V per vampiro o V per virtuale?

Nella figura “classica” del vampiro, come è stata adattata da Bram Stoker per il suo Dracula dal folklore est-europeo, uno degli elementi che risulta più curioso è indubbiamente la “regola” secondo cui il non-morto può entrare in una casa solo dopo esservi stato invitato.
La metafora morale sul male, che mette radici solo quando gli si è volontariamente aperto le porte di mente e anima, è chiara, ma a un lettore smaliziato del ventunesimo secolo la cosa potrebbe comunque fare sorridere: perché dovremmo consapevolmente invitare in casa qualcuno col cipiglio diabolico di un Bela Lugosi o l’aria minacciosa di un Christopher Lee, o tantopiù un bambino cadaverico e svolazzante come quelli de Le notti di Salem di Stephen King, che pure recuperava gli elementi più classici del mito del vampiro?

Che si possa ritenere poco credibile una clausola di questo tipo, però, è quantomeno ironico, specie nell’era digitale e del virtuale. Un vampiro di oggi, con ogni probabilità, non busserebbe più a porte o finestre nel cuore della notte, ma si limiterebbe a lasciare sul monitor lunghissimi messaggi di informativa sulla privacy, che l’ignara (?) vittima farebbe scorrere fino all’ultima riga senza leggere una singola parola, solo per cliccare su “Accetta tutto” e proseguire in santa pace con la propria navigazione virtuale.

A ben pensarci, questo è esattamente quello che succede, quotidianamente, a ogni accesso su un sito internet, a ogni ricerca su Google, a ogni registrazione su un social network. Il vampiro, oggi, non si è estinto, ma darwinianamente si è adattato ai tempi, e invece di sangue umano ha cominciato a nutrirsi di qualcosa di apparentemente più astratto ma altrettanto vitale: di informazioni, i famosi “dati” che tutti vogliono proteggere ma nessuno sa bene cosa siano. Come ai vecchi tempi, però, il vampiro chiede il consenso della propria vittima, non “morde” nessuno senza che gli sia stato dato volontariamente – per quanto superficialmente – accesso a tutte le informazioni di cui ha bisogno per prosperare: chi siamo, quanti anni abbiamo, dove viviamo, cosa mangiamo, di che medicine facciamo uso, in quale palestra andiamo, se frequentiamo cinema, teatri, musei o stadi, chi frequentiamo, cosa leggiamo, quali film o serie guardiamo, come passiamo il nostro tempo libero.

Solo apparentemente queste informazioni sono senza valore: si tratta in realtà di vera e propria moneta di scambio, dati ottenuti gratuitamente e rivenduti a peso d’oro a chi ha modo di monetizzarli; quante volte parliamo con amici o parenti di quanto vorremmo cambiare il vecchio divano in salotto, solo per essere sommersi di pubblicità di mobilifici a ogni nuovo banner che si apre? Di postare sui social una foto del nostro gatto e scoprire infinite nuove marche di croccantini? O di ricevere email da agenzie di viaggi o siti di prenotazione alberghi proprio mentre si stava pensando di organizzare un’uscita di un fine settimana per festeggiare un anniversario o semplicemente per staccare un po’ dal lavoro?

Pezzo dopo pezzo, informazione dopo informazione, la nostra vita viene assorbita da un sistema capillare di osservazione virtuale, raccolta dati e rivendita degli stessi, trasformandoci non in famelici mostri succhiasangue, ma in curiosi ibridi che sono produttori di contenuti e prodotti essi stessi, ingranaggi nella macchina del capitalismo digitale, ormai indissolubilmente legato al capitalismo della sorveglianza, a malapena consapevoli dell’enorme potere che abbiamo dato ad aziende invisibili (e non solo) nel determinare le nostre abitudini e il nostro stile di vita.

Possiamo deridere quanto vogliamo i vari Renfield, Lucy, Mina, ma in fondo non siamo troppo diversi, anzi: loro almeno, al contrario di noi, sapevano chi avevano davanti e chi stavano invitando a entrare. Come se non bastasse, poi, il vampiro stavolta non se ne andrà spontaneamente alle prime luci dell’alba, e non ci sono agli o crocifissi che tengano per tenerlo lontano.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine di copertina proveniente dall’archivio dell’autore]

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Il bisogno di rifare: reboot, remake e sequel

La nostalgia mitiga l’ansia, dicono in Matrix resurrection, quarto capitolo della saga uscito da poco nelle sale cinematografiche. Sarà per questo che il cinema e le serie tv stanno vivendo di reboot, reunion, sequel e quant’altro?
Il già citato Matrix, ma anche Harry Potter e Friends, che di recente sono stati protagonisti di due reunion con il cast, per non citare anche Sex and the city, tornato dopo anni con un sequel, And just like that. La tendenza è iniziata già una decina di anni fa, all’incirca, e non accenna ad esaurirsi.

Sono prodotti che vengono divorati, forse perché siamo tutti un po’ desiderosi di ricongiungerci con un tempo passato che ci figuriamo ora come un periodo incantato, pieno di promesse e amenità. Oggi le novità è meglio schivarle, perché in esse potrebbero nascondersi pericolose trappole. Fuori il nuovo e dentro il vecchio, insomma.
Abbiamo finito le idee? Abbiamo finito la felicità – per citare una canzone de Lo stato sociale? La felicità dobbiamo ricercarla nel passato, come i neoclassicisti nel ‘700, come gli Scolastici medievali che si sentivano nani sulle spalle dei giganti del passato? Oppure quella odierna è una nuova arte, fatta di mash up, un po’ patchwork, intrisa di quella nostalgia malsana e sana al contempo?

Necessitiamo di pillole blu alle quali siano ormai assuefatti, pillole che ci rassicurano e cullano? Che ci fanno stare in casa al sicuro, booster o no, green pass o no, guarigione o no. Oppure è anche questo un modo per preparare il terreno alle novità, che da sempre si innestano su un terreno già coltivato e fertile? Difficile a dirsi. Scomodando quel tuttologo di Hegel, che conosce tutte le risposte e sa sempre cosa fare, potremmo dire che non è possibile emettere una sentenza adesso, mentre stiamo vivendo in prima persona questo tempo pieno d’ansia e apatia, mentre ci intratteniamo con questa abulica arte che stimola il “come eravamo” piuttosto che il “come saremo”.

