Come Carroll a caccia di Snark

Quando una valigia si riempie di parole, l’assale una gran voglia di parlare. Questa valigia, per l’appunto, è piena di ritagli di cartoncini su cui sono impresse parecchie parole. E sta per aprirsi e parlare.

Ecco che un’onda di ritagli si infrange sul pavimento. Per terra ora c’è un mare di parole. Sono tutti sostantivi, alcuni molto lunghi, altri più corti, ognuno con un significato diverso. Le mani dei bambini come vascelli solcano in ascolto questo mare, è un’esplorazione semantica in cui ritrovano parole note e ne scoprono di ignote.

Ci sono nomi che portano significati concreti e quotidiani, ce ne sono altri più strani e lontani. E poi ci sono nomi un po’ particolari che non sembrano avere un riferimento nitido, ma che hanno un significato un po’ a metà strada tra quello di altre due parole.  Come “mandarancio”: chi è che sa dove finisce il mandarino e dove incomincia l’arancio?

Di parole un po’ sfocate ne esistono a bizzeffe, sia per un uso consueto e concreto – come “mandarancio” – sia con riferimento più strano e desueto. In francese questo tipo di parole si chiama mot-valise, che letteralmente si traduce con “parola-valigia”.

Se è vero che ne esistono in grande quantità, quelle che non esistono sono certamente la maggior parte. Le mani dei bambini esplorano questo misterioso, ignoto mare. Navigando trovano un “mandacchio”, un curioso frutto tra il mandarino e il pistacchio, un “perancio” e un “kakiwi”: avete capito di quali due frutti sono frutto questi due frutti?

Ma le parole-valigia più fantasiose arrivano col mare mosso. Quando i frutti si mescolano con le verdure e gli insetti coi mammiferi, quando i fiammiferi e le briciole si mescolano con gli astri e i pianeti, quando le possibilità del quotidiano si mescolano con l’invenzione.

Il gioco di scoprire parole-valigia affascinava Lewis Carroll talmente tanto da dedicare un poemetto epico proprio a una di queste parole: Snark. È difficile dire cosa sia uno Snark: probabilmente ha qualcosa del serpente (snake) e qualcosa dello squalo (shark), ma non è detto che non abbia anche parti lumacose (snail) e tratti ringhiosi, cortecciosi e aggrovigliati (bark, snarl). Sicuramente non è un essere innocuo.

Per amplificare la potenza immaginativa del suo Snark, oltre a questi giochi polisemici, Carroll ricorre anche ad altre strategie. Innanzitutto ne proibisce qualsiasi illustrazione ed evita descrizioni dettagliate: questo perché qualsiasi contorno, figurato o verbale che sia, che vada oltre una bozza della figura fantastica ne inchioderebbe la libertà immaginativa. Rappresentare l’indescrivibile, particolareggiare l’ineffabile disambiguando il mistero, tradisce le possibilità della fantasia e ne imprigiona il senso.

In secondo luogo Carroll impregna i personaggi e le dinamiche narrative di nonsense. I dialoghi, nel loro succedersi, non hanno senso compiuto, i legami di causa-effetto sono derisi, le abituali correlazioni cadono. L’irragionevole irrompe nel quotidiano, l’assurdo prevale sulla coerenza e lo straniamento non ha scopo, ma è legge del quotidiano. E questa è una difesa senza compromessi della potenza caleidoscopica dell’immaginazione, un elogio senza mezzi termini della fantasia che si fa regola suprema della narrazione.

Infine, il culmine del genio fantastico è raggiunto da Carroll al termine del poemetto quando uno dei membri della ciurma impegnata nella caccia allo Snark, lo incontra. E quando vede la sua forma e i suoi colori, quando il fantastico diventa ai suoi occhi reale, ecco che l’osservatore sparisce. Come a confermare, nei fatti narrati, che la fantasia muore se costretta entro troppi dettagli che ne indispongono la libertà.

Allenare l’immaginazione, oltre che un gioco, è un esercizio prefilosofico e filosofico utile ai bambini. E figurarsi uno Snark, a partire dalle parole che Carroll usa per tratteggiarne la figura e dalle situazioni narrate nel poemetto, oppure inventare altre figure fantastiche a partire da una parola-valigia, sono strade possibili per incontrare la filosofia e imparare a navigare in un nuovo, diverso, mare.

 

La valigia del filosofo

 

[Photo credit La valigia del filosofo]

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Il vaccino anti-Covid come metafora di comunicazione

Comirnaty. È il nome commerciale del vaccino anti-Covid 19 della Pfizer-BioNTech. Nel brand sono “mescolati” le sigle Covid e mRNA insieme ai concetti di comunità e immunità. Un modo per attivare un sentiment positivo, rispetto alla vaccinazione, e mobilitare l’opinione pubblica all’idea di immunità per la difesa della comunità.
Al di là delle forti suggestioni emozionali, il lavoro dei creativi sollecita un’ermeneutica della cultura odierna e una riflessione sul post-pandemia, osservati dal punto di vista dei processi comunicativi.

In questa sede vorrei soffermarmi, brevemente, su due prospettive.
La prima è relativa alla sigla mRNA. L’opinione pubblica, in questi mesi, ha imparato a usare questo acronimo con lo stesso entusiasmo di chi conosce la formula segreta di ogni cura. L’mRNA, ossia RNA messaggero, contiene l’informazione per la sintesi delle proteine. In questa sede non è possibile descrive i meccanismi biologici e cellulari legati all’mRNA. Vale la pena, tuttavia, chiarire che, in estrema sintesi, si tratta del trasferimento di un messaggio, della sua codifica e decodifica, e dell’attivazione e regolazione delle informazioni che contiene. Un processo comunicativo!

La società dell’informazione, nel periodo pandemico, ha scoperto che per modificare una comunicazione, per costruire un cambiamento e migliorare la nostra condizione è necessario “discernere” sul messaggio, isolarlo, conoscerlo…
Il Comirnaty, in chiave metaforica, esprime anche una critica al sovraccarico informativo della società contemporanea, quell’information overload del mondo iper-accelerato e iper-connesso paralizzante e semplificatore. Per curare questa infodemia, e incidere su questo “eccesso di viralità”, la terapia è ancora il discernimento, quella facoltà, cioè, di giudicare, valutare e distinguere; opportunità per prendersi spazio e tempo; occasione per pensare criticamente e per riorientare la comunicazione.

Il secondo aspetto. A guidare la ricerca Pfizer sul vaccino anti-Covid è stata una ricercatrice, Kathrin Jansen.
La stampa, nazionale e internazionale, ha molto enfatizzato questo aspetto, arricchendo storie e modelli di narrazione “del femminile” e “al femminile”. Della Jansen sono stati raccontati la vita, i fallimenti e i grandissimi successi (a lei si deve lo sviluppo di due importanti vaccini, quello contro lo pneumococco e quello contro il papillomavirus), lo stile di comando, l’impegno, le competenze… Davvero una bella storia, un’ispirazione per molte giovani donne. Con la Jansen è stato presentato anche un “modo altro…” di pensare e agire professionale, differente dal gold standard maschile.

