La miopia umanista: Marchesini e il mito di Epimeteo

Etologo, antropologo e filosofo, Roberto Marchesini si inserisce nel filone del pensiero post-umanista in una maniera particolare: la sua ricerca e la sua riflessione s’improntano anzitutto sul rapporto che vige tra l’essere umano e l’animale e sulle caratteristiche del legame millenario che sussiste tra questi due mondi apparentemente distinti.

Tale è la ricerca principale della cosiddetta zooantropologia, una disciplina piuttosto recente dai numerosi risvolti: epistemologici, ontologici, etici, ecologici, e anche terapeutici, quando si va ad indagare l’efficacia della pet therapy. Nel caso della questione ontologica, la zooantropologia cerca di scardinare le geografie antropocentriche per integrare ad esse visioni ecologiche molto più ampie. Intende cioè riconoscere l’importanza ontica delle specie animali e riposizionare la creatura umana all’interno della biosfera naturale col fine speranzoso di renderla più consapevole della sua dipendenza da essa.

L’assunto della zooantropologia – e di Marchesini in generale, ma anche di numerosi altri filosofi (Derrida, per esempio) – è che l’animale non esiste. Si tratta infatti di una categoria vaghissima che omologa differenze innumerevoli per racchiudere il diverso non-umano in un’unica sfera. Come qualificare infatti l’animale? Qualsiasi attributo si conferisca a questa parola viene presto smontato quando si considerano le caratteristiche intrinseche delle singole specie. Se l’animale è, ad esempio, la creatura che non inventa, come mai alcune specie dimostrano invece di essere perfettamente capaci di inventare strategie, maniere e soluzioni? E se l’essere umano è la creatura che inventa, come mai esistono individui umani che non inventano nulla?

Questa categorizzazione arbitraria ha origini antichissime, che risalgono, nelle indicazioni di Marchesini, al mito di Prometeo. Il fuoco che egli donò all’umanità funzionò da «risarcimento»1 all’errore del fratello Epimeteo, il quale aveva precedentemente distribuito agli animali tutti gli attributi ferini come zanne, artigli e pellicce, dimenticandosi dell’uomo. Il fuoco (e più in generale la tecnica) diventa allora la sua occasione di riscatto, e la cultura, che si genera col fuoco e con la tecnica, diventa la sua «seconda natura»2, opposta alla condizione selvatica in cui l’uomo soffriva la nudità.

La carenza originaria da cui l’uomo si è sollevato genera il mito dell’uomo-essere-incompleto, eroico e tragico insieme, amato e negletto da Dio allo stesso tempo. Ma in virtù di questa ambivalenza l’essere umano è un essere libero, perché capace di cose che nessun’altra creatura sa fare, come il pensare, il sentire, il desiderare. L’uomo sa emanciparsi dai suoi vincoli organici perché originariamente spaesato, al contrario degli “animali” che sono invece schiavi dei loro impulsi. Pertanto è padrone del suo destino e artefice della sua condizione.

Questa idea ha conosciuto una grande fortuna lungo la storia. Si tratta di un antropocentrismo che assolutizza l’uomo e ne fa origine, percorso e fine della riflessione. Non considera però che l’uomo – e qui sta il perno della discussione di Marchesini – è divenuto quello che è anche grazie al dialogo col diverso non-umano. L’essere umano si è dimenticato di non essere solo; si è dimenticato che la sua evoluzione è stata una co-evoluzione.

Come si spiega questa dimenticanza? La causa risiede nella tecnica stessa. Essa non pareggia una carenza intrinseca dell’essere umano ma la crea. Dal momento in cui la mano usa lo strumento, e vede che i risultati sono più ottimali di quando non lo usava, setta un nuovo standard performativo. L’uomo non ha domesticato il lupo per ottenere servigi di cui sentiva il bisogno, ma è stata la collaborazione col lupo nel tempo a far sorgere quei bisogni3. Più l’uomo cerca di completarsi, più si sente incompleto.

La carenza originaria è dunque in realtà un prodotto culturale: noi siamo animali ultra-completi, perfettamente accolti nella biosfera e specializzati per viverla. L’idea che oppone cultura e natura è sorta quando una cultura era già sufficientemente affermata.

Ma anche lo stupore di esserci, io credo, ha generato il sentimento di incompletezza. Se l’uomo parla di sé lo fa per lenire una ferita ontologica. Se ha denigrato le altre creature, lo ha fatto perché esse sembrano incapaci di penare per la stessa ferita. Tecnica e ferita si compenetrano nel generare un circolo vizioso. Resta allora da fare un auspicio: che esse aprano il cerchio e dialoghino con quel che ne è rimasto fuori.

 

Leonardo Albano

 

NOTE:
1 R. Marchesini, Epifania animale, pp. 17-30, 40-51
2 Ivi, pp. 56
3 Ivi, pp. 27-28  

[Photo credit David Klein su unsplash.com]

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Il tempo e l’acqua: intervista a Andri Snær Magnason

A settembre 2020 è uscito per Iperborea Il tempo e l’acqua di Andri Snær Magnason. Un autore che all’epoca non conoscevo ma che gli algoritmi dei social mi hanno sistematicamente proposto con la convinzione che mi potesse interessare. È stata però la recensione che ne ha fatto su Instagram la libraia di una delle tante (e tante di esse bellissime) librerie indipendenti che seguo con il mio profilo personale a convincermi a fermarmi nella mia libreria di fiducia e fare l’acquisto nel tragitto di ritorno verso casa.

Le aspettative non sono state tradite. Vien da pensare che non tutto il male dei social vien per nuocere! Ho apprezzato moltissimo il libro, una equilibrata combinazione di denuncia (e sensibilizzazione) ambientale con brani di vita vissuta, in questo caso i parenti dell’autore; aggiungiamoci il pizzico di esotico islandese e il gioco è fatto. L’autore è Andri Snær Magnason, classe 1973, islandese, scrittore, studioso, poeta, fervente ambientalista; si era candidato alle elezioni presidenziali islandesi e sarebbe utile avere nel mondo dei capi di stato come lui. Potreste averlo sentito nominare in relazione al famoso funerale al ghiacciaio islandese Okjokull, per il quale proprio Magnason ha scritto la targa commemorativa lo scorso agosto 2019. Spezziamo un’altra lancia in favore dei social: proprio tramite Instagram ho potuto contattare l’autore, estremamente gentile ed enormemente appassionato del suo lavoro, il quale mi ha rilasciato una lunga intervista. Ve ne lascio un estratto in questo articolo, la seconda parte la troverete nel futuro, sul numero cartaceo de La chiave di Sophia, il quattordicesimo in uscita a febbraio 2021.

Buona lettura!

 

GF – Una delle cose che più mi affascinano del suo libro Il tempo e l’acqua (Iperborea 2020) è come l’emergenza climatica si mescoli a vicende e istanti di vita vissuta: questo ci fa capire che tali temi non sono affatto distanti dal quotidiano vivere di chiunque. Lei crede che se le persone comprendessero gli effetti del riscaldamento globale nella loro quotidianità riuscirebbero a prendere il coraggio necessario per agire?