In Matrix resurrection si fa notare come l’essere umano sia sempre in bilico tra paura e desiderio. La paura, in quest’epoca, è forse la tonalità emotiva che prevale. Ma l’uomo è anche un animale desiderante, vive e sopravvive grazie a un desiderio schopenhaueriano impossibile da sopprimere o da razionalizzare. Ecco quindi due probabili chiavi per interpretare i vari remake e reboot: tendiamo a rifare perché abbiamo paura e vogliamo rivedere e riprendere le storie da dove le avevamo lasciate, ma allo stesso tempo desideriamo dare vita a qualcosa di nuovo, che rinasca dalle ceneri delle vecchie idee che un tempo hanno funzionato. Dopotutto c’è coraggio anche in questo atto, perché qualcosa di compiuto che ha avuto successo o che è divenuto iconico, non viene lasciato a se stesso, archiviato e intrappolato nei tempi che furono, bensì viene ripreso, riaperto, riconsiderato, proseguito.
Un’azione sicuramente impavida: la compiutezza non c’è più, prevale il desiderio che non si arresta e prosegue all’infinito, dando il via ad un processo di incompiutezza che per sua stessa definizione risulterà imperfetto, manchevole. Eppure è qualcosa di vitale, qualcosa che si muove: significa che dietro c’è qualcuno che fa, che agisce, che si mobilita per un pubblico che nonostante tutto guarda, ascolta, riflette – anche se poi denigra oppure, al contrario, osanna.

Abbiamo forse paura di perdere il grande capolavoro del passato, paura che ormai oggi, per noi, non significhi più nulla o quasi. Ma temiamo anche di mancare il capolavoro di oggi, e allora tendiamo a rifare quello vecchio, lo reinventiamo, mossi dal desiderio di qualcosa di nuovo.

Non dimentichiamo però, che l’industria cinematografica e seriale è soprattutto e prima di tutto pragmatica, ossia pensa al denaro, al guadagno: rifare significa anche puntare su una mano che si è già rivelata vincente in termini economici.
Ma non tutto si può sempre ridurre a una mera prospettiva materiale. O meglio: se chi questi prodotti li confeziona e li vende sceglie di farlo, ci sarà un motivo – siamo noi il motivo, noi e il nostro bisogno insopprimibile di rivivere, rifare, ricreare ciò che ci era piaciuto, alla ricerca di quel conforto e quella felicità che paiono perduti. E francamente, da un certo punto di vista, qualsiasi rimedio contro l’ansia che siamo chiamati ogni giorno a vivere, è ben accetto.

 

Francesca Plesnizer


[Photo credit pixabay]

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Fanatismo ideologico e paradosso dell’ignoranza

Oggi più che mai, in un mondo dominato dalla supremazia dei social network e delle notizie a portata di click, siamo di fronte al dilagare del cosiddetto fenomeno del fanatismo ideologico, influenzati sempre più dalle idee che vanno per la maggiore e che corrono incessanti sulle Instagram stories o sulle bacheche Facebook dei nostri smartphone. Si pensi ad esempio al periodo pandemico che tutto il mondo sta vivendo e alle teorie sui vaccini tra favorevoli e contrari. In questo articolo non ci si addentrerà nel merito della validità o meno delle due posizioni, ma si cercherà di comprendere perché un’idea, qualsiasi essa sia, riesca ad imporsi con forza tra le masse.

In tempi non sospetti, Sigmund Freud aveva affermato che non fosse lecito ricavare un’affermazione della socialità a scapito dell’individualità, ma che la socializzazione e la massificazione fossero in un rapporto di dipendenza dall’individualità, ossia che la distinzione tra massa e individuo diventasse superflua. Per Freud la negatività della massa dipende, quindi, dalla negatività dell’individuo stesso, in quanto quest’ultimo è essenzialmente dominato dall’inconscio; tuttavia egli è di per sé predisposto alla socializzazione e l’esperienza della massa si limita a rendere esplicito ciò che in lui era solo implicito. L’individuo si trova posto nella condizione di sbarazzarsi delle rimozioni dei propri  moti pulsionali e nella massa egli esperisce ciò di cui per definizione non si dà esperienza, appunto l’inconscio, che si reifica nella massa, si oggettifica rendendosi tangibile. Inoltre, secondo la prospettiva freudiana, esiste un fenomeno per il quale la massa si compatta attorno alla figura di un coercitore e attinge da un lato alla sua essenza profonda e dall’altro patisce un processo di regressione:

«Le masse non hanno […] mai conosciuto la sete della verità. Hanno bisogno di illusioni e a queste non possono rinunciare […]. La massa è un gregge docile che non può vivere senza un padrone. È talmente assetata di obbedienza da sottoporsi istintivamente a chiunque se ne proclami il padrone» (S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 2011).

Ciò che lascia intendere Freud è come il fanatismo ideologico di massa vada, in qualche modo, a scongiurare una responsabilità etica individuale nell’assumersi l’onere dei propri pensieri, favorendo l’idea di una più comoda responsabilità collettiva.

L’essere umano è per natura portato a costruirsi una visione dogmatica della realtà, in particolare quando non possiede gli strumenti necessari da porre a fondamento di una determinata idea. Nel mondo contemporaneo la massa si uniforma spesso e volentieri attorno ad una sola “verità” idolatrata con adorazione quasi fideistica, verità che proviene nella maggior parte dei casi dal mondo virtuale, che rappresenta quel coercitore di cui si parlava prima.

Detto ciò, è possibile affermare che l’andar dietro a un pensiero comune faccia sì che vengano ignorate tutte le altre possibili verità. Accade questo, in particolare, quando si inizia a credere ciecamente a un’idea, facendola propria, senza beneficiare del dono prezioso del dubbio (il fanatismo appunto). Ciò apre ad una situazione paradossale nella quale l’ignoranza di qualcosa si pone a fondamento di una verità, o pseudo tale, attraverso la quale si ha la pretesa di essere padroni dell’unica verità assoluta. Tuttavia, chi ama concedersi sempre il beneficio del dubbio e ricerca costantemente la verità delle cose, sa benissimo che l’unica forma accettabile di ignoranza sia quella del famoso “so di non sapere” socratico.