Andando, però, più a fondo in tutta questa storia, troviamo la costante aspirazione a un “modo altro…” che renda possibile il ritorno alla “normalità” e che eviti gli errori, i limiti, le inefficienze che hanno determinato o contribuito a determinare una pandemia, e accanto a questa una pandemia sociale e economica.
Il Covid ha causato il collasso, la caduta logica di sistemi, individuali e collettivi, comunitari e statali, economici e culturali… svelandone, a carissimo prezzo, fragilità e criticità.

Per risolvere questa crisi, insieme ad un’azione di “decodifica” dei messaggi della comunicazione, le voci più influenti di questo nostro tempo credono necessario un “modo altro…” di pensare le relazioni, i sistemi politici, economici, sociali. Un “modo” rivolto all’essenzialità, un pensiero differente che ci aiuti a ripensare criticamente le strutture, i valori, le ragioni su cui è stato poggiato fino ad oggi il nostro mondo, per rifondarlo con equità.

Questa ricerca raggiunge livelli altissimi proprio negli studi di genere. Penso ai lavori di Judith Butler, Adriana Cavarero, Carol Gilligan, Luce Irigaray, Luisa Muraro, Julia Kristeva. Solo per citare alcune, fra le numerose autrici. Nelle loro analisi appare costante la critica al pensiero occidentale, concentrato sull’identità e sul linguaggio maschile, e l’impegno per costruire “un’altra cultura” che consenta di riscoprire le differenze, l’alterità, la soggettività femminile. Irigaray, in Speculum1, la definisce “cultura a due soggetti”, partendo dalla differenza di genere per riconoscere e valorizzare le differenze in vista non solo di una rifondazione culturale, ma di una nuova convivenza umana.

Questa prospettiva sulla comunicazione invita, ancora una volta, a soffermarsi sul messaggio, ad avere cura delle parole, a riflettere sul loro senso e sul loro significato, a dedicarsi al parlare-con, a decentrarsi rispetto a se stessi, ad adottare un linguaggio accogliente e rispettoso, a rappresentare il mondo con parole nuove.
Qui collochiamo ogni premessa di cambiamento: descrivere e rappresentare il nuovo mondo secondo le parole che scegliamo.

 

Massimo Cappellano

 

NOTE:
1. Cfr. L. Irigaray, Speculum. L’altra donna, 2017

[Photo credit unsplash.com]

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Una scrittrice filosofa in sala operatoria: intervista a Giovanna Zucca

È passato quasi un anno dall’inizio ufficiale dell’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus. C’è ancora parecchia strada da percorrere per uscirne del tutto ma soprattutto per comprendere tante cose che continuano a restare vaghe ed oscure. Una mia curiosità è sempre stata quella di conoscere le prospettive sulla faccenda del personale ospedaliero, i cosiddetti “eroi in prima linea”. Ecco perché ho voluto intervistare Giovanna Zucca, laureata in filosofia e scrittrice oltre che infermiera di sala operatoria. Una donna dinamica, appassionata di Jane Austen e sempre attenta al risvolto etico del proprio lavoro. Ha al momento ben sei pubblicazioni all’attivo, di cui ricordiamo la “pietra miliare” Guarda, c’è Platone in tv! Come i filosofi antichi ci aiutano a vivere il presente (Fazi 2011) e lo splendido Noi due (Dea Pianeta Libri 2018).
Ecco dunque che cosa ci ha raccontato Giovanna Zucca.

 

Giorgia Favero – In una narrazione sensazionalistica dell’emergenza sanitaria, abbiamo visto emergere più volte termini quali tragedia e tragico. Mettendo volontariamente da parte il senso odierno dei due termini, mi sembra interessante invece riprenderne la concezione antica, quel senso del tragico in cui Karl Jaspers «ravvisava un interrogare e un riflettere in immagini». Ha senso secondo te ripescare quel senso antico del tragico per raccontare la pandemia che stiamo attraversando, nonché le sue inevitabili conseguenze?

Giovanna Zucca – Secondo Karl Jaspers l’essenza del tragico si riassume in uno scollamento tra sapere e potere. È tragico il destino di Edipo, che per assenza di Sapere diffuse morte e sangue. Tragico è l’attributo fondamentale della condizione umana e il destino dell’uomo è di superare i suoi limiti, anche, interrogando e interrogandosi in immagini. Il sapere tragico riflette sulle contraddizioni della realtà, e in questo senso può fornire un valido aiuto per capire come raccontare il momento storico che stiamo vivendo. Condivido il pensiero di Jaspers secondo cui vi è una grande differenza tra le civiltà che non hanno coscienza tragica e ignorano la tragedia e il romanzo, che sono espressione di tale coscienza, e quelle che sono, nella pratica, dominate da un’evidente coscienza tragica. Avere coscienza tragica apre gli occhi sul mondo e il sapersi ai bordi del mistero fornisce una formidabile spinta a superarsi, a comprendere e comprendersi. La tragedia diventa così il tentativo di spiegarsi l’assurdità della sventura e cercando di spiegarlo arrivare a comprenderlo. Per rispondere alla domanda credo che sia ragionevole ripescare il senso antico della Tragedia mettendone in luce le forti valenze sociali e educative.

 

GF – Uno dei temi che abbiamo toccato anche noi nel nostro blog la scorsa primavera è quello dell’eroicità del personale sanitario. Durante la prima ondata sembrava che ci fossimo accorti di colpo di che lavoro prezioso e di quanta abnegazione medici, infermieri, chirurghi, operatori sociosanitari e psicologi dimostrassero quotidianamente all’interno degli ospedali (e non solo). Sei una scrittrice per cui conosci moltissimi eroi della letteratura e non solo, eroi come anche antieroi, martiri e folli. Che cosa significa per te essere un eroe? Ti sei sentita un’eroina?

GZ – Tutti abbiamo bisogno di eroi, a maggior ragione in un momento come quello attuale. Stiamo vivendo la più grande avventura che l’umanità ricordi, un appuntamento con la Storia che ci dirà chi siamo e di cosa siamo capaci. Sono una scrittrice e sono un’infermiera, vivo sospesa tra Tecnica e Metafisica, in perenne equilibrio sull’asse delle mie illusioni. Sono un’eroina? Certamente no, mi verrebbe da rispondere senza pensare, ma forse sì. Perché chi sono gli eroi e le eroine se non chi guarda avanti rifiutando la passività? Il definitivo non è materia per gli eroi e in questo senso sì, lo siamo. Sono eroi coloro che credono che usciremo da quest’avventura solo diventando Grandi, superandoci e impedendo che un virus ci trasformi in stupidi automi senza anima. Sono eroi tutti coloro che non hanno perso la speranza che ne usciremo migliori. Perché nonostante tutto ne usciremo migliori e con una nuova gerarchia di valori cui fare riferimento.

 

GF – Rimanendo su questo spunto della figura dell’eroe, durante la seconda/terza ondata invece abbiamo assistito all’esatto opposto: in tanti hanno screditato il vostro lavoro e hanno rifiutato di credere alle vostre parole e ai vostri volti stanchi. Come ti spieghi (se te lo spieghi) questo cambiamento?

