Storie di disarmanti coralità femminili

C’è qualcosa che accomuna profondamente le storie ed i rispettivi personaggi che si trovano a destreggiarsi tra le intricate insidie e le bellicose situazioni descritte in Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop e in The Help tra il serio ed il faceto – ma soprattutto il faceto. Innanzitutto, è possibile sentire una vena di nostalgia per il Sud degli Stati Uniti degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta e Sessanta, uno scenario in cui la servitù dei neri ed il razzismo continuano a farla da padroni. Tanto l’Alabama, che ospita il caffè di Whistle Stop, quanto il Mississippi, che è la materia del libro che verrà scritto da una delle sue abitanti – dal titolo The Help, appunto – erano fortemente restii a trattare bianchi e neri come eguali o a riconoscere a questi ultimi il fondamentale diritto alla libertà. Un’ombra tragica che non manca di scovare la grettezza e la deformità umana, ma che, nel contempo, rende paradossalmente più evidenti, in quanto rare, doti quali il coraggio, la nobiltà d’animo e l’anticonformismo privo di eroismo.

Prive di eroismo ma non per questo non eroine sono le due protagoniste, Idgie Threadgoode ed Eugenia ‘Skeeter’ pomodori-verdi-fritti_la-chiave-di-sophiaPhelan, le quali come chiazze di un color rosso acceso sono in grado di sconquassare le loro piccole cittadine. Idgie è una donna temeraria ed intraprendente, che conduce una vita per molti aspetti ai limiti dell’accettabilità sociale di allora. Frequenta l’osteria di Whistle Stop e non disdegna di partecipare a qualche partita con gli avventori del posto, è generosa con i vagabondi e consegna un valore inaspettato alle vite di coloro che vengono disdegnati e denigrati in quanto ultimi. Cosa di cui non manca la prova dal momento che la co-proprietaria del locale è la sua amica più cara, Ruth Jamison, che non esita a salvare dalla violenza del marito. Una coppia strampalata, Ruth è così dolce e diversa dall’irrequieta Idge, per un locale, il loro, che diviene ben presto il punto di incontro di improbabili tipi umani: sognatori, vagabondi, vittime della Grande Depressione. Un locale che come ogni gemma grezza si scova in un clima di avversità, di odi e di risentimento. L’annuncio della sua apertura sul giornale settimanale di Whistle Stop rende bene questa singolarità:

«Il Caffè di Whistle Stop ha aperto la settimana scorsa […]. Idge dice che la gente non deve aver paura di restare avvelenata, perché non è lei che cucina ma due donne di colore, Sipsey e Onzell, mentre al barbecue c’è Big George, il marito di Onzell. Se qualcuno non c’è ancora stato, Idgie dice che la colazione viene servita dalle 5.30 alle 7.30 e il menù prevede uova, farina di granturco, biscotti, pancetta affumicata, salsiccia, prosciutto, sugo di carne e caffè, il tutto per 25 centesimi. […] Fra le verdure Idgie elenca: granturco alla panna, pomodori verdi fritti, gombo fritto, cavolo riccio, barbabietole, fagioli dell’occhio, patate dolci e fagioli di Lima»1.

Sembra che Fannie Flagg nello scrivere Pomodori verdi fritti, chicca degli ultimi anni Ottanta, nutra una struggente nostalgia per un mondo che, seppur imperfetto, non c’è più. Sembra quasi che raccolga le storie che raccontano le nonne, coniugandovi un’irresistibile humour. Forse è proprio lei Evelyn Couch, seduta sul divano – magari non in una casa di riposo o magari sì – a bere tre Milky Way ed una merendina al cacao ascoltando l’instancabile voce dell’anziana e simpatica donna di nome Virginia Threadgoode, la quale conobbe da vicino Ruth e Idge e da quest’ultima rimase affascinata. La pimpante voce narrante dell’intera tragicomica storia. Sono donne forti e idealiste, nel senso meno retorico e denigrato del termine, quelle che prestano le loro squillanti voci per urlare che un’altra Alabama avrebbe potuto sorgere. Magari un’Alabama fatta su misura del caffè di Whistle Stop, con neri e bianchi a occupare civilmente i medesimi spazi e a consumare la specialità della casa, pomodori verdi fritti. È il Ku Klux-Klan che ridesta da questo sogno a occhi aperti frustando Big George, un omone nero addetto al barbecue del caffè. Quello stesso omone nero che verrà accusato di omicidio e salvato dall’impiccagione da qualche credente e miscredente dell’isolata e rumorosa località di Whistle Stop.