ASM – Ho sempre voluto documentare le vite dei miei nonni a causa del grande cambiamento che le loro esistenze hanno attraversato. Mio nonno è cresciuto in una fattoria appena sotto il circolo polare artico mentre gli altri nonni sono stati pionieri nell’esplorazione dei ghiacciai: sono nati negli anni Venti e hanno dovuto inventare più o meno tutto e hanno potuto scoprire la natura in modo diverso rispetto alle generazioni precedenti. E poi quando discorro con il Dalai Lama a proposito dello scioglimento dei ghiacciai e di come esso sia sempre più legato al destino dell’umanità, mi rendo conto che posso usare le storie dei miei nonni per avvicinare i ghiacciai a noi. Il riscaldamento globale è graduale, spesso distante e frammentato nonché davvero troppo grande per essere afferrato concettualmente. Portandolo più vicino a me e al mio vissuto rendo il mondo un po’ più piccolo, e in qualche modo più visibile e semplice da maneggiare.

 

GF – Nel libro lei racconta il modo in cui ha deciso di divulgare i dati scientifici e di come si sia persuaso che la narrazione, la poesia, il cinema possano essere degli importanti strumenti per il risveglio delle coscienze. Parole come “scioglimento dei ghiacciai”, “acidificazione degli oceani” e “aumento delle emissioni” sono parole il cui significato secondo lei “si perde in un ronzio”. Con quali strumenti a suo parere anche il cittadino medio consapevole può mettere ordine nel ronzio di chi gli sta attorno?

ASM – Posso parlare solo per quanto riguarda i miei strumenti e come cerco io stesso di afferrare i concetti. Uno degli strumenti è rendermi conto che noi davvero facciamo fatica a comprendere, dunque devo mettermi allo stesso livello del lettore invece di pretendere di sapere tutto e farlo sentire inferiore. Inoltre voglio portarlo con me nel mio viaggio verso la consapevolezza e conoscenza delle cose. E a volte abbandono gli argomenti da una parte, li dimentico per un po’ perché sono davvero pesanti da affrontare. Credo di rendere il libro più invitante per le persone, fa parte anche questo dell’aiutare il lettore a capire l’acidificazione degli oceani. Il termine non esisteva nel 2000, per questo lo paragono ad altre parole che non usavamo nel passato, che nemmeno esistevano, ma che adesso sono nella nostra quotidianità: questo ci aiuta a comprendere come siamo ancorati al linguaggio e al suo modo di farci conoscere il mondo. E dicendo che noi non capiamo le parole, intendo dire che spero che le persone le potranno capire, invitandole a porvi attenzione e a rifletterci. Non posso intensificare le parole come si possono aumentare i numeri: lo posso fare solo attraverso la poesia, le nonne e la mitologia.

 

GF – La politica mondiale si confronta molto spesso con gli scienziati, i quali per la maggior parte delineano un quadro del futuro del pianeta e della popolazione umana tutt’altro che roseo. Anzi, in molti casi, come spiega nel libro, si stanno già realizzando alcune tra le peggiori previsioni scientifiche. Eppure i governi sono incapaci di agire. Ritiene realistico risollevare le sorti del clima attraverso l’azione dei singoli cittadini? E quali sono i principali modo con cui individualmente possiamo agire per un futuro migliore?

ASM – Questa è una questione che necessita una grande leadership e un lavoro collettivo tra i governi delle nazioni. I Paesi devono crescere ma devono farlo in maniera più verde rispetto al modo in cui l’hanno fatto nel ventesimo secolo. Il problema dello strato di ozono non è stato risolto da un gruppo di consumatori consapevoli che hanno fatto acquisti “ozon friendly”. Abbiamo visto durante la crisi legata al Coronavirus che nonostante abbiamo vissuto la nostra vita in quarantena a fare quasi niente, ancora il nostro impatto ambientale era all’80% della sua potenza. Per cui la sfida è molto ancorata alle infrastrutture del nostro vivere. Per questo gli individui devono capire, ascoltare la scienza e discuterla, votare correttamente, cambiare alcune cose, abolirne altre. Solo allora la scelta individuale avrà un peso sostanziale. Scelta che va nella direzione di riutilizzare, riciclare, mangiare meno carne, usare il trasporto pubblico eccetera.

 

GF – Le conseguenze di questa situazione globale si ripercuotono a più livelli del vivere. L’aspetto più ignorato è forse quello personale psicologico ed emotivo: pochi sanno che esiste una “sofferenza ecologica” causata proprio dal mancato rispetto dei limiti ecologici del pianeta. Lei come vede le conseguenze dell’emergenza climatica sulla sfera emotiva del singolo?

ASM – In Islanda siamo stati in guerra contro la natura per almeno dieci anni: una decade di ingordigia che ha messo in scacco quasi tutti i fiumi islandesi e ogni singola area geotermale, una natura minacciata da dei megaprogetti per la realizzazione di tre o quattro fonderie di alluminio. Molti dei più bei paesaggi islandesi erano a rischio e questo ha avuto ripercussioni sulle persone che se ne sono sempre occupate. Ricordo un’intervista al direttore del Museo Nazionale Iracheno, saccheggiato e in parte distrutto durante la guerra, che spiegava come loro stessi si sentissero saccheggiati e fatti a pezzi. La sensazione è quella di una guerra. Io stesso ho potuto sperimentare gli effetti di questa guerra alla natura islandese: il mio cuore ne ha risentito perché il mio battito cardiaco s’è fatto irregolare per anni e ho avuto qualcosa di simile al burnout. Che è anche uno dei motivi per cui non ero così sicuro di voler o poter scrivere questo libro: preoccuparsi delle sorti della terra d’Islanda era uno conto, ma preoccuparsi per il mondo intero… a che livelli di esaurimento mi avrebbe portato? È una lotta che consuma, è feroce persino in una piccola nazione. Ho sentito di scienziati che sono finiti in burnout a causa dello stress emotivo, sostanzialmente anche perché si sentono i Cassandra della situazione: vedono e sanno quello che sta succedendo ma si sentono impotenti, incapaci di comunicare le loro scoperte e conoscenze agli esponenti politici e al grande pubblico. Nonostante questo però penso che il vero problema non siano l’ansia e lo stress, ma la velocità con cui noi tutti ci stiamo abituando alla questione, vedendola sempre più come una cosa “normale”. Dopo mesi di Coronavirus sembra quasi che la vita sia così e basta, che non ci si possa fare niente. Dopo due anni di incendi devastanti in California, Siberia, Australia e Portogallo, sono diventati la norma e quasi non fanno più notizia.

 

GF – Molto spesso chi scrive di questi temi si sente in dovere di rassicurare i lettori rispetto al quadro fosco che viene delineato. Anche lei nel suo libro sottolinea di non voler sembrare disfattista. Perché secondo lei la paura non può essere lo strumento adatto al cambiamento?