GZ – Me lo spiego con la convinzione che si sia indugiato troppo in una narrazione “tragica” che non lasciava spazio alla speranza. Una narrazione che, se efficace dal punto di vista dell’attenzione, non ha risposto al bisogno profondo di rassicurazione delle persone. La parola che mi viene in mente è saturazione. L’eccesso d’informazione è diventato un rumore di sottofondo che lungi dall’informare si è tramutato in uno specchio deformante. Non ha facilitato la comprensione, l’ha paralizzata, diventando un inutile accumulo di dati. La conseguenza di ciò è che la crescente diminuzione del tempo di attenzione, dovuto all’abnorme flusso d’informazioni, determina che per essere attivati occorreranno sempre maggiori stimoli. Il sensazionalismo diventa la condizione per attivare l’attenzione. La sovra-stimolazione unita a immagini impattanti e privata di argomenti rassicuranti potrebbe essere alla base dell’umana reazione di rifiuto.

giovanna zucca

GF – Ci sono stati dei momenti in cui – si è detto – si è dovuto scegliere chi far entrare e chi lasciare fuori dalla terapia intensiva: scegliere, dunque, come in tempo di guerra, il male minore, ovvero di salvare chi aveva più probabilità di sopravvivere. Non so se sia capitato anche nel tuo ospedale, ma sicuramente questo porta nuovamente all’attenzione quanto abbia a che fare l’etica con la medicina e la pratica ospedaliera. Credi che al giorno d’oggi e qui in Italia i medici (o le strutture ospedaliere con le loro gerarchie) siano sufficientemente pronti a dibattere su questioni etiche?

GZ – Nella mia esperienza e a proposito del mio lavoro nell’ospedale di Treviso credo che siano pronti. Nella nostra regione la sanità e le strutture sono solide, l’onda, specialmente iniziale, di questa pandemia ha picchiato duro ma devo dire che non ci ha travolto. Dopo lo stordimento dei primi giorni si sono rinserrate le fila e si sono messi in atto una serie di provvedimenti che ci hanno consentito di affrontare con relativa serenità ciò che stava capitando. Per quanto mi riguarda, posso affermare di non essermi mai sentita in balia degli eventi, avevo protocolli da seguire e sentivo con forza che non eravamo soli. Non ci sono mancati i presidi di protezione e, questo ci tengo a dirlo, neppure nelle fasi iniziali della prima ondata ho mai avuto la sensazione di non avere una guida. Abbiamo modificato orari, sedi di lavoro, consuetudini decennali sono cambiate nel giro di poche settimane, eppure avevo la sensazione chiara e distinta di sapere in ogni momento dove stavamo andando. Eravamo sempre un passo avanti. Ed eravamo pronti. Lo eravamo e lo siamo. E forse sì, siamo degli eroi. Ma tutti. Nessuno escluso. Anche e soprattutto chi ha dovuto prendere decisioni non facili. Nel mutevole divenire umano degli eventi  scorgo una costante: nella nostra regione la sanità è eccellente.

 

GF – Uno dei punti su cui la bioetica e la pratica clinica insistono – correggimi se sbaglio – è la differenza, più facilmente intuibile attraverso la lingua inglese, tra il curare (to cure) e l’aver cura (to care). Nelle situazioni d’emergenza viene spontaneo occuparsi principalmente della cura farmacologica, ancora di più immagino durante la prima ondata, quando non si sapeva ancora quale strategia utilizzare per debellare questo virus. Come si mantiene un equilibrio tra le due in situazioni di emergenza?

GZ – Avendo sempre presente che di fronte a noi ci sono persone. E facendo del proprio meglio. Certe situazioni sono terribili, sono più di quanto chiunque possa sopportare e allora l’unica cosa che conta è fare del proprio meglio. Pensare in proprio esercitando una costante attenzione all’esercizio del Dubbio. Mai attardarsi alla superficie ma orientare la riflessione su ciò che sussurra sotto di essa, perché è lì si generano i pensieri elevati. Pensieri che possono dare la vertigine e che nascono in alto dove l’aria è rarefatta. Mi viene in mente una frase di Jung che dice più o meno questo: il pendolo della mente oscilla tra senso e non senso, non tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

 

GF – Siamo molto orgogliosi del fatto che la nostra conoscenza risalga addirittura ai nostri esordi: nel nostro ormai introvabilissimo numero 1 di gennaio 2016 infatti c’è anche un tuo scritto. Dunque ci conosci bene e sai bene che per noi la filosofia è un qualcosa di pratico, di vivo, qualcosa da spendere (anche se il termine è un po’ svilente) nella nostra vita quotidiana. Ti chiedo dunque una piccola curiosità: come ti ha aiutato la filosofia a vivere questa inaspettata pandemia?

GZ – La filosofia è la domanda sul senso e in questo caso intendo il senso come significato profondo di ogni singola esperienza. Intendo la filosofia come uno stile di vita, un modo di stare al mondo, niente a che vedere con l’esercizio dialettico e le sue sottigliezze. È la vita che interroga se stessa e la facilità con la quale pratico questo domandare mi porta a interpretare la realtà con stupore e meraviglia. È l’attitudine a trovare soluzioni non problemi e a scorgere in ogni vissuto, anche il più difficile, l’insegnamento che ne deriva. È il sapere che ci saranno sempre soglie da varcare, prospettive da raggiungere. È comprendere le trame segrete sulle quali tutto si regge, analizzarne le tessiture con spirito libero. E soprattutto è non commettere l’errore di confondere Doxa ed Episteme.

 

Non ci resta che ringraziare la nostra Giovanna Zucca e augurarle buon lavoro… che sia davanti a un computer o in corsia!

 

Giorgia Favero

 

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Cronache dall’era (post)ideologica

Poche parole hanno un significato così vago e dai contorni così sfumati come quello di ideologia. Da un lato, tale caratteristica potrebbe apparire normale per un termine che nasce, di fatto, verso la fine del Settecento in ambiente illuministico e attraversa i secoli mutando il suo statuto: esso passa dall’indicare, letteralmente, lo studio della storia delle idee, a essere caricato dispregiativamente di un senso antifilosofico e antiscientifico. Con l’avvento del marxismo, la nostra parola ideologia si orienta a indicare l’insieme di dottrine etiche, religiose, politiche e filosofiche adoperate dalla classe borghese per esercitare il dominio sui rapporti di produzione e regolarne le dinamiche. Nel Novecento, poi, diventa senso comune utilizzare ideologia per indicare le grandi visioni del mondo contrapposte, nonché per riferirsi a ciò che i complessi apparati propagandistici dei regimi totalitari tentavano di inculcare nelle popolazioni loro sottomesse.

Oggi, se parliamo di ideologia, pur volendo indicare in maniera neutrale e generica un insieme di valori e credenze appartenenti a un determinato gruppo sociale o politico, sottintendiamo, inevitabilmente, un giudizio negativo nei confronti dell’argomento che stiamo trattando. Questo è, in parte, dovuto a un residuo inconscio che il termine in questione porta con sé; d’altro canto non manca la presunzione di definire dispregiativamente ideologico un atteggiamento da cui ci siamo assicurati di essere a debita distanza: serpeggia, infatti, tra pensatori e gente comune, la percezione e l’idea di essere, finalmente, in un’epoca che si potrebbe definire post-ideologica. Pare che con l’avvento della post-modernità, ci si sia liberati dalle catene delle grandi narrazioni, dai macigni delle complesse impalcature di pensiero e che tutta la fluidità dell’identità relativista scorra come un fiume in piena, diramandosi in effluenti di molteplici visioni che spiegano parti della realtà in cui viviamo oggi.