È noto come coloro che sanno meno credano di essere quelli con la verità in tasca, avallando le loro idee sulla base della condivisione di queste con la massa. Si pensi a quanta gente cada nella trappola delle cosiddette fake news senza andare a verificarne le fonti, forte del fatto che i più condividano quella determinata notizia o idea.

Quando ci imbattiamo in tali persone, dovremmo ricordare il famoso mito della caverna nella Repubblica  di Platone, in cui gli uomini legati per mani, piedi e collo che osservano le ombre proiettate sul muro, credendo fermamente che esse siano l’assoluta verità, rappresentano proprio tale tendenza umana a fermarsi all’apparenza delle cose. Non a caso il potenziale filosofo Re – ossia colui che, nell’ottica platonica, se riuscisse a liberarsi dalle catene e ad uscire fuori dalla caverna sarebbe accecato dalla luce della vera realtà – verrebbe deriso e ucciso qualora, tornato dai suoi compagni, raccontasse loro che quella che hanno creduto essere la verità è solo l’ombra di essa. Seguendo l’insegnamento di Platone, allora, sarebbe auspicabile che i singoli riuscissero a uscire dalla metaforica caverna, cercando quantomeno di tendere alla costante ricerca della verità, emancipandosi dalle non sempre realistiche idee della massa.

 

Federica Parisi

 

[Photo credit Bruna van der Kraan via Unsplash]

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Come canne (pensanti) mosse dal vento

Ci si potrebbe chiedere perché a scuola si studino tutti i Nobel per la letteratura italiani – Montale (Nobel nel 1975), Pirandello (nel 1934), Carducci (nel 1906) e Quasimodo (nel 1959) – tranne due: Dario Fo (nel 1997) e Grazia Deledda (nel 1926). Per il primo la risposta è abbastanza semplice: Fo è vissuto troppo recentemente perché i programmi scolastici di letteratura arrivino a lambirlo. Ma che dire di Deledda, deceduta nel 1936 ovvero lo stesso anno di Pirandello? Qualcuno a volte mi accusa di voler essere femminista a tutti i costi, ma a me la faccenda puzza un po’ tanto di maschilismo.

Non è questa la sede per approfondire il tema, ma è il motivo per cui ho deciso di andare in libreria e comprare uno dei romanzi più noti (all’epoca) dell’autrice, Canne al vento. Sono arrivata a Deledda tramite un altro personaggio femminile italiano di mastodontica portata, Eleonora Duse, attrice geniale di fama internazionale il cui nome ormai passa tra i banchi di scuola con l’appellativo di “l’amante di Gabriele D’Annunzio”: come se il suo nome da solo non fosse abbastanza, come se non sia stata lei (o per lo meno anche lei) ad aver dato a D’Annunzio tutta quella fama recitando come protagonista nei suoi drammi. Mentre non mi resta che augurarci una rivalutazione della donna e attrice Eleonora Duse nel 2024, centenario della morte, torniamo dunque a Grazia Deledda, il cui romanzo Cenere del 1904 fu scelto proprio dall’attrice come sceneggiatura per l’unico film in cui abbia mai recitato, nel 1916. Olì, protagonista della storia che ha luogo in Sardegna, è una donna delusa dall’amore, tradita dall’uomo amato, che partorisce in solitudine un figlio che è costretta a lasciare da bambino.

Anche in Canne al vento, pubblicato nel 1913, i personaggi sono dei miserabili della sorte, né buoni né cattivi ma costantemente in balìa di una forza più grande di loro, proprio come delle canne mosse dal vento. Questa immagine torna più volte all’interno dell’opera, il cui protagonista è Efix, servo fedele delle tre dame Pintor cadute in disgrazia, nella cornice di un paesello rurale sardo la cui pesante immobilità è scossa dall’arrivo di Giacinto, giovane nipote delle nobildonne. La precarietà dell’esistenza umana, il tentativo vano di resistere alla sorte, il sentirsi soccombere a un destino ineluttabile: questi i temi che sottotracciano il romanzo, capitolo dopo capitolo, e di cui si fanno portatori tutti i personaggi ma più di tutti forse proprio Giacinto, che continua a perdere al gioco senza riuscire a smettere, nella speranza – vana – che la sorte prima o poi giri in suo favore. Come se non fosse chiaro, tra le ultime pagine del romanzo viene riassunto il messaggio dell’autrice:

«Non è una gran cattiva sorte la nostra? […] Perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?»
«Sì,» egli disse allora, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento».
«Sì, va bene: ma perché questa sorte?»
«E il vento, perché? Dio solo lo sa».
«Sia fatta allora la sua volontà», ella disse chinando la testa sul petto […]1

L’immagine della canna piegata dal vento in verità stuzzica da secoli e forse millenni la fantasia umana. È attribuita a Esopo una favola in cui una canna e un ulivo discutono la reciproca forza, con l’albero che si fa vanto della resistenza del suo tronco; con il passaggio di una forte tempesta, tuttavia, secondo la storia la canna continua a piegarsi sotto le sferzate del vento mentre l’ulivo resiste, resiste, resiste fino a spezzarsi. Scemata la tempesta e passato il vento, invece, per quanto forte sia stato, la canna si risolleva.

Come non pensare poi al filosofo francese Blaise Pascal, per il quale l’individuo non è altro che «una canna pensante»? Lo scrive in un famoso frammento dei suoi Pensieri (1670) con l’intenzione di esaltare invece l’umano nel paragonarlo a una canna. Come per i personaggi di Deledda, non c’è un reale giudizio etico – non importa che l’individuo sia buono o cattivo – ma la semplice constatazione che, per quanto fragile sotto i colpi del vento (è l’Universo per Pascal a schiacciarlo), trova proprio nel suo accorgersi di essere colpito tutta la dignità dell’essere umano:

«Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale»2.

Una conclusione piena di speranza per tutti coloro che, prima o poi nella vita, arrivano a sentirsi come i protagonisti di Grazia Deledda.