ASM – Se guardiamo alle statistiche, dovremmo avere paura di quello che potrebbe succedere se non facessimo nulla. La questione è così seria che sarebbe da irresponsabili se queste informazioni non causassero paura, preoccupazione e ansietà. E se ci fai caso, quando le nostre ideologie e sistemi sono testardi, allora c’è un buon motivo per essere pessimisti. D’altro canto la pura paura porta poco giovamento. Notando un pericolo si può agire anche in maniera professionale, come un vigile del fuoco o un paramedico e con una generazione che cresce con la scienza climatica presa come un dato di fatto, sempre che si faccia uno scambio in termini culturali e tecnici con quella generazione, potremmo davvero cominciare a vedere un vero progresso. Questa generazione vedrà uno scopo più alto in tutte le cose che deciderà di fare perché ci sono molte cose che devono essere cambiate e non è essenzialmente negativo essere una generazione che cambia tutto.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credit di Anton Smári fornita da Andri Snaer Magnason]

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La scuola dimenticata: una vera tragedia italiana

Per rilevare la temperatura che indichi lo stato di benessere o malessere di un paese non sempre è sufficiente servirsi dei termometri del mercato e della finanza che si basano sui dati del PIL, sul volume degli acquisti e sull’indice dei consumi. Talvolta, sarebbe più interessante muovere da indicatori di natura culturale. Il primo e più importante riferimento in questo senso è lo stato dell’arte della scuola. Teoricamente la prima e più importante istituzione di un paese che ambisce a definirsi democratico. In Italia, di fatto, la più marginalizzata. Lo stato di malessere della scuola italiana non è certamente una patologia acuta, recente. Il cancro che la paralizza è un male cronico che si trascina da moltissimo tempo. Venti, forse trent’anni, nei quali il paziente che più di tutti dovrebbe essere stato accudito e curato è stato invece completamente dimenticato e fiaccato da riforme esito di incompetenza e incapacità di lungimiranza. Il messaggio che emerge, da diverso tempo a questa parte, è quello di una scuola che non conta più nulla.

Non considerata dai politici e dal legislatore, finisce per perdere di valore e riconoscimento nei più diversi strati sociali. L’edilizia scolastica pressoché stagnante ci regala edifici vetusti e in molti frangenti fatiscenti. Gli insegnanti – un tempo professione ampiamente riconosciuta e rispettata – sono umiliati e frustrati per remunerazioni inadeguate e per l’impossibilità di accedere in maniera chiara e lineare al loro ruolo, spendendo le proprie competenze e capitalizzando i sacrifici economici e di studio di una parte considerevole della loro vita. I rilevamenti statistici ritraggono un crescente abbandono scolastico e un sensibile calo nelle iscrizioni alle più diverse facoltà universitarie. Non v’è da stupirsi. Il tutto è la logica conseguenza di una mala gestione dell’intero apparato dell’istruzione e della formazione che ha segnato la propria rovina anni addietro e, diabolicamente, continua a perseverare con riforme pasticciate e interventi più propagandistici che funzionali. In un siffatto scenario, dove gli insegnanti si trovano a lavorare sempre più spesso in un contesto precario, umiliante e decadente, gli studenti appaiono sempre più svogliati e demotivati. Fra questi, i più fragili sono quelli che ne pagano il prezzo più alto. Tutto questo è il riflesso di un discorso sociale e politico che, bistrattando la scuola da decenni, misconosce il valore imprescindibile dell’educazione e della cultura. È l’esito, infausto, di una comunicazione di massa che premia veline, soubrette, calciatori, influencer e youtuber, piuttosto che valorizzare, remunerare adeguatamente e così riconoscere coloro che con dedizione e sacrificio hanno dedicato e magari, eroicamente (sic!) continuano a dedicare la loro vita allo studio e alla ricerca, non tanto per loro esclusivo interesse personale, ma in vista dell’interesse collettivo.

La scuola presenta lesioni profonde, decisamente preoccupanti, in tutto il suo immenso e articolato corpo. Viene da chiedersi quale possa essere non solo il presente ma piuttosto il destino di un corpo così malato. Che ne può essere di una istituzione alla quale, anno dopo anno, riforma dopo riforma, sono stati appesi legacci burocratici soffocanti e limitanti il suo movimento e le sue espressioni? Che ne è di un corpo al quale sono state cinicamente tagliate le risorse? Forse, se non è già morta, la scuola sopravvive, tira a campare. Se l’attenzione nei confronti dell’istruzione emerge solo per opportunismo propagandistico nelle stagioni elettorali e, una volta girato l’angolo dei seggi, ci se ne dimentica, allora il messaggio è chiaro: non curarsi seriamente dell’istituzione scolastica significa che i governanti non credono nell’importanza della cultura che, principalmente a scuola, deve essere trasmessa, incentivata e difesa.

I motivi per argomentare in favore dell’importanza di un’istituzione scolastica che funzioni al meglio sono molteplici e molti affondano le proprie radici nelle straordinarie civiltà che ci hanno preceduti, quella ellenistica su tutte, e ai periodi storici, l’Umanesimo e il Rinascimento in particolare, che hanno inondato di cultura, genialità, innovazione, pensiero e bellezza soprattutto il nostro bel Paese. Senza scomodare ulteriormente questi presupposti e ricollocandoci nel presente dobbiamo sottolineare, privi di ogni retorica, che dalla scuola passa il futuro del Paese poiché ragazzi e ragazze saranno uomini e donne che avranno a loro volta la responsabilità adulta di operare scelte individuali e collettive tese al bene comune, nella direzione dell’interesse, della crescita e della promozione umana. In un mondo che cambia repentinamente, la scuola è necessaria per fornire competenze che permettano di orientarsi nella complessità della conoscenza e dell’informazione. In una civiltà che sembra sgretolarsi sotto i colpi dell’assenza di etica è ancora una volta essenziale la scuola che, a partire dalle fondamenta poste dalle famiglie, educhi ai principi primi del rispetto sacro della vita dell’altro nella sua unicità e irripetibilità e al valore della conoscenza. Una scuola che, proprio in una società assuefatta di informazioni e verità a buon mercato, educhi all’esercizio del pensiero critico, che diviene esercizio di libertà interiore che si riverbera anche nelle scelte esteriori.

Trascurare la scuola significa cedere il passo ad un abissale vuoto culturale. Lo aveva denunciato con lucidità Pier Paolo Pasolini, ormai quarantacinque anni or sono, riflettendo sul fenomeno dilagante della droga consumata dai giovani e intuendo quanto essa fosse un vero e proprio surrogato della cultura1. Il vuoto lascia spazio alla disgregazione, alla distruzione, alla pulsione di morte. Gli esiti sono infausti e disfunzionali per il singolo e per la collettività. È il crepuscolo di una nazione.