Con una certa dose di kinismo1, per dirla alla Sloterdijk2, siamo convinti di agire in maniera composta e distaccata a ciò che ancora si propone sotto forma di pensiero ideologico, spesso facendoci beffe di coloro i quali ci appaiono come ingenui e creduloni. Lo stesso Sloterdijk, però, ci fa notare come oltre ad essere soggetti kinici, siamo soprattutto soggetti cinici: sappiamo benissimo, in realtà, che l’ideologia (o le ideologie?) non sono assolutamente sorpassate, che in realtà siamo immersi fino al collo in qualcosa che ci governa e ci manipola, e nonostante ciò, lasciamo a questo qualcosa le redini, quasi rassegnatamente.
Se consideriamo il punto di vista di un altro grande pensatore contemporaneo, Slavoj Žižek, che ha fatto della critica all’ideologia uno dei suoi vessilli filosofici, potremmo persino arrivare ad ammettere che non accettiamo l’ideologia perché ne siamo semplicemente sopraffatti, ma viviamo costantemente in essa poiché è il solo modo, per noi, di vedere e interpretare la realtà. Tutto intorno a noi è ideologico, poiché tutto il nostro mondo risponde a una necessità di simbolizzazione e l’entrata nell’Ordine Simbolico presume un prezzo da pagare.

Secondo Žižek, inoltre, la modalità ironica che utilizziamo per prendere le distanze dalla dinamica ideologica, non solo è già contemplata e accettata in questa stessa dinamica (quindi è ideologia anch’essa!), ma contribuisce ad avvilupparci ancora di più nel gomitolo ideologico, rendendo non solo vano, ma addirittura dannoso il nostro tentativo di fuga.
In questa prospettiva viene da chiedersi: si potrà mai uscire dall’ideologia e vedere le cose come realmente sono? Se vogliamo fidarci della risposta dello stesso Žižek, alquanto pessimisticamente, dovremmo affermare che non è per niente facile o scontato cambiare prospettiva. Uscire dall’ideologia significa anche essere disposti ad abbandonare il nostro terribile quanto rassicurante orizzonte di senso e fronteggiare quello che Žižek, sulla scia di Lacan3, individua come il Reale delle cose, ossia quel nocciolo angosciante e terrificante che si cela dietro la fantasia inconscia della nostra realtà quotidiana.
La passione per il Reale è un atto eroico e, in quanto tale, comporta il rischio di ricevere una sferzata mortale: quanto coraggio abbiamo per imbarcarci nell’impresa e quanto non-senso siamo in grado di sopportare?

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

NOTE:
1- Con questo termine si vuole indicare l’insieme di comportamenti che mirano a canzonare l’autorità, rispondendo ai suoi dettami con sarcasmo e ironia; il kinismo vero e proprio affonda le sue radici nell’omonima scuola filosofica dell’antica Grecia, il cui capostipite fu Antistene.
2- Peter Loterdijk è un filosofo tedesco contemporaneo, autore della “Critica della Ragion Cinica”, uno dei saggi filosofici che ha riscosso il maggior successo mondiale, a partire dal secondo dopoguerra.
3- Jacques Lacan è stato un filosofo e psicoanalista francese, che contribuì allo sviluppo della psicoanalisi con le sue teorie sul godimento, il linguaggio e i tre Ordini secondo cui sarebbe strutturata la realtà umana. DI difficile interpretazione, dato il suo stile ermetico e oscuro, è ancora molto controverso, benché goda di importanti interpreti, tra i quali spunta, per l’appunto, anche Slavoj Žižek

[Photo credit pixabay]

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Da Diogene il Cinico una riflessione sulla ricerca interiore e l’aspetto esteriore

Nel IV secolo a.C. un vecchio logoro e seminudo si aggirava di giorno per le strade di Atene con una lanterna accesa pronunciando la frase “cerco l’uomo”. La ricerca di Diogene di Sinope rappresentava una aperta provocazione nei confronti degli ateniesi, che si erano abbandonati allo sfarzo e al lusso, e richiamava la necessità di ritrovare l’uomo autentico nella sua naturale spontaneità, spogliato dagli orpelli e dagli ornamenti. Nonostante non ci siano pervenuti gli scritti di Diogene, i suoi atteggiamenti estremi hanno generato una serie di aneddoti biografici, riprodotti varie volte anche nella storia dell’arte. Da un punto di vista iconografico, la sua figura è facilmente riconoscibile poiché ricorrono spesso quegli elementi che rimandano al suo stile di vita semplice e al modo polemico con cui egli si presentava agli altri, permettendo ancora oggi di cogliere il valore universale della sua riflessione sull’uomo e sulla società.

In particolare, nell’affresco della Scuola di Atene dipinto da Raffaello agli inizi del Cinquecento, Diogene compare nella grande sala dove sono collocati i filosofi greci antichi, tra cui primeggiano Platone e Aristotele. Vale la pena riprendere i principali elementi che caratterizzano l’immagine di Diogene nel dipinto, perché riconducono ad alcuni passaggi del suo pensiero, che suggeriscono una stretta relazione tra il suo aspetto esteriore e la sua riflessione interiore. Il pensatore, vestito con una corta tunica azzurra, è seduto in modo scomposto su una gradinata mentre legge un testo con il mantello gettato a terra e una ciotola al suo fianco. I pochi capelli e la barba sono arruffati e il corpo, esposto alla vista degli altri, mostra i segni evidenti della vecchiaia.

La posizione stravaccata sulle scale, come quella di un animale, rimanda al soprannome irrisorio “cane” con cui veniva chiamato Diogene dai concittadini per la mancanza di pudore e per la condotta di vita basata sui bisogni essenziali. In realtà, il filosofo accettava di buon grado l’appellativo, poiché il suo comportamento ferino serviva a mettere davanti agli occhi di tutti l’esplicita opposizione alle finte buone maniere e alle costruzioni sociali che allontanavano gli uomini da rapporti veri e genuini. La barba scarmigliata, i radi capelli spettinati e la pelle avvizzita lasciano intendere una volontaria distanza dalla cura del corpo come strumento indispensabile per avere successo. Diogene è vestito con un abito semplice che lo lascia in parte scoperto, mentre il mantello logoro, che gli serviva anche da coperta per la notte, è gettato sugli scalini. Lo scarno abbigliamento è espressione di un distacco volontario da tutto ciò che nel vestire oltrepassa la necessità di coprirsi dal freddo e si può interpretare come opposizione alla moda del tempo, vista sia come espressione di distinzione o omologazione sociale, sia come opera di mascheramento o di adornamento del corpo.