 

Giorgia Favero

 

NOTE:
1. G. Deledda, Canne al vento, Garzanti, Milano 2022, p. 195

[Photo credit: unsplash.com]

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Dalla moda alla noia: intervista a Lars F. H. Svendsen

Intervistiamo il professor Lars F. H. Svendsen, filosofo norvegese classe 1970 autore di molti libri e docente all’università di Bergen, Norvegia. La sua riflessione filosofica riguarda numerosi aspetti della vita quotidiana di ciascuno, racconta in numerose pubblicazioni arrivate anche in Italia, alcune delle quali hanno riscosso un buon successo. Citiamo tra gli altri Filosofia della moda (Guanda 2006), Filosofia della paura: Come, quando e perché la sicurezza è diventata nemica della libertà (Castelvecchi 2017) e Filosofia per amanti degli animali (Guanda 2020).
Ecco cosa gli abbiamo chiesto.

 

Giorgia Favero – La moda ha come fondamento il nuovo di per sé, senza utilità né volontà estetica: per questo è irrazionale, perché persegue il cambiamento per il cambiamento. Considerando però i danni ambientali e sociali causati soprattutto dalla cosiddetta fast fashion, che rendono l’industria della moda una delle più inquinanti al mondo, ritiene possibile l’esistenza di una moda (sempre nel senso di abbigliamento) che vada di pari passo con l’ecologia?

Lars F. H. Svendsen – I vestiti economici sono prodotti in grandi quantità e non sono fatti per durare a lungo, inoltre sono inevitabilmente molto dannosi per l’ambiente. Tuttavia il fatto che la moda sia stata per così tanto tempo un riciclare la moda precedente significa che c’è un nuovo potenziale di durata pur restando sempre alla moda. Per cui direi che la cosa più utile per l’ambiente che possiamo fare è comprare ai mercatini dell’usato o di seconda mano degli oggetti di vera qualità e che quindi siano duraturi.

 

GF – Nel 1999 ha pubblicato il libro A philosophy of boredom (Guanda), in cui ad un certo punto scrive che «boredom can be like the voice of conscience». 11 anni dopo questa pubblicazione, metà del mondo ha vissuto più o meno lunghi lockdown a causa della pandemia da Covid-19: crede che possa essere stata l’occasione ideale per sperimentare questa “voice of conscience”?

LS – Credo di sì. Questa crisi taglia fuori così tanto della nostra vita quotidiana e ordinaria che abbiamo un’occasione per riorientare e ripensare noi stessi all’interno delle nostre vite. Poiché alcune fonti di significato non sono più disponibili, abbiamo l’opportunità di trovarne di nuove, e forse di più solide – dopo aver guardato tutto quello che Netflix e simili avevano da offrire. Emerge uno spazio nel quale uno può porsi la domanda: cos’è che mi interessa? Mi interessa quello che dovrebbe interessarmi?

 

GF – Il suo ultimo libro edito in Italia è “Understanding Animals: Philosophy for Dog and Cat Lovers” (Guanda 2020) e offre molti spunti interessanti che aiutano ad uscire – almeno per qualche momento – dalla nostra prospettiva antropocentrica. Ma per quale motivo secondo lei dovremmo provare a comprendere gli animali, soprattutto considerando che viviamo in un mondo in cui la stragrande maggioranza degli animali esistenti viene allevata per essere mangiata?

LS – Un punto fondamentale del libro è la dimostrazione che c’è molta più continuità tra la mente umana e quella animale rispetto a quello che i filosofi hanno sempre sostenuto. Perché dovremmo interessarci degli animali? Gli animali hanno dei comportamenti morali, nonostante gli animali ne abbiamo di diversi tra di loro, ma questo perché tra loro differiscono nel livello di qualità morali che posseggono. Gli animali che sperimentano il dolore non dovrebbero essere sottoposti al dolore quando non necessario. Gli animali con un ampio range di preferenze e di gusti dovrebbero veder riconosciute le loro preferenze, soprattutto quando allevati in cattività. Tuttavia, non credo che nessun altro animale che non sia l’essere umano abbia consapevolezza della propria finitudine, coscienza d’essere nati e che moriranno, e quindi non credo che uccidere animali non umani sia necessariamente sbagliato, anche se solo per essere mangiati.

 

Giorgia Favero – Professor Svendsen, qui in Italia siamo in attesa della sua prossima pubblicazione, Filosofia della menzogna (Guanda), prevista per marzo 2022. Vuole darci una piccola anticipazione?

Lars F. H. Svendsen – Il libro è una analisi approfondita sul mentire nella vita quotidiana. Che cos’è esattamente una bugia e in che modo essa si relaziona con fenomeni correlati? Inoltre indago l’etica del mentire, cioè perché mentire è considerato quasi sempre moralmente sbagliato, e perché è particolarmente sbagliato farlo nei confronti degli amici. Il libro si conclude con uno sguardo alla politica, dalla teoria di Platone della “nobile bugia” fino alla “Big Lie” di Donald Trump. Poiché concetti come “fake news” e “fonti alternative” riempiono i nostri feed social, la mia conclusione è qualcosa che forse sorprenderà: anche se occasionalmente mentiamo, noi siamo per la maggior parte delle persone degne di fiducia. Avere fiducia negli altri ci rende vulnerabili e sicuramente verremo ingannati qualche volta, però considerando tutto la fiducia e la vulnerabilità sono preferibili a una vita in un costante clima di sfiducia.

 

GF – Scorrendo i titoli dei suoi libri, è possibile riconoscere un approccio molto pratico alla filosofia, una volontà di parlare a un pubblico ampio ma in chiave filosofica di questioni che riguardano la vita di tutti i giorni. In Italia la filosofia è vista ancora molto come una materia astratta ed elitaria: lei professor Svendsen come definirebbe la filosofia a un pubblico di persone che non la conoscono?

