21 settembre 2015 Sara Caon

Carlo Magno ed Hārūn al-Rashīd: un incontro

Ciao a tutti, lettori di Sophìa!

Il tema che oggi accenno riflette la mia personale Weltanschauung e mi consente di espolorare un argomento più attuale che mai: l’incontro-scontro tra culture e civiltà differenti e lontani, l’Occidente da una parte, l’Oriente dall’altra. La filosofia è sempre stata uno scrigno di auto-descrizioni ed auto-rappresentazioni che hanno consentito alla formazione di identità. Un’identità, ci insegna il filosofo Ricoeur[1], è un’auto-descrizione che comporta però sempre una distinzione: è strano, ma riusciamo a capire un po’ di più chi siamo e cosa ci caratterizza osservando un Altro da noi, che ha qualcosa che noi non abbiamo, che è qualcosa che noi non siamo. Ebbene, complice l’ultimo esame che ho finalmente dato venerdì, oggi la mia intenzione è quella di immergermi nell’incontro che avvenne tra l’impero di Carlo Magno ed il califfato musulmano di Hārūn al-Rashīd: un reciproco scoprimento e riconoscimento che farà forse acquistare a quel concetto di identità, che nella attuale crisi europea e mediorientale sembra esser diventata la nuova parola d’ordine, nuove sfumature. Historia magistra vitae, non per niente.

Il medievista Giosuè Musca pubblicò nel 1963 Carlo Magno e Hārūn al-Rashīd, che ricostruisce i rapporti tra Carlo Magno ed il prestigioso e ricchissimo quinto califfo della dinastia abbaside che regnò sull’impero arabo dal 786 all’809. Tra il 797 e l’807 i due si scambiarono missioni diplomatiche che misero per la prima volta in contatto le loro civiltà, che purtroppo due secoli più tardi si sarebbero violentemente scontrate nelle crociate. Musca, nell’Avvertenza al libro dell’edizione del 1996, scrisse queste parole, che faccio mie: «[…] il libro fu pubblicato nel 1963. […] Erano gli anni della guerra fredda tra due superpotenze emisferiche […] l’aria che si respirava mi spingeva a cercare in un lontano passato episodi di comprensione e di convivenza. […] In più di trent’anni il genere umano non sembra aver fatto progressi sulla via della saggezza: i conflitti si sono frazionati e moltiplicati in un crescendo di ferocia più che “barbarica”, ad opera di uomini divenuti ancora più lupi per i loro simili. […] Rimango convinto che oggi la necessità di conoscere e di comprendere le diversità e le loro radici storiche è, se mai, più urgente. Perciò mi illudo che questo libro possa conservare ancora qualche motivo d’interesse[2]».

Le fonti del tempo ci presentano l’incontro tra i due grandi sovrani come il frutto delle rispettive volontà, ma la loro non fu solo un’iniziativa, bensì un incontro fra due mondi: quello franco-cristiano ed arabo-musulmano. Nel 797 Carlo Magno invia in Oriente presso Hārūn al-Rashīd una prima ambasceria e nell’801 gli viene annunciato che sono approdati a Pisa due legati che gli annunciano che sulla via del ritorno v’è Isacco, unico superstite della delegazione, con grandi doni (tra i quali un elefante, Abūl Abbās)[3]: colui che donava – Hārūn – e colui che riceveva – Carlo – riconoscevano l’uno all’altro un grande potere[4]. Sappiamo che Carlo Magno costruì case ad Abūl Abbās, sotto gli occhi meravigliati dei Franchi e che, purtroppo, solo otto anni dopo l’elefante morì nelle lande germaniche. Si dice anche che Carlo si addolorò per la sua morte improvvisa: gli si era affezionato[5]. In seguito, Carlo volle ringraziare il califfo e, nell’806, i suoi legati tornarono dalla missione nuovamente carichi di doni preziosi. Tra essi, un orologio d’ottone, descritto da Eginardo come un meraviglioso congegno meccanico azionato dall’acqua in cui il tempo era segnato da dodici cavalieri che uscivano a turno da dodici piccole finestre, i cui rintocchi avevano il suono dei cimbali[6]. Ci fu, poi, anche un altro dono di valore impressionante da parte del califfo a Carlo: la tomba di Cristo (dove era stato adagiato il corpo). Un gesto, questo da parte del califfo abbaside, che è un avvenimento senza precedenti.

L’asse Aquisgrana-Baghdad fu scevro di motivi di discordia e al tempo stesso unito da una comunanza di interessi (nei confronti dell’impero bizantino e sul fronte religioso – entrambi, infatti, aderivano ad una fede monoteista- ). Le trattative tra Carlo e Harūn costituirono una pausa rispetto allo scontro-confronto plurisecolare tra mondo cristiano e mondo islamico cui, ahimé, assistiamo ancora oggi, ed anzi, la presenza islamica ad Oriente contribuì a forgiare le relazioni internazionali del periodo del Medioevo che l’Europa intrattenne[7].

L‘identità non può che accompagnarsi all’incontro. Eppure, una differenza implicita è presente: tutto cambia in base alla disposizione o meno a seguire e ritenere invincibili solo i propri pre-giudizi. Carlo Magno ed Hārūn al-Rashīd erano curiosi l’uno dell’altro e tra essi si sviluppò una filo sottile simile alla simpatia che permise ad entrambi di accrescere le proprie conoscenze su un’altra civiltà, e quindi di capire un po’ di più la rispettiva identità culturale, arricchendola maggiormente. È più che mai necessario, oggi, conoscere la diversità. Possibilmente, senza troppi pre-giudizi. La Storia è meravigliosa in quanto ci dà ogni volta che lo vogliamo la possibilità di apprendere qualcosa in più sul tempo attuale, guardando al vecchio: perché non sfruttare questo dono?

Sara Caon

[ immagine tratta da Google Immagini]

[1]    Vedi P. RICOEUR, Sè come un altro, Jaca Book, Milano 2011.

[2]    G. MUSCA, Carlo Magno e Hārūn al-Rashīd, Edizioni Dedalo, Bari 1996, pp. 5-7.

[3]    MUSCA, ed. cit., pp. 15-17.

[4]    Ivi, p. 32.

[5]    Ivi, p. 33.

[6]    Ivi, p. 40.

[7]    Ivi, p. 148.

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