La ciotola crepata al fianco del filosofo accenna al bisogno naturale di ogni persona di sfamarsi in contrapposizione da un lato alla predilezione di alimenti raffinati e alla ricerca ossessiva di diete sofisticate, e dall’altro allo sfrenato e ingordo consumo del cibo che al giorno d’oggi si esprime con la locuzione inglese all you can eat. Il testo che il filosofo è intento a leggere con attenzione, anche se non ne conosciamo il contenuto, testimonia che egli non disdegna affatto la conoscenza e non tralascia lo studio, nonostante la profonda avversione nei confronti della civilizzazione. Nell’opera di Raffaello non compare, invece, nessun accenno alla famosa botte che, secondo i racconti biografici, Diogene aveva scelto come dimora. Anche in questo caso, possiamo interpretare la volontà di vivere fuori dalle mura domestiche come forma di estraniazione dalla società civile urbanizzata che aveva perso un rapporto immediato con la natura.

Questa breve descrizione del dipinto permette di interpretare gli elementi iconografici che caratterizzano la figura di Diogene come manifestazioni estreme di rifiuto del lusso e dello sfarzo della società in cui viveva. La pelle avvizzita, la barba arruffata, l’abito lacero, la scodella rotta e la postura scomposta mostrano come il filosofo cinico non accetti alcuna mediazione, opponendo il suo comportamento in-decoroso a un’idea di decoro che gli ateniesi esprimevano solamente in termini estetici, ossia come ostentazione di ornamenti che nascondevano l’uomo in quanto essere naturale. Per questo motivo, attraverso l’immagine in-decorosa di sé stesso, ancora oggi Diogene suggerisce che ricerca interiore e aspetto esteriore non siano affatto due domini separati. Il decoro, quindi, non rappresenta unicamente una categoria estetica, che rimanda alla forma esteriore dell’ornamento (la decorazione), ma assume anche una valenza etica che riguarda gli atteggiamenti appropriati e dignitosi da adottare quando stiamo insieme ad altre persone.

 

Umberto Anesi

 

[Photo credit pinterest]

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Etica della salute pubblica in emergenza sanitaria

Le istituzioni sanitarie sono gli organismi responsabili della tutela della salute degli individui presenti, permanentemente o temporaneamente, all’interno dei propri confini territoriali. Il sistema di sorveglianza territoriale deve essere eticamente bilanciato: le disposizioni da attuare devono avere carattere di necessità, ragionevolezza, proporzionalità, equità e trasparenza. Oltre a dover essere in linea con il quadro normativo vigente a livello nazionale e internazionale. Poi, ci sono contingenze sanitarie emergenziali che rischiano di compromettere la salute collettiva ed in questo frangente le misure di controllo delle istituzioni sanitarie possono imporre restrizioni al singolo individuo, stabilendo limiti temporanei all’esercizio della libertà individuale.

Nel corso della pandemia da COVID-19, le misure necessarie per arginare la diffusione del contagio spaziano da indicazioni che rientrano nell’ambito delle ordinarie politiche di sanità pubblica, non in contrasto con l’autonomia del singolo (adozione di presidi sanitari utili, distanziamento fisico, ecc…), fino all’emanazione di disposizioni restrittive eccezionali (lockdown e limitazione di determinati comportamenti e servizi) adottate nelle fasi più acute della pandemia e giustificati dalla necessità di tutelare la salute pubblica di fronte alla gravità dell’emergenza sanitaria in corso. Nelle diverse fasi dell’emergenza è stato necessario disporre di una rigida sorveglianza territoriale, nonché raccogliere e utilizzare dati personali dei cittadini avvalendosi, se necessario, di strumenti invadenti rispetto alla sfera del singolo per il tracciamento degli spostamenti fisici quotidiani.

L’ineluttabilità di tali misure straordinarie è stata dettata dalla scarsa disponibilità di informazioni scientifiche in merito all’infezione da SARS-CoV-2 e alla sua evoluzione epidemiologica. In un Paese democratico, la fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini è il presupposto fondamentale per raggiungere un livello di aderenza confacente alle disposizioni emanate dagli organi preposti, nonché per sviluppare un’assunzione di responsabilità personale e sociale. E tuttavia, per il loro carattere di eccezionalità, dette misure dovrebbero rispondere a criteri di proporzionalità, di efficacia, di limitazione nel tempo, di possibilità di ricorso giurisdizionale. Al contempo, è di cruciale rilevanza etica che il rispetto verso i diritti, delle singole persone in quanto tali e della collettività in quanto insieme di individui, sia garantito anche e soprattutto nel contesto emergenziale, dove le criticità non rimangono mai limitate agli aspetti sanitari, ma inevitabilmente hanno risvolti sociali ed economici.

Dal punto di vista giuridico, i divieti alla libertà di circolazione, di assembramento, di iniziativa economica, di religione sono da ritenersi non in contrasto con la Costituzione, quando si tratta di fronteggiare una minaccia grave alla salute pubblica.

Sul piano etico, le misure adottate hanno origine dalla consapevolezza della forte interdipendenza tra salute individuale e collettiva, con l’obiettivo risvegliare nel singolo l’istanza etica della solidarietà, soprattutto in tempi di pandemia. Infatti, spesso, il singolo riconosce e mette in atto un alto livello di responsabilità individuale verso i membri della sua famiglia, mentre il dovere civico e la solidarietà non sono sempre percepiti come istanze morali fondamentali e assumono un valore secondario. Invece, l’etica della sanità pubblica ci chiede di ragionare in una prospettiva meno egocentrica, nella quale il bene di cui si va alla ricerca è non solo il bene del singolo, ma anche il bene della comunità. Non siamo responsabili soltanto delle conseguenze delle nostre azioni, ma dobbiamo farci carico e prenderci cura delle conseguenze sugli altri. Questo è il fulcro della responsabilità collettiva: la solidarietà, frutto di una presa di coscienza dell’interdipendenza di tutti gli esseri umani tra loro.

Norberto Bobbio diceva che «i nostri diritti non sono altro che doveri degli altri nei nostri confronti»; l’atto del singolo diventa concretamente significativo solo se collocato nel quadro generale di un’azione collettiva. È la stessa etica della sanità pubblica che interpella il cittadino affinché, da soggetto egocentrico ed individualista, “si evolva” in una persona portatrice di valori solidali e capace di cogliere nel bene della collettività il suo stesso bene.

 

Silvia Pennisi

 

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“L’arte della guerra” e l’importanza di affrontare i conflitti

Non sono molte le opere che riescono ad attraversare lo spazio e il tempo e a conservare ancora oggi quella saggezza antica capace di guidarci nella nostra quotidianità. Una di queste è sicuramente l’Arte della Guerra o Sun Tzu1.
Scritto in Cina trecento anni prima della nascita di Cristo, il Sun Tzu è considerato ad oggi come uno dei più antichi trattati di strategia militare e non solo. Esso, infatti, non si limita a dare esclusivamente consigli su come sconfiggere i nemici sul campo di battaglia, ma insegna anche a gestire, in modo profondo e non distruttivo, tutti quei conflitti nei quali ognuno di noi è quotidianamente impegnato.