LS – Facciamo tutti della filosofia, anche quando non vogliamo chiamarla filosofia. Non possiamo impedirci di fare speculazioni attorno a delle domande filosofiche e questo è il motivo per il quale Schopenhauer definì gli esseri umani come “animali metafisici”. Inoltre, tutta la filosofia comincia con un qualcosa di pre-filosofico che si trova nell’esperienza su cui fondiamo le basi della nostra riflessione. Considerando ciò, la filosofia può essere vista come l’atto di riflettere su un significato o sull’esperienza che facciamo di qualcosa che esiste. La filosofia trae il suo contenuto e la sua legittimità da qualcosa di cui è già stata fatta esperienza e che è dato per assodato: ciò è metodologicamente significativo perché significa che la filosofia deve mantenere sempre contatto con il pre-filosofico per essere legittima, anche se tendiamo a perderci in grandi astrazioni sempre meno tangibili. Spesso ultimamente perdiamo di vista l’esperienza alla base della nostra riflessione e questo tipo di filosofia manca di un punto cruciale: la sua origine. Secondo me l’origine della filosofia nella nostra vita quotidiana è fondamentale. Come scrisse Wittgenstein: «A cosa serve studiare filosofia se tutto ciò che fa per te è impedirti di parlare in modo plausibile di qualche astrusa questione logica ecc, e se non rafforza il tuo pensiero sulle importanti questioni della vita?». Io credo che il nostro pensiero su queste questioni possa essere rafforzato, e la mia missione è scrivere libri che cerchino di fare proprio questo.

 

Giorgia Favero

 

[Immagine tratta da Facebook.com]

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L’origine del male secondo Hannah Arendt

Nel 1961 Hannah Arendt chiese esplicitamente al settimanale New Yorker di essere inviata come corrispondente a Gerusalemme per seguire il processo al funzionario e militare nazista Otto Adolf Eichmann (1906-1962). La pensatrice politica seguì con attenzione tutte le centoventi sedute del processo al gerarca nazista che era stato catturato dai servizi segreti del neonato stato di Israele a Buenos Aires dove si era rifugiato con una nuova identità sfuggendo al processo di Norimberga del 1946.

Eichmann era stato responsabile dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich. Con questa funzione aveva coordinato l’organizzazione dei trasporti degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Processato e poi condannato a morte per impiccagione, nella sua difesa tenne a precisare che, in fondo, si era occupato “solo di trasporti”. Il resoconto di quel processo e le riflessioni che Arendt fece in presa diretta, vennero poi raccolte – con ampliamenti e leggere revisioni – nel celebre libro La banalità del male. Un testo che ha avuto un grande successo internazionale e che è stato altresì contestato – con sommo dispiacere di Arendt stessa – la quale ha lottato strenuamente a livello intellettuale, per far comprendere le sue tesi anche a coloro che non ne avevano colto fino in fondo la profondità.

In questo testo Arendt ha proposto la nozione di “banalità del male” evidenziando il tratto più pericoloso di Eichmann: la sua assenza di pensiero e l’implosione della coscienza. Quest’ultima, nel gerarca nazista, si era assopita non lasciando spazio alla consapevolezza, allo scrupolo, al senso di colpa. È qui che si gioca quella che Arendt ha definito la “banalità del male”. Obbediente allo spirito della storia Eichmann era diventato un esecutore meccanico di ordini, un piccolo ma fondamentale ingranaggio di una macchina infernale che altrimenti non avrebbe potuto funzionare così “bene”.

L’autrice rimase colpita dall’assoluta mediocrità di Eichmann, dalla sua superficialità. Le azioni compiute dal funzionario tedesco erano mostruose, ma l’agente era ordinario, non aveva alcunché di demoniaco. Era un animo semplice che obbediva, in maniera a-critica, allo spirito della storia. Scrive Arendt: «Quando io parlo della “banalità del male”, lo faccio su un piano quanto mai concreto. Eichmann non era uno Iago né un Machbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo III – per fredda determinazione»1. Punto focale della riflessione dell’intellettuale tedesca è la constatazione del fatto che il criminale nazista non aveva nulla di malvagio e non aveva nei suoi gesti precipue intenzioni di compiere il male. «Egli non capì mai che cosa stava facendo […] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo»2.

Facilmente fanno qui capolino le critiche all’analisi proposta da Arendt che viene accusata di assolvere, di giustificare, di svalutare quanto accaduto per opera dello stesso Eichmann. Niente di più distante dal pensiero e dagli intenti della pensatrice tedesca. La sconvolgente lezione che Arendt sostiene di aver appreso dal caso Eichmann e che ci ha tramandato è lì ad ammonirci che la “banalità del male” è quanto di più pericoloso possa presentarsi per l’uomo sul palcoscenico della storia. I piccoli complici che non pensano e obbediscono supinamente allo spirito del tempo sono il vero pericolo. Eichmann era un uomo assolutamente normale sostiene Arendt ma «questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica […] che questo nuovo tipo di criminale […] commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male»3.

Parafrasando Arendt possiamo dunque affermare che il suddito ideale di un regime totalitario non è il comunista convinto o il nazista convinto, ma l’individuo per il quale non esiste più la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso. Abdicare al pensiero critico, rinunciare a interrogarsi, escludere la vigilanza interiore, finisce per impedire di riconoscere il male, estromettendo l’uomo dall’orizzonte etico. Di Eichmann, Arendt mette in risalto la peculiare superficialità, lo iato fra azione e pensiero, fra emozioni e razionalità. Quest’ultima ridotta a mero ossequio di ordini giunti dall’alto. Al quale si aggiunge la totale incapacità di percepire e sentire l’altro da sé come un essere umano dotato di medesima dignità.

La lezione senza tempo del messaggio arendtiano è quella di non abdicare all’esercizio del pensiero critico, non tanto come mero processo cognitivo ma come pratica di vita. Affinché il vuoto dal quale Eichmann era attraversato non diventi la regola che preannuncia tragedie umane, è necessario educarsi al pensiero autonomo e riattivare la vigilanza della coscienza. Sono questi gli unici antidoti al cedimento morale e all’allineamento dilagante che permea la nostra società. Scrive Arendt: “La manifestazione del lieve vento del pensiero non è la conoscenza: è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto. Il che, forse, nei vari momenti in cui ogni posta è in gioco, è realmente in grado di impedire le catastrofi, almeno per il proprio sé”4.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1.H. ARENDT, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, tr. it. P. Bernardini, Feltrinelli, Milano, 201423, p.290
2. Ivi, p. 291.
3. Ivi, p. 282
4. H. ARENDT, La vita della mente, Il Mulino, Bologna, 2009, p. 289.

