Informare a tutti i costi? I confini etici dell’informazione mediatica

Nel 2000 il telegiornale nazionale israeliano (Israeli Broadcasting Authority) trasmise in prima serata un video, in cui venne mostrato integralmente lo stupro di una donna al fine di sensibilizzare il pubblico ad un fenomeno allora sempre più diffuso nella società israeliana. Una tale scelta è lecita, oppure avrebbe dovuto essere censurata? Quali sono i limiti della libertà di espressione?

Gli argomenti a favore della trasmissione del video sono molteplici. In primis, per dirla con le parole di un grande difensore ottocentesco della libertà, John Stuart Mill, «il divieto pubblico di esprimere un’opinione è un delitto contro l’intera umanità». Il comportamento della tv israeliana potrebbe essere poi giustificato sostenendo l’importanza di informare il pubblico su un fatto accaduto. I cittadini hanno il diritto di essere messi al corrente di ciò che succede intorno a loro così da diventare consapevoli dei pericoli che li circondano. Inoltre tale visione, secondo l’emittente, dovrebbe avere un valore pedagogico, utile per far riflettere gli spettatori sulla gravità dell’evento.

È evidente che un video, così come un’immagine, ha un impatto emotivo sulle coscienze più forte del semplice linguaggio verbale. L’altra faccia della medaglia, d’altronde, è che un certo tipo di filmato potrebbe ledere la sensibilità dei telespettatori, in modo particolare dei minori (ricordiamoci che siamo in prima serata!). Inoltre, teniamo conto del fatto che questa donna, prima ancora di essere la vittima di atroci violenze, è una persona, la cui dignità viene lesa riducendola ad un mero strumento di comunicazione. Rispetto a ciò dovremmo forse prestare ascolto a Immanuel Kant e alla sua celebre formulazione dell’imperativo categorico: «Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche al tempo stesso come scopo, e mai semplicemente come mezzo».

Bisogna oltretutto tener presente il fatto che episodi di violenza di questo tipo, mostrati ad un largo pubblico, potrebbero generare un effetto contrario come l’emulazione (per così dire “la violenza genera violenza”). In merito a ciò, parafrasando Hannah Arendt, non rischieremmo forse di giungere a “banalizzare il male”? Essendo sottoposti continuamente a immagini di un certo tipo la violenza rischia di diventare routine. E allora l’indignazione, a cui mira l’emittente, non verrebbe compromessa?

Non si può non considerare che un video di questo tipo potrebbe essere scambiato per mero intrattenimento. L’emittente potrebbe sostenere che sia il pubblico stesso a richiedere la trasmissione del filmato; ma sono davvero gli spettatori a scegliere cosa guardare oppure sono i media stessi a influenzare le nostre preferenze? La tv potrebbe ribattere che si è pur sempre liberi di cambiare canale. Tuttavia il problema resta: di chi è la responsabilità della trasmissione? Del pubblico stesso, che attraverso lo share manifesta l’interesse, o dell’emittente che la manda in onda? E se a prevalere fosse l’interesse economico?

In fondo il pubblico è un’entità eterogenea e variegata; da un lato ci sono persone già sensibili a questo tema, a cui la visione non recherebbe alcun giovamento, dall’altro chi è già tendente a comportamenti violenti potrebbe prenderne esempio o entusiasmarsi.

Pur salvaguardando la libertà di espressione, temi sensibili come lo stupro, potrebbero essere trattati in altri modi come, ad esempio, promuovendo anche mediaticamente dei dibattiti e delle testimonianze per sensibilizzare le persone in tal senso. In sintesi, il focus della questione sembrerebbe essere il confine tra la libertà di informazione – che ha anche carattere pedagogico – e la censura di contenuti violenti. Pertanto è auspicabile proporre possibili modelli di intervento, tenendo in mente «una regola fondamentale: attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, e nello stesso tempo contribuire alla realizzazione del meglio».

Innanzitutto, il problema della censura potrebbe essere ovviato attraverso l’autodisciplinamento dei media stessi. Riguardo a ciò, sarebbe importante attuare una rilettura dei codici deontologici di chi si occupa di informazione, che spesso non vengono considerati con sufficiente attenzione. Sarebbe consigliabile inoltre potenziare, o eventualmente istituire, degli enti nazionali o internazionali super partes – sul modello dei comitati bioetici – composti da diverse figure professionali (filosofi, sociologi, esperti di etica della comunicazione, psicologi, etc.).

Naturalmente, le precedenti misure non potranno essere del tutto efficaci senza l’introduzione, nel percorso di formazione dei cittadini, di un’educazione all’utilizzo delle tecnologie e dei media. Tali problemi, tra l’altro, non sono estranei al nostro quotidiano: siamo al centro di questo dibattito, sia da spettatori che da attori. Non siamo forse responsabili a nostra volta della visualizzazione e condivisione di certi contenuti, che ogni giorno incontriamo sui social media?

“Mi piace”, “Condividi”, “Blocca”, “Segnala”: non sono forse queste le azioni da non sottovalutare? In fondo basta un click. La scelta è nostra.
Elena Soppelsa, Ludovica Algeri, Francesca Steffenino, Stefano Strusi, Lorenzo Milano e Leonardo Diddi
Corso Etica Applicate – Università di Pisa 

 

Bibliografia:
– O. Ezra, Freedom of Expression in Academia and Media, in Moral Dilemmas in Real Life, Law and Philosophy Library, vol. 74. Spriger, Dordecht 2006.
– M. Horkeimer, Eclissi della ragione. Critica della ragione strumentale, tr. it. a cura di E. Vaccari Spagnol, Biblioteca Einaudi, Torino 2000.
– I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, a cura di V. Mathieu, Bompiani, Milano 2017.
– J. S. Mill, Sulla libertà, a cura di G. Mollica, Bompiani, Milano 2000.

Lo Stato perfetto in Psycho-Pass

Rispetto ad opere di ingegno come i romanzi, o d’arte come i film, gli anime talvolta possono far storcere alquanto il naso, considerati come sono dai più (in Occidente) come “cose da bambini”, quasi non possano avere la stessa “dignità” dei romanzi o dei film. A ben considerare, questo giudizio non è però del tutto errato: gli anime, le trasposizioni animate dei manga (ossia dei fumetti nipponici) sono effettivamente anche “cose da bambini”, nella misura in cui i contenuti in essi espressi possono avere come target di riferimento i fanciulli – come non citare in proposito, ad esempio, Captain Tsubasa (1983-1986), noto in Italia con il titolo di Holly & Benji, i due fuoriclasse, oppure Sailor Moon (1993-1997)? Ma, appunto, quel giudizio è anche erroneo, perché gli anime possono veicolare messaggi “da bambini”, oppure “da adulti”. E quest’ultimo è appunto il caso di Psycho-Pass (2012-2014).

Psycho-Pass: in questa sede non ci si occuperà di evidenziare tutti i temi “adulti” (pure, molteplici) affrontati dalla serie ma di analizzare il concetto di Stato che essa mostra, un’analisi che culminerà con la questione concernente la perfezione o l’imperfezione di quell’ordinamento giuridico che pur, e sin dal primo episodio dell’anime, pretende di essere senza criticità di sorta.

L’anno è il 2112. La tecnologia ha raggiunto vette sì remote da permettere agli esseri umani di delegare totalmente alle macchine attività fondamentali per la sopravvivenza come l’agricoltura – ciò che ha permesso al Giappone di raggiungere l’autosufficienza alimentare, che a sua volta ha condotto a una politica estera isolazionista. La tecnologia, ancora, ha raggiunto vette sì remote da permettere agli esseri umani di delegare alle macchine la salvaguardia della propria specie – mediante il cosiddetto Sybil System. Il nome è evocativo e niente affatto “casuale”: così come, nell’età classica, la Sibilla Cumana tentava di predire gli eventi interpretando la volontà del dio Apollo, allo stesso modo molti secoli dopo un sistema neurale predice se il carattere di un individuo sia tale da condurlo a compiere crimini che possano infrangere l’equilibrio sociale.