the-help_la-chiave-di-sophiaÈ affascinante che altrettanto forti e idealiste siano le donne che metteranno a soqquadro la città di Jackson, tra gabinetti in giardino, herpes labiali, torte fatte di ingredienti discutibili e bagni esterni per le donne di servizio nere. Kathryn Stockett, autrice di The Help, sceglie di affidare a tre donne completamente diverse per portamento e tono il compito di soffiare un vento fresco sul polverone dei diritti civili. Skeeter è la ragazza intelligente di Jackson, l’unica che tra le sue altezzose e ignoranti coetanee non ha deciso di avere un bambino quando, in fondo, era ancora un po’ bambina anche lei. Università e una promettente carriera giornalistica davanti a sé. Aibileen è la prima domestica nera a decidere che certe storie vanno raccontate per rendere pubblico il punto di vista dell’altra, della donna nera che lavora per le famiglie dei bianchi crescendone i figli. È lei che, ormai stanca di lunghi anni di obbligato silenzio e obbedienza, si affida per prima all’aiuto che Skeeter vuol darle. E Minny, lei sì che sciorina gli aneddoti e le storielle più tragicomiche che andranno a comporre il libro di Skeeter con tutta quella allegra impertinenza che la caratterizza!

The Help è la parola che ferisce e la parola che salva. Ferisce buona parte della popolazione di Jackson, così impegnata a convincersi di non essere razzista per non esserlo davvero. Donne e uomini che come macchiette organizzano serate di beneficenza per i bambini africani e costruiscono bagni esterni per le donne di servizio nere. Nel mettere a nudo la comunità di Jackson di quegli anni, Stockett esplora l’animo umano, attualizzandone i contenuti. Contrappone la solidarietà alle meschinità razziste e sessiste, usa toni drammatici, a tratti comici, ma non è mai banale. Si spinge dietro la discriminazione e ci mostra la paura, che per un colore è sottomissione al potere costituito, per l’altro è ignoranza elevata a difesa della propria insicurezza. Ecco allora che le tre protagoniste iniziano a dar voce a storie che nessuno aveva voluto ascoltare fino a quel momento.

Tanto Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop quanto The Help sono due narrazioni corali femminili e indiscutibilmente radicali. È un po’ come trovarsi di fronte a delle Antigoni in vestiti colorati o tenute grigiastre con colletti e polsini bianchi da domestiche. La legge che sentono come naturale e profondamente umana, legata al riconoscimento di un’eguale natura umana meritevole di rispetto e cura, viene a scontrarsi duramente con la legge degli uomini, faziosa e disarmonica. In nome di questa eguale e fragile natura umana ognuna trova il coraggio di fare la propria parte denunciando la mancanza di diritti e i soprusi, l’ottusità e l’ignoranza diffusa ad ogni strato sociale. Il risultato finale è comicamente e delicatamente disarmante.

Sonia Cominassi

NOTE:
1. F. Flagg, Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop, BUR, Milano 2010, p. 11

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Charlotte Delbo: l’ostinata volontà di rinvenire bellezza ad Auschwitz

La sua è la storia che narra di una pluralità di storie. Chi si aspetta di trovare nelle riluttanti pagine di Nessuno di noi ritornerà una testimonianza strictu sensu dell’orrore di Auschwitz rimarrà deluso. Quella di Charlotte non è una testimonianza, ma un riconsegnare in chiave veridica, letteraria e teatrale alcuni frammenti, fotogrammi, alcuni istanti di quella che fu la sua malaugurata prigionia nel campo di sterminio polacco.

«Tutte le parole sono da lungo tempo appassite.
Tutte le parole sono da lungo tempo scolorite”.
[…] La mia memoria è più esangue di una foglia
d’autunno
La mia memoria ha dimenticato la rugiada
La mia memoria ha perduto la sua linfa. La mia
memoria ha perduto tutto il suo sangue».