[Immagine tratta da Unsplah.com]

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Lo scopo da ritrovare nella vita

Senza uno scopo della vita non si può fare alcunché: non vi è terra per coloro che salpano senza una meta. Non si intende, con ciò, lo scopo dell’esistenza in senso assoluto ma piuttosto il nostro personale scopo che deriva dai nostri desideri: arricchirsi, scoprire nuovi luoghi, porre fine alle guerre etc.

Ma tutti questi pensieri, secondo l’insegnamento di Gurdjieff, finirebbero per essere vuoti e inutili a meno che non abbiano come base una certa  qual padronanza di sé stessi. Dal momento, infatti, che i desideri sono generati anche dall’influenza che cose esterne hanno su di noi, ciò su cui possiamo lavorare è in prima istanza proprio il nostro atteggiamento interno; è questo nostro lato interiore che ci permette di lavorare per questa vita1. La marcia della liberazione deve cominciare dentro di noi poiché la consapevolezza di sé conduce alla libertà dal giogo dell’ignoranza. “Conosci te stesso” è un principio senza tempo, valido ieri come oggi, lo scopo degli scopi; difficile da mettere in pratica dal momento che la “macchina umana”, nelle sue parti reciprocamente dipendenti, è qualcosa di estremamente complesso. Uno studio corretto di sé è la via che ci permette di rendere possibile, vero e autentico, uno qualunque dei nostri scopi esterni. Parte fondamentale dello studio di noi stessi è l’osservazione, un processo  sia analitico che percettivo che ci erudisce in merito ai “meccanismi” con i quali funzioniamo e ai “dati” che essi producono. Una corretta e costante osservazione su di noi rende meno frequenti gli errori che, quando si verificano, creano caos, sconsideratezza e superficialità.

Gurdjieff cerca di fare chiarezza su ciò che ci muove  interiormente distinguendo 4 funzioni principali: intellettuale, emozionale, motrice e istintiva, le quali, alla luce di studi più moderni, possiamo ricondurre all’attività della neo-corteccia, del sistema limbico, dei moto-neuroni e del tronco dell’encefalo. Le diverse reazioni che abbiamo di fronte ai fatti esterni sono originate da questi “quattro cervelli”, ognuno indipendente e allo stesso tempo connesso a tutti gli altri: a partire da un pensiero astratto fino a un riflesso incondizionato, ogni piccolo ingranaggio interno si muove e contemporaneamente muove gli altri. Capire bene da dove hanno origine i nostri pensieri e reazioni è il passo importante.

«Alcuni trovano difficile comprendere la differenza tra pensiero e sentimento, altri distinguono a stento tra sentimento e sensazione, o tra pensiero e impulso motore. […] La difficoltà di distinguere le funzioni è accresciuta dal fatto che le persone le sentono in modo molto diverso. È ciò che generalmente non comprendiamo. Noi crediamo le persone molto più simili tra loro di quanto non lo siano in realtà. […] alcuni percepiscono principalmente attraverso il pensiero, altri attraverso le emozioni, altri attraverso le sensazioni» (P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, 1976).

Detto ciò, quando ci prefiggiamo un nuovo scopo è implicito che questo abbia di riflesso un cambiamento interiore e dunque rompiamo l’equilibrio che sussiste tra tutte e quattro le nostre funzioni ed i modi con le quali le utilizziamo. Ogni singola variazione interiore ci costringe, pena il fallimento del nostro sforzo, a diventare uomini nuovi.

Il perché finiamo per compiere queste variazioni è presto detto: esse sono il segno di una lotta contro le abitudini e conditio sine qua non del rinnovamento degli scopi esterni. Ogni percorso di vita è guidato dal proprio scopo e questo a sua volta è rinnovato dalla crescita dell’esperienza. Mutamento e Abitudine giocano così al “gatto col topo” in un circolo virtuoso che noi non dovremmo mai spezzare, quanto piuttosto conservare e gestire. Parafrasando Dewey, non dobbiamo accontentarci delle sole azioni meccaniche ma al contrario dovremmo creare le situazioni che esigono la riflessione al fine di scoprire quali possano essere le eventuali conseguenze. Ogni scopo infatti, se fa realmente parte di noi, cela dietro di sé risvolti sempre inaspettati che sono la linfa per ulteriori cambiamenti.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. Cfr. P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, 1976.

[Photo credit Javier Allegue Barros via Unsplash]

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Una riflessione sulle feste natalizie

È risaputo che recentemente l’Unione Europea ha proposto di sostituire l’augurio di “buon Natale” con quello di “buone feste”: questo per essere più inclusivi e rispettosi di ogni percorso di vita e credo religioso. Tale proposta è stata però subito ritirata a seguito delle dure reazioni dei partiti di destra e della chiesa cattolica, il cui Segretario di Stato Parolin ha affermato che non si possono dimenticare le radici cristiane su cui l’Europa si è andata costruendo.

Si cercherà dunque di argomentare che la proposta dell’Unione Europea era quanto mai appropriata e che, anche se ritirata, segna comunque un primo passo verso una prospettiva sempre più affrancata dal potere religioso e dai reazionismi contraddittori delle destre.

Si veda in primo luogo cosa significa “buone feste”. L’espressione è formata da un aggettivo, “buone”, e da un sostantivo, “feste”. Non si nega dunque che vi sia qualcosa per cui festeggiare ed essere felici e speranzosi, e che questo qualcosa sia “buono”, ovvero portatore di armonia e serenità. Semplicemente si prende atto che queste feste non corrispondono per tutti alla venuta di Gesù sulla terra. Ma non si nega che anche un ebreo o un islamico o un buddista possano trovare dei motivi di gaudio, che però non coincidono con quelli del cristianesimo. E naturalmente poi vi sono gli agnostici e gli atei, che vanno ovviamente rispettati nelle loro posizioni: per loro le feste possono essere gioiose poiché hanno più tempo da trascorrere con famiglia e figli, e per dedicarsi ai propri studi e interessi. Non si dimentichi inoltre che un ateo può avere un sistema di credenze morali estremamente ricco, sofisticato e stringente, poiché basato sulla sola ragione e sulla propria coscienza individuale, anche se non sui valori religiosi. Per questo motivo, non solo le religioni che non credono nella venuta del Cristo, ma anche chi non crede nell’esistenza di un mondo diverso da quello della materia, vanno rispettati.