Questo insomma il Giappone del futuro raccontato dall’anime: una società perfetta nella quale vi è completo ordine sociale grazie al totale controllo esercitato dal Sybil System, che, attraverso la polizia, provvede a reprimere i cittadini il cui carattere presenti un coefficiente di criminalità oltre i limiti consentiti, e a reprimerli in due modi, o rinchiudendoli in centri di terapie comportamentali dai quali solo difficilmente potranno uscire, oppure, se il loro coefficiente di criminalità è troppo alto, uccidendoli.

È davvero una società perfetta, questa? Sembra piuttosto discutibile. Discutibile perché perfezione non è sinonimo soltanto di ordine, in primo luogo. Uno stato totalitario è, ad esempio, totalmente ordinato, ma forse che per questo si possa dire sia anche perfetto? No, certo che no. Un ordinamento giuridico può essere pensato come ideale se, in esso, ai cittadini è garantita la libertà di essere pienamente fini-a-sé, e se ad ognuno di essi le politiche statuali garantiscono le medesime possibilità di essere scopi in se stessi, in piena giustizia – l’assenza di conflitti che da ciò consegue è dunque solo uno degli elementi che contraddistinguono una società perfetta, che primariamente è tale perché è etica. Ma, e nonostante tutta la sua avanzatezza tecnologica, quest’ultima è una considerazione che non è sviluppata dal Sybil System, da tale elaboratore dati che sfrutta la sinergia simultanea di cervelli umani per agire – in effetti, è una sorta di biocomputer. Che, al contrario, ritiene di aver dato i natali ad una società perfetta – secondo la tesi, tanto logicamente corretta quanto moralmente riduttiva, che uno Stato sia ideale se nessun cittadino infrange la legge. Quando in realtà la Tokyo del 2112 da esso retta è solo una società perfettamente disumana.

 

Riccardo Coppola

 

[Immagine tratta da Unsplash]

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La politica incontra il male per il bene: Machiavelli e il Divo di Sorrentino

“Lei ha sei mesi di vita”, mi disse l’ufficiale sanitario alla visita di leva. Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto. Ma era morto lui. È andata sempre così: mi pronosticavano la fine, io sopravvivevo; sono morti loro.

Inizia così Il Divo, film del regista Paolo Sorrentino su la vita di Giulio Andreotti.
Giulio Andreotti non era solo un politico, il Divo così soprannominato, fu l’immortale uomo di Stato, tra i maggiori esponenti della Democrazia Cristiana nel lasso 1948-1993 e pilastro indiscusso della Prima Repubblica, conclusasi in merito allo scandalo Tangentopoli.
Un uomo che ci viene raccontato magistralmente dal regista napoletano Paolo Sorrentino, in quello che lui stesso definisce il proprio capolavoro cinematografico, facendosi beffe del premio Oscar La grande bellezza.
Una pellicola dirompente tra realtà e menzogna perché tutto si è scritto sul Gobbo, ma nulla si è veramente compreso. Tutto nascosto dalla sua criptica mimetica, dall’impassibilità nel volto e dell’impenetrabilità della prassi politica. Non è bastata neppure la nota pop voluta nel film, per rendercelo familiare e neanche la maschera di Toni Servillo come interprete. Ma nei dialoghi e nelle citazioni desideranti di immedesimare l’ironia cronica del Senatore, è possibile delineare le dinamiche che lo hanno reso tale nella storia e la formazione politica che lo ha introdotto nelle istituzioni repubblicane.

Il film è ambientato tra il 1991 e il 1993, quando Giulio ancora occupava la vita politica nel Paese. Diventato per la settima volta presidente del Consiglio è in corsa per la successione a Cossiga al Quirinale. Gli ultimi ruggiti pacati del democristiano prima degli scandali giudiziari che lo videro imputato per presunte collisioni con la mafia.
Scene arricchite dai palazzi di potere, dalle correnti di partito, dalle cene e dai festini nelle più celebri palazzine di Roma. Tutto contrapposto alla perenne solitudine nella quale riversava e alle frequenti emicranie che gli impedivano lunghi periodi di lavoro.
Due soli anni per poter delineare, quello che oggi viene definito il politico di professione.
Tralasciando le sue peculiarità fisiche e intellettuali, è doveroso indagarne la formazione politica in termini di opere nelle quali è possibile collocarlo.
Uno di questi è Il Principe1 scritto da Machiavelli nel 1513 trattato di dottrina politica. Fu dedicato a Lorenzo de’ Medici, nipote del Magnifico e duca di Urbino, allo scopo di educare il giovane esuberante e ambizioso alla vita politica, che richiedeva non solo abilità intellettuali ma astuzia, scaltrezza, virtù e resistenza. Tutto per il bene della Repubblica seppur i mezzi da utilizzare possano essere definiti poco benevoli e dall’esito incerto.
Andreotti quest’opera la conosceva bene come la maggior parte della classe dirigente non solo della Democrazia Cristiana ma di tutto il mondo politico. L’ambiente d’allora lo esigeva. Infatti nella Prima Repubblica veniva attuata una democrazia puramente rappresentativa, ancora poco soggetta alle trasformazioni odierne di sistema e ad un’opinione pubblica onnipresente.

La sezione diciottesima intitolata Quomodo fides a principibus sit servanda2, ovvero in che misura i principi debbano mantenere la parola data, è uno dei capitoli più controversi del Principe, in cui Machiavelli affronta la delicata questione della possibilità o meno per il sovrano di comportarsi con astuzia e venir meno agli impegni sottoscritti ufficialmente.
Viene descritto come il principe d’allora potesse governare servendosi della forza e come dovesse essere per metà uomo e per l’altro bestia.
Una bestialità divisa tra volpe (astuzia) e leone (violenza), entrambe necessarie all’azione di governo. L’astuzia si manifesta soprattutto nella capacità di venir meno agli impegni presi e nel non mantenere la parola data, quando ciò è necessario per conservare lo Stato. Tema che si lega strettamente a quanto affermato nel capitolo XV relativamente alla necessità per il principe di comportarsi in modo non etico perché lo Stato è un valore assoluto da preservare a ogni costo, baluardo contro il disordine e l’anarchia.
Inoltre il concetto della simulazione e della dissimulazione rappresentano i mezzi utili al sovrano per, non avendo tutte le buone qualità che ci si aspetta da lui, parere di averle. Ciò non significa che il sovrano debba necessariamente compiere il male ma non deve rifuggire dal compiere azioni delittuose se necessitato e, al contempo, badare che non gli esca mai di bocca qualcosa che contraddica le migliori qualità che normalmente ci si attende dall’uomo di governo, per cui egli deve apparire pietoso, fedele, umano, leale, religioso. Un’immagine che identifica Andreotti con tutti i suoi segreti e ben è stata rappresentata nel monologo finale del film di Sorrentino.

“(…)Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute (…) Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. (…) Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta.”