Nel leggere questo piccolo e tremendamente intenso libro si ha la sensazione di trovarsi a guardare, proprio malgrado − come se si fosse trascinati al cinema e non si volesse vedere la pellicola in programmazione − una sequenza di immagini tra di loro prive di linearità narrativa e storica. Sono le immagini che si impossessano, forse prepotentemente, della mente della Delbo, ormai ritornata in Francia. Ritornata. Parola che nello scorrere delle pagine ha un sapore strano e ambiguo. L’angoscia che traspare dal titolo e che rende i cuori dei lettori tremanti e irrequieti si perde, alla fine, nell’amarezza di quel «nessuno di noi avrebbe dovuto ritornare», il quale occupa da solo l’ultima pagina. Si possono leggere i nomi di molte donne, nomi che passano di bocca in bocca: si tenta di sapere il perché una compagna non è rientrata, chi l’ha vista, come può essere finita. Non si conosce nulla più dei loro nomi. Esse non esistono nel campo. Nessuna esiste. Con quanta riottosità Charlotte offre a ognuno di noi il grigio scorcio di una donna disarticolata, che si muove nella neve per poter rinfrescare le labbra. È come se fosse priva di membra, disumana nell’aspetto e nella camminata. Anche se una camminata non è. Il suo è un rendere la vita. È difficile dare contorni e forme precise a questa donna. Si ha l’impressione di osservare un quadro, dipinto da un impressionista, dove i colori e i contorni si fondono e tutto appare indistinto. Un insieme di pennellate grigie, intervallato da qualcuna più lieve e delicata del colore della pelle. Delle macchie che vanno ben presto a confondersi con il bianco sporco della neve.

C’è un continuo contare. Si contano le sopravvissute di ogni giorno. Ogni gruppetto di donne si conta e, dinanzi alla perdita di una compagna, si chiede sottovoce cosa le sia successo o, per meglio dire, come e quando sia morta. Anche le SS in mantellina contano e ricontano, ricercano la simmetria nelle file degli appelli mattutini. Un perverso gioco matematico.

Delbo non vuole appagare il lettore con dettagli, sordidi e miserabili, di istanti o di scene, così da ottenere solo la sua commozione ed il suo frettoloso dimenticare per ritornare nel presente. Ad ogni istante narrato concede il carattere ieratico proprio dell’espressione artistica, l’unica che rimane inattuale e, dunque, duratura. Istanti e non situazioni, perché Auschwitz fu un “nessun-luogo” e, come tale, nessuno avrebbe dovuto o potuto fare ritorno. Gli istanti che Delbo narra sono vissuti inattuali e inattuabili, i quali, come tali, necessitano di un linguaggio del tutto particolare in grado di eternarli nella loro estemporaneità. Levata ogni retorica, il passato interroga il presente portando a consapevolezza le fratture e le lacune che fanno ogni storia:

«E quando arrivano
credono di essere arrivati
all’inferno
possibile. Però non ci credevano.
Ignoravano che si prendesse il treno per l’inferno
ma visto che ci sono si armano e si sentono pronti
ad affrontarli
con bambini le donne i vecchi genitori con i
ricordi di famiglia e le carte di famiglia.
Non sanno che a quella stazione non si arriva».

Il passato si può dire e si deve dire trovando una forma espressiva dell’immaginario che sia adatta. E Delbo riesce a scovare un tipo di linguaggio capace di restituire le vite degli anni di prigionia, di sentire la verità dell’esperienza di coloro che l’hanno vissuta, mettendo al bando ogni emozione, compreso quel senso di vergogna per essere riuscita a fare ritorno. In fondo, quella parola in grado di eternare l’estemporaneo altro non è se non il prolungamento della parola che legava ogni prigioniera, dunque anche Charlotte, del convoglio del 24 gennaio 1943 alle sue compagne. Duecentotrenta le donne del convoglio, un gruppo compatto – già si conoscevano tra loro – suddiviso a sua volta in piccoli gruppi: «[…] ci aiutavamo in tutte le maniere: darsi il braccio per camminare, sorreggersi, curarsi, anche il solo parlarsi. La parola era difesa, riconforto, speranza. Parlando di ciò che eravamo prima, conservavamo la nostra realtà. Ciascuna delle sopravvissute sa che senza le altre non sarebbe mai ritornata».

Nonostante la brutalità e la crudeltà che traspaiono dalle pagine di Nessuno di noi ritornerà, c’è una bellezza celata che non si lascia cogliere facilmente. La si può scorgere in ogni narrazione, sia quando si ha innanzi una donna che, stremata, rende la propria vita, sia quando ve n’è un’altra aggrappata disperatamente all’esistenza. La bellezza della parola. La bellezza del donare il proprio braccio come sostegno. La bellezza del dare uno schiaffo per impedire che una compagna cada nel limbo. La bellezza della morte. La bellezza di una morte che sopraggiunge quando si è convinti di non essere più nulla. La bellezza impensabile dell’ovunque e del “nessun-luogo”.

Sonia Cominassi

BIBLIOGRAFIA:
Charlotte Delbo, Nessuno di noi ritornerà. Auschwitz e dopo I, Il filo di Arianna, 2015

[Immagine tratta da Google Immagini]