Nel corso dei secoli quest’opera conobbe un grande successo e fu in grado di modellare il pensiero strategico di tutta l’Asia orientale, grazie anche all’introduzione di una prospettiva radicalmente nuova secondo la quale era possibile portare un esercito alla vittoria senza combattere. Sì, avete capito bene: vincere senza combattere. Secondo il Sun Tzu la vera forza di un generale sta nel conquistare senza aggredire, sia esso un conflitto esteso o limitato, personale o nazionale. Questo perché per il Sun Tzu conquistare il nemico intero ed intatto significa conquistarlo in modo da mantenere, per quanto possibile intatte, sia le nostre risorse che quelle avversarie. Tale tipo di vittoria lascia infatti in vita qualcosa su cui poter costruire, mentre la distruzione lascia solamente dietro di sé devastazione; non solo per la parte sconfitta, ma anche per i conquistatori che cercheranno di imporre a tutti i costi la loro “pace”. La vera vittoria, quindi, è la vittoria sull’aggressione, una vittoria che rispetti l’umanità del nemico rendendo così inutile un ulteriore conflitto.
In uno dei distici più famosi leggiamo infatti:

 «Perciò, ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità.
Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità»
(L’arte della guerra, 2014).

Nel corso dell’ultimo mezzo secolo questo “manuale” è diventato un testo fruibile per tutti coloro che desiderano cambiare il proprio modo di affrontare i conflitti, siano esse guerre, contese in affari o semplicemente questioni di vita quotidiana. Questo perché la saggezza del Sun Tzu parte da una verità di fondo: il conflitto è una componente integrante della vita umana, in quanto esso si trova costantemente dentro ed intorno a noi. Talvolta riusciamo abilmente ad evitarlo, è vero, ma la maggior parte delle volte non possiamo far altro che affrontarlo direttamente. Da qui allora l’importanza di mostrare un modo sano, corretto ed efficace per gestirlo. Tutti noi abbiamo verificato, sia personalmente sia nei disastri prodotti dai conflitti armati, il potere distruttivo insito nell’aggressione e i limiti presenti nella gran parte delle risposte politiche e personali a tali aggressioni.
Ed allora, come gestire tutto ciò in modo più chiaro ed efficace? E soprattutto, come può questo testo aiutarci ed insegnarci ad affrontare il conflitto con maggiore efficacia?
Il Sun Tzu raccomanda che la risposta al conflitto inizi dalla conoscenza di noi stessi e degli altri:

«E così, nelle operazioni militari:
Se conosci il nemico e conosci te stesso,
Nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo,
Se non conosci il nemico ma conosci te stesso,
Le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle di sconfitta.
Se non conosci né il nemico né te stesso,
Ogni battaglia significherà per te sconfitta certa» (ivi).

La conoscenza di se stessi è quindi non solo una componente fondamentale per affrontare la propria vita o l’unico obiettivo che l’uomo deve perseguire come amava ripetere il filosofo greco Socrate, ma è una consapevolezza che ci consente di conoscere a pieno quali siano le nostre forze quando sono al massimo e quelle del nostro avversario.

«Se so che le mie truppe sono pronte a combattere, ma non che il mio nemico è inattaccabile,
Le mie possibilità di vittoria sono dimezzate.
Se so che il nemico è attaccabile, ma non che i miei soldati non sono pronti a combattere,
Le mie possibilità di vittoria sono dimezzate.
Se so che il nemico è attaccabile e che i miei soldati sono pronti a combattere, ma non che le condizioni del terreno sono insidiose,
Le mie possibilità di vittoria sono dimezzate» (ivi).

Solo così saremo in grado di raggiungere il nostro obiettivo: imparando a gestire direttamente il conflitto senza ignorarlo, soffocarlo, arrenderci ad esso o semplicemente tentando di negarne l’esistenza.

 

Edoardo Ciarpaglini

 

NOTE:
1. Tradizionalmente, L’arte della guerra viene ricondotta al generale Sun Tzu (la cui traduzione corretta secondo il sistema ufficiale pinyin sarebbe Sun Zi), vissuto in Cina intorno al IV secolo a.C., anche se la paternità dell’opera è per certa misura incerta. Comunemente si è soliti riferirsi all’opera con il nome del presunto autore (Sun Tzu) invece che con il suo titolo proprio (Bing fa), come avviene, per esempio, anche con il Tao tê ching e il suo tradizionale autore Lao Tzu (o Lao Zi).

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Iconoclastia e la scellerata volontà di riscrivere la storia

Esistono delle qualità e delle caratteristiche imprescindibili che non possono mancare affinché un oggetto o un’immagine possano essere definiti artistici: un chiaro senso della composizione, un messaggio visivo forte e contestualizzato, un pensiero, una riflessione o un insieme di emozioni che possono andare ad influenzare, anche profondamente, la sensibilità dello spettatore. L’arte, quindi, va intesa come un’importante forma di comunicazione, che, al pari di letteratura e musica, può veicolare concetti e idee in modo molto rapido e talvolta del tutto esplicito, con il conseguente rischio, sempre presente, di attirare le ire di chi quei concetti e quelle idee proprio non le tollerano e la conseguente iconoclastia. 

Questa intolleranza si sposa quasi sempre con atteggiamenti e ideologie socio-politiche di stampo estremista, che nella lunga storia umana hanno dato prova in numerose occasioni che con la carta dei libri si può fare un bel falò, o che si possono chiudere in gabbia coloro che, con una bella faccia tosta, hanno osato dire qualcosa contro chi detiene il potere, oppure, infine, che con il marmo delle statue si possono fare cose molto più utili, come per esempio altre statue, ma con un soggetto più gradito. In poche parole, uno scenario assurdo e drammatico che però, in realtà, potrebbe non essere così distante come pensiamo. Se, infatti, comunemente si ritiene che queste pratiche appartengano a stati e governi privi di democrazia, in verità capita sempre più spesso di sentire proposte aberranti, in questo senso, anche nei paesi più democratici.

D’altronde, non è passato nemmeno un secolo da quando i regimi totalitari in Europa bruciavano migliaia di libri considerati pericolosi per l’ordine pubblico. Negli stessi anni andavano messe all’indice centinaia di opere d’arte considerate “degenerate”, tra le quali figuravano soprattutto dipinti e sculture di artisti d’avanguardia, che con la loro portata innovativa e il loro dichiarato intento anticlassicista minavano la grandiosa e apparentemente rassicurante ricerca della bellezza classica da parte dei regimi, con la quale si voleva comunicare l’ipotetico ritorno a una grandezza imperiale degna dell’antica Roma. 

Dietro questi comportamenti altro non c’era che una volontà di riscrivere la storia a proprio piacimento: ridicolizzando certe immagini e distruggendo molti scritti si andava così a cancellare quelle pagine di storia non gradite, quei pensieri che offrivano riflessioni potenzialmente pericolose e destabilizzanti, quelle immagini che offrivano un punto di vista diverso con cui guardare la realtà. Ecco allora che lo spettro dell’iconoclastia si scagliava su veri capolavori dell’arte contemporanea, con il raccapricciante tentativo, per fortuna non riuscito, di dare un colpo di spugna a una parentesi storica importantissima per l’evoluzione culturale umana. 