Le critiche del Segretario Vaticano sono oltremodo fuori luogo e contraddittorie. Innanzitutto si vorrebbe ricordargli che ad esempio gli ortodossi festeggiano il Natale in una data diversa rispetto a quella dei cattolici. Ma gli ortodossi non sono pur sempre cristiani? Eppure augurare ad un ortodosso il “buon Natale” al 25 dicembre non ha per lui senso alcuno e può addirittura essere offensivo. Relativamente alle radici cristiane dell’Europa, il fatto di augurare “buone feste” non significa negare tali radici cristiane (infatti se per i cattolici le feste coincidono con il “Natale”, va benissimo, dove è il problema?), bensì prendere atto che, come già mostrato, non per tutti i motivi di festeggiamento coincidono con la celebrazione della venuta del Salvatore.

Relativamente alle critiche delle destre, si vorrebbe prendere atto che tali destre che difendono a spada tratta i valori cristiani, sono le prime a negare l’accoglienza degli immigrati e dei profughi, di fatto contraddicendo quello spirito di fraternità universale e solidarietà che dovrebbe contraddistinguere il cristianesimo.

In questa epoca storica così complessa e difficile, parrebbe opportuno riprendere quell’atteggiamento deista di matrice illuminista, per cui si parla della necessità per ogni essere umano di costruire un altare nel cuore. Ciò significa che quello che conta non è tanto il culto esteriore fatto di riti e formule spesso svuotati di significato perché recitati velocemente, distrattamente e per abitudine, bensì quello che vi è nel cuore umano, ovvero i sentimenti di solidarietà, fraternità e apertura verso tutti.

In conclusione, pare che la proposta dell’Unione Europea non sia affatto peregrina. È sotto gli occhi di tutti che ci stiamo avviando velocemente e progressivamente verso una società non solo laica, ma anche atea. Infatti, le giovani generazioni fanno sempre più fatica a credere in sistemi dogmatici e religiosi calati dall’alto per autorità sacerdotale. Piuttosto rivendicano il diritto ad esprimere liberamente le proprie emozioni, i propri pensieri e ragionamenti, il proprio orientamento sessuale, qualunque esso sia, senza futili preconcetti.

È dunque solo questione di tempo. Prima o poi, infatti, il “buon Natale” sarà sostituito con “buone feste” in maniera del tutto naturale e senza che nessuno si senta offeso, come si fa già nei paesi anglosassoni con il “Season’s greetings” al posto di “Merry Christmas”.

 

Francesco Breda

 

[Immagine tratta da Unsplash.com]

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La solitudine dell’uomo-dio tra Harari e Bauman

«Siamo più felici?». È questa una delle domande che si pone Yuval Harari nella sua Breve storia dell’umanità. In altri termini: il progresso materiale tende al miglioramento delle condizioni di vita della specie Homo? Vari tentativi di risolvere questo quesito sono stati fatti dalle scienze esatte, con numerosi studi che hanno cercato di valutare quali fattori contribuiscano all’incremento del benessere psicologico dell’uomo. Da un punto di vista filosofico, però, la risposta non può essere binaria, ma deve prendere in considerazione gli effetti culturali e sociali dello sviluppo tecnologico.

Occorre, dunque, analizzare gli effetti dei dirompenti mutamenti tecnologici – dal cannocchiale a Internet – che negli ultimi cinque secoli hanno stravolto in profondità lo stesso significato di “essere umano”. Come ha notato lo stesso Harari, «la scienza e la Rivoluzione industriale hanno conferito all’umanità poteri sovrumani» (Y.N. Harari, Sapiens. Da animali a dèi, 2017). Dalla Rivoluzione scientifica – con la perdita della centralità dell’uomo all’interno del cosmo e della progettualità divina – alla crisi del Positivismo – con il pensiero dirompente di Einstein, Freud, Nietzsche – il millenario umanesimo socratico-cristiano è stato spazzato via dalla morte di ogni dio e dalla fine di ogni costruzione universalistica. Grandi impalcature ormai inefficaci in un mondo costitutivamente irriducibile alla misura della specie che lo domina.

Alle impostazioni organicistiche, in grado di inserire il singolo in narrazioni finalistiche pregne di senso, si è – progressivamente e paradossalmente – affermato il “mito” dell’ego, la “religione” dell’uomo-dio. Una “ideologia” di cui esistono infinite copie e infiniti idoli, uno ciascuno per ogni abitante del globo. Dopo aver ucciso tutte le divinità, il pensiero umano ha elevato al centro del mondo l’ego, il singolo-privato. «Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere» ha scritto Harari.

«Siamo dèi che si sono fatti da sé, a tenerci compagnia abbiamo solo le leggi della fisica, e non dobbiamo render conto a nessuno» (Harari, op. cit.).

Viviamo una condizione di frammentazione, la solitudine monadica di un individualismo che è assurto a feticcio di un intero sistema socio-economico.

Tutto questo è intimamente connesso con la domanda sulla felicità. Infatti, al «miglioramento delle condizioni materiali avvenuto nel corso degli ultimi due secoli» ha fatto da contraltare lo sgretolamento delle strutture sociali e culturali capaci di indicare una meta al faticoso peregrinare dell’uomo, con la conseguenza che ci troviamo «in un mondo sempre più solitario di comunità e famiglie in dissoluzione» (Harari, op. cit.). Se la felicità – in senso epicureo – è l’assenza di sofferenze, la domanda diventa ineludibile:

«Siamo diventati i signori della terra che ci sta intorno, abbiamo incrementato la produzione alimentare, costruito città, fondato imperi e creato reti commerciali assai diffuse. Ma abbiamo forse diminuito tutte le sofferenze del mondo?» (Harari, op. cit.).