La politica così rappresentata deve includere dentro di sé il male – nella simulazione e dissimulazione – per il bene. Il fine che giustifica i mezzi3 riutilizzando le parole di Machiavelli così che il Principe possa conservare lo Stato nei momenti di crisi.
L’epoca odierna della politica al cui centro risiede la trasparenza incondizionata, ostacola tutto ciò considerando il bene per il bene. C’è da chiedersi dove stia la verità e il buon ordine di governo. Comunque sia, il primo passo è prendere consapevolezza della realtà, agendo di conseguenza, senza dimenticare che la politica prima delle sue correnti è partecipazione.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE:
1. Il Principe, Niccolò Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti
2. Quomodo fides a principibus sit servanda, capitolo diciottesimo del Il Principe, N. Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti p.154
3. Il Principe, Niccolò Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti, cap. XVIII p.155

Immagine di copertina tratta da una scena del film.

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L’imprescindibilità dell’essere donne

Nel momento in cui penso a me stessa, cercando di definirmi, sento di dover anzitutto registrare che sono una donna. Probabilmente un uomo, quando riflette su se stesso, non comincia classificandosi come un individuo di un certo sesso: lui è un essere umano. Nel suo rapportarsi al mondo, può dimenticare la propria particolare anatomia. La donna, invece, sente incessantemente il peso del proprio corpo sessuato, che risulta costantemente implicato in ogni sua relazione con il mondo.

Aristotele diceva: «La femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità. Dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole»1; San Tommaso, riprendendo Aristotele, considerava la donna «un uomo mancato, un essere occasionale»2. Sembrerebbe che il corpo dell’uomo abbia un senso autonomo, indipendente, mentre quello femminile non avrebbe alcun senso se non rapportato a quello del maschio. In quest’ottica, è l’uomo a decidere ciò che la donna dev’essere. Appare al maschio immediatamente come un individuo sessuato, per lui ella rappresenta l’Altro.

Nelle società primitive si trova sempre una dualità: quella dell’Uno e dell’Altro (Zeus-Urano, Sole-Luna, Bene-Male, Dio-Lucifero). L’alterità si manifesta come una categoria costitutiva del pensiero umano. Hegel comprende la violenta importanza di tale categoria: il soggetto è capace di scoprirsi solo opponendosi a ogni altra coscienza, esso vuole affermarsi come essenziale e rendere l’Altro un inessenziale. La coscienza dell’altro, tuttavia, gli oppone a sua volta la stessa pretesa, rendendo obbligatorio il riconoscimento della reciprocità del loro rapporto. Nello scontro tra i sessi, invece, solo uno dei due termini si è affermato: l’uomo. Quest’ultimo, abolendo ogni relatività, ha definito la donna come pura alterità. Sorge spontaneo chiedersi perché la donna si dimostra così passiva, così incline a piegarsi, perché si fa porre come l’Altro, senza rinfacciarsi a sua volta come Uno?

I due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali; ancora oggi, nonostante la situazione sia nettamente migliorata, la donna versa in una condizione di inferiorità: anche se le sono stati riconosciuti dei diritti, una lunga abitudine sembra ancora impedire che trovino nel costume la loro espressione concreta. Economicamente uomini e donne costituiscono due caste distinte: i primi solitamente godono di condizioni più favorevoli; inoltre, sono ancora loro a detenere la maggioranza delle cariche socialmente più importanti. Ormai è più che risaputo: la storia è stata fatta dai maschi, per questo le donne faticano ancora a partecipare alla costruzione dei fatti umani nel mondo.

Fin dall’antichità, legislatori, preti, letterati e filosofi si sono dilettati a descrivere la debolezza della donna e a dimostrare che la sua condizione subordinata è un dato naturale, voluta da Dio e utile per la terra. Tuttavia, alcuni punti di rottura si registrano con Montaigne, che sembra intuire l’ingiustizia del destino femminile, ma afferma contraddittoriamente che «è contro ragione e contro natura che le donne siano padrone in casa propria. Non lo è che governino un impero»3.  Solo durante l’Illuminismo si comincia a considerare lucidamente la questione. Diderot riconosce che le donne in ogni società «sono state trattate come esseri inferiori»4, perciò si adopera a mostrare che sono esseri umani come l’uomo. Poco dopo è la volta di Stuart Mill, che le difende con estremo ardore fino a sostenere «che la carriera delle donne debba rendere giustizia alle loro facoltà»5.
Ciononostante, il mito dell’Altro era ed è ancora caro a tanti, del resto come biasimarli se non lo sacrificano volentieri! Occorre, infatti, molta abnegazione per cessare di considerarsi il Soggetto assoluto e unico.

La maggioranza degli uomini oggi non afferma apertamente questa presunzione, non afferma l’inferiorità della donna. Probabilmente sono troppo «democratici» per non riconoscere astrattamente in tutti gli esseri umani degli uguali. Tuttavia, si sente spesso pronunciare che le donne sono in condizione di uguaglianza di fronte agli uomini e che non hanno quindi più niente da rivendicare, e contemporaneamente si sente dire che le donne non saranno mai in condizione di uguaglianza, per cui le loro rivendicazioni sono vane. Ciò perché l’uomo oscilla passando facilmente dalla semplice constatazione dell’inuguaglianza concreta e la tematizzazione dell’uguaglianza astratta, alla tematizzazione dell’ineguaglianza concreta e la tentazione di abolire l’uguaglianza astratta. Risulta ancora difficile misurare l’estrema importanza di certe discriminazioni sociali, che sono presentate come insignificanti, ma le cui ripercussioni sono così tanto profonde nella donna da farle credere che siano determinate dalla natura.

Dunque, cosa vuol dire percepire di essere donne? Molto si è detto e scritto e molto io stessa ho appreso vivendo, eppure la questione non è affatto giunta al capolinea, e probabilmente il suo scopo ultimo è non raggiungerlo mai. Non dobbiamo ignorare il fatto che sentiamo di non poter prescindere dal nostro corpo femminile per valutare la nostra esistenza; questo fatto così immediato può sembrarci ovvio e quindi aggirabile. Tuttavia, bisogna problematizzarlo costantemente, perché condiziona il nostro modo di vivere il mondo.

 

Giulia Castagliuolo

 

NOTE
1. Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol. V.
2. T. d’Aquino, Summa Theologica, parte I questioni 92 e 99.
3. M. de Montaigne, Saggi, libro III, Milano, Bompiani, 2012.
4. D. Diderot, Sur les femmes, Paris, Gallimard, 2013.
5. S. Mill, la servitù delle donne, Roma, Savelli, 1977.

 

Giulia Castagliuolo, studentessa al terzo anno di filosofia presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Abbraccia l’idea di una filosofia come creazione che spinge a credere nella vita e ad agire nel mondo.

Ritrovare il senso del mistero e recuperare la categoria del sacro

Non molti anni fa Giorgio Gaber cantava che «l’uomo non ha più il gusto del mistero»1, individuando nello smarrimento del senso del mistero e del sacro una cifra precipua del nostro tempo.

Osservando accuratamente molte manifestazioni umane, del mondo occidentale in particolare, si rileva come esse siano caratterizzate da superficialità e banalità che si palesano in un conformismo omologante e in un consumismo spersonalizzante. Una vera e propria mutazione antropologica, per servirci di una risoluta e profetica definizione pasoliniana2. Esseri umani che perdono la propria essenza di persone, abdicando al pensiero autonomo, alla riflessione, all’incontro autentico con tutto ciò che è altro da sé, in particolare l’altro uomo, il rapporto con il mondo della vita e con tutto quanto questo incontro può generare nell’interiorità del singolo.

Una delle peculiarità umane che, da diverso tempo a questa parte, stanno venendo meno è certamente il senso del mistero. Quella dimensione che si lega a tutto quanto non è spiegabile razionalmente, a ciò che “sfugge” ad ogni comprensione, a quanto emerge dal senso del limite. La condizione umana è quella di colui che non s’accontenta della propria connotazione finita ma è predisposto ad avvertire un senso di spaesamento, tremendo e al contempo affascinante, di fronte all’esistenza e a ciò che la trascende, a ciò che le è totalmente altro.