Se vogliamo tutelare il presente del nostro paese e il suo futuro dobbiamo iniziare occupandoci della formazione culturale dei più giovani e questo può avverarsi in primis attraverso la scuola, agenzia culturale ed educativa per eccellenza. Istituzione che preserva l’incontro umano, le relazioni, l’importanza del libro, della lettura e dello studio per l’apertura di nuovi mondi e più ampi orizzonti, nonché l’abitudine al pensiero autonomo. Per questi e molti altri motivi, non dobbiamo forse salvaguardare la scuola, ridonarle l’attenzione che merita se vogliamo tutelare la nostra civiltà aiutandola a progredire, anziché rimanere spettatori inermi dinanzi alla regressione antropologica tragicamente testimoniata dalle cronache quotidiane?

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr., P. P. PASOLINI, La droga: una vera tragedia italiana. In Lettere luterane, Garzanti, Milano, 2009, pp. 97-104.

 

[Photo credit Ben White su unsplash.com]

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Una citazione per voi: Marx e la religione come oppio dei popoli

 

• LA RELIGIONE È L’OPPIO DEI POPOLI •

Il concetto di religione come Opium des Volks, ossia oppio dei popoli, viene elaborato da Marx fin dagli Annali franco-tedeschi (1844). Egli sostiene che non esista l’individuo in astratto, ma solo in quanto prodotto della società storica della quale è figlio; motivo per il quale egli si distacca dalla visione di Feuerbach secondo cui Dio sarebbe un feticcio creato dall’uomo stesso. Secondo Marx, invece, la matrice della religione deve essere ricercata nella società che, appunto, ospita gli esseri umani.

Il senso di questa celebre citazione è quello della religione vista come uno strumento, non solo di consolazione per le ingiustizie sociali subite dalle masse che riversano fede e speranza in un’entità trascendente alienando se stesse, ma vista come un narcotizzante che fa sì che gli uomini non si impegnino abbastanza per cambiare questa vita, essendo convinti che il loro bene si possa realizzare in un aldilà. Gli individui, dunque, ricorrerebbero alla religione per crearsi una condizione artificiale per meglio sopportare la situazione materiale nella quale vivono.

La lotta di Marx contro la religione si presenta, dunque, come una lotta contro il mondo stesso, come frutto illusorio di una società malata, che in quanto tale, necessita essa stessa di essere cambiata. Infatti, Marx si fa portavoce dell’azione a scapito della mera speculazione filosofica e afferma che per disalienare la società narcotizzata dalla religione, sia necessario estirpare le differenze di classe che la caratterizzano.

Affidarsi alla religione rappresenta per Marx una condizione di felicità fallace, che poco ha a che vedere con la reale felicità alla quale gli individui potrebbero ambire. Se si attuasse il cambiamento sociale e con esso venissero meno le disomogeneità economiche e l’oppressione capitalistica, secondo Marx, crollerebbe anche la religione, poiché gli uomini non avrebbero più motivo di “drogarsi” per far fronte ad una situazione invivibile.

È quindi necessario che gli uomini prendano consapevolezza del carattere illusorio e narcotizzante della religione, per far sì che possano iniziare a muovere verso il sovvertimento delle strutture caratterizzanti la società.

 

Federica Parisi

 

[Foto rielaborata dalla redazione]

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Definizione e accertamento della morte tra filosofia e scienza

Cosa sappiamo della morte? Sicuramente che è un evento. Benché la trasformazione sostanziale che permette di definirla come tale non sia visibile immediatamente, possiamo comunque identificarla come immodificabile e irripetibile, se confrontata con tutti gli altri accadimenti nella vita di un individuo. Al netto di queste caratteristiche, su cui tutti possono concordare, fornire una definizione corretta della morte con termini che non siano equivoci e possibilmente validi per tutte le discipline che se ne occupano può apparire tutt’ora un’impresa non di poco conto. Eppure un terreno comune sarebbe auspicabile da trovare soprattutto per filosofia e scienza medica, poiché entrambe definiscono le questioni generali di bioetica e, praticamente, decidono della vita di ogni paziente.

Tradizionalmente i parametri per accertarsi della morte di un individuo erano due: quello anatomico (ossia la distruzione del corpo) e quello cardio-polmonare (la cessazione del battito cardiaco e della respirazione naturali). Con l’avvento e la diffusione del respiratore artificiale, precedentemente utilizzato in casi eccezionali, ma poi entrato a far parte delle pratiche salvavita comuni, le cose si sono complicate. Molti pazienti, infatti, mantenevano battito, temperatura corporea e altre caratteristiche fisiche “da vivente” se supportati da respirazione artificiale, ma non presentavano più alcuna attività a livello cerebrale. Erano da considerare effettivamente ancora in vita oppure si aveva a che fare già con cadaveri? Era così necessario introdurre un parametro neurologico, che affiancasse i due unanimemente riconosciuti.

Nel 1959 i neurologi francesi Mollaret e Goulon tentarono di risolvere la questione almeno sul piano pratico introducendo la definizione di coma dèpassè: per un paziente che non presenti attività cerebrale né superficiale né profonda, passate 24 ore, è possibile sospendere ventilazione. I due però non specificarono se il paziente fosse da considerare effettivamente morto, cessata l’attività cerebrale, oppure no. Quasi dieci anni dopo, la Commissione della Harvard Medical School equipara il coma dèpassè alla morte, fornendo quattro criteri di diagnosi: assenza di attività cerebrale, assenza di movimento spontaneo o indotto, assenza di respirazione spontanea e assenza di riflessi nel tronco encefalico. Escludendo condizioni cliniche che potessero trarre in inganno e senza necessità di elettroencefalogramma di verifica, solo sulla base di queste valutazioni era possibile dichiarare morto il paziente e procedere addirittura all’espianto degli organi, pur mantenendo la ventilazione artificiale.

Benché scientificamente venissero lasciati pochi dubbi, alcuni filosofi tra cui Hans Jonas, contestavano la decisione di equiparare la morte cerebrale alla morte effettiva del paziente, tanto più che le definizioni di morte troncoencefalica e morte corticale si affacciarono a complicare la questione.

Per Jonas, una persona muore quando perde completamente la sua unità funzionale, quindi considerare la morte del cervello come parametro quasi unico e definitivo appare una scelta teorica arbitraria, viziata da una concezione antropologica errata e da esigenze pratiche utilitaristiche (come si diceva, prelevare organi in un corpo che mantiene ancora le sue funzioni di vivente, ad esempio, garantisce una qualità dei tessuti maggiore rispetto ad un prelievo effettuato su di un cadavere).

Per i sostenitori del parametro della qualità della vita una persona senza cervello funzionante, che quindi abbia perso le sue capacità cognitive e relazionali, ha concluso la propria vita umana degna di essere vissuta, conclusa quindi in egual maniera può dirsi anche la sua vita biologica. Ma può esistere vita umana senza vita biologica? Inoltre il rischio di un errore teoretico nel considerare il cervello come centro di tutto l’uomo, a discapito di un intero organismo sistemicamente organizzato e complesso, appare solo come una riproposizione di un indigesto dualismo millenario che, invece di insistere sulla dicotomia anima-corpo, si struttura su quella più moderna di cervello-resto del corpo.