Ma l’iconoclastia, nella storia, non ha colpito tanto l’arte dei contemporanei, quanto più l’arte dei decenni o dei secoli precedenti, le opere appartenenti a un passato disconosciuto e con il quale ci si trova in aperto conflitto, sia per idee politiche che religiose o socio-culturali. È esattamente quello che sta succedendo oggi in alcune aree del Medio Oriente, dove la furia iconoclasta dell’Isis si sta abbattendo su capolavori dell’antichità, privandoci per sempre di siti archeologici di grandissima importanza, come Ninive e Palmira. Questi fatti, guidati da un accecante e inaccettabile fanatismo religioso, hanno sconvolto il mondo occidentale e non solo, tanto da creare un’onda di dissenso generale a livello globale. 

Proprio alla luce di questi gravissimi eventi recenti, dovrebbero fare ancora più spavento e rabbia le numerose proposte che, in questo travagliato 2020 ancora recentemente concluso, hanno cominciato a circolare pericolosamente a partire dagli Stati Uniti in seguito all’uccisione di George Floyd. Al fianco di nobili iniziative quali il movimento Black Lives Matter, infatti, si sono da subito innalzate numerose voci contro importanti opere d’arte del passato, celebri film e capolavori di letteratura, additati come pericolosi messaggi dal contenuto razzista, schiavista, colonialista e atto a celebrare la supremazia dell’uomo bianco. Tra i capolavori finiti all’indice, spiccano il celeberrimo Via col vento, ma anche, incredibilmente, la Divina Commedia. In alcuni musei newyorkesi si vorrebbe spostare in magazzino capolavori d’arte contemporanea per fare spazio a opere di autori afroamericani dalle indubbie qualità, ma dallo scarso valore storico. 

Sì, perché di storia si tratta, e quella ormai non si può cambiare. Il tentativo di modificare (o eliminare) il passato con l’iconoclastia per tenere solo ciò che piace è fallimentare per definizione, e palesa come anche il pensiero delle menti più liberali e attente ai diritti umani possa sfociare, quando si assumono posizioni estremiste e intransigenti, in maccheroniche pagliacciate. Quello che si può cambiare è il presente, il futuro di un mondo che, senza gli esempi portati dalla storia, non può migliorare e non può evolversi. Sono gli artisti afroamericani di oggi a meritare un posto in prima fila nelle gallerie, insieme ai colleghi di origini europee. Prendersela con gli errori del passato non serve a nulla, solo a dimostrare un ridicolo senso di buonismo atto a provocare pietà nei confronti di chi lo promuove. Il verbo chiave per il futuro non è certo rimpiangere, ma piuttosto proporre, progettare. Chi continua a rimpiangere, forse, non ha davvero nulla da proporre. 

 

Luca Sperandio

 

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Il corpo degli dèi: Platone e il Timeo

Quando pensiamo alle divinità dell’Antica Grecia ci vengono in mente i personaggi mitologici che tutti conosciamo, così ben descritti, ad esempio, nelle opere dell’Iliade e dell’Odissea. Qualcun altro avrà letto i racconti e le gesta (più o meno discutibili) delle divinità nelle Metamorfosi di Ovidio, autore latino. In ogni caso, quando pensiamo ad una di queste divinità abbiamo in mente l’immagine di una persona simile a noi ma con dei poteri sovrannaturali, divini appunto. Inoltre, immaginiamo il Pantheon greco abitato da personaggi che hanno le stesse peculiarità del nostro animo: pur essendo di natura divina sono soggetti a sentimenti del tutto mortali come la collera, la gelosia, ma anche la misericordia, la pietà, la compassione eccetera.

Una recente serie Amazon, The Boys, si avvicina parecchio all’idea classica di divinità antropomorfe, che in tempi moderni ci siamo abituati a chiamare supereroi. La serie potrebbe essere posta in analogia con il Pantheon olimpico: ogni supereroe ha una caratteristica eccezionale che lo contraddistingue, mentre ve n’è uno a capo di tutti, che si erge a leader, a guida, a “padre degli dèi” e si mostra decisamente più forte, proprio come Zeus. L’originalità di questa serie sta nel mostrare quanto queste divinità siano, esattamente come quelle della letteratura classica, soggette a tutti i turbamenti psichici degli esseri umani (perché di fatto lo sono) e non ci pensano due volte ad usare (o ad abusare) dei loro poteri per raggiungere i propri scopi, anche a costo di scarificare vite o di compiere atti malvagi. Ma questa visione in realtà non è altro che una trasposizione in chiave moderna della cultura mitologica, di certo non accostabile a quanto gli antichi pensavano delle divinità. Perlomeno non tutti. È interessante a questo proposito leggere il Timeo di Platone, per scorgere come la natura degli déi sia totalmente differente da come potremmo immaginarceli solitamente.

Considerato come una tra le più importanti opere sulla cosmologia (benché non tratti solo di questo) dalle tradizioni filosofiche successive, il Timeo è forse l’opera più famosa di Platone. Il protagonista di questo dialogo è un uomo dal nome che dà titolo al dialogo stesso: Timeo. Si tratta di un astronomo e matematico, e Platone lo utilizza per raccontare, attraverso immagini mitologiche (tipiche della sua narrazione filosofica), la nascita dell’universo così come lo conosciamo partendo da una materia caotica già esistente, plasmata da un’entità chiamata Demiurgo, una sorta di artigiano divino, che ha dato vita ad ogni cosa. Prendendo ispirazione dal mondo delle idee (come se lavorasse prima su un progetto che ha in mente), si dà da fare per plasmare l’universo. Questo, essendo soltanto un’imitazione del mondo ideale, perfetto e immobile, e avendo a disposizione solo del corpo materiale su cui poter lavorare (quindi soggetto a generazione e corruzione), non potrà che essere imperfetto e in movimento. Il Demiurgo si appresta successivamente a creare i pianeti, dandogli la forma di corpi sferici costituiti per la maggior parte di fuoco, ma anche dotati di anime intelligenti, immobili e quindi al di fuori dell’aspetto temporale. Secondo il Timeo  astri e pianeti sono le “vere” divinità, perché rispondono alle tre peculiari caratteristiche dell’epoca per essere tali: sono esseri viventi; hanno un’anima e, infine, sono immortali, in quanto immobili ed eterni.

L’uomo colto dell’antichità non crede certo all’esistenza di divinità antropomorfe, così suscettibili di emozioni del tutto umane. L’anima dell’uomo è stata creata dalle divinità astrali, divisa in tre parti: razionale, irascibile e concupiscente. Il Demiurgo si occuperà di creare la parte razionale, mentre alle divinità “planetomorfe” spetterà la creazione delle restanti due parti: irascibile e concupiscente. Proprio a partire da questo punto si introduce la speranza di un’anima immortale: infatti, mentre il corpo, la parte irascibile e quella concupiscente sono mortali, la parte razionale, in quanto creata dal Demiurgo, ci rende anime eterne. Fintanto che abiteremo dentro il nostro corpo, tuttavia, il nostro unico mezzo per perpetuare l’immortalità è la riproduzione della specie.