L’essenza della soggettività umana è predisposta ad avvertire il senso del mistero, che scaturisce proprio dalla continua relazione con l’indecifrabile complessità del mondo della vita e che conduce a percepire la dimensione infinitamente eccedente del senso della totalità. Quel senso che pur sfuggendo continua ad attrarre l’interiorità dell’uomo, poiché, come spiega il teologo e filosofo Rudolf Otto nell’opera Il sacro (Das Heilige, 1917), l’uomo oltre alle categorie della razionalità possiede pure la categoria del sacro, il cui dato originale è il numinoso, il razionalmente indeducibile, l’incomprensibile, l’indicibile, quanto è sovrabbondante rispetto alle proprie capacità intellettive. L’essere umano avverte, attraverso la categoria del sacro, la dimensione ineffabile, il mistero dell’esistenza, il suo carattere esorbitante rispetto alle categorie della ragione, mute dinanzi al mistero della Vita, al senso del limite, al senso ultimo. In proposito, così si esprimeva nel proprio testamento spirituale il filosofo Norberto Bobbio: «come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo e le varie religioni interpretano in vari modi»3.

La categoria del sacro permette di assaporare il mistero dell’esistenza, nel suo carattere terribile e affascinante al contempo. Il mistero, ciò che evade la prigione del concetto, è alcunché di sconosciuto, non manifesto, totalmente altro. L’essere umano è attratto esteriormente e attraversato interiormente dal mistero inesprimibile, tutt’al più avvicinabile con la parola poetica o l’esperienza mistica. In questo senso, come non ricordare l’esempio edificante, gli scritti e l’esperienza mistica della giovane ebrea olandese Etty Hillesum4, testimone di come il senso del mistero innalza l’uomo interiormente oltre la propria finitezza, lo attrae verso ciò che è altro, che sfugge, che è in-finito, avvicinabile solo asintoticamente, ma verso il quale l’uomo non è comunque propenso a rinunciare, perché tale attrazione, tale fascinazione che fa vibrare e suonare le fragili corde del suo spirito, è connaturata alla sua essenza.

Da qui, le religioni: tentativi per eccellenza, più o meno mirabili, di dare risposta al sacro. Invero, il senso del mistero e la categoria del sacro che ad esso si addice, appartengono alla complessa profondità di ogni spirito umano, teso per essenza a percepire, attraverso l’esperienza della vita, l’indicibile. Il sacro precede e può dunque fondare ogni religione, che solo su di esso può edificarsi. Diversamente, in assenza del sacro, di questo imprescindibile dato originale, il tempio, ogni tempio, di qualsivoglia religione, rimane una scatola vuota, il cui obiettivo non può coerentemente dirsi quello di dare risposta al numinoso e di configurarsi dunque come orizzonte di senso. È così comprensibile l’asserzione di Rudolf Otto quando scrive: «Ciò di cui parliamo – il sacro – […] costituisce l’intima essenza di ogni religione, senza la quale la religione non sarebbe»5.

Il sacro si configura dunque come una categoria a priori, non oltre quelle della ragione, ma in un certo modo al loro fianco. L’essere umano possiede entrambi questi a-priori per stare al mondo, l’utilizzo di uno solo dei due ne stralcia la sua essenza, ne elimina la complessa e straordinaria struttura interiore e le possibilità esteriori. L’una sostiene l’altra. Così come è importante educare la facoltà di pensare e ragionare criticamente6, altresì l’a-priori del sacro necessita oggi, con rinnovata urgenza, di essere riscoperto. Ma per riemergere, la categoria del sacro ha bisogno di essere risvegliata alla coscienza del singolo, ricondotta al centro dell’esperienza soggettiva e questo si può fare solo se si recupera il senso del mistero. Quest’ultimo abbisogna del silenzio, della riflessione, del raccoglimento interiore, lontani dal rumore delirante della quotidianità ipermoderna. Un frastuono contrassegnato da parole vuote, superficiali, che bombardano la nostra vita in una bulimia inarrestabile d’informazione. Invero, è solo dal silenzio e dalla contemplazione consapevole del reale che può ri-emergere nell’uomo la capacità di trascendere l’immanenza omologante nella quale è immerso, verso un’apertura e una consapevolezza del mistero che avvolge la vita. Anche questo qualifica un’esistenza umana completa: senza il senso del mistero, del sacro, l’uomo perde una dimensione centrale dalla propria essenza, verso una tragica mutazione antropologica. Diversamente, recuperando questa dimensione è possibile sperare in un nuovo umanesimo, una visione del mondo che abbia l’uomo al centro della vita. Un uomo nuovo che, evitando di adagiarsi al ristretto orizzonte del già dato, riconosca di poter oltrepassare la propria datità in favore di un contatto nutriente con il mistero dell’esistenza e della sua sacralità, sola fucina di slanci relazionali, artistici, intellettuali e spirituali.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. G. Gaber, E pensare che c’era il pensiero, GIOM, 1994.
2. Cfr. P. P. Pasolini, Lettere luterane, Garzanti, Milano 2009.
3. Vedi: http://www.repubblica.it/2004/a/sezioni/spettacoli_e_cultura/bobbio/volont/volont.html
4. Cfr., E. Hillesum, Diario, tr. it. Di C. Passanti , T. Montone e A. Vigliani, Adelphi, Milano, 20133.
5. R. Otto, Il sacro, tr. it di E. Bonaiuti, SE, Milano 2009, p. 21.
6. Su questi temi mi permetto di rimandare ad un mio precedente articolo sulla centralità dell’educazione al pensiero critico e autonomo: http://www.lachiavedisophia.com/blog/educhiamoci-a-pensare/

[Photo credits Lenka Sluneckova via Unsplash.com]

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L’impressionismo prima degli impressionisti

Esiste una pur remota possibilità che uno o più artisti abbiano anticipato, nelle forme e nei contenuti, i caratteri fondanti, e spesso inconfondibili, di una corrente artistica di molto successiva? Come già ho avuto modo di dimostrare in un mio vecchio articolo dedicato al pittore genovese Luca Cambiaso, in rarissime occasioni questo può accadere, anche se, di fatto, non si può certo parlare di vera e propria anticipazione, ma, piuttosto, di casuale coincidenza formale, talvolta sorprendente ma comunque destinata a rimanere tale, non potendo essa colmare le abissali distanze concettuali e contestuali che intercorrono tra un dato movimento artistico (o ancor meglio un’Avanguardia) e il suo fantomatico precursore.