Appare chiaro che la morte cerebrale è la morte di un essere umano a un certo stadio del suo sviluppo (ciò comporta il riconoscimento di dignità umana antecedente anche alla formazione del cervello e sono quindi da considerere esseri umani anche anencefalici, individui con malformazioni et similia). La definizione va inoltre integrata con tutti gli altri criteri ma costituisce una diagnosi di morte a sé stante solo se si riesce effettivamente a provare che con la perdita delle funzionalità cerebrali si assiste anche alla perdita dell’unità organica. Finché l’individuo è tenuto in vita, anche se dalle macchine, sarà sempre considerato inviolabile.

 

Vittoria Schiano di Zenise

 

[Photo credit Alina Grubnyak su unsplash.com]

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Non aver paura di chiamarti filosofo

Ammettiamolo, quante volte ci è capitato di provare imbarazzo nel presentarsi studiosi di filosofia a causa dello stigma sociale, economico e professionale cui il ruolo del filosofo oggi è destinato? Ma soprattutto quante volte ci siamo morsi la lingua prima di chiamare filosofo qualcuno, perfino un intellettuale già formato? Effettivamente — ci si racconta spesso fra sé e sé — filosofo è una parola forte, categorica. D’altronde — ci si continua a raccontare — l’immagine ideale del filosofo-tipo prevede un uomo, piuttosto invecchiato, ma anche bianco e, com’è ovvio, morto, meglio se molto tempo fa. Ebbene, ciò che mi preme tematizzare, non è tanto rispondere all’agognata, irrisolvibile domanda del “che cos’è la filosofia?”, quanto semmai tematizzare le ragioni, più o meno implicite, per cui si ha spesso un timore reverenziale o una sottintesa sufficienza quando chiamiamo filosofo qualcuno. Perciò non tanto o soltanto “che cos’è la filosofia?”, ma anzitutto e soprattutto “chi è il filosofo?”.

Della filosofia si sono offerte nel corso dei millenni innumerevoli formulazioni. Alcune sono più estensive e inclusive, altre più restrittive e selettive. Alcune rimandano alla vita concreta e pratica, mentre altre associano la filosofia allo status di scienza prima, scienza della verità. Da Platone e Aristotele fino a Nietzsche e Wittgenstein, passando per Montaigne, Cartesio e Heidegger, ogni nome del discorso filosofico si è abbandonato in definizioni sull’essenza della filosofia. Ma come si è detto ciò che qui si vuole trattare, quasi volendo imitare la rivoluzione copernicana di Kant, non è l’oggetto della filosofia quanto il suo soggetto, la voce attraverso cui e a partire dalla quale nessuna definizione sarebbe stata possibile. È proprio una delle tante definizioni della filosofia a dirci qualcosa di essenziale sul filosofo. A tal riguardo, senza nessuna volontà di cadere nel già sentito, va infatti ricordato ciò che sia l’ateniese Platone sia il suo massimo allievo Aristotele hanno detto, facendo propria la lezione attivistica di Socrate. L’uno nel Teeteto1, l’altro nel primo libro della Metafisica2, fanno luce sulla radice meravigliosa della filosofia: essa nascerebbe dal sentimento (pathos) che l’uomo prova di fronte a ciò che non conosce, dallo stupore (thaumazein) per ciò che è sempre stato davanti ai suoi occhi e che finalmente si è aperto a scoprire. Splendido o spaventoso che sia, il meravigliarsi dell’ignoto è un processo così poco lontano dalle nostre vite comuni che capiamo bene come la filosofia sia contemporaneamente qualcosa che non rimanda a una mistica fuga dal mondo, un’evasione dalla realtà che ci circonda; ma anche qualcosa che non impone un’illustre carriera di studi, eccellenti risultati accademici, una statura intellettuale senza precedenti. Lungi da me sostenere che non c’è differenza tra il bambino che si chiede chi siamo e da dove veniamo e un esperto di logica modale, voglio piuttosto sostenere che per quanto differenti per grado, essi non differiscono per natura: le domande inconsapevolmente esistenziali del bambino condividono il medesimo approccio filosofico del logico, abbracciano entrambe l’amore per la conoscenza, sono entrambe espressioni del medesimo filoso-fare.

Parafrasando le parole di un grande pensatore del nostro tempo, Umberto Galimberti, la filosofia è, molto prima e molto più che una scienza e un sapere, un atteggiamento e un agire. La filosofia si nutre di problemi a cui è facile non si riesca mai a dare una risposta; sorge nel dialogo, sia esso un soliloquio, sia esso un acceso confronto con l’altro; consiste nell’essere curiosi e critici di sé stessi, del prossimo e del mondo, non nell’avere nozionistiche informazioni da manuale. Significa sperimentare possibilità, ragionare e imparare; semplificare per complessificare, sviscerare problemi insoluti per crearne degli altri. Significa amare sapere, scoprire, fallire; inserirsi in uno sguardo più ampio, pensarsi insieme, in relazione, chiedersi il ‘che cos’è’ o ‘cosa fa’ delle azioni osservate, compiute o esperite. Significa, in ultima istanza, sospendere il giudizio quando necessario, sentire la responsabilità dei propri gesti, avere il coraggio di dubitare. In una sola parola, la filosofia è una disposizione, una faccenda morale e non per forza una questione epistemica, un conoscere.

Perciò, considerando la filosofia come quel sentimento qual è la curiosità, da cui principia un altro sentimento, il coraggio di uscire dalla propria minorità per pensare con la propria testa, al di là di lauree, convenzioni e sofisticati argomenti; il nome ‘filosofo’ andrebbe usato molto più spesso verso chi fa filosofia e al contempo meno abusato verso chi ha in mano una semplice pergamena, sa la filosofia. Non bisogna avere paura ma anzi, bisogna avere il coraggio di dirsi filosofi, oggi più che mai.

 

Nicholas Loru

Nicholas Loru, classe 1993, nato a Cagliari ma studia a Milano. Dopo il liceo classico si laurea triennalmente in Filosofia presso l’Università degli Studi di Cagliari con una tesi su Platone e le dottrine-non-scritte, anche se attualmente sta ultimando il suo percorso specialistico presso l’Università degli Studi di Milano Statale con un lavoro sulla filosofia del gioco nella cattedra di Human and Animal Studies. I suoi temi di riferimento spaziano dalla storia della filosofia alla filosofia morale, mentre nutre grande interesse per il pensiero antico, Nietzsche, la Scuola di Francoforte e il Postmoderno. Da qualche anno gestisce un profilo Instagram e un blog dal nome “FilosoficaMente” dedicato alla divulgazione del mondo filosofico, delle sue voci e opere, nella speranza che qualcuno si innamori della conoscenza com’è capitato a lui.

NOTE:
1 Platone, Teeteto, 155d.
2 Aristotele, Metafisica, I, 982, b 12.