Per cui, anche se forse somigliamo caratterialmente più alle divinità antropomorfe della letteratura greca classica o ai supereroi protagonisti di The boys, che non alle divinità planetarie del Timeo, la prossima volta che alzeremo gli occhi al cielo, scorgendo i pianeti e gli astri, potremmo ricordarci che a loro noi dobbiamo la nostra esistenza e che, sebbene prigionieri di una gabbia mortale, un giorno, forse, voleremo con la nostra anima tra le stelle e il cielo, fra quegli stessi pianeti divini che hanno contribuito a crearci.

 

Stefano Aranginu

 

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Ci penserà il vaccino? Fare (buon) uso della tecnologia

La mascherina prima e il vaccino poi sono tra gli esempi più importanti degli strumenti sbandierati come risolutivi e salvifici nella pandemia. È una storia che si ripete: credere che la soluzione ai problemi personali o collettivi, ancor più quando drammatici, stia in un qualche strumento, perché «ormai solo la tecnica ci può salvare» – con buona pace di Heidegger. Ma in fondo lo sappiamo: a eliminare sviste e polemiche nel calcio non basta la VAR; analogamente, a eliminare il Coronavirus non bastano mascherina e vaccino, né una app di contact tracing, e via discorrendo.

Credere nel cosiddetto «soluzionismo tecnologico»1 vuol dire non resistere alla fortissima tentazione di affidarsi ciecamente a quanto ci permette di sopravvivere e vivere nei modi più svariati e imprevedibili: significa non far caso all’importante distinzione tra la questione del «dominio della natura» e quella del «dominio del rapporto tra natura e umanità»2. Infatti, anche quando può sembrare che gli strumenti garantiscano un rapporto ottimale o soddisfacente con il mondo, resta ancora da giocare la partita più importante: rendere ottimale o soddisfacente il nostro rapporto con quel rapporto con il mondo.

Non è mai semplice, sia chiaro; ma è un compito a cui non possiamo sottrarci, come persino i più accaniti “tecnofili” riconoscono: se certo non si può «pretendere che la tecnologia ubbidisca», si può ugualmente evitare la «tecno-dipendenza», imparando a «lavorare insieme e non contro» la spinta della tecnologia. Si tratta cioè di «trasformare il proprio rapporto» con essa3. Il problema è allora governare se stessi, oltre o prima che il mondo e le cose: scomodando gli antichi, si tratta di habere non haberi, esattamente perché “avere” implica l’entrare in una relazione appropriativa, innanzitutto con sé4. Ecco dunque che cosa comporta “il rapporto con il rapporto tra umanità e natura”: saper affiancare al potere che la tecnologia garantisce un potere sul suo potere5, anzi con esso.

Che ciascuno coltivi questa attitudine è importante nel cuore della pandemia e lo diventa ancor più quando si ha o avrà a che fare non solo con tecnologie di «primo ordine» che rapportano natura e umanità, o di «secondo ordine» che rapportano tecnologia e umanità, ma anche o soprattutto di «terzo ordine» che rapportano tecnologia e tecnologia6: una mascherina sta tra l’aria e noi, una siringa sta tra un vaccino e noi, mentre un’automobile intelligente per esempio potrà stare tra un’agenda digitale e uno smartwatch, controllando il primo per trasmettere al secondo il messaggio che occorre far benzina prima di andare a vaccinarsi. Badare al “rapporto con il rapporto…” costituisce quindi il cuore dell’imperativo categorico forse più fondamentale che si possa immaginare: agisci in modo tale da relazionarti con la relazione che hai con il mondo. A dire: trova una maniera di occupartene.

Sembra uno di quegli insopportabili giochi di parole filosofici, ma è in fondo quanto comunemente chiamiamo fare uso, atto che ha due volti inseparabili7. Da una parte si usa a partire dalle opportunità e opzioni che qualcosa offre, presentandosi come «invito»8 o «suggeritore»9. Dall’altra parte si fa di tali “vincoli mobili” un punto di appoggio per l’azione, perché essi non rivelano già in anticipo che cosa farne, così che a fare la differenza è come ci si relaziona a essi, come ci si pone rispetto a essi. In tal modo, la postura o l’atteggiamento che si assumono sfociano nella produzione di quel che chiamiamo comportamento: sarebbe bello aver trovato la via d’uscita grazie a mascherina e vaccino, ma – ancora una volta – la vera sfida umana troppo umana che ci si trova ad affrontare non è scoprire il rimedio tecnico definitivo, bensì trovare un modo buono di farne uso – inventarlo.

Insomma, non ci pensano la mascherina o il vaccino da sé; ma nemmeno ci pensiamo noi contando sulle sole nostre forze “naturali” – anche ammettendo di riuscire a definire quali davvero esse siano. Questo vale anche per molti tra i “sotto-problemi” della pandemia, come la DAD: la soluzione è sì fare (buon) uso, ma farlo appunto della tecnologia. Niente paura: come accade per ogni sport che si rispetti, la disciplina del “far uso” non accoglie solo atleti professionisti già fatti e finiti o campioni indiscussi. Infatti, ciascuno può sempre allenarsi secondo i propri modi e possibilità, compiendo esercizi che potenzino a poco a poco la muscolatura fondamentale dell’agire in modo tale da relazionarti con la relazione che hai con il mondo10.

 

Giacomo Pezzano

 

Giacomo Pezzano (PhD), si occupa principalmente di antropologia filosofica e ontologie contemporanee, cercando di tenere insieme nella propria ricerca la dimensione scientifica e quella comunicativa. Cura la rubrica Popsophia sulla piattaforma Medium (https://medium.com/popsophia) e i suoi ultimi libri sono Filosofia delle relazioni. Il mondo sub specie transformationis (il melangolo, con Laura Candiotto) ed Ereditare. Il filo che unisce e separa le generazioni (Meltemi).

 

NOTE:
1. Secondo la recente formulazione di E. Morozov, Internet non salverà il mondo (2013), Mondadori, Milano 2014.
2. Distinzione invece colta da W. Benjamin, Strada a senso unico (1928), Einaudi, Torino 2006, p. 71.
3. K. Kelly, Quello che vuole la tecnologia (2010), Codice, Torino 2011, pp. 20, 219.
4. Di tutto ciò ne discute l’ottimo P. Virno, Avere. Sulla natura dell’animale loquace, Bollati Boringhieri, Torino 2020.
5. Einaudi, Torino 1990, p. 181 e Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità (1985), Einaudi, Torino 1997, pp. 127-140.
6. L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (2014), Cortina, Milano 2017, pp. 27-32.
7. Ho approfondito il concetto, in riferimento specifico al fenomeno dell’eredità, in G. Pezzano, Ereditare. Il filo che unisce e separa le generazioni, Meltemi, Milano 2020, pp. 187-199.
8. Affordance, nel senso diventato noto in filosofia grazie a J.J. Gibson, L’approccio ecologico alla percezione visiva (1979), Mimesis, Milano-Udine 2014.
9. Prompter: cfr. L. Floridi, La quarta rivoluzione, cit., p. 27.
10. Per chi volesse cominciare a cimentarsi nell’impresa, un primo strumento può essere l’agile e utile M. Bucchi, Io e Tech. Piccoli esercizi di tecnologia, Bompiani, Milano 2020.

[photo credit Lorenzo Herrera su unsplash.com]