Quando si viene a prendere in considerazione la poetica dell’Impressionismo, tuttavia, le cose cambiano radicalmente. Infatti, se da un lato le grandi Avanguardie di inizio Novecento presentano delle caratteristiche ben definite e marcate e, spesso, fanno perno su un manifesto che ne illustra i propositi, l’Impressionismo francese è una corrente dalle basi teoriche meno solide, fondata su assunti semplici e su un’eccezionale immediatezza visiva. L’obiettivo principale dell’arte portata avanti da Monet, Cézanne, Renoir e compagnia è quello di catturare un’immagine della realtà quotidiana così come la si percepisce a un primo e fugace sguardo, e di rielaborarla in pittura con un tocco rapido e brillante. Ciò significa che l’arte di questi maestri presenta un caos di pennellate dense e talvolta grossolane che, una volta viste da lontano, si ricompongono in un magnifico ordine che ci mostra una qualche veduta della Senna o un affollato locale alla moda parigino.

tiziano-ratto-deuropa

Ecco che queste caratteristiche generali, e a dire il vero piuttosto generiche, hanno alimentato osservazioni su osservazioni da parte della critica, che presto ha saputo individuare modelli e precursori di questo tipo di pittura. Cosa che, in fin dei conti, non è poi così difficile, visto che la sua qualità fondante è essenzialmente quella pennellata spessa e veloce che si vede soprattutto in Monet e Sisley. È in particolare il cadorino Tiziano Vecellio a essere indicato come il primo grande precursore dell’Impressionismo. Nelle sue opere tarde, vale a dire quelle databili dal 1560 fino all’anno della morte (1576), il grande maestro veneto porta lo sviluppo della pittura tonale a estreme conseguenze, raggiungendo risultati che esteticamente si discostano molto dalla pittura coeva: la Punizione di Marsia di Kromeritz o il Ratto d’Europa di Boston ne sono due ottimi esempi. Questa fase della produzione di Tiziano fu molto apprezzata da numerosi pittori francesi dell’Ottocento, in particolare da Delacroix, artista molto noto agli impressionisti e che in qualche modo può rappresentare il trait d’union tra il maestro veneto e quelli d’oltralpe. Tuttavia, nonostante Tiziano fosse studiato e ampiamente apprezzato nella Parigi di quegli anni, la sua arte è troppo distante sia storicamente sia culturalmente dai risvolti del secondo Ottocento parigino per poter figurare come anticipatrice della corrente impressionista: le basi comuni, che si limitano a una vaga somiglianza stilistica nella stesura del colore, sono davvero troppo deboli.

Tuttavia, alcuni decenni prima, ci fu un altro grande ammiratore della pittura di Tiziano dall’altra parte della Manica, il quale va considerato a mio parere il vero e forse unico grande precursore dell’Impressionismo, l’inglese William Turner. A partire dal 1820 egli adottò un’impronta stilistica sempre più moderna, che giunse progressivamente a quelli che, negli anni ’40 dell’Ottocento, furono dei veri e propri colpi di genio, dipinti al limite dell’astrazione, come dimostra il capolavoro Rain, steam, speed della National Gallery di Londra. Risultati di questo calibro furono raggiunti oltre trent’anni prima rispetto ai capolavori di Monet e Renoir, in un contesto storico, quello contingente alla rivoluzione industriale, del tutto simile: così come in Francia si sentiva il bisogno di un cambiamento, così in Inghilterra Turner lo ha sentito parecchi anni prima, non limitandosi a un approccio di stampo romantico verso i paesaggi inglesi, ben esemplificato dalla pittura di Constable, ma adottando un linguaggio formale che superasse l’immagine oggettiva, pur filtrata da sentimenti personali, e che giungesse alla rappresentazione di una realtà veloce, in continua evoluzione, che l’occhio non fa più in tempo a descrivere con attenzione.

constable-hadleigh-castleQuesto approccio moderno fu adottato in realtà anche dallo stesso John Constable, che in alcuni suoi studi preparatori ha ottenuto delle immagini che, per modernità, non temono il confronto con Turner: basti pensare allo studio a grandezza naturale per Hadleigh Castle, alla Tate Gallery di Londra, per rendersene conto. Tuttavia questi magnifici dipinti, concepiti con grande cura dall’autore (e sicuramente da lui molto amati), non erano destinati ad essere visti pubblicamente nelle esposizioni della Royal Academy, ma restavano un lavoro privato di Constable, che, mosso da impulsi e idee simili a quelli di Turner, non ha però potuto azzardare un passo così audace, che solo qualche anno dopo avrebbe trovato invece terra fertile negli occhi di chi, ormai immerso in un mondo cambiato, avrebbe compreso quell’evoluzione. Ecco quindi che, forse, i primi veri impressionisti non furono francesi, ma britannici, un po’ meno consapevoli del loro essere tali ma certamente altrettanto moderni e innovativi.

 

Luca Sperandio

 

NOTE
Immagine di copertina: opera di William Turner
Immagine 1: Tiziano, Ratto di Europa
Immagine 2: John Constable, Hadleigh Castle

 

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Una parola per voi: governare. Giugno 2019

«[…] se per chi dovrà governare troverai un modo di vita migliore del governare, ottima potrà essere l’amministrazione del tuo stato, perché sarà il solo in cui governeranno le persone realmente ricche, non di oro, ma di quella ricchezza che rende l’uomo felice, la vita onesta e fondata sull’intelligenza. Se invece vanno al potere dei pezzenti, avidi di beni personali e convinti di dover ricavare il loro bene di lì, dal governo, non è possibile una buona amministrazione: perché il governo è oggetto di contesa e una simile guerra  civile e intestina rovina con loro tutto il resto dello stato».

Da La Repubblica di Platone

 

Il 2 giugno è la Festa della Repubblica Italiana. Si ricorda il referendum istituzionale indetto nel 1946, occasione in cui il popolo italiano fu chiamato a decidere in merito alla forma di stato dello stivale. Dopo la dittatura fascista e l’orrore della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia cambiò faccia e ripartì da ideali quali la libertà, l’onestà e l’intelligenza. Come scrive Platone ne La Repubblica, ogni governo, per essere definito buono, dovrebbe avere a capo un uomo (o una donna, aggiungo) che possieda questi ideali e non cerchi di trarre il proprio bene personale dal ruolo di governante. Un concetto giusto ma anche, purtroppo, ormai desueto.

Per celebrare la Repubblica Italiana e quella platonica, questo mese la parola per voi è: governare. Il cinema, la letteratura, la musica e l’arte presentano tanti esempi di buono e cattivo governo. Storie di personaggi che hanno governato solo per accrescere il loro prestigio e la loro ricchezza, dando vita a rivolte e guerre sanguinose; di individui che, al contrario, hanno messo da parte le velleità personali per dedicarsi anima e corpo a un governo retto e intelligente.

 

UN LIBRO

massa-e-potere-chiave-di-sophiaMassa e potere – Elias Canetti

Prima di diventare un elemento peculiare delle società moderne, la massa è stata molte cose. Nelle sue memorie Canetti scrive: “È un enigma che mi ha perseguitato per tutta la parte migliore della mia vita e, seppure sono arrivato a qualcosa, l’enigma nondimeno è restato tale”. Ciò che prende forma è un sentimento di astio verso un potere imprendibile e verso gli esseri umani che decidono di incarnarlo. Un potere che non può essere giusto perché è il volto di quella fragilità umana che ha sempre bisogno d’incattivirsi per confermarsi potere e che trova le masse ancora più irrisolte, forti e numerose nel loro resistere sotto il cielo.

UN LIBRO JUNIOR

il-re-che-non-voleva-fare-la-guerra-chiave-di-sophiaIl re che non voleva fare la guerra – Lucia Giustini, Sandro Natalini

La storia ci insegna che i più grandi re di ogni tempo hanno avuto grandi eserciti con i quali affrontare il nemico e conquistare nuovi territori per allargare i confini dei loro regni. Raramente viene ricordato Re Fiorenzo, sovrano decisamente atipico, perché non voleva eserciti, né guerre né nemici. Un album illustrato da leggere ai bambini dai 3 ai 6 anni. 