Non si tratta del vagheggiamento anti moderno per una (mai esistita) età dell’oro e dell’ingenuità. È indubbio che l’incremento delle conoscenze umane, quelle scientifiche in testa, abbia concretamente contribuito ad alleviare le sofferenze fisiche di milioni di persone. Ciononostante, quelli che Bauman chiama «gli effetti dell’individualismo dilagante che permea da cima a fondo la “non-società” neo-liberale» (Z. Bauman, La Solitudine del Cittadino Globale, 2003), hanno eroso le grandi narrazioni mitiche – nel senso ampio di  valide per una comunità. Come conseguenza, sottolinea Bauman, «il mondo si presenta come una versione mostruosamente obesa, gigantesca, di Internet: […] tutti si gettano nella mischia universale, ma nessuno sembra consapevole delle, conseguenze, e men che meno in grado di controllarle. […] Si gioca un gioco senza arbitro e senza regole decifrabili cui ricorrere per convalidare i risultati. […] Ciascun giocatore gioca un proprio gioco, ma nessuno sa con esattezza di quale gioco si tratti» (Bauman, op. cit.).

Il “disincantamento del mondo” ha così decapitato tutti gli idoli delle narrazioni di senso, consacrando l’uomo a efficiente padrone della natura. E da questa altura l’essere umano ha incoronato se stesso divinità assoluta nei riti dell’egolatria. Una nuova narrazione, non mitica perché non condivisa ma individualizzante, specchio di un sistema sociale ed economico in cui l’ego viene prima di tutto. Il risultato è una società in cui «la vittima principale della teoria e della pratica neo-liberali è stata proprio [la] solidarietà» (Bauman, op. cit.), nella quale siamo più soli. E forse più infelici.

 

Edoardo Anziano

 

[Photo credit Marc-Olivier Jodoin via Unsplash]

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Farmaci, veleni e incantesimi: ritorno all’origine

Anemia da sanguinamento gastrointestinale, trombocitopenia (riduzione delle piastrine nel sangue), cefalea, sindrome di Reye (una patologia potenzialmente letale che colpisce il cervello), emorragia cerebrale, sindrome asmatica, stress cardiorespiratorio, erosione gastrointestinale, ulcerazione gastrointestinale, ematemesi (vomito di sangue), ulcere emorragiche con perforazione gastrointestinale, epatossicità (lesione del fegato), sanguinamenti urogenitali, shock anafilattico: basta leggere il bugiardino di una banalissima aspirina alla voce “Effetti indesiderati” per gettare l’intero flacone il più lontano possibile.

L’elenco (del tutto incompleto) degli effetti collaterali di uno dei farmaci più usati al mondo è sufficiente per capire bene come mai in greco phàrmakon volesse dire sia “medicina” che “veleno”: le stesse sostanze, a seconda del dosaggio, dell’organismo del paziente, della conservazione, della preparazione, possono guarire o uccidere, salvare o menomare. Oltre al notissimo doppio significato del termine, però, ne esiste un terzo, raramente preso in considerazione ma altrettanto rivelatore: phàrmakon, infatti, è anche “sortilegio”, “incantesimo”.

Era pharmakèia quella della maga Circe, che le permetteva di tramutare gli uomini in animali e restituire loro la forma originale; era pharmakèia anche quella della vendicativa Medea, che con essa trasformò una veste di nozze in una trappola fiammeggiante per la rivale Glauce; era pharmakèia quella del di lei padre, il dio stregone Eete, che la usava per far crescere draghi dal terreno e per infondere vita ai suoi tori bronzei che vomitavano fiamme.

Per la mentalità greca, era facile capire come ogni medicinale fosse in sé un prodigio, una vera e propria magia, la sola disponibile ai mortali per sfidare il volere del Fato e delle Moire. Attraverso la medicina e i suoi farmaci, l’essere umano è capace di strappare i propri cari alla morte, di sanare ferite e di cacciare malanni, ottenendo un potere in grado di sfidare quello degli stessi dèi. La pericolosità di tale conoscenza era ben nota anche all’Olimpo: quando il dio della medicina Asclepio scoprì il phàrmakon definitivo, che addirittura restituiva la vita ai morti, il nonno Zeus pensò bene di folgolarlo, condannandolo a passare la propria immortale eternità come inerte mucchio di cenere, pur di non permettergli di diffondere il proprio sapere tra gli uomini.

Anche in un’epoca in cui i rimedi erano, per forza di cose, “naturali”, e in cui l’industria chimica e le manipolazioni genetiche erano ancora ben lontane a venire, la sapienza greca insiste sul fatto che qualunque medicina in quanto tale di “naturale” non ha in realtà proprio niente. Naturale sarebbe, infatti, arrendersi all’Anànke, la necessità dettata dal Fato: naturale è, da malati, morire se si è deboli o sopravvivere solo se si è forti, naturale è soccombere alle proprie ferite, arrendersi alla vecchiaia, assistere inermi all’indebolimento del fisico e dei sensi. La medicina, invece, con i suoi farmaci, sfida il tempo, il dolore, la malattia, la morte, e incide pertanto sulla realtà stessa, manipolandola come era in origine prerogativa solo degli dèi.

Ogni nuovo phàrmakon, dai tempi antichi ad oggi, aggiunge un tassello a questa riconquista del reale da parte della tèchne umana: ogni malattia sconfitta è come un nuovo territorio conquistato e strappato alla necessità, ogni virus reso innocuo un nemico vinto, ogni tecnica, macchinario, medicinale, vaccino sviluppato va ad arricchire l’arsenale collettivo dell’intera umanità, un arsenale accresciuto dallo sforzo collettivo di milioni di intelletti in migliaia di anni. Proprio perché “incantesimo”, però, la novità costituita dai nuovi farmaci è spesso avversata, temuta, rifiutata, in una sovrapposizione unica dei tre significati del termine originale che vede la medicina diventare veleno agli occhi di chi vi riconosce il prodigio magico degli inizi, di quando gli dèi erano invidiosi del potere dato agli uomini. Come si cacciano le streghe e i loro sortilegi, si cacciano allora anche i medici e i loro rimedi, con la stessa cieca ferocia di chi impugnava torce e forconi per giustiziare, non a caso, quelle che molte volte erano “semplici” guaritrici.

Al netto di numerosi fallimenti, però, non c’è e non può esserci paura che tenga di fronte al prodigio del phàrmakon, di quella conoscenza divina che sola sfida e vince la natura, mutando il contingente per ribellarsi a un destino ineluttabile, certo, ma non più onnipotente.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine tratta da Unsplash.com]

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