[Immagine tratta da Frank Vessia]

Dei giovani e della voglia

Qualche settimana fa, sull’Huffington post, è uscita un’intervista a Vittorino Andreoli1, noto psichiatra e scrittore, nella quale esorta i giovani ad imparare il sacrificio. Nello specifico Andreoli parla di impegno, responsabilità e che «non guardino se possono avere il posto fisso e la macchina: devono porsi come protagonisti del futuro».
Non è la prima volta che leggo o ascolto discorsi simili, ci sono decine e decine di servizi giornalistici sul trinomio giovani-lavoro-futuro, ci sono diversi video su YouTube che propongono inchieste e interviste direttamente a datori di lavoro stanchi di non poter contare sull’assunzione di giovani perché inaffidabili, rei – a detta loro – di chiedere a quanto ammonta il compenso mensile, quand’è il riposo settimanale o per quante ore dovrebbero lavorare.

Dopo questa prima breve raccolta di “chiacchiere” incominciamo con il premettere alcune cose: il tasso di disoccupazione in Italia è uno dei più alti d’Europa2 mentre la percentuale degli inattivi – ovvero i giovani dai 25 anni in su che non stanno cercando lavoro e non stanno nemmeno affrontando un percorso di studi – è del 34,2%3.
Ad ogni modo i soli numeri non sono sufficienti ad affrontare le problematiche che si celano nel substrato sociale, la statistica non può spiegare ad esempio il concetto di sfiducia, di crisi, di insicurezza e incertezza; non racconta il contesto culturale ed economico nel quale la generazione nata tra il 1985 e il 2000 è cresciuta – e si ritrova – e non si preoccupa nemmeno di raffrontarlo con quello vissuto dalle generazioni precedenti. Ma del resto non lo fa nessuno poiché sono tutti impegnati a dire come i giovani dovrebbero comportarsi in situazioni di difficoltà mai conosciute prima.

Analizziamo assieme ciò che normalmente viene ignorato.
Per coerenza prendiamo in esame tre generazioni, oltre alla già citata ‘85-’00 troviamo quella dei loro genitori: la generazione nata all’incirca tra il 1965 e i primi anni ‘80, e quella dei loro nonni (o potenziali nonni per non offendere nessuno): nata tra il 1940 e il 1965.
Il contesto socio-economico vissuto dalla ‘generazione nonni’ e dalla ‘generazione genitori’ è quello di un’Italia uscita dalla guerra e, dopo alcuni necessari anni di assestamento, di un’Italia in forte crescita. Al miracolo economico degli anni ‘50-’60, è susseguita una breve fase di ristagno dopo la quale c’è stata una nuova ripresa economica, quella dei mitici anni ‘80 le cui felici conseguenze si sono affievolite durante il decennio successivo.

Eccettuando brevi periodi quindi, è facile capire che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto in un Paese che si stava fortemente sviluppando.

L’emigrazione dal sud verso le città industrializzate del nord, vivere all’interno di case spesso fatiscenti e prive delle più elementari norme igieniche ed altri sacrifici certamente da non sottovalutare, furono ripagati in pochi anni con l’ottenimento del posto fisso, di una casa e con la possibilità di costruire una famiglia.
La sofferenza, la gavetta, il classico “stringere denti e cintura”, era il prezzo da pagare per una concretezza più che sicura.

Guardandoci attorno possiamo tranquillamente affermare che la generazione giovani potrà, dopo qualche anno di sacrificio, contare sulle stesse sicurezze godute dalle due generazioni precedenti?
È quello che si richiede ai giovani d’oggi: pazienza, sacrificio, altra pazienza e ancora sacrificio.
Il problema è tutto qui: con la crisi economica scoppiata ufficialmente nel 2008 ma derivante da anni di stagnazione, e lungi dall’aver esaurito il suo potere con danni collaterali annessi, chiedere ai giovani di sacrificarsi equivale a chiedere loro un vero e proprio atto di fede; un salto nel buio verso un futuro molto incerto, privo – o quasi del tutto privo – dei benefici a cui siamo abituati a protendere: casa, lavoro, famiglia, pensione.
Se qualche anno fa la domanda che circolava di più tra i giovani era: “avrò un lavoro a tempo indeterminato?” ora la domanda è: “avrò un lavoro?”.

Personalmente non cerco alibi, c’è chi letteralmente cerca in tutti i modi di scansare le fatiche, ma non è una caratteristica peculiare dei giovani contemporanei, anzi è trasversale, diversamente le pagine di Storia non menzionerebbero bande e organizzazioni criminali dedite al guadagno facile con il minimo sforzo.
Esistono poi occupazioni certamente dignitose ma che hanno perso l’attrattiva occupazionale. Purtroppo l’artigianato, un settore molto vasto e variegato, un tempo fiore all’occhiello dell’italianità, oggi è finanziariamente disincentivato, le ore di lavoro non sono adeguatamente pagate – nonostante sia questa una caratteristica dipinta dai datori di lavoro come altamente pretenziosa, sebbene debba essere la normalità – e inefficaci per chi vorrebbe sistemarsi o abbandonare il tetto di mamma e papà.

Siamo davanti ad una situazione resa ancor più difficile da una pandemia di portata mondiale, che ha paralizzato diversi settori dell’economia, come già accennato, in precedenza non propriamente floridi e i cui effetti, con tutti gli scongiuri del caso, non si sono ancora del tutto conclusi.
Dipingere il tutto come la classica scarsa voglia di lavorare dei giovani, la vedo come una prospettiva poco edificante. Ci sono milioni di giovani che emigrano, proprio come nel passato, con la differenza di ritrovarsi spesso ad essere precari altrove; altrettanti milioni si ritrovano a dover cambiare lavoro ogni due o tre anni ricominciando sempre daccapo, trentenni trattati da diciottenni sia umanamente che economicamente.

Piangersi addosso non risolverà ovviamente il problema, questa è l’unica critica costruttiva che posso accettare dalle generazioni che ci hanno contribuito a far nascere e proliferare la situazione di crisi attuale. Per tutto il resto credo serva riscoprire la gigantesca virtù del rispetto.

 

Alessandro Basso

 

NOTE:
1- Qui potete leggere l’intervista.

2- La notizia è riportata tra gli altri dall’Ansa: qui.
3- Secondo dati Istat consultabili qui.

[Immagine tratta da pixabay]

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Sei cappelli per pensare: la proposta di Edward de Bono

Nel suo libro Sei cappelli per pensare lo scrittore Edward De Bono non denigra, ma mette in crisi l’indagine dialettica, uno dei principali metodi di cui il pensiero occidentale si avvale per affrontare una questione. «Con la discussione», afferma l’autore, «si perde molto tempo e l’argomento non viene analizzato esaurientemente perché ognuna delle parti è interessata solo alla difesa della propria posizione. Il metodo dialettico produce una riflessione sterile che non lascia spazio alla creatività e alle nuove idee» (E. de Bono, Sei cappelli per pensare, 2013).
Non a caso la proposta di De Bono viene anche definita “pensiero laterale”, uno sguardo prospettico che lascia la strada principale per osservare il corteo da una via secondaria.
L’immagine del cappello rimanda poi al gioco. L’Io deve divertirsi a indossare abiti nuovi, a guardare le cose dall’alto come fanno i funamboli, camminando su fili sottili e mai sicuri.