 

UNA CANZONE

civil-war-chiave-di-sophiaCivil War – Guns N’ Roses

Una canzone di condanna verso tutti i soprusi dello stato, in questo caso quello americano, che attraverso diritti negati, false promesse e guerre ingiustificate, tende ad arricchire quanti governano e ad impoverire e danneggiare la popolazione (“And I don’t need your civil war, it feeds the rich while it buries the poor. Your power hungry sellin’ soldiers, in a human grocery store“). Chiaro l’intento del testo, che entra inevitabilmente in testa grazie ad assoli spettacolari: la canzone mira ad infondere consapevolezza e volontà di riscatto (“Look at the shoes your filling
Look at the blood we’re spilling. Look at the world we’re killing. The way we’ve always done before. Look in the doubt we’ve wallowed. Look at the leaders we’ve followed. Look at the lies we’ve swallowed. And I don’t want to hear no more“).

UN’OPERA D’ARTE

george_grosz eclissi di sole chiave di sophiaEclissi di sole – George Grosz (1926)
 
Il celebre dipinto Eclissi di sole, realizzato dal grande artista tedesco George Grosz in un’epoca di grandi difficoltà finanziarie per la Germania, si presenta come una perfetta allegoria di un governo corrotto, guidato da una élite militare sanguinaria controllata astutamente da una classe dirigente senza scrupoli, fatta di ricchi banchieri e grandi industriali. La scena è eloquente: un uomo dell’alta società sta in piedi e suggerisce all’orecchio di un generale le decisioni da prendere al tavolo del governo, al quale sono sedute figure di uomini senza testa, che simboleggiano la totale passività di ministri e consiglieri, burattini nelle mani della classe dirigente. Sopra il tavolo è ben visibile un coltello dalla lama insanguinata, chiaro riferimento alla violenza attuata dai governi di regime guidati dai capi militari. L’eclissi di sole, titolo dell’opera, è visibile sullo sfondo: il simbolo del dollaro, emblema del capitalismo, oscura il sole che dovrebbe illuminare la tetra città raffigurata alle spalle del generale. Governare sotto l’egida del denaro significa, dunque, fare gli interessi di pochi potenti e soffocare i cittadini con la violenza e l’illiberalità.
 
 
 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Federica Bonisiol, Luca Sperandio

 

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (parte II)

Nel mio precedente articolo, si è introdotta, seppur per sommi capi, la questione storica della differenza di genere, che, come abbiamo già detto, è quella differenza che più di tutte si radica come originaria, infatti, tra gli esseri umani è quella più trasversale, dicotomica e ineluttabile dal punto di vista biologico. In questo articolo il focus viene posto sulla cultura greca e sull’immagine della donna da essa plasmata, sull’onda di quella che si era già in parte delineata nelle società precedenti.

La donna nella Grecia antica La donna greca, soprattutto quella Ateniese e salvo alcune eccezioni, era relegata agli spazi della casa, subordinata all’uomo e dedita alla vita domestica; era sconveniente che le donne facessero vita pubblica, salvo nelle occasioni dei rituali di culto e nelle celebrazioni di feste.

La Grecia portò le polis alla più alta forma grazie alle vittorie in guerra, rafforzando così la classe militare che poté mettere in discussione i poteri dell’aristocrazia. Questo era ovviamente fuori discussione per le donne, che non godevano di una situazione istituzionalizzata di vita in comune e di condivisione di interessi con le loro coeve. La vita militare e la guerra hanno certamente rafforzato la coesione maschile e fornito le basi fondamentali alla costruzione della vita politica. Eccezione in ciò la faceva Sparta: fin dal VII sec. la legge prevedeva l’addestramento militare anche per le donne, affinché fossero forti per partorire e crescessero figli vigorosi. L’iscrizione dei nomi dei morti sulle lapidi spartane era vietata, fatta eccezione per i morti in battaglia e per le morte di parto, due condizioni che ricevevano la medesima gloria. È interessante aggiungere che il governo spartano era oligarchico, mentre la democrazia fu inventata ad Atene, dove le donne erano totalmente escluse dalla vita pubblica.

Erodoto, nel VII sec. a.C. riscrive nelle “Opere e i giorni” il mito di Pandora, narrazione in cui è una donna, Pandora appunto, a essere causa di tutti i mali, mentre nella “Teogonia” racconta l’ascesa di Zeus al pantheon divino. Lo sfondo mitico è congruente con il panorama sociale: per il femminile non c’è più alcuna forma di potere. Un ultimo urlo di nostalgia del passato arriva dalla tragedia greca, le cui opere furono scritte nel V sec. a.C. principalmente da 3 grandi autori: Eschilo, Sofocle, Euripide. Tutti e tre hanno dato un po’ di voce al cosmo femminile legato alla passione, al mondo irrazionale, al primato della morale famigliare e all’antico culto ormai sull’orlo della rimozione: quello fondato su una teogonia al femminile. È possibile, grazie ad alcune tragedie, vedere i resti dell’antico scontro tra il sistema patriarcale e quello delle Dee Madri.

Quando la tragedia termina la sua stagione, muore anche Socrate. Platone ha 30 anni ed è il primo filosofo che fa della filosofia una materia non più esclusivamente orale, ma anche scritta, elaborata sia dall’insegnamento del maestro, ma anche grazie al contatto con altri sapienti. Particolarmente importante è il suo contatto con i Pitagorici, che avevano comunità di adepti costituita da maschi e femmine, cosa eccezionale per la società greca.

Sicuramente Platone si ispirò ai Pitagorici per la sua elaborazione del concetto di anima immortale e, dato che nella Repubblica prevedeva che il governo della città fosse affidato a dei guardiani, sia maschi che femmine, possiamo immaginare che Platone abbia avuto una visione positiva dell’esperienza pitagorica (anche se le donne pitagoriche non erano comunque uguali agli uomini). E’ importante sottolineare che Platone non riteneva la donna uguale all’uomo, semplicemente le destinava alcuni spazi. È interessante anche sottolineare l’attenzione che Platone dedica al mondo dell’irrazionalità, nonostante egli sia uno dei filosofi che ha eretto la ragione a baluardo del sapere, nonché della filosofia. Il mondo irrazionale è presente in ogni individuo e, se represso, può sfociare nelle manifestazioni più mostruose e aberranti, per questo necessita di spazi congrui alle sue manifestazioni. La religione tradizionale è il luogo che, nonostante in antitesi con la razionalità che sta diventando l’istituzione della filosofia, si pone come adatto a contenere l’irrazionalità. Platone è consapevole che la ragione è per pochi eletti, per il resto del popolo il freno sarà la religione con la superstizione. E nel mondo greco trovano ampiamente spazio i fenomeni che contengono l’irrazionale, come ad esempio i santuari degli oracoli, il più famoso e longevo quello di Delfi, in cui la Pizia emanava profezie su richiesta, dopo essere stata posseduta dal dio Apollo attraverso la trance.

Un altro momento catartico era quello del culto dionisiaco delle Baccanti, in cui le donne abbandonavano le case per lasciarsi possedere dal Dio che le portava alle manifestazioni più estreme, attraverso il ballo sfrenato, l’isteria collettiva e l’estasi dionisiaca. Le donne che rispondevano al richiamo di Dioniso erano le menadi, perfettamente narrate da Euripide nella tragedia delle Baccanti. La tragedia, in generale, afferma l’impotenza morale della ragione e dà voce a quella forza potente, misteriosa e paurosa che era in mano agli dei: la passione. Non a caso spesso gli ideali della passione sono incarnati da protagoniste femminili.

