro quotidianità e che, in una sorta di inversione vitale, rende il loro atteggiamento eccentrico e apparentemente sconnesso dagli altri.

Certamente alla fine sono stato io ad aver aggiustato il tiro delle frasi che utilizzo e le ho adeguate per come le usano in quel contesto. Nonostante questo, non posso però che rivendicare i motivi per cui ho potuto usare un’espressione nel suo senso contrario: perché contrario è spesso percepito il mondo di regole che fanno parte del filosofo.

 

Luca Mauceri

 

NOTE:
1. Aristofane, Le nuvole, Rizzoli, 2001, p. 135.

[Photo credits istockphoto]

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