Ma in cosa consiste questo metodo? Come si indossano i sei cappelli?
Quando si affronta una questione o si vuole trovare una soluzione a un problema, è inevitabile che ognuno abbia il suo modo di pensare. In genere c’è chi è ottimista e vede soluzioni ovunque, chi preferisce non rischiare e chi, magari, aspetta sempre di sentire il parere altrui.
Ebbene, con il metodo dei sei cappelli, ognuno deve rinunciare al proprio Iomandarlo in vacanza», afferma  l’autore), alle solite modalità di approccio e sperimentarne di nuove.
Il cappello bianco rappresenta l’obiettività, ti fa vedere i fatti così come stanno, senza giudizi né riflessioni. È l’analisi dei dati, di ciò che è sotto gli occhi di tutti. Indossare questo cappello significa sforzarsi di vedere la realtà come si presenta, senza particolari interpretazioni.
Se si indossa il cappello rosso, invece, si vuole dare voce a emozioni e sentimenti. Frasi come: «Non chiedermi perché. Questa faccenda non mi convince. Puzza», non forniscono verità, ma permettono di rendere manifesti sentori che influenzerebbero in modo occulto qualsiasi decisione.
Il cappello nero ci offre il punto di vista pessimistico, quello giallo l’atteggiamento congetturale-positivo. Poi c’è il cappello verde da indossare quando si ha bisogno di un cambiamento: «Lei ha illustrato i metodi tradizionali per affrontare il problema. Ci torneremo sopra. Ma prima facciamo dieci minuti di pensiero col cappello verde per vedere se riusciamo a trovare un metodo nuovo» (ivi).
Infine il cappello blu, che ha il colore del cielo. Esso ci porta in alto e ci permette di guardare l’insieme, di mettere a fuoco la questione osservandola nella sua interezza. Spesso questo occhio aiuta  a riunire i singoli sguardi, quelli dei diversi cappelli indossati.

Da un punto di vista operativo, le potenzialità di questo metodo sono evidenti; ma io trovo che siano i risvolti psicologici a risultare ancora più interessanti.
Spesso in una discussione una buona parte dei partecipanti fatica a esprimere le proprie idee per paura del giudizio altrui. Ebbene, «la parte concede libertà», scrive l’autore; «Può essere difficile vedersi scemi, dalla parte del torto o messi nel sacco. Ma dato un ruolo ben definito possiamo godere della nostra abilità nel recitare tutte queste parti, senza che il nostro Io ne risulti danneggiato» (ivi).

Immaginiamo di trovarci a scuola e che l’insegnante entri in classe proponendo ai suoi alunni la seguente questione: “È risaputo che in Italia si legge poco. Secondo voi quali sono i motivi di questa carenza?” Ovviamente i ragazzi diligenti e impegnati tenderanno a difendere l’importanza della lettura, magari elencando gli ultimi libri letti e sapranno argomentare con abilità. Chi non ama leggere cercherà di non esporsi più di tanto e chi è in seria difficoltà se ne starà in silenzio ad ascoltare.
Diverso sarebbe entrare in classe e dire: “Ragazzi, si sa che in Italia si legge poco. Cosa ne dite se proviamo a comprendere insieme i motivi di questo rifiuto? Per farlo, fingeremo di indossare una serie di cappelli che rappresentano altrettanti punti di vista. Dovremo sforzarci di entrare di volta in volta nella parte, analizzando la questione da diverse angolazioni, in modo da vederla nella sua interezza”.
Lo stesso può avvenire in una riunione aziendale, in palestra o in ufficio: il luogo non ha molta importanza. Quello che conta è l’approccio, la disponibilità a guardare un po’ più in là, a esplorare nuovi territori dove spesso si nasconde l’idea giusta.

 

Erica Pradal

 

[photo credit Clem Onojeghuo via Unsplash]

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Consapevolezza e pratica di Mindfulness

Etimologicamente il termine consapevolezza deriva dal latino cum sapere. La sua traduzione potrebbe indicare un sapere insieme ad altri, nel senso di un confronto di prospettive ed esperienze provenienti da più viventi. In verità, credo che la parola denoti un fenomeno più intimo per cui l’essere informati o il semplice sapere non sono sufficienti. Si è lontani anche dalla conoscenza di tipo intellettuale così come da quella emozionale, che porta il conosciuto a livello del vissuto.
La consapevolezza è una condizione in cui la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto della persona. È quel tipo di sapere che dà forma all’etica, alla condotta di vita, alla disciplina, rendendole autentiche. È la costruzione originale del modo con cui ognuno si rapporta al mondo.

Interessante è la mappa della coscienza di Hawkins, nella quale sono indicati diversi livelli strutturali. Per semplificare, si incontra innanzitutto la coscienza della mente e del corpo. In essa rientrano le emozioni più basse: paura, rabbia, preoccupazione, tristezza, rimpianti e senso di colpa. Ad esse si accompagnano, però, anche emozioni legate ad un senso di positività che denota comunque il perdurare dell’attaccamento alla materia: speranza, fiducia, ottimismo e comprensione. Questo stadio è dominato dalla dualità, da binari paralleli che contrappongono piacere e dolore, giusto e sbagliato, buono e cattivo.
Dal dualismo si ascende alla coscienza dell’anima o consapevolezza di sé. L’anima avvolta da consapevolezza osserva senza giudizio. Vive nell’unità, includendo il tutto. Non vi è esclusione, non vi è dualismo. Questo stadio della coscienza è descritto da emozioni quali Amore, Pace, Beatitudine. È un risveglio, un essere testimoni e osservatori partecipi.
Infine, la coscienza del tutto. Tutto è luce, coscienza ed energia.

Ed è proprio sull’osservazione che si costruisce la pratica della Mindfulness: una dimensione esperienziale, scaturita da una pratica personale compiuta con un certo tipo di attenzione, che favorisce lo sviluppo dell’attitudine alla consapevolezza. Nella pratica della Mindfulness, fondamentale è il termine sati, di origine pali, non facilmente traducibile, in quanto non trova posto nell’ordine simbolico. È l’istante in cui si osserva qualcosa prima di collegarlo ad un contenuto simbolico nell’ordine mentale. È lo stato mentale che accompagna il momento dell’analisi delle caratteristiche della cosa osservata.
La consapevolezza è presente nella cosiddetta mente del principiante che guarda per la prima volta e presta attenzione agli stimoli sensoriali senza emettere giudizi. Il fulcro diviene proprio questa osservazione primordiale e senza preconcetti. Una volta riusciti in questo stadio, si è più vicini al passo essenziale che consiste nel “lasciar andare” ogni sensazione percepita senza respingerla, ma lasciandola scorrere per osservarla così com’è. Per fare questo, è necessario accettare la presenza della sensazione, per quanto possa essere positiva o negativa.
L’obiettivo della pratica è uno stato mentale attento, che osserva lo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento. Siamo così testimoni primordiali, che guardano alla natura essenziale di qualunque percezione interna od esterna al sé e la lasciano scorrere così com’è, senza respingere o pretendere di modificare alcunché.
Si osserva come tutto è transitorio, nulla è permanente.

Lungi dall’essere una tecnica di rilassamento per svuotare la mente, è un atto che sviluppa la capacità progressiva di maggiore presenza al qui ed ora e che apre a esperienze inaspettate, alla ricchezza del momento presente, alla pienezza del vivere. Dall’altro, la pienezza dell’esperienza comprende necessariamente anche il suo lato “negativo”: il disagio, la sofferenza, il dolore. Quest’approccio ci chiede e ci insegna di non respingere e a non negare questa dimensione ma a farne motivo di crescita. Questo è l’aspetto cui si riferisce la parola “accettazione/accoglienza”.

La negatività non può essere evitata e la pratica della Mindfulness offre una possibilità a prima vista contro intuitiva, forse assurda: accettare il disagio e la sofferenza, imparare a rivolgere piena attenzione a quello che non piace, che non vorremmo o che causa dolore. In questa prassi apparentemente incomprensibile di fare spazio, di lasciar essere e quindi di essere meno condizionati, meno oppressi anche dalle condizioni che portano disagio. E, paradossalmente, facendo questo forse ci si può mettere nelle migliori condizioni possibili per trovare, quando ci sono, le vie e i modi più efficaci per gestire o risolvere le cause di sofferenza.

 

Sonia Cominassi

 

[Photo credit Tiard Schultz via Unsplash]

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La nascita della filosofia secondo Giorgio Colli

Nell’immaginario collettivo, quando si pensa a un classico della filosofia, si è portati a pensare a un qualche complicato trattato, corposo sia nella sostanza che nella lunghezza. Oppure a un qualche antico libro di un autore di diversi secoli fa, che risulta tutt’oggi contemporaneo al comune pensare e sentire.

Spesso a rientrare nell’insieme dei classici, meriterebbero di starci anche quei testi apparentemente secondari, ma che si rivelano poi capaci di aver racchiuso in poche pagine un sentire e pensare decisivi per un’epoca. Nel panorama variegato della filosofia italiana contemporanea, diversi sono stati gli autori e i testi che si sono imposti poi come classici del pensiero. Tra questi sta sicuramente la figura e l’opera di Giorgio Colli (1917-1979).

Colli, studioso dei filosofi antichi, filologo, traduttore e storico della filosofia, ha consolidato la sua posizione culturale di estremo prestigio al di fuori dei canoni che la cultura italiana del dopoguerra identificava come campo della filosofia. Eppure, moltissimi dei suoi spunti e delle sue indicazioni sono divenute oggi importantissimi riferimenti culturali.

Il suo La nascita della filosofia (1975) costituisce tra i suoi scritti una piccola ma intensa pietra miliare, che pone le basi sul suo pensiero in materia di filosofia antica e al contempo si pone come riferimento italiano di quella tradizione che vede la filosofia socratico-platonica non come origine del pensiero, ma come suo declino al cospetto di una tradizione precedente ben più profonda.

Se infatti Socrate e Platone sono riconosciuti come i principali cardini della filosofia antica e di tutto il pensiero filosofico occidentale, Colli sente di dover tornare e reinterpretare quelle fonti molto più antiche di sapere che solo molto dopo sono divenute quella che oggi ancora riconosciamo come filosofia moderna.

La filosofia, per Colli, ha le sue radici nell’antico culto degli dei, specialmente in Apollo e Dioniso (interpretati però diversamente da Nietzsche). Gli dei si esprimono con gli uomini lanciando enigmi – caratteristica che risuona per Colli nell’etimologia di “Apollo” – e questi enigmi gettano l’uomo in quella mania (pazzia) da cui la filosofia nasce, che è «matrice della sapienza»1 (riecheggia anche l’etimologia che ancora Aristotele conserva sulla meraviglia inquietante da cui il filosofo sorge):

«Attraverso l’oracolo, Apollo impone all’uomo la moderazione, mentre lui stesso è smoderato, lo esorta al controllo di sé, mentre lui si manifesta attraverso un “pathos” incontrollato: con ciò il dio sfida l’uomo, lo provoca, lo istiga quasi a disubbidirgli. Tale ambiguità si imprime nella parola dell’oracolo, ne fa un enigma»2.

In questo folle dialogo tra dei e uomini accade il pensiero filosofico, che consiste nel tentativo da parte dell’uomo di sciogliere i suoi enigmi attraverso l’interpretazione dei segni divini. Avvicinarsi e comprendere l’essenza della filosofia significa dunque ritornare in quell’atmosfera sacrale dell’antica Grecia che precede i filosofi modernamente intesi e connettersi nuovamente alla dimensione divina dell’enigma.

Come si sviluppa la filosofia successiva, cos’è che cambia? Al venir meno della vicinanza con la divinità, l’uomo sostituisce gli dei agli uomini. L’interpretazione volta al risolvimento dell’enigma diventa dunque dialettica, interlocuzione tra uomini: è il momento socratico-platonico che avviene dunque nello scenario di una morte di dio ante litteram:

«Un passo ancora, cade lo sfondo religioso, e viene in primo piano l’agonismo, la lotta di due uomini per la conoscenza: non sono più divinatori, sono sapienti, o meglio combattono per conquistare il titolo di sapiente»3.

L’interpretazione di una filosofia in decadenza nell’epoca di Socrate, Platone e Aristotele, nonché nell’epoca della sofistica e delle correnti successive che hanno portato alla struttura culturale occidentale odierna, non era certo così diffusa nel corso del Novecento, se non in quei pensatori e quegli ambienti che avrebbero dovuto ancora attendere per trovare ascolto. Anche Nietzsche insistette per rivolgere lo sguardo a prima di Socrate; allo stesso modo Heidegger, Severino in Italia e tutti i pensatori che hanno sentito la necessità di ritornare ai culti misterici, all’orfismo, ai poeti lirici, ai Sette Savi, alle dottrine non scritte di Platone, per rievocare una dimensione più autentica del pensiero e del rapporto tra uomo e mondo.

Il pensiero di Giorgio Colli, anche attraverso le preziose pagine di La nascita della filosofia, è un piccolo punto di riferimento per chiunque voglia intrecciare nuovamente i fili del pensiero e del divino, della dimensione che precede ogni insegnamento, ricerca, disciplina e trova la sua linfa solo nell’intimo rapporto dell’uomo solo davanti all’essere.

 

Luca Mauceri

 

NOTE:
1. G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano, 1975, p. 25.
2. Ivi, p. 49.
3. Ivi, p. 57.

[Photo credit unsplash.com]

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