Arrivati a questo punto della storia, la dicotomia ragione/passione, è ormai obbligata. Le donne sono state escluse da tutti i campi applicativi della ragione, in particolare dall’istruzione e dalla vita politica. Il loro mondo è per forza quello delle passioni. La loro dimensione legata, per esclusione, esclusivamente alla fisicità accentua l’appartenenza all’irrazionale e alle sue manifestazioni più tipiche, come la medianità e la trance; anche le forze dell’irrazionalità vengono associate a divinità femminili. L’esclusiva fisicità della donna viene ancora più esaltata da Aristotele: la femmina appartiene alla categoria inferiore, che per Aristotele è la materia, mentre il maschio appartiene alla forma, che è la categoria che attribuisce il valore alle cose. Per Aristotele, quando il seme maschile feconda la donna, pone l’intero embrione, mentre la madre è solo substrato materiale che fornisce le risorse per crescere. Con la filosofia aristotelica la donna è definitivamente consegnata all’inferiorità attraverso le argomentazioni della ragione filosofica. La religione cristiana incorpora la metafisica aristotelica, investendo di autorità religiosa solamente i maschi, coerentemente con il pensiero aristotelico ed ebraico.

Nella prossima parte, che sarà conclusiva, si vedrà come le basi di una cultura ormai profondamente patriarcale, confluiranno in un progetto di scienza che ancora oggi pone ancora problemi e incomprensioni all’obiettivo di una cultura di genere più equa.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE

Cfr. N. Loraux, Il femminile e l’uomo greco, Laterza, Bari, 1991.

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Sensualità, frivolezza e modernità. Boldini a palazzo dei Diamanti

«Io sono un animale di lusso, il superfluo m’è necessario come il respiro»: questa la frase scelta per circondare le pareti della Sala 11 “La Diva” – dedicata all’irrinunciabile accessorio del guardaroba femminile, simbolo dell’eleganza appariscente da Belle Époque, il cappello – di Palazzo dei Diamanti a Ferrara che ospita fino al 2 giugno 2019 la mostra Boldini e la moda, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Museo Giovanni Boldini. Una rassegna volta a raccontare l’affascinante legame tra Boldini (Ferrara, 31 dicembre 1842 – Parigi, 11 gennaio 1931) e la sua città natale e a ripercorrere l’evoluzione stilistica del pittore. Ordinata in sezioni tematiche, ciascuna corredata da citazioni di letterati che hanno contribuito a fare della moda un elemento fondante della modernità, da Baudelaire a D’Annunzio, da Proust a Wilde, con oltre centoventi opere – dipinti, disegni, incisioni di Boldini e di suoi colleghi, tra cui Degas, Manet, Sargent, e abiti d’epoca, accessori preziosi, libri – la mostra, un intreccio di arte, moda e letteratura, immerge lo spettatore nelle atmosfere raffinate e nell’elegante edonismo della metropoli parigina.

Nella seconda metà dell’Ottocento Parigi è la quintessenza della vita moderna, punto di riferimento per la letteratura e per l’arte, e il cui correlativo è la moda, cantata da Baudelaire per la sua bellezza transitoria e fuggitiva. «Pittore della donna moderna» ‒ secondo la definizione della rivista di moda «Femina» del 1909 – Boldini sa fissare nelle sue tele lo spirito della sua epoca, catturandone quel fascino passeggero, esuberante e voluttuosamente elegante, segnato anche dalla moda, attributo distintivo della sua ritrattistica. Il pittore ferrarese si distingue infatti per il ritratto di società, conferendo ai suoi modelli un’allure speciale e di sapore mondano a prescindere dal loro censo.

Il talento dell’artista eccelle in particolar modo nella raffigurazione dell’abito nero, simbolo di distinzione e di mistero, protagonista della moda maschile e femminile di quegli anni, come si vede ad esempio nel ritratto di Cecilia de Mandrazo Fortuny, sposa del pittore catalano Mariano Fortuny i Marsal e madre del pittore, scenografo e fotografo, Mariano Fortuny, stilista in voga della Belle Époque. L’abito nero ritorna anche nel ritratto dell’avvenente attrice di teatro Alice Regnault, L’amazzone, immortalata a cavallo al Bois de Boulogne con un trasgressivo vestito da amazzone, unico indumento femminile confezionato da sartorie maschili per permettere alle signore di cavalcare senza scoprire le gambe.

Con le trasformazioni sociali della seconda metà dell’Ottocento, l’eleganza non è più appannaggio esclusivo dell’aristocrazia ma segno distintivo delle classi sociali in ascesa e in cerca di affermazione. Per le donne poi la moda è un mezzo di espressione della propria personalità e simbolo delle convenzioni che scandiscono i vari momenti della vita, come nel caso di Isabel Archer, protagonista del Ritratto di signora (1880-1881) di Henry James, citato per racchiudere lo spirito della Sala 4 “Ritratto di signora” appunto: «So che gran parte di me è nei vestiti che scelgo e che indosso». Spesso molte giovani abbienti parigine, o che si recavano nella capitale francese per rinnovare il guardaroba dai grandi couturier, posavano per un ritratto, e Boldini, come Whistler e Sargent si distingue per i suoi ritratti a figura intera che esaltano la femminilità. È il caso della Signorina Concha de Ossa, esposto in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, e il cui successo segnò l’affermazione ufficiale del pittore ferrarese.  

Sensibile ai continui cambiamenti del gusto nella moda femminile, Boldini emerge nella rappresentazione di figure in déshabillé, come nel caso della Signora in rosa sul divano: in un’atmosfera informale e di rilassatezza una signora è assopita tra i cuscini di un divano avvolta in una vestaglia o in un tea-gown, l’abito da tè usato per ricevere gli ospiti più intimi, bordato di pelliccia. Dopo il tramonto della crinolina, capo d’abbigliamento che esalta la silhouette e sollecita l’immaginazione degli artisti è il corsetto, vero oggetto di seduzione, come si vede nella tela di Paul Helleu, Elegante di spalle con corsetto: un’ignota modella è raffigurata di schiena, in un primo piano ravvicinato, nell’atto di sfilarsi il vestito lasciando così intravedere il corsetto, complice strategico dell’abbigliamento femminile del tempo.

Non solo «pittore della donna moderna», Boldini è anche l’artista di alcuni quadri emblematici, come i ritratti di Lady Colin Campbell, seduttiva e emancipata, dell’esteta e dandy Robert de Montesquiou, e dell’amico pittore James Whistler. Artista e modello, in questi casi, si riflettono in un gioco di specchi nel reciproco processo di auto-affermazione della propria immagine pubblica. Gertrud Elizabeth Blood (1857-1911), che con la sua richiesta di divorzio da Lord Colin Campbell denunciò l’ipocrisia e la doppiezza della società vittoriana, in una lettera al pittore ferrarese scrive: «Tutti i pittori a Londra sono sul chi vive per questo ritratto. È opinione generale che Boldini sia il solo che possa farlo. A noi due dunque!». Il committente sceglie quindi il pittore à la page per raggiungere un dato risultato stilistico e veicolare un particolare messaggio e l’artista sceglie determinati soggetti in base alla notorietà per accrescere la propria fama. Quanto al conte Robert de Motesquiou-Fézensac, Boldini lo conobbe nel 1890 nel momento in cui il dandy si apprestava a posare per Whistler, per due ritratti, uno in nero – oggi alla Frick Collection di New York – e uno in grigio, incompiuto. Da qui quindi il quadro di Boldini, che sembra aver realizzato, in una tela emblematica, l’impresa mancata di Whistler. Ed è proprio l’autore di Les hortensias bleus (1896) che nel primo numero della rivista di moda, lusso e high life, «Les Modes» nel 1901, inaugurando la serie dedicata ai Pittori della donna, definisce Boldini il ritrattista della Parisienne della Terza Repubblica, capace di catturare l’essenza della femminilità, come nel caso della tela, riprodotta sulla rivista, Madame R.L., dove un’anonima “professionista della bellezza” dell’alta società è ritratta seduta con tailleur da passeggio, cappello e parasole.

Artista della sofisticata élite cosmopolita che gravitava nei salotti parigini, del raffinato spirito aristocratico, dello snobismo e della mondanità – che qualche anno dopo Marcel Proust avrebbe raccontato in À la recherche du temps perdu – Boldini alla volta del primo decennio del Novecento diventa più audace, valorizzando l’avvenenza dei corpi, con movimenti serpentini, promuovendo un canone femminile slanciato e elegantemente nervoso. È il caso di Miss Bell, tela che incanta la Sala 9 “Il tempo della mondanità” dove campeggia una frase proustiana «La frivolezza di un’epoca, quando le son passati sopra dieci secoli, è degna della più seria erudizione»: identificata con l’attrice Jeanne Marie Bellon, la misteriosa figura è resa in modo vivace e disinvolto colta con un’inquadratura dall’alto verso il basso.

Durante gli anni antecedenti lo scoppio della prima guerra mondiale, Boldini registra il cambiamento nel gusto del vestire con abiti dalle linee più rigorose e dai tessuti più decorati e preziosi. Con la complicità di alcune personalità fuori dal comune, come la modella inglese Lina Bilitis e l’eccentrica marchesa Casati, vere icone di moda ante litteram, Boldini dà vita a una nuova iconografia muliebre, rappresentando una donna emancipata, fatale, da ammirare. Si pensi al quadro Lina Bilitis con due pechinesi, esposto al Salon du Champ de Mars del 1913, recensito anche da «Vogue America» per la capacità del pittore ferrarese nel rendere la lucentezza delle sete, nere e verdi, dell’abito, o alla tela La marchesa Luisa Casati con piume di pavone, che ritrae Luisa Adele Rosa Maria Amman, sposa del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, da cui ottiene il divorzio, amica e amante di D’Annunzio, musa di Giacomo Balla e Man Ray. Donne dagli occhi grandi e dalle labbra languidamente socchiuse, in pose sensuali, che anticipano il cinema e la fotografia glamour degli anni Venti e Trenta, trovano già in Boldini uno dei maggiori interpreti di quella femminilità che ha caratterizzato un’epoca mitica.

 

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Rossella Farnese

 

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E tu chi sei? Il concetto di identità alla prova del tempo

Le nostre vite prendono forma in un flusso di continui cambiamenti, all’interno del quale sappiamo muoverci quotidianamente in modo naturale, spesso senza dover riflettere sulla sua presenza. Nei cambiamenti che sentiamo coinvolgere il nostro pensiero e la nostra sfera emotiva, ma anche in quelli che riguardano gli oggetti materiali, non percepiamo una minaccia all’idea della persistenza nel tempo dell’identità. La memoria, come un filo teso tra passato e presente, restituisce un’idea immediata di identità come qualcosa di unico e di unitario. Niente ci impedisce di pianificare le nostre azioni future e di stabilire relazioni autentiche con gli altri, perché nel cambiamento riconosciamo quei punti fissi che permettono di non mettere mai in discussione il fatto che le cose, pur cambiando, restino loro stesse.  

“Questa convinzione si fonda a sua volta su un bisogno ineluttabile: il bisogno di trovare dei punti fermi nel flusso continuo di trasformazioni che ci circondano, l’esigenza di stabilizzare ciò che stabile non è”. Come giustificare, dunque, lo status ontologico ed epistemologico dei punti fermi che rendono naturale l’idea che l’identità delle cose sopravviva al cambiamento? Li possiamo riconoscere come puri elementi della realtà? Oppure, in quale misura sono il prodotto di dispositivi mentali che rispondono all’esigenza di stabilità?

A partire dalle esigenze del senso comune e dal principio teorico, che apparentemente ben vi si accorda, secondo il quale due cose sono identiche se possiedono le stesse caratteristiche, possiamo problematizzare il concetto di identità. E possiamo dare spazio a una sua caratterizzazione meno granitica rispetto a quella a cui, forse, pensiamo abitualmente. In questo senso, il punto di vista offerto da Lewis Carroll nel dialogo tra Alice e il Bruco in Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, è un invito, rivolto ai bambini e agli adulti, a soffermarci sulle incongruenze che emergono quando si dà per scontato che l’identità sopravviva al tempo e al cambiamento.

Alice, di fronte alla domanda «E tu chi sei?» che il Bruco le rivolge all’inizio del loro incontro, non sa cosa rispondere: aver cambiato più volte statura nel corso di quell’incredibile giornata l’ha resa terribilmente confusa. L’idea che dà sostanza al suo disorientamento, se estesa a tutte le cose, è racchiusa in questa domanda fondamentale: “come può una medesima entità godere di proprietà diverse e tra loro incompatibili?”. Il Bruco potrebbe non aver capito come mai i cambiamenti vissuti da Alice siano capaci di mettere in crisi la sua identità semplicemente perché ritiene che proprietà diverse – in questo caso le diverse stature di Alice – non siano in realtà incompatibili, se possedute in momenti diversi. Il riferimento a proprietà temporali rappresenta una risposta plausibile alla domanda nell’ambito del dibattito contemporaneo di stampo analitico. È ragionevole, tanto da sembrare ovvio, osservare che non esiste alcuna incongruenza nel fatto che la mia gatta oggi fosse assonnata alle 6.30 del mattino e vivace stasera, alle 20.15. Potrei descrivere la copertina del libro che ho sul tavolo attraverso queste due proprietà temporali, evitando così ogni incompatibilità: dai-colori-accesi-nel-1978 e sbiadita-nel-2019. Ma rimane discutibile quanto l’inserimento dell’elemento temporale direttamente nelle proprietà che determinano l’identità degli oggetti sia una valida soluzione del problema, e non, invece, soltanto una sua riformulazione.

Sembra che la mente del Bruco, nella sua assonnata sicurezza, non sia sfiorata da alcun dubbio riguardo la realtà oggettiva dei punti fissi e la stabilità dell’identità attraverso il cambiamento. Alice, che invece non ha più la certezza che il cambiamento non sia capace di sgretolare l’identità, gli rivolge queste parole:

«Forse perché lei non ha ancora fatto la prova» […] «Ma quando si dovrà trasformare in crisalide – e le capiterà un giorno o l’altro – e poi da crisalide in farfalla, vedrà che si sentirà un po’ confuso anche lei

La trasformazione del Bruco in farfalla fornisce lo spunto di riflessione per dubitare delle proprietà temporali come risposta convincente al problema che stiamo indagando. Immaginiamo che il Bruco abbia un gemello con cui condivide le stesse caratteristiche e che, per questo, può essere considerato identico a lui: stesso colore verde acceso della pelle, stessi occhiali sul naso, stesso timbro profondo della voce! Certamente tendiamo a sostenere in modo spontaneo che il Bruco, trasformandosi in farfalla, resterà la stessa entità e, d’altra parte, che il Bruco e il suo gemello siano entità distinte. Ma, non appena la riflessione diviene più sottile, emergono aspetti contraddittori e sembra impossibile rintracciare una via diretta per definire il concetto di identità come qualcosa di stabile nel tempo.

Così, vogliamo lasciare il lettore con una domanda: non c’è un’incongruenza nell’identificare il Bruco con la farfalla, che ha caratteristiche incompatibili rispetto alle sue, e nel dare grande valore, invece, alla diversità tra il Bruco e il suo gemello, che ci sembrano identici?

 

La valigia del filosofo

 

NOTE
1. Cfr. Achille Varzi, L’identità nel cambiamento, 13 Maggio 2006, Roma. Guarda il video.
2. Ibidem.
3. Cfr. L. Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, in M. D’Amico (a cura di), Il mondo di Alice, Bur, Milano, 2